Icaro: «Ambire a un’altra specie non è sano»

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Sciolte al calore dei raggi solari le ali di cera che ne avevano favorito il mitico volo, Icaro si schianta in mare. Un impatto violentissimo che non lo uccide, ma gli spacca le ossa, lasciandolo, tra la gente del posto, come un misterioso angelo deforme caduto dal cielo. Trasformandolo, suo malgrado, in una specie di freak esposto in un circo, per vedere il quale un pubblico malato di morbosa curiosità è disposto a pagare il biglietto.

Da questa premessa, intrigante e grottesca, nasce e si sviluppa «Icaro caduto» monologo scritto e interpretato da Gaetano Colella per la regia di Enrico Messina, ultimo appuntamento sia del complesso della corposa stagione 2018/2019 del CTB che, più specificamente, del Festival estivo del Centro Teatrale Bresciano.

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Il testo è al tempo stesse semplice e complesso, unendo una drammaturgia scevra di virtuosismi dialettici a una articolata alternanza di stili narrativi e di toni recitativi. Dalla poetica dei momenti più propriamente epici (alternativamente baciata e alternata) si passa, negli inserti satirici, agli ammiccamenti di una prosa più materiale, in alcuni casi decisamente e piacevolmente sapida.

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In tutto ciò, Gaetano Colella se la sbriga decisamente bene, dando vita in modo energico e privo di sbavature, attraverso opportune e a volte funamboliche variazioni di gestualità, di posizionamento scenico, di prospettiva e di impostazione vocale, a diversi e ben delineati personaggi.

Riesce, con sostanziale naturalezza, a tenere una rotta di mezzo tra rispetto di alcune suggestioni mitologiche e chiavi di lettura schiettamente terrene e popolari, inducendo nello spettatore (e non è cosa facile per nessuno) riflessioni non banali ed emozioni di diversa, a volte opposta, natura.

Fino al drammatico epilogo (ma non è forse drammatico l’epilogo della storia di ogni uomo che venga al mondo?) sintetizzato, come nel più efficace degli epitaffi, dalla frase che abbiamo scelto di utilizzare come titolo di questa recensione.

Lineare, per non dire spartana, ma efficace la scenografia, coadiuvata da opportuni giochi di grafica luminosa. Meritatissimi i convinti applausi con i quali il pubblico saluta la fine dello spettacolo e della stagione.

E, a proposito di questa ormai trascorsa stagione, mi sia consentito un ultimo “passaggio” su una persona che, pur non calcando mai le assi del palcoscenico, ha contribuito al successo di un tabellone già per suo conto straordinariamente ricco e valido, facilitando e favorendo i rapporti con la stampa e facilitando, a noi tutti, il lavoro d’informazione su tutti gli spettacoli in programmazione.

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Sto parlando della dinamica e sempre disponibile, sollecita e cordialissima Veronica Verzeletti, addetto stampa e comunicazione del CTB. Di sé dice: «Comunicare la cultura, raccontarla attraverso i progetti di Enti e Persone. Questo è ciò che faccio ogni giorno, con passione e soprattutto fantasia» …

E altro non posso fare (aspettando il già prossimo inizio della stagione 2019/2020) che prenderne atto e confermare con grandissima simpatia e stima.

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Icaro caduto

scritto e interpretato da Gaetano Colella

regia Enrico Messina

costume Lisa Serio

scena Paolo Baroni

disegno luci Loredana Oddone

cura del suono Raffaele Bassetti

produzione ArmamaxaTeatro / PagineBiancheTeatro

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Miracolo in via Milano (l’improvvisazione non s’improvvisa)

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Sette giornalisti che arrivano in via Milano da soli o in coppia come cospiratori, in una atmosfera da vecchio film sulla guerra fredda rafforzata anche dall’aspetto del furgone che ci aspetta in via Nullo: un trabiccolo mal ridotto che ha conosciuto tempi migliori.

Le indicazioni, prima di salire a bordo sono scarne ed essenziali, tipo:

1) si consiglia vivamente ai signori cronisti di fare la pipì prima di partire non saranno ammesse soste intermedie;

2) attenti, quando salite , a non sbattere la testa sul montante.

Premesso questo, «Medea in via Milano», versione bresciana di un format drammaturgico “da strada” che ha interessato già numerose località italiane, congiungendo l’impegno artistico con quello della denucia dello sfruttamento sessuale, della tratta degli esseri umani e dell’accoglienza, è a mio avviso un’idea originalissima e ben realizzata.

«Con venti repliche, sette spettatori per volta, si arriva a centoquaranta: non sono decisamente pochi per uno spettacolo di questa originalità e qualità?» ho chiesto al Direttore Gian Mario Bandera, dopo avere assistito all’anteprima che vi racconterò più avanti.

«In effetti sarebbe stato bello poterlo offrire al pubblico bresciano per un mese, ma in questa occasione non è stato possibile. Chissà, magari ci riuscirà di farlo tornare in città» mi ha risposto, aggiungendo di esserne stato favorevolmente impressionato lui per primo

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DA QUESTO PUNTO IN POI SI SCONSIGLIA LA LETTURA A CHI PREVEDE DI ANDARE AD ASSISTERE A QUESTO SPETTACOLO: IN PRESENZA DI PERFORMANCES DEL GENERE, INFATTI, RITENGO PERSONALMENTE PREFERIBILE CHE CI SI LASCI PRENDERE DALLA SORPRESA DELL’INASPETTATO E DALLA SCOPERTA PROGRESSIVA DELL’INCOGNITO.

SE SIETE D’ACCORDO CON ME, NATURALMENTE, STATE TRANQUILLI: QUESTO POST POTRETE SEMPRE LEGGERLO “DOPO”. ALTRIMENTI… ANDATE PURE AVANTI NELLA LETTURA.

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Un attimo prima di partire, sale a bordo lei: una giovane rumena sulla trentina, estroversa e un po’ schizzata, che, fin da subito si impegna a interagire con i passeggeri del furgone, con la spontaneità e la naturalezza di chi quella vita immaginaria l’abbia vissuta (e la stia vivendo) davvero. Così racconta di una fanciullezza difficile, nella problematica e durissima Romania di Ceausescu, di un padre testardo e volitivo inviso al regime costretto, dal professore che è, a inventarsi contadino.

È brava Elena Cotugno, (coautrice del testo -ideato e diretto da Gianpiero Borgia– insieme al drammaturgo “di casa” del CTB, Fabrizio Sinisi) anzi bravissima, sia nella totale immedesimazione nel personaggio, che per un po’ continua baloccarsi in una finta euforia utilizzata come fumogeno per nascondere le irrimediabili fratture che gli hanno spezzato irreparabilmente l’anima, sia nella capacità di coinvolgere il suo pubblico (cioè non giornalista)  attraverso ripetute quanto accorte provocazioni. È brava Elena Cotugno, anzi bravissima, nel veicolare il il parto doloroso delle proprie ossessioni, che come scarafaggi escono fuori dai punti oscuri del passato fuoriesce dai suoi occhi una memoria come una bottiglia di, no, anzi come una bottiglia di lacrime. È brava, Elena Cotugno, a far sorridere e a far commuovere, a mostrarsi al tempo stesso dura e fragile come prezioso cristallo.

La confidenza della violenza subita viene espulsa come una deiezione velenosa, poi si spoglia con la mente e con il corpo, realizzando il paradigma eterno della prostituta che non vuole rendersi conto di ciò che è diventata o che è stata fatta diventare. “Non ho più paura di niente” esclama e ripete, a se stessa più e prima ancora che ai suoi interlocutori,  fingendo di sapere tutto della vita e del mondo, mentre, della vita vera, non sa proprio niente.

L’arrivo di un figlio, anzi di due gemelli, imprevisto e vigliacco, ma accolto con amore con speranza nonostante tutto. L’accettazione, per amore di qualunque sacrificio, anche quello di continuare a lavorare a gravidanza avanzata e di ritornare sulla strada subito dopo il parto. Perché la vita continua, deve continuare come se come prima, e bisogna “contare tutto”, oggetti, situazioni, persone, per non impazzire.

E, siccome l’inferno per certe persone non ha mai fine la scoperta dell’ennesimo tradimento, ben presto seguita dall’abbandono, nonostante la sopportazione e l’acquiescenza, un silenzio sofferto.:

Sai cosa vuol dire sapere tutto e non dire niente?”

E finalmente, se finalmente si può dire in certi casi, il divampare della follia, la possessione da parte di quella Medea che si nasconde e attende in ogni donna, quando il dolore e il disonore diventano troppo ingombranti e urticanti per essere sopportati.

Scende, dal furgone e dalla nostra vita, e dal mondo di superficie, dalla gente “normale”, per tornare nell’inconscio collettivo, nel disordinato andirivieni delle vie cittadine e rintanarsi nella nostra cattiva coscienza.

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Uno spettacolo sorprendente, un originalissimo modo di fare teatro, un efficace strumento di informazione e comunicazione, un evento artistico che si trasforma, per noi fortunati giornalisti, e per coloro che avranno modo di vivere questa esperienza, in qualcosa di profondo e indimenticabile.

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«Abbiamo provato a leggere e a raccontare oltre la superficie la storia di migliaia di esseri umani, partiti dal proprio paese con un sogno che all’arrivo qui in Italia si è rivelato un incubo.Nel grande mare del tema delle migrazioni, abbiamo messo a fuoco il fenomeno che riguarda quelle donne straniere, sconosciute eppure in qualche modo familiari con elementi dell’arredo urbano cui siamo abituati, che popolano le nostre strade. Donne partite alla ricerca di una vita migliore e invece ritrovatesi nel racket della schiavitù della prostituzione» ha spiegato qualche tempo fa Gianpiero Borgia. E non si può dire certo che non ci sia riuscito.

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Elena Cotugno nasce a Ruvo di Puglia (Bari) nel 1984.  Nel 2008 si diploma presso ITACA (International Theatre Academy of Adriatic) in Tecniche e metodologie delle arti drammatiche. Nel 2007 studia presso la LAMDA (London Academy of Music and Dramatic Arts) e a Berlino con il regista e pedagogo Jurij Alschitz. Debutta a Parigi con il regista e pedagogo Anatolij Vasiliev con lo spettacolo “Soirèe Cechov”. Sempre con Anatolji Vassiliev nel 2011 e nel 2012 segue il Master in “Pedagogia della Scena” presso il CTR di Venezia in collaborazione con La Scuola Civica Paolo Grassi di Milano.
Oltre ad importanti esperienze lavorative all’ estero, a Parigi con Anatolij Vasiliev e a Strasburgo con Agnès Adam, ha lavorato come attrice presso importanti teatri nazionali. Dal 2007 al 2009 partecipa a tre edizioni dell’ “International Edinburgh Fringe Festival” con la regia di Gianpiero Borgia con il quale gestisce la compagnia “Teatro dei Borgia” nata nel 2002.

Esperienze teatrali:
2015 – La Locandiera di Goldoni / di Fabrizio Sinisi / regia di Gianpiero Borgia / Teatro dei Borgia.
2014 – L’Indecenza / di Elvira Seminara/ regia di Gianpiero Borgia / Teatro Stabile di Catania.
2014 – Gl’Innamorati di Goldoni / di Fabrizio Sinisi / regia di Gianpiero Borgia / Teatro dei Borgia.
2013 – Volevo essere Amy Winehouse / Elena Cotugno e Michela Diviccaro / regia Gianpiero Borgia / Teatro dei Borgia.
2012 – Oreste di Euripide / di Mariano Dammacco / regia di Nicola Vero / Compagnia delle Formiche
2011 – Valodia le grand et Valodia le petit / di Anton Cechov / regia di Agnès Adam / La Friche Laiterie, Strasburgo con Collectif Spactacle-Labortoire.
2010 – Soirèe Cechov- Le Moine Noir e Valodia le grand et Valodia le petit / di Antòn Cechov/ regia Anatoli Vasiliev/ Theatre de l’Atalante, Parigi / con Collectif Spectacle-Laboratoire.
2009 – Troilo e Cressida / di Williams Shakespeare / regia Gianpiero Borgia / Compagnia delle Formiche, Teatro Pubblico Pugliese.
2009 – “In Serching of Miss Landmine” (spettacolo in lingua inglese)/di Elena Cotugno, Claudia Lerro, Carmen Centrone/ regia Gianpiero Borgia/ Edimburgo Fringe Festival/ Compagnia delle Formiche.
2008 – Yerma (spettacolo in lingua inglese) / di Federico Garcia Lorca / regia Gianpiero Borgia/ Edimburgo Fringe Festival / Compagnia delle Formiche.

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GuittoMatto

 

 

THEATRE

2007 ESCAPING HAMLET Gianpiero Borgia

2007 I DIALOGHI PLATONICI – IPPIA MINORE Christian Di Domenico

2008 yerma di federico garçia lorca Gianpiero Borgia

2009 TROILO E CRESSIDA DI WILLIAM SHAKESPEARE Gianpiero Borgia

2010 IL MONACO NERO DI ANTON CECHOV Anatolij Vasiliev

2011 VALODIA LE GRAND ET VALODIA LE PETIT DI ANTON CECHOV Agnes Adam

2011 MOLTO RUMORE PER NULLA DI WILLIAM SHAKESPEARE  Nicola Vero

 

 

La dinamica è quella del viaggio. Ogni viaggio è una crescita. Come evolve la consapevolezza dello spettatore al termine del tour?
Lo spettatore è insieme ad altri passeggeri, la vicinanza crea relazioni e interazione. È un vero e proprio viaggio che si fa riflessione sul viaggio stesso. Ci si trova esposti, con tutti i sensi coinvolti. Ogni replica è determinata da chi c’è a bordo, molte sono poi le variabili: dal tempo al traffico.

Ma il furgone è permeabile o impermeabile? L’interazione avviene anche con le ragazze della strada?
Per rispetto, quando attraversiamo le zone calde cerchiamo un modo per non essere invadenti. A Bari o Genova è impossibile non passare attraverso le ragazze che “lavorano”, lo facciamo con discrezione, non ci fermiamo mai. Io continuo a raccontare perché l’attenzione non sia solo sulla strada. Poi, facciamo comunque una tappa, scendiamo sui marciapiedi per essere al posto delle ragazze, essere fisicamente lì.

Cosa ritorna uguale in tutte le repliche di questo spettacolo?
Ogni città ha le strade del sesso a pagamento e tutti le conoscono. In ogni città le zone sono divise per etnie. E a ogni replica il pubblico si ferma alla fine dello spettacolo per discutere con me su ciò a cui ha assistito.

Come costruite lo spettacolo adattandolo alle diverse città?
In ogni città contattiamo sempre associazioni e cooperative di riferimento, perché ci aiutino a tracciare un itinerario e a portare avanti la ricerca che stiamo facendo sul tema.

 

Elena Cotugno, Medea per strada

È pur sempre teatro, come salva la verità?
Mi dico sempre che ciò che sto facendo lo sto facendo con uno scopo ben preciso, quello che racconto posso raccontarlo soltanto perché grazie alle associazioni ho avuto contatti diretti e quindi ho un’esperienza diretta di ciò che racconto, e questo mi dà forza.

E la bellezza? Come salvarla dal degrado?
La bellezza è in tutto, dipende con che occhi vogliamo guardare al problema. Tutti conoscono Medea e conoscono il finale. Quando però io scendo dal furgone e incontro il pubblico “da Elena” mi capita che qualcuno mi voglia abbracciare. Li ho portati a vedere con Euripide una realtà terribile e invece di inveirmi contro gli spettatori desiderano riappacificarsi con ciò che si è visto. Io voglio sempre salvare le persone. Si vuole sempre trovare una bellezza, anche nelle cose terribili, nel degrado, c’è sempre un tentativo di riappacificazione con sé stessi.

E per evitare il moralismo?
Partire dal presupposto che sto raccontando Medea. Viene tutto filtrato dal mito, e questo filtro permette di non cadere nel moralismo. Noi stiamo facendo teatro. Io ho una parrucca, però l’obiettivo è la realtà. Il nostro intento è raccontare l’uomo, non fare teatro civile.

 

 

 

Categorie: Teatro & Arte varia.

Una Titanica insalata greca

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Che si trattasse di una serata (e di uno spettacolo) del tutto insolita e particolare, si poteva già immaginare.

La conferma viene da ciò che precede lo spettacolo «Titans» (di Euripides Lzaskarides – in prima e unica data italiana al Teatro Sociale di Brescia nell’ambito della rassegna estiva “Un salto nel mito“): una dotta e articolata introduzione di Andrea Scartabellati, studioso di Storia Sociale Europea e, com’egli steso si definisce, studioso di “Storia degli umili”.

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«Spesso accade che sia il corpo, più delle parole, a diventare fonte, documento e testimonianza della società civile» ricorda, prima di dare spazio alla rappresentazione.

Poi tutto comincia con una deflagrazione di luci abbaglianti e suoni alieni, urticanti, disarmonici, vagamente alieni, tra scariche elettriche, inquietanti cigolii e fumi, tra i quali i due performers (Euripides Laskaridis e Dimitris Matsoukas) si impegnano senza risparmio in una serie ininterrotta di intemperanze espressive, verbali e gestuali.

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La scenografia è cangiante, dalle cupe e avveniristiche atmosfere alla Blade runner  al cangiare del palcoscenico in una vecchia e corrosa pellicola cinematografica, alla pista di un circo dell’assurdo, dove si muovono grotteschi clown, alle immagini distorte della più grottesca delle lanterne magiche.

Tutto si stravolge, a partire dal linguaggio che rinnega le parole per estrinsecarsi in una continua concatenazione di versi e singulti a volte buffi, a volte macabri e minacciosi, a volte solo animaleschi. L’uomo –donna incinta, mentre il suo rude compagno imperversa minaccioso, si trasforma in goffo Aspirante Stregone munito anche di regolare scopa magica. Non c’è narrazione,non c’è concettualità razionale, ma solo una corposa serie di richiami simbolici, di distorti ammiccamenti ideologici e anti-ideologici, di sollecitazioni sensoriali di ogni tipo.

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Al punto che, se un messaggio è possibile ricavare dal convulso procedere della rappresentazione, a mio avviso, è (forse) che solo attraverso il caos si può sperare (forse) di recuperare almeno una parvenza di equilibrio.

Il tutto sotto gli occhi di un dio tecnocratico e al neon, immanente quanto gelido e insensibile, che si riconosce e s’immedesima nella luce intermittente e incertissima della conoscenza.

Ecco, questo è quanto. Un monologo, il mio, forse un delirio,  sconnesso, più che una recensione, per non tentare di raccontare ciò che non si vuole e non si può raccontare. Con il pubblico che rimane spiazzato durante e dopo, impegnato a ragionare su quale sia la natura di ciò cui ha appena assistito:  uno spettacolo di grande rilievo ideologico, in bilico tra  simbolismo e richiami classici, oppure una performance senza  capo né coda, forse volutamente, forse no; una meditata quanto arguta provocazione, oppure una pièce assemblata e messa in scena solo per stupire, o per “épater le bourgeois”, come dicono i francesi.

Alternative estreme in riferimento a uno spettacolo, me ne rendo conto, interrogativi destinati con ogni probabilità a restare senza risposta.

Sì, ma che c’entrano i greci con i francesi?

 

PS

Per scelta ho preferito leggere la locandina di presentazione dello spettacolo (che riporto qui sotto) solo dopo avere scritto questo pezzo.

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E, dopo averla letta, mi rendo conto che, forse, non ho capito niente.

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 GuittoMatto

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Immagini di scena inserite a corredo di questo articolo by Julian Mommert ed Elina Giounanli

 

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Goodmorning Brescia (152) – Corti da ricordare a lungo

 

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L’idea di far partire per la prima volta a Brescia un festival di corti teatrali, (vale a dire pièces teatrali che abbiano la durata massima di quindici minuti), era stimolante e foriera di favorevolissimi sviluppi futuri, ma la sfida di organizzare il primo concorso nel giro di pochi mesi, poteva sembrare talmente difficile da rasentare la temerarietà.

Siccome, però, «per vincere una guerra perduta ci vuole un generale folle» e siccome un pizzico di follia in chi non è uso limitarsi ad aspettare che ila mela si stacchi da sola dall’albero, ma è sempre pronto ad attivarsi e a  mettersi in gioco perché le cose accadano, piàù che necessaro è indispensabile…

… ecco che l’assessore alle politiche giovanili e pari opportunità Roberta Morelli e lo scrittore-drammaturgo Patrizio Pacioni si sono attivati con determinazione e il concorso per corti teatrali, riservato alle scuole e alle comunità giovanili e battezzato «Facciamoci un corto» da progetto si è trasformato immediatamente in realtà.

Il risultato? Lavori ben pensati, ben scritti e ben messi in scena, che hanno reso difficile (la vita) la valutazione da parte mie e della qualificatissima giuria che con me ha interagito (composta da Franca Ferrari, Annabruna Gigliotti, Pino Oriolo e Rita Piccitto),

Un altro risultato: una cerimonia di premiazione (tenuta nella prestigiosa Sala Giudici di Palazzo Loggia) festosa e arricchente per tutti i partecipanti.

Un altro ancora? La consapevolezza che già a partire dal prossimo settembre si partirà per l’organizzazione della seconda edizione «Facciamoci un corto» per la quale, a parità (sperèm) di qualità delle opere, ci aspettiamo un deciso incremento del numero delle partecipazioni.

Detto questo, qui di seguito, ecco le motivazioni dei premi assegnati:

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Menzione d’onore speciale per i costumi e la scenografia: laboratorio dell’IIS Fortuny (per «Don Chisciotte»)

Lo spettacolo, di per se stesso suggestivo nei richiami storico-letterari, beneficia del sorprendente supporto dei costumi multicolori, fantasiosi, evocativi e di forte impatto emotivo, perfettamente in linea con l’interpretazione in chiave moderna e simbolica dell’eterno dramma di Don Chisciotte. Rimarchevoli la perizia e l’accuratezza rilevate nella realizzazione che, sommate a una fresca vena artistica e creativa, contribuiscono a una convincente e coinvolgente esaltazione estetica degli abiti di scena.

 

Migliore interpretazione femminile: Paola Bazzana, Margherita Bianchi, Martina Frassina e Beatrice Breda, “coreute” nello spettacolo «Antigone» (Liceo Gambara)
Calate in uno spettacolo di matrice classica, colgono con grande sagacia lo spirito della contaminazione tra antico e moderno impressa alla pièce dalla regia. Notevole la capacità di interazione e sincronia tra le attrici che, pur esprimendo al meglio la coralità del gruppo, riescono ciascuna a a conferire alla recitazione accenti personali perfettamente distinguibili e riconoscibili.

 

Migliore interpretazione maschile: Ibrahima Coly (IIS Fortuny, spettacolo «Don Chisciotte»)
Nella trama ironica, paradossale ed estremamente stimolante della pièce, basata sulla riattualizzazione dell’opera di Cervantes, pensata e messa in scena da Marco Passarello, l’attore s’inserisce con una interpretazione del goffo Sancho Panza caratterizzata da un’eccezionale naturalezza e condotta con coinvolgente autoironia. Può sembrare facile… ma non lo è affatto.

 

Migliore spettacolo: «Offline» messo in scena dalla scuola secondaria Giosuè Carducci
Sarcastico, provocatorio, irritante, ma anche malinconicamente romantico: il sorprendente “corto” realizzato dai giovanissimi allievi della Giosuè Carducci, diretti da Biagio Vinella, porta in scena una spietata analisi di certe “deviazioni del progresso” che hanno portato (e stanno tuttora portando) intere generazioni di ragazzi a privilegiare la superficialità della comunicazione virtuale a scapito dei più autentici rapporti personali. Lasciando nello spettatore uno scomodo interrogativo: quanto di tutto ciò è voluto e indotto dal Sistema?

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   Bonera.2

 

 

 



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Goodmorning Brescia (151) – Le cicale di Brescia cantano, ma sono formiche operose

Al Broletto conferenza stampa per la presentazione del festival di teatro ragazzi e giovani con la direzione artistica di Teatro Telaio, denominato “Il canto delle cicale“, giunto quest’anno alla 20ª edizione.

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«Come è noto, questa rassegna di spettacoli è una proposta indirizzata a giovani e famiglie, che si svolge nel territorio della provincia» esordisce il dottor in rappresentanza della Provincia di Brescia. Un’iniziativa che comprende l’adesione di 14 comuni e la rappresentazione di 19 spettacoli, e che l’ente che rappresento sostiene e sosterrà.

«In occasione di questa nuova edizione, che coincide con il 40º anniversario di attività del Teatro Telaio, la funzione di direttore artistico sarà responsabile condivisa di tre di noi, vale a dire Angelo Pennacchio, Jessica Carbone e Angelo Facchetti» precisa Maria Rauzi che si presenta, invece, come direttrice amministrativa del festival.

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La rassegna, itinerante su un territorio che si intende far conoscere e apprezzare, con particolare attenzione al recupero di spazi inutilizzati e, in alcuni casi in passato considerati inagibili, è caratterizzata tradizionalmente da un clima particolare, più rilassa, favorito dalla stagione estiva.

Alla parte per così dire “narrativa” sono collegate altre iniziative, quali “CicaLeggendo” (momenti e spazi dedicati dura riservati ai bambini, in apposite strutture a loro misura) cui si affianca “CicaGiocando”, un singolare e originale gioco dell’oca.

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Nel corso della rassegna sarà possibile ritirare un suggestivo e stimolante “Passaporto” e il gioco creativo “Spiaggiarelli”.

Tornando all’aspetto più puramente artistico della manifestazione, saranno proposti al pubblico spettacoli di clowneria, narrazione e commistione musicale, non trascurandola rivisitazione di classici quali ‘immortale Pinocchio di Collodi.

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«Per quanto riguarda Teatro telaio in anteprima nazionale lo spettacolo “Torna a casa, Ulisse!” per la regia di Angelo Facchetti» ricorda Maria Lauzi avvicinandosi al congedo.

Ricorda infine la predisposizione delle schede “Ti prendo per mano”, il cui scopo è l’aumento dell’agibilità per tutti gli spettatori teatrali attraverso l’illustrazione delle caratteristiche negative di ogni singolo spettacolo da superare da parte dei portatori di ogni tipo di gap. Chiude la conferenza l’intervento di Alberto Vanoglio, neo-sindaco di Ome che, a nome di tutti gli amministratori locali coinvolti in questa ormai consolidata iniziativa (oltre che Ome Botticino, Brescia, Erbusco,  Gussago, Mazzano, Monticelli Brusati, Nuvolera, Ospitaletto, Paderno Franciacorta, Passirano, Provaglio d’Iseo, Roncadelle, Rovato e Villa Carcina), spiega le ragioni e gli scopi alla base delle scelte di aderire, con entusiasmo e partecipazione, a questo importante progetto.

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Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Brescia e il Teatro: un matrimonio riuscito

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Un Teatro Sociale vestito a festa saluta la ormai tradizionale cerimonia di vernissage della prossima stagione 2019/2020 (battezzata «a riveder le stelle!») con lo splendido colpo d’occhio del “tutto esaurito”.

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Ad accogliere il pubblico e a condurre la serata, come un anno fa, è Daniele Pelizzari, ormai conduttore fatto e finito, questa volta accompagnato da Lucilla Giagnoni.

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Il saluto “istituzionale” è invece appannaggio di Baresani e Gian Mario Bandera. La Presidente pone l’accento sulla natura inclusiva dell’azione del CTB che non rimane nell’ambito dei teatri ma estende sempre più la propria attività in molti altri anditi della Polis.

«Il 31% dei nostri abbonati è costituito da giovani al di sotto dei 25 anni» sottolinea con grande soddisfazione, per concludere con un citazione evocativa: «Il teatro usa la finzione per combattere le finzioni della vita».

È poi la volta del direttore che si chiede se quella denominazione di TRIC – Teatro di Rilevante Interesse Culturale che all’inizio poteva sembrare soltanto una dichiarazione di intenti sia stata rispettata nell’agire del Centro teatrale bresciano.

«Missione compiuta» si risponde, sempre attenti alla natura della parola cultura e come realizzarla nel concreto.

