Sbuffi di Ponentino (9) – Un tranquillo Natale… di paura!

.

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Natale4bis.jpg

.

.Se panettoni, torroni e pandori cominciano ad accumularsi sugli scaffali dei supermercati quando ancora non è arrivata la festa di Ognissanti, è perfettamente logico che il Teatro (disciplina e carica artistica che -come universalmente riconosciuto- “arriva sempre prima”) si occupi delle prossime (o quasi) feste di fine anno con «Un Natale molto molto… intimo» in scena da martedì scorso, fino a domenica, al Teatro Petrolini di Roma, un autentico “gioiellino” incastonato in quella serie di piccoli ma storici e attivissimi locali teatrali che dimorano nel cuore di Testaccio.

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Nat1.jpg

.

La trama:

È nella normalità di ogni giorno, soprattutto nell’approssimarsi di feste e ricorrenze, che si annida l’orrore domestico.

Così, alla vigilia di Natale, il tranquillo e rassicurante tran tran di Marcello e consorte viene infranto dall’arrivo della suocera, minaccioso e letale come e più di Anthony Perkins armato di pugnale nei panni della defunta nonna, nell’indimenticabile quanto terrorizzante sequenza della doccia del celeberrimo «Psyco» di Alfred Hitchcock. Quando poi si scopre che la donna comincia a soffrire di una forma molto aggressiva di arteriosclerosi che ha già praticamente azzerato la memoria a breve termine, potenziando all’inverosimile quella a lungo termine, quando piombano spettacolarmente nell’appartamento un vecchio spasimante russo della suocera e la sua tradizionale rivale nei giochi amorosi di una giovinezza ormai lontana, se i cognati in partenza per Vienna sono costretti a rinunciare perché una tempesta “perfetta” di neve si accanisce sulla città, allora la situazione da critica diventa davvero allarmante e foriera di disagi e disastri.

Marcello si avvale di tutte le risorse a sua disposizione per padroneggiare una situazione decisamente ingestibile, alternando momenti di rabbia, di tecniche di rilassamento e praticare zen e un disperato ricorso alla (poca) residua razionalità che alberga nel suo animo esacerbato, ma…

Ma non c’è niente da fare!

Da qui si dipana un’ininterrotta serie di equivoci, incidenti e imprevisti che, con un ritmo incalzante  e senza concedere respiro né agli interpreti né al pubblico, conducono al positivo (ne siamo sicuri?) scioglimento finale.

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Nat2.jpg

.

Lo spettacolo:

Il testo adattato da Lella Petrone è frizzante, mai volgare e intarsiato di gag e battute divertenti e mai volgari. La regia di Margarita Smirnova risulta al tempo stesso fantasiosa e tecnicamente impeccabile, con una gestione dei tempi e degli spazi sempre attenta e vivace.

Semplice ma efficace la scenografia, che ben disegna la calda atmosfera di una casa borghese sul punto di accogliere e celebrare nel più tradizionale dei modi le festività di fine anno. Ben scelti gli stacchi e gli intermezzi musicali.

La recitazione è corale, senza sbavature, il divertimento assicurato per un pubblico che, per tutta la durata dello spettacolo, non lesina applausi ed espliciti apprezzamenti.

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Nat3.jpg

.

Il Teatro (cui fa capo, oltre alla compagnia stabile, una eccellente scuola di recitazione curata dalla Smirnova in persona)raccolto e ospitale, da seguire da vicino per il resto della stagione (l’8 e il 9 febbraio andrà in scena anche il drammatico e avvincente dramma «Marzia e il salumiere – Storia di un fiore reciso» che tanto successo sta già riscuotendo nei teatri lombardi) e per le prossime.

.

A completamento di questo articolo, cliccando qui sotto, potrete accedere al link di una spigliata intervista con la Compagnia Stabile del Teatro Petrolini condotta dal drammaturgo Patrizio Pacioni:

.

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Vestale2comp.jpg   Vestale

Categorie: Giorni d'oggi e Teatro & Arte varia.

Falstaff l’esagerato ammalia Brescia

Sir John Falstaff è un personaggio creato da William Shakespeare che appare nell’ Enrico IV e nella Allegre comari di Windsor e viene nominato nell’ Enrico V, per la creazione del quale si dice che il grande drammaturgo si sia ispirato a Sir John Oldcastle (realmente vissuto) che fu a capo delle milizie inglesi nel corso della Guerra dei cent’anni.

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Falstaffverdi.jpg

.

Falstaff è anche il titolo dell’ultima opera di Giuseppe Verdi, il cui libretto, scritto da Arrigo Boito, ispirato al già nominato Le allegre comari di Windsor, ma arricchito con alcuni passi tratti anche da Enrico IV parti I e II.

Prima di dedicare qualche minuto a questa recensione, se lo ritenete utile, potete leggere il servizio di Bonera.2 sulla conferenza stampa di presentazione di «Falstaff e il suo servo»dell’evento:

.

Goodmorning Brescia (160) – Al Sociale è in arrivo l’uomo dagli smodati appetiti!

 

.

È la vita stessa a renderci bulimici, costantemente insoddisfatti, centrati su noi stessi e, soprattutto, ridicoli.

Il grasso, il panciuto, il gigantesco, l’esagerato, il ridondante Falstaff , è la sintesi suprema, il distillato allo stato puro dell’esiziale summa di tutti questi difetti dell’essere umano, che Shakespeare tratteggia e anima da quasi-dio della creazione artistica qual è, con il soffio vitale che egli solo lui conferire ai propri personaggi.

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Falstaff-e-il-suo-Servo_ph-Tommaso-Le-Pera-1-1024x682.jpg

.

Un uomo tronfio e supponente, ma al tempo stesso inconsapevolmente e insospettabilmente eroico, a suo modo, capace, nella grandezza delle proprie mancanze riesce persino a suscitare la livida invidia di un servo colto, ma reso ottuso dal livore di chi , qualunque ne sia la natura e la qualità, al proprio interno lascia intravedere una scintilla;  un uomo irridente e al tempo stesso ridicolo fin dall’inizio della pièce, rovesciato al suolo come una tartaruga rovesciata, che non sarà mai capace di raddrizzarsi e alzarsi in piedi senza l’aiuto altrui, che nella pratica del certame amoroso riesce a diventare (e proprio questa è la sua grandezza) ancora più ridicolo.

Un uomo di una miopia intellettuale talmente forte da sfiorare la cecità: «Sei un uomo di troppe parole» gli contesta il servo, che invece la vista delle debolezze altrui ce l’ha fin troppo acuta. «No, sono un uomo che usa la logica», risponde Falstaff, con fede incrollabile in se stesso.

E intanto l’odio del servo verso il padrone ribolle, cresce, perché è difficile che chi, povero di idee ed emozioni, non possiede un’esistenza propria, qualcosa che, alimentando il pensiero e la fantasia, si elevi dal ciclo universale della pura sussistenza fisica.

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Falstaff-e-il-suo-Servo_ph-Tommaso-Le-Pera-5-1024x682.jpg

.

«Non basta voler vivere, per vivere davvero» contesta a Falstaff, ma è solo la livida smorfia dell’invidia.

Poi, a guarnire e valorizzare un’esistenza intessuta di autoillusioni e vanità, arriva una provvidenziale (sembra strano, ma mi sembra opportuno definirla così) morte in battaglia. Una cornice talmente preziosa che, limitando un quadro che va a sfocarsi ai bordi estremi, rende un mediocre ritratto un quadro un po’ più bello e gradevole da vedere.

Anche la morte sul campo, però, merita un ultimo, clamoroso e irriverente sberleffo: perché, come disse e scrisse Oscar Wilde, “La vita è troppo importante per essere presa sul serio“.

L’ardita opera di “taglio, assemblaggio e cucitura” dei vari brani shakespeariani (senza distogliere mai lo sguardo dal Falstaff verdiano) portata a compimento da Nicola Fano e Antonio Calenda si rivela azzeccata e vincente. La messa in scena di «Falstaff e il suo servo» per opera dello stesso Antonio Calenda ha lo stesso risultato di un prodotto di alta sartoria: un abito su misura in cui non si riesce a ravvisare neanche una piega fuori posto.

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Falstaff-e-il-suo-Servo_ph-Tommaso-Le-Pera-2-1024x682.jpg

.

La recitazione di Franco Branciaroli, oltreché impeccabile come sempre, nell’occasione ispirata e in qualche modo amplificata dall’evidente empatia tra attore e personaggio, è validamente sostenuta da quella di grande valore del servo Massimo De Francovich e dall’efficace accompagnamento di Valentina Violo, Valentina D’Andrea , Alessio Esposito e Matteo Baronchelli. Di grande suggestione le scene e i costumi di Laura Giannisi, le musiche di Germano Mazzocchetti e le luci di Cesare Agoni.

Appuntamento da non mancare: al Teatro Sociale di Brescia fino al 3 novembre.

(foto dello spettacolo inserite a corredo di questo articolo: ph Tommaso Le Pera)

.

   

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è GuittoCirc.png   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (160) – Al Sociale è in arrivo l’uomo dagli smodati appetiti!

.

Che sia a inizio stagione, oppure alla fine, o anche nel mezzo, ogni volta lo spettacolo il cui protagonista è Franco Branciaroli è un evento capace di attirare i giornalisti, in occasione della conferenza stampa di presentazione, come un prato fiorito fa con le api.

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Conf3.jpg

.

Così è successo questa mattina, in occasione della prossima messa in scena al Teatro Sociale di «Falstaff e il suo servo», registrando una richiesta di accrediti stampa talmente elevata da costringere gli organizzatori a disporre lo spostamento dalla sede originariamente prevista (il foyer del teatro sociale) alla sala conferenze della sede del CTB in Piazza Loggia.

Fa gli onori di casa il direttore Gian Mario Bandera che ricorda, prima di passare la parola agli artisti, che le 14 repliche bresciane rappresentano soltanto l’inizio di una lunga tournée che vedrà lo spettacolo di iniziare teatri di tutta Italia passando, prima di approdare a Roma, anche dal Piccolo Teatro di Milano.

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Conf1.jpg

.

«Debuttare con questo spettacolo a Brescia, città alla quale mi lega l’antica e preziosa amicizia con alcuni degli esponenti della rinascita del movimento teatrale bresciano dell’ultimo scorcio del ‘900, è come approdare in un porto sicuro e in questa occasione mi è ancora più gradito farlo insieme a Franco Branciaroli (che, neanche a dirlo, impersonerà Falstaff) con il quale ho già condiviso altre  numerose quanto prestigiose avventure artistiche» premette il regista Antonio Calenda.

«Altrettanto si può dire, ovviamente, per Massimo De Francovich che indossa invece i panni del Servo», aggiunge subito dopo, prima di argomentare in dettaglio sulla pièce che sta per andare in scena.

«I motivi per i quali in Italia Falstaff non è stato sino a questo momento portato in scena con la dovuta frequenza si possono identificare nella difficoltà di reperire attori muniti della necessaria prestanza fisica e recitativa e per il grande impegno richiesto agli interpreti. Peccato, perché nella galleria dei personaggi shakespeariani, esso incarna l’aspetto dionisiaco dell’uomo, distinguendosi tra tutti per una feroce volontà di essere e per una bulimia di piacere e un incessante desiderio. In pratica un fratello maggiore (o minore) di Riccardo III. Quanto all’interpretazione che ne fa Franco, può definirsi con una sola parola: “somma”. La compagnia che lo affianca è composta di attori di alto livello, non numerosissimi ma capaci di moltiplicarsi in scena, avvalendosi d di collaboratori che si collocano nell’aristocrazia della coreografia e della danza».

Dopo aver ribadito che «Falstaff, personaggio per la cultura inglese risulta quasi più importante dello stesso Amleto, per l’Italia (a parte la grande ma non da sola sufficiente prestazione verdiana) resta alquanto defilato», Franco Branciaroli fa presente come nel personaggio interpretato si mescolino le straordinarie capacità di trattare contemporaneamente e a livello di eccellenza sia temi “alti” che aspetti della vita bassi e materiali.

«Certo la traduzione in italiano (come faceva notare anche Gramsci quando indossava le vesti di critico teatrale) limita non poco la possibilità da parte del pubblico di gustare fino in fondo gli innumerevoli e argutissimi giochi di parole del testo originale» non manca di ricordare, prima di accennare alle difficoltà incontrate personalmente nella recitazione che lo vede avvolto nel salsicciotto di cotone necessario per rendere l’esuberante fisicità di Falstaff.

«Non avendo potuto sperimentare l’effetto che farà su di me in scena il calore dei riflettori» conclude con ironia, «si è deciso di predisporre, a titolo precauzionale, opportuni interventi da effettuare in caso di situazione critica. Tra questi anche un bel paio di forbici utili a tagliare via l’imbottitura

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Conf2bis.jpg

.

«Nei miei non pochi anni di pratica teatrale» dice Massimo De Francovich, «ho sempre privilegiato la “negatività” che trovo, in scena, molto più interessante della “positività”. Il personaggio del Servo, al quale do vita e voce è quello che si può definire un “odiatore seriale”. Detesta visceralmente Falstaff, ciò che fa e ciò che rappresenta e ne vuole la rovina con ogni risorsa a disposizione. Ciò che per Falstaff risulta affascinante per il servo è orribile e non fa fatica a esternarlo nel corso dei frequenti dialoghi diretti con il pubblico in sala».

Le conclusioni dell’incontro le tira Elena Bonometti, membro del consiglio di amministrazione del CTB che, per prima cosa ringrazia Calenda per gli apprezzamenti attribuiti all’opera del Centro Teatrale Bresciano.

«Falstaff e il suo servo (in collaborazione con il Teatro de gli Incamminati e  TSA Teatro Stabile d’Abruzzo, è la prima di quattordici produzioni di un anno impegnativo non solo dal punto di vista tecnico-organizzativo, ma anche da quello economico; un’operazione di grande interesse anche e soprattutto per l’estrapolazione effettuata del personaggio che compare nell’ Enrico IV, nelle Enrico V e nelle Allegre comari di Windsor, valendo anche come conferma di quanto il nostro italianissimo Verdi (un autentico genio, che adoro senza riserve) abbia fatto per il complesso dell’opera shakespeariana. Viene messa in piena luce la figura di Shakespeare “psicologo” oltre che poeta e inarrivabile drammaturgo: un autore capace di compiere argute e profondissime introspezioni nei personaggi creati dalla sua immensa e inesauribile fantasia»

Per aggiungere, subito dopo, con sincero e compiaciuto stupore: « È davvero incredibile come, anche per chi vive nel Teatro da tempo, come me, ogni occasione, soprattutto come questa occasione, sia continua fonte di riflessione e di arricchimento personale».

Prima dei saluti finali e dell’appuntamento per la “prima”, Elena Bonometti ricorda che il 24 ottobre, nell’ambito delle rassegne collaterali organizzate dal CTB di cui ho scritto ieri, presso l sede della Cattolica, appuntamento il 24 ottobre con Franco Lonati che parlerà del personaggio shakespeariano di Falstaff. Grazie anche alla voce dell’attore Daniele Squassina ghiotta occasione di una ulteriore riflessione sui temi trattati.

Dello spettacolo, quando sarà il momento, vi racconterà tutto, come sempre, GuittoMatto.

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è leonessa.png      Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi e Teatro & Arte varia.

Brescia Città del Teatro (11) – C’è Alchimia, in palcoscenico!

.

Ho incontrato recentemente Maria Antonietta Belotti, Massimo Alberti e Mario Mirelli, storici rappresentanti di una iniziativa bresciana che da un ventennio (scusate se è poco!) si occupa in modo convenzionale -e non convenzionale- di teatro. Si tratta di…

Potrete acquisirne notizie più dettagliate semplicemente visitando il loro sito. Questo è il link: http://www.associazionealchimia.org/ . A seguire la conversazione, sintetizzata in domande e risposte (con immagini di scena “Alchemiche” inserite tra un argomento e l’altro), che è venuta fuori dalla serata.

*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°

Si può avere, prima di ogni altra cosa, qualche notizia sulle “origini storiche” dell’Associazione e sulle motivazioni che ne ispirarono la nascita?

L’Associazione nacque il 1 gennaio 1999 e il primo evento fu una festa concerto delle sorelle Citterio che si tenne in un teatro di Manerbio. Noi tre soci fondatori eravamo già attivi da tempo con spettacoli itineranti e, con la formalizzazione del gruppo, il progetto era quello di crescere sia dal punto di vista qualitativo (con particolare riguardo alle contaminazioni e alla multimedialità -allora ancora sperimentale, la cui prima prova nel 2004 fu «Anime incarnate») che quantitativo. Il modello di riferimento iniziale furono artisti come i Momix e Pina Bausch attraverso un apporto di artisti di adeguato livello professionale. Tra le altre idee c’era anche quella di organizzare e tenere corsi di recitazione, musica, danza e arti figurative che, difatti, andò avanti con soddisfazione qualche anno indirizzandosi ad allievi di ogni età, con particolare attenzione anche ai disabili.  

.

.

Venti anni di attività rappresentano per ogni associazione un traguardo significativo da festeggiare (soprattutto nel campo della cultura, effimero per eccellenza), ma anche un momento di riflessione e di bilancio da non mancare.

Se si tratta di fare un bilancio complessivo il risultato è positivo, ma resta il rammarico di non avere ricevuto, nonostante l’intensità, la quantità di quanto prodotto e l’impegno profuso un autentico appoggio (non solo economico) da parte delle istituzioni locali e degli enti che ci hanno aiutato nelle produzioni solo in modo del tutto saltuario. In particolare credo che in questo non abbia giovato la nostra assoluta determinazione di portare avanti un discorso culturale indipendente sia dal punto di vista politico che da quello della scelta dei temi da trattare. Insomma, la scelta presa di sottrarci sempre a qualsiasi “schieramento”, evidentemente non piace a un estabilshment che vede l’indipendenza come un potenziale pericolo.

.

.


L’offerta artistica di Alchimia è piuttosto variegata, andando dai classici al dialettale, al teatro-documento, alle letture d’autore e a numerosi altri generi. Quanti spettacoli sono stati prodotti nel primo ventennio di attività? Tra gli spettacoli prodotti, ce n’è qualcuno che si è distinto per qualità e riscontri da parte del pubblico e almeno uno che, se si potesse tornare indietro, non allestireste più?

Difficile contare con precisione, ma più o meno, la media è di due produzioni l’anno. Tra l’altro, nel 2017, abbiamo prodotto anche un film intitolato «Maddalena e le altre » che è stato selezionato anche al Festival di Caorle. Per quanto riguarda una graduatoria relativa è impossibile per noi stilarla, in quanto ogni spettacolo prodotto è stato pensato, scelto e realizzato con assoluta convinzione nella sua validità e con il massimo impegno da parte di tutti noi. Possiamo però dire che lo spettacolo sulla Shoà (uscito con titoli diversi e rappresentato anche a Roma davanti a più di mille persone) «Pasticci d’amore» (riduzione del capolavoro shakespeariano «Sogno di una notte di mezza estate» con particolare diffusione “itinerante” esclusivamente in sedi “non teatrali” e particolare attenzione a scenografie naturali) si sono distinti per numero di repliche. “Per quanto mi riguarda sono molto affezionata e legata ad «Anime incarnate» spettacolo corale e multimediale tutto al femminile scritto da me e che mi ha visto tra le interpreti” tiene ad aggiungere Maria Antonietta Belotti.

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Alchimia-1-1024x587.jpg

.

Quali sono i criteri adottati per “reclutare” autori, registi e attori?

La prima caratteristica che viene presa in considerazione è la condivisione dello spirito del progetto. Diciamo che in Alchimia c’è una vivace rotazione di persone che collaborano artisticamente  e che parte degli artisti sono cresciuti personalmente e professionalmente con noi (“trasformiamo il piombo in oro” ribadiscono) arrivando a conseguire affermazioni professionali in molti casi anche importanti. “Possiamo dire” ironizza Massimo Alberti “che se c’è un fattore che ci accomuna più di altri è… la diversità!” “Oltre alla passione, alla libertà, all’urgenza di dire” interviene Maria Antonietta Belotti

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Alchimia-8.jpg

Abbiamo parlato, nella domanda precedente, di differenze spesso sostanziali tra una regione e un’altra, a volte tra una provincia e un’altra, che caratterizzano l’Italia. Un problema che, considerate certe tendenze “centrifughe” che caratterizzano i nostri giorni, sembra destinato a farsi più complesso. La domanda è: in cosa individuate le esigenze e le richieste più sentite e autentiche del pubblico al quale vi rivolgete?

Una cosa che abbiamo notato è un’ancora non completamente matura abitudine al teatro tra i giovani e i giovanissimi della provincia bresciana sulla quale riteniamo che si possa e si debba lavorare molto. Per quanto riguarda le aspettative del pubblico, invece, forse si tratta di un falso problema: è nostra convinzione che il pubblico sia perfettamente in grado di scegliere, purché gli vengano sottoposte le giuste alternative e le corrette informazioni. In questo senso non vediamo differenze né a livello di strati sociali né di territorio. “La gente ha voglia di portare a casa qualcosa di significativo” interviene Mario MirelliSia uno spettacolo drammatico o brillante, l’essere umano ama più di ogni altra cosa emozionarsi, e ce ne si può rendere conto anche solo vedendo le espressioni di chi esce dal Teatro a fine spettacolo

.

.

In che modo Alchimia intende festeggiare il traguardo dei venti anni di attività? Quali sono i progetti che avete in cantiere per il prossimo anno?

Una rassegna di cinque spettacoli di nostra produzione (di cui tre nuove e con testi originali cui si aggiungono due spettacoli di repertorio) tutti di diverso genere: « Il cavaliere dalla trista figura», «Non sono Marco Paolini» (nuovo) «‘na vedova e tre muscù «Storia meravigliosa» (nuovo) «Emi» (nuovo)che si terranno al Teatro Sant’Afra dal 27 settembre al 22 di novembre. Festa finale il 14 dicembre (intitolata “Incontri”) che si terrà alla sala dell’Oratorio della Parrocchia Beato Luigi Maria Palazzolo e che consiste in un incontro tra tutti coloro che in qualche modo hanno partecipato ad Alchimia e che sarà aperta anche a chiunque vorrà conoscerne la storia e i progetti anche grazie alla proiezione di un video con le fotografie di spettacoli (backstage compresi) di questi venti anni. La manifestazione sarà arricchita da monologhi, improvvisazioni, performances varie e terminerà con un rinfresco.

.

*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°

.

Per concludere, qui di seguito, il manifesto dell’intera rassegna. Più in basso, e più in grande, le locandine dei singoli spettacoli che la comporranno.

.

GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Il diavolo di Pupi va capito

.

.

La trama:
Nell’Autunno 1952, Furio Momentè, ispettore del Ministero di Grazia e Giustizia, viene incaricato di svolgere un’indagine a Venezia: in un paese del Polesine si è verificato uno strano e agghiacciante delitto, che ha visto un ragazzino uccidere in modo brutale e sanguinoso un coetaneo. La missione di Furio è quella di cercare di tenere fuori certi ambienti della chiesa locale da una tragedia nella quale, invece, sembrano pienamente coinvolti.

.

.

Secondo me:
Ho visto il film «Il Signor Diavolo» dopo aver letto una recensione postata in Rete da “uno di quelli bravi”. Impeccabile nell’analisi “tecnica” della pellicola, evidenziando certe carenze di un  audio “non all’altezza” e la “fretta” con la quale i pur bravissimi interpreti (per scelta attoriale o per imposizione della regia) modulano la propria recitazione, facendo perdere agli spettatori, in più di un caso, alcune battute, anche importanti, il recensore non si rivela altrettanto abile o altrettanto attento nella lettura dello spirito del film.
Per prima cosa «Il Signor Diavolo» NON è un film horror e poco ha a che vedere con precedenti firmati dallo stesso regista come «La casa dalle finestre che ridono».
Si tratta, invece, di un drammatico e avvincente film “gotico”  di ambiente e di costume, efficacissimo nella lettura e nella discrezione di un’Italia ormai lontana nel tempo, quella del secondo dopoguerra in inquieta attesa del deflagrare del boom economico, l’Italia democristiana profumata dai ceri delle candele di chiesa, al tempo stesso terrorizzata e attratta da nuove e fino a quel momento impensabili categorie del pensiero, da nuove trasgressioni, tanto più allettanti quanto più oscure e peccaminose. Un reportage fantastico sui vizi, le malizie, i segreti e i sapori più sapidi della provincia, in precario equilibrio tra trasgressione e repressione della libertà di pensare e di agire, sulla smodata fame di potere e controllo degli apparati centrali di politica e religione, in nome della quale, davvero, si è disposti a vendere al Signor Diavolo l’anima propria e i corpi degli altri.
Pupi Avati scatta una fotografia d’epoca, sfocata e ingrigita dal trascorrere implacabile del tempo di anni ormai remoti in cui il diavolo esce definitivamente dall’inferno e si annida, in perfetta par condicio, nell’anima di laici e baciapile. Mettendo un forte accento, tra l’altro, su un attualissimo (direi eterno) conflitto universale con la diversità: “Nella cultura contadina il diverso e il deforme vengono associati al demonio” dice uno dei protagonisti della storia, e come si può dargli torto?
Insomma, uno spettacolo duro e raffinato per palati fini, che come tale va visto e goduto.
.

   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Amaranto: molto più di un colore

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è 10-1024x576.jpg

.

Se si guarda a destra si gode della magnifica vista di un mare azzurro e pulito che espone a buon titolo, con legittimo orgoglio e sacrosanta soddisfazione, una bellissima bandiera blu; se poi, però, si volge il capo a sinistra, oltre il canale attraverso il quale la Fabbrica si abbevera avidamente dell’acqua di mare necessaria ai suoi processi industriali, risplendono spiagge bianche di spettacolare impatto visivo ma impastate di soda e di chissà quali altri materiali velenosi.

 

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è 11.jpg

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è 01.jpg
 

Forse sarà un caso, forse no, ma fatto è che location più azzeccata degli accoglienti “Bagni Lillatro” di Rosignano Solway per la presentazione in anteprima nazionale del libro «Amaranto – Amaro amianto» proprio non poteva esserci. Nell’opera, edita da  “Il Convivio Editore”, è riportato il testo integrale dell’omonimo dramma ispirato al diario al quale Manuella Costalli (autrice di una toccante postfazione) ha affidato la rievocazione della morte per avvelenamento da asbesto del marito Graziano Candela, scritto come testo drammaturgico da Patrizio Pacioni. Il volume è arricchito dalla prefazione di uno dei massimi esperti italiani(e non solo) di problematiche relative alla difesa dell’ambiente e dalla bellissima copertina dell’artista bresciano Gi Morandini.

 

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è 05-1024x451.jpg

 

Davanti a un pubblico di almeno 150 persone (un numero di partecipanti decisamente rimarchevole, per una presentazione letteraria), intervistato dal poeta ,scrittore e grande appassionato di teatro Çlirim Muça, il drammaturgo romano ha illustrato l’origine, la genesi e le finalità per le quali è stata messa in pista l’operazione “Amaranto”.

 

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è StampaRosignano.jpg

 

Di grande suggestione e coinvolgimento emotivo il toccante intervento di Manuela Costalli che, ancora una volta a ripetuto la sua preziosa testimonianza non mancando mettere in luce le carenze etiche, amministrative, politiche e giudiziarie che hanno permesso permettono tuttora e ancora, purtroppo, permetterà negli anni a venire il perpetuarsi della vera e propria strage provocata dall’inquinamento da amianto. Numerose e qualificate le presenze di personaggi di rilievo operanti sul territorio e particolarmente sensibili alle tematiche dell’ambiente e della prevenzione. Prima fra tutti Antonella Franchi, esponente di spicco dell’Osservatorio Nazionale Amianto, particolarmente attiva nel settore della protezione delle generazioni più giovani esposte ai gravissimi rischi causati dalla ancora massiccia presenza della asbesto nelle strutture scolastiche. Di rilievo gli interventi dei consiglieri regionali Monica Pecori e Giampiero Palazzo, che hanno allargato i rispettivi interventi sulle problematiche derivanti dall’amianto a tematiche sociali, civili e politiche di più ampio respiro. Di grande spessore il contributo del dottor Maurizio Romani, già senatore della Repubblica, che ha riferito delle sue preziose esperienze in tema di inquinamento ambientale con particolare riferimento ad altre zone gravemente carenti dal punto di vista sanitario come quelle ormai compromesse dalle esalazioni e dagli scarichi dell’Ilva di Taranto e del polo petrolchimico di Priolo.

La lettura di alcuni significativi brani del dramma effettuata dall’attrice Ilaria Bianchi in coppia con lo stesso Autore  ha suscitato l’interesse e la commozione di tutti i presenti.

 

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è 03.jpg

 

 

 

«La presentazione di Rosignano Solvay, seguita la sera successiva da analogo appuntamento presso l’Hotel Signorini di Castiglioncello» ha tenuto a precisare Pacioni, «è soltanto l’avvio di un ambizioso progetto che, partito dalla creazione di un “gruppo” Facebook” particolarmente attivo e agguerrito, si propone il duplice scopo di portare al più presto il dramma in tournée nel maggior numero possibile di teatri italiani e di diffondere l’informazione su uno dei più grossi problemi ecologici che minacciano la salute degli italiani».

E, se lo dice lui, a noi non resta che aspettare fiduciosi.

.

.

 

Questa sopra e la successiva, sono due istantanee della presentazione di “Amaranto – Amaro amianto” sabato 10 agosto all’Hotel Signorini di Castiglioncello

.

Valerio Vairo

Categorie: Teatro & Arte varia.

Icaro: «Ambire a un’altra specie non è sano»

.

Sciolte al calore dei raggi solari le ali di cera che ne avevano favorito il mitico volo, Icaro si schianta in mare. Un impatto violentissimo che non lo uccide, ma gli spacca le ossa, lasciandolo, tra la gente del posto, come un misterioso angelo deforme caduto dal cielo. Trasformandolo, suo malgrado, in una specie di freak esposto in un circo, per vedere il quale un pubblico malato di morbosa curiosità è disposto a pagare il biglietto.

Da questa premessa, intrigante e grottesca, nasce e si sviluppa «Icaro caduto» monologo scritto e interpretato da Gaetano Colella per la regia di Enrico Messina, ultimo appuntamento sia del complesso della corposa stagione 2018/2019 del CTB che, più specificamente, del Festival estivo del Centro Teatrale Bresciano.

.

.

Il testo è al tempo stesse semplice e complesso, unendo una drammaturgia scevra di virtuosismi dialettici a una articolata alternanza di stili narrativi e di toni recitativi. Dalla poetica dei momenti più propriamente epici (alternativamente baciata e alternata) si passa, negli inserti satirici, agli ammiccamenti di una prosa più materiale, in alcuni casi decisamente e piacevolmente sapida.

.

.

In tutto ciò, Gaetano Colella se la sbriga decisamente bene, dando vita in modo energico e privo di sbavature, attraverso opportune e a volte funamboliche variazioni di gestualità, di posizionamento scenico, di prospettiva e di impostazione vocale, a diversi e ben delineati personaggi.

Riesce, con sostanziale naturalezza, a tenere una rotta di mezzo tra rispetto di alcune suggestioni mitologiche e chiavi di lettura schiettamente terrene e popolari, inducendo nello spettatore (e non è cosa facile per nessuno) riflessioni non banali ed emozioni di diversa, a volte opposta, natura.

Fino al drammatico epilogo (ma non è forse drammatico l’epilogo della storia di ogni uomo che venga al mondo?) sintetizzato, come nel più efficace degli epitaffi, dalla frase che abbiamo scelto di utilizzare come titolo di questa recensione.

Lineare, per non dire spartana, ma efficace la scenografia, coadiuvata da opportuni giochi di grafica luminosa. Meritatissimi i convinti applausi con i quali il pubblico saluta la fine dello spettacolo e della stagione.

E, a proposito di questa ormai trascorsa stagione, mi sia consentito un ultimo “passaggio” su una persona che, pur non calcando mai le assi del palcoscenico, ha contribuito al successo di un tabellone già per suo conto straordinariamente ricco e valido, facilitando e favorendo i rapporti con la stampa e facilitando, a noi tutti, il lavoro d’informazione su tutti gli spettacoli in programmazione.

.

Sto parlando della dinamica e sempre disponibile, sollecita e cordialissima Veronica Verzeletti, addetto stampa e comunicazione del CTB. Di sé dice: «Comunicare la cultura, raccontarla attraverso i progetti di Enti e Persone. Questo è ciò che faccio ogni giorno, con passione e soprattutto fantasia» …

E altro non posso fare (aspettando il già prossimo inizio della stagione 2019/2020) che prenderne atto e confermare con grandissima simpatia e stima.

.

Icaro caduto

scritto e interpretato da Gaetano Colella

regia Enrico Messina

costume Lisa Serio

scena Paolo Baroni

disegno luci Loredana Oddone

cura del suono Raffaele Bassetti

produzione ArmamaxaTeatro / PagineBiancheTeatro

.

.

..

GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Miracolo in via Milano (l’improvvisazione non s’improvvisa)

.

.

Sette giornalisti che arrivano in via Milano da soli o in coppia come cospiratori, in una atmosfera da vecchio film sulla guerra fredda rafforzata anche dall’aspetto del furgone che ci aspetta in via Nullo: un trabiccolo mal ridotto che ha conosciuto tempi migliori.

Le indicazioni, prima di salire a bordo sono scarne ed essenziali, tipo:

1) si consiglia vivamente ai signori cronisti di fare la pipì prima di partire non saranno ammesse soste intermedie;

2) attenti, quando salite , a non sbattere la testa sul montante.

Premesso questo, «Medea in via Milano», versione bresciana di un format drammaturgico “da strada” che ha interessato già numerose località italiane, congiungendo l’impegno artistico con quello della denucia dello sfruttamento sessuale, della tratta degli esseri umani e dell’accoglienza, è a mio avviso un’idea originalissima e ben realizzata.

«Con venti repliche, sette spettatori per volta, si arriva a centoquaranta: non sono decisamente pochi per uno spettacolo di questa originalità e qualità?» ho chiesto al Direttore Gian Mario Bandera, dopo avere assistito all’anteprima che vi racconterò più avanti.

«In effetti sarebbe stato bello poterlo offrire al pubblico bresciano per un mese, ma in questa occasione non è stato possibile. Chissà, magari ci riuscirà di farlo tornare in città» mi ha risposto, aggiungendo di esserne stato favorevolmente impressionato lui per primo

.

DA QUESTO PUNTO IN POI SI SCONSIGLIA LA LETTURA A CHI PREVEDE DI ANDARE AD ASSISTERE A QUESTO SPETTACOLO: IN PRESENZA DI PERFORMANCES DEL GENERE, INFATTI, RITENGO PERSONALMENTE PREFERIBILE CHE CI SI LASCI PRENDERE DALLA SORPRESA DELL’INASPETTATO E DALLA SCOPERTA PROGRESSIVA DELL’INCOGNITO.

SE SIETE D’ACCORDO CON ME, NATURALMENTE, STATE TRANQUILLI: QUESTO POST POTRETE SEMPRE LEGGERLO “DOPO”. ALTRIMENTI… ANDATE PURE AVANTI NELLA LETTURA.

.

Un attimo prima di partire, sale a bordo lei: una giovane rumena sulla trentina, estroversa e un po’ schizzata, che, fin da subito si impegna a interagire con i passeggeri del furgone, con la spontaneità e la naturalezza di chi quella vita immaginaria l’abbia vissuta (e la stia vivendo) davvero. Così racconta di una fanciullezza difficile, nella problematica e durissima Romania di Ceausescu, di un padre testardo e volitivo inviso al regime costretto, dal professore che è, a inventarsi contadino.

È brava Elena Cotugno, (coautrice del testo -ideato e diretto da Gianpiero Borgia– insieme al drammaturgo “di casa” del CTB, Fabrizio Sinisi) anzi bravissima, sia nella totale immedesimazione nel personaggio, che per un po’ continua baloccarsi in una finta euforia utilizzata come fumogeno per nascondere le irrimediabili fratture che gli hanno spezzato irreparabilmente l’anima, sia nella capacità di coinvolgere il suo pubblico (cioè non giornalista)  attraverso ripetute quanto accorte provocazioni. È brava Elena Cotugno, anzi bravissima, nel veicolare il il parto doloroso delle proprie ossessioni, che come scarafaggi escono fuori dai punti oscuri del passato fuoriesce dai suoi occhi una memoria come una bottiglia di, no, anzi come una bottiglia di lacrime. È brava, Elena Cotugno, a far sorridere e a far commuovere, a mostrarsi al tempo stesso dura e fragile come prezioso cristallo.

La confidenza della violenza subita viene espulsa come una deiezione velenosa, poi si spoglia con la mente e con il corpo, realizzando il paradigma eterno della prostituta che non vuole rendersi conto di ciò che è diventata o che è stata fatta diventare. “Non ho più paura di niente” esclama e ripete, a se stessa più e prima ancora che ai suoi interlocutori,  fingendo di sapere tutto della vita e del mondo, mentre, della vita vera, non sa proprio niente.

L’arrivo di un figlio, anzi di due gemelli, imprevisto e vigliacco, ma accolto con amore con speranza nonostante tutto. L’accettazione, per amore di qualunque sacrificio, anche quello di continuare a lavorare a gravidanza avanzata e di ritornare sulla strada subito dopo il parto. Perché la vita continua, deve continuare come se come prima, e bisogna “contare tutto”, oggetti, situazioni, persone, per non impazzire.

E, siccome l’inferno per certe persone non ha mai fine la scoperta dell’ennesimo tradimento, ben presto seguita dall’abbandono, nonostante la sopportazione e l’acquiescenza, un silenzio sofferto.:

Sai cosa vuol dire sapere tutto e non dire niente?”

E finalmente, se finalmente si può dire in certi casi, il divampare della follia, la possessione da parte di quella Medea che si nasconde e attende in ogni donna, quando il dolore e il disonore diventano troppo ingombranti e urticanti per essere sopportati.

Scende, dal furgone e dalla nostra vita, e dal mondo di superficie, dalla gente “normale”, per tornare nell’inconscio collettivo, nel disordinato andirivieni delle vie cittadine e rintanarsi nella nostra cattiva coscienza.

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Medea2.jpg

.

Uno spettacolo sorprendente, un originalissimo modo di fare teatro, un efficace strumento di informazione e comunicazione, un evento artistico che si trasforma, per noi fortunati giornalisti, e per coloro che avranno modo di vivere questa esperienza, in qualcosa di profondo e indimenticabile.

.

«Abbiamo provato a leggere e a raccontare oltre la superficie la storia di migliaia di esseri umani, partiti dal proprio paese con un sogno che all’arrivo qui in Italia si è rivelato un incubo.Nel grande mare del tema delle migrazioni, abbiamo messo a fuoco il fenomeno che riguarda quelle donne straniere, sconosciute eppure in qualche modo familiari con elementi dell’arredo urbano cui siamo abituati, che popolano le nostre strade. Donne partite alla ricerca di una vita migliore e invece ritrovatesi nel racket della schiavitù della prostituzione» ha spiegato qualche tempo fa Gianpiero Borgia. E non si può dire certo che non ci sia riuscito.

.

.

Elena Cotugno nasce a Ruvo di Puglia (Bari) nel 1984.  Nel 2008 si diploma presso ITACA (International Theatre Academy of Adriatic) in Tecniche e metodologie delle arti drammatiche. Nel 2007 studia presso la LAMDA (London Academy of Music and Dramatic Arts) e a Berlino con il regista e pedagogo Jurij Alschitz. Debutta a Parigi con il regista e pedagogo Anatolij Vasiliev con lo spettacolo “Soirèe Cechov”. Sempre con Anatolji Vassiliev nel 2011 e nel 2012 segue il Master in “Pedagogia della Scena” presso il CTR di Venezia in collaborazione con La Scuola Civica Paolo Grassi di Milano.
Oltre ad importanti esperienze lavorative all’ estero, a Parigi con Anatolij Vasiliev e a Strasburgo con Agnès Adam, ha lavorato come attrice presso importanti teatri nazionali. Dal 2007 al 2009 partecipa a tre edizioni dell’ “International Edinburgh Fringe Festival” con la regia di Gianpiero Borgia con il quale gestisce la compagnia “Teatro dei Borgia” nata nel 2002.

