Agli americani piace il lieto fine, agli italiani… meno.

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Si è conclusa oggi pomeriggio al San Carlino la prima “sessione” di «Teatro aperto», la rassegna di letture sceniche ideata, organizzata e realizzata da Elisabetta Pozzi.

Nonostante il clima, nelle vie della città, sia ormai irrimediabilmente natalizio, «Bambino mio divino», titolo della pièce della drammaturga statunitense Carol Carpenter, non c’entra assolutamente nulla con la ricorrenza della natività di Nostro Signore.

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La trama è piuttosto cruda:

Jimmy (Fulvio Pepe), legale di un certo successo, malato però di attacchi di rabbia improvvisi e pregiudizi omofobi, al rientro in casa, scopre il figlio quindicenne Tyler a letto, nudo, con un uomo adulto, nudo anche lui. Scosso dalla scena, picchia a sangue il figlio che finisce in coma in ospedale. Al capezzale del ragazzo si alternano i componenti di una famiglia disastrata che, oltre al padre snaturato, comprende una nonna bigotta (Nonna Jo – Elisabetta Pozzi), la madre alcolizzata (Suzanne – Anna Scola) e la zia (Jennifer, donna in carriera sin troppo pragmatica – Carlotta Viscovo). Unico personaggio positivo e fattore di equilibrio l’insegnante di musica Kenny (anch’egli omosessuale – Alessio Maria Romano vittima anch’egli, in giovinezza, delle percosse di Jimmy.)

Dal confronto di questi personaggi, lungi dal compattarsi al cospetto di un’autentica tragedia domestica, ciò che viene fuori è il peggio del peggio e gli angoli, invece di smussarsi, si acuiscono fino a diventare aguzzi e taglienti come coltelli. I

Finché, nell’approssimarsi dell’epilogo. Senza che se ne spieghino bene le motivazioni e la genesi, dalle macerie morali di una negatività concentrata persino in misura esagerata in un solo nucleo familiare,  da un momento all’altro, senza però che se ne illustrino bene le ragioni, dalle macerie spunta una sia pur tenue luce di speranza, resa intollerabilmente caramellosa da una preghierina recitata in comune e dal canto corale di una dolce melodia.

Una volta, a Torino, il grande Ed Mc Bain mi confidò che di un suo meraviglioso romanzo (“Conversazioni criminali”) avevano acquistato i diritti di trasposizione cinematografica Tom Cruise e Nicole Kidman. Beh, nion arrivò mai sugli schermi perché i due si ostinavano a chiedere a Mc Bain di cambiare il drammatico finale e lui… non ne voleva (e coerentemente non ne volle) sapere.

Niente da fare: secondo gli americani al pubblico piace solo il lieto fine.

 

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Molta carne al fuoco, insomma (omosessualità/omofobia, dipendenze varie, manie religiose, contrasti sociali, la vacuità di una certa provincia americana, fattori stressanti di varia natura) ma poco o nulla di veramente nuovo. Per fortuna l’essenziale ma efficace lavoro della regia e la maestria di tutti gli interpreti (accidenti quant’è brava Elisabetta anche nel casting!) regalano comunque allo spettacolo una certa attrattiva, confermata dai convinti applausi finali tributati dal pubblico che (more solito) gremiva il teatro.

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Categorie: Teatro & Arte varia.

Brescia, città del Teatro (15) – I Clowndestini e l’eterno incontro-scontro

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In principio erano così…

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La prima “versione” del gruppo comico bresciano Clowndestini, ripresi qualche anno fa al  Caffè Letterario Primo Piano, insieme a Patrizio Pacioni

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Ora, invece, sono così: 

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Maria Angela Sagona e Marco Passarello, gli attuali Clowndestini,

applauditi al termine dello spettacolo di ieri sera al Teatro Colonna.

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Si potrebbe tranquillamente affermare che l’inizio ideale dello spettacolo «C’eravamo tanto sbagliati» andato in scena sabato scorso al Teatro Colonna, è la frase «In principio Dio creò il cielo e la terra» cui seguono, qualche riga più avanti altre significative e conosciutissime parole come «Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo».

Bene (anzi, male!) Maria Angela e Marco nei 75 minuti di spettacolo ce la mettono tutta per dimostrare che chiunque può sbagliare, e se si dice “chiunque” vuol dire anche “Chiunque” con la “c” maiuscola.

