Il verbo degli uccelli… lo declinano gli uccellini della Giovanni Pascoli

.
.
Il verbo degli uccelli – Canto alla Città è la 4^ produzione CTB in cartellone quest’anno》 premette Gian Mario Bandera, particolarmente lieto di sottolineare come, anche quest’anno, si stia portando avanti l’apertura e la promozione del lavoro con le scuole (in questo caso con gli alunni che fanno parte del coro della secondaria cittadina Giovanni Pascoli.
Continua il mio progetto o di lavorare sulla città con una logica che non è (non solo) quello del “laboratorio” ma del lavorare insieme, guardando alla città come a una serie di piccole aiuole in cui viviamo le nostre quotidianità.》 spiega Lucilla Giagnoni, sottolineando come, rispetto allo scorso anno, si sia abbassata l’età degli studenti coinvolti.

Il testo scelto è di derivazione orientale-islamica contaminata però  dalla visione Sufi del XII secolo. La storia narra degli uccelli del mondo che, in cerca di pace, decidono d’incontrarsi con il Re di origine divina Simurgh. Un testo non lineare, come possono esserlo le trame di un tappeto orientale.

Alla fine del viaggio, delle migliaia e migliaia di uccelli partiti ne rimangono solo trenta, ai quali Simurgh si rivela sotto forma di uno specchio in cui, dopo essersi rimirati, essi decidono di annullarsi, ma solo per creare nuova vita, così come la dissoluzione della carne crea nuovo humus.
Si è data alla narrazione la struttura tipica di un videogioco, vale a dire un susseguirsi di prove di crescente difficoltà che deve affrontare l’eroe per salvare il mondo》 aggiunge poi, con malcelata soddisfazione.

I ragazzi si sono dimostrati di vivida intelligenza, freschi disponibili e aperti al nuovo. Cantando e recitando nel corso dei tre mesi di prove che si sono resi necessari, mi hanno arricchito giorno per giorno, facendo di questa esperienza una delle più belle》.

Poi Lucilla Giagnoni termina il suo intervento presentando alla stampa presente i tre musicisti che parteciperanno allo spettacolo: Marco Tamagni, Tino BalsamelloFederica Arestia.

.

.

I professori Franco Cagna e Giovanni Golino, dopo avere spiegato lo spirito e la formazione  del Coro (che omprende elementi delle più svariate etnie e nazionalità) si soffermano sulle sue finalità, essenzialmente sociali e solidali, attraverso esibizioni in ospedali, RSA, comunità varie e in ricorrenze come quello della strage di Piazza Loggia.

.
.
Il verbo degli uccelli – Canto alla Città  è in scena domani mercoledì 5 e dopodomani giovedì 6 dicembre al Teatro Sociale.
.
.
   GuittoMatto
Categorie: Teatro & Arte varia.

L’ardua sfida della Tempesta danzata

.

     L’opera:
.
«La tempesta» è un’opera teatrale in cinque atti scritta da William Shakespeare tra il 1610 e il 1611. La vicenda, ambientato su di un’isola imprecisata del Mediterraneo, racconta di Prospero. duca di Milano mandato in esilio, che si adopera in ogni modo (anche ricorrendo a magia e incantesimi) perché la figlia Miranda possa riprendere il potere.  Così, grazie a un incantesimo che scatena una forte tempesta, provoca il  naufragio proprio sull’isola in cui è stato esiliato, di suo fratello Antonio e di Alonso Re di Napoli, suo complice.
Una volta fatto ciò, Prospero, coadiuvato dallo spiritello Ariel (prima del suo arrivo imprigionato da un incantesimo in un albero), che ha fatto suo complice, e sempre servendosi della propria scaltrezza e delle arti magiche, riesce a rivelare la meschinità di Antonio e a fare innamorare e sposare la figlia con il Principe di Napoli. 
Prima rappresentazione in pubblico: 1 novembre 1611
Personaggi principali: Prospero, Calibano, Ariel, Miranda, Ferdinando

.

Lo spettacolo:.

Un grande schermo tv diffonde immagini in bianco e nero che suggeriscono rimpianti e nostalgie, il soffio incombente e onnipresente del vento, una colonna sonora fatta di musica a volte tribale, a volte tecno, a volte scandita da percussioni rock, che, invece di suggerire i movimenti dei danzatori, sembra accompagnarli con mirabile efficacia e fedeltà.

Un godimento per gli occhi e per lo spirito, sia a livello estetico che emotivo, sollecitato da  coreografie, scenografie e giochi di luce di grandissima suggestione, dallo straordinario affiatamento di sedici ballerini, talmente bravi da rendere difficile (e persino superfluo) prenderli uno per uno per distinguerne e pesarne le prestazioni personali.

La domanda è: può essere sufficiente tutto ciò a garantire di una sfida ambiziosa come quella di trasporre un’opera del divino William Shakespeare in uno spettacolo di danza?

«Ecco la capacità della danza di raccontare la narrazione teatrale» è la convinzione  espressa senza se e senza ma da Giuseppe Spota, che spiega poi  Nello studiare il testo un’immagine mi ha condotto all’altra (come succede nella storia di Shakespeare, in un continuo effetto domino), dando la possibilità all’immaginazione di espandersi. Proprio come in un viaggio, in ogni tappa il corpo e il movimento cambiano e si evolvono, attirando il pubblico dentro un mondo magico”.

In realtà la questione è ben più complessa, però.

.

(crediti delle foto PH Viola Berlanda)

 

Nel fulgore espressivo, nelle mille forti sollecitazioni sensoriali e mentali che lo spettacolo regala agli spettatori, a ben vedere c’è abbastanza Tempesta, ma meno Shakespeare.

Perché, per portare a termine con pieno successo un’operazione ambiziosa come questa, il Grande Bardo, probabilmente, è l’autore meno indicato: un Genio della parola che nei riferimenti ideali, sia dotti che popolari, nelle raffinate e nelle sapide parafrasi verbali, nelle complesse e stuzzicanti allegorie, è obbiettivamente impossibile tradurre compiutamente in soli movimenti. Esprimere in passi di ballo il messaggio Shakespeariano, dunque, al di là delle migliori intenzioni, è un po’ come tentare di descrivere in uno scritto o in un colloquio un sapore o un odore: si può fare, certo, usando i termini giusti, ma solo in modo approssimativo, perché o un gusto si prova in bocca o nel naso, oppure non si conosce davvero.

Insomma: spettacolo davvero di altissimo livello, che meritatamente ha riscosso, al calare del sipario, i ripetuti e convintissimi appalusi del pubblico che gremiva il Teatro Sociale, ma opera a sé, sostanzialmente (e felicemente – aggiungo e sottolineo) distaccata dall’opera di riferimento e, soprattutto, dal suo drammaturgo.

.

.

Tempesta è una produzione Fondazione Nazionale della Danza / Aterballetto, coprodotta da CTB Centro Teatrale Bresciano e Teatro Stabile del Veneto, con il sostegno di Fondazione I Teatri di Reggio Emilia.

Dopo il debutto, nello scorso giugno, al Piccolo Teatro di Milano, lo spettacolo per 16 danzatori è in scena al Teatro Sociale di Brescia dal 29 novembre all’1 dicembre.

Coreografia di Giuseppe Spota, musiche originali di Giuliano Sangiorgi (leader dei Negramaro), drammaturgia di Pasquale Plastino, consulenza critica curata da Antonio Audino, scene di Giacomo Andrico, costumi di Francesca Messori e luci di Carlo Cerri.

.

   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Brescia Città del Teatro (4) – Quant’è difficile rimborsare debiti… alla vita!

.

 

La vita è un tapis roulant, un sentiero mobile lungo il quale bisogna camminare o correre, a seconda  dei momenti e delle situazioni, comunque faticare.

Nonostante l’impegno profuso, però, non è assolutamente detto che, alla fine dell’impresa, al di là del traguardo, ci sia sempre da aspettarsi un premio.

Anzi.

Certo, se le proprie capacità, e le proprie disponibilità, non dovessero risultare sufficienti, c’è sempre la possibilità di chiederne a credito dalla Società. Senza illudersi di poter fruire di “condizioni agevolate”, però, perché per quanto possano essere suadenti e allettanti le proposte della pubblicità, per quanto possa apparire conveniente il TAEG , rimborsare i prestiti che ti vengono concessi (sia in senso tecnico che traslato), inevitabilmente, insieme agli interessi ti porterà via anche una parte importante della vita.

Siamo proprio sicuri che ne valga davvero la pena, per una nuova coupé o per un sofisticatissimo televisore al plasma di nuova generazione?

.

.

Lo spettacolo:

Allegro ma non troppo: sembra l’accoppiata di aggettivi che, a mio avviso, meglio descrive gli intendimenti e i ritmi di  «TAEG 4,72», proposta dal Collettivo Teatrale ZAZIE, da sempre attento ai temi e ai passaggi più sensibili della società civile, della convivenza civile, della solidarietà, dell’accoglienza e del contrasto di ogni tipologia di prevaricazione e di violenza.

Uno spettacolo, che, viaggiando in questo solco, vuole mettere in risalto quell’esasperato consumismo che, a partire dall’ultimo scorcio del secolo precedente, accelerando in progressione nei primi anni del terzo millennio, costituisce una delle in questa prima parte di terzo millennio, sempre più, attraverso la pubblicità o, semplicemente,  un malinteso spirito di emulazione artificialmente indotto nei vari strati (soprattutto in quelli più popolari) induce anche chi non ne abbia materialmente possibilità e mezzi economici a desiderare spasmodicamente ogni genere di oggetto, più o meno inutile.

È il brillante Biagio Vinella (il lavoratore) a recitare per tutta la durata della pièce camminando sempre più velocemente sul tapis roulant, fino ad arrivare a esibirsi in un’autentica corsa,  senza perdere mai lucidità ed efficacia interpretativa. Tra gli altri da citare Massimo Pedrotti  convincente e realistico nell’interpretare il volonteroso ma pavido sindacalista accorso in soccorso del protagonista) e Luisa Cacciolla incisiva dell’astuta quanto ipocrita opportunista manager. Diligente e senza sbavature, nel ruolo di contorno della Segretaria arrivista, Anna Maria Pedersoli

.

  

.

Essenziali e sobrie, ma di buona efficacia, le scenografie.

Oltremodo positivo, attraverso un lungo e ripetuto applauso, il riscontro da parte del pubblico che gremiva la sala.

Per San Giovanni di Polaveno, solo l’inizio di un esperimento di teatro “a domicilio” che, nelle intenzioni degli organizzatori, sarà portato a avanti e potenziato per tutta la stagione.

 

 

  LaGiusy

Categorie: Teatro & Arte varia.

Brescia, Città del Teatro (3) – Chiara Pizzatti: una schiacciata in palcoscenico

.

.

Alterna il Teatro con il campo da volley (o viceversa), sempre impegnata a esprimersi al meglio, attraverso quel controllo del corpo e della mente che, in entrambe le attività, rappresenta il massimo fattore di successo.

Insomma, se qualcuno volesse davvero tirare un tiro mancino a Chiara Pizzatti , la metterebbe davanti all’obbligo di scegliere tra lo sport e la recitazione.

