Brescia, Città del Teatro (1) – Mario Mirelli, in bilico tra recitazione e regia

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Del movimento teatrale bresciano il prestigioso CTB è la punta dell’iceberg, ma sotto la superficie c’è anche molto altro.

Da qualche anno a questa parte (e si tratta di un trend in continuo crescendo) nella città della Leonessa sia la fruizione da parte del pubblico che la pratica attoriale si vanno diffondendo con grande vivacità e consolidando nel tessuto culturale e sociale.

Per analizzare più da vicino e più in concreto questo singolare fenomeno, parte con questo post una serie di interviste a chi nel Teatro, a diverso titolo, si muove e opera.

Cominciamo da Mario Mirelli, napoletano di nascita, a Brescia da trentacinque anni, impegnato nel duplice ruolo di insegnante e di attore e regista, lampante esempio di come, nella stessa persona, possano unirsi e felicemente convivere la fantasia solare del meridione e la razionale, concreta e meticolosa applicazione che, dicono, sia tra le attitudini più rimarchevoli dei nativi del bresciano.

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Mario Mirelli e il Teatro, in una lunga e appassionata “relazione complicata”, come alcuni sono soliti scrivere su Facebook. Più attore o più regista?

La dimensione attoriale è senza dubbio quella che mi è congeniale.  Mi sono avvicinato al teatro perché sentivo che dominare lo spazio scenico, diventare altro da me stesso per un’ora o due, era una magia che non potevo vivere in altro modo. Le esperienze registiche sono un di più che faccio con passione e dedizione ma che non cerco ad ogni costo.

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Nella tua storia artistica ti sei sovente ritrovato a rielaborare e rappresentare in teatro testi di autori per così dire “individualisti”, come Giorgio Gaber. Cosa ha dettato questa scelta?

Non credo che Gaber fosse un individualista, nel senso di chi mette in secondo piano la collettività rispetto all’individuo. In fondo era lui che diceva  “la libertà è partecipazione”, no? Piuttosto Gaber era convinto, come lo sono io, che c’è bisogno di rifondare la nostra società con un “umanesimo nuovo”  che riparta dall’individuo come persona. Per rispondere alla tua domanda, posso dirti che il fatto che il teatro non sia il mio lavoro principale mi regala un vantaggio: posso raccontare nei miei spettacoli ciò che mi va senza dover a tutti i costi seguire, per così dire, le richieste del mercato. Qualche anno fa, ad esempio, avevo appena finito di lavorare a spettacoli molto intensi ed impegnativi  e sentivo l’esigenza di dedicarmi a qualcosa di più leggero e divertente. Decisi di mettere in scena, adattandolo per il teatro, un testo di Maurizio De Giovanni: “Juve – Napoli 1-3“. Sentire il pubblico bresciano applaudire ad una sconfitta della Juve fu un’esperienza impagabile!

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E, ancora parlando di testi, qual è il tuo approccio alla drammaturgia da portare in scena?

La mia formazione teatrale risente molto del teatro antropologico, di conseguenza prima del testo per me c’è sempre l’attore, il suo modo di essere e di sentire, la sua esperienza nella vita e sul palcoscenico. Con il testo ho un rapporto di odio amore. Cerco di comprendere le motivazioni e il modo di vedere dell’autore, poi dilato gli aspetti che mi interessano di più, sorvolo su altri…insomma metto molto di me stesso nel lavoro, ma senza snaturare il testo. In fase di costruzione della messa in scena, do anche molta attenzione agli attori, al loro modo di sentire personaggi e situazioni.

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Qual è, in assoluto, il testo che, fino a questo momento, ti ha dato più soddisfazione portare in teatro, e perché?

Sicuramente l’adattamento di un bellissimo racconto di Erri De Luca: “Montedidio“. Quando lessi quel libro, una decina di anni fa, fu un colpo di fulmine: non avevo ancora letto l’ultima pagina che già avevo deciso di portarlo in scena. Eppure l’impresa non era priva di difficoltà, dovevo raccontare una storia dal punto di vista di un tredicenne e restare credibile. Una scommessa che credo d’aver vinto, almeno a giudicare dalle reazioni del pubblico.Perché “Montedidio“?  Perchè nella storia di quel ciabattino, che custodisce nella gobba un paio d’ali che gli serviranno per compiere il suo ultimo viaggio verso la Terra Promessa,  c’è tutto: mia madre, mio padre, la mia infanzia, i miei ricordi, Napoli, la vita, il sangue, il sesso, la morte, l’emancipazione…un racconto straordinario che ho interpretato con tutto me stesso.

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Alla luce dell’impegno che stai affrontando in questo momento, qual è la tua opinione sull’utilità e le prospettive del cosiddetto “Teatro d’Inchiesta”?

Non credo che “Marzia e il Salumiere” (è questo l’impegno al quale accennavi) sia classificabile esattamente come Teatro d’Inchiesta. È vero che l’autore del testo, un certo Patrizio Pacioni (ride), ha compiuto un mirabile lavoro di documentazione sul fatto di cronaca a cui è ispirato il testo, l’omicidio della piccola Marzia Savio, nel 1982 a Rivoltella del Garda; tuttavia il risultato finale è piuttosto un dramma onirico che va a toccare alcuni interessanti archetipi della psicologia e della narrazione, come il  rapporto vittima-carnefice, il lato oscuro che c’è in ognuno di noi, l’idea di vendetta, di giustizia superiore,  ecc. A mio parere è molto meglio che le inchieste le facciano giornalisti e inquirenti. Il teatro, più che fornire risposte, deve spiazzare il pubblico, inquietarlo, stupirlo, metterlo in una posizione scomoda, suscitargli mille domande.

