Goodmorning Brescia (95) – Tra Arte e Letteratura, le meraviglie di Vicolo delle Stelle

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Dell’opera di Giuseppe Raspanti «Il treno di Ignazio» si era già occupato su questo blog, nella rubrica Ex Libris, l’amico conosciuto come Il Lettore.

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Per la recensione vi rimando dunque a questo articolo:

Ex libris (16) – Il «pick and roll» di Raspanti

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Dopo un saluto al numeroso pubblico accorso in Vicolo delle Stelle, Massimo Tedeschi (da un anno Presidente Associazione Artisti Bresciani. Ospite dell’evento)  tratteggia con sintetiche pennellate (non trovo termine migliore, considerata la location)  alcuni aspetti del libro presentato.

«L’Autore, come il protagonista Ignazio, si rivela condottiero di eserciti di ricordi, capace di evocare immagini attraverso le parole» è l’esordio.

«Restano impressi nella mia mente e nella mia immaginazione il simbolico, ineluttabile ripetersi  della torrida cont’rora estiva, accesa dallo scirocco, quelle “minacce travestite da consigli”, una filosofia vita intessuta di rancori e cose da aggiustare».

E, tra tutto il resto, i bambini che venivano portati a veder passare i treni in attesa di salire sul treno che avrebbe cambiato le loro vite, la persistente presenza invasiva dei morti nelle case e nelle esistenze dei vivi.

«In qualche modo L’Autore, che molto si è impegnato nel mettere così mirabilmente le parole giuste, faticherà a staccarsi dal libro e dal suo alter ego Ignazio» dice il giornalista ed editore Tino Bino.

«Si arriva alla fine dei suoi racconti realizzando che in quel che si è letto, oltre che ciò che si è capito, c’è molto ancora da capire» aggiunge, passando in rassegna alcuni tra i più grandi narratori moderni anglosassoni,  come Salinger e la Rowling. 

«In questo libro, si riconosce una singolare scoperta e la valorizzazione della fragilità che, paradossalmente diventa un valore forte» è l’arguta conclusione.

«Io non vorrei mai congedare ciò che sto scrivendo, e non lo lascerei andare, se non ci fosse un editore impaziente di strapparmelo» conferma Raspanti.

«E questo libro in particolare è inquieto, liquido, simile a quella torrida e afosa contr’ora che ha citato all’inizio Tedeschi. Un intervallo di tempo in cui altro non si può fare se non un nulla… pieno di straordinari contenuti».

A scandire l’evento le letture scelte, di cui si fa carico la voce profonda e ben modulata di Bruno Noris.

Qui, però, finisce solo la prima metà di questo articolo.

Perché resta ancora da riferire della splendida “personale”  del Maestro Carlo Pescatore, i cui straordinari quadri erano esposti sulle pareti della sala.

 

Nato a Brescia nel 1932, insegna Tecnica dell’incisione calcografica all’Accademia di Belle Arti di Santa Giulia. La sua pittura è caratterizzata da cicli all’interno dei quali viene sviluppato il tema della ricerca figurativa, non disgiunta da ricerche formali collegati a movimenti artistici e alle esperienze della modernità e della contemporaneità.

Nell’opuscolo di presentazione della mostra intitolata “Furtivi sguardi su dipinte tele”, arricchito da un  racconto scritto dallo stesso artista e tratto dalla raccolta “È tutta colpa di Modì” (Serra Tarantola 2014), Massimo Tedeschi scrive:

«… Pescatori è, tra le molte cose, una delle memorie più lucide del Novecento artistico bresciano: un figlio d’arte, visto che il papà Mario è stato –nella propria epoca-  il più grande restauratore di affreschi nella Provincia»

Insomma un riuscitissimo connubio tra pittura e letteratura, in un ambiente elegante quanto accogliente. Spero che a Brescia, come altrove, se ne ripetano tanti così.

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    Bonera.2

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Al Martinitt, con «Ieri è un altro giorno», una ripetizione… di risate

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Il Teatro Martinitt è un teatro milanese, bello, ampio (420 posti) e funzionale,  gestito, a partire dal 2010, da  «La Bilancia», società operativa nel mondo dello spettacolo da circa quarant’anni, diretta da Stefano Marafante.

