Che storia, «La storia»!

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    Il romanzo:

La vicenda del romanzo (pubblicato nel 1974) si svolge tra il 1941 e il 1947, sullo sfondo drammatico di una Roma devastata dalla guerra e poi avviata verso un’incerta ricostruzione. Qui vive Ida Ramundo, timida maestra elementare, di origine per metà ebraica, rimasta precocemente vedova e con un figlio, Nino. Viene violentata da un giovanissimo soldato tedesco, e resta incinta. Malgrado la vergogna di quel concepimento, quando nasce, Useppe porta nella vita di Ida e di Nino una nota di allegria e di speranza. Ida deve rifugiarsi a Pietralata, a causa dei bombardamenti, e qui soffre per la promiscuità e la miseria. Il piccolo Useppe conserva la propria felicità, mentre Nino raggiunge i partigiani. Terminata la guerra, la vita sarà ancora più difficile: Nino pensa di dover continuare, a modo suo, la lotta armata, tanto da finire ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia; quanto all’amico David Segre, che aveva condotto Nino fra i partigiani, si uccide con la droga. Anche Useppe muore, dopo un attacco di epilessia: quella malattia è come una protesta contro l’inesattezza della vita. A essa si rassegna invece, con tranquilla pazzia, la madre, incapace di scelte alternative.

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    L’autrice:

Nata a Roma nel 1912, Elsa Morante dimostrò fin da giovanissima una notevole attitudine alla scrittura, cominciando a comporre poesie, fiabe e racconti che, negli anni successivi, avrebbero fatto la loro comparsa su giornali e riviste come Il Corriere dei piccoli e Oggi; Fu la prima scrittrice donna a vincere il Premio Strega con il romanzo L’Isola di Arturo (Einaudi), Elsa Morante e una delle più importanti autrici del Novecento italiano: poetessa, saggista, ma soprattutto romanziera, ha consegnato alla storia letteraria titoli come Menzogna e sortilegio (Einaudi) e La Storia (Einaudi), libri fondamentali della letteratura italiana.

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    Il film:

«La storia» è un film del 1986 diretto da Luigi Comencini, tratto dall’omonimo romanzo pubblicato nel 1974 da Elsa Morante.

Il film è stato girato per la televisione ma ne è stata distribuita una versione ridotta (135′) destinata al circuito cinematografico.

Fu presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia del 1986.

Regia: Luigi Comencini – Sceneggiatura: Suso Cecchi D’Amico e Cristina Comencini – Protagonisti principali: Claudia Cardinali

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 Lo spettacolo:

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Tutto comincia con uno stupro.

Forse anche prima, dal momento stesso della nascita di Ida, che in realtà doveva chiamarsi Aida, se non fosse stato per l’addetto dell’anagrafe incaricato di registrarne il nome, e anche questo può essere un inquietante segno del destino.

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Così interpreta e traduce il testo il drammaturgo Marco Archetti, e nello stesso spirito lavora l’accorta e immaginifica regia di un Fausto Cabra in gran spolvero, Una versione novecentesca dell’antica tragedia classica, con tanto di maschere (immateriali ma percetibilissime) indossate, a turno, dai tre attori.

La modalità espressiva è data da un agire teatrale incatenato a brani del romanzo e, nello stesso tempo, in volo libero tra simboli e stereotipi, orientato, per tutta la durata della pièce (che non annoia né incespica mai dall’inizio alla fine) alla narrazione della storia (quellabellissma, ma con la minuscola scritta da Elsa Morante) parallelamente al dipanarsi della Storia (con la maiuscola) che racconta del dramma di una nazione che si aggiunge e si sovrappone al dramma di una famiglia particolarmente disgraziata.

Fissati in modo indelebile sulla scena e nell’immaginario del pubblico, alcuni momenti, tra i quali ricordiamo con emozione la sequenza della violenza subita da Ida da parte di un soldato tedesco ubriaco e infelice, lo straniamento di Useppe al centro di un boschetto intricato quanto i suoi pensieri malati, e…

… le tre morti: quella drammatica di Nino, quella straziante e pietosa di Useppe, quella interiore di Ida, che arriva molto prima di quella naturale.

Poi c’è la denuncia, perfettamente in linea con il registro dell’autrice, degli orrori della guerra, della violenza e delle insidie derivanti da fascismo e razzismo, delle più urticanti diseguaglianze sociali, a più riprese urlata (interiormente ed esteriormente) dai personaggi della pièce, compreso il ribelle “amico di famiglia” David Segre.

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Semplicemente perfetti gli interpreti (Franca Penone, Alberto Onofrietti, Francesco Sferrazza Papa) che danno anima (e che anima) a Ida, Nino, Useppe e gli altri. Tutto, attraverso loro, prende anima, anche un neonato, anche due cani, così come seppe a suo tempo fare la penna ispirata e felice di Elsa Morante, sia che si tratti di personaggi principali o secondari.

Per quanto riguarda la scenografia, l’autentico sfondo incombente del dramma non è il telo nero che pur rende suggestivo il succinto arredo, ma un’Italia (e non solo) gravemente ammalata, perché «il Potere è la lebbra del mondo».

Efficacissima la gestione dei suoni e, soprattutto delle luci, che non poco contribuiscono al totale coinvolgimento degli spettatori che gremivano il Teatro.

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Meritatissimi i lunghi e scroscianti applausi che hanno più volte richiamato sul palcoscenico gli attori e gli altri artefici di questo straordinario appuntamento bresciano.

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    GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Una famiglia… allagata. E torna il Teatro.

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Un forno che non si scalda, un regalo non gradito, la foto di Marx appeso sopra al water… con premesse del genere è ampiamente prevedibile che il compleanno di Kristin non sarà una ricorrenza come tante, bensì l’ennesima dimostrazione di quanto possa essere grottesca e insidiosa la vita di ogni giorno, per ciascuno di noi.

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Tra una gag in puro stile britannico, tra una gaffe e l’altra, in crescendo, si manifestano gli attriti e si amplificano le incomprensioni tra la festeggiata Kristin (una Elisabetta Pozzi in gran forma), il figlio Peter (Christian La Rosa) con la bigotta fidanzata americana Trudi (Francesca Porrini), Claire (Martina Sammarco) attrice di soap opera e compagna dell’altro figlio Simon (Emiliano Masala) che, invece, per il momento si fa attendere.
Non manca all’appuntamento l’estroverso e disincantato Hugh (Giovanni Franzoni) alternativo amico gay della padrona di casa.

È tutto un susseguirsi e un accavallarsi di duelli di parole acuminate ed eleganti, di motti esilaranti e geniali («Amo Gesù perché mi rende la vita più semplice» confessa con candore solo apparente la devotissima Trudi), che catturano e premiano l’attenzione degli spettatori.

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Tra la fine del primo e secondo atto, poi, entra in scena l’atteso Simon, cupo e scostante (e ne ha ben donde, veniamo subito a sapere), e la pièce cambia bruscamente ritmo e colore, Dall’acido humour britannico, a sorpresa, si passa a una narrazione più introspettiva e “maledetta”, con accenti che richiamano alle memorie certa drammaturgia nordamericana del secolo scorso, tra la protesta sociale e il rivendicazionismo di stampo marxista di Arthur Miller e l’intellettualisno freudiano di Tennesse Williams.

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L’intensità di «Apologia», però, non viene meno fino al rassegnato finale, salutato da lunghi e convintissimi applausi finali.
Meritatissimi, aggiungo io, perché questo è il teatro. Il vero teatro. Uno spazio magico in cui davvero “succede” qualcosa, sia nell’anima dei personaggi che nelle loro azioni e reazioni. Per questa sera i più economici (ma spesso noiosi e autoreferenziali monologhi) hanno lasciato posto a qualcosa di diverso e più stimolante.
Della perfezione interpretativa di Elisabetta Pozzi, che dipinge e indossa l’ironia al limite del cinico e i malinconici rimpianti per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato di Kristin, abbiamo già detto. Bravissimi anche gli altri attori, ben centrati e calibrati sui personaggi cui offrono parla e movimento. Puntuale la regia di Andrea Chiodi, capace di mantenere il ritmo narrativo sostenuto ed equilibrato per tutta la durata dello spettacolo. Come sempre inappuntabili il lavoro-luci di Cesare Agoni. Lascio (volutamente) per ultima l’azzeccata e suggestiva scenografia di Matteo Patrucco: attraverso un pannello mobile (tra l’altro di non dispendiosa realizzazione) si riesce a ottenere un effetto interno-esterno spazio/psicologico di notevole efficacia.

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Alexi Kaye Campbell, classe 1966, britannico di origini greche, è un drammaturgo e sceneggiatore per il cinema. Le sue opere teatrali sono state oggetto di lunghe e fortunate tournée sia in patria che all’estero (America del Nord, Australia, Estremo Oriente). Nel 2009, il suo spettacolo The Pride è stato insignito del Laurence Olivier Award per l’eccezionale successo in un Affiliate Theatre.

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N.B.
Le prime quattro foto inserite a corredo di questo articolo sono opera di Luca Del Pia.

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Per fortuna certe lettere arrivano sempre a destinazione.

.Una corrispondena che arriva a destinazione

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Una figlia che ha deciso di inseguire un’avventura di violenza e di morte, aderendo all’illusione violenta e sanguinaria dell’Isis.
Un padre (teologo islamico di grande apertura mentale)che è rimasto ad aspettarla, avvertendo su di sé, giorno dopo giorno, farsi più opprimente il peso della solitudine.
Si vogliono bene, sì, ma diventa tutto più difficile, quando la lontananza, più ancora che in termini di chilometri, si misura nella intollerabile distanza ideale che separa menti e cuori. Non è che intraprendano e percorrano strade differenti, perché sono le loro stesse strade ad allontanarli progressivamente.
Al seguito dei combattenti dell’Isis, Nour si evolve, anzi si involve, in un processo di ripiegamento su se stessa reso visibile anche dal mutare del proprio abbigliamento, rigorosamente rispettoso, prima e dopo, dei dettami islamici, passando però dai colori vivaci del “prima” al tenebroso nero del “dopo”.
Nour affonda sempre più nella concezione integralista, all’inizio cercando di difendersi accettandola («Tua figlia è bella, ma solo suo marito lo sa» scrive al padre, con civetteria) dimenticando però che quel rigore è e sempre rimarrà a senso unico:  valido, cioè,  solo nei confronti delle donne. Cerca di ribellarsi, sia pure timidamente, ma con il solo risultata di essere tradita e picchiata. Assiste, impietrita, agli orrori della guerra. «Nessuna vittima è innocente» realizza con sgomento.
La ragazza comincia a essere a disagio. «Sono cresciuta in fretta, forse troppo in fretta» scrive «e adesso ho bisogno di te», ma suo padre è vittima di un’oscura malinconia, che lo abbate e lo debilita senza rimedio. Ormai sono solo i ricordi, sia pure amarissimi, il collante che tiene uniti i pezzi della vita in frantumi dell’uomo.
Inevitabilmente i nodi del destino vengono al pettine, drammaticamente:  Nour realizza la cieca ferocia del marito e dei suoi compagni e non esita a sacrificare la propria vita pur di dare una speranza alla giovanissima figlia.
«Un giorno il popolo musulmano sarà migliore» dice il padre di Nour.

Sarà solo la Storia, un giorno, a dirci se si tratti di una profezia o sia destinata a rimanere una mera speranza.

Dramma di grande intensità, recitato con la consueta maestria da Franco Branciaroli, che tratteggia con grande suggestione la figura dolente del padre. e con vivacità e freschezza dalla giovanissima Marina Occhionero, sorprendentemente sicura e padrona della scena  in relazione alla giovane età. Ben scritto e profondo il testo di Rachid Benzie, impeccabile la regia di Giorgio Sangati, scarna ma efficace la scenografia, pienamente adatte alla circostanza le musiche.
Grande consenso da parte del pubblico che si palesa con un interminabile applauso finale che richiama più volte gli attori in scena.

