Una triplice doppia coppia con sorpresa

Sembra ieri che vi abbiamo riferito della presentazione al pubblico e alla stampa della stagione ’25/’26 del Centro Teatrale Bresciano denominata L’equilibrio degli opposti e ieri sera… è andato in scena al Teatro Sociale l’ultimo spettacolo previsto in cartellone, «Tre variazioni della vita» opera della drammaturga francese Yasmina Reza per la regia di Luigi Saravo.

Produzione C.T.B. , Artisti Associati Centro di Produzione Teatrale, CMC Nidodiragno, Fondazione Atlantide – Teatro Stabile di Verona.

Una chiusura niente male, vi anticipo.

Gli indizi che portano a pensare che il rapporto matrimoniale tra l’astrofisico parigino Henri e sua moglie Sonia, stimata avvocata, ormai decisamente logoro, sta terminando il loro viaggio su un binario morto. Abitudine, indifferenza e noia trasudano da ogni gesto, da ogni parola. Nella bella casa in cui abita la coppia è il nulla a farla da padrone.

Dunque, l’inattesa (o meglio, in agenda per il giorno successivo) visita del professor Hubert Finidori e sua moglie Inès sembra possa rappresentare il classico sassolino capace di increspare, seppur lievemente, l’asfissiante immobilità dell’acqua stagnante in cui galleggiano i padroni di casa.

In realtà, l’equivoco si rivelerà il detonatore più idoneo a far deflagrare le contraddizioni e le convenzioni di comodo che, in qualche modo, tengono insieme le due coppie.

A cominciare dagli ambigui rapporti sia tra i due uomini (molto dell’eventuale successo di un lavoro che Henri ha appena perfezionato sulla “materia oscura”, che potrà essere pubblicato con successo soltanto con la collaborazione di Hubert, ponendo i due amici dunque su gradini diversi) sia tra Hubert e la moglie di Henri alle quali l’ospite, apparentemente ricambiato, non è affatto insensibile. Il tutto fastidiosamente accompagnato dai continui piagnistei del figlio dei padroni di casa, mai visibile ma costantemente presente, che i genitori non sanno (o non vogliono) palesemente educare.

Trama non particolarmente originale, tipica della commedia di oltralpe, resa però singolare dalla struttura della pièce, articolata sulla triplice ripetizione della stessa situazione vista e articolata, però, da ottiche diverse.

Un divertissement teatrale ripetuto ma non ripetitivo, reso attraente, per il pubblico, dalle piccole variazioni (appunto) di ordine psicologico che sottendono ai comportamenti e ai discorsi dei protagonisti.

Un esperimento che si risolve, in sostanza, nella dimostrazione di quanto sia fondamentale il ruolo dell’ipocrisia nella conduzione di determinati rapporti sociali e di come (e qui torniamo alla prima parte di questa recensione) come sia del tutto inutile mescolare il niente, perché sarà sempre il niente a venire fuori da qualsiasi manipolazione, per quanto colta e sofisticata, se ne possa fare.

 

 

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