La stessa società, che già ha al suo attivo la produzione di circa 200 spettacoli, gestisce a Roma, dal 2002, il Teatro dei Servi.

Ieri pomeriggio ho visto per Voi (e per me)  «Ieri è un altro giorno»..

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La trama:

L’avvocato Paolucci è quello che, ricorrendo a una definizione psicologico-popolare di moda ai nostri giorni, un ossessivo compulsivo. Insomma, la persona meno adatta ad affrontare la situazione surreale che Silvain Meyniac e Jean François Cros (autori della commedia)  lo costringono ad affrontare: l’incrocio ravvicinato del terzo (pardon, del quarto) tipo uno spiritato cliente dello studio che, morto in seguito a un incidente, non ne vuole sapere di rimanere defunto. Una moglie infedele, una ex ancora perdutamente innamorata, un Capo avido quanto cinico, un collega satiro e inaffidabile, si incontrano e si scontrano in quella porta girevole che è l’ufficio di Paolucci in una serie senza interruzione di concidenze, incomprensioni verbali e mentali, ingressi e uscite a sorpresa, per arrivare al felice scioglimento dell’intreccio in nome di quell’eterno rimedio che è l’Amore.

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Lo spettacolo:

Spumeggiante, spassoso, ammiccante, ma senza mai scadere nella becera farsa propria di certi cinepanettoni nostrani, cattura fin dall’inizio gli spettatori, sorprendendoli sia con lo scoppiettante ritmo che il regista Eric Civanyan riesce a imporre alla pièce (e a mantenere per tutta la durata della commedia) che con la complessa ed efficacissima scenografia utile ad accentuare in modo decisivo l’effetto sorpresa di alcune trovate narrative. Perfettamente recitato da un cast di attori dotati di grande spessore professionale e, al tempo stesso, di incredibile leggerezza interpretativa, capaci di divertire divertendosi, il che non è affatto una circostanza secondaria. Da indicare, come strada da percorrere, a certi teatroni imparruccati convinti che solo la tragedia, il concettuale, la rimasticazione dei classici e il più scontato e polveroso didascalico possano assurgere alla dignità di essere inseriti nel calendario ufficiale..

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La voce dei protagonisti:

«È una commedia, scritta nel 2012 e andata in scena dal 2013, che ha riscosso un grandissimo successo in Francia, con un gran numero di repliche, in patria e all’estero, aggiudicandosi anche, nel 2014, il prestigioso premio Molière. Per portarla in Italia (con l’adattamento di Luca Barcellona) si è scelto di importare, oltre alla meravigliosa scenografia, anche il regista»  ci spiega Antonio Conte (che ricordiamo anche per la recente, sontuosa interpretazione del vescovo sposato in «Sua Eccellenza è servita» di Patrizio Pacioni e Salvatore Buccafusca.

«Il meccanismo del replay e dell’esasperata reiterazione delle situazioni, divenuto fin troppo scontato nella produzione cinematografica, in teatro è un’autentica novità. È piacevole anche per noi che siamo sul palcoscenico, sorprendere il pubblico di battuta in battuta, condurlo nell’intreccio complicato della storia passo dopo passo, sfruttandone la curiositàà, distrarlo, al momento giusto, perché non si accorga degli stupefacenti “trucchi” di scena. In Ieri è un altro giorno nulla è certo, nulla è scontato… e guai a distrarsi!»   aggiunge Gianluca Ramazzotti, ovvero l’avvocato Paolucci in persona.

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Le risate a scena aperta, gli applausi finali (convinti, convintissimi, e anche questi ripetuti… fino al delirio, bastano, da soli, a attestare, senza possibilità di contestazione, che si tratta di uno spettacolo intrigante, divertente, intelligente… assolutamente da vedere.

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IERI È UN ALTRO GIORNO

FINO AL 22 APRILE AL TEATRO MARTINITt DI MILANO

 

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   GuittoMatto

 

 

 

 

 

Categorie: Teatro & Arte varia.