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Foto di Serena Pea

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Brescia, città del Teatro (9) – Ricordando Marzia con affetto, nostalgia e lacrime di bellezza

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Una profonda emozione condivisa, una struggente malinconia su ciò che poteva essere di una vita in fiore e non c’è stato, una tensione crescente che si scioglie solo al momento del chiudersi del sipario, in un grande, sonoro e ripetuto applauso finale.

Comincio dalla fine, per raccontare quanto accaduto ieri sera al Teatro Sant’Afra di Brescia, dov’è andato in scena, in prima nazionale, il dramma «Marzia e il salumiere – Storia di un fiore reciso», scritto da Patrizio Pacioni. Regia di Mario Mirelli, con l’assistenza di Pina Vivolo, interpretazione di Massimo Pedrotti e Chiara Pizzatti, scenografie di Ugo Romano, gestione suoni/luci di Stefano Caldera, per la produzione dell’Associazione Le Ombre di Platone ETF.

Un evento premiato, prima ancora di cominciare, da un interesse particolare di stampa e radio e dalla presenza di ben oltre 150 spettatori. Una pièce dal ritmo serrato, accuratamente confezionata, che, senza cadute di tensione, s’indirizza a un finale sorprendente ed estremamente coinvolgente.

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Insomma, un cocktail davvero ben riuscito, il cui valore, la cui riuscita al debutto e il cui auspicabile successo futuro dipendono dal felice mescolarsi di pochi ma significativi elementi:
Il nitore e l’incisività della scrittura drammaturgica di Patrizio Pacioni, che ha affrontato un tema delicatissimo come quello del rapimento e dell’uccisione della piccola Marzia Savio stando bene attento a rispettarne la memoria e, nel frattempo, a non cadere nello stereotipo;
L’abilità registica di Mario Mirelli, capace di cimentarsi con l’opera in modo creativo e del tutto originale, senza però mai troppo discostarsi dal testo e, soprattutto, senza mai tradire lo spirito e i fini dell’opera;
La squisita e straordinaria sensibilità, tra trasognata tenerezza e implacabile sete di giustizia, con la quale Chiara Pizzatti si è calata sia nella interpretazione della dolce, ingenua e indifesa fanciullezza di Marzia Savio, che nella costruzione ipotetica di come sarebbe potuta divenire la personalità di quel magnifico fiore troppo premautramente reciso;
La passione, la passione e la passione (proprio così, passione al cubo, si potrebbe dire) spesa da un maiuscolo Massimo Pedrotti, che si è consegnato senza esitazioni, senza risparmio e senza pregiudizi a un personaggio complesso e oscuro come quello dell’assassino, scolpendolo con slanci, allucinazioni, rimpianti e rancori in modo assolutamente suggestivo e coinvolgente.

Adesso, però, sentite direttamente dalla stessa voce degli artefici dell’indimenticabile serata, raccolta a caldo nell’immediato dopo-spettacolo. Sappiate che, per riuscirci, ho dovuto farmi largo tra il folto stuolo degli spettatori che hanno scelto di congratularsi direttamente con loro con autore, regista e attori.

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«La scrittura di questo dramma è stata una delle più faticose e sofferte della mia produzione, anche perché, attraverso la triste storia di Marzia, mi è sembrato di entrare in diretto contatto con la sofferenza e con l’essenza del male» fa presente l’autore dell’opera, Patrizio Pacioni.
«Ora che il progetto è divenuto realtà, però, sono molto contento del consenso manifestato dai tanti spettatori che sono venuti al Sant’Afra, tra i quali diversi “addetti ai lavori”» precisa subito dopo. «Siamo riusciti ad arrivare a questo attraversando non poche difficoltà e resistendo agli attacchi malevoli di certa stampa, sempre pronta a incrementare le vendite parlando alla pancia dei propri lettori, danneggiando tra l’altro proprio coloro di cui, in apparenza, vorrebbero ergersi a paladini» aggiunge, togliendosi fastidiosi sassolini dalle scarpe.
«La soddisfazione più grande, però, è stata quella di rispettare la promessa fatta al papà di Marzia, Dino, che poche settimane prima della morte, mi aveva chiesto di portare avanti fino in fondo questa operazione di memoria e di affettuosa rievocazione».

