Brescia, Città del Teatro (3) – Chiara Pizzatti: una schiacciata in palcoscenico

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Alterna il Teatro con il campo da volley (o viceversa), sempre impegnata a esprimersi al meglio, attraverso quel controllo del corpo e della mente che, in entrambe le attività, rappresenta il massimo fattore di successo.

Insomma, se qualcuno volesse davvero tirare un tiro mancino a Chiara Pizzatti , la metterebbe davanti all’obbligo di scegliere tra lo sport e la recitazione.

Non occupandomi né di pallavolo, né di altre discipline agonistiche che contemplino o meno l’utilizzo giocoso di una palla, è proprio sull’amato Teatro che le ho posto qualche domanda. Anche se, come avrete modo di vedere, in qualche modo anche il volley si è infiltrato lo stesso nella nostra conversazione…

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Via, si parte con l’intervista.

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Laureata alla Stars (il DAMS dell’Università Cattolica), molteplici esperienze, in ruoli diversi, con il CTB («Mytos», «Macelleria messicana», «Oh che bella guerra») e un ormai consolidato rapporto di collaborazione con il CUT (Centro Universitario Teatrale). Quanto lo ami, il Teatro? E quando e come è scatta la molla che ti ha portato a metterti alla prova sul palcoscenico?

Ho iniziato ad approcciarmi al teatro nei primi anni di liceo, grazie ad un laboratorio che offriva la mia scuola. Con gli anni la passione è cresciuta, assieme alla mia voglia di mettermi in gioco sempre di più. Il vero “colpo di fulmine”, tuttavia, è scattato durante la mia esperienza presso il CTB: poter vivere la realtà di un teatro stabile affiancando professionisti di altissimo livello mi ha fatta innamorare del tutto!

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Negli ultimi anni Brescia si sta rivelando, sempre più, una città assai ricettiva, sia al di qua che al di là del sipario, per quanto riguarda la pratica teatrale. Cosa pensi sarebbe possibile fare per favorire ancora di più questa crescita?

Credo che l’ideale sia partire proprio dalle scuole, far conoscere meglio il teatro ai giovani e giovanissimi, non solo come passivi spettatori ma anche e soprattutto come attori. Incentivare insomma la pratica teatrale tra studenti e docenti, far scoprire ai ragazzi il mondo teatrale che ad alcuni sembra così strano e così lontano…fargli capire tutto il fascino che questo mondo meraviglioso possiede e può trasmettere.

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Quali sono le tue personali “modalità d’ingaggio” nella scelta dei ruoli che ti viene richiesto d’interpretare? Quali le motivazioni che ti inducono ad accettare o a rifiutare una “parte”?

Mi ritengo una persona abbastanza versatile e di conseguenza non mi è mai capitato di rifiutare un ruolo. Sicuramente ci sono personaggi e testi con i quali mi sento più a mio agio, ma a mio avviso un attore deve poter essere in grado di affrontare qualsiasi tipo di ruolo (o quasi). Più una “parte” è lontana da noi, più interessante sarà la sfida…mettersi in gioco significa questo.

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Tra i vari “generi” che contraddistinguono la moderna drammaturgia, ce n’è uno per il quale ti senti più predisposta? E se la tua risposta è positiva, perché?

Come per i ruoli, anche per i generi non mi piace fare preferenze, anche se, da brava filologa, nutro una grandissima passione per la Commedia dell’Arte (che di moderno ha però ben poco…). Tutti i generi teatrali hanno qualcosa da raccontare e da trasmettere, credo che sia questo ciò che conta.

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C’è, nel panorama teatrale italiano, un’attrice alla quale, più che alle altre ti senti vicina e che ti ispira particolarmente nel tuo processo di crescita personale?

Nutro una grande ammirazione per la bravissima Elena Bucci. Ho avuto l’enorme fortuna di lavorare come assistente alla regia per lei e Marco Sgrosso: è un’attrice strepitosa, ma anche un’impareggiabile regista, è in grado di occuparsi di qualsiasi aspetto della messinscena, dalle musiche alle luci ai costumi, al testo…insomma, è una donna dalle infinite risorse e con un’energia incredibile. Non credo ce ne siano molte come lei nel panorama italiano… è sempre stata una fonte di ispirazione per la mia “vita teatrale”.

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Accanto a quella per la recitazione, so che nutri anche una forte passione sportiva. Ne vuoi parlare?

Ho sempre giocato a pallavolo e negli ultimi anni ho iniziato ad allenarmi anche a beach volley: è una passione che ha sempre affiancato quella per il teatro. Di fatto, lo sport e la recitazione hanno moltissime cose in comune, come la necessità di mantenere la concentrazione, di essere “sciolti” fisicamente e mentalmente e soprattutto il dover fare tanto allenamento…Da qualche anno sono anche diventata arbitro federale di pallavolo. È un mondo appassionante e voglio continuare a farne parte…finché il fisico regge!

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Cosa c’è nel prossimo futuro artistico di Chiara Pizzatti? E in quello più lontano? Puoi esprimere un desiderio, se vuoi…

Spero di continuare a poter collaborare con il Centro Universitario Teatrale, auspicandomi che possa diventare una realtà sempre più conosciuta e in crescita; allo stesso modo mi auguro di poter lavorare ancora con Maria Angela Sagona, una cara amica attrice e scrittrice con la quale ho trovato una grande sinergia artistica. Nel futuro più lontano c’è sicuramente una laurea: dopo la magistrale in filologia mi sono iscritta a psicologia e sono tuttora al terzo anno. Amo studiare e spero di non smettere mai! Di desideri ne ho tanti…ma li tengo per me, altrimenti rischiano di non avverarsi 😊

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Sì, chiudo così questo articolo: con uno dei sorrisi più belli dei bei sorrisi di Chiara Pizzatti e con una indiscreta anteprima: a primavera, insieme a Massimo Pedrotti,  con la regia di Mario Mirelli, Chiara vestirà i panni di un’onirica Marzia Savio, in una drammatica “proiezione” ai giorni d’oggi della sfortunata bambina che, nell’ormai lontano 1982,  fu rapita e uccisa in quel di Rivoltella del Garda.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

«La verità nell’ombra»… torna alla luce!

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Andò in scena per la prima volta tre anni e mezzo orsono, al Teatro Sociale di Brescia, nel (prestigioso) ambito del cartellone del C.T.B. (Centro Teatrale Bresciano) della stagione 2014/2015.

«La verità nell’ombra» è un dramma scritto da Patrizio Pacioni che, basato sullo studio di migliaia di pagine dei faldoni relativi agli atti del processo di Corte d’Assise che si tenne a Viterbo tra il 1950 e il 1952, analizza in ogni suo risvolto la vicenda del massacro di Portella dell Ginestra, arrivando alla formulazione di ipotesi non convenzionali in merito al reale dipanarsi della vicenda.

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Il primo maggio del 1947, in occasione di un comizio indetto dai sindacati per celebrare la ricorrenza della Festa dei Lavoratori,  il bandito Salvatore Giuliano e i suoi aprirono il fuoco dalle alture più prossime alla spianata, causando una carneficina che provocò undici vittime e un gran numero di feriti.

Un atto vile, un massacro proditorio ed efferato che rappresentò il primo colpo sferrato da una certa eversione resistente a ogni rivendicazione democratica e civile e a ogni cambiamento a turbare un sistema di Potere restio a cedere il passo, in quella che -a pieno titolo- può definirsi la prima strage di Stato dell’allora giovane Repubblica Italiana.

Un’opera complessa nella quale il drammaturgo riesce a dosare perfettamente l’impegno e la denuncia civile, la rigorosa ricostruzione storica del dibattito processuale e dei fatti e un’appassionante vivacità e drammaticità narrativa.

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«Il prestigioso riconoscimento ricevuto dall’Accademia il Convivio in questa edizione della sezione “edito” del Premio teatrale “Angelo Musco”mi spinge a riprendere in mano il lavoro»  dichiara il drammaturgo.

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«La prima versione andata in scena per opera della Compagnia Stabile Assai» per la regia di Francesco Cinquemani, infatti, prevedeva l’impiego di un numero di attori e musicisti  (circa 20 – ndr) che l’attuale scenario economico in cui si muovono i teatri italiani, diventa praticamente proibitivo».

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L’idea, mi è parso di capire. è quella di rimettere mano al dramma, riarticolando il testo in modo di ridurre significativamente il numero degli interpreti, così come è già stato fatto con gli altri due drammi “corali” rappresentati dalla Compagnia Stabile Assai: «Diciannove + Uno» (già portato in scena dalla Compagnia Lanterna Teatrale di Carlo Hasan) e «Borsellino e l’Olifante» (l’anno prossimo in scena per opera della Compagnia Le Ombre di Platone.

Alla fine della consegna del premio e del conseguente intervento al cospetto del pubblico che gremiva la sala conferenze dela Caesar Palace Hotel di Giardini di Naxos, Patrizio Pacioni ha voluto accanto a sé anche l’amico Salvatore Buccafusca, attore, scrittore, e drammaturgo (coautore con lui di «Sua Eccellenza è servita» – nel prossimo gennaio in programmazione a Palermo) che nella messa in scena della prima edizione di «La verità nell’ombra» si occupò (insieme ad Antonio Turco) di perfezionare la riduzione teatrale.

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Ricordiamo, per concludere, che dall’opera è stato tratto l’omonimo libro, acquistabile velocemente n line a questo link:

https://www.ibs.it/verita-nell-ombra-libro-patrizio-pacioni/e/9788890876646?lgw_code=1122-B9788890876646&gclid=CjwKCAjwyOreBRAYEiwAR2mSkh2ujHi6xgoFbKQONwLSf0JDkNjXhegPmYsnTinkHaGNoiBtT12LqhoCPO4QAvD_BwE

oppure direttamente sul sito della Casa Editrice Serena.

 

 

   GuittoMatto 

Categorie: Teatro & Arte varia.

Quella buon’anima di Bertolt, ovvero la disfatta del buonismo, ma anche no

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(vds. precedente articolo del 19 ottobre 2018 in argomento: https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-132-il-nuovo-cartellone-del-ctb-parte-dalla-cina-di-brecht/)

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L’opera:

«L’anima buona del Sezuan» è una dei più esemplari lavori di Bertolt Brecht. Opera di natura didascalica dal testo piuttosto semplice, tratta della separazione (e al tempo stesso dell’estrema prossimità) che caratterizzano il Bene e il Male, mettendo in grado lo spettatore di individuare e interiorizzare con facilità le contrapposte posizioni e, quindi, di immedesimarsi nei personaggi che agiscono sulla scena. Fino a rendersi conto di come, con significativa frequenza, la distinzione non sia così chiara, né  percepibile con immediatezza e con certezza: in ciascun essere umano Bene e Male, infatti, possono coesistere, dando luogo a uno sdoppiamento di personalità che, per essere gestito al meglio, dev’essere oggetto di osservazione e di analisi.

Quelle che scendono dal cielo nel Sezuan, alla ricerca di “un’anima buona”, sono divinità dall’indole semplice, sostanzialmente ingenue, orientate a individuare le qualità positive degli uomini, il che è in contrasto non solo con gli abitanti della regione, ma anche di tutto il genere umano,abile soprattutto nell’arte di dissimulare e falsificare fatti e idee. Quando si rendono conto di quanto sia difficile anche per gli dei separare le spighe dalla gramigna, ovvero riconoscere la genuinità dei buoni sentimenti degli uni, in contrasto con l’inganno e la malvagità degli altri, Ecco che, grazie all’interessamento di un volonteroso acquaiolo, si trovano a essere ospitati nella dimora di una prostituta resa disponibile dalla professione esercitata ad accogliere le istanze e a soddisfare le esigenze di chi le si rivolge.

Da qui partono le vicende della “anima buona” di Shen-Te (questo il nome della generosa prostituta) che, ricompensata con una cospicua somma di denaro (mille dollari d’argento) da parte degli dei riconoscenti, si trova subito a fare i conti con l’avidità di chi (come il furbo pretendente Sun e gli avidi vicini) cerca in qualche modo di carpirle la piccola ricchezza di cui è venuta in possesso. Per difendersi nel migliore dei  modi, però, neanche a dirlo, è costretta anch’essa a ricorrere al raggiro e alla menzogna, inventandosi un non meglio identificato cugino dall’indole dura e autoritaria quanto basta e sdoppiandosi in lui.

Utilizzare l’arma dell’inganno è tutt’altro che facile, peraltro, per chi, come Shen-Te, non è abituata a servirsene abitualmente: la malcapitata prostituta dovrà subire pressioni e accuse di ogni tipo, dalle quali, per quanto inverosimili, alla fine, solo l’intervento degli dei potrà preservarla. Pur avendo ricevuto Shen-Te un’adeguata ricompensa per la propria onestà, tuttavia, l’ipocrisia, la mancanza di scrupoli, la doppiezza d’animo da cui viene circondata, però, lasciano in lei un profondo segno.  Una volta che gli dei si saranno congedati, (liberi almeno loro e beati loro, di tornarsene in cielo, nella loro beata irrealtà) la donna si troverà a riflettere amaramente su quanto possa risultare difficile e pericolosa la vita per chi, in questo mondo, manifesta e pratica troppo la bontà.

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(foto di Marco Caselli Nirmal) 

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La rappresentazione:

«L’anima buona del Sezuan», scritta tra il 1938 e il 1940, andò in scena per la prima volta a Zurigo in piena seconda guerra mondiale, nel 1943. In Italia è stata rappresentata più volte. Ricordiamo, tra tutte, la versione andata in scena nella stagione 57/58 al Piccolo di Milano (per la regia di Giorgio Strehler) con Paola Borboni, Ottavio Fanfani, Valentina Fortunato, Gabriella Giacobbe, Franco Graziosi, Andrea Matteuzzi, Marcello Moretti, Cesare Polacco, Relda Ridoni, Enzo Tarascio.

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(foto di Marco Caselli Nirmal) 

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Della trama avete letto, sommariamente, più sopra, ma si tratta di una di quelle storie che, raccontate da mille persone, per loro natura vengono interpretate e, quindi narrate, in modo diverso. Quindi, questa recensione non ne tratterà oltre, e il sottoscritto vi parlerà di ciò che ha appena visto al Teatro Sociale in modo (volutamente) farraginoso e confuso, perché più di mille sono le considerazioni e le sollecitazioni che questa complessa pièce è riuscita a suscitare, quindi sarà meglio che ve la facciate andare bene così.

Si comincia con una schiera di quei tipici cappelli di paglia cinesi, a forma di cono, ed è il primo trucco, perché, in realtà, in Sezuan di cinese c’è poco o niente. Le bellissime maschere (opera di Stefano Perocco Di Meduna) indossate da tutti gli interpreti (perfettamente in linea con il “tema” scelto per questa stagione artistica dal centro Teatrale Bresciano, infatti, richiamano nella sostanza più  quelle da teatro greco, le movenze degli attori si rifanno, senza possibilità di equivoco, a quelle della Commedia dell’Arte.

C’è un deciso cambiamento  di velocità (voluta? inconsapevole? un pregio? un difetto? ogni spettatore lo giudichi a suo piacimento) tra i due tempi in cui si divide lo spettacolo.

Il primo più lento, in cui la costruzione scenico-narrativa è fedele a un certo stile tipico di quella che, tra le due guerre, si definiva avanguardia e che in Germania, appunto, aveva la massima espressione. In questa parte sembra farla da padrone un chiacchierio collettivo in mezzo al quale proprio gli Dei scesi dal cielo, gli Illuminati (i rappresentanti del potere politico?) sembrano essere, paradossalmente, i più confusi e inconsapevoli di tutti; una suggestiva replica (altro collegamento con l’attualità!) di quel dibattito scarmigliato e fanfarone, maleducato e volgarmente aggressivo, che caratterizza, in questi ultimi e tristi anni, il confronto politico in Italia. Un Paese in cui, come nel Sezuan, la disperazione dei poveri e degli umili spinge molti a credere più nella forza brutale della denuncia e di una rivendicazione massimalista e spesso acritica, che non nella possibilità di una correzione e di un progresso ragionato, ordinato e concordato. Un Paese (per dirla con uno dei protagonisti della pièce, che si riferisce più genericamente al mondo), in cui «i buoni non possono esistere», in cui soltanto pochi eletti  sono capaci di perseguire quell’utopia di alto livello che «fa desiderare di bere proprio quell’acqua che nessuno vuole quando piove» e ha il sopravvento «l’omertà di chi vede ma non testimonia». Un Paese , per dirla proprio tutta, che fa esclamare esasperati «Ma che Città è questa?».

Poi, dopo l’intervallo, ecco l’improvvisa accelerazione: gli attori si presentano coperti da un velo, che al tempo stesso li unisce e li confonde, in attesa che (non) parta quell’aereo per Pechino, a metà strada tra le ingannevoli suggestioni della tecnocrazia e le atmosfere straniate di «Aspettando Godot».

Poi i soldi, cifre che ballano: 200, 500, 1000 dollari d’argento tra elargizioni liberali e spese più o meno necessarie, tra debiti e crediti. E più si citano e si precisano i numeri (così come le statistiche e i sondaggi che imperversano sui media), più si perde il contatto con il reale valore del denaro e  delle cose. Il Sezuan,  è guasto, ma non può essere sufficiente il “buonismo” della candida quanto prodiga prostituta Shen-Te, perché per salvare “il negozio”, ovvero la struttura economica del Paese, non basta distribuire sovvenzioni e contributi, ma ci vuole la rigidità dell’alter ego “autoritario”, lo spietato cugino Shu-Ta, e dei suoi nuovi servi; neofiti ancora più reazionari e repressivi del padrone, come mostra efficacemente la bizzarra catena di montaggio azionata in palcoscenico che non può non richiamare la «Tempi moderni» chapliniana. Una soluzione estrema e crudele che però, se non altro, almeno favorisce la creazione di nuovi posti di lavoro. E con i poveri che affluiscono nella regione, alla ricerca di sostentamento? In questa atmosfera ia con i respingimenti, naturalmente.

Così, inevitabilmente, si dipinge un quadro fosco, specchio dei tempi, in cui una madre è costretta a dire al proprio figlio, ancora prima che nasca, che «si dovrà abituare a camminare a testa bassa».

Insomma, ogni soluzione ha due facce, la buona e la cattiva, ma non serve tirare a sorte: ogni scelta nella vita, come nella politica e nell’economia, dev’essere comunque ragionata e consapevole, ma non è detto che, anche così, sia sempre la migliore.

Della disarmonia tra primo e secondo tempo si è già detto, puntuale e fantasiosa la regia, bravissimi attori (Elena Bucci e Marco Sgrosso primi tra tutti) e musicanti, pressoché perfette le scenografie, le musiche, le coreografie.

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E l’applauso finale dimostra che il pubblico bresciano apprezza.

 

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(dalla Rete)

Bertolt Brecht nasce da famiglia borghese. Dopo aver conseguito la maturità liceale si iscrive all’università di Monaco, città in cui compie le prime esperienze teatrali esibendosi come autore-attore.
Il momento cruciale della sua maturazione avviene quando, dopo il 1924, si trasferisce a Berlino e viene a contatto con gruppi artistici di avanguardia e si dedica allo studio del marxismo. Con l’avvento del nazismo nel 1933 deve lasciare la Germania perché considerato oppositore del regime per la sua opera e la sua ideologia. Dopo aver vissuto in vari paesi europei si stabilisce negli Stati Uniti. Passata la guerra, sospettato di attività antiamericane, torna in Europa e si stabilisce a Berlino Est dove fonda la compagnia teatrale Berliner Ensamble che dirige fino alla morte. Brecht è noto in tutto il mondo soprattutto per la sua attività di drammaturgo.
Tra le sue opere ricordiamo: «L’opera da tre soldi» (1928), «Vita di Galilei» (in tre versioni: 1937-39, 1945-46, 1953-55), «Madre Coraggio e i suoi figli » (1939), «Il cerchio di gesso del Caucaso» (1944).
Bertolt Brecht nelle sue poesie critica la società borghese e le sue contraddizioni e ne condanna la falsità morale e la logica del profitto. La sua è una poesia di intento didascalico che propone volti a costruire una società più giusta.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (132) – Il nuovo cartellone del CTB parte dalla Cina… di Brecht

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Apre la conferenza stampa Luigi Mahony, componente del Cda del Centro Teatrale Bresciano, ricordando che nella presente stagione, mantenendo un elevato standard qualitativo,  è stato conseguito il record di ben cinquanta spettacoli e che la campagna-abbonamenti sta procedendo nel migliore dei modi.

«L’anima buona del Sezuan» di Bertolt Brecht fu messo in scena per la prima volta nel 1943, in piena seconda guerra mondiale, a Zurigo, dove il grande drammaturgo si era rifugiato per sfuggire alla persecuzione politica nazista. Si tratta di uno spettacolo articolato e  variegato, prodotto in collaborazione con l’ERT Emilia Romagna Teatro, in cui alla recitazione si uniscono musica e danza» aggiunge, prima di passare la parola al Direttore Artistico.

Gian Mario Bandera, prima di ogni altra considerazione, esprime il proprio ringraziamento per Elena Bucci e Marco Sgrosso, con i quali, ci tiene a sottolineare «intrattengo, oltre a una collaborazione artistica proficua e ormai consolidata, una sincera amicizia di lunga data». Aggiungendo poi che «la storia della loro compagnia, Le Belle Bandiere, dice di come siano riusciti a fissare uno stabile punto di riferimento per il movimento teatrale italiano».

Conclude il suo intervento ricordando che si terranno in città tre eventi legati alla messa in scena de L’anima buona del Sezuan: all’appuntamento fissato giovedì 25 presso l’Aula Magna Tovini dell’Università Cattolica per il ciclo di conferenze “Letteratura & Teatro 2018”, si aggiungono infatti l’incontro con il duo Bucci/Sgrosso al cinema Nuovo Eden di sabato 27 e il “pomeriggio al CTB di lunedì 29 presso il salone storico della Biblioteca Queriniana.

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«Siamo particolarmente emozionati nell”affrontare lavori di questa importanza e di questo spessore culturale» è l’esordio di Elena Bucci.

«Ogni “prima” con il CTB è il realizzarsi di un sogno in cui anche le imprese più ardue si fanno facili. In un momento di difficoltà  come quello che sta affrontando il nostro Paese (che non può non riverberarsi anche sulle attività artistiche) è importante non chinare mai la testa e rassegnarsi. Così, andando controcorrente, abbiamo osato allestire un lavoro con nove attori in scena e un musicista che suona dal vivo».

Si sofferma poi sull’impegno sostenuto anche nell’approntare le scenografie che ricreano il suggestivo ambiente di Sezuan, città composita, collocata in Cina ma non esente da suggestioni di altri paesi, anche remoti.

«Abbiamo scelto strutture non statiche e soffocanti ma mobili, in grado di stimolare (e divertire) gli attori. A ciò abbiamo aggiunto (proseguendo un processo che già da tempo abbiamo in corso) un importante lavoro sulle maschere, assecondando tutte le contaminazioni care a Brecht, e aggiungendo a esse tutti quegli accostamenti che abbiamo ritenuti opportuni o solo funzionali».

Osserva come il grande drammaturgo tedesco (da molti –a torto- giudicato ormai superato se non anche noioso) rappresenti invece ancora uno dei pilastri del teatro mondiale, che va opportunamente riletto e reinterpretato.

«In questo caso», conclude la Bucci,  «il tema su cui si fissa la sua (e la nostra) attenzione è quello eterno e forse irrisolvibile di dove finisca il bene che si deve provare per gli altri e cominci quello per se stessi. Per quanto riguarda il finale, ci siamo orientati (senza in nulla stravolgere lo spirito dell’opera) su messaggio che apre alla speranza».

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«Brecht è  un  autore difficile ma necessario» chiosa Marco Sgrosso.

«In questa opera si compie un singolare lavoro sullo sdoppiamento, con una originalissima commistione, cui già ha fatto cenno Elena parlando dell’allestimento scenografico,  di oriente e occidente, di ricchi e di poveri resi avidi e malvagi dalle condizioni di abbrutimento in cui sono costretti a vivere»

Ancora una citazione: «Nell’uomo esiste l’anima buona e l’anima cattiva, e sono entrambe necessarie»  prima di ribadire, come ha fatto poco prima la Bucci che «il finale di speranza trova attualità e necessità in un Paese come il nostro dove, purtroppo, in questi ultimi tempi sembra vigere e vincere l’incitamento all’odio».

Per ricordare, in conclusione d’intervento, che le musiche sono state scritte da Christian Ravaglioli e, quanto alla danza, si tratta a suo avviso di un movimento suggerito dall’uso delle maschere che più correttamente definirebbe un “recitare cantato”.

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Foto di gruppo del cast, di buon auspicio, poi l’appuntamento , per tutti gli amanti del buon Teatro, vecchi e nuovi, è fissato al prossimo da martedì sera al 4 novembre al Sociale.

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di Bertolt Brecht
traduzione di Roberto Menin
progetto, elaborazione drammaturgica Elena Bucci, Marco Sgrosso
regia di Elena Bucci con la collaborazione di Marco Sgrosso
con Elena Bucci, Marco Sgrosso
Maurizio Cardillo, Andrea De Luca, Nicoletta Fabbri, Federico Manfredi, Francesca Pica, Valerio Pietrovita, Marta Pizzigallo

disegno luci Loredana Oddone
cura e drammaturgia del suono Raffaele Bassetti
musiche originali eseguite dal vivo Christian Ravaglioli
macchinismo e direzione di scena Viviana Rella
supervisione ai costumi Ursula Patzak in collaborazione con Elena Bucci
scene e maschere Stefano Perocco Di Meduna
assistenti alla regia Beatrice Moncada, Barbara Roganti
collaborazione artistica Le Belle Bandiere

produzione Ctb Centro Teatrale Bresciano / Ert Emilia Romagna Teatro

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   Bonera.2

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Brescia, Città del Teatro (1) – Mario Mirelli, in bilico tra recitazione e regia

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Del movimento teatrale bresciano il prestigioso CTB è la punta dell’iceberg, ma sotto la superficie c’è anche molto altro.

Da qualche anno a questa parte (e si tratta di un trend in continuo crescendo) nella città della Leonessa sia la fruizione da parte del pubblico che la pratica attoriale si vanno diffondendo con grande vivacità e consolidando nel tessuto culturale e sociale.

Per analizzare più da vicino e più in concreto questo singolare fenomeno, parte con questo post una serie di interviste a chi nel Teatro, a diverso titolo, si muove e opera.

Cominciamo da Mario Mirelli, napoletano di nascita, a Brescia da trentacinque anni, impegnato nel duplice ruolo di insegnante e di attore e regista, lampante esempio di come, nella stessa persona, possano unirsi e felicemente convivere la fantasia solare del meridione e la razionale, concreta e meticolosa applicazione che, dicono, sia tra le attitudini più rimarchevoli dei nativi del bresciano.

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Mario Mirelli e il Teatro, in una lunga e appassionata “relazione complicata”, come alcuni sono soliti scrivere su Facebook. Più attore o più regista?

La dimensione attoriale è senza dubbio quella che mi è congeniale.  Mi sono avvicinato al teatro perché sentivo che dominare lo spazio scenico, diventare altro da me stesso per un’ora o due, era una magia che non potevo vivere in altro modo. Le esperienze registiche sono un di più che faccio con passione e dedizione ma che non cerco ad ogni costo.

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Nella tua storia artistica ti sei sovente ritrovato a rielaborare e rappresentare in teatro testi di autori per così dire “individualisti”, come Giorgio Gaber. Cosa ha dettato questa scelta?

Non credo che Gaber fosse un individualista, nel senso di chi mette in secondo piano la collettività rispetto all’individuo. In fondo era lui che diceva  “la libertà è partecipazione”, no? Piuttosto Gaber era convinto, come lo sono io, che c’è bisogno di rifondare la nostra società con un “umanesimo nuovo”  che riparta dall’individuo come persona. Per rispondere alla tua domanda, posso dirti che il fatto che il teatro non sia il mio lavoro principale mi regala un vantaggio: posso raccontare nei miei spettacoli ciò che mi va senza dover a tutti i costi seguire, per così dire, le richieste del mercato. Qualche anno fa, ad esempio, avevo appena finito di lavorare a spettacoli molto intensi ed impegnativi  e sentivo l’esigenza di dedicarmi a qualcosa di più leggero e divertente. Decisi di mettere in scena, adattandolo per il teatro, un testo di Maurizio De Giovanni: “Juve – Napoli 1-3“. Sentire il pubblico bresciano applaudire ad una sconfitta della Juve fu un’esperienza impagabile!

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E, ancora parlando di testi, qual è il tuo approccio alla drammaturgia da portare in scena?

La mia formazione teatrale risente molto del teatro antropologico, di conseguenza prima del testo per me c’è sempre l’attore, il suo modo di essere e di sentire, la sua esperienza nella vita e sul palcoscenico. Con il testo ho un rapporto di odio amore. Cerco di comprendere le motivazioni e il modo di vedere dell’autore, poi dilato gli aspetti che mi interessano di più, sorvolo su altri…insomma metto molto di me stesso nel lavoro, ma senza snaturare il testo. In fase di costruzione della messa in scena, do anche molta attenzione agli attori, al loro modo di sentire personaggi e situazioni.

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Qual è, in assoluto, il testo che, fino a questo momento, ti ha dato più soddisfazione portare in teatro, e perché?

Sicuramente l’adattamento di un bellissimo racconto di Erri De Luca: “Montedidio“. Quando lessi quel libro, una decina di anni fa, fu un colpo di fulmine: non avevo ancora letto l’ultima pagina che già avevo deciso di portarlo in scena. Eppure l’impresa non era priva di difficoltà, dovevo raccontare una storia dal punto di vista di un tredicenne e restare credibile. Una scommessa che credo d’aver vinto, almeno a giudicare dalle reazioni del pubblico.Perché “Montedidio“?  Perchè nella storia di quel ciabattino, che custodisce nella gobba un paio d’ali che gli serviranno per compiere il suo ultimo viaggio verso la Terra Promessa,  c’è tutto: mia madre, mio padre, la mia infanzia, i miei ricordi, Napoli, la vita, il sangue, il sesso, la morte, l’emancipazione…un racconto straordinario che ho interpretato con tutto me stesso.

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Alla luce dell’impegno che stai affrontando in questo momento, qual è la tua opinione sull’utilità e le prospettive del cosiddetto “Teatro d’Inchiesta”?

Non credo che “Marzia e il Salumiere” (è questo l’impegno al quale accennavi) sia classificabile esattamente come Teatro d’Inchiesta. È vero che l’autore del testo, un certo Patrizio Pacioni (ride), ha compiuto un mirabile lavoro di documentazione sul fatto di cronaca a cui è ispirato il testo, l’omicidio della piccola Marzia Savio, nel 1982 a Rivoltella del Garda; tuttavia il risultato finale è piuttosto un dramma onirico che va a toccare alcuni interessanti archetipi della psicologia e della narrazione, come il  rapporto vittima-carnefice, il lato oscuro che c’è in ognuno di noi, l’idea di vendetta, di giustizia superiore,  ecc. A mio parere è molto meglio che le inchieste le facciano giornalisti e inquirenti. Il teatro, più che fornire risposte, deve spiazzare il pubblico, inquietarlo, stupirlo, metterlo in una posizione scomoda, suscitargli mille domande.

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Se qualcuno dovesse chiederti “A cosa serve il Teatro?”, tu cosa risponderesti?

Non esiste una risposta univoca. Non penso che il teatro debba “servire” nel senso di “mettersi al servizio di”. Può fare anche quello. Mi piace, invece, pensare alla forma riflessiva di questo verbo: “servirsi”, nel senso di “accettare qualcosa che ti viene offerto”: “si serva pure” si usa dire in certe occasioni. Eduardo una volta disse:”teatro è una parola greca che significa ‘luogo per guardare’ ed è bello pensare che si possa anche intendere ‘guardare noi stessi’ “. Ecco, a me piace pensare che il teatro rappresenti un’ottima possibilità di guardarci dentro. E questo vale sia per l’attore che per il pubblico.

