Goodmorning Brescia (135) – Va in scena la terza metamorfosi di Micheletti

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È in arrivo «Jekyll» liberamente ispirato alla celeberrima opera di Robert Louis Stevenson, uno dei più attesi e intriganti appuntamenti della stagione 2018/2019 del Centro Teatrale Bresciano e, nel foyer del Teatro Sociale, si è tenuta stamattina la rituale consulenza stampa di presentazione dello spettacolo.

Apre e introduce il membro del membro del consiglio di amministrazione Luigi Mahony che, dopo aver ricordato con soddisfazione come il positivo trend della campagna abbonamenti si stia consolidando anche in questa stagione, presenta gli ospiti e passa la parola al drammaturgo “di casa” Fabrizio Sinisi, autore del testo che andrà in scena a partire da martedì prossimo.

«È da diverso tempo che meditavo di lavorare con un simile testo. La figura del dottor Jekyll (e del suo oscuro doppio Hide) costituisce infatti un archetipo della letteratura mondiale, un mito radicato, al pari di personaggi come Don Chisciotte, Casanova e altri. Un vastissimo terreno sul quale ci si può muovere in piena libertà e a proprio piacimento, e questo per un autore è semplicemente fantastico» confessa il drammaturgo. «Ho scelto di interpretare il tema dello sdoppiamento, che ispira e pervade l’intera trama, nell’ottica di un coraggioso quanto azzardato esperimento che mira a estrarre tutto il male presente nell’uomo per lasciarlo libero da ogni condizionamento negativo. In pratica un’impresa utopica che ho trattato come tragedia (cosa che realmente è) piuttosto che come favola nera, come peraltro, in molte occasioni, è stata interpretata in passato. Con Jekyll si completa e si conclude una trilogia sul tema della metamorfosi che ha avuto, come precedenti tappe,Kafka (nel 2014) e Mephisto (lo scorso anno) e che nella storia narrata da Stevenson, persegue il fine di narrare dell’eroico e romantico fallimento del tentativo di offrire se stesso come cavia umana per il bene comune, prendendo le distanze da una lettura prevalentemente influenzata dall’horror vittoriano».

Il regista Daniele Salvo esprime, da parte sua, il proprio compiacimento e la circostaza di essersi venuto a trovare a lavorare con un cast di tutto rispetto. composto di attoti e tecnici (scenografia Alessandro Chiti, costumi Daniele Gelsi, musiche originali Marco Podda, luci Cesare Agoni) di altissimo livello
«Curando la regia di questo spettacolo…» aggiunge,
«…mi sono trovato a demolire certezze fondate sul nulla e a trattare il complesso tema si demoliscono certezze fondate sul nulla. Trattando i complessi temi di un’identità labile e (in modo predittivo per i tempi in cui l’opera fu scritta) dell’assunzione di sostanze che possono condizionare il comportamento e l’essenza dell’animo umano» .

Il Direttore Gian Mario Bandera conclude ribadendo la collocazione di questo spettacolo, prodotto dal CTB, nell’ambito della forte determinazione a proseguire con l’ormai tradizionale politica di portare in scena e valorizzare testi di drammaturgia contemporanea, creando stimolanti occasioni di crescita culturale sia per chi il Teatro lo fa, sia per chi ne fruisce come semplice spettatore.

«In noi c’è e ci sarà sempre il coraggio di varare ogni anno un cartellone in cui la ricerca della qualità prevalga sulla necessità e sulla volontà di fare semplicemente cassetta» conclude con (legittimo) orgoglio

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Il cast di «Jekyll» al completo (crediti PH Umberto Favretto)
In ordine alfabetico: Simone Ciampi, Elio D’Alessandro, Gianluigi Fogacci, Selene Gandini, Luca Micheletti, Carlo Valli, Alfonso Veneroso

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E, arrivati a questo punto, non resta che attendere (per quel che mi riguarda con una certa impazienza, lo confesso) che il prossimo martedì sera, al Teatro Sociale, si sollevi il sipario. Per la recensione, more solito, lascerò la parola… e la tastiera a GuittoMatto.

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Categorie: Giorni d'oggi.

Festival Bazziniano: buona… l’ultima!

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Compositore, violinista, erudito e ispirato docente, l’ “Anti-Verdi“,  il “Novello Paganini”, Leopardi del violino” come pure venne appellato, troppo cosmopolita, troppo paneuropeo, per i suoi tempi, in qualche fu modo offuscato da una Storia rimasta indietro come un vecchio orologio. 

E, come accaduto ad altri Grandi, più “dimenticato”, a lungo, proprio dalla sua terra  e dai concittadini di diverse generazioni.

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Dunque doveroso, quanto ben realizzato e riuscito, il «Festival Antonio Bazzini – Brescia e l’Europa 1818 / 2018»  articolata iniziativa mirata a onorare l’arte e la memoria di Antonio Bazzini, grande musicista bresciano, che il CTB ha fatto propria e organizzata di concerto (mai termine fu più adeguato e ben collocato) con il Conservatorio di Musica Luca Marenziouna rassegnache si è svolta con successo e si è conclusa ancor meglio.

