La «Pietà» di Sinisi è scultura di parole

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Per la rassegna «Teatro Aperto», serie di letture sceniche organizzata dal Centro Teatrale Bresciano, ieri sera, al Teatro Sancarlino, Elisabetta Pozzi ha letto il testo di Fabrizio Sinisi «Pietà».

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La trama:

È la storia di un incontro fatale e delle sue drammatiche conseguenze. Da un incontro occasionale con uno sconosciuto, neanche troppo coinvolgente, una giovane donna milanese guadagna un figlio e un abbandono. I primi anni trascorrono in un’apparente mancanza di problematiche derivanti dalla mancanza della figura paterna e in un’atmosfera di ingannevole tranquillità.

Con il dodicesimo compleanno del figlio Teodoro, un’improvvisa quanto inattesa esplosione di rabbia (probabile simbolo della devastante irruzione della tempesta ormonale adolescenziale) sconvolge gli schemi, dando inizio a un periodo conflituale caratterizzato dai tipici problemi dell’età: il profilo e la condotta a scuola, la frequentazione di cattive amicizie, la ricerca problematica di un’identità adulta.

E proprio quando sembra che, infine, l’abnegazione di uno spirito materno totalizzante, possa risolvere ogni problema, ecco che il caso, il destino, il fato, sconvolgono per sempre ogni certezza.

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L’Autore:

Scelgo le poche e significative parole con cui Elisabetta Pozzi: ha introdotto la serata, prima di cominciare il monologo:

«Riconosco in Fabrizio Sinisi, neo “Drammaturg” domestico scelto dal Centro Teatrale Bresciano per il prossimo triennio, innanzitutto il Poeta. Resistendo alla moda imperante di trasporre in palcoscenico come nella letteratura il linguaggio comune, Fabrizio, riconoscendo e facendo propria la misterica ritualità del Teatro, scrive con accenti lirici, riuscendo a condensare e a mettere in scena  le sue nobili frequentazioni letterarie».

Ricordo che, pochi giorni fa, è andato in scena al teatro Santa Chiara «Shakespeare/Sonetti», versione italiana e adattamento teatrale di Valter Malosti e dello stesso Fabrizio Sinisi.

Per il resto, le parole di Elisabetta Pozzi sono talmente incisive che non reputo necessario aggiungere altro.

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Il testo e lo spettacolo:

  

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«Chi è cieco dalla nascita non sa cosa gli manca, eppure avverte nostalgia» è l’ammiccante premessa.

«A 24 anni l’unica preoccupazione di una donna è che se piove, le si rovina la piega dei capelli»è la giustificazione per un comportamento immaturo e per una scelta fatale.

Poi irrompe il futuro sotto le vesti di un bel giovane impegnato al confessionale, a chiedere poco convinto perdono per peccati commessi contro la purezza. Da un amplesso frettoloso e insoddisfacente, prende le mosse e germoglia la drammatica “final destination” di una vita. Anzi di due. Anzi di tre.

Tra le cose che più colpiscono, nella stilisticamente impeccabile scrittura drammaturgica di Fabrizio Sinisi, c’è un particolare che potrebbe sembrare secondario, ma non lo è affatto: il ripetuto quanto felice accostamento tra una descrizione minuziosa dei piccoli gesti e i pensieri più intimi, quelli del livello più interiore dell’anima, più prossimi alle pulsioni più istintive e profonde.

«Pietà» è un monologo dolente, in cui echeggia una Milano che non c’è più, un mondo retrò, a metà tra le canzoni di Tenco, i cantautori bretoni e l’amara e urticante ironia di Gaber, introiettati a posteriori dal giovane drammaturgo, in un’atmosfera sospesa di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato.

«Pietà» è una autocritica al maschile, che parte dal concetto che «Una donna cerca qualcuno da, un uomo cerca qualcuna per».

«Pietà» è la dichiarazione disperata di chi ha realizzato che «Nulla è più tremendo di una vita in cui nulla succede. Dunque, qualsiasi errore, anche il peggiore, è preferibile rispetto al nulla».

«Pietà», recitato da una empatica, emozionante meravigliosa e immensa Elisabetta Pozzi, alla fine lasci un solo, grande dubbio: a chi è rivolta l’affranta e straniata narrazione? Al fato? All’uomo che, probabilmente, ancora non sa, e forse non saprà mai, come sarebbe potuta cambiare la storia della vita?

Di certo non al pubblico, che l’Autore condanna, con raffinata crudeltà, ad assistere, in un letto di spine e raffinatissime parole, in qualità di testimone mesto e impotente.

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   GuittoMatto

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Goodmorning Brescia (88) – Un progetto molto extra e… poco ordinario

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Arrivato al secondo anno, il progetto «Extraordinario» – Esperienza di ascolto e di teatro sociale a Brescia si presenta alla stampa bresciana.

Un ambizioso ciclo di eventi, che coinvolgerà diverse Associazioni culturali e artistiche operanti in città e dintorni, ma anche insegnanti e ragazzi di alcune delle principali scuole cittadine.

Un’iniziativa che l’Amministrazione Comunale e il C.T.B. hanno fortemente voluto e meticolosamente organizzato e che, ne sono certo, non mancherà di coinvolgere e interessare moltissimi bresciani.

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«È un progetto (che io e l’Assessore Scalvini abbiamo fatto nostro e accompagnato fin dall’inizio) che prevede il coinvolgimento di otto realtà artistiche bresciane coordinate dal CTB» esordisce il Vice Sindaco Laura Castelletti. «Non solo un progetto artistico/creativo ma, anche e soprattutto, nelle nostre intenzioni, il messaggio di un’intera società/comunità  che esprime la propria caratteristica e inconfondibile identità».

Gian Mario Bandera (Direttore Artistico del Centro Teatrale Bresciano) sottolinea come, nella specifica occasione, il ruolo del CTB sia stato solo quello di coordinare e coadiuvare otto Associazioni già ben radicate nel territorio, e attivamente operative.

«Oltre a questo,  però,  ci siamo sentiti fin da subito pienamente coinvolti nel progetto» -aggiunge subito dopo- Al punto che ci siamo decisi a predisporre nelle prossime stagioni tre iniziative in tema, di nostra produzione».

Ma non finisce qui, perché il Direttore annuncia che si sta studiando anche la facilitazione per gli spettatori più disagiati di abbonamenti a prezzo ridotto e (novità assoluta)  veri e propri “corsi per spettatori” mirati a un’educazione  da educare a una più consapevole percezione e fruizione del messaggio teatrale.

«Porto e riassumo la voce delle otto associazioni (ma speriamo che aumentino in futuro) impegnate in questa seconda avventura di Extraordinario» è il saluto di Giulia Innocenti Malini (docente presso Università Cattolica del Sacro Cuore – esperta di teatro sociale). Passa poi alla presentazione delle stesse, una per una: Teatro19, Associazione Compagnia Lyria, Somebody Teatro della diversità, Residenza Idra, Viandanze, Associazione Culturale Briganti, