Che storia, «La storia»!

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    Il romanzo:

La vicenda del romanzo (pubblicato nel 1974) si svolge tra il 1941 e il 1947, sullo sfondo drammatico di una Roma devastata dalla guerra e poi avviata verso un’incerta ricostruzione. Qui vive Ida Ramundo, timida maestra elementare, di origine per metà ebraica, rimasta precocemente vedova e con un figlio, Nino. Viene violentata da un giovanissimo soldato tedesco, e resta incinta. Malgrado la vergogna di quel concepimento, quando nasce, Useppe porta nella vita di Ida e di Nino una nota di allegria e di speranza. Ida deve rifugiarsi a Pietralata, a causa dei bombardamenti, e qui soffre per la promiscuità e la miseria. Il piccolo Useppe conserva la propria felicità, mentre Nino raggiunge i partigiani. Terminata la guerra, la vita sarà ancora più difficile: Nino pensa di dover continuare, a modo suo, la lotta armata, tanto da finire ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia; quanto all’amico David Segre, che aveva condotto Nino fra i partigiani, si uccide con la droga. Anche Useppe muore, dopo un attacco di epilessia: quella malattia è come una protesta contro l’inesattezza della vita. A essa si rassegna invece, con tranquilla pazzia, la madre, incapace di scelte alternative.

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    L’autrice:

Nata a Roma nel 1912, Elsa Morante dimostrò fin da giovanissima una notevole attitudine alla scrittura, cominciando a comporre poesie, fiabe e racconti che, negli anni successivi, avrebbero fatto la loro comparsa su giornali e riviste come Il Corriere dei piccoli e Oggi; Fu la prima scrittrice donna a vincere il Premio Strega con il romanzo L’Isola di Arturo (Einaudi), Elsa Morante e una delle più importanti autrici del Novecento italiano: poetessa, saggista, ma soprattutto romanziera, ha consegnato alla storia letteraria titoli come Menzogna e sortilegio (Einaudi) e La Storia (Einaudi), libri fondamentali della letteratura italiana.

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    Il film:

«La storia» è un film del 1986 diretto da Luigi Comencini, tratto dall’omonimo romanzo pubblicato nel 1974 da Elsa Morante.

Il film è stato girato per la televisione ma ne è stata distribuita una versione ridotta (135′) destinata al circuito cinematografico.

Fu presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia del 1986.

Regia: Luigi Comencini – Sceneggiatura: Suso Cecchi D’Amico e Cristina Comencini – Protagonisti principali: Claudia Cardinali

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 Lo spettacolo:

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Tutto comincia con uno stupro.

Forse anche prima, dal momento stesso della nascita di Ida, che in realtà doveva chiamarsi Aida, se non fosse stato per l’addetto dell’anagrafe incaricato di registrarne il nome, e anche questo può essere un inquietante segno del destino.

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Così interpreta e traduce il testo il drammaturgo Marco Archetti, e nello stesso spirito lavora l’accorta e immaginifica regia di un Fausto Cabra in gran spolvero, Una versione novecentesca dell’antica tragedia classica, con tanto di maschere (immateriali ma percetibilissime) indossate, a turno, dai tre attori.

La modalità espressiva è data da un agire teatrale incatenato a brani del romanzo e, nello stesso tempo, in volo libero tra simboli e stereotipi, orientato, per tutta la durata della pièce (che non annoia né incespica mai dall’inizio alla fine) alla narrazione della storia (quellabellissma, ma con la minuscola scritta da Elsa Morante) parallelamente al dipanarsi della Storia (con la maiuscola) che racconta del dramma di una nazione che si aggiunge e si sovrappone al dramma di una famiglia particolarmente disgraziata.

Fissati in modo indelebile sulla scena e nell’immaginario del pubblico, alcuni momenti, tra i quali ricordiamo con emozione la sequenza della violenza subita da Ida da parte di un soldato tedesco ubriaco e infelice, lo straniamento di Useppe al centro di un boschetto intricato quanto i suoi pensieri malati, e…

… le tre morti: quella drammatica di Nino, quella straziante e pietosa di Useppe, quella interiore di Ida, che arriva molto prima di quella naturale.

Poi c’è la denuncia, perfettamente in linea con il registro dell’autrice, degli orrori della guerra, della violenza e delle insidie derivanti da fascismo e razzismo, delle più urticanti diseguaglianze sociali, a più riprese urlata (interiormente ed esteriormente) dai personaggi della pièce, compreso il ribelle “amico di famiglia” David Segre.

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Semplicemente perfetti gli interpreti (Franca Penone, Alberto Onofrietti, Francesco Sferrazza Papa) che danno anima (e che anima) a Ida, Nino, Useppe e gli altri. Tutto, attraverso loro, prende anima, anche un neonato, anche due cani, così come seppe a suo tempo fare la penna ispirata e felice di Elsa Morante, sia che si tratti di personaggi principali o secondari.

Per quanto riguarda la scenografia, l’autentico sfondo incombente del dramma non è il telo nero che pur rende suggestivo il succinto arredo, ma un’Italia (e non solo) gravemente ammalata, perché «il Potere è la lebbra del mondo».

Efficacissima la gestione dei suoni e, soprattutto delle luci, che non poco contribuiscono al totale coinvolgimento degli spettatori che gremivano il Teatro.

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Meritatissimi i lunghi e scroscianti applausi che hanno più volte richiamato sul palcoscenico gli attori e gli altri artefici di questo straordinario appuntamento bresciano.

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    GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Una famiglia… allagata. E torna il Teatro.

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Un forno che non si scalda, un regalo non gradito, la foto di Marx appeso sopra al water… con premesse del genere è ampiamente prevedibile che il compleanno di Kristin non sarà una ricorrenza come tante, bensì l’ennesima dimostrazione di quanto possa essere grottesca e insidiosa la vita di ogni giorno, per ciascuno di noi.

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Tra una gag in puro stile britannico, tra una gaffe e l’altra, in crescendo, si manifestano gli attriti e si amplificano le incomprensioni tra la festeggiata Kristin (una Elisabetta Pozzi in gran forma), il figlio Peter (Christian La Rosa) con la bigotta fidanzata americana Trudi (Francesca Porrini), Claire (Martina Sammarco) attrice di soap opera e compagna dell’altro figlio Simon (Emiliano Masala) che, invece, per il momento si fa attendere.
Non manca all’appuntamento l’estroverso e disincantato Hugh (Giovanni Franzoni) alternativo amico gay della padrona di casa.

È tutto un susseguirsi e un accavallarsi di duelli di parole acuminate ed eleganti, di motti esilaranti e geniali («Amo Gesù perché mi rende la vita più semplice» confessa con candore solo apparente la devotissima Trudi), che catturano e premiano l’attenzione degli spettatori.

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Tra la fine del primo e secondo atto, poi, entra in scena l’atteso Simon, cupo e scostante (e ne ha ben donde, veniamo subito a sapere), e la pièce cambia bruscamente ritmo e colore, Dall’acido humour britannico, a sorpresa, si passa a una narrazione più introspettiva e “maledetta”, con accenti che richiamano alle memorie certa drammaturgia nordamericana del secolo scorso, tra la protesta sociale e il rivendicazionismo di stampo marxista di Arthur Miller e l’intellettualisno freudiano di Tennesse Williams.

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L’intensità di «Apologia», però, non viene meno fino al rassegnato finale, salutato da lunghi e convintissimi applausi finali.
Meritatissimi, aggiungo io, perché questo è il teatro. Il vero teatro. Uno spazio magico in cui davvero “succede” qualcosa, sia nell’anima dei personaggi che nelle loro azioni e reazioni. Per questa sera i più economici (ma spesso noiosi e autoreferenziali monologhi) hanno lasciato posto a qualcosa di diverso e più stimolante.
Della perfezione interpretativa di Elisabetta Pozzi, che dipinge e indossa l’ironia al limite del cinico e i malinconici rimpianti per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato di Kristin, abbiamo già detto. Bravissimi anche gli altri attori, ben centrati e calibrati sui personaggi cui offrono parla e movimento. Puntuale la regia di Andrea Chiodi, capace di mantenere il ritmo narrativo sostenuto ed equilibrato per tutta la durata dello spettacolo. Come sempre inappuntabili il lavoro-luci di Cesare Agoni. Lascio (volutamente) per ultima l’azzeccata e suggestiva scenografia di Matteo Patrucco: attraverso un pannello mobile (tra l’altro di non dispendiosa realizzazione) si riesce a ottenere un effetto interno-esterno spazio/psicologico di notevole efficacia.