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Mario Mirelli e il Teatro, da qui a un anno. E poi? C’è un sogno che vorresti vedere realizzato?

Sono tante le idee che mi frullano in testa. Ho già scritto un testo su De André e le sue canzoni, un altro sulle migrazioni di oggi e di ieri ed è quasi pronto un mio monologo ispirato alla “Storia straordinaria di Peter Schlemihl” di Chamisso. Inoltre sto cercando il modo di portare in scena le fiabe di Giambattista Basile, che adoro. Ma il mio vero sogno nel cassetto è rimettere in scena Montedidio in presenza del suo autore, Erri De Luca. Magari prima o poi ci riuscirò.

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Nato a Napoli nel 1963 e trasferito a Brescia negli anni’ 80, Mario Mirelli si è formato soprattutto alla scuola teatrale del professor Gianluigi Vezoli che gli ha trasmesso  l’amore per un teatro impostato sulla ricerca espressiva.

Ha condotto diversi laboratori teatrali per adulti  (“Il nostro teatro”, “Il teatro dello stupore”, “Grammatica e fantasia del teatro”, “Scenario Rezzato”) basati, da un lato sull’improvvisazione e l’abbandono, dall’altro sullo sviluppo della concentrazione e dell’autocontrollo.

In qualità di conduttore di laboratori per bambini, ha lavorato con scolaresche di varie classi di scuola primaria di Brescia e provincia realizzando allestimenti di spettacoli originali, quali “Litigando s’impara” (2007) e adattamenti da testi classici e moderni come “La tempesta” di W. Shakespeare (2002), “Voglio imparare a volare, storie di bambini, gatti e gabbianelle” (2006), “I meravigliosi stranimali” (2006), “Isabella, tre caravelle e un cacciaballe” (2004).

Come attore ha collaborato con la Compagnia Primo Incontro di Brescia partecipando alla messa in scena di “La fortuna con l’effe maiuscola” (2003) e “A che servono questi quattrini” (2008) di A. Curcio; “Ditegli sempre di sì” (2005), “Natale in casa Cupiello “(2007) di Eduardo De Filippo; “Soldi da ridere” (2010) di Ray Cooney.

Ha curato la regia de “La notte della tosca” di Roberta Skerl (2015), “Il senatore Fox” di Luigi Lunari (2016), “Morso di Luna Nuova” di Erri De Luca (2017 – recensito su queste pagine). Spinto dalla passione per il teatro di narrazione e di evocazione, ha realizzato e messo in scena (curandone anche la regia e l’adattamento teatrale) i seguenti monologhi: “Il Grigio” (2008) di Gaber e Luporini; “Mi fa male il mondo” (2010) di Gaber e Luporini; “Montedidio” (2011 e 2017) di Erri De Luca; “Juve – Napoli” (2016) di Maurizio De Giovanni; “Storia di Ismael che ha attraversato il mare” (2015) di Francesco D’Adamo; “Storia meravigliosa di luci, corpi ed ombre” (2018) di sua composizione. 

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (130) – Bicentenario di Antonio Bazzini, a metà tra conferenza e spettacolo

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Una conferenza stampa che è anche qualcosa di diverso e di più.

A cominciare dall’insolita sede: l’appuntamento, per la presentazione del Festival Antonio Bazzini, Brescia e l’Europa 1818 – 2018, in collaborazione tra Conservatorio Luca Marenzio di Brescia e CTB Centro Teatrale Bresciano, è fissato al teatro Santa Chiara Mina Mezzadri invece della sala conferenza della sede del CTB o del Foyer del Sociale, come solitamente accade. 

Delle altre “differenze”, invece, saprete leggendo il resto dell’articolo.

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Introduce, come sempre, il Direttore del CTB Gian Mario Bandera, sottolineando prima di ogni altra cosa la propria soddisfazione per questa sinergia con il Conservatorio Luca Marenzio.

«Le location degli spettacoli saranno diverse: si va dal Teatro Socilae e dal Teatro Mina Mezzadri (a pagamento a prezzi contenuti e con la possibilità di mini abbonamento) al Salone Pietro da Cemmo sel Conservatorio, alla chiesa di Santa Maria della Carità e all’Accademia di Scienze, Lettere e Arti presso l’Ateneo di Brescia».

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Laura Nocivelli (presidente del Conservatorio Luca Marenzio, sottolinea l’intesa con il CTB, mirante a intraprendere un cammino comune idoneo a raggiungere orizzonti ancora inesplorati, uno dei cui aspetti più interessante è la contaminazione dei generi con l’esplorazione di nuovi percorsi espressivi ancora non conosciuti dalla generalità del pubblico.  «Il festival dedicato a Bazzini “maestro di maestri” permette una rivisitazione innovativa dell’artista capace di proiettare Brescia in un panorama musicale di portata internazionale».

Passa poi allo spettacolo ideato, scritto e diretto da Costanzo Gatta «Bazzini, l’AntiVerdi?» con Daniele Squassina, Silvia Quarantini, Monica Ceccardi e Miriam Gotti, che andrà in scena una settimana prima di Natale: il ricordo di un personaggio la cui opera si rivelò particolarmente importante in un momento in cui una Italia appena nata si affacciava al consesso delle Nazioni.

«Saranno giorni molto intensi, tra aperitivi bazziniani, concerti, conferenze, con una intrigante commistione tra musica, prosa ed eccellenze gastronomiche»

Patrizia Vastapane richiama l’esperienza maturata in qualità di presidente del Conservatorio (prima della nomina di Laura Nocivelli), i cui contenuti ha portato con sé al CTB. 

«Teatro e musica sono due passioni che da sempre custodisco in me: è naturale che finissero per avvicinarsi. Così, dopo trentaquattro anni si sono tornate a riunire l’Ente Teatrale e il Conservatorio nella realizzazione di un evento unico. Un’occasione immancabile e forse irripetibile per presentare al grande pubblico la figura di un grandissimo compositore che, purtroppo, ancora non tutti conoscono».

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Costanzo Gatta, come sempre depositario della cultura e della tradizione bresciana, ricorda che l’idea di fare “rete” tra prosa e musica nacque cinquantaquattro anni fa con il contatto tra la Loggetta e il glorioso Istituto Venturi da cui sortirono due nuove opere da realizzare con attori e musicisti del conservatorio.