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Se qualcuno dovesse chiederti “A cosa serve il Teatro?”, tu cosa risponderesti?

Non esiste una risposta univoca. Non penso che il teatro debba “servire” nel senso di “mettersi al servizio di”. Può fare anche quello. Mi piace, invece, pensare alla forma riflessiva di questo verbo: “servirsi”, nel senso di “accettare qualcosa che ti viene offerto”: “si serva pure” si usa dire in certe occasioni. Eduardo una volta disse:”teatro è una parola greca che significa ‘luogo per guardare’ ed è bello pensare che si possa anche intendere ‘guardare noi stessi’ “. Ecco, a me piace pensare che il teatro rappresenti un’ottima possibilità di guardarci dentro. E questo vale sia per l’attore che per il pubblico.

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Mario Mirelli e il Teatro, da qui a un anno. E poi? C’è un sogno che vorresti vedere realizzato?

Sono tante le idee che mi frullano in testa. Ho già scritto un testo su De André e le sue canzoni, un altro sulle migrazioni di oggi e di ieri ed è quasi pronto un mio monologo ispirato alla “Storia straordinaria di Peter Schlemihl” di Chamisso. Inoltre sto cercando il modo di portare in scena le fiabe di Giambattista Basile, che adoro. Ma il mio vero sogno nel cassetto è rimettere in scena Montedidio in presenza del suo autore, Erri De Luca. Magari prima o poi ci riuscirò.

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Nato a Napoli nel 1963 e trasferito a Brescia negli anni’ 80, Mario Mirelli si è formato soprattutto alla scuola teatrale del professor Gianluigi Vezoli che gli ha trasmesso  l’amore per un teatro impostato sulla ricerca espressiva.

Ha condotto diversi laboratori teatrali per adulti  (“Il nostro teatro”, “Il teatro dello stupore”, “Grammatica e fantasia del teatro”, “Scenario Rezzato”) basati, da un lato sull’improvvisazione e l’abbandono, dall’altro sullo sviluppo della concentrazione e dell’autocontrollo.

In qualità di conduttore di laboratori per bambini, ha lavorato con scolaresche di varie classi di scuola primaria di Brescia e provincia realizzando allestimenti di spettacoli originali, quali “Litigando s’impara” (2007) e adattamenti da testi classici e moderni come “La tempesta” di W. Shakespeare (2002), “Voglio imparare a volare, storie di bambini, gatti e gabbianelle” (2006), “I meravigliosi stranimali” (2006), “Isabella, tre caravelle e un cacciaballe” (2004).

Come attore ha collaborato con la Compagnia Primo Incontro di Brescia partecipando alla messa in scena di “La fortuna con l’effe maiuscola” (2003) e “A che servono questi quattrini” (2008) di A. Curcio; “Ditegli sempre di sì” (2005), “Natale in casa Cupiello “(2007) di Eduardo De Filippo; “Soldi da ridere” (2010) di Ray Cooney.

Ha curato la regia de “La notte della tosca” di Roberta Skerl (2015), “Il senatore Fox” di Luigi Lunari (2016), “Morso di Luna Nuova” di Erri De Luca (2017 – recensito su queste pagine). Spinto dalla passione per il teatro di narrazione e di evocazione, ha realizzato e messo in scena (curandone anche la regia e l’adattamento teatrale) i seguenti monologhi: “Il Grigio” (2008) di Gaber e Luporini; “Mi fa male il mondo” (2010) di Gaber e Luporini; “Montedidio” (2011 e 2017) di Erri De Luca; “Juve – Napoli” (2016) di Maurizio De Giovanni; “Storia di Ismael che ha attraversato il mare” (2015) di Francesco D’Adamo; “Storia meravigliosa di luci, corpi ed ombre” (2018) di sua composizione. 

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (130) – Bicentenario di Antonio Bazzini, a metà tra conferenza e spettacolo

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Una conferenza stampa che è anche qualcosa di diverso e di più.

A cominciare dall’insolita sede: l’appuntamento, per la presentazione del Festival Antonio Bazzini, Brescia e l’Europa 1818 – 2018, in collaborazione tra Conservatorio Luca Marenzio di Brescia e CTB Centro Teatrale Bresciano, è fissato al teatro Santa Chiara Mina Mezzadri invece della sala conferenza della sede del CTB o del Foyer del Sociale, come solitamente accade. 

Delle altre “differenze”, invece, saprete leggendo il resto dell’articolo.

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Introduce, come sempre, il Direttore del CTB Gian Mario Bandera, sottolineando prima di ogni altra cosa la propria soddisfazione per questa sinergia con il Conservatorio Luca Marenzio.

«Le location degli spettacoli saranno diverse: si va dal Teatro Socilae e dal Teatro Mina Mezzadri (a pagamento a prezzi contenuti e con la possibilità di mini abbonamento) al Salone Pietro da Cemmo sel Conservatorio, alla chiesa di Santa Maria della Carità e all’Accademia di Scienze, Lettere e Arti presso l’Ateneo di Brescia».

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Laura Nocivelli (presidente del Conservatorio Luca Marenzio, sottolinea l’intesa con il CTB, mirante a intraprendere un cammino comune idoneo a raggiungere orizzonti ancora inesplorati, uno dei cui aspetti più interessante è la contaminazione dei generi con l’esplorazione di nuovi percorsi espressivi ancora non conosciuti dalla generalità del pubblico.  «Il festival dedicato a Bazzini “maestro di maestri” permette una rivisitazione innovativa dell’artista capace di proiettare Brescia in un panorama musicale di portata internazionale».

Passa poi allo spettacolo ideato, scritto e diretto da Costanzo Gatta «Bazzini, l’AntiVerdi?» con Daniele Squassina, Silvia Quarantini, Monica Ceccardi e Miriam Gotti, che andrà in scena una settimana prima di Natale: il ricordo di un personaggio la cui opera si rivelò particolarmente importante in un momento in cui una Italia appena nata si affacciava al consesso delle Nazioni.

«Saranno giorni molto intensi, tra aperitivi bazziniani, concerti, conferenze, con una intrigante commistione tra musica, prosa ed eccellenze gastronomiche»

Patrizia Vastapane richiama l’esperienza maturata in qualità di presidente del Conservatorio (prima della nomina di Laura Nocivelli), i cui contenuti ha portato con sé al CTB. 

«Teatro e musica sono due passioni che da sempre custodisco in me: è naturale che finissero per avvicinarsi. Così, dopo trentaquattro anni si sono tornate a riunire l’Ente Teatrale e il Conservatorio nella realizzazione di un evento unico. Un’occasione immancabile e forse irripetibile per presentare al grande pubblico la figura di un grandissimo compositore che, purtroppo, ancora non tutti conoscono».

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Costanzo Gatta, come sempre depositario della cultura e della tradizione bresciana, ricorda che l’idea di fare “rete” tra prosa e musica nacque cinquantaquattro anni fa con il contatto tra la Loggetta e il glorioso Istituto Venturi da cui sortirono due nuove opere da realizzare con attori e musicisti del conservatorio.

«La drammaturgia di mia composizione è una indagine su un personaggio  di grande vivacità (che sarà interpretato da Daniele Squassina); lavoro non facile, visto che Bazzini attraversò in modo incisivo un intero secolo denso di eventi importanti. Per realizzarlo mi è stato particolarmente utile lo scambio epistolare con Gaetano Franchi, insieme al quale fece nascere l’Istituto Venturi».

Il suo è un intervento ad ampio raggio, con riferimenti alla tradizione che vuole Brescia capitale della Misericordia, come dimostrato dalle origini della Società dei Concerti, nata anche per aiutare i musicisti in difficoltà Si sofferma poi sulla figura di Antonio Bazzini, uomo al tempo stesso parsimonioso e generoso,  personaggio stravagante nato da una povera famiglia di Lovere, che il mecenate Bucciarelli mise in grado di studiare quelle lingue che poi avrebbero reso più agevole la successiva “europeizzazione culturale” del musicista. Insomma,  una storia articolata e complessa che raccontare in poco più di un’ora gli è risultato particolarmente ostico.

Ruggero Ruocco, dopo avere ringraziato i collaboratori Cuccarini, La Sala e Cotroneo che lo hanno aiutato nella creazione e nell’organizzazione della manifestazione cartellone, fa presnete come il territorio cittadino conservi molte tracce di Antonio Bazzini. Il titolo dato al festival trova la sua origine nel fatto che Bazzini è un esempio emblematico di un europeisti (artistico) ante litteram, dovuto sia al suo virtuosismo di esecutore sia alla sua educazione musicale di stampo mitteleuropeo

«Ci proponiamo di valorizzare, oltre alla figura dell’artista, un momento della storia musicale è esistito un nucleo di artisti dedicati alla musica strumentale alla quale Bazzini tra i primi dedicò parte della propria produzione creativa e delĺa propria attività concertistica». Passa poi a ricordare i singoli eventi in programma, soffermandosi sulla pièce di Gatta e sull’insolito concerto per violino e organo in programma venerdì 9 novembre, insolito e stimolante.

«Si tratta comunque, nelle nostre intenzioni, piuttosto che di un punto di arrivo, di un punto di partenza per ulteriori simili iniziative».

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Un Daniele Squassina particolarmente ispirato legge due significativi brani della pièce che andrà in scena al Teatro Mina Mezzadri domenica 16 e lunedì 17 dicembre, a chiusura del festival, incassando i meritati applausi dei numerosi presenti

Si finisce con il Quartetto Bazzini che esegue il quarto movimento del Maestro.

Un’autentica delizia per melomani… e non solo.

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Antonio Bazzini nasce a Brescia l’11 marzo 1818. Allievo di Faustino Camisani, all’età di 25 anni si trasferì a Lipisia dove, per quattro anni approfondì lo studio di compositori come  Bach e Beethoven e delle loro opere. Talento precoce, percorse i gradini di una carriera che lo portò in giro per molti paesi europei, dalla Spagna alla Danimarca. Nel 1964 il rientro a Brescia, dove si dedicò esclusivamente alla composizione. Con altri fondò l’Istituto Musicale Venturi (futuro Conservatorio) e la Società dei Concerti. Influenzato dalle esperienze musicali maturate all’estero, che caratterizzarono molte delle sue composizioni, entrò in polemica con l’interpretazione nazionale della musica lirica impersonata principalmente da Giuseppe Verdi, alla quale oppose la musica strumentale di tipologia prevalentemente tedesca e francese. Nel 1882, dopo poco meno di dieci anni d’insegnamento, fu nominato direttore del Conservatorio di Milano. Compose una sola opera lirica, la   «Turanda» (basata sullo stesso soggetto poi messo in musica da Puccini e Busoni), che però, allorché venne rappresentata alla Scala, non incontrò il favore di pubblico e critica.

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Eclettico quartetto d’archi intitolato al musicista e compositore bresciano Antonio Bazzini, nato nel 2010 da giovani musicisti diplomati al Conservatorio “Luca Marenzio” di Brescia, con l’intento di riscoprire un repertorio raro e ingiustamente dimenticato. Composto da: Lino Megni (violino), Daniela Sangalli (violino), Marta Pizio (viola), Fausto Solci (violoncello)

 

 

   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (129) – Teatro da leggere, al San Carlino

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In questo tardivo e pigro avvento di autunno che è una vera e propria primavera del Teatro bresciano, ecco che tornano le letture sceniche di Teatro aperto, rassegna derivata da precedenti esperienze francesi (e torinesi) e portata in città da quella autentica innamorata del palcoscenico che risponde al nome di Elisabetta Pozzi.

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È Gian Mario Bandera ad aprire, come al solito, i lavori della conferenza stampa di presentazione, dichiarandosi più che soddisfatto del consuntivo della rassegna dello scorso anno.

«Teatro aperto si è rivelata una sfida che ci ha ripagato soprattutto in termini di incremento quantitativo e qualitativo del rapporto che intratteniamo con il nostro pubblico. Tanto più che Apologia, la pièce che più della altre ha riscontrato il favore dei tanti appassionati che hanno gremito tutti gli appuntamenti al San Carlino, verrà messa in scena a maggio, nell’ambito del cartellone della stagione 18/19»

Specificando poi che la rassegna si articolerà su due focus: il primo dei quali, a novembre, concentrato sugli autori italiani, il secondo, in primavera, sui drammaturghi di altri paesi.

«Inutile dire quanto possa farmi piacere il fruttuoso consolidamento del rapporto di collaborazione tra il CTB ed Elisabetta Pozzi» aggiunge, prima di passare la parola a Patrizia Vastapane.

«Anche questa seconda edizione della rassegna, come la precedente, è nelle salde mani di Elisabetta Pozzi, con il coordinamento di Silvia Quarantini» ricorda la Consigliera, facendo presente come, a suo parere, ciò che è stato più apprezzato da parte del pubblico è stata la possibilità di partecipare attivamente alla valutazione dei testi, attraverso l’utilizzo delle schede di valutazione che saranno riproposte anche per la stagione 18/19.

Nel suo intervento, Ambrogio Paiardi (Capo di Gabinetto della Presidenza della Provincia) informa che non solo l’utilizzo
del San Carlino sarà garantito alla rassegna anche in questa edizione, ma che si cercherà con convinzione di far diventare lo spazio una risorsa stabile a disposizione del CTB.

«Queste carte sono il sintomo tangibile di quella irrequietezza che appartiene al Teatro e a chi  nel Teatro opera e del Teatro fruisce» dichiara infine Elisabetta Pozzi, rovesciando sul tavolo una gran quantità delle schede compilate lo scorso anno dagli spettatori delle letture.

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«Apologia, la pièce scritta da Alexi Kaye Campbell che ha riscontrato il maggior favore andrà in scena, come anticipato dal Direttore del CTB, per la regia di Andrea Chiodi, che ha firmato già la messa in scena  di Una bestia sulla luna , in partenza per una tournée che la porterà in diverse regioni»

Dopo aver rivelato che, a riprova del crescente successo dell’iniziativa, hanno proposto testi per la lettura anche drammaturghi affermati come Carlo Longo, Elisabetta Pozzi, aggiusta il tiro su quanto si attende da qui in avanti:

«Siamo alla ricerca di testi che possiedano un livello di scrittura, un linguaggio di livello che non sia quello ormai imperante delle sit-comedy. Orientiamo e orienteremo sempre più le nostre scelte su testi la cui lettura possano essere correttamente percepita da parte del pubblico presente, tra cui vorremmo fosse presente il maggior numero possibile di “addetti ai lavori”».

Dopo avere assicurato, con il conforto di Gian Mario Bandera, che si sta ponendo rimedio ad alcune criticità tecniche rilevate nel corso della prima edizione della rassegna, migliorando la fruibilità acustica del San Carlino, conclude così, in modo piuttosto tranchant:

«Teatro Aperto è un’iniziativa che non ci farà diventare ricchi e famosi ma che, senz’altro, completerà e arricchirà l’offerta teatrale del CTB, e che, pur augurandomi di condurre ancora a lungo, vorrei andasse avanti anche dopo di me».

«Sei davvero contenta , oltre che della quantità, anche della qualità delle schede di valutazione lasciate dagli spettatori?» le chiedo, nel question time che segue la conferenza.

«Assolutamente sì» mi risponde senza esitazione alcuna.

«Vorremmo magari un giudizio più centrato sul testo, piuttosto che sulla recitazione degli attori. Ci piacerebbe avere un pubblico ancora più centrato e critico sul testo, ecco».

Si parte sabato 3 dicembre, alle 16,30, con la lettura scenica di L’attimo di Bernini, del già citato Carlo Longo.

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   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (128) – Eskimo & salopette, mezzo secolo dopo

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La grande sala dell’AAB (Associazione Artisti Bresciani) di Vicolo delle Stelle è gremita, in attesa dell’inizio del  concerto di Alessandro Adami e Carlo Gorio (davvero bravissimi e ispirati) dal titolo “Musiche e canzoni dell’impegno nel Sessantotto”. Osservando più da vicino gli spettatori mi accorgo che, dall’età e dallo sguardo nostalgico, per la grande maggioranza si tratta di sessantottini doc, ora (inevitabilmente) pantere grigie, con ogni probabilità divisi tra tardomovimentisti, revisionisti illuminati, buonisti e radical chic. Per un attimo mi sembra di vederli tutti più giovani, ragazzi sui vent’anni, i maschi infagottati nell’eskimo e le ragazze equamente divise tra salopette e ampi vestiti di seta indiana a buon mercato, e mi chiedo quanto sarebbe bello e gratificante vedere presente per questa rievocazione (che è anche una rivendicazione d’identità politica e civile)  qualche giovane di adesso in più.

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Presenta e introduce, con la solita accattivante spontaneità e facilità di parola, il presidente Massimo Tedeschi, poi via al concerto.