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Alexi Kaye Campbell, classe 1966, britannico di origini greche, è un drammaturgo e sceneggiatore per il cinema. Le sue opere teatrali sono state oggetto di lunghe e fortunate tournée sia in patria che all’estero (America del Nord, Australia, Estremo Oriente). Nel 2009, il suo spettacolo The Pride è stato insignito del Laurence Olivier Award per l’eccezionale successo in un Affiliate Theatre.

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N.B.
Le prime quattro foto inserite a corredo di questo articolo sono opera di Luca Del Pia.

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Per fortuna certe lettere arrivano sempre a destinazione.

.Una corrispondena che arriva a destinazione

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Una figlia che ha deciso di inseguire un’avventura di violenza e di morte, aderendo all’illusione violenta e sanguinaria dell’Isis.
Un padre (teologo islamico di grande apertura mentale)che è rimasto ad aspettarla, avvertendo su di sé, giorno dopo giorno, farsi più opprimente il peso della solitudine.
Si vogliono bene, sì, ma diventa tutto più difficile, quando la lontananza, più ancora che in termini di chilometri, si misura nella intollerabile distanza ideale che separa menti e cuori. Non è che intraprendano e percorrano strade differenti, perché sono le loro stesse strade ad allontanarli progressivamente.
Al seguito dei combattenti dell’Isis, Nour si evolve, anzi si involve, in un processo di ripiegamento su se stessa reso visibile anche dal mutare del proprio abbigliamento, rigorosamente rispettoso, prima e dopo, dei dettami islamici, passando però dai colori vivaci del “prima” al tenebroso nero del “dopo”.
Nour affonda sempre più nella concezione integralista, all’inizio cercando di difendersi accettandola («Tua figlia è bella, ma solo suo marito lo sa» scrive al padre, con civetteria) dimenticando però che quel rigore è e sempre rimarrà a senso unico:  valido, cioè,  solo nei confronti delle donne. Cerca di ribellarsi, sia pure timidamente, ma con il solo risultata di essere tradita e picchiata. Assiste, impietrita, agli orrori della guerra. «Nessuna vittima è innocente» realizza con sgomento.
La ragazza comincia a essere a disagio. «Sono cresciuta in fretta, forse troppo in fretta» scrive «e adesso ho bisogno di te», ma suo padre è vittima di un’oscura malinconia, che lo abbate e lo debilita senza rimedio. Ormai sono solo i ricordi, sia pure amarissimi, il collante che tiene uniti i pezzi della vita in frantumi dell’uomo.
Inevitabilmente i nodi del destino vengono al pettine, drammaticamente:  Nour realizza la cieca ferocia del marito e dei suoi compagni e non esita a sacrificare la propria vita pur di dare una speranza alla giovanissima figlia.
«Un giorno il popolo musulmano sarà migliore» dice il padre di Nour.

Sarà solo la Storia, un giorno, a dirci se si tratti di una profezia o sia destinata a rimanere una mera speranza.

Dramma di grande intensità, recitato con la consueta maestria da Franco Branciaroli, che tratteggia con grande suggestione la figura dolente del padre. e con vivacità e freschezza dalla giovanissima Marina Occhionero, sorprendentemente sicura e padrona della scena  in relazione alla giovane età. Ben scritto e profondo il testo di Rachid Benzie, impeccabile la regia di Giorgio Sangati, scarna ma efficace la scenografia, pienamente adatte alla circostanza le musiche.
Grande consenso da parte del pubblico che si palesa con un interminabile applauso finale che richiama più volte gli attori in scena.

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Foto di Serena Pea

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (147) – Il Teatro? (Non) è un gioco da Ragazzi. O forse sì?

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Si è tenuta oggi pomeriggio, presso la Sala Giunta di Palazzo Loggia, la conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa «Facciamoci un corto» , concorso di corti teatrali pensato e organizzato dal Comune di Brescia, riservato ai giovani appassionati di drammaturgi, regia e recitazione.