«La drammaturgia di mia composizione è una indagine su un personaggio  di grande vivacità (che sarà interpretato da Daniele Squassina); lavoro non facile, visto che Bazzini attraversò in modo incisivo un intero secolo denso di eventi importanti. Per realizzarlo mi è stato particolarmente utile lo scambio epistolare con Gaetano Franchi, insieme al quale fece nascere l’Istituto Venturi».

Il suo è un intervento ad ampio raggio, con riferimenti alla tradizione che vuole Brescia capitale della Misericordia, come dimostrato dalle origini della Società dei Concerti, nata anche per aiutare i musicisti in difficoltà Si sofferma poi sulla figura di Antonio Bazzini, uomo al tempo stesso parsimonioso e generoso,  personaggio stravagante nato da una povera famiglia di Lovere, che il mecenate Bucciarelli mise in grado di studiare quelle lingue che poi avrebbero reso più agevole la successiva “europeizzazione culturale” del musicista. Insomma,  una storia articolata e complessa che raccontare in poco più di un’ora gli è risultato particolarmente ostico.

Ruggero Ruocco, dopo avere ringraziato i collaboratori Cuccarini, La Sala e Cotroneo che lo hanno aiutato nella creazione e nell’organizzazione della manifestazione cartellone, fa presnete come il territorio cittadino conservi molte tracce di Antonio Bazzini. Il titolo dato al festival trova la sua origine nel fatto che Bazzini è un esempio emblematico di un europeisti (artistico) ante litteram, dovuto sia al suo virtuosismo di esecutore sia alla sua educazione musicale di stampo mitteleuropeo

«Ci proponiamo di valorizzare, oltre alla figura dell’artista, un momento della storia musicale è esistito un nucleo di artisti dedicati alla musica strumentale alla quale Bazzini tra i primi dedicò parte della propria produzione creativa e delĺa propria attività concertistica». Passa poi a ricordare i singoli eventi in programma, soffermandosi sulla pièce di Gatta e sull’insolito concerto per violino e organo in programma venerdì 9 novembre, insolito e stimolante.

«Si tratta comunque, nelle nostre intenzioni, piuttosto che di un punto di arrivo, di un punto di partenza per ulteriori simili iniziative».

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Un Daniele Squassina particolarmente ispirato legge due significativi brani della pièce che andrà in scena al Teatro Mina Mezzadri domenica 16 e lunedì 17 dicembre, a chiusura del festival, incassando i meritati applausi dei numerosi presenti

Si finisce con il Quartetto Bazzini che esegue il quarto movimento del Maestro.

Un’autentica delizia per melomani… e non solo.

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Antonio Bazzini nasce a Brescia l’11 marzo 1818. Allievo di Faustino Camisani, all’età di 25 anni si trasferì a Lipisia dove, per quattro anni approfondì lo studio di compositori come  Bach e Beethoven e delle loro opere. Talento precoce, percorse i gradini di una carriera che lo portò in giro per molti paesi europei, dalla Spagna alla Danimarca. Nel 1964 il rientro a Brescia, dove si dedicò esclusivamente alla composizione. Con altri fondò l’Istituto Musicale Venturi (futuro Conservatorio) e la Società dei Concerti. Influenzato dalle esperienze musicali maturate all’estero, che caratterizzarono molte delle sue composizioni, entrò in polemica con l’interpretazione nazionale della musica lirica impersonata principalmente da Giuseppe Verdi, alla quale oppose la musica strumentale di tipologia prevalentemente tedesca e francese. Nel 1882, dopo poco meno di dieci anni d’insegnamento, fu nominato direttore del Conservatorio di Milano. Compose una sola opera lirica, la   «Turanda» (basata sullo stesso soggetto poi messo in musica da Puccini e Busoni), che però, allorché venne rappresentata alla Scala, non incontrò il favore di pubblico e critica.

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Eclettico quartetto d’archi intitolato al musicista e compositore bresciano Antonio Bazzini, nato nel 2010 da giovani musicisti diplomati al Conservatorio “Luca Marenzio” di Brescia, con l’intento di riscoprire un repertorio raro e ingiustamente dimenticato. Composto da: Lino Megni (violino), Daniela Sangalli (violino), Marta Pizio (viola), Fausto Solci (violoncello)

 

 

   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (129) – Teatro da leggere, al San Carlino

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In questo tardivo e pigro avvento di autunno che è una vera e propria primavera del Teatro bresciano, ecco che tornano le letture sceniche di Teatro aperto, rassegna derivata da precedenti esperienze francesi (e torinesi) e portata in città da quella autentica innamorata del palcoscenico che risponde al nome di Elisabetta Pozzi.

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È Gian Mario Bandera ad aprire, come al solito, i lavori della conferenza stampa di presentazione, dichiarandosi più che soddisfatto del consuntivo della rassegna dello scorso anno.

«Teatro aperto si è rivelata una sfida che ci ha ripagato soprattutto in termini di incremento quantitativo e qualitativo del rapporto che intratteniamo con il nostro pubblico. Tanto più che Apologia, la pièce che più della altre ha riscontrato il favore dei tanti appassionati che hanno gremito tutti gli appuntamenti al San Carlino, verrà messa in scena a maggio, nell’ambito del cartellone della stagione 18/19»

Specificando poi che la rassegna si articolerà su due focus: il primo dei quali, a novembre, concentrato sugli autori italiani, il secondo, in primavera, sui drammaturghi di altri paesi.

«Inutile dire quanto possa farmi piacere il fruttuoso consolidamento del rapporto di collaborazione tra il CTB ed Elisabetta Pozzi» aggiunge, prima di passare la parola a Patrizia Vastapane.

«Anche questa seconda edizione della rassegna, come la precedente, è nelle salde mani di Elisabetta Pozzi, con il coordinamento di Silvia Quarantini» ricorda la Consigliera, facendo presente come, a suo parere, ciò che è stato più apprezzato da parte del pubblico è stata la possibilità di partecipare attivamente alla valutazione dei testi, attraverso l’utilizzo delle schede di valutazione che saranno riproposte anche per la stagione 18/19.

Nel suo intervento, Ambrogio Paiardi (Capo di Gabinetto della Presidenza della Provincia) informa che non solo l’utilizzo
del San Carlino sarà garantito alla rassegna anche in questa edizione, ma che si cercherà con convinzione di far diventare lo spazio una risorsa stabile a disposizione del CTB.

«Queste carte sono il sintomo tangibile di quella irrequietezza che appartiene al Teatro e a chi  nel Teatro opera e del Teatro fruisce» dichiara infine Elisabetta Pozzi, rovesciando sul tavolo una gran quantità delle schede compilate lo scorso anno dagli spettatori delle letture.