«La stagione che comincerà nel prossimo autunno comprende oltre 40 titoli ai quali si affiancheranno innumerevoli iniziative culturali collaterali. Largo spazio si è dato alla drammaturgia contemporanea, ma senza trascurare la grande tradizione» conclude.

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Poi, uno dopo l’altro, si susseguono le presentazioni degli spettacoli in cartellone dal Falstaff di Franco Branciaroli in avanti. Lucilla Giagnoni dismette poi per qualche minuto la veste di conduttrice per indossare quella della straordinaria attrice che è, presentando il suo magnifica Magnificat attraverso una brillante e provocatoria esaltazione dell’oca. Particolarmente interessante la produzione CTB Viaggio al centro della Terra, tratto dall’omonimo romanzo di Jules Verne, il cui breve estratto è stato letto da Fausto Cabra. E ancora, ancora, gli spettacoli inseriti in una programmazione che definire sontuosa potrebbe sembrare riduttivo, tra i quali ci piace segnalare La materia oscura, La monaca di Monza, Prima della pensione (con i fantastici Elena Bucci e Marco Sgrosso), La parola giusta (con Lella Costa), Manuale di volo per uomo (Simone Cristicchi) e 124 secondi (Alessandro Mor e Alessandro Quattro)… E qui mi fermo, ma solo in questa elencazione, perché ce ne sono veramente tanti altri da vedere.

Buon Teatro, bresciani.

 

  GuittoMatto

 

Categorie: Teatro & Arte varia.

Che storia, «La storia»!

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    Il romanzo:

La vicenda del romanzo (pubblicato nel 1974) si svolge tra il 1941 e il 1947, sullo sfondo drammatico di una Roma devastata dalla guerra e poi avviata verso un’incerta ricostruzione. Qui vive Ida Ramundo, timida maestra elementare, di origine per metà ebraica, rimasta precocemente vedova e con un figlio, Nino. Viene violentata da un giovanissimo soldato tedesco, e resta incinta. Malgrado la vergogna di quel concepimento, quando nasce, Useppe porta nella vita di Ida e di Nino una nota di allegria e di speranza. Ida deve rifugiarsi a Pietralata, a causa dei bombardamenti, e qui soffre per la promiscuità e la miseria. Il piccolo Useppe conserva la propria felicità, mentre Nino raggiunge i partigiani. Terminata la guerra, la vita sarà ancora più difficile: Nino pensa di dover continuare, a modo suo, la lotta armata, tanto da finire ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia; quanto all’amico David Segre, che aveva condotto Nino fra i partigiani, si uccide con la droga. Anche Useppe muore, dopo un attacco di epilessia: quella malattia è come una protesta contro l’inesattezza della vita. A essa si rassegna invece, con tranquilla pazzia, la madre, incapace di scelte alternative.

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    L’autrice:

Nata a Roma nel 1912, Elsa Morante dimostrò fin da giovanissima una notevole attitudine alla scrittura, cominciando a comporre poesie, fiabe e racconti che, negli anni successivi, avrebbero fatto la loro comparsa su giornali e riviste come Il Corriere dei piccoli e Oggi; Fu la prima scrittrice donna a vincere il Premio Strega con il romanzo L’Isola di Arturo (Einaudi), Elsa Morante e una delle più importanti autrici del Novecento italiano: poetessa, saggista, ma soprattutto romanziera, ha consegnato alla storia letteraria titoli come Menzogna e sortilegio (Einaudi) e La Storia (Einaudi), libri fondamentali della letteratura italiana.

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    Il film:

«La storia» è un film del 1986 diretto da Luigi Comencini, tratto dall’omonimo romanzo pubblicato nel 1974 da Elsa Morante.

Il film è stato girato per la televisione ma ne è stata distribuita una versione ridotta (135′) destinata al circuito cinematografico.

Fu presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia del 1986.

Regia: Luigi Comencini – Sceneggiatura: Suso Cecchi D’Amico e Cristina Comencini – Protagonisti principali: Claudia Cardinali

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 Lo spettacolo:

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Tutto comincia con uno stupro.

Forse anche prima, dal momento stesso della nascita di Ida, che in realtà doveva chiamarsi Aida, se non fosse stato per l’addetto dell’anagrafe incaricato di registrarne il nome, e anche questo può essere un inquietante segno del destino.

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Così interpreta e traduce il testo il drammaturgo Marco Archetti, e nello stesso spirito lavora l’accorta e immaginifica regia di un Fausto Cabra in gran spolvero, Una versione novecentesca dell’antica tragedia classica, con tanto di maschere (immateriali ma percetibilissime) indossate, a turno, dai tre attori.