Non occupandomi né di pallavolo, né di altre discipline agonistiche che contemplino o meno l’utilizzo giocoso di una palla, è proprio sull’amato Teatro che le ho posto qualche domanda. Anche se, come avrete modo di vedere, in qualche modo anche il volley si è infiltrato lo stesso nella nostra conversazione…

.

*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°

.

Via, si parte con l’intervista.

.

.

Laureata alla Stars (il DAMS dell’Università Cattolica), molteplici esperienze, in ruoli diversi, con il CTB («Mytos», «Macelleria messicana», «Oh che bella guerra») e un ormai consolidato rapporto di collaborazione con il CUT (Centro Universitario Teatrale). Quanto lo ami, il Teatro? E quando e come è scatta la molla che ti ha portato a metterti alla prova sul palcoscenico?

Ho iniziato ad approcciarmi al teatro nei primi anni di liceo, grazie ad un laboratorio che offriva la mia scuola. Con gli anni la passione è cresciuta, assieme alla mia voglia di mettermi in gioco sempre di più. Il vero “colpo di fulmine”, tuttavia, è scattato durante la mia esperienza presso il CTB: poter vivere la realtà di un teatro stabile affiancando professionisti di altissimo livello mi ha fatta innamorare del tutto!

.

Negli ultimi anni Brescia si sta rivelando, sempre più, una città assai ricettiva, sia al di qua che al di là del sipario, per quanto riguarda la pratica teatrale. Cosa pensi sarebbe possibile fare per favorire ancora di più questa crescita?

Credo che l’ideale sia partire proprio dalle scuole, far conoscere meglio il teatro ai giovani e giovanissimi, non solo come passivi spettatori ma anche e soprattutto come attori. Incentivare insomma la pratica teatrale tra studenti e docenti, far scoprire ai ragazzi il mondo teatrale che ad alcuni sembra così strano e così lontano…fargli capire tutto il fascino che questo mondo meraviglioso possiede e può trasmettere.

.

Quali sono le tue personali “modalità d’ingaggio” nella scelta dei ruoli che ti viene richiesto d’interpretare? Quali le motivazioni che ti inducono ad accettare o a rifiutare una “parte”?

Mi ritengo una persona abbastanza versatile e di conseguenza non mi è mai capitato di rifiutare un ruolo. Sicuramente ci sono personaggi e testi con i quali mi sento più a mio agio, ma a mio avviso un attore deve poter essere in grado di affrontare qualsiasi tipo di ruolo (o quasi). Più una “parte” è lontana da noi, più interessante sarà la sfida…mettersi in gioco significa questo.

.

Tra i vari “generi” che contraddistinguono la moderna drammaturgia, ce n’è uno per il quale ti senti più predisposta? E se la tua risposta è positiva, perché?

Come per i ruoli, anche per i generi non mi piace fare preferenze, anche se, da brava filologa, nutro una grandissima passione per la Commedia dell’Arte (che di moderno ha però ben poco…). Tutti i generi teatrali hanno qualcosa da raccontare e da trasmettere, credo che sia questo ciò che conta.

.

C’è, nel panorama teatrale italiano, un’attrice alla quale, più che alle altre ti senti vicina e che ti ispira particolarmente nel tuo processo di crescita personale?

Nutro una grande ammirazione per la bravissima Elena Bucci. Ho avuto l’enorme fortuna di lavorare come assistente alla regia per lei e Marco Sgrosso: è un’attrice strepitosa, ma anche un’impareggiabile regista, è in grado di occuparsi di qualsiasi aspetto della messinscena, dalle musiche alle luci ai costumi, al testo…insomma, è una donna dalle infinite risorse e con un’energia incredibile. Non credo ce ne siano molte come lei nel panorama italiano… è sempre stata una fonte di ispirazione per la mia “vita teatrale”.

.

Accanto a quella per la recitazione, so che nutri anche una forte passione sportiva. Ne vuoi parlare?

Ho sempre giocato a pallavolo e negli ultimi anni ho iniziato ad allenarmi anche a beach volley: è una passione che ha sempre affiancato quella per il teatro. Di fatto, lo sport e la recitazione hanno moltissime cose in comune, come la necessità di mantenere la concentrazione, di essere “sciolti” fisicamente e mentalmente e soprattutto il dover fare tanto allenamento…Da qualche anno sono anche diventata arbitro federale di pallavolo. È un mondo appassionante e voglio continuare a farne parte…finché il fisico regge!

.

Cosa c’è nel prossimo futuro artistico di Chiara Pizzatti? E in quello più lontano? Puoi esprimere un desiderio, se vuoi…

Spero di continuare a poter collaborare con il Centro Universitario Teatrale, auspicandomi che possa diventare una realtà sempre più conosciuta e in crescita; allo stesso modo mi auguro di poter lavorare ancora con Maria Angela Sagona, una cara amica attrice e scrittrice con la quale ho trovato una grande sinergia artistica. Nel futuro più lontano c’è sicuramente una laurea: dopo la magistrale in filologia mi sono iscritta a psicologia e sono tuttora al terzo anno. Amo studiare e spero di non smettere mai! Di desideri ne ho tanti…ma li tengo per me, altrimenti rischiano di non avverarsi 😊

.

.

Sì, chiudo così questo articolo: con uno dei sorrisi più belli dei bei sorrisi di Chiara Pizzatti e con una indiscreta anteprima: a primavera, insieme a Massimo Pedrotti,  con la regia di Mario Mirelli, Chiara vestirà i panni di un’onirica Marzia Savio, in una drammatica “proiezione” ai giorni d’oggi della sfortunata bambina che, nell’ormai lontano 1982,  fu rapita e uccisa in quel di Rivoltella del Garda.