100 scalini in palcoscenico, tra la rivoluzione francese e il primo volo

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«Si tratta senz’altro di uno spettacolo, ma allo stesso tempo di un esperimento di drammaturgia originale che verrà modificato e nutrito proprio dall’incontro con il pubblico, un evento che verrà presentato nella sua natura più duttile, proprio per cogliere le più sottili sfumature della relazione tra la nostra anacronistica seppur contemporanea arte e la sensibilità e i modi di percezione del tempo presente» dichiarano concordi Elena Bucci e Marco Sgrosso

«Il margine di rischio è alto, ma proprio in questo si misura la natura speciale di questo progetto. E il tema ci aiuta».

 

  

(Ph Umberto Favretto)

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«Ottocento» (coproduzione CTB e Belle Bandiere) è un soffio di vento, un’ampia ala ideale che vola, planando per poi riprendere quota, e di nuovo scendere in picchiata, sulle sconfinate pianure ucraine e russe, sulle guglie gotiche dell’impero austroungarico e della Prussia, sulla splendida Parigi di Notre-Dame e della Tour Eiffel, sui monumenti classici della penisola italiana, sugli ussari a cavallo e sulle schiere inquadrate delle fanterie, sui campi di grano, sui vigneti, su monti, fiumi e laghi.

Con un grande balzo varca l’oceano e, dall’alto, fissa le oscure profondità dell’anima e dell’occulto di Edgar Allan Poe e dei suoi nerissimi corvi.

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Questo è ciò che rimane n all’uscita del Teatro Santa Chiara, insieme a frammenti delle pagine e dei pensieri di Emily Dickinson,  George Sand, Mary Shelley,  Margherita Gauthier, Anna Karenina, Čhecov, Thomas Buddenbrook, Thomas Mann, Guy De Maupassant,  Edgar Allan Poe, delle Sorelle Brontë.

Uno spettacolo di larghi orizzonti, splendidamente recitato da Elena Bucci e Marco Sgrosso, che resta a metà tra un arazzo e un patchwork, volutamente incompiuto, innesco più che esplosivo, utile a fare detonare, “dopo”, la curiosità degli spettatori, al suono di «Wuthering heights»  gorgheggiata da Kate Bush e del più austero coro che intona l’Internazionale.

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Perché che «L’ Ottocento è l’uomo uscito dalla voragine della Storia», potete starne certi, è un concetto che, dopo avere assistito a uno spettacolo come questo, non si dimenticherà più.

 

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   GuittoMatto

 

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (94) – Coma sa fare girare la terra Teresa, nessuno al mondo!

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La stagione di prosa promossa dal Comune di Lumezzane al Teatro Odeon viene conclusa dal ritorno di Teresa Mannino (che si era già esibita lì nel gennaio 2015) con lo spettacolo «Sento la terra girare» .

L’attrice palermitana, giunta a oltre 150 spettacoli in palcoscenico e beniamina del pubblico televisivo con le sue gag e le sue caratterizzazioni, in perenne altalena tra la Sicilia e Milano (città di  adozione) ha fatto registrare un sostanziale  “tutto esaurito” già dal primo giorno di prevendita.

«Sento la terra girare» scritto con Giovanna Donini e prodotto da Bananas, vede l’attrice, insuperabile improvvisatrice nell’intermezzo iniziale con il pubblico, che “scalda” la platea immediatamente e al giusto punto di cottura, è una lunga e articolata conversazione con il pubblico, intorno alla grave situazione di un mondo e di una generazione chiaramente (se non irreversibilmente) “deteriorati dall’uso”.

Uscita da un vecchio armadio (unico quanto efficace elemento di scenografia), ovvero, in modo più colloquiale “caduta dal pero”, la sempre vispa Teresa se la prende con tutto, o quasi: da certa farlocca ecologia salutista, agli studi scientifici e genetici dispendiosi, velleitari e sostanzialmente inutili; dal chiacchiericcio dei social, soporifero per le generazioni mature ed estremamente dannoso per quelle più giovani, allo sconsiderato uso del telefono cellulare, dagli sprechi alimentari, assurdi e ingiustificabili in un mondo che, per la gran parte vive in ristrettezze anche gravi, con gli animali domestici ipernutriti e intere specie che scompaiono e, soprattutto, interi popoli che soffrono la fame. Per finire all’inquinamento da plastica e da altro, che rischia di rendere inabitabile l’habitat di tutti, anche a causa di pratiche commercial-consumistiche incomprensibili che vedono ingenti risorse di ricchezza dissipate all’inseguimento della moda del giorno e/o nell’acquisto compulsivo  di regali e gadgets vari di assoluta inutilità.

Il tutto senza allontanarsi mai troppo dalle tematiche che più le sono proprie: il rapporto maschio-femmina e i contrasti tra la mentalità del nord e quella del sud.

Si finisce con un appello al cambiamento rivolto a “donne che camminano tutto il giorno sul tacco dodici e sognano le valleverde” e una poesia in cui l’unica via di salvezza è da ricercarsi nella gentilezza e nell’allegria.  

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Brava, bravissima la Mannino attrice-mattatrice-intrattenitrice.

Non altrettanto entusiasmante, a giudizio di chi scrive, il testo, spesso brillante e di comicità travolgente, ma eccessivamente didascalico, nel quale perle di genuina saggezza popolare si mescolano, a volte, con qualcosa di già detto, sfiorando l’insidioso confine del luogo comune.

Il popolo di Lumezzane, che è il solo e decisivo giudice-arbitro dell’incontro, però si diverte molto, con risate spesso a scena aperta e un lungo e convinto applauso alla discesa del sipario.

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   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (93) – Danzare in città? Si può!

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Patrizia Biosa inizia da giovanissima la sua formazione in vari stili di danza, dalla jazz al tip tap al caraibico, concentrandosi in un lunghissimo percorso nelle danze orientali, sviluppandone l’aspetto più profondo ed energetico ; nel contempo approfondisce l’espressione teatrale, il teatro danza, il rapporto tra movimento, psiche e spiritualità, elaborandone uno stile personale che trasmette con spettacoli di sua produzione e  corsi a tutte le fasce di età.

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L’ho intervistata per conoscere qualcosa di più della sua attività e della situazione della danza per i bresciani, sia in qualità di spettatori che di protagonisti attivi.

 

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Danza e musica, ma non solo. Anche letture, letteratura, nel Tuo porti nei confronti del pubblico. Cosa possono fare le parole per la musica (e viceversa), secondo Te?

Amo il teatro, le parole possono essere musica da interpretare col movimento danzante… e la musica vibrare come parole .

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I bresciani sono gente solida, che guarda al concreto. In che rapporto è la Città con una disciplina, come la Danza, che, per sua natura, implica più spiritualità e grazia che razionalità?

Le iniziative sulla danza in città sono sempre più numerose rispetto a una volta, spero che questo incuriosisca sempre di più il pubblico bresciano.

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Ami la danza in quanto tale, ma , a quanto sembra, guardi molto… a Oriente. Curiosità per temi esotici, scoperta di una cultura “altra”, ricerca di una spiritualità diversa… o cosa?

Insegno danza orientale a Brescia e in nord Italia dal 2000 e sono sempre stata affascinata da questa disciplina, portando avanti in parallelo l’approfondimento del teatro danza e danza emozionale

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Insegni danza a bambini e anziani e, per tutte le età, danza emozionale. Quali sono le diversità di approccio (da parte tua) e ricezione (da parte loro) dei singoli cluster?

In questi anni sto sempre più rendendomi conto che l’energia della danza è già   insita nei bambini, e negli anziani è presente un movimento danzante che attende di essere risvegliato…

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Cosa rappresenta realmente la danza, nella vita quotidiana di Patrizia e nel segreto della sua anima?

Domanda troppo impegnativa… 🙂 Sono anche counsellor  e per me la danza è inscindibile dalle emozioni…

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Progetti in corso e … futuro prossimo venturo.

Da una parte due spettacoli che ho creato nei quali credo molto: La Sacralità di Gaia,   letture, video e danza emozionale sulla magnificenza di MadreTerra e l’urgenza di salvarla (spettacolo scelto per l apertura del Festival della.Carta della terra di Fondazione Cogeme nel settembre 2017)

E Inno all’Amore su brani di K. Gibran e N. Ickmet, inserito nella rassegna teatrale 2018 del Piccolo Teatro Libero di S.Polino.

Entrambi con l’attrice Elena Bettinetti (nella Sacralita di Gaia i testi sono scelti da lei).

Mentre per la danza orientale ho creato l’evento Cafè Oriental una domenica al mese al Caffè Letterario Primo Piano per dare la possibilità a tutte le danzatrici di esibirsi in un contesto “protetto”

Per quanto riguarda il futuro, invece, chissà… work in progress!

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   Bonera.2

 

 

 

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Goodmorning Brescia (92) – In nome della tradizione, intonati… come campane.

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Avete presente quel parente, vicino o lontano, che critica sempre tutto e tutti? Ce n’è sempre almeno uno in ogni famiglia, che sia uno zio, una cugina, un nipote, poco conta. Sì, quello che, se per caso ti azzardi a canticchiare un motivetto, immancabilmente, se n’esce con un 《Ma stai zitto! Non lo senti che sei stonato come una campana》.

Beh, io ce l’ho. Anzi, ce l’ho avuto. Peccato che non appartenga più a questo mondo, oltre che per il profondo affetto che a lui mi legava, perché, dopo avere assistito questo pomeriggio alla conferenza organizzata dalla FCB nel Salone Mario Piazza dell’antico palazzo di Vicolo San Giuseppe, avrei potuto rispondergli, accompagnando le parole con un beffardo marameo:

No, che non mi taccio, perché le campane non sono mica stonate!

E adesso vi spiego perché.

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Apre gli interventi Luca Fiocchi, Presidente della Federazione Campanari Bergamaschi.
Dopo un periodo di elettrificazione esasperata, tale da depauperare gravemente il patrimonio campanario nazionale, da circa venti anni si è registrato un ritorno d’interesse per le campane suonate a corda. Ciò ha portato, come prima conseguenza, l’invecchiamento anagrafico e la diminuzione numerica dei campanari, una categoria di artisti, artigiani e quant’altro, che non s’improvvisa da un momento all’altro》.

Per provvedere al necessario rinnovamento generazionale, spiega Fiocchi, si è lavorato per gruppi, cercando di valorizzare una pratica che si avvale di un antichissimo strumento capace di viaggiare nel tempo e nello spazio, e che consente ai propri adepti di avere una visione del mondo diversa e più lungimirante, dall’alto dei campanili.

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Ciò che ci siamo premurati di fare, prima di ogni altra cosa, è stato di porre l’accento sul fatto che anche i giovani possono appassionarsi a questa disciplina. E debbo dire che la cosa ha funzionato, visto che molti sono stati i giovani (e anche i giovanissimi) che hanno risposto all’appello di spontanea volontà, con grande entusiasmo, e che sono tuttora tra i circa duecento nostri attuali associati》.

Interviene poi Massimo Ziliani (costruttore restauratore e suonatore di campane), che parla delle campanine contenute nella cosiddetta “cassetta del campanaro”.

Si tratta di strumenti nati per effettuare le esercitazioni, che hanno acquisito, con il trascorrere del tempo, maggiore dignità e importanza, fino a divenire protagonisti di autentici concerti》 spiega.

Fino agli anni sessanta, per motivi essenzialmente di economia, le campanine sono state realizzate soprattutto in vetro. Dopo di che, per altrettanto valide ragioni di praticità e resistenza, si è cominciato a realizzarli (sempre con un procedimento artigiano/casalingo in metalli come l’acciaio e l’ottone. C’è un repertoro di circa mille brani musicali, tramandati oralmente di generazione in generazione, che solo recentemente si è cominciato a riportare su spartito

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Alla fine dice la sua anche il piccolo Davide Zanella (studente di prima media)  che  descrive con grande fervore e con rimarchevole proprietà di linguaggio,  la propria esperienza di apprendista campanaro, 
Ho scoperto e approfondito le meccaniche di gruppo proprio attraverso le campanine》 confessa candidamente.

E se trovate una conclusione migliore, mandatemela con un messaggio.

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   Bonera.2

 

 

PS

Per chi volesse acquisire ulteriori, più approfondite informazioni, questo è il link:

http://www.campanaribergamaschi.net/

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Goodmorning Brescia (91) – Bucci, Sgrosso e «Ottocento»: un secolo in un’ora

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Se il ‘900 è stato definito il “Secolo Breve”, il precedente secolo, l’800 può a buona ragione definirsi il “Secolo Complesso”. denso come fu di movimenti ideologici e culturali, di impensabili progressi e invenzioni tecnologiche, di rivoluzioni ideali e politiche.

E tutto ciò, con «Ottocento», Elena Bucci e Marco Sgrosso, si ripromettono di narrarlo, in palcoscenico, in poco più di un’ora.

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«Elena e Marco sono legati a me e al CTB da legami di profonda e sperimentata amicizia» dichiara Gian Mario Bandera, aprendo gli interventi.

Ricorda poi come Ottocento sia il secondo appuntamento del ciclo “Palestra del Teatro”,  che segue i Sonetti di Shakespeare. Il terzo sarà costituito da una coproduzione con il Teatro Parenti, che vedrà protagonista Luca Micheletti.

Sottolinea poi carattere il carattere sperimentale che contraddistingue questa serie di spettacoli,  anche in tema di contaminazioni tra modalità espressive diverse.

«Tuffarsi in questo secolo importantissimo, sia sotto il profilo di progresso sociale, civile e scientifico  dell’umanità , sia per i nuovi sviluppi delle arti e della letteratura italiana e mondiale, è stata un’autentica impresa. Ci siamo trovati immersi in una quantità incredibile di testi da valutare, cercando di evitare di portare in scena una mera carrellata di spunti letterari e di creare un magma omogeneo in cui si cogliesse l’essenza del secolo» sottolinea Marco Sgrosso.

«Dalla scelta di autori eterogenei, vissuti e operativi nel corso di tutto il secolo, è nato lo spettacolo di tanti spettacoli possibili, un canto dedicato all’800: in certi casi abbiamo afferrato i singoli brani per sintesi, i altro abbiamo preferito cammei simili a istantanee di letteratura».

«Qui al CTB ci sentiamo di casa» dichiara Elena Bucci.

«Premesso questo, la frequentazione di una “Palestra” come questa può risultare al tempo stessa rischiosa e affascinante. L’ottica in cui abbiamo intrapreso questa stimolante sfida è quella, sperimentale di una nuova drammaturgia aperta che trova il proprio effettivo compimento non con la fine delle prove, ma trasformandosi, crescendo e perfezionandosi attraverso l’incontro con il pubblico, di replica in replica».

Fa poi presente che nell’immagine che campeggia nella locandina (come nelle altre scelte per promuovere lo spettacolo) si sono volute riproporre le sembianze del dagherrotipo, antico sistema di riproduzione dell’immagine che conserva alcune parti di ciò che trasmette nel tempo, cancellandone invece altre, con una casualità, ad avviso di Elena,  solo apparente e, quindi tutta da investigare e da comprendere.

«Una palestra per attori e registi, sì, ma anche per il pubblico» interviene a questo punto Marco Sgrosso.

«Gli spettatori saranno chiamati a un non agevolissimo  esercizio di comprensione e di interpretazione di frammenti letterari».

Conclude, con la consueta incisività, Elena Bucci:

«Uno dei  nostri intenti, forse il principale, è di risvegliare/stimolare l’attenzione e la curiosità  degli spettatori, sia sulle vicende, le tendenze e i personaggi che hanno percorso l’intero 19° secolo, sia su singole opere e singoli autori che, mi auguro, chi assiste al nostro spettacolo sarà spinto a ricercare e recuperare».

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(la foto di Elena Bucci e Marco Sgrosso è stata scattata da Aleksandra Pawloff)

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DAL 12 AL 22 APRILE 2018

TEATRO SANTA CHIARA MINA MEZZADRI

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  Bonera.2

 

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Goodmorning Brescia (90) – Donne di canto e di lotta

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Cominciamo dal teatro, anzi da un auditorium che si presenta più “teatro” di tanti altri teatri che, pure, si dichiarano ufficialmente tali.

Una risorsa per la cultura di cui la provincia di Brescia è costellata, nascosti agli occhi dei più distratti e custoditi con cura e amore, da autentici gioielli quali sono.

Sto parlando, in questo caso, dell’Auditorium Mazzolari di Verolanuova, locale ben attrezzato e di solida capienza, dove, ieri sera, si è rappresentato «Musica e Muse», spettacolo-concerto ideato, realizzato e messo in scena dalla sempre entusiasta ed esuberante performer e regista Marialaura Vanini.

Uno spettacolo-femmina, gioiosamente e pensosamente. 

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Dopo la breve introduzione di Emanuela De Munari, la prima a entrare in scena è una dama, identificabile in Francesca Caccini detta  la Cecchina (nata a Firenze nel 1587 e deceduta nella stessa città, oppure a Lucca, cinquantaquattro anni più tardi, dopo una vita che definire intensa e avventurosa è poco. Compositrice, clavicembalista e soprano, fu la prima donna a scrivere un’opera e, probabilmente, la più prolifica compositrice di quei tempi. A parte le competenze musicali, è conosciuta anche per essere stata una valente poetessa e autrice di testi per canzoni.

Poi la dama si spoglia della  sontuosa parrucca e della raffinata veste e si trasforma in una grintosa rapper che, a modo suo, rivestirà il ruolo narrante nel corso dell’intera rappresentazione.

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Sul grande schermo che fa da fondale si succedono grandi immagini: dalle donne impegnate come schiave nelle piantagioni di cotone dell’800 alla radicale rivoluzione di costume e di valori operata da Madonna (citata però con la dolente e classica “Don’t cry for me, Argentina“) e portata alle estreme conseguenze dalla sventurata Amy Winehouse, alle sonorità diverse, ma tutte innovative di Céline Dion, Anastacia e Adele. Un lungo viaggio nel tempo che si dipana di decennio in decennio, attraverso le canzoni della tenera Edit Piaf (magnifica la doppietta “Rien de rien” / “Milord”), della romantica Judy Garland, della pirotecnica Ella Fitzgerald, della classica Sarah Vaughan, di Etta James e Aretha Franklin. Per passare poi al canto di rivolta e di rivendicazione sociale di Joan Baez, su su, fino alla newyorkesissima Liza Minnelli, all’esplosiva e selvaggia Tina Turner, ad Amie Stewart, alle disco-women Donna Summer e Gloria Gaynor.

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Accompagnando le fotografie con il canto e con la musica, senza un attimo di respiro, in una continua alternanza di jazz, blues, swing, rock, pop e quant’altro. Con la conduzione delle belle voci di “tre tenori” tutti al femminile (la suadente Greta Cominelli e la tenera Anna Brontesi insieme alla già citata, graffiante Marialaura Venini) e dei movimenti danzanti della narratrice Chiara Petrone, in costante equilibrio tra morbide e sensuali movenze e postmoderna aggressività.   

Insomma, si potrebbe dire che le donne “se la cantano e se la suonano” se non fosse che invece, a suonare davvero, siano quattro uomini, valentissimi e ispirati musicisti che è giusto menzionare: Devis Tarolli, Alessandro Galli, Fabio Dattilo, Oscar Conti e lo scatenato sassofonista Marco Orrù.

Si finisce con le protagoniste che cantano in mezzo a un pubblico entusiasta che canta con loro. E non è certo un caso che il pezzo scelto per il bis, sia proprio lo straziante richiamo alla partecipazione e all’impegno sociale e civile di Sacco e Vanzetti.

Perché per le donne (italiane e straniere) e, quindi, per tutti noi, purtroppo, la lotta non è ancora finita.

 

(si ringrazia PhGO per le immagini fornite)

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   Bonera.2

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