Insomma, l’idea del Creatore di perpetuare la specie umana mediante il connubio uomo-donna non fu esattamente delle migliori, così come quella di rendere più appetibile, tra tanti, con il fascino arcano del proibito, un albero di mele tra tanti (io per esempio preferisco pesche e ciliegie).

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Partendo da Adamo ed Eva, passando rapidamente e con grande agilità per un pensoso Dante e una disinibitissima Beatrice, per le nostalgie da casa chiusa di un picciotto-icona, per arrivare infine agli scogli e ai pericoli che nasconde la navigazione in rete soprattutto nei rapporti tra sessi diversi, i due Clowndestini divertono e si divertono, esprimendo al meglio le proprie qualità interpretative: Marco con la costruzione del perfetto stereotipo del trentenne italico da terzo millennio, vagamente sfigato e moderatamente retrò in memoria delle “feste” in casa e delle gite fuori porta, Maria Angela vestendo con straordinaria disinvoltura i panni di una donna a metà tra la tradizione di genere e la proiezione verso il futuro, sempre in bilico tra sogni e pregiudizi.

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Teatro gremito in ogni ordine di posti, pubblico (in media piuttosto giovane) partecipe e generoso nell’applauso finale. 

Ennesima dimnostrazione che nella nostra città il movimento teatrale è fecondo di iniziative ed eventi capaci diversificati, capaci di interessare diversi strati cittadini e di interagire nel più efficaci dei modi con ciascuno di loro.

 

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Categorie: Teatro & Arte varia.

Ex Libris (31) -Per Luceri delitti come ciliegie: uno tira l’altro

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C’è sempre, per tutti, quella che si dice “una prima volta”.

Bene, per me è arrivata la prima volta di recensire un “giallomondadori”, e devo dire che non poteva esserci occasione più propizia di questa, seguita alla lettura di «Le notti della luna rossa» di Enrico Luceri.

Il lavoro dello scrittore romano (da annoverare tra i massimi esponenti italiani della narrativa di genere), conferma ancora una volta la volontà e la capacità dello stesso di riaffermare e valorizzare i canoni tradizionali del giallo classico. Una trama intricata, che parte da un avvelenamento di una donna in un palazzo della borghesia napoletana, maldestramente mascherato da suicidio. L’indagine, condotta dal commissario Bonocore (tabagista pentito e illustratore mancato) e dai suoi collaboratori, prima tra tutti la problematica ispettore capo Angela Garzya, si presenta da subito assai intricata e problematica: chi più, chi meno, tutti gli inquilini dell’inquietante condominio, a partire dallo stesso marito della vittima (cantante melodico al tramonto di una non brillantissima carriera musicale) nascondono qualcosa.  Tra l’altro, a complicare ancora di più la questione, il fatto che il primo omicidio (e quelli che seguiranno, visto che, come spesso capita, la perla nera tende a trasformarsi in collana)  affonda le radici nei meandri di un oscuro passato.

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Scrive bene, Luceri, e questa non è certo una novità. Conosce tempi e ritmi, sa da dove parte e sa ancora meglio dove vuole arrivare e dove vuole che arrivi il lettore. Dialoghi serrati, attento studio di tutti i personaggi del giallo (compresi quelli cosiddetti  “minori”),  astuti e centellinati passaggi al lettore di notizie utili all’individuazione della sfuggente verità, intermezzi che, nell’ambito di un sapiente crescendo di suspense, alleggeriscono la tensione con accorti passaggi sul personale e sul privato dei protagonisti (ai quali vengono conferiti così rilievo e  profondità), siano essi inquirenti o indagati.

Insomma, duecento pagine da leggere tutte d’un fiato, senza distrarsi troppo, però. Chissà, magari potrebbe approfittare della vostra distrazione il vicino di pianerottolo che sta sempre lì a fissarvim quando salite insieme in acsnesore, oppure quello del piano superiore, con le sue strane abitudini, per non parlare del proprietario della mansarda che esce di casa solo di notte…

Già. Chissà cosa davvero passa per la mente di certi coinquilini?