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Introduce la conferenza stampa Roberta Morelli,  assessore alle politiche giovanili, tempi e orari della città e pari opportunità. L’accento è sulla volontà di rafforzare quel legame tra i giovani di Brescia e il teatro, attraverso un concorso di messa in scena di “corti (pièces di durata non superiore ai 15 minuti) che vedrà coinvolte scuole e associazioni giovanili della città. Sarà un completamente di ciò che sta facendo il CTB, avvicinando i giovani e gli studenti al Teatro, avvicinando da parte nostra il Teatro ai giovanie  agli studenti
«Non è affatto “facile” scrivere e mettere in scena un corto. Chiedendo scusa per il gioco di parole, non è esattamente quello che si dice “un gioco da ragazzi”, proprio no» provoca il Direttore Artistico del concorso, Patrizio Pacioni, precisando poi che, come nella letteratura, il saper concentrare una storia in uno spazio temporale determinato rappresenta uno dei cimenti più ardui in cui si possa cimentare uno scrittore o un drammaturgo.
Cita Hemingway, Isabella Allende, Sepulveda, che nel racconto breve hanno saputo esprimere tutte le enormi potenzialità possedute per la narrazione più a lunga gittata, auspicando che ciò, almeno in parte, possa ripetersi anche per il Teatro.
«La sfida che lanciamo ai giovani bresciani coin questo concorso è quella di riuscire a trarre  dalla quantiità abnorme e disordinate di nozioni, informazioni e teorie socio-politiche, una sintesi ragionata e, al tempo stesso, creativa e originale» .
Riprendendo le parole dell’assessore Morelli, il Direttore Gian Mario Bandera conferma e  sottolinea  l’attenzione tradizionalmente riservata dal Centro Teatrale Bresciano alle nuove generazioni, ricordandoo che, nella corrente stagione, sono poco meno di 2.000 gli studenti delle scuole cittadine che hanno assistito agli spettacoli del CTB.
«Spettatori ordinari in rappresentazioni ordinarie e non solo a essi riservate»  precisa, compiaciuto.
Il CTB mertterà a disposizione dei vincitori del Concorso, ai quali, con ogni probabilità, verrà riservato un evento ad hoc presso il Teatro Mina Mezzadri Santa Chiara, un congruo quantitativo di biglietti e abbonamenti – omaggio quali premi per i più meritevoli.

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Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Quando l’amicizia, da sola, non basta.

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.Uno curioso, l’altro più

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Uno curioso e potenzialmente trasgressivo, l’altro più pratico e attaccato alle regole. Dovrebbero fare la guardia, immobili e muti come statue, invece parlano tra loro per tutto il tempo. E, alle loro spalle, incombe il grande mausoleo Taj Mahal, ingombrante simbolo del <pitere, prima ancora che sontuoso e inimitabile monumento. Poi, come se scattasse un relè, ecco che la pièce cambia passo, acquista velocità e gronda tensione.
Si ritrovano dopo aver compiuto, insieme, un orribile carneficina: Babur, l’impulsivo, ha mozzato le mani di ventimila lavoratori che hanno contribuito alla costruzione dell’imponente Taj, e non riesce più a staccare le mani dall’impugnatura della spada; Humayun, il riflessivo, si ritrova momentaneamente accecato dal fumo delle carni bruciate degli arti mutilati che, in quella tragica catena di montaggio del terrore, è stato incaricato di cauterizzare. Tutti coloro che hanno dato vita a quella meraviglia architettonica, ha deciso l’Imperatore, non dovranno più provare a costruire un analogo capolavoro.

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È uno scenario infernale, lordato dal sangue, che, si capisce, non permetterà più ai due amici di vivere una vita normale. Inutile rifarsi al “dovere”, inutile cercare di consolarsi per le gratificazioni professionali che entrambi ricevono come compenso di quella macelleria. Qualcosa si è rotto definitiivamente sia all’interno della coppia di amici che nelle profondità dell’anima di ciascuno di loro, e le conseguenze di quella rottura saranno drammatiche.
Testo loriginale e validissimo, perfettamente reso in lettura scenica con la regia di Elio De Capitani e l’interpretazione, straordinariamente vigorosa e naturale dei giovani attori Alessandro Lussiana (abur) ed Enzo Curcurù (Humayun), sul brillante futuro professionale dei quali non è azzardato scommettere.
Sempre più valida, sempre più riuscita, sempre più intrigante nella scelta dei testi presentati, la rassegna pensata e fortemente voluta da Elisabetta Pozzi, “Teatro Aperto“: un nuovo modo di avvicinare gli spettatori al Teatro e di far conoiscere autori italiani e internazionali, testandone le opere con il concorso del parere espresso “a caldo” dagli spettatori. Gli scroscianti e ripetuti applausi che salutano la fine dell’evento testimoniano di quanto gradimento il pubblico bresciano, che per l’ennesima volta ha gremito il San Carlino fino all’ultima poltrona, manifesti anche per questa tipologia di eventi offerti dal CTB.