Si comincia con 《Ognuno è libero 》 e 《Cara maestra》 partendo dal pre-sessantotto e in particolare da Luigi Tenco che 《chissà dove sarebbe arrivato se non si fosse suicidato a San Remo》 , si chiede la “voce” del duo, Alessandro Adami. Poi ci s’incammina nel vario quanto intricato percorso delle canzoni italiane “di protesta” o “impegnate” che dir si voglia. Parole, temi e melodie (per la verità piuttosto simili tra loro) di Ivan Della Mea e Rudi Assuntino, e quando parte 《Contessa》di Paolo Pietrangeli, i sessantottini d’antan accompagnano con il battito cadenzato delle mani e accompagnano in coro (pur se pudicamente a fior di labbra) il trascinante e irresistibile 《compagni dei campi e delle officine/prendete la falcia portate il martello/scendete giù in piazza, picchiate con quello

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Applausi a scena aperta anche per 《Vecchia piccola borghesia
di Claudio Lolli, prima che tutti ricordino come, dopo l’ebbrezza della protesta, il buio degli attentati selvaggi e assassini di esseri umani e di libertà democratica, di cui Brescia sa più di qualcosa, calasse sulla protesta come una mannaia.

Così si finisce con la malinconica “Maria” di Giorgio Gaber, che fa rima con “ideologia”, in cui “libertà” fa rima (ma, purtroppo, non ci va più d’accordo) con “realtà”  e una satira che si rivolge non solo contro 《i borghesi che sono tutti dei porci che più sino grassi più sono lerci》ma anche, e soprattutto, verso una società in cui i grandi ideali si vanno estinguendo.

La fine di un percorso in cui lo stesso Gaber riconosce l’inesorabile annacquarsi delle pulsioni più genuinamente popolari e rivoluzionarie che, di lì a poco, saranno riprese e stravolte dalla violenza militare delle Brigate Rosse.

E i borghesi “loro malgrado” , di cui ora, nello smarrito 2018, è piena la sala, sognando eskimo e salopette, annuiscono con disincantata autoironia, sorridono e  si spellano le mani nell’applauso che saluta la fine di questa gradevole e riuscitissima “Operazione Ricordo & Recupero” a mezzo secolo di distanza dal mitico ’68.

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   Bonera.2

 

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Gaetano Carbone, entusiasmo e determinazione per crescere

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Tra poco più di un mese, al Teatro Boni di Acquapendente, andrà in scena, in prima nazionale, il dramma «Banda criminale», ispirato alle vicende della Banda della Magliana, scritto da Salvatore Buccafusca e Antonio Turco, per la regia di Francesco Sala.

Produzione Le Ombre di Platone.

Nel cast, accanto allo stesso Salvo Buccafusca e a Fulvia Lorenzetti, il giovane attore romano Gaetano Carbone, che siamo andati a intervistare in uno dei momenti di pausa concessi dalle prove dello spettacolo.

Ecco cosa ne è venuto fuori.

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Classe 1993: nel futuro carriera da attore tutta da esplorare e da vivere. Da dove viene e dove vorrebbe arrivare, Gaetano Carbone?

Vengo da una formazione accademica di 3 anni, appena conclusa, durante la quale ho conosciuto Francesco Sala, il regista di ”Banda Criminale”. Questa è una delle prime tappe importanti del mio percorso d’attore che spero sia il più possibile fortunato e duraturo.

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Quando sei nato tu il nucleo primario della famigerata Banda della Magliana (pur lasciando in circolo nel corpo della Nazione metastasi incredibilmente resistenti, in grado di recidivare fino a un recentissimo passato)  stava esalando gli ultimi respiri. Ti trovi dunque a confrontarti  (come interprete di  «Banda criminale») con questo vero e proprio “buco nero” della cronaca italiana, senza averne avuto esperienza diretta. Qual ‘è l’idea che te ne sei  fatta, per così dire, a distanza?

Essendo cresciuto in quartieri di Roma Sud frequentati dalla Banda della Magliana, ho sempre avvertito il suo eco tramite i racconti di chi ha conosciuto più o meno direttamente persone o eventi legati a quel giro criminale. Tutto questo ha creato per me, come per altri ragazzi della mia età, una sorta di oscuro mito che è stato amplificato dai vari film e serie TV che hanno raccontato, in maniera spesso romanzata, la storia di questi ragazzi di periferia.

Preparare questo spettacolo mi spinge a documentarmi approfonditamente sull’argomento e, quindi, a scoprire una realtà molto complessa, dietro la quale si celano misteri ancora irrisolti e che ha continuato a produrre effetti fino agli ultimi anni.

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Si dice che, quando si trattano a livello di spettacolo certi argomenti, c’è il rischio di suscitare quello che viene detto “spirito di emulazione”, soprattutto nelle generazioni più giovani e più mediaticamente esposte. È un pericolo che si corre anche con «Banda criminale» ?

Non credo tanto al pericolo di suscitare questo  spirito di emulazione da parte del mondo dello spettacolo nei più giovani. Sicuramente si crea un fascino per via dei toni romanzeschi con i quali si trattano certi argomenti, ma per delinquere bisogna avere una certa predisposizione che è data, nella maggior parte dei casi, dalla provenienza da realtà  difficili e dall’esperienza sin da piccoli di certi ambienti, piuttosto che dalla  visione di un film o una serie tv.

Credo, tuttavia, sia bene per una questione etica e di cronaca che vengano anche riportati i fatti per come sono andati e si ricordi che la Banda, così come altre associazione criminali più note, ha fatto vittime innocenti. L’errore che è stato commesso più volte è stato proprio omettere totalmente questo aspetto, trasformando in eroi romantici personaggi senza scrupoli.

Non è questo, a mio avviso, il caso di ”Banda Criminale”, dove la storia è raccontata in maniera più  cruda e attinente alla realtà.

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Venendo in modo più specifico appunto a «Banda criminale», che esordirà il 2 dicembre in quel gioiellino dello spettacolo che è il Teatro Boni di Acquapendente, per replicare dopo pochi giorni al Teatro Lo Spazio di Roma, ti sei trovato a lavorare sotto la direzione di un regista (e attore egli stesso) esperto come Francesco Sala e a fianco, oltre che della giovane e bella Fulvia Lorenzetti, dell’altrettanto esperto attore (nonché drammaturgo) Salvo Buccafusca. Come ti trovi in questa squadra? Cosa pensi di poter ricavare da questa esperienza?

Il lavoro sul testo è cominciato da poco ma posso dire di trovarmi in un ambiente serio e produttivo. Francesco Sala è stato già mio insegnante in accademia, ora imparerò a conoscerlo anche come regista. Quello dell’attore  è un mestiere che si apprende rubando da chi ha più esperienza di palcoscenico, per cui posso solo essere contento di lavorare con professionisti esperti.

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Quale personaggio interpreterai in questa pièce? Non avverti un po’ di timore nel doverti cimentare con colleghi famosi che sia in teatro, che in tv, che al cinema, già hanno partecipato ad altre rappresentazioni rievocative delle losche imprese della Banda della Magliana?

Il mio personaggio è Maurizio Abbatino, uno dei membri principali dell’organizzazione.

Non avverto nessun timore “da confronto”, per dire il vero, anche perché il nostro spettacolo va in una diversa rispetto a quanto visto in tv e cinema, raccontando sotto una nuova luce la storia della Banda.

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Per concludere: c’è un primo consiglio che ti sentiresti di dare a un tuo coetaneo, o a qualcuno ancora più giovane, che voglia intraprendere con successo la stessa strada sulla quale hai cominciato a incamminarti tu?

Non mi sento nella posizione di dare consigli. Io stesso sono giovane e alle prime esperienze. Posso solo dire che, a differenza di quanto si crede, per fare questo lavoro serve tanta volontà e spirito di sacrificio.

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Una serie di risposte che, pur nulla togliendo a quel travolgente entusiasmo dei vent’anni che ogni possibilità futura dischiude, rivela una grande determinazione al continuo perfezionamento professionale e una sorprendente maturità.

Cresce, dunque, la curiosità di vederlo in azione sul palcoscenico.

Date 2018: Teatro Boni di Acquapendente (https://www.movemagazine.it/eventi/teatro-boni-acquapendente-programma-stagione-2018-19/) il prossimo 2 dicembre, Teatro Lo Spazio di Roma (http://www.teatrolospazio.it/joomla17/index.php?option=com_content&view=article&id=671:roma-criminale&catid=43&Itemid=151) 18 e 19 dicembre.

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   GuittoMatto

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Goodmorning Brescia (127) – Letteratura e Teatro, prestigioso mix

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«Questa iniziativa è proposta da CTB e Università nell’ambito di una collaborazione tra letteratura e teatro che si protrae felicemente ormai da 13 anni. In questa tornata, due delle iniziative si svolgeranno con la collaborazione con Casa della Memoria» è l’esordio di Gian Mario Bandera, che passa poi a sottolineare la preziosa opera della professoressa Mor  che «con professionalità, impegno e dedizione con cui ci aiuta a elaborare e valorizzare sia internamente che esternamente i temi-guida delle singole stagioni».

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Giovanni Panzeri (Direttore di Sede dell’Università Cattolica)  pone anch’egli l’accento sulla collaborazione con il CTB, ormai consolidata e in ulteriore crescita.

«La convenzione in essere (che consideriamo strategica) ci dà la possibilità di presentare a un pubblico allargato alcune delle attività dei nostri docenti che si vanno ad aggiungere a quelle che si tengono nell’aula magna di via Trieste, con il coordinamento scientifico di Lucia Mor».

Ancora una considerazione, prima di passare la parola alla professoressa.

«Si tratta di eventi di elevata qualità tecnica, che registrano afflussi a volte ai limiti della capienza dell’aula magna e riscontri puntualmente favorevoli.  La collaborazione con la Casa della Memoria, che si aggiunge quest’anno, ha tutte le caratteristiche per aiutare questo nostro progetto di ulteriore progresso».

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Lucia Mor (docente di Letteratura tedesca presso l’università Cattolica)  fa notare come, a un certo punto, in Cattolica ci sia reso conto di come la letteratura, intesa nella sua completezza (narrativa, poesia, drammaturgia), rischiasse in mancanza di progetti innovativi, di rimanere a margine dei percorsi universitari.

«Capii che, per rilanciarla, serviva il supporto di attori che potessero trasformare le parole scritte in qualcosa di vivo, in modo sia di renderla più attrattiva, sia di aiutare il pubblico a entrare nel vivo dei testi. Pur riguardando piàù da vicino il teatro, le conferenze sono condotte da studiosi di letteratura, anziché da esperti di prosa. Il tema di quest’anno, partendo da  Le Rane di Aristofane, per arrivare a fine percorso a L’importanza di chiamarsi Ernesto di Oscar Wilde, sarà quello dei grandi classici».

Ricorda come “I pomeriggi al CTB” siano nati con l’idea di replicare al pomeriggio le lezioni solitamente mattutine, allargando così, sia quantitativamente che qualitativamente, gli utenti potenzialmente interessati».

«In questa sessione, tra l’altro, ci sarà più attualità, dal momento cghe si prenderà spunto dalle opere in cartellone per parlare di tematiche come la violenza eversiva declinata anche al femminile, la tragedia dei migranti e il terrorismo dell’Isis»

Conclude poi l’intervento con due comunicazioni di servizio: la rassegna, che partirà questo mese, si concluderà in aprile e agli studenti che parteciperanno sarà assegnato un credito formativo.

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Manlio Milani (Casa della Memoria) prende atto con compiacimento della sempre maggiore vicinanza culturale tra Istituzioni e Città.

«Le nostre due iniziative possono apparire indagini sul passato, ma in realtà vogliono porre interrogativi sul presente. La prima verterà sulla necessità del passaggio dall’idea di una giustizia punitiva a quella di una giustizia recuperativa. nella seconda, attraverso il “caso” Mara Cagol, si cercherà di indagare e riflettere sulla soggettività che può orientare scelte di morte, sulle motivazioni  che, proprio in questi ultimi mesi, sembrano spingere le masse al ritorno a certe ideologie, a certe atmosfere e a certa comunicazione fatta di slogan sempre più violenti».

Per la serie di appuntamenti denominata Letteratura & Teatro, (tutti alle ore 17 presso l’Aula Magna Tovini dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in via Trieste 17) si comincerà giovedì 18 ottobre con Aristofane, Le Rane, condotto da Maria Pia Pattoni e con le letture curate da Fausto Ghirardini.

Per I pomeriggi al CTB, invece, esordio lunedì 29 ottobre alle 17,45  (come tutti gli altri della serie, ma, come anche il secondo alla Biblioteca Queriniana – poi sempre nel Foyer del Teatro Sociale) con A coloro che verranno – Viaggio nell’opera poetica di Brecht. Introduzione di Lucia Mor e letture curate da Monica Ceccardi e Silvia Quarantini.

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Goodmorning Brescia (126) – Bella «La Notte della Cultura»… secondo il CTB

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Piaccia, oppure no, la Cultura è una creatura crepuscolare.

Perché è quando calano le tenebre che la creatività si espande, esce dall’anima dell’Artista, sorge come una luna piena, oppure, in una chiave di lettura più gotica, come un vampiro dal suo letto di terra sconsacrata.

È al lume della candela che lo Scrittore trova gli stimoli più forti ed efficaci per raccontare le sue storie, il Pittore per dare vita alle tele, il Musicista per creare armonie.

A Brescia, ogni anno, si celebra appunto «La notte della Cultura», con magiche ore che illuminano la città, perché se è vero quanto affermato da  J.W. Goethe in  “Theory of Colours”, cioè che «Dove  c’è molta lucel’ombra è più nera», è altrettanto vero, inevitabilmente, anche il contrario.

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Non potendo, per comprensibili ragioni di carenza di ubiquità, presenziare a tutti i tantissimi eventi in programma, ho optato di seguire quanto messo in piedi dal CTB, prima nella memoria della grande Mina Mezzadri, poi con un richiamo molto attagliato alla ricorrenza: quello a  un mai abbastanza celebrato “giovane” al quale la Cultura italiana deve davvero molto.

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Al Santa Chiara si comincia con l’inaugurazione della  mostra «Mina, una stanza tutta per sé», che rimarrà visibile per tutta la durata della stagione teatrale del CTB nel foyer del Teatro a lei intitolato; un’esposizione di foto, frasi e manifesti, mirata a ricordare la grande Mina e gli esordi della Compagnia della Loggetta di cui fu anima e cuore. Dopo i saluti istituzionali, ma molto sentiti, del vicesindaco Laura Castelletti e del Direttore del Centro Teatrale Bresciano, Gian Mario Bandera, e un breve intervento dell critica teatrale del Giornale di Brescia Paola Carmignani, è Tino Bino, presidente del CTB per tredici anni a partire dal 1975, a interessare e commuovere tutti i numerosi presenti con una articolata rievocazione sia della persona (e della forte personalità) della straordinaria donna di Teatro che del clima, dei temi e dei più significativi personaggi che accompagnarono e favorirono la nascita e la crescita del movimento teatrale bresciano.

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A seguire, nella suggestiva cornice del chiostro, magistralmente illuminato da Sergio Martinelli, il breve ma intenso spettacolo «Letture per Mina», curato da Monica Conti, anche interprete insieme a Monica Ceccardi, Bruna Gozio e Giuseppina Turra: una convinta e convincente scelta di alcuni brani tratti dai testi messi in scena dalla Mezzadri, in cui le quattro bravissime attrici si impegnano, riuscendoci in pieno, a dare davvero il meglio di sé.

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Il tempo per un “frugale pasto”, come si diceva una volta, e via, di corsa in via Trieste, per accomodarsi nell’Aula Magna dell’Università Cattolica,

È una sola, ma sembra un’intera compagnia di recitazione: oltre a Pasquale Rotondi, lo «Schlinder delle opere d’arte italiane», la bravissima e intensa Laura Curino, col solo modulare della voce e l’atteggiarsi del corpo, diventa la moglie Zea, le figlie, il ministro, l’ufficiale tedesco, il collega, il collaboratore…

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                                                                                                                           Laura Curino ne «La lista» (ph. Giorgio Sottile)

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«La lista» è la storia del salvataggio, per opera di Rotondi, professore di Storia dell’Arte presso l’università di Urbino, di migliaia di tele, una parte consistente e insostituibile del patrimonio artistico italiano. L’incarico, partito su iniziativa del Ministro dell’Istruzione Bottai, tramite il funzionario Carlo Giulio Argan, iniziato al primo spirare dei “venti di guerra” che portarono al secondo conflitto mondiale, entrata in fase operativa pochi giorni prima della delirante dichiarazione di guerra urlata da Benito Mussolini in piazza Venezia quel fatidico 10 giugno 1940, fu portata a termine felicemente, dopo avere superato una serie incredibile di vicissitudini.

La missione, denominata  ‘Operazione Salvataggio’, si risolse in un frenetico lavoro di raccolta, che, seppure privo di adeguati finanziamenti e di concreti appoggi politici, consentì di mettere al sicuro all’interno della Rocca di Sassocorvaro (nome in codice “Il Ricovero”) e, successivamente, nei sotterranei del Palazzo dei Principi di Carpegna (ma anche sotto il letto della casa di campagna dello stesso Rotondi) un ingente patrimonio d’Arte, in modo da preservarlo dai pericoli della guerra e, soprattutto, dalla razzia dei nazisti, da sempre avida dei tesori artistici italiani.

Una storia che, grazie alla eccezionale bravura di Laura Curino, ha profondamente coinvolto gli spettatori che affollavano l’aula magna dell’Università del sacro Cuore, in via Trieste e che ha pienamente meritato il lungo e convintissimo applauso finale.

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Goodmorning Brescia (125) – Dietro la maschera… il Teatro

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Proseguono i giorni di intensa attività informativa e promozionale che segnano tradizionalmente l’avvio della nuova stagione di un Teatro che, si è detto e ripetuto, giorno dopo giorno trova in Brescia una sede sempre più accogliente, ricettiva e feconda.  Questa volta l’ incontro stampa convocato in Loggia è stato dedicato al prossimo avvio del Festival di Commedia dell’arte, giunto alla undicesima edizione.

Apre la conferenza il vicesindaco e assessore alla Cultura, creatività e innovazione Laura Castelletti, che porge i saluti di rito e valorizza l’offerta ormai tradizionale del CUT.

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«Siamo abituati a incontrarci con la stampa in  primavera e in autunno, ritrovandoci  ogni volta a spiegare i motivi e i fini dell’ impegno dell’ Università Cattolica in questa iniziativa. Ogni volta, però, c’è qualcosa di nuovo da raccontare»  rimarca Giovanni Panzeri, direttore di Sede dell’ Università Cattolica. «Questa manifestazione, che tra le novità presenta quest’anno la mostra al Vanvitelliano di cui si parlerà più avanti, è il frutto della collaborazione con il CTB  (insostituibile collaboratore tecnico), e il CUT, con il sostegno, per sostenere costi che si cerca di mantenere sempre sostenibili, della Fondazione Brescia Musei e dei vari sponsor. Per quanto riguarda l’Università Cattolica, che qui rappresento, il contributo, oltre che economico, è anche e soprattutto di carattere culturale.

Entrando nel merito, M. Candida Toaldo, direttore artistico del CUT, rivela che il tema del Festival sarà l’approfondimento del significato e della potenza espressiva della “maschera” che giudica il simbolo del Teatro in quanto tale. 
«Il percorso è articolato in tre passaggi. Il primo La maschera e il viaggio avrà al centro la figura di Zanni (futuro Arlecchino) furbo e vorace, in eterno peregrinare. Itinerari Teatrali sarà incentrato sull’arte del recitare e sulla pratica del mimo, conducendo, a fine percorso, alla Primavera in Castello, dove gli attori condurranno il pubblico, ricordando e valorizzando le antiche maschere bresciane».

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Sono le giovani attrici Chiara Pizzatti e Maria Angela Sagona che si assumono l’incarico di spiegare nel dettaglio i singoli spettacoli e gli eventi che si succederanno nel corso del Festival.

«Il mio intervento alla mostra realizzata grazie alla disponibilità della famiglia Sartori, che da molto tempo tramanda la tradizione di creatori di maschere teatrali,  si realizzerà nel racconto intitolato Il naufragio,  una vicenda realmente accaduta nel corso di una tournée dello spettacolo Arlecchino servitore di due padroni in cui protagonista è  la maschera di Pantalone»  dice l’attore Giorgio Bongiovanni. «Spunto colto per parlare di teatro e di tutto ciò che c’è intorno, con al centro la maschera. Una storia di incredibile attualità, avvenuta nel 2005, che richiama vicende contemporanee di profughi di questi ultimi mesi».

Gian Mario Bandera, direttore del CTB, sottolinea con la giusta enfasi come questa collaborazione pluriennale con il CUT sia di arricchimento reciproco che consente a entrambi di intercettare aspetti circostanze e pubblico alternativi. Attività svolta all’interno di quella parte di operatività del CTB mirata all’apertura alle realtà che rendono vivo il tessuto della Città di Brescia .

«Faccio presente, non senza un certo compiacimento, di essere stato condiscepolo di  Mons. Verzelletti, attivo con la sua opera missionaria in Brasile, dove ha dato avvio a una Scuola delle arti visive e della musica » ricorda  Mons.  Gabriele Filippini, rettore  del Seminario di Brescia. «Incontrando qualche difficoltà nell’avviare anche corsi per il teatro, ha chiesto aiuto al CUT, che ha aderito immediatamente nella persona di Giorgio Palazzo, che ha avviato prima di quanto non fosse prevedibile le lezioni, sia per i giovani che per gli adulti».

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Paola Pizzi Sartori, direttrice del Museo della maschera Sartori, illustra con grande  partecipazione emotiva, contenuti e temi della Mostra, realizzata grazie anche alla collaborazione di Sara Sartori e Laura Pedretto «dedicata, attraverso i moderni  Zanni, a ogni tipo di viaggio, compresi quelli (forzati) degli emarginati, dei nuovi diseredati.

Chiude l’incontro Candida Toaldo invitando tutti a riflettere su come, se si dovessero allentare la vigilanza e l’impegno, certe oscure situazioni e certi terribili accadimenti del passato potrebbero ripetersi anche ai giorni nostri

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