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«Voglio considerare questo magnifico esordio solo come la prima tappa di un percorso che mi auguro lungo e proficuo» dichiara il regista Mario Mirelli. «La tragica vicenda della piccola Marzia può rappresentare una preziosa occasione per proseguire nel lavoro di scavo nell’animo umano, soprattutto per ciò che attiene l’aspetto espressivo» prosegue, sempre più orientato al futuro. «Se ci riusciremo (o meno) dipenderà in larga misura dalla disponibilità degli attori attraverso un atteggiamento di ricerca e abbandono».

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«È stata una grande emozione portare in scena questo spettacolo» è l’esordio di Massimo Pedrotti. «Un impegno straordinario, di grande difficoltà ma capace di emozionarmi quanto mai mi è successo prima, un’emozione che ho avuto la fortuna di condividere con tanti amici, prima con quelli che, dandomi fiducia, hanno proposto e messo in cantiere questa avventura, poi con i tanti amici presenti alla “prima”».

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«Preparare e mettere in scena un dramma di tale e tanta portata e intensità emotiva» confessa Chiara Pizzatti. «A volte, com’è giusto che sia, mi è capitato di sentire su di me, ancora più gravosa del solito, la responsabilità di dare vita e voce alla piccola Marzia. Non ho mai dubitato del progetto, per questo, anzi mi sono impegnata ancora di più e, alla fine, grazie anche ai consigli e al supporto dei miei “compagni di viaggio” ce l’ho fatta e la soddisfazione è stata davvero grande. Grazie a tutti coloro che hanno creduto in me e che mi hanno dato questa bellissima opportunità!»

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I saluti finali

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Caloroso commiato dal palcoscenico, con il commovente momento della consegna dei fiori idealmente destinati a Marzia, tramite la cugina Giuliana Savio, presente in sala.

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Eccoli: i fiori già sono stati consegnati alla piccola Marzia.

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Per chi non fosse stato presente al Teatro Sant’Afra, repliche di «Marzia e il salumiere – Storia di un fiore reciso» andranno in scena il 28 settembre a Marone e nel mese di novembre ancora a Brescia. Dopo di che sono previste numerose repliche nella provincia, prima di trasferirsi nel Lazio e in Toscana.
«Poi… si vedrà!» conclude Pacioni e se ne va.
A lavorare a un nuovo dramma, certamente.

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GuittoMatto

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Le foto di scena inserite a corredo del servizio, (tranne l’ultima, gentilmente fornita da Giusy Orofino) sono state scattate dal fotografo Filippo Palmesi di “Frame Factory“.

Categorie: Teatro & Arte varia.

Quando l’amicizia, da sola, non basta.

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.Uno curioso, l’altro più

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Uno curioso e potenzialmente trasgressivo, l’altro più pratico e attaccato alle regole. Dovrebbero fare la guardia, immobili e muti come statue, invece parlano tra loro per tutto il tempo. E, alle loro spalle, incombe il grande mausoleo Taj Mahal, ingombrante simbolo del <pitere, prima ancora che sontuoso e inimitabile monumento. Poi, come se scattasse un relè, ecco che la pièce cambia passo, acquista velocità e gronda tensione.
Si ritrovano dopo aver compiuto, insieme, un orribile carneficina: Babur, l’impulsivo, ha mozzato le mani di ventimila lavoratori che hanno contribuito alla costruzione dell’imponente Taj, e non riesce più a staccare le mani dall’impugnatura della spada; Humayun, il riflessivo, si ritrova momentaneamente accecato dal fumo delle carni bruciate degli arti mutilati che, in quella tragica catena di montaggio del terrore, è stato incaricato di cauterizzare. Tutti coloro che hanno dato vita a quella meraviglia architettonica, ha deciso l’Imperatore, non dovranno più provare a costruire un analogo capolavoro.

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È uno scenario infernale, lordato dal sangue, che, si capisce, non permetterà più ai due amici di vivere una vita normale. Inutile rifarsi al “dovere”, inutile cercare di consolarsi per le gratificazioni professionali che entrambi ricevono come compenso di quella macelleria. Qualcosa si è rotto definitiivamente sia all’interno della coppia di amici che nelle profondità dell’anima di ciascuno di loro, e le conseguenze di quella rottura saranno drammatiche.
Testo loriginale e validissimo, perfettamente reso in lettura scenica con la regia di Elio De Capitani e l’interpretazione, straordinariamente vigorosa e naturale dei giovani attori Alessandro Lussiana (abur) ed Enzo Curcurù (Humayun), sul brillante futuro professionale dei quali non è azzardato scommettere.
Sempre più valida, sempre più riuscita, sempre più intrigante nella scelta dei testi presentati, la rassegna pensata e fortemente voluta da Elisabetta Pozzi, “Teatro Aperto“: un nuovo modo di avvicinare gli spettatori al Teatro e di far conoiscere autori italiani e internazionali, testandone le opere con il concorso del parere espresso “a caldo” dagli spettatori. Gli scroscianti e ripetuti applausi che salutano la fine dell’evento testimoniano di quanto gradimento il pubblico bresciano, che per l’ennesima volta ha gremito il San Carlino fino all’ultima poltrona, manifesti anche per questa tipologia di eventi offerti dal CTB.

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GuittoMatto

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Categorie: Teatro & Arte varia.

Brescia, città del Teatro (8) – Il “cantaTTore” delle ombre

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(produzione Associazione Culturale Alchimia)

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Il protagonista del monologo, omen-nomen, si chiama Pier. Per la precisione Pier Dente. Per gli amici (?),  inutile dirlo, semplicemente “Per-dente”.

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Appena sbarcato in città, Pier si mette in cerca di lavoro, ma sono tante le porte che gli vengono sbattute in faccia, una dopo l’altra. Finché una sera, nel corso di una festa elegante (no, cosa andate a pensare, ogni riferimento a persone reali o a fatti effettivamente accaduti è puramente casuale) nella bella villa del vacuo affabulatore signor Zirconi, si trova coinvolto in qualcosa di molto più grande di lui.
Chi è il riservato quanto misterioso Uomo in Grigio che, come un novello Eta Beta in carne e ossa, è capace di tirare fuori dalle tasche un cannocchiale, un tappeto persiano e -addirittura- un immenso padiglione lungo venti metri?

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Chiunque esso sia, per Pier Dente rappresenta la possibilità di arrivare a ciò di cui ha bisogno attraverso ardite scorciatoie di cui non sospettava neanche l’esistenza; la corruzione offerta a chi, evidentemente, era già pronto a essere corrotto, come quasi sempre accade anche nella realtà.
Così il nostro controeroe cede alle lusinghe e alla seduzione del Male, stringendo un patto apparentemente più che vantaggioso: la propria ombra in cambio di un patrimonio in monete d’oro e gemme, talmente ingente da garantirgli un futuro florido e privo per sempre di ogni preoccupazione di tipo economico. Una ricchezza inaspettata che sembra la realizzazione di un sogno.

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Le cose, naturalmente, non vanno proprio in questo modo. Presto la mancanza della propria ombra si fa sentire, dando esca all’emarginazione sociale di Pier Dente.
«Sentivo che la Bellezza del Creato si manifestava sì attraverso la luce, ma anche attraverso  l’ombra, dalla quale, invece, io ero escluso» .
Insomma, il bel sogno si trasforma in un incubo, e a Pier non resta che fuggire dal mondo e da se stesso, seguito e accudito dal fedele servitore Benedetto. Ogni volta, però, non appena s’illude di avere ritrovato equilibrio e serenità, magari anche l’amore (attraverso le grazie della bella Mina) tutto si guasta, e bisogna ricominciare da capo.
Non resta che stipulare un nuovo patto, ovviamente più pesante e svantaggioso del primo, perché, questa volta, si tratta di vendere nientemeno che la propria anima.
Del resto, perché non firmare, visto che «La vita è una sarta cattiva: ci cuce addosso abiti che non vogliamo».
Il perché, Pier lo scopre appena in tempo, ponendosi un altro interrogativo:«Ci può essere qualcosa da guadagnare, quando si accetta di perdere se stesso?».
La penna vola via, gettata lontano in un gesto rabbioso, ma non è certo la fine: quella di difendere la propria dignità, infatti, è una decisione che va presa molte volte, nella vita.
«Continuiamo a dare corpo alle ombre…» è la denuncia-monito finale, «… ma, nel contempo, vediamo i nostri corpi sparire come ombre».

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Testo ben scritto, regia ottimamente strutturata, capace di mantenere per tutto lo spettacolo un delizioso sapore di antico e un’atmosfera fiabesca, rendendo avvincente anche la trattazione di argomenti molto complessi e, soprattutto…
… soprattutto una maiuscola prestazione attoriale di Mario Mirelli (vds. altro articolo in questa stessa rubrica:
https://cardona.patriziopacioni.com/brescia-citta-del-teatro-1-mario-mirelli-tra-recitazione-e-regia/ ), che rende serrato il monologo attraverso continui cambiamenti di ritmo e di tono, capace di riempire alla perfezione gli spazi, con un’assoluta padronanza del palcoscenico, sopperendo alla voluta assenza di scenografia (o forse approfittando di essa), con un sapiente controllo e utilizzo del corpo e della voce.

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Convinti, prolungati e meritati gli applausi che i cento spettatori che ieri sera gremivano la Sala Civica Italo Calvino di Rezzato, tributano al mattatore della serata.
Prossimo (ormai vicinissimo) nuovo appuntamento con Mario Mirelli, questa volta in veste di regista, quello con «Marzia e il salumiere – Storia di un fiore reciso» scritto da Patrizio Pacioni e interpretato da Massimo Pedrotti e Chiara Pizzatti: sabato 6 aprile alle ore 20,30, al Teatro Sant’Afra di Brescia.

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Aspettando Marzia

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Abbiamo il piacere di proporre un articolo appena pubblicato sulla rivista Prisma, curata e diretta dal giornalista RAI Gianni Maritati.

“Marzia e il salumiere – Storia di un fiore reciso” di Patrizio Pacioni
(Recensione di Anna Rizzello)

Patrizio Pacioni è autore non solo di molti lavori teatrali ma anche di racconti e fiabe, di romanzi fantastico-didascalici e noir. Drammaturgo di misteri neri italiani e non solo, è stato più volte premiato. Sempre pronto ad indagare tra i drammi sociali, si avventura con profonda sensibilità e un pizzico di fantasia in creazioni di pièce e di libri sapendo offrire supporti culturali non comuni. I retroscena di situazioni e i processi psicologici interiori lo attirano ormai da anni e sono la base del suo successo! Nel suo libro “Marzia e il Salumiere” risalta immediatamente una descrizione particolareggiata dell’ambiente dove si svolge la storia: è un vero e proprio bel testo teatrale con didascalie dettagliate, suggerimenti sul tono della voce e, per così dire, il tipo di respiro che il personaggio deve fare. L’aspetto della realtà è simile a quello della narrazione ed è una caratteristica apprezzabile che attrae l’attenzione del lettore quanto quella dello spettatore in teatro così come accade nelle opere dei grandi drammaturghi del passato. Marzia e il Salumiere si legge in un battibaleno perché è reale, scritto bene, coinvolgente e suscita non solo curiosità di sapere cosa è accaduto prima, ma anche un forte desiderio di scoprire cosa accadrà dopo! Sa lasciare con il fiato sospeso. “Che siano i morti a seppellire i morti”: frase da brivido verso la conclusione di questa pièce!

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Categorie: Scrittura e Teatro & Arte varia.

