Uno degli appelli più evocativi lanciati da Papa Francesco è il forte invito rivolto non solo ai cattolici ma all’intera umanità: «Costruiamo ponti non muri!».
Parole che, con solare evidenza e rara efficacia, esortano ad abbracciare e fare proprio il principio di dialogo e solidarietà, a superare ogni divisione, ogni chiusura, ogni egoismo e ogni pregiudizio, promuovendo invece l’incontro e l’integrazione tra le diverse culture, a coltivare la pace, a favorire l’inclusione degli emarginati.
Il tutto. per forza di cose, nell’ambito della cooperazione internazionale.
Peccato che si sia trattato (purtroppo) della solita voce che grida nel deserto.
Anzi, da allora in poi (da quando furono pronunciate quelle parole, intendo) le cose sono andate sempre peggio, con la febbre di questo mondo malato che è andata continuamente crescendo. Al punto che, da quella “guerra a pezzi” (come lo stesso Francesco I definì ai tempi la situazione internazionale, si rischia ormai lo scoppio di un confitto globale che potrebbe risultare devastante.
Fatta questa (lunga) premessa, passiamo ora a…
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Lo spettacolo:
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«The other side», scritto da Ariel Dorfman e diretto da Marcela Serli, andato in scena ieri sera al Teatro Renato Borsoni di Brescia, si occupa proprio delle conseguenze devastanti (non necessariamente fisiche) che una guerra, inevitabilmente, arreca alla vita degli individui che, in qualche modo, ne restano coinvolti.
Tra le montagne, in un luogo imprecisato, da oltre vent’anni infuria un aspro conflitto che vede opposti gli eserciti di due inconciliabili fazioni. Levana Julak e Atom Rome sono due maturi coniugi che risiedono in territorio di guerra, in una casa devastata dagli spostamenti d’aria derivanti dalle continue esplosioni. Per sopravvivere esercitano un abusivo mestiere di necrofori, recuperando, identificando e seppellendo i corpi dei militari che cadono nel corso dei combattimenti.
Un lungo e consolidato rapporto, sorretto da una passione ancora non spenta e da un tenace collante fatto di abitudini ripetute e ripetitive (anche se l’abitazione è ridotta quasi a un rudere, guai a non pulire le scarpe, prima di entrare, sullo straccio che fa da zerbino) e da un glaciale egoismo (quando a essere colpita è la casa accanto, l’unica reazione è che sono fatti e problemi dei vicini, non loro).
Un dolore antico e disperato: quello di un figlio da molto tempo uscito di casa, per non più tornare né dare notizie di sé.
Poi, l’ingannevole speranza di una pace tra i contendenti che non solo dura lo spazio di un mattino, ma causa ulteriori problemi dal momento che il nuovo confine passa esattamente al centro della loro abitazione.
Un soldato fanatico esecutore di ordini e disposizioni irrompe nella loro vita, imponendo regole ottuse e surreali dettate dall’alto e da lui raccolte con fanatica adesione. Probabilmente perché, in determinate drammatiche circostanze, in luogo di rappresentare un’ulteriore insostenibile imposizione, non avere la possibilità di scegliere è un modo come un altro utile a esorcizzare i demoni che crescono e prosperano dentro e fuori di sé.
E, sul finire, quando inevitabilmente la fragile pace cade in pezzi e la guerra inevitabilmente riprende più aspra che mai e il militare viene attinto da un mortale colpo di mortaio, il dubbio che in quello sconosciuto possa essere individuato Joseph, il figlio scomparso, viene accantonato e sostituito dal riprendere dell’eterna attesa.
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La mia lettura:
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Rappresentazione densa, iconica, concettuale (ma anche concettosa, in più momenti), ben diretta e recitata (davvero magistrali le interpretazioni dei “coniugi” Elisabetta Pozzi e Gigio Alberti, ben coadiuvati dal “soldato” Giuseppe Sartori, stralunato e stordito al punto giusto). Impeccabile la regia di Marcela Serli. Di straordinario impatto emotivo la scenografia firmata da Maria Spazzi, ma…
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Ma che non racconta una vera storia, a pensarci bene, e chi mi conosce sa quanto io consideri importante una narrazione nella quale si succedano in modo serrato fatti e cambiamenti, partendo da A per arrivare a Z. Ma che, alla fine, nello spettatore lascia poco, se non l’ennesima conferma di quanto la guerra si risolva sempre in orrore e che un certo modo di intendere i confini inasprisce dissidenze e rivalità, anche nei precari periodi di cosiddetta “pace armata”.
Questo, però, in tempi tremendi come quelli che purtroppo si stanno vivendo, ce lo dice e ripete quotidianamente ogni notiziario trasmesso dalla TV di casa.
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GuittoMatto
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PS
Le foto inserite a corredo del presente articolo sono state scattate da Mario Bobbio