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GuittoMatto

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Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (144) – Un Teatro più che mai… sociale

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Si è tenuta stamattina, presso la sede del Centro Teatrale Bresciano, la conferenza stampa di presentazione della messa in scena dell’operetta «Scugnizza». L’evento è inserito nel quadro dell’annuale ricorrenza della Giornata Internazionale della Donna, organizzata e curata dai Sindacati dei Pensionati di Brescia.

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«Più che una celebrazione si da continuità all’azione di donne pensionare  che diffondono un concetto di comunità molto importante» sottolinea in sede di introduzione dell’incontro il Direttore Gian Mario Bandera.

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Antonella Gallazzi ringrazia il CTB per aver messo a disposizione il Teatro Sociale per un evento che rappresenta un momento di grande allegria per donne costrette, per motivi legati all’età e alle condizioni di salute, a trascorrere gran parte del loro tempo all’interno delle case di accoglienza e dei centri diurni.
«Per noi significa parlare alle donne, coinvolgere le donne, specie le anziane che raccontano le proprie esperienze di vita, con diritti conquistati e diritti negati, anche in campo economico, con una disce sociale dell’azione riminante differenza retributiva. Come Coordinamento Donne ci muoviamo in modo unitario dannoso alle donne un’occasio e unica di parlare e confrontarsi. Quest’anno, debbo dirlo con estremo rammarico, il principale argomento Trattato è stato quello della violenza di genere, purtroppo ancora di drammatica attualità»

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Luisa Battagliola conferma che saranno messi in scena due spettacoli, ai quali sono invitate le ospiti delle case di riposo e dei centti diurni con le loro animatrici.
«Ricordo, qualora ve ne fosse necessità, l’alto valore dell’azione delle RSA e dei centri diurni (curati soprattutto da volontari che si occupano della gestione del tempo libero degli ospiti, con spazi dedicati ad attività culturali e artistiche, a spettacoli organizzati appositamente e altre varie iniziative)» ribadisce, concludendo il suo intervento.

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Anna Delle Donne sottolinea come a questo evento sia collegata una lotteria i cui proventi andranno a diversi progetti solidali, come “Progetto Simone per Emergency”, “Adotta una mamma-salva il suo bambino”, il finanziamento di una scuola materna sita in Brasile, nei pressi di Rio de Janeiro e di altre iniziative del genere.

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Categorie: Giorni d'oggi.

Se la cintura esplosiva non fa il botto.

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È appena calato il sipario sulla “prima” di «Guerra santa», dramma scritto da Fabrizio Sinisi per la regia di Gabriele Russo, con Andrea Di Casa e Federica Rosellini.

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La trama:
È davvero un venerdì di passione, allorché una giovane donna, dopo un’assenza protrattasi sette anni, spesi a combattere nei ranghi di un gruppo estremista-fondamentalista, fa ritorno “a casa”.
Alla Casa di Dio, per la precisione, visto che la combattente si questo caso, presenta proprio nella parrocchia frequentata a lungo a suo tempo.
Una visita nel corso della quale tra la donna e un sacerdote cattolico, suo punto di riferimento nella “vita precedente”, si instaura un confronto nel corso del quale fatti drammatici vengono raccontati e motivazioni  interiori messe a nudo, mentre si allunga l’ombra di un clamoroso attentato di imminente realizzazione.