Per meglio spiegare ciò che ho visto poco fa al santa Chiara, ritengo utile una premessa il cui senso sarà pienamente comprensibile più avanti: le tesi di laurea si dividono essenzialmente in due tipologie: le sperimentali e le compilative. Quella che è stata assegnata a quel sempre giovane e sempre curioso studente della vita che risponde al nome di Costanzo Gatta, in occasione del Festival Antonio Bazzini –Brescia e l’Europa 1818 / 2018, appartiene, con ogni evidenza, e per fofrza di cose, alla seconda categoria.

Al termine del vasto programma del festival, si trattava infatti di celebrare con una pièce che rievocasse in modo dettagliato la vita, la carriera artistica e didattica, gli orientamenti creativi e la filosofia musicale del mai abbastanza celebrato e valorizzato violinista e compositore bresciano.

Ebbene, con «Bazzini, l’Antiverdi?» andato in scena al Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri poche ore fa, Costanzo Gatta ha composto e diretto con la consueta maestria la sua tesi compilativa, riuscendo a trasformarla, grazie anche alla bravura e dall’impegno degli interpreti (in ordine di apparizione Monica Ceccardi, Miriam Gotti, Silvia Quarantini e Daniele Squassina) in un appuntamento vivace e attrattivo, che ha tenuto attenti e partecipi gli spettatori dall’inizio alla fine (contrassegnata da lunghi e ripetuti applausi).

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Costanzo Gatta… in azione

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L’intelaiatura dello spettacolo è estremamente lineare ma di grande efficacia: tre giovani donne, riunite in quel che sembra una specie di redazione di qualche quotidiano o periodico, ricostruiscono, momento per momento, la intensa e girovaga esistenza del maestro, voci e pettegolezzi inclusi.  La rievocazione va avanti tra passato e presente, con tanto di selfie e riprese filmate, scandito dalle immagini di personaggi e luoghi che scorrono sul grande schermo della videoproiezione. I successi, le sconfitte, i sogni e le disillusioni, i difficili rapporti con la critica, la visione cosmopolita di vita, cultura e musica, in contrapposizione con Verdi e con il melodramma, imperante in Italia, si dipanano in ordine cronologico nella suggestione dei colori degli abiti femminili (creati e realizzati da Gianni Tolentino),  negli inserti di canto, nelle coreografie semplici quanto suggestive firmate da Orietta Trazzi, nell’immedesimazione (anche fisica) nel personaggio di Daniele Squassina. Semplicemente impeccabile, come sempre, l’accompagnamento delle luci di Cesare Agoni.

Si replica ancora domani sera, a partire dalle 20,30.

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Bazzini, l’AntiVerdi?

ideato, scritto e diretto da Costanzo Gatta

Con Monica CeccardiMiriam GottiSilvia QuarantiniDaniele Squassina.

costumi Gianni Tolentino

luci di  Cesa dire Agoni

coreografie di Orietta Trazzi

registrazioni di Gabriele Gasparetto

direzione tecnica Cesare Agoni

elettricista Sergio Martinelli

macchinista Michele Sabattoli

audio e video Giacomo Brambilla

trucco e parrucco EDUCO

Centro di formazione professionale

produzione Centro Teatrale Bresciano

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

L’ardua sfida della Tempesta danzata

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     L’opera:
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«La tempesta» è un’opera teatrale in cinque atti scritta da William Shakespeare tra il 1610 e il 1611. La vicenda, ambientato su di un’isola imprecisata del Mediterraneo, racconta di Prospero. duca di Milano mandato in esilio, che si adopera in ogni modo (anche ricorrendo a magia e incantesimi) perché la figlia Miranda possa riprendere il potere.  Così, grazie a un incantesimo che scatena una forte tempesta, provoca il  naufragio proprio sull’isola in cui è stato esiliato, di suo fratello Antonio e di Alonso Re di Napoli, suo complice.
Una volta fatto ciò, Prospero, coadiuvato dallo spiritello Ariel (prima del suo arrivo imprigionato da un incantesimo in un albero), che ha fatto suo complice, e sempre servendosi della propria scaltrezza e delle arti magiche, riesce a rivelare la meschinità di Antonio e a fare innamorare e sposare la figlia con il Principe di Napoli. 
Prima rappresentazione in pubblico: 1 novembre 1611
Personaggi principali: Prospero, Calibano, Ariel, Miranda, Ferdinando

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Lo spettacolo:.

Un grande schermo tv diffonde immagini in bianco e nero che suggeriscono rimpianti e nostalgie, il soffio incombente e onnipresente del vento, una colonna sonora fatta di musica a volte tribale, a volte tecno, a volte scandita da percussioni rock, che, invece di suggerire i movimenti dei danzatori, sembra accompagnarli con mirabile efficacia e fedeltà.

Un godimento per gli occhi e per lo spirito, sia a livello estetico che emotivo, sollecitato da  coreografie, scenografie e giochi di luce di grandissima suggestione, dallo straordinario affiatamento di sedici ballerini, talmente bravi da rendere difficile (e persino superfluo) prenderli uno per uno per distinguerne e pesarne le prestazioni personali.

La domanda è: può essere sufficiente tutto ciò a garantire di una sfida ambiziosa come quella di trasporre un’opera del divino William Shakespeare in uno spettacolo di danza?

«Ecco la capacità della danza di raccontare la narrazione teatrale» è la convinzione  espressa senza se e senza ma da Giuseppe Spota, che spiega poi  Nello studiare il testo un’immagine mi ha condotto all’altra (come succede nella storia di Shakespeare, in un continuo effetto domino), dando la possibilità all’immaginazione di espandersi. Proprio come in un viaggio, in ogni tappa il corpo e il movimento cambiano e si evolvono, attirando il pubblico dentro un mondo magico”.

In realtà la questione è ben più complessa, però.

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(crediti delle foto PH Viola Berlanda)

 

Nel fulgore espressivo, nelle mille forti sollecitazioni sensoriali e mentali che lo spettacolo regala agli spettatori, a ben vedere c’è abbastanza Tempesta, ma meno Shakespeare.

Perché, per portare a termine con pieno successo un’operazione ambiziosa come questa, il Grande Bardo, probabilmente, è l’autore meno indicato: un Genio della parola che nei riferimenti ideali, sia dotti che popolari, nelle raffinate e nelle sapide parafrasi verbali, nelle complesse e stuzzicanti allegorie, è obbiettivamente impossibile tradurre compiutamente in soli movimenti. Esprimere in passi di ballo il messaggio Shakespeariano, dunque, al di là delle migliori intenzioni, è un po’ come tentare di descrivere in uno scritto o in un colloquio un sapore o un odore: si può fare, certo, usando i termini giusti, ma solo in modo approssimativo, perché o un gusto si prova in bocca o nel naso, oppure non si conosce davvero.

Insomma: spettacolo davvero di altissimo livello, che meritatamente ha riscosso, al calare del sipario, i ripetuti e convintissimi appalusi del pubblico che gremiva il Teatro Sociale, ma opera a sé, sostanzialmente (e felicemente – aggiungo e sottolineo) distaccata dall’opera di riferimento e, soprattutto, dal suo drammaturgo.

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Tempesta è una produzione Fondazione Nazionale della Danza / Aterballetto, coprodotta da CTB Centro Teatrale Bresciano e Teatro Stabile del Veneto, con il sostegno di Fondazione I Teatri di Reggio Emilia.

Dopo il debutto, nello scorso giugno, al Piccolo Teatro di Milano, lo spettacolo per 16 danzatori è in scena al Teatro Sociale di Brescia dal 29 novembre all’1 dicembre.

Coreografia di Giuseppe Spota, musiche originali di Giuliano Sangiorgi (leader dei Negramaro), drammaturgia di Pasquale Plastino, consulenza critica curata da Antonio Audino, scene di Giacomo Andrico, costumi di Francesca Messori e luci di Carlo Cerri.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

«La verità nell’ombra»… torna alla luce!

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Andò in scena per la prima volta tre anni e mezzo orsono, al Teatro Sociale di Brescia, nel (prestigioso) ambito del cartellone del C.T.B. (Centro Teatrale Bresciano) della stagione 2014/2015.

«La verità nell’ombra» è un dramma scritto da Patrizio Pacioni che, basato sullo studio di migliaia di pagine dei faldoni relativi agli atti del processo di Corte d’Assise che si tenne a Viterbo tra il 1950 e il 1952, analizza in ogni suo risvolto la vicenda del massacro di Portella dell Ginestra, arrivando alla formulazione di ipotesi non convenzionali in merito al reale dipanarsi della vicenda.

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Il primo maggio del 1947, in occasione di un comizio indetto dai sindacati per celebrare la ricorrenza della Festa dei Lavoratori,  il bandito Salvatore Giuliano e i suoi aprirono il fuoco dalle alture più prossime alla spianata, causando una carneficina che provocò undici vittime e un gran numero di feriti.

Un atto vile, un massacro proditorio ed efferato che rappresentò il primo colpo sferrato da una certa eversione resistente a ogni rivendicazione democratica e civile e a ogni cambiamento a turbare un sistema di Potere restio a cedere il passo, in quella che -a pieno titolo- può definirsi la prima strage di Stato dell’allora giovane Repubblica Italiana.

Un’opera complessa nella quale il drammaturgo riesce a dosare perfettamente l’impegno e la denuncia civile, la rigorosa ricostruzione storica del dibattito processuale e dei fatti e un’appassionante vivacità e drammaticità narrativa.

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«Il prestigioso riconoscimento ricevuto dall’Accademia il Convivio in questa edizione della sezione “edito” del Premio teatrale “Angelo Musco”mi spinge a riprendere in mano il lavoro»  dichiara il drammaturgo.

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«La prima versione andata in scena per opera della Compagnia Stabile Assai» per la regia di Francesco Cinquemani, infatti, prevedeva l’impiego di un numero di attori e musicisti  (circa 20 – ndr) che l’attuale scenario economico in cui si muovono i teatri italiani, diventa praticamente proibitivo».

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L’idea, mi è parso di capire. è quella di rimettere mano al dramma, riarticolando il testo in modo di ridurre significativamente il numero degli interpreti, così come è già stato fatto con gli altri due drammi “corali” rappresentati dalla Compagnia Stabile Assai: «Diciannove + Uno» (già portato in scena dalla Compagnia Lanterna Teatrale di Carlo Hasan) e «Borsellino e l’Olifante» (l’anno prossimo in scena per opera della Compagnia Le Ombre di Platone.

Alla fine della consegna del premio e del conseguente intervento al cospetto del pubblico che gremiva la sala conferenze dela Caesar Palace Hotel di Giardini di Naxos, Patrizio Pacioni ha voluto accanto a sé anche l’amico Salvatore Buccafusca, attore, scrittore, e drammaturgo (coautore con lui di «Sua Eccellenza è servita» – nel prossimo gennaio in programmazione a Palermo) che nella messa in scena della prima edizione di «La verità nell’ombra» si occupò (insieme ad Antonio Turco) di perfezionare la riduzione teatrale.