.

   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

«La verità nell’ombra»… torna alla luce!

.

Andò in scena per la prima volta tre anni e mezzo orsono, al Teatro Sociale di Brescia, nel (prestigioso) ambito del cartellone del C.T.B. (Centro Teatrale Bresciano) della stagione 2014/2015.

«La verità nell’ombra» è un dramma scritto da Patrizio Pacioni che, basato sullo studio di migliaia di pagine dei faldoni relativi agli atti del processo di Corte d’Assise che si tenne a Viterbo tra il 1950 e il 1952, analizza in ogni suo risvolto la vicenda del massacro di Portella dell Ginestra, arrivando alla formulazione di ipotesi non convenzionali in merito al reale dipanarsi della vicenda.

.

.

Il primo maggio del 1947, in occasione di un comizio indetto dai sindacati per celebrare la ricorrenza della Festa dei Lavoratori,  il bandito Salvatore Giuliano e i suoi aprirono il fuoco dalle alture più prossime alla spianata, causando una carneficina che provocò undici vittime e un gran numero di feriti.

Un atto vile, un massacro proditorio ed efferato che rappresentò il primo colpo sferrato da una certa eversione resistente a ogni rivendicazione democratica e civile e a ogni cambiamento a turbare un sistema di Potere restio a cedere il passo, in quella che -a pieno titolo- può definirsi la prima strage di Stato dell’allora giovane Repubblica Italiana.

Un’opera complessa nella quale il drammaturgo riesce a dosare perfettamente l’impegno e la denuncia civile, la rigorosa ricostruzione storica del dibattito processuale e dei fatti e un’appassionante vivacità e drammaticità narrativa.

.

.

«Il prestigioso riconoscimento ricevuto dall’Accademia il Convivio in questa edizione della sezione “edito” del Premio teatrale “Angelo Musco”mi spinge a riprendere in mano il lavoro»  dichiara il drammaturgo.

.

 

 

«La prima versione andata in scena per opera della Compagnia Stabile Assai» per la regia di Francesco Cinquemani, infatti, prevedeva l’impiego di un numero di attori e musicisti  (circa 20 – ndr) che l’attuale scenario economico in cui si muovono i teatri italiani, diventa praticamente proibitivo».

.

.

.

L’idea, mi è parso di capire. è quella di rimettere mano al dramma, riarticolando il testo in modo di ridurre significativamente il numero degli interpreti, così come è già stato fatto con gli altri due drammi “corali” rappresentati dalla Compagnia Stabile Assai: «Diciannove + Uno» (già portato in scena dalla Compagnia Lanterna Teatrale di Carlo Hasan) e «Borsellino e l’Olifante» (l’anno prossimo in scena per opera della Compagnia Le Ombre di Platone.

Alla fine della consegna del premio e del conseguente intervento al cospetto del pubblico che gremiva la sala conferenze dela Caesar Palace Hotel di Giardini di Naxos, Patrizio Pacioni ha voluto accanto a sé anche l’amico Salvatore Buccafusca, attore, scrittore, e drammaturgo (coautore con lui di «Sua Eccellenza è servita» – nel prossimo gennaio in programmazione a Palermo) che nella messa in scena della prima edizione di «La verità nell’ombra» si occupò (insieme ad Antonio Turco) di perfezionare la riduzione teatrale.

..

.

Ricordiamo, per concludere, che dall’opera è stato tratto l’omonimo libro, acquistabile velocemente n line a questo link:

https://www.ibs.it/verita-nell-ombra-libro-patrizio-pacioni/e/9788890876646?lgw_code=1122-B9788890876646&gclid=CjwKCAjwyOreBRAYEiwAR2mSkh2ujHi6xgoFbKQONwLSf0JDkNjXhegPmYsnTinkHaGNoiBtT12LqhoCPO4QAvD_BwE

oppure direttamente sul sito della Casa Editrice Serena.

 

 

   GuittoMatto 

Categorie: Teatro & Arte varia.

Brescia, Città del Teatro (2) – Massimo Pedrotti: mezzo secolo da “attor giovane”

.

  

.

Il Teatro mantiene giovani e… stravolge le regole della matematica.

Solo così, infatti, è possibile spiegare il paradosso di uno come Massimo Pedrotti, attore, che si mantiene perennemente entusiasta e scattante come un ventenne, pur recitando ormai da cinquant’anni.

.

.

Nel tentativo di comprendere quale “sortilegio” sia alle origini di questo strano fenomeno, l’ho intervistato, e ciò che ne è venuto fuori, come avrete modo di leggere nel resoconto che segue del nostro colloquio, è solo ed esclusivamente che amare il Teatro non solo allunga la vita, ma (cosa ancora più singolare e interessante) permette di rimanere giovani assai a lungo.

.

Massimo Pedrotti calca da parecchi anni le assi del palcoscenico. Vuoi raccontarci sinteticamente le tue principali esperienze?