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Lo spettacolo:

L’idea messa in scena di mettere insieme e di incrociare i sei monologhi di cui è composta l’opera, in teoriapuò risultare piuttosto originale. Dal dire al fare, però, come recita la sapienza popolare, spesso c’è di mezzo il mare. Soprattutto se ci si dimentica (o volutamente s’ignora) che il teatro viene meglio quando, oltre a dire qualcosa di profondo, sul palcoscenico succede anche qualcosa di movimentato e d’interessante. Soprattutto se si sottovaluta il problema di un monologo al cospetto di un altro attore, in attesa di cominciare il suo: evidente l’imbarazzo di interpretare per interminabili minuti la parte della comparsa muta, il cui più urgente problema è rappresentato da quali espressioni scegliere per fare fronte alle elucubrazioni dell’altro e… dove tenere le mani. Soprattutto se il testo (pur di elegante scrittura, o forse proprio a causa di una fin troppo ricercata cura dello stile) sembra a volte perdere il contatto con il linguaggio reale “della gente”.
Non a caso, e su questo argomento la chiudo qui, dopo quindici minuti di sfogo della figliola non-prodiga (una Federica Rosellini tutta nervi) le prime parole pronunciate nello spettacolo dal sacerdote (Andre Di Casa) sono «Quanto tempo!». Una battuta che, agli spettatori più attenti appare una di quelle coincidenze per così dire “rivelatrici”.

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Per il resto, gli argomenti toccati nella pièce sono importanti e numerosi. Talmente numerosi che non c’è materialmente il tempo di approfondirli tutti, ma solo di tratteggiarli con frasi a effetto, nel creare le quali, bisogna riconoscerlo, Sinisi (che della parola è un profondo conoscitore e un abile giocoliere) non incontra alcun problema.
Libero arbitrio: «Chi resta (in caso di abbandono) non ha scelta»;
Necessità di affrontare la vita con determinazione e slancio: «Non possiamo sempre rifugiarci nel non dire e nel non fare»
Attivismo morale e spirito missionario: «Il vero peccato consiste nel non fare il bene»
Sofferenza come strumento di crescita spirituale interiore: «Se non si conosce l’amore è perché non si è sperimentata la disperazione»
Valori assoluti a confronto: «L’Amore ci libera e ci eleva, la Verità ci rende cattivi e miserabili»
Per finire con un rovesciamento biblico (evocato proprio dal sacerdote) a coronamento  e contrappunto di una specie di vivisezione del cristianesimo usata dalla terrorista come una clava: «Le colpe dei figli ricadono sui padri»

Insomma, si tratta di un’occasione persa o, perlomeno, non colta in tutta la sua potenzialità, con un testo dotto ma statico che anche il regista, palesemente, trova difficoltà a rendere per quanto possibile commestibile (in questo non aiutato dalla non meravigliosa acustica del Santa Chiara) anche per la parte meno acculturata del pubblico.
Da parte mia, sono disposto a scommettere qualsiasi cifra che la prossima prova sarà senz’altro migliore: di talento  ce n’è tanto, di anni di luminosa carriera ancora da percorrere, anche.

Le foto inserite a corredo di questo articolo sono di Umberto Favretto.


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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (143) – Una guerra non è mai santa, ma.

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Conferenza stampa per la presentazione del dramma Guerra santa scritto da Fabrizio Sinisi per la regia di Gabriele Russo, con Andrea Di Casa e Federica Rosellini, in scena al teatro Santa Chiara Mina Mezzadri dal 5 al 10 marzo.

Gian Mario Bandera introduce l’incontro sottolineando  quanto sia importante, per il Teatro e per la società, che un certo tipo di riflessioni, capaci di comprendere il personale e il sociale, ricomincino a circolare. «Mi sento di affermare che Guerra santa è appunto uno di quegli spettacoli nei quali è presente ed emerge quella sintonia con la contemporaneità che normalmente è difficile riscontrare». 

«In qualità di membro del consiglio di amministrazione, mi fa molto piacere sottolineare la lungimiranza della scelta effettuata dal CTB puntando su un giovane talento scelto, dopo attenta selezione, tra tanti altri giovani emergenti presi in considerazione per la posizione di “drammaturgo di casa”’» dice Patrizia Vastapane. «Anche perché averlo con noi vuol dire… sottrarlo ad altri teatri concorrenti» .
Conclude poi il suo intervento ricordando che, per allestire lo spettacolo inserito nella rassegna Brescia Contemporanea, il Centro Teatrale Bresciano si è avvalso del contributo di Cariplo e ASM