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Ricordiamo, per concludere, che dall’opera è stato tratto l’omonimo libro, acquistabile velocemente n line a questo link:

https://www.ibs.it/verita-nell-ombra-libro-patrizio-pacioni/e/9788890876646?lgw_code=1122-B9788890876646&gclid=CjwKCAjwyOreBRAYEiwAR2mSkh2ujHi6xgoFbKQONwLSf0JDkNjXhegPmYsnTinkHaGNoiBtT12LqhoCPO4QAvD_BwE

oppure direttamente sul sito della Casa Editrice Serena.

 

 

   GuittoMatto 

Categorie: Teatro & Arte varia.

Quella buon’anima di Bertolt, ovvero la disfatta del buonismo, ma anche no

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(vds. precedente articolo del 19 ottobre 2018 in argomento: https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-132-il-nuovo-cartellone-del-ctb-parte-dalla-cina-di-brecht/)

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L’opera:

«L’anima buona del Sezuan» è una dei più esemplari lavori di Bertolt Brecht. Opera di natura didascalica dal testo piuttosto semplice, tratta della separazione (e al tempo stesso dell’estrema prossimità) che caratterizzano il Bene e il Male, mettendo in grado lo spettatore di individuare e interiorizzare con facilità le contrapposte posizioni e, quindi, di immedesimarsi nei personaggi che agiscono sulla scena. Fino a rendersi conto di come, con significativa frequenza, la distinzione non sia così chiara, né  percepibile con immediatezza e con certezza: in ciascun essere umano Bene e Male, infatti, possono coesistere, dando luogo a uno sdoppiamento di personalità che, per essere gestito al meglio, dev’essere oggetto di osservazione e di analisi.

Quelle che scendono dal cielo nel Sezuan, alla ricerca di “un’anima buona”, sono divinità dall’indole semplice, sostanzialmente ingenue, orientate a individuare le qualità positive degli uomini, il che è in contrasto non solo con gli abitanti della regione, ma anche di tutto il genere umano,abile soprattutto nell’arte di dissimulare e falsificare fatti e idee. Quando si rendono conto di quanto sia difficile anche per gli dei separare le spighe dalla gramigna, ovvero riconoscere la genuinità dei buoni sentimenti degli uni, in contrasto con l’inganno e la malvagità degli altri, Ecco che, grazie all’interessamento di un volonteroso acquaiolo, si trovano a essere ospitati nella dimora di una prostituta resa disponibile dalla professione esercitata ad accogliere le istanze e a soddisfare le esigenze di chi le si rivolge.

Da qui partono le vicende della “anima buona” di Shen-Te (questo il nome della generosa prostituta) che, ricompensata con una cospicua somma di denaro (mille dollari d’argento) da parte degli dei riconoscenti, si trova subito a fare i conti con l’avidità di chi (come il furbo pretendente Sun e gli avidi vicini) cerca in qualche modo di carpirle la piccola ricchezza di cui è venuta in possesso. Per difendersi nel migliore dei  modi, però, neanche a dirlo, è costretta anch’essa a ricorrere al raggiro e alla menzogna, inventandosi un non meglio identificato cugino dall’indole dura e autoritaria quanto basta e sdoppiandosi in lui.

Utilizzare l’arma dell’inganno è tutt’altro che facile, peraltro, per chi, come Shen-Te, non è abituata a servirsene abitualmente: la malcapitata prostituta dovrà subire pressioni e accuse di ogni tipo, dalle quali, per quanto inverosimili, alla fine, solo l’intervento degli dei potrà preservarla. Pur avendo ricevuto Shen-Te un’adeguata ricompensa per la propria onestà, tuttavia, l’ipocrisia, la mancanza di scrupoli, la doppiezza d’animo da cui viene circondata, però, lasciano in lei un profondo segno.  Una volta che gli dei si saranno congedati, (liberi almeno loro e beati loro, di tornarsene in cielo, nella loro beata irrealtà) la donna si troverà a riflettere amaramente su quanto possa risultare difficile e pericolosa la vita per chi, in questo mondo, manifesta e pratica troppo la bontà.

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(foto di Marco Caselli Nirmal) 

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La rappresentazione:

«L’anima buona del Sezuan», scritta tra il 1938 e il 1940, andò in scena per la prima volta a Zurigo in piena seconda guerra mondiale, nel 1943. In Italia è stata rappresentata più volte. Ricordiamo, tra tutte, la versione andata in scena nella stagione 57/58 al Piccolo di Milano (per la regia di Giorgio Strehler) con Paola Borboni, Ottavio Fanfani, Valentina Fortunato, Gabriella Giacobbe, Franco Graziosi, Andrea Matteuzzi, Marcello Moretti, Cesare Polacco, Relda Ridoni, Enzo Tarascio.

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(foto di Marco Caselli Nirmal) 

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Della trama avete letto, sommariamente, più sopra, ma si tratta di una di quelle storie che, raccontate da mille persone, per loro natura vengono interpretate e, quindi narrate, in modo diverso. Quindi, questa recensione non ne tratterà oltre, e il sottoscritto vi parlerà di ciò che ha appena visto al Teatro Sociale in modo (volutamente) farraginoso e confuso, perché più di mille sono le considerazioni e le sollecitazioni che questa complessa pièce è riuscita a suscitare, quindi sarà meglio che ve la facciate andare bene così.