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«Apologia, la pièce scritta da Alexi Kaye Campbell che ha riscontrato il maggior favore andrà in scena, come anticipato dal Direttore del CTB, per la regia di Andrea Chiodi, che ha firmato già la messa in scena  di Una bestia sulla luna , in partenza per una tournée che la porterà in diverse regioni»

Dopo aver rivelato che, a riprova del crescente successo dell’iniziativa, hanno proposto testi per la lettura anche drammaturghi affermati come Carlo Longo, Elisabetta Pozzi, aggiusta il tiro su quanto si attende da qui in avanti:

«Siamo alla ricerca di testi che possiedano un livello di scrittura, un linguaggio di livello che non sia quello ormai imperante delle sit-comedy. Orientiamo e orienteremo sempre più le nostre scelte su testi la cui lettura possano essere correttamente percepita da parte del pubblico presente, tra cui vorremmo fosse presente il maggior numero possibile di “addetti ai lavori”».

Dopo avere assicurato, con il conforto di Gian Mario Bandera, che si sta ponendo rimedio ad alcune criticità tecniche rilevate nel corso della prima edizione della rassegna, migliorando la fruibilità acustica del San Carlino, conclude così, in modo piuttosto tranchant:

«Teatro Aperto è un’iniziativa che non ci farà diventare ricchi e famosi ma che, senz’altro, completerà e arricchirà l’offerta teatrale del CTB, e che, pur augurandomi di condurre ancora a lungo, vorrei andasse avanti anche dopo di me».

«Sei davvero contenta , oltre che della quantità, anche della qualità delle schede di valutazione lasciate dagli spettatori?» le chiedo, nel question time che segue la conferenza.

«Assolutamente sì» mi risponde senza esitazione alcuna.

«Vorremmo magari un giudizio più centrato sul testo, piuttosto che sulla recitazione degli attori. Ci piacerebbe avere un pubblico ancora più centrato e critico sul testo, ecco».

Si parte sabato 3 dicembre, alle 16,30, con la lettura scenica di L’attimo di Bernini, del già citato Carlo Longo.

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   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (127) – Letteratura e Teatro, prestigioso mix

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«Questa iniziativa è proposta da CTB e Università nell’ambito di una collaborazione tra letteratura e teatro che si protrae felicemente ormai da 13 anni. In questa tornata, due delle iniziative si svolgeranno con la collaborazione con Casa della Memoria» è l’esordio di Gian Mario Bandera, che passa poi a sottolineare la preziosa opera della professoressa Mor  che «con professionalità, impegno e dedizione con cui ci aiuta a elaborare e valorizzare sia internamente che esternamente i temi-guida delle singole stagioni».

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Giovanni Panzeri (Direttore di Sede dell’Università Cattolica)  pone anch’egli l’accento sulla collaborazione con il CTB, ormai consolidata e in ulteriore crescita.

«La convenzione in essere (che consideriamo strategica) ci dà la possibilità di presentare a un pubblico allargato alcune delle attività dei nostri docenti che si vanno ad aggiungere a quelle che si tengono nell’aula magna di via Trieste, con il coordinamento scientifico di Lucia Mor».

Ancora una considerazione, prima di passare la parola alla professoressa.

«Si tratta di eventi di elevata qualità tecnica, che registrano afflussi a volte ai limiti della capienza dell’aula magna e riscontri puntualmente favorevoli.  La collaborazione con la Casa della Memoria, che si aggiunge quest’anno, ha tutte le caratteristiche per aiutare questo nostro progetto di ulteriore progresso».

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Lucia Mor (docente di Letteratura tedesca presso l’università Cattolica)  fa notare come, a un certo punto, in Cattolica ci sia reso conto di come la letteratura, intesa nella sua completezza (narrativa, poesia, drammaturgia), rischiasse in mancanza di progetti innovativi, di rimanere a margine dei percorsi universitari.

«Capii che, per rilanciarla, serviva il supporto di attori che potessero trasformare le parole scritte in qualcosa di vivo, in modo sia di renderla più attrattiva, sia di aiutare il pubblico a entrare nel vivo dei testi. Pur riguardando piàù da vicino il teatro, le conferenze sono condotte da studiosi di letteratura, anziché da esperti di prosa. Il tema di quest’anno, partendo da  Le Rane di Aristofane, per arrivare a fine percorso a L’importanza di chiamarsi Ernesto di Oscar Wilde, sarà quello dei grandi classici».

Ricorda come “I pomeriggi al CTB” siano nati con l’idea di replicare al pomeriggio le lezioni solitamente mattutine, allargando così, sia quantitativamente che qualitativamente, gli utenti potenzialmente interessati».

«In questa sessione, tra l’altro, ci sarà più attualità, dal momento cghe si prenderà spunto dalle opere in cartellone per parlare di tematiche come la violenza eversiva declinata anche al femminile, la tragedia dei migranti e il terrorismo dell’Isis»

Conclude poi l’intervento con due comunicazioni di servizio: la rassegna, che partirà questo mese, si concluderà in aprile e agli studenti che parteciperanno sarà assegnato un credito formativo.

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Manlio Milani (Casa della Memoria) prende atto con compiacimento della sempre maggiore vicinanza culturale tra Istituzioni e Città.

«Le nostre due iniziative possono apparire indagini sul passato, ma in realtà vogliono porre interrogativi sul presente. La prima verterà sulla necessità del passaggio dall’idea di una giustizia punitiva a quella di una giustizia recuperativa. nella seconda, attraverso il “caso” Mara Cagol, si cercherà di indagare e riflettere sulla soggettività che può orientare scelte di morte, sulle motivazioni  che, proprio in questi ultimi mesi, sembrano spingere le masse al ritorno a certe ideologie, a certe atmosfere e a certa comunicazione fatta di slogan sempre più violenti».

Per la serie di appuntamenti denominata Letteratura & Teatro, (tutti alle ore 17 presso l’Aula Magna Tovini dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in via Trieste 17) si comincerà giovedì 18 ottobre con Aristofane, Le Rane, condotto da Maria Pia Pattoni e con le letture curate da Fausto Ghirardini.

Per I pomeriggi al CTB, invece, esordio lunedì 29 ottobre alle 17,45  (come tutti gli altri della serie, ma, come anche il secondo alla Biblioteca Queriniana – poi sempre nel Foyer del Teatro Sociale) con A coloro che verranno – Viaggio nell’opera poetica di Brecht. Introduzione di Lucia Mor e letture curate da Monica Ceccardi e Silvia Quarantini.

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   Bonera.2

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