Beh, effettivamente fanno più o meno cinquant’anni, quindi raccontarli sinteticamente non è molto semplice. Diciamo che ho cominciato quando ero quattordicenne, sotto la regia di Cesare Zanetti, il mio papà artistico: la pièce s’intitolava «L’oro matto» di Silvio Giovanninetti, quello è stato il mio debutto, dopo di che attraverso gli anni, l’esperienza con il “GAL Gruppo Artistico Lumezzanese”, poi un breve escursus con il “CUT Centro Universitario Teatrale La Stanza” e «L’uomo dal fiore in bocca» di L.Pirandello. Il mio ritorno al “GAL”, sempre con la regia magistrale di Cesare, e di nuovo Pirandello con «Sei personaggi in cerca d’autore», Diego Fabbri: «Processo a Gesù» che contò una trentina di repliche per poi arrivare a Beckett con «Aspettando Godot», dove interpretavo Vladimiro,  che venne replicato anche alla “Loggetta”. Dopo un periodo di “riposo” in occasione della nascita delle radio libere a cui ho partecipato attivamente, sempre con la regia di Cesare ho portato in scena «Il diario di Adamo & Eva», un libero adattamento di due racconti di M.Twain scritto da me; purtroppo, durante le repliche di questo lavoro, Cesare Zanetti venne a mancare lasciando un grande vuoto. Dopo un momento di sbandamento il “GAL” riprese poi, fortunatamente, a portare in scena altre opere fra le quali mi piace ricordare «Harvey» di Mary Chase nella quale interpretavo la parte che sul grande schermo fu di James Stewart. Abbandonato il “GAL” per divergenze di carattere artistico ho iniziato una nuova avventura con la Compagnia “Erminevo” con cui sto portando in scena «Un ora di tranquillità» e con altre compagnie fra le quali mi piace ricordare la compagnia di Gianni Calabrese con «Cena tra amici» di M. Delaporte e A.de la Patellière con Luisa Cacciola,Annamaria Perini, Gianni Calabrese e Valerio Busseni.

.

Commedia o dramma? Se dovessi scegliere un solo genere, cosa faresti? E perché?

Commedia e dramma hanno entrambi il loro fascino interpretativo. La Commedia mi piace soprattutto quando si sorride, non mi piace certamente la commedia ridanciana. Il Dramma, soprattutto  se ben costruito e ben narrato è in testa alle mie preferenze, lo sento più vicino alle mie corde. Anche il Teatro della Parola, alla Paolini, per intenderci, è sicuramente fra i miei preferiti.

.

Vittorio Gassman, Giorgio Albertazzi, Carmelo Bene, Dario Fo o Gigi Proietti?

I cinque mostri sacri – cinque del teatro italiano… mi piacerebbe assomigliare un poco ad ognuno di loro, anche se, a mio parere, in tutti loro c’è un difetto che è quello di fagocitare il personaggio, mentre il personaggio, sempre a mio modestissimo avviso, dovrebbe essere servito in toto svestendosi della propria personalità ed utilizzando se stessi solo come strumento per portarlo in scena.

.

Si dice: «Molto meglio un rimorso che un rimpianto»… a costo di sembrarti indiscreto ti chiedo (limitandomi alla tua storia di attore) di ricordarmi un episodio sia della prima che della seconda specie.

Rimorsi no, nessuno. Rimpianto forse quello, inevitabile per la mia generazione, di non essere andato a Milano a studiare recitazione: era l’unica possibilità per progredire, non c’erano alternative come invece ora, quando solo a Brescia, solo per fare un esempio, ci sono almeno una decina di scuole di Teatro di buono e medio livello. Se non ho potuto studiare la tecnica nelle sedi competenti, la colpa è solo mia in quanto la mia famiglia non mi aveva precluso questa possibilità. Se il sentimento c’è, il talento non sta a me giudicarlo, non avere affinato fino in fondo la tecnica, resta l’unico, grande rimpianto.

.

Cosa rappresenta “recitare” nella tua vita di tutti i giorni?

Questa è indubbiamente una bella domanda e merita una risposta meditata e sentita, anche se coincisa: “recitare” è la parte più importante della mia vita personale. “Recitare” è la mia psicoterapia personale, è quello che mi permette di scaricare le tensioni quotidiane, di essere Dottor Jeckill e Mr. Hyde, insomma di essere quello che non sono nella vita di tutti i giorni, ma che è latente dentro di me.

.

Se dovessi suggerire a un giovane che solo adesso comincia a intraprendere la via dello spettacolo, anche sulla base delle tue esperienze personali, quali sarebbero i primi consigli che ti sentiresti di rivolgergli? Quali errori lo inviteresti a non ripetere?

Visto che quando ho iniziato io l’unica soluzione per avere una preparazione tecnica era andare a Milano, posso solo consigliare di cercare di prepararsi tecnicamente e di studiare moltissimo dalla dizione, alle tecniche di recitazione, alla mimica che se unite al talento possono dare i risultati desiderati. Consiglierei di non lasciarsi affascinare da proposte troppo esaltanti, ma di verificare che ci sia qualcosa oltre e non solo promesse, ma, nello stesso tempo, non lasciarsi sfuggire le occasioni, insomma fare affidamento un po’ al cosiddetto fattore “c“.

.

Cosa c’è nel prossimo futuro artistico di Massimo Pedrotti?

Per il futuro ho in cantiere delle riprese di lavori fatti sia con la Compagnia Erminevo sia con il Collettivo Zazie di Biagio Vinella. Ma soprattutto il lavoro che stiamo preparando con l’amico regista Mario Mirelli e la bravissima Chiara Pizzatti, lavoro scritto dall’amico Patrizio Pacioni romanaccio verace, ma bresciano d’adozione, vincitore di molti premi letterari anche in campo teatrale: un dramma imperniato su di un tragico fatto avvenuto trentasei anni or sono in provincia e precisamente a Rivoltella del Garda. È  un lavoro, a mio giudizio, scritto molto bene e che potrà avere grande presa sul pubblico, sperando di essere all’altezza per rendere tutte le sfumature richieste dal personaggio. Se poi i lettori che hanno avuto la bontà di leggere questa intervista fino qui ne vogliono sapere di più… l’appuntamento è in Teatro.

.