Identikit, plurale, femminile.

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Di alcune di loro conoscevo già il volto, il pensiero e la storia. Altre, invece, confesso che mi erano ignote e, ora che me ne sono stati svelati pensieri, aspirazioni e rimpianti, mi rammarico di non averne già intercettato i percorsi di vita e le preziose testimonianze. Nove donne, che raccontano e si raccontano sul palcoscenico, nello spettacolo 《Libere donne》 messo in scena da Teatro dell’Aglio e Ewwa European Writing Women Association con la regia di Maurizio Canovaro al Teatro Comunale di Fauglia in occasione della ricorrenza dell’ 8 marzo.
Si succedono sul palco, una dopo l’altra, in nove monologhi di grande intensità. Si parte dalla dignità e dalla riservatezza che accompagnò per tutta la vita Carla Voltolina, attiva quanto coraggiosa partigiana, futura moglie di Sandro Pertini (lettura curata da Albertina Gasparoni), per passare alla versatile indipendenza di Tina Modotti (suggestivamente interpretata dalla giovane e ispirata Delia Demma), attrice, fotografa e combattente per la libertà, poi al fervore patriottico di Angelica Palli Bartolomei (Loretta Mazzinghi). Raccoglie la staffetta la vocazione riflessiva, critica e sgombra da differenze di genere di Santa Caterina da Siena, nei cui panni monacali si cala Gloria Mattanini (che è anche autrice del testo), seguita per contrasto dalla passionalità carnale della contessa Caterina Sforza (la grintosa Silvia Pasqualetti), temeraria guerriera e dotta e curiosa alchimista. Poi è il turno della malinconia della “Principessa triste”, Soraya, interpretata da Emilia Natoli, ripudiata per la sola colpa di non essere fertile fattrice, seguito dal colloquio immaginario tra Elisabetta Sirani (l’intensa Annalisa Vinattieri) che, in punto di morte, dialoga nel delirio con la musa Lavinia Fontana, vissuta un secolo prima.
Viene poi il momento dell’attività artistica e informativa “a tutto tondo” della vulcanica Alba De Cespedes (Giusy Mazza) narratrice, poetessa, sceneggiatrice, drammaturga e femminista ante litteram, impegnata a rendere pubbliche e diffondere le riflessioni che molte donne annotano in quel “quaderno nero” solitamente destinato a restare chiuso, in segreto, in fondo a un cassetto. Con amòr, sempre con amòr.

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Concludono la pièce (nel migliore dei modi) due donne, due italiane, che, sia pure in modo diverso, sono e resteranno a lungo, nella realtà e nell’immaginario collettivo, indissolubilmente legate al cammino del progresso scientifico.
Prima Rita Levi Montalcini (nei cui panni si cala una convincente Simona Taddei): donna, ma soprattutto “persona”, intelletto più che fisicità, perché «Io non sono il corpo, sono la mente» e, soprattutto, perché
«Le donne che hanno cambiato il mondo non dovevano dimostrare niente»
Subito dopo ecco Samantha Cristoforetti, tutta tecnologia e grazia, stupita essa per prima dell’insondabile meraviglia e della solenne grandezza dell’Universo, convinta sostenitrice della necessità di un’umanità più responsabile e rispettosa del proprio Pianeta: «Alla nostra Terra dovrebbe essere riservata la stessa cura, la stessa attenzione con la quale ogni astronauta è solito trattare la propria navicella spaziale». E non c’è proprio altro da aggiungere. Bravissima e sorprendentemente somigliante all’astronauta (che ho avuto modo di conoscere da vicino e sentir parlare in pubblico) sia nell’atteggiamento che nella fisicità, l’attrice Kim Amel.

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Più che una galleria di personaggi, insomma, lo spettacolo (che sarà replicato prossimamente in altri teatri del territorio), una sintesi ben articolata e strutturata delle migliori caratteristiche e qualità proprie della parte rosa dell’Umanità, che il pubblico ha dimostrato di aver gradito e apprezzato con i convinti applausi finali.

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.