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Titolo: Le notti della luna rossa
Autore: Enrico Luceri
Editore: Mondadori
Data di uscita: ottobre 2019
Collana: Il Giallo Mondadori (n° 3184)
Pagine: 204
Prezzo: 5,90 €
ISBN: 9 771120 508363 93184

 

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Enrico Luceri, romano, laureato in ingegneria, ha scritto romanzi, racconti, saggi, articoli, soggetti e scenegguiature cinematografiche- Fra le sue pubblicazioni, i romanzi: Il mio volto è uno specchio (Giallo Mondadori 2967), vincitore nel 2008 del Premio Tedeschi, Buio come una cantina chiusa (Giallo Mondadori 3082), Le colpe dei figli (Giallo Mondadori 3126) e L’ora più buia della notte (Giallo Mondadori 3162); i racconti Donne al buio nell’antologia Delitti in giallo (Giallo Mondadori extra  n. 23) e Il miglior perdono è la vendetta (I classici del giallo 1329) e diversi articoli pubblicati in appendice  alla collana I Clasici del giallo tra il 2009 e il 2011. Con Delos Crime (2016) ha pubblicato il romanzo breve Punto improprio, dal quale il drammaturgo Patrizio Pacioni ha tratto l’omonimo dramma (vincitore del prestigioso concorso Tragos intitolato alla memoria di Ernesto Calindri)   la cui messa in scena (per la regia di Fabio Maccarinelli e l’interpretazione di Andrea Moltisanti e Cecilia Botturi) è programmata nel corso della prossima primavera.

 

 

 

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Categorie: Scrittura.

Lella Costa incanta e commuove Brescia

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Lella Costa conosce come pochi altri la magia  del palcoscenico

Parlo di quella specie d’incantamento attraverso il quale un attore (in questo caso un’attrice) riesce sin dalla sua comparsa in palcoscenico a catturare l’attenzione del pubblico e a non mollarla più finché non finisce lo spettacolo. Coinvolgendo, intrigando, indignano e commovendo gli spettatori, senza dimenticare mai di farli sorridere.

«La parola giusta» (vds. il precedente articolo di Bonera.2  nella rubrica Goodmorning Brescia https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-168-una_memoria_preziosa/) il monologo scritto da Marco Archetti per la regia di Gabriele Vacis, ricordi e riflessioni sulle due stragi che dilaniarono a cinque anni di distanza prima Milano e poi Brescia, sembra fatto su misura per esaltare le qualità dell’artista milanese: un suggestivo e colorito patchwork, più che un affresco, scandito dal boato delle bombe (che poi sono solo manifestazioni diverse di quella stessa bomba che venne utilizzata per ogni attentato negli anni bui del piombo e delle stragi) e strutturato sul percorso di un amore sfortunato, pulito, trasparente ma non abbastanza solido (nessun amore potrebbe esserlo) per resistere anche all’esplosiva strage del tritolo e agli indicibili e ignobili intrighi che lo innescarono.

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Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è CTB6.jpg L’affollatissimo Foyer del Teatro Sociale prima dell’inizio dello spettacolo

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Il primo viaggio sulla Luna, il sogno spezzato del Cile di Allende, il movimento hippy,  Jimi Hendrix e la nascita della nuova consapevolezza femminista e delle lotte per i diritti e l’uguaglianza delle donne servono egregiamente a trasportare i presenti nell’atmosfera di quegli anni straordinari, nel bene e nel male.

I giovani Daniela e Antonio sperimentano sulla propria pelle la forza devastante dell’eversione e dei complotti di stato in piazza Fontana, il 12 dicembre del 1969, poi si perdono, per ritrovarsi da attoniti osservatori da lontano (ma non troppo), avendo già imboccato diversi e divergenti percorsi di vita, in occasione della strage di Piazza della Loggia

Di grande efficacia la scenofonia “povera” di Roberto Tarasco, con la riuscita di quegli ombrelli calati dall’alto (veniva giù acqua a dirotto, il 28 maggio 1974) capaci di riparare dalla pioggia ma non dal diluvio di lacrime e dolore che si riversò sul Paese in quegli anni terribili.

Il primo viaggio sulla Luna, il sogno spezzato del Cile di Allende, il movimento hippy, Jimi Endrix e la nascita della consapevolezza e della lotta femminista per i diritti della donna servono egregiamente a trasportare i presenti nell’atmosfera di quegli anni straordinari, nel bene e nel male.

Alla guisa dei maestri vasai dell’antica Cina, che usavano screziare i loro ineguagliabili vasi con un passaggio dell’unghia, perché la loro perfezione non  suscitasse l’invidia degli dei, consentitemi di dissentire su un passaggio dello spettacolo, ovvero su quel passaggio tra la narrazione “milanese” e quella “bresciana” in cui si cede alla tentazione di un ragionamento educativo di cui, francamente, non si manifestava alcuna necessità: la suggestione del testo e la mostruosa bravura di Lella Costa, infatti, da soli avevano e hanno facoltà di toccare cuori e menti di tutti gli spettatori: sono sempre stato convinto che il Teatro possa debba esprimersi e risultare vincente con queste sole (invincibili) armi, senza bisogno di ricorrere a postille e spiegazioni aggiuntive.

Un minuscolo granello di polvere sul piano lucido e splendente di un monologo di grandissima intensità, sempre alla ricerca, rispettando il titolo, di quella parola giusta che, a volte, come nel caso dei funerali delle vittime della strage di Brescia, coincide con il silenzio dolente e solenne di duecentomila persone ammutolite dallo sdegno e dalla compassione.

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Un prezioso dono per il pubblico bresciano, accorso numerosissimo. che alla fine ha manifestato il proprio entusiasmo con uno scrosciante e lunghissimo   applauso. 

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (168) – Una Memoria preziosa da raccontare con le parole giuste

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Nel foyer del Teatro Sociale si è tenuta stamattina una affollata (sia di giornalisti che di relatori)  conferenza stampa per la presentazione di «La parola giusta» , drammaturgia di Marco Archetti  per la regia di Gabriele Vacis con l’interpretazione di Lella Costa
Coproduzione CTB / Piccolo Teatro di Milano facente parte di un più ampio progetto di memoria sul quinquennio 69//74 in cui sono comprese le due stragi di Piazza Fontabna e Piazza della Loggia. 
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Apre gli interventi Gian Mario Bandera che fa osservare come la presenza di tanti relatori al tavolo dimostri che, mettendo insieme rappresentanti delle istituzioni, della cultura e dello spettacolo si possa creare un valido nucleo in grado di mantenere e onorare i collegamenti con un periodo storico drammatico e da non dimenticare
 
Patrizia Vastapane (Consigliera di amministrazione del CTB) si dichiara onorata della presenza di Lella Costa e felice di presentare questo evento che si inquadra in un importante percorso di memoria.
 
«Il tentativo di raccontare alle nuove generazioni con modalità espressive differenti e innovative ha visto l’unione di sindacati, università,  enti e istituzioni che mettesse giù un vero e proprio palinsesto di informazione Alternativa ai metodi tradizionali e innovativi» dichiara il presidente del Consiglio Comunale Roberto Cammarata. «È esattamente in questo contesto che va inquadrata la messa in scena del testo di Archetti e una serie di eventi che culminerà con la presenza a Brescia del Presidente Mattarella»
 
Felice Scalvini, presidente della Fondazione ASM. ribadisce la ferma e incondizionata volontà dell’Ente che presiede nel continuare a supportare la predisposizione e la costruzione di reti, non solo intese in senso materiale, ma anche culturale.
 
Mario Milani, presidente della Casa della Memoria di Brescia, si sofferma sul valore di una iniziativa che vede unirsi in  nome della Memoria due città come Milano e Brescia così duramente provate dal terrorismo in piazza Fontana e Piazza Loggia, esaltando il calore unificante della cultura in nome della democrazia e dell’unità popolare.
 
«La prima volta che vanno a Brescia fu proprio per visitare Piazza della Loggia in un “pellegrinaggio” con alcuni miei coetanei in un luogo simbolo della lotta per la democrazia e la libertà» ricorda il regista Gabriele Vacis.  «Un clima straordinario, quello della reazione popolare seguita a entrambi  gli attentati, che purtroppo le giovani generazioni hanno completamente dimenticato  e che invece bisogna assolutamente rinnovare e perpetuare. La scelta di questo spettacolo è  stato di raccontare la Storia attraverso la narrazione di vicende personali»
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«Manlio Milani ci è stato accanto tutto il tempo con passione nella coistruzione dello spettacolo, dandoci sicurezza» confida Lella Costa, ricordando poi che lo spirito dell’opera è quello di trovare in se stessi ragioni per non disprezzarci, attraverso un esercizio della Memoria che sia una chiave d’interpretazione del presente e un ponte verso il futuro. «Noi non siamo testimoni perché c’eravamo, ma perché non abbiamo mai smesso di esserci» è la sua suggestiva e significativa conclusione.
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Categorie: Giorni d'oggi.

Brescia, città del Teatro (14) – A San Polino l’Antigone che non ti aspetti

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​​Il Piccolo Teatro Libero di Sanpolino, spazio gestito dall’Associazione culturale Llum, è giunto alla sua quarta stagione con importanti novità. Da questa edizione l’associazione collaborerà con Spazio Aità e con la compagnia teatrale Scimmie Nude di Milano. Oltre alla messa in scena di numerosi spettacoli tradizionali e innovativi, ma tutti di garantita qualità, quest’anno offrirà un ampio ventaglio di laboratori dedicati al teatro (per adulti, per bambini e per ragazzi), alla voce, alla dizione e alla danza.

Ieri sera è andato in scena il dramma  «A – jazz d’altomare», liberamente ispirato all’  «Antigone» di Sofocle.

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Il dramma:

La prima rappresentazione dell’Antigone di Sofocle (che, con l’Edipo re e l’Edipo a Colono, fa parte del Ciclo tebano) andò in scena nel 442 a.C. ad Atene, durante la celebrazione delle Grandi Dionisie,  una grande manifestazione d3edicata al dio, nel corso della quale  si teneva solennemente anche un concorso riservato alle tragedie. Il drammaturgo fa di Antigone, nata dal rapporto incestuosio di Edipo con sua madre Giocasta, della discendenza di Cadmo, fondatore di Tebe, un personaggio emancipato che, in nome della morale, si oppone a leggi arcaiche fondate su una rigida concezione dell’onore.

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La trama:

L’opera racconta la storia di Antigone, che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte (che invece aveva permesso l’inumazione dell’altro fratello  Eteocle). Una volta scoperta la donna viene condannata dal re a vivere il resto dei suoi giorni imprigionata in una grotta. Quando Creonte, convinto dalle profezie dell’indovino Teresia, decide di tornare sui propri passi e di liberarla, è però troppo tardi: Antigone si è suicidata per impiccagione. La sua morte violenta porta altre morti: quella di Emone (figlio di Creonte e promesso di Antigone) e di Euridice (moglie di Creonte) lasciando il Re a meditare sulla propria stoltezza..

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Lo spettacolo:

«A – jazz d’altomare» è una rivisitazione dell’Antigone di Sofocle in chiave contemporanea che vede in scena Alice Salogni, Elena Guitti e Paolo Ambrosi con la regìa di Fabio Maccarinelli. 

Operazione coraggiosa e spregiudicata, alla quale mi sono approcciato non senza un pizzico (forse più di un pizzico) di diffidenza, amante come sono del grande teatro classico, con la convinzione che ogni operazione di  elaborazione e “modernizzazione”  debba essere affrontata con il massimo rispetto del testo e grandissima attenzione.

Nel caso di «A – jazz d’altomare», però, mi sono dovuto  felicemente ricredere: l’opera combinata della regia di Fabio Maccarinelli e della recitazione di Alice Salogni, Elena Guitti e Paolo Ambrosi, parrticolarmente ispirati e calati nelle parti esasperate e rabbiose dei personaggi cui danno vita e spessore.

Una recitazione di nervi, la loro, una recitazione carnale ed esasperata, volutamentre nevrotica e violenta, che si svolge in un ambiente scenografico rovesciato come un guanto, con il pubblico sistemato dove normalmente è posizionato il palcoscenico e gli attori che si muovono e recitano all’interno di un circolo di spettatori, suggerendo tempi e atmosfere di un combattimento da strada. Low cost ma geniali e di eccezionale efficacia e suggestione le scenografie ispirate al cordame delle antiche navi e corredate di sorprendenti accorgimenti.

Battuta dopo battuta, scena dopo scena, si chiarisce l’intento ideologico del progetto di Fabio Maccarinelli: quello di sintetizzare in Antigone quella pietas civile che sempre più si va invece perdendo e dimenticando, nei confronti dei deboli, degli oppressi, dei morti per fame, per guerra, per annegamento nel corso di disperate migrazioni,  per strage.

Alla fine si  spoglia della sua veste rosso sangue, Antigone, e diviene essa stessa perseguitata, migrante. vittima del sistema, gridando uno per uno, insieme agli spettatori (a quel punto totalemente coinvolti emotivamente),  i nomi di morti sconosciuti e misconosciuti.

Non so perché ma sempre più alle fattezze del suo volto e della sua fisicità si sovrappongono quelle di una donna, una capitana coraggiosa e combattiva dei nostri tempi che di nome fa Carola.

Realizzo poi, tornando a casa nella notte di pioggia, che la tragedia greca non è solo mito, non è solo leggenda… è paradigma.

 

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Categorie: Teatro & Arte varia.

I lettATTori di Elisabetta (ri)lasciano il segno

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«Ciò che ci ha incuriosito, in questo testo («La madre della pulzella») è il fatto che uno dei più  noti e tipici episodi della storia europea venga raccontato da un’autrice USA (l’esperta Jane Anderson) dichiara Elisabetta Pozzi, porgendo il benvenuto al pubblico che affolla il San Carlino.  «Insomma, un personaggio e un accadimento molto europei che vengono trattati in modo molto americano».

«Questa pièce, scritta in un linguaggio tipicamente popolare, è andata in scena circa un anno fa a New York per l’interpretazione di Glenn Close» ricorda a sua volta Monica Capuani, che ha tradotto in italiano.

Poi si parte e, attraverso l’interpretazione del prestigioso gruppo di attori scelti da Elisabetta Pozzi (che veste con la consueta straordinaria sensibilità i panni della madre-narratrice), ci si cala fino in fondo nell’atmosfera guerresca del XV secolo, nella Francia invasa e oppressa dall’esercito inglese. Ben presto, gli spettatori si dimenticano (come spesso accade negli eventi di questa rassegna) di star assistendo a una lettura scenica e non a una vera  e propria rappresentazione, appassionandosi all’ascesa e alla caduta della visionaria Pulzella D’Orléans, al passaggio di un’intera famiglia prima abbagliata dalla vertiginosa ascesa di Giovanna e poi incenerita dalla tragica fine della stessa, usata e abbandonata alla guisa di un utensile funzionale ai giochi di potere della politica.

Per quanto riguarda l’opera in sé, si tratta effettivamente di una lettura molto particolare della storia della sfortunata Giovanna d’Arco, che va presa per quello che è e non per quello che ci si potrebbe aspettare che fosse (vale a dire una forma di rievicazione storica): un divertissement consapevolmente scevro di pretese ideologiche, tranne un velato e tiepido antipapismo all’anglosassone, con la Pulzella e i suoi cari che vengono (consapevolmente) dipinti, e parlano e si muovono, in una provocante e stuzzicante contaminazione tra i personaggi di Happy Days (Giovanna-Joanie,  suo fratello-Fonzie, il padre-Howard Cunningham)  e una famiglia “borgatara”. 

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Nell’insieme un lavoro molto ben scritto, cui non fa difetto l’alternarsi di momenti ironici e di incisi di grande coinvolgimento emotivo, un gioco nel quale, prima tra tutti, si compiace e si diverte molto la drammaturga, un prodotto che un pubblico appassionato e competente mostra comunque di gradire, come testimoniato dai lunghi applausi che ne salutano il finale. Il che, in fondo, al di là di considerazioni intellettualistiche o pseudo-tali, alla fine è proprio ciò che conta.

Insomma, se avvicinare il pubblico al Teatro in modo nuovo e stimolante, la missione di “Teatro Aperto” è ripresa anche quest’anno e continua con pieno successo.

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Categorie: Teatro & Arte varia.

(a)Verne, di spettacoli così!

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L’opera:

Il romanzo di Verne (pubblicato per la prima volta nel 1864) oltre a notevolissimi elementi di novità, contiene spunti che rivelano chiari collegamenti con la letteratura precedente. Un esempio tra tutti Edgar Alla Poe che aveva anticipato in alcuni racconti fantastici quella tipica commistione di elementi scientifici e immaginari c Giacomo Casanova, nel suo Icosameron. Per non parlare della discesa all’inferno di Dante Alighieri, che porta il Sommo Poeta fino al centro del pianeta. In questo romanzo Verne probabilmente sapeva di fare molta più fantasia che scienza. Era infatti già ben noto che il centro della Terra doveva giungere a temperature insopportabili per gli esseri umani, sebbene la cosa fosse ancora in discussione tra molti scienziati dell’epoca. Era anche ben noto che più ci si avvicinava e più si avevano scosse sismiche di magnitudo molto più potenti di quelle ad oggi conosciute per via dello scivolamento delle placche oceaniche e continentali. Verne, nel complesso, tiene molto più in considerazione l’esigenza di presentare una trama spettacolare che quella di fornire corrette informazioni scientifiche o di formulare congetture ragionevoli sulla struttura dell’interno del pianeta.

La trama:

Orientato dalla scoperta di una pergamena misteriosa, il professor Otto Lidenbrock di Amburgo decide di esplorare il centro del pianeta. Accompagnato dal nipote Axel e dalla guida islandese Hans, entra nel mondo sotterraneo attraverso il cratere di un vulcano spento. Man mano che scende nel ventre della Terra, scopre un fantastico mondo pieno di grotte, passaggi, tunnel e strapiombi, ma anche un mare illuminato da aurore boreali in cui vivono creature estinte da milioni di anni… Scritto in un’epoca in cui la scienza geologica muoveva i primi passi, Viaggio al centro della Terra è soprattutto un grande racconto d’avventura, tra i più belli che la straordinaria fantasia di Verne abbia creato.

Al cinema:

Viaggio al centro della Terra 3D (Journey to the Center of the Earth) è un film in 3D del 2008 diretto da Eric Brevig. Più che il remake dell’omonima pellicola di Henry Levin del 1959 è in sostanza un seguito ambientato nel XXI secolo, del romanzo di Verne, che si svolgeva invece nel XIX secolo.

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Foto © Masiar Pasquali

 

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Foto © Masiar Pasquali

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Lo spettacolo:

In certe occasioni (e «Viaggio al centro della Terra – Racconto in do maggiore per voce solista e servo di scena» è una di queste) per un critico risulta difficile da dove cominciare con gli apprezzamenti: la scenografia, gli attori (In questo caso l’attor e), o la regia?

Dunque meglio andare per ordine e cercare di collegare  in modo funzionale quegli elementi  che contribuiscono a offrire al pubblico un buono spettacolo.

Cominciamo allora dalla scenografia, suggestiva nel ricreare attraverso la realizzazione di elementi di carta l’atmosfera del teatro di una volta e geniale nell’adozione di alcuni accorgimenti semplici ma di sicura efficacia: da una poltrona a tutto servizio, che da elemento di salotto ottocentesco tipo “Club dei Viaggiatori” si trasforma in base d’appoggio, in imboccatura di un pozzo e in avventurosa zattera, alle onde tempestose evocate dal frenetico agitare di grandi fogli azzurri.

Di Graziano Piazza si può dire che appare talmente calato nel personaggio di Axel, da potersi ipotizzare che  al momento di partorirlo, sua mamma abbia pensato intensamente alla lettura giovanile dei romanzi di Verne. Ispirato, sempre perfetto in ogni momento dello spettacolo, dalla narrazione avventurosa e coinvolgente dei fatti, alla riflessone, alla concitazione dell’azione. Se dovessi  assegnare un voto pere la prestazione di questa “prima”, opterei per un nove solo perché la perfezione non è di questo mondo.  Anche l’apporto in qualità del silenzioso “servo di scena”, escogitato per l’occasione dalla regia, di Nicola Pighetti è assolutamente inappuntabile.

Elisabetta Pozzi, la cui valentia da attrice è universalmente nota, si rivela e si conferma anche regista al tempo stesso fantasiosa e attenta a ogni dettaglio, capace di gestire un testo di non facile approccio per il teatro con i tempi e i ritmi giusti. Una sorpresa solo per chi non la conosce abbastanza, che accende l’attenzione e il desiderio di sperimentarla ancora presto anche in questo ruolo al di là delle quinte.

Ottimo e pertinente anche l’accompagnamento musicale predisposto da Daniele D’Angelo e la (come sempre) perfetta gestione delle luci di Cesare Agoni.

Il generoso pubblico bresciano, manifesta tutto il suo gradimento con sonori applausi e ripetuti richiami in scena (ne ho contati sei ma forse me ne è sfuggito qualcuno) di Graziano Piazza.

Per chi non c’era, restano ancora poco meno di quattro settimane per andare a goderselo al Teatro Mina Mezzadri.  Occasione, a mio avviso, da non perdere.

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VIAGGIO AL CENTRO DELLA TERRA da Jules Verne regia Elisabetta Pozzi con Graziano Piazza drammaturgia Elisabetta Pozzi, Daniele D’Angelo musiche Daniele D’Angelo scene Matteo Patrucco luci Cesare Agoni costumi Mariella Visalli produzione Centro Teatrale Bresciano.

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Categorie: Teatro & Arte varia.