.

Ecco, mi piace chiudere così, con l’immagine suggestiva di Massimo Pedrotti, che in «Marzia e il Salumiere» interpreterà il personaggio più inquietante, ripreso accanto al drammaturgo che ne è l’autore, Patrizio Pacioni.

.

   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Quella buon’anima di Bertolt, ovvero la disfatta del buonismo, ma anche no

.

(vds. precedente articolo del 19 ottobre 2018 in argomento: https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-132-il-nuovo-cartellone-del-ctb-parte-dalla-cina-di-brecht/)

.

.

L’opera:

«L’anima buona del Sezuan» è una dei più esemplari lavori di Bertolt Brecht. Opera di natura didascalica dal testo piuttosto semplice, tratta della separazione (e al tempo stesso dell’estrema prossimità) che caratterizzano il Bene e il Male, mettendo in grado lo spettatore di individuare e interiorizzare con facilità le contrapposte posizioni e, quindi, di immedesimarsi nei personaggi che agiscono sulla scena. Fino a rendersi conto di come, con significativa frequenza, la distinzione non sia così chiara, né  percepibile con immediatezza e con certezza: in ciascun essere umano Bene e Male, infatti, possono coesistere, dando luogo a uno sdoppiamento di personalità che, per essere gestito al meglio, dev’essere oggetto di osservazione e di analisi.

Quelle che scendono dal cielo nel Sezuan, alla ricerca di “un’anima buona”, sono divinità dall’indole semplice, sostanzialmente ingenue, orientate a individuare le qualità positive degli uomini, il che è in contrasto non solo con gli abitanti della regione, ma anche di tutto il genere umano,abile soprattutto nell’arte di dissimulare e falsificare fatti e idee. Quando si rendono conto di quanto sia difficile anche per gli dei separare le spighe dalla gramigna, ovvero riconoscere la genuinità dei buoni sentimenti degli uni, in contrasto con l’inganno e la malvagità degli altri, Ecco che, grazie all’interessamento di un volonteroso acquaiolo, si trovano a essere ospitati nella dimora di una prostituta resa disponibile dalla professione esercitata ad accogliere le istanze e a soddisfare le esigenze di chi le si rivolge.

Da qui partono le vicende della “anima buona” di Shen-Te (questo il nome della generosa prostituta) che, ricompensata con una cospicua somma di denaro (mille dollari d’argento) da parte degli dei riconoscenti, si trova subito a fare i conti con l’avidità di chi (come il furbo pretendente Sun e gli avidi vicini) cerca in qualche modo di carpirle la piccola ricchezza di cui è venuta in possesso. Per difendersi nel migliore dei  modi, però, neanche a dirlo, è costretta anch’essa a ricorrere al raggiro e alla menzogna, inventandosi un non meglio identificato cugino dall’indole dura e autoritaria quanto basta e sdoppiandosi in lui.

Utilizzare l’arma dell’inganno è tutt’altro che facile, peraltro, per chi, come Shen-Te, non è abituata a servirsene abitualmente: la malcapitata prostituta dovrà subire pressioni e accuse di ogni tipo, dalle quali, per quanto inverosimili, alla fine, solo l’intervento degli dei potrà preservarla. Pur avendo ricevuto Shen-Te un’adeguata ricompensa per la propria onestà, tuttavia, l’ipocrisia, la mancanza di scrupoli, la doppiezza d’animo da cui viene circondata, però, lasciano in lei un profondo segno.  Una volta che gli dei si saranno congedati, (liberi almeno loro e beati loro, di tornarsene in cielo, nella loro beata irrealtà) la donna si troverà a riflettere amaramente su quanto possa risultare difficile e pericolosa la vita per chi, in questo mondo, manifesta e pratica troppo la bontà.

.

(foto di Marco Caselli Nirmal) 

.

La rappresentazione:

«L’anima buona del Sezuan», scritta tra il 1938 e il 1940, andò in scena per la prima volta a Zurigo in piena seconda guerra mondiale, nel 1943. In Italia è stata rappresentata più volte. Ricordiamo, tra tutte, la versione andata in scena nella stagione 57/58 al Piccolo di Milano (per la regia di Giorgio Strehler) con Paola Borboni, Ottavio Fanfani, Valentina Fortunato, Gabriella Giacobbe, Franco Graziosi, Andrea Matteuzzi, Marcello Moretti, Cesare Polacco, Relda Ridoni, Enzo Tarascio.

.

    

(foto di Marco Caselli Nirmal) 

.

Della trama avete letto, sommariamente, più sopra, ma si tratta di una di quelle storie che, raccontate da mille persone, per loro natura vengono interpretate e, quindi narrate, in modo diverso. Quindi, questa recensione non ne tratterà oltre, e il sottoscritto vi parlerà di ciò che ha appena visto al Teatro Sociale in modo (volutamente) farraginoso e confuso, perché più di mille sono le considerazioni e le sollecitazioni che questa complessa pièce è riuscita a suscitare, quindi sarà meglio che ve la facciate andare bene così.

Si comincia con una schiera di quei tipici cappelli di paglia cinesi, a forma di cono, ed è il primo trucco, perché, in realtà, in Sezuan di cinese c’è poco o niente. Le bellissime maschere (opera di Stefano Perocco Di Meduna) indossate da tutti gli interpreti (perfettamente in linea con il “tema” scelto per questa stagione artistica dal centro Teatrale Bresciano, infatti, richiamano nella sostanza più  quelle da teatro greco, le movenze degli attori si rifanno, senza possibilità di equivoco, a quelle della Commedia dell’Arte.

