Goodmorning Brescia (265) – Dopo 50 anni la Leonessa ricorda ciò che non si può dimenticare.

Ieri pomeriggio, in occasione della proiezione del mediometraggio «Non perché c’eravamo» la grande platea (e la galleria) del Teatro Sociale erano piene al limite della capienza di spettatori, certo, ma non solo.

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Perché si avvertiva anche la presenza di qualcos’altro.

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Qualcosa d’impalpabile, ma assolutamente reale e, paradossalmente, in qualche modo tangibile, se può definirsi tale l’Emozione di un’intera città che ricorda uno degli episodi più neri e, al tempo stesso, più fulgidi della propria storia.

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Sono trascorsi cinquant’anni dal giorno della tragica esplosione dell’ordigno collocato in Piazza Vittoria in occasione di un comizio antifascista. Mezzo secolo. Ma non solo Brescia non dimentica, né vuole dimenticare, ma da quel giorno in poi sono proprio uomini e donne della Leonessa a tenere alta la fiaccola della vigilanza contro la violenza politica, contro le tentazioni autoritarie e stragiste, per la difesa a oltranza e a ogni costo di una democrazia formale e sostanziale.

E, dopo essermi occupato nei giorni scorsi in questa stessa rubrica dell’origine e della genesi di questa grande operazione artistica e civile al tempo stesso nel precedente articolo che chi non l’avesse già fatto può leggere avvalendosi del sottostante link…

… è arrivato il momento di raccontarvi, prima e più delle mie considerazioni da cronista, le sensazioni che mi hanno colto (e in alcuni passaggi sopraffatto e commosso) da spettatore. Un pieno coinvolgimento in quanto stava scorrendo sullo schermo, favorito dalla circostanza non banale che proprio sulla poltrona alla mia destra era seduto e seguiva con grande attenzione la proiezione l’appassionato e instancabile mentore del ricordo non solo bresciano e dell’impegno civile: Manlio Milani, presidente dell’Associazione familiari dei caduti di Piazza Loggia e cofondatore della Casa della Memoria.

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Lo spettacolo:

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Una giornata di pioggia, così com’era quella tragica mattina del 28 maggio 1974. Colori diluiti, che ricordano il triste bianco e nero delle prime immagini della strage diffuse dalla RAI. Otto personaggi in un teatro vuoto, ognuno con la propria storia, con le proprie speranze e le proprie croci, accumunati dal comune martirio causato dall’esplosione di un ordigno assemblato e posizionato perché strage fosse. Vite spezzate ma, nello stesso tempo, rese eterne proprio dall’assurdo sopravvenire di una morte insensata e ingiusta. Colori che si accendono, sullo schermo, solo per evidenziare frammenti di ricordi più vitali del presente e di un futuro che non verrà mai. Oggetti che parlano, cose comuni: la tovaglia a quadri di un ristorante, un letto sfatto, la carta geografica, la cattedra e i banchi di una classe scolastica, un pallone da calcio, un vecchio proiettore cinematografico: sono lì, più eloquenti di qualsiasi scenografia, testimoni muti, come abiti appartenuti a un caro defunto che si esita a buttare via.

In quella platea deserta gli attori sono anche spettatori dei personaggi interpretati, che a loro volta raccontano se stessi e gli altri, perché non c’è cosa che accomuni più di un comune destino avverso.

E, per finire, un suggestivo e straziante ritorno in Piazza Loggia: lì, dove tutto si è conclusi e tutto, per fortuna, è ricominciato.

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Un film da vedere, da meditare, da conservare dentro e custodire con attenzione e grande rispetto. Non solo per i bresciani.

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