Esperienze teatrali:
2015 – La Locandiera di Goldoni / di Fabrizio Sinisi / regia di Gianpiero Borgia / Teatro dei Borgia.
2014 – L’Indecenza / di Elvira Seminara/ regia di Gianpiero Borgia / Teatro Stabile di Catania.
2014 – Gl’Innamorati di Goldoni / di Fabrizio Sinisi / regia di Gianpiero Borgia / Teatro dei Borgia.
2013 – Volevo essere Amy Winehouse / Elena Cotugno e Michela Diviccaro / regia Gianpiero Borgia / Teatro dei Borgia.
2012 – Oreste di Euripide / di Mariano Dammacco / regia di Nicola Vero / Compagnia delle Formiche
2011 – Valodia le grand et Valodia le petit / di Anton Cechov / regia di Agnès Adam / La Friche Laiterie, Strasburgo con Collectif Spactacle-Labortoire.
2010 – Soirèe Cechov- Le Moine Noir e Valodia le grand et Valodia le petit / di Antòn Cechov/ regia Anatoli Vasiliev/ Theatre de l’Atalante, Parigi / con Collectif Spectacle-Laboratoire.
2009 – Troilo e Cressida / di Williams Shakespeare / regia Gianpiero Borgia / Compagnia delle Formiche, Teatro Pubblico Pugliese.
2009 – “In Serching of Miss Landmine” (spettacolo in lingua inglese)/di Elena Cotugno, Claudia Lerro, Carmen Centrone/ regia Gianpiero Borgia/ Edimburgo Fringe Festival/ Compagnia delle Formiche.
2008 – Yerma (spettacolo in lingua inglese) / di Federico Garcia Lorca / regia Gianpiero Borgia/ Edimburgo Fringe Festival / Compagnia delle Formiche.

.

GuittoMatto

 

 

THEATRE

2007 ESCAPING HAMLET Gianpiero Borgia

2007 I DIALOGHI PLATONICI – IPPIA MINORE Christian Di Domenico

2008 yerma di federico garçia lorca Gianpiero Borgia

2009 TROILO E CRESSIDA DI WILLIAM SHAKESPEARE Gianpiero Borgia

2010 IL MONACO NERO DI ANTON CECHOV Anatolij Vasiliev

2011 VALODIA LE GRAND ET VALODIA LE PETIT DI ANTON CECHOV Agnes Adam

2011 MOLTO RUMORE PER NULLA DI WILLIAM SHAKESPEARE  Nicola Vero

 

 

La dinamica è quella del viaggio. Ogni viaggio è una crescita. Come evolve la consapevolezza dello spettatore al termine del tour?
Lo spettatore è insieme ad altri passeggeri, la vicinanza crea relazioni e interazione. È un vero e proprio viaggio che si fa riflessione sul viaggio stesso. Ci si trova esposti, con tutti i sensi coinvolti. Ogni replica è determinata da chi c’è a bordo, molte sono poi le variabili: dal tempo al traffico.

Ma il furgone è permeabile o impermeabile? L’interazione avviene anche con le ragazze della strada?
Per rispetto, quando attraversiamo le zone calde cerchiamo un modo per non essere invadenti. A Bari o Genova è impossibile non passare attraverso le ragazze che “lavorano”, lo facciamo con discrezione, non ci fermiamo mai. Io continuo a raccontare perché l’attenzione non sia solo sulla strada. Poi, facciamo comunque una tappa, scendiamo sui marciapiedi per essere al posto delle ragazze, essere fisicamente lì.

Cosa ritorna uguale in tutte le repliche di questo spettacolo?
Ogni città ha le strade del sesso a pagamento e tutti le conoscono. In ogni città le zone sono divise per etnie. E a ogni replica il pubblico si ferma alla fine dello spettacolo per discutere con me su ciò a cui ha assistito.

Come costruite lo spettacolo adattandolo alle diverse città?
In ogni città contattiamo sempre associazioni e cooperative di riferimento, perché ci aiutino a tracciare un itinerario e a portare avanti la ricerca che stiamo facendo sul tema.

 

Elena Cotugno, Medea per strada

È pur sempre teatro, come salva la verità?
Mi dico sempre che ciò che sto facendo lo sto facendo con uno scopo ben preciso, quello che racconto posso raccontarlo soltanto perché grazie alle associazioni ho avuto contatti diretti e quindi ho un’esperienza diretta di ciò che racconto, e questo mi dà forza.

E la bellezza? Come salvarla dal degrado?
La bellezza è in tutto, dipende con che occhi vogliamo guardare al problema. Tutti conoscono Medea e conoscono il finale. Quando però io scendo dal furgone e incontro il pubblico “da Elena” mi capita che qualcuno mi voglia abbracciare. Li ho portati a vedere con Euripide una realtà terribile e invece di inveirmi contro gli spettatori desiderano riappacificarsi con ciò che si è visto. Io voglio sempre salvare le persone. Si vuole sempre trovare una bellezza, anche nelle cose terribili, nel degrado, c’è sempre un tentativo di riappacificazione con sé stessi.

E per evitare il moralismo?
Partire dal presupposto che sto raccontando Medea. Viene tutto filtrato dal mito, e questo filtro permette di non cadere nel moralismo. Noi stiamo facendo teatro. Io ho una parrucca, però l’obiettivo è la realtà. Il nostro intento è raccontare l’uomo, non fare teatro civile.

 

 

 

Categorie: Teatro & Arte varia.