C’è un deciso cambiamento  di velocità (voluta? inconsapevole? un pregio? un difetto? ogni spettatore lo giudichi a suo piacimento) tra i due tempi in cui si divide lo spettacolo.

Il primo più lento, in cui la costruzione scenico-narrativa è fedele a un certo stile tipico di quella che, tra le due guerre, si definiva avanguardia e che in Germania, appunto, aveva la massima espressione. In questa parte sembra farla da padrone un chiacchierio collettivo in mezzo al quale proprio gli Dei scesi dal cielo, gli Illuminati (i rappresentanti del potere politico?) sembrano essere, paradossalmente, i più confusi e inconsapevoli di tutti; una suggestiva replica (altro collegamento con l’attualità!) di quel dibattito scarmigliato e fanfarone, maleducato e volgarmente aggressivo, che caratterizza, in questi ultimi e tristi anni, il confronto politico in Italia. Un Paese in cui, come nel Sezuan, la disperazione dei poveri e degli umili spinge molti a credere più nella forza brutale della denuncia e di una rivendicazione massimalista e spesso acritica, che non nella possibilità di una correzione e di un progresso ragionato, ordinato e concordato. Un Paese (per dirla con uno dei protagonisti della pièce, che si riferisce più genericamente al mondo), in cui «i buoni non possono esistere», in cui soltanto pochi eletti  sono capaci di perseguire quell’utopia di alto livello che «fa desiderare di bere proprio quell’acqua che nessuno vuole quando piove» e ha il sopravvento «l’omertà di chi vede ma non testimonia». Un Paese , per dirla proprio tutta, che fa esclamare esasperati «Ma che Città è questa?».

Poi, dopo l’intervallo, ecco l’improvvisa accelerazione: gli attori si presentano coperti da un velo, che al tempo stesso li unisce e li confonde, in attesa che (non) parta quell’aereo per Pechino, a metà strada tra le ingannevoli suggestioni della tecnocrazia e le atmosfere straniate di «Aspettando Godot».

Poi i soldi, cifre che ballano: 200, 500, 1000 dollari d’argento tra elargizioni liberali e spese più o meno necessarie, tra debiti e crediti. E più si citano e si precisano i numeri (così come le statistiche e i sondaggi che imperversano sui media), più si perde il contatto con il reale valore del denaro e  delle cose. Il Sezuan,  è guasto, ma non può essere sufficiente il “buonismo” della candida quanto prodiga prostituta Shen-Te, perché per salvare “il negozio”, ovvero la struttura economica del Paese, non basta distribuire sovvenzioni e contributi, ma ci vuole la rigidità dell’alter ego “autoritario”, lo spietato cugino Shu-Ta, e dei suoi nuovi servi; neofiti ancora più reazionari e repressivi del padrone, come mostra efficacemente la bizzarra catena di montaggio azionata in palcoscenico che non può non richiamare la «Tempi moderni» chapliniana. Una soluzione estrema e crudele che però, se non altro, almeno favorisce la creazione di nuovi posti di lavoro. E con i poveri che affluiscono nella regione, alla ricerca di sostentamento? In questa atmosfera ia con i respingimenti, naturalmente.

Così, inevitabilmente, si dipinge un quadro fosco, specchio dei tempi, in cui una madre è costretta a dire al proprio figlio, ancora prima che nasca, che «si dovrà abituare a camminare a testa bassa».

Insomma, ogni soluzione ha due facce, la buona e la cattiva, ma non serve tirare a sorte: ogni scelta nella vita, come nella politica e nell’economia, dev’essere comunque ragionata e consapevole, ma non è detto che, anche così, sia sempre la migliore.

Della disarmonia tra primo e secondo tempo si è già detto, puntuale e fantasiosa la regia, bravissimi attori (Elena Bucci e Marco Sgrosso primi tra tutti) e musicanti, pressoché perfette le scenografie, le musiche, le coreografie.

.

.

E l’applauso finale dimostra che il pubblico bresciano apprezza.

 

.

.

(dalla Rete)

Bertolt Brecht nasce da famiglia borghese. Dopo aver conseguito la maturità liceale si iscrive all’università di Monaco, città in cui compie le prime esperienze teatrali esibendosi come autore-attore.
Il momento cruciale della sua maturazione avviene quando, dopo il 1924, si trasferisce a Berlino e viene a contatto con gruppi artistici di avanguardia e si dedica allo studio del marxismo. Con l’avvento del nazismo nel 1933 deve lasciare la Germania perché considerato oppositore del regime per la sua opera e la sua ideologia. Dopo aver vissuto in vari paesi europei si stabilisce negli Stati Uniti. Passata la guerra, sospettato di attività antiamericane, torna in Europa e si stabilisce a Berlino Est dove fonda la compagnia teatrale Berliner Ensamble che dirige fino alla morte. Brecht è noto in tutto il mondo soprattutto per la sua attività di drammaturgo.
Tra le sue opere ricordiamo: «L’opera da tre soldi» (1928), «Vita di Galilei» (in tre versioni: 1937-39, 1945-46, 1953-55), «Madre Coraggio e i suoi figli » (1939), «Il cerchio di gesso del Caucaso» (1944).
Bertolt Brecht nelle sue poesie critica la società borghese e le sue contraddizioni e ne condanna la falsità morale e la logica del profitto. La sua è una poesia di intento didascalico che propone volti a costruire una società più giusta.

.

   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (132) – Il nuovo cartellone del CTB parte dalla Cina… di Brecht

.

.

Apre la conferenza stampa Luigi Mahony, componente del Cda del Centro Teatrale Bresciano, ricordando che nella presente stagione, mantenendo un elevato standard qualitativo,  è stato conseguito il record di ben cinquanta spettacoli e che la campagna-abbonamenti sta procedendo nel migliore dei modi.