«Cominciamo dal termine guerra santa o jihad, che arriva a noi occidentali in modo allarmante e allarmato. In realtà, nell’accezione originale e autentica, esso rappresenta l’indicazione di un conflitto intimo di continua sfida con se stesso e di crescita» esordisce Fabrizio Sinisi.
«L’opera è strutturata in una serie di flussi di parole e concetti definitivi e al di fuori di ogni convenzione: qualcosa che non può accadere nella realtà, ma si può verificare, invece, in Teatro.
Quanto alla origine e alla genesi del testo, Sinisi spiega che la stesura del dramma è cominciata solo dopo un approfondito lavoro di documentazione sul terrorismo e, in particolare, sul fenomeno dei “foreign fighter”, la maggior parte dei quali risultano essere molto giovani. «Da lì partì l’intuizione di interpretare il fenomeno alla luce di quel pilastro di analisi conosciuto come “uccisione del padre”, interpretandolo come la reazione impulsiva e violenta di una generazione affamata di risposte che non riceve riscontri o che, per lo meno, quei pochi che vengono forniti dal “Potere”,  li reputa sbagliati».
«Ciò che notai immediatamente fu la sua capacità di calarsi nella realtà senza perdere di vista i più importanti e suggestivi archetipi. Quanto al testo portato in scena, al suo interno sussistono e convivono diversi livelli di narrazione. Il primo è la rottura del rapporto tra padre e figlia, con la fuga di quest’ultima, il ritorno dopo un’esperienza di guerra, e il confronto finale, risolutivo quanto drammatico. Il secondo il racconto dell’infrangersi dell’innocenza, a testimonianza di come alcuni episodi vissuti in gioventù, anche se in apparenza insignificanti, possano cambiare o addirittura stravolgere una intera esistenza. il terzo la metafora del terrorismo come salvagente di tanti giovani alla ricerca di un ideale, smarriti nel caos di un occidente con proposte caotiche, frammentarie e spesso discordanti». Conclude il suo intervento sottolineando come il suo modo di fare regia contempli un articolato e rispettoso percorso di conoscenza e approfondimento del testo che va trattato senza “vestirlo” troppo” e di quanto sia importante lavorare con cura con (e insieme a)gli attori. «Entrambe le cose, peraltro, sono molto difficile quando ci si cimenta con un testo come quello di Sinisi, continuamente cangiante, come un organismo vivente, e, quindi, spiazzante per chi lo interpreta.

«Sinisi lo conobbi in occasione di un rassegna di interpretazioni shakespeariane da parte di giovani drammaturghi, in cui mi colpì con il suo Giulio Cesare» ricorda il regista Gabriele Russo
«Ciò che notai immediatamente fu la sua capacità di calarsi nella realtà senza perdere di vista i più importanti e suggestivi archetipi. Quanto al testo portato in scena, al suo interno sussistono e convivono diversi livelli di narrazione. Il primo è la rottura del rapporto tra padre e figlia, con la fuga di quest’ultima, il ritorno dopo un’esperienza di guerra, e il confronto finale, risolutivo quanto drammatico. Il secondo il racconto dell’infrangersi dell’innocenza, a testimonianza di come alcuni episodi vissuti in gioventù, anche se in apparenza insignificanti, possano cambiare o addirittura stravolgere una intera esistenza. il terzo la metafora del terrorismo come salvagente di tanti giovani alla ricerca di un ideale, smarriti nel caos di un occidente con proposte caotiche, frammentarie e spesso discordanti». Conclude il suo intervento sottolineando come il suo modo di fare regia contempli un articolato e rispettoso percorso di conoscenza e approfondimento del testo che va trattato senza “vestirlo” troppo” e di quanto sia importante lavorare con cura con (e insieme a)gli attori. «Entrambe le cose, peraltro, sono molto difficile quando ci si cimenta con un testo come quello di Sinisi, continuamente cangiante, come un organismo vivente, e, quindi, spiazzante per chi lo interpreta.

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L’ultima parola, com’è giusto che sia, va ai due interpreti.

«Fra me e Federica si è stabilita immediatamente una sintonia comunicativa. Per quanto riguarda il dramma, suggestivamente instabile e fragile nel percorso narrativo, sia uno di quelli che andrebbero visti più volte, perché ogni volta che vengono rappresentati si rivelano un viaggio diverso» rivela Andrea Di Casa.

«Si tratta di un testo che sembra puntare all’assoluto, ma lo fa attraverso creature assolutamente imperfette: è anche per questo che l’ho subito amato» è il suggello finale di Federica Rosellini.

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Categorie: Teatro & Arte varia.