Si comincia con una schiera di quei tipici cappelli di paglia cinesi, a forma di cono, ed è il primo trucco, perché, in realtà, in Sezuan di cinese c’è poco o niente. Le bellissime maschere (opera di Stefano Perocco Di Meduna) indossate da tutti gli interpreti (perfettamente in linea con il “tema” scelto per questa stagione artistica dal centro Teatrale Bresciano, infatti, richiamano nella sostanza più  quelle da teatro greco, le movenze degli attori si rifanno, senza possibilità di equivoco, a quelle della Commedia dell’Arte.

C’è un deciso cambiamento  di velocità (voluta? inconsapevole? un pregio? un difetto? ogni spettatore lo giudichi a suo piacimento) tra i due tempi in cui si divide lo spettacolo.

Il primo più lento, in cui la costruzione scenico-narrativa è fedele a un certo stile tipico di quella che, tra le due guerre, si definiva avanguardia e che in Germania, appunto, aveva la massima espressione. In questa parte sembra farla da padrone un chiacchierio collettivo in mezzo al quale proprio gli Dei scesi dal cielo, gli Illuminati (i rappresentanti del potere politico?) sembrano essere, paradossalmente, i più confusi e inconsapevoli di tutti; una suggestiva replica (altro collegamento con l’attualità!) di quel dibattito scarmigliato e fanfarone, maleducato e volgarmente aggressivo, che caratterizza, in questi ultimi e tristi anni, il confronto politico in Italia. Un Paese in cui, come nel Sezuan, la disperazione dei poveri e degli umili spinge molti a credere più nella forza brutale della denuncia e di una rivendicazione massimalista e spesso acritica, che non nella possibilità di una correzione e di un progresso ragionato, ordinato e concordato. Un Paese (per dirla con uno dei protagonisti della pièce, che si riferisce più genericamente al mondo), in cui «i buoni non possono esistere», in cui soltanto pochi eletti  sono capaci di perseguire quell’utopia di alto livello che «fa desiderare di bere proprio quell’acqua che nessuno vuole quando piove» e ha il sopravvento «l’omertà di chi vede ma non testimonia». Un Paese , per dirla proprio tutta, che fa esclamare esasperati «Ma che Città è questa?».

Poi, dopo l’intervallo, ecco l’improvvisa accelerazione: gli attori si presentano coperti da un velo, che al tempo stesso li unisce e li confonde, in attesa che (non) parta quell’aereo per Pechino, a metà strada tra le ingannevoli suggestioni della tecnocrazia e le atmosfere straniate di «Aspettando Godot».

Poi i soldi, cifre che ballano: 200, 500, 1000 dollari d’argento tra elargizioni liberali e spese più o meno necessarie, tra debiti e crediti. E più si citano e si precisano i numeri (così come le statistiche e i sondaggi che imperversano sui media), più si perde il contatto con il reale valore del denaro e  delle cose. Il Sezuan,  è guasto, ma non può essere sufficiente il “buonismo” della candida quanto prodiga prostituta Shen-Te, perché per salvare “il negozio”, ovvero la struttura economica del Paese, non basta distribuire sovvenzioni e contributi, ma ci vuole la rigidità dell’alter ego “autoritario”, lo spietato cugino Shu-Ta, e dei suoi nuovi servi; neofiti ancora più reazionari e repressivi del padrone, come mostra efficacemente la bizzarra catena di montaggio azionata in palcoscenico che non può non richiamare la «Tempi moderni» chapliniana. Una soluzione estrema e crudele che però, se non altro, almeno favorisce la creazione di nuovi posti di lavoro. E con i poveri che affluiscono nella regione, alla ricerca di sostentamento? In questa atmosfera ia con i respingimenti, naturalmente.

Così, inevitabilmente, si dipinge un quadro fosco, specchio dei tempi, in cui una madre è costretta a dire al proprio figlio, ancora prima che nasca, che «si dovrà abituare a camminare a testa bassa».

Insomma, ogni soluzione ha due facce, la buona e la cattiva, ma non serve tirare a sorte: ogni scelta nella vita, come nella politica e nell’economia, dev’essere comunque ragionata e consapevole, ma non è detto che, anche così, sia sempre la migliore.

Della disarmonia tra primo e secondo tempo si è già detto, puntuale e fantasiosa la regia, bravissimi attori (Elena Bucci e Marco Sgrosso primi tra tutti) e musicanti, pressoché perfette le scenografie, le musiche, le coreografie.

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E l’applauso finale dimostra che il pubblico bresciano apprezza.

 

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(dalla Rete)

Bertolt Brecht nasce da famiglia borghese. Dopo aver conseguito la maturità liceale si iscrive all’università di Monaco, città in cui compie le prime esperienze teatrali esibendosi come autore-attore.
Il momento cruciale della sua maturazione avviene quando, dopo il 1924, si trasferisce a Berlino e viene a contatto con gruppi artistici di avanguardia e si dedica allo studio del marxismo. Con l’avvento del nazismo nel 1933 deve lasciare la Germania perché considerato oppositore del regime per la sua opera e la sua ideologia. Dopo aver vissuto in vari paesi europei si stabilisce negli Stati Uniti. Passata la guerra, sospettato di attività antiamericane, torna in Europa e si stabilisce a Berlino Est dove fonda la compagnia teatrale Berliner Ensamble che dirige fino alla morte. Brecht è noto in tutto il mondo soprattutto per la sua attività di drammaturgo.
Tra le sue opere ricordiamo: «L’opera da tre soldi» (1928), «Vita di Galilei» (in tre versioni: 1937-39, 1945-46, 1953-55), «Madre Coraggio e i suoi figli » (1939), «Il cerchio di gesso del Caucaso» (1944).
Bertolt Brecht nelle sue poesie critica la società borghese e le sue contraddizioni e ne condanna la falsità morale e la logica del profitto. La sua è una poesia di intento didascalico che propone volti a costruire una società più giusta.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (132) – Il nuovo cartellone del CTB parte dalla Cina… di Brecht

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Apre la conferenza stampa Luigi Mahony, componente del Cda del Centro Teatrale Bresciano, ricordando che nella presente stagione, mantenendo un elevato standard qualitativo,  è stato conseguito il record di ben cinquanta spettacoli e che la campagna-abbonamenti sta procedendo nel migliore dei modi.

«L’anima buona del Sezuan» di Bertolt Brecht fu messo in scena per la prima volta nel 1943, in piena seconda guerra mondiale, a Zurigo, dove il grande drammaturgo si era rifugiato per sfuggire alla persecuzione politica nazista. Si tratta di uno spettacolo articolato e  variegato, prodotto in collaborazione con l’ERT Emilia Romagna Teatro, in cui alla recitazione si uniscono musica e danza» aggiunge, prima di passare la parola al Direttore Artistico.

Gian Mario Bandera, prima di ogni altra considerazione, esprime il proprio ringraziamento per Elena Bucci e Marco Sgrosso, con i quali, ci tiene a sottolineare «intrattengo, oltre a una collaborazione artistica proficua e ormai consolidata, una sincera amicizia di lunga data». Aggiungendo poi che «la storia della loro compagnia, Le Belle Bandiere, dice di come siano riusciti a fissare uno stabile punto di riferimento per il movimento teatrale italiano».

Conclude il suo intervento ricordando che si terranno in città tre eventi legati alla messa in scena de L’anima buona del Sezuan: all’appuntamento fissato giovedì 25 presso l’Aula Magna Tovini dell’Università Cattolica per il ciclo di conferenze “Letteratura & Teatro 2018”, si aggiungono infatti l’incontro con il duo Bucci/Sgrosso al cinema Nuovo Eden di sabato 27 e il “pomeriggio al CTB di lunedì 29 presso il salone storico della Biblioteca Queriniana.

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«Siamo particolarmente emozionati nell”affrontare lavori di questa importanza e di questo spessore culturale» è l’esordio di Elena Bucci.

«Ogni “prima” con il CTB è il realizzarsi di un sogno in cui anche le imprese più ardue si fanno facili. In un momento di difficoltà  come quello che sta affrontando il nostro Paese (che non può non riverberarsi anche sulle attività artistiche) è importante non chinare mai la testa e rassegnarsi. Così, andando controcorrente, abbiamo osato allestire un lavoro con nove attori in scena e un musicista che suona dal vivo».

Si sofferma poi sull’impegno sostenuto anche nell’approntare le scenografie che ricreano il suggestivo ambiente di Sezuan, città composita, collocata in Cina ma non esente da suggestioni di altri paesi, anche remoti.

«Abbiamo scelto strutture non statiche e soffocanti ma mobili, in grado di stimolare (e divertire) gli attori. A ciò abbiamo aggiunto (proseguendo un processo che già da tempo abbiamo in corso) un importante lavoro sulle maschere, assecondando tutte le contaminazioni care a Brecht, e aggiungendo a esse tutti quegli accostamenti che abbiamo ritenuti opportuni o solo funzionali».

Osserva come il grande drammaturgo tedesco (da molti –a torto- giudicato ormai superato se non anche noioso) rappresenti invece ancora uno dei pilastri del teatro mondiale, che va opportunamente riletto e reinterpretato.

«In questo caso», conclude la Bucci,  «il tema su cui si fissa la sua (e la nostra) attenzione è quello eterno e forse irrisolvibile di dove finisca il bene che si deve provare per gli altri e cominci quello per se stessi. Per quanto riguarda il finale, ci siamo orientati (senza in nulla stravolgere lo spirito dell’opera) su messaggio che apre alla speranza».

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«Brecht è  un  autore difficile ma necessario» chiosa Marco Sgrosso.

«In questa opera si compie un singolare lavoro sullo sdoppiamento, con una originalissima commistione, cui già ha fatto cenno Elena parlando dell’allestimento scenografico,  di oriente e occidente, di ricchi e di poveri resi avidi e malvagi dalle condizioni di abbrutimento in cui sono costretti a vivere»

Ancora una citazione: «Nell’uomo esiste l’anima buona e l’anima cattiva, e sono entrambe necessarie»  prima di ribadire, come ha fatto poco prima la Bucci che «il finale di speranza trova attualità e necessità in un Paese come il nostro dove, purtroppo, in questi ultimi tempi sembra vigere e vincere l’incitamento all’odio».

Per ricordare, in conclusione d’intervento, che le musiche sono state scritte da Christian Ravaglioli e, quanto alla danza, si tratta a suo avviso di un movimento suggerito dall’uso delle maschere che più correttamente definirebbe un “recitare cantato”.

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Foto di gruppo del cast, di buon auspicio, poi l’appuntamento , per tutti gli amanti del buon Teatro, vecchi e nuovi, è fissato al prossimo da martedì sera al 4 novembre al Sociale.

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di Bertolt Brecht
traduzione di Roberto Menin
progetto, elaborazione drammaturgica Elena Bucci, Marco Sgrosso
regia di Elena Bucci con la collaborazione di Marco Sgrosso
con Elena Bucci, Marco Sgrosso
Maurizio Cardillo, Andrea De Luca, Nicoletta Fabbri, Federico Manfredi, Francesca Pica, Valerio Pietrovita, Marta Pizzigallo

disegno luci Loredana Oddone
cura e drammaturgia del suono Raffaele Bassetti
musiche originali eseguite dal vivo Christian Ravaglioli
macchinismo e direzione di scena Viviana Rella
supervisione ai costumi Ursula Patzak in collaborazione con Elena Bucci
scene e maschere Stefano Perocco Di Meduna
assistenti alla regia Beatrice Moncada, Barbara Roganti
collaborazione artistica Le Belle Bandiere

produzione Ctb Centro Teatrale Bresciano / Ert Emilia Romagna Teatro

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Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (127) – Letteratura e Teatro, prestigioso mix

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«Questa iniziativa è proposta da CTB e Università nell’ambito di una collaborazione tra letteratura e teatro che si protrae felicemente ormai da 13 anni. In questa tornata, due delle iniziative si svolgeranno con la collaborazione con Casa della Memoria» è l’esordio di Gian Mario Bandera, che passa poi a sottolineare la preziosa opera della professoressa Mor  che «con professionalità, impegno e dedizione con cui ci aiuta a elaborare e valorizzare sia internamente che esternamente i temi-guida delle singole stagioni».

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Giovanni Panzeri (Direttore di Sede dell’Università Cattolica)  pone anch’egli l’accento sulla collaborazione con il CTB, ormai consolidata e in ulteriore crescita.

«La convenzione in essere (che consideriamo strategica) ci dà la possibilità di presentare a un pubblico allargato alcune delle attività dei nostri docenti che si vanno ad aggiungere a quelle che si tengono nell’aula magna di via Trieste, con il coordinamento scientifico di Lucia Mor».

Ancora una considerazione, prima di passare la parola alla professoressa.

«Si tratta di eventi di elevata qualità tecnica, che registrano afflussi a volte ai limiti della capienza dell’aula magna e riscontri puntualmente favorevoli.  La collaborazione con la Casa della Memoria, che si aggiunge quest’anno, ha tutte le caratteristiche per aiutare questo nostro progetto di ulteriore progresso».

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Lucia Mor (docente di Letteratura tedesca presso l’università Cattolica)  fa notare come, a un certo punto, in Cattolica ci sia reso conto di come la letteratura, intesa nella sua completezza (narrativa, poesia, drammaturgia), rischiasse in mancanza di progetti innovativi, di rimanere a margine dei percorsi universitari.

«Capii che, per rilanciarla, serviva il supporto di attori che potessero trasformare le parole scritte in qualcosa di vivo, in modo sia di renderla più attrattiva, sia di aiutare il pubblico a entrare nel vivo dei testi. Pur riguardando piàù da vicino il teatro, le conferenze sono condotte da studiosi di letteratura, anziché da esperti di prosa. Il tema di quest’anno, partendo da  Le Rane di Aristofane, per arrivare a fine percorso a L’importanza di chiamarsi Ernesto di Oscar Wilde, sarà quello dei grandi classici».

Ricorda come “I pomeriggi al CTB” siano nati con l’idea di replicare al pomeriggio le lezioni solitamente mattutine, allargando così, sia quantitativamente che qualitativamente, gli utenti potenzialmente interessati».

«In questa sessione, tra l’altro, ci sarà più attualità, dal momento cghe si prenderà spunto dalle opere in cartellone per parlare di tematiche come la violenza eversiva declinata anche al femminile, la tragedia dei migranti e il terrorismo dell’Isis»

Conclude poi l’intervento con due comunicazioni di servizio: la rassegna, che partirà questo mese, si concluderà in aprile e agli studenti che parteciperanno sarà assegnato un credito formativo.

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Manlio Milani (Casa della Memoria) prende atto con compiacimento della sempre maggiore vicinanza culturale tra Istituzioni e Città.

«Le nostre due iniziative possono apparire indagini sul passato, ma in realtà vogliono porre interrogativi sul presente. La prima verterà sulla necessità del passaggio dall’idea di una giustizia punitiva a quella di una giustizia recuperativa. nella seconda, attraverso il “caso” Mara Cagol, si cercherà di indagare e riflettere sulla soggettività che può orientare scelte di morte, sulle motivazioni  che, proprio in questi ultimi mesi, sembrano spingere le masse al ritorno a certe ideologie, a certe atmosfere e a certa comunicazione fatta di slogan sempre più violenti».

Per la serie di appuntamenti denominata Letteratura & Teatro, (tutti alle ore 17 presso l’Aula Magna Tovini dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in via Trieste 17) si comincerà giovedì 18 ottobre con Aristofane, Le Rane, condotto da Maria Pia Pattoni e con le letture curate da Fausto Ghirardini.

Per I pomeriggi al CTB, invece, esordio lunedì 29 ottobre alle 17,45  (come tutti gli altri della serie, ma, come anche il secondo alla Biblioteca Queriniana – poi sempre nel Foyer del Teatro Sociale) con A coloro che verranno – Viaggio nell’opera poetica di Brecht. Introduzione di Lucia Mor e letture curate da Monica Ceccardi e Silvia Quarantini.

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Goodmorning Brescia (126) – Bella «La Notte della Cultura»… secondo il CTB

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Piaccia, oppure no, la Cultura è una creatura crepuscolare.

Perché è quando calano le tenebre che la creatività si espande, esce dall’anima dell’Artista, sorge come una luna piena, oppure, in una chiave di lettura più gotica, come un vampiro dal suo letto di terra sconsacrata.

È al lume della candela che lo Scrittore trova gli stimoli più forti ed efficaci per raccontare le sue storie, il Pittore per dare vita alle tele, il Musicista per creare armonie.

A Brescia, ogni anno, si celebra appunto «La notte della Cultura», con magiche ore che illuminano la città, perché se è vero quanto affermato da  J.W. Goethe in  “Theory of Colours”, cioè che «Dove  c’è molta lucel’ombra è più nera», è altrettanto vero, inevitabilmente, anche il contrario.

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Non potendo, per comprensibili ragioni di carenza di ubiquità, presenziare a tutti i tantissimi eventi in programma, ho optato di seguire quanto messo in piedi dal CTB, prima nella memoria della grande Mina Mezzadri, poi con un richiamo molto attagliato alla ricorrenza: quello a  un mai abbastanza celebrato “giovane” al quale la Cultura italiana deve davvero molto.

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Al Santa Chiara si comincia con l’inaugurazione della  mostra «Mina, una stanza tutta per sé», che rimarrà visibile per tutta la durata della stagione teatrale del CTB nel foyer del Teatro a lei intitolato; un’esposizione di foto, frasi e manifesti, mirata a ricordare la grande Mina e gli esordi della Compagnia della Loggetta di cui fu anima e cuore. Dopo i saluti istituzionali, ma molto sentiti, del vicesindaco Laura Castelletti e del Direttore del Centro Teatrale Bresciano, Gian Mario Bandera, e un breve intervento dell critica teatrale del Giornale di Brescia Paola Carmignani, è Tino Bino, presidente del CTB per tredici anni a partire dal 1975, a interessare e commuovere tutti i numerosi presenti con una articolata rievocazione sia della persona (e della forte personalità) della straordinaria donna di Teatro che del clima, dei temi e dei più significativi personaggi che accompagnarono e favorirono la nascita e la crescita del movimento teatrale bresciano.

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A seguire, nella suggestiva cornice del chiostro, magistralmente illuminato da Sergio Martinelli, il breve ma intenso spettacolo «Letture per Mina», curato da Monica Conti, anche interprete insieme a Monica Ceccardi, Bruna Gozio e Giuseppina Turra: una convinta e convincente scelta di alcuni brani tratti dai testi messi in scena dalla Mezzadri, in cui le quattro bravissime attrici si impegnano, riuscendoci in pieno, a dare davvero il meglio di sé.

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Il tempo per un “frugale pasto”, come si diceva una volta, e via, di corsa in via Trieste, per accomodarsi nell’Aula Magna dell’Università Cattolica,

È una sola, ma sembra un’intera compagnia di recitazione: oltre a Pasquale Rotondi, lo «Schlinder delle opere d’arte italiane», la bravissima e intensa Laura Curino, col solo modulare della voce e l’atteggiarsi del corpo, diventa la moglie Zea, le figlie, il ministro, l’ufficiale tedesco, il collega, il collaboratore…

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                                                                                                                           Laura Curino ne «La lista» (ph. Giorgio Sottile)

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«La lista» è la storia del salvataggio, per opera di Rotondi, professore di Storia dell’Arte presso l’università di Urbino, di migliaia di tele, una parte consistente e insostituibile del patrimonio artistico italiano. L’incarico, partito su iniziativa del Ministro dell’Istruzione Bottai, tramite il funzionario Carlo Giulio Argan, iniziato al primo spirare dei “venti di guerra” che portarono al secondo conflitto mondiale, entrata in fase operativa pochi giorni prima della delirante dichiarazione di guerra urlata da Benito Mussolini in piazza Venezia quel fatidico 10 giugno 1940, fu portata a termine felicemente, dopo avere superato una serie incredibile di vicissitudini.

La missione, denominata  ‘Operazione Salvataggio’, si risolse in un frenetico lavoro di raccolta, che, seppure privo di adeguati finanziamenti e di concreti appoggi politici, consentì di mettere al sicuro all’interno della Rocca di Sassocorvaro (nome in codice “Il Ricovero”) e, successivamente, nei sotterranei del Palazzo dei Principi di Carpegna (ma anche sotto il letto della casa di campagna dello stesso Rotondi) un ingente patrimonio d’Arte, in modo da preservarlo dai pericoli della guerra e, soprattutto, dalla razzia dei nazisti, da sempre avida dei tesori artistici italiani.

Una storia che, grazie alla eccezionale bravura di Laura Curino, ha profondamente coinvolto gli spettatori che affollavano l’aula magna dell’Università del sacro Cuore, in via Trieste e che ha pienamente meritato il lungo e convintissimo applauso finale.

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