«L’anima buona del Sezuan» di Bertolt Brecht fu messo in scena per la prima volta nel 1943, in piena seconda guerra mondiale, a Zurigo, dove il grande drammaturgo si era rifugiato per sfuggire alla persecuzione politica nazista. Si tratta di uno spettacolo articolato e  variegato, prodotto in collaborazione con l’ERT Emilia Romagna Teatro, in cui alla recitazione si uniscono musica e danza» aggiunge, prima di passare la parola al Direttore Artistico.

Gian Mario Bandera, prima di ogni altra considerazione, esprime il proprio ringraziamento per Elena Bucci e Marco Sgrosso, con i quali, ci tiene a sottolineare «intrattengo, oltre a una collaborazione artistica proficua e ormai consolidata, una sincera amicizia di lunga data». Aggiungendo poi che «la storia della loro compagnia, Le Belle Bandiere, dice di come siano riusciti a fissare uno stabile punto di riferimento per il movimento teatrale italiano».

Conclude il suo intervento ricordando che si terranno in città tre eventi legati alla messa in scena de L’anima buona del Sezuan: all’appuntamento fissato giovedì 25 presso l’Aula Magna Tovini dell’Università Cattolica per il ciclo di conferenze “Letteratura & Teatro 2018”, si aggiungono infatti l’incontro con il duo Bucci/Sgrosso al cinema Nuovo Eden di sabato 27 e il “pomeriggio al CTB di lunedì 29 presso il salone storico della Biblioteca Queriniana.

.

.

«Siamo particolarmente emozionati nell”affrontare lavori di questa importanza e di questo spessore culturale» è l’esordio di Elena Bucci.

«Ogni “prima” con il CTB è il realizzarsi di un sogno in cui anche le imprese più ardue si fanno facili. In un momento di difficoltà  come quello che sta affrontando il nostro Paese (che non può non riverberarsi anche sulle attività artistiche) è importante non chinare mai la testa e rassegnarsi. Così, andando controcorrente, abbiamo osato allestire un lavoro con nove attori in scena e un musicista che suona dal vivo».

Si sofferma poi sull’impegno sostenuto anche nell’approntare le scenografie che ricreano il suggestivo ambiente di Sezuan, città composita, collocata in Cina ma non esente da suggestioni di altri paesi, anche remoti.

«Abbiamo scelto strutture non statiche e soffocanti ma mobili, in grado di stimolare (e divertire) gli attori. A ciò abbiamo aggiunto (proseguendo un processo che già da tempo abbiamo in corso) un importante lavoro sulle maschere, assecondando tutte le contaminazioni care a Brecht, e aggiungendo a esse tutti quegli accostamenti che abbiamo ritenuti opportuni o solo funzionali».

Osserva come il grande drammaturgo tedesco (da molti –a torto- giudicato ormai superato se non anche noioso) rappresenti invece ancora uno dei pilastri del teatro mondiale, che va opportunamente riletto e reinterpretato.

«In questo caso», conclude la Bucci,  «il tema su cui si fissa la sua (e la nostra) attenzione è quello eterno e forse irrisolvibile di dove finisca il bene che si deve provare per gli altri e cominci quello per se stessi. Per quanto riguarda il finale, ci siamo orientati (senza in nulla stravolgere lo spirito dell’opera) su messaggio che apre alla speranza».

.

.

«Brecht è  un  autore difficile ma necessario» chiosa Marco Sgrosso.

«In questa opera si compie un singolare lavoro sullo sdoppiamento, con una originalissima commistione, cui già ha fatto cenno Elena parlando dell’allestimento scenografico,  di oriente e occidente, di ricchi e di poveri resi avidi e malvagi dalle condizioni di abbrutimento in cui sono costretti a vivere»

Ancora una citazione: «Nell’uomo esiste l’anima buona e l’anima cattiva, e sono entrambe necessarie»  prima di ribadire, come ha fatto poco prima la Bucci che «il finale di speranza trova attualità e necessità in un Paese come il nostro dove, purtroppo, in questi ultimi tempi sembra vigere e vincere l’incitamento all’odio».

Per ricordare, in conclusione d’intervento, che le musiche sono state scritte da Christian Ravaglioli e, quanto alla danza, si tratta a suo avviso di un movimento suggerito dall’uso delle maschere che più correttamente definirebbe un “recitare cantato”.

.

.

Foto di gruppo del cast, di buon auspicio, poi l’appuntamento , per tutti gli amanti del buon Teatro, vecchi e nuovi, è fissato al prossimo da martedì sera al 4 novembre al Sociale.

.

di Bertolt Brecht
traduzione di Roberto Menin
progetto, elaborazione drammaturgica Elena Bucci, Marco Sgrosso
regia di Elena Bucci con la collaborazione di Marco Sgrosso
con Elena Bucci, Marco Sgrosso
Maurizio Cardillo, Andrea De Luca, Nicoletta Fabbri, Federico Manfredi, Francesca Pica, Valerio Pietrovita, Marta Pizzigallo

disegno luci Loredana Oddone
cura e drammaturgia del suono Raffaele Bassetti
musiche originali eseguite dal vivo Christian Ravaglioli
macchinismo e direzione di scena Viviana Rella
supervisione ai costumi Ursula Patzak in collaborazione con Elena Bucci
scene e maschere Stefano Perocco Di Meduna
assistenti alla regia Beatrice Moncada, Barbara Roganti
collaborazione artistica Le Belle Bandiere

produzione Ctb Centro Teatrale Bresciano / Ert Emilia Romagna Teatro

.

   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.