La modalità espressiva è data da un agire teatrale incatenato a brani del romanzo e, nello stesso tempo, in volo libero tra simboli e stereotipi, orientato, per tutta la durata della pièce (che non annoia né incespica mai dall’inizio alla fine) alla narrazione della storia (quellabellissma, ma con la minuscola scritta da Elsa Morante) parallelamente al dipanarsi della Storia (con la maiuscola) che racconta del dramma di una nazione che si aggiunge e si sovrappone al dramma di una famiglia particolarmente disgraziata.

Fissati in modo indelebile sulla scena e nell’immaginario del pubblico, alcuni momenti, tra i quali ricordiamo con emozione la sequenza della violenza subita da Ida da parte di un soldato tedesco ubriaco e infelice, lo straniamento di Useppe al centro di un boschetto intricato quanto i suoi pensieri malati, e…

… le tre morti: quella drammatica di Nino, quella straziante e pietosa di Useppe, quella interiore di Ida, che arriva molto prima di quella naturale.

Poi c’è la denuncia, perfettamente in linea con il registro dell’autrice, degli orrori della guerra, della violenza e delle insidie derivanti da fascismo e razzismo, delle più urticanti diseguaglianze sociali, a più riprese urlata (interiormente ed esteriormente) dai personaggi della pièce, compreso il ribelle “amico di famiglia” David Segre.

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Semplicemente perfetti gli interpreti (Franca Penone, Alberto Onofrietti, Francesco Sferrazza Papa) che danno anima (e che anima) a Ida, Nino, Useppe e gli altri. Tutto, attraverso loro, prende anima, anche un neonato, anche due cani, così come seppe a suo tempo fare la penna ispirata e felice di Elsa Morante, sia che si tratti di personaggi principali o secondari.

Per quanto riguarda la scenografia, l’autentico sfondo incombente del dramma non è il telo nero che pur rende suggestivo il succinto arredo, ma un’Italia (e non solo) gravemente ammalata, perché «il Potere è la lebbra del mondo».

Efficacissima la gestione dei suoni e, soprattutto delle luci, che non poco contribuiscono al totale coinvolgimento degli spettatori che gremivano il Teatro.

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Meritatissimi i lunghi e scroscianti applausi che hanno più volte richiamato sul palcoscenico gli attori e gli altri artefici di questo straordinario appuntamento bresciano.

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    GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (150) – Sanità creativa e ricreativa? A Brescia è possibile.

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Ormai non è più un segreto che, tra tutte le fonti di informazione su notizie, tradizioni curiosità e aneddoti vari riguardanti Brescia e Provincia, una delle più preziose e faconde è costituita dagli articoli che l’amico Costanzo Gatta va pubblicando da tempo immemore (beh, non esageriamo, limitiamoci a dire da qualche anno a questa parte)  sull’inserto cittadino del Corriere della Sera.

Questa volta, però, il sagace giornalista si è superato e mi ha messo, devo ammetterlo, in grossa difficoltà. Stavo ancora smanettando sulla tastiera del mio Mac per riportare il “pezzo” firmato ieri che riguardava una intelligente offerta artistica mirante ad alleviare per quanto possibile le sofferenze dei ricoverati nei nosocomi cittadini che (splat!) stamattina me ne sono trovato sotto gli occhi un altro che, pur differendo significativamente dal precedente, rimaneva nel campo, appunto di quella sanità bresciana che nel titolo (provocatoriamente) ho definito”creativa & ricreativa” ma che avrei fatto molto meglio a chiamare “efficiente &  (per giunta) fantasiosa q.b.” .

Basta. Finito il tempo delle ciarle, veniamo alle due notizie di buona-sanità bresciana che Costanzo Gatta ha ritenuto di mettere in evidenza in questa inattesa due giorni.

 

La prima riguarda l’organizzazione, da parte di un’associazione di volontari («I donatori di musica») di una serie di concerti che per quattro venerdì, a partire da oggi, 10 maggio) si terranno presso l’atrio del reparto di oncologia medica degli Spedali Civili.

Ad alternarsi nelle esibizioni saranno valenti pianisti che effettueranno le proprie esibizioni musicali in modo del tutto gratuito.

Insomma, un modo davvero intelligente di allentare per qualche prezioso momento le preoccupazioni e le sofferenze di pazienti alle prese con una laboriosa lotta contro il male che li affligge.

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La seconda, invece, si riferisce a qualcosa di più scientifico e più attinente alla pratica medica di prevenzione e cura.

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Una nuova (e innovativa) apparecchiatura, chiamata TAC più spect, capace di individuare molto più velocemente di precedenti strumenti diagnostici di vecchia generazione la presenza di processi degenerativi di natura tumorale in atto sui polmoni.

Sarebbero oltre cinquanta, secondo quanto dichiara il dr. Diego Benetti, le vite in un certo salvate dalla diagnosi precoce della grave malattia.

Un’ulteriore arma a disposizione della sanità bresciana che conferma il già conquistato e riconosciuto primato di assoluta eccellenza.

 

 

   Bonera.2

 

 

Categorie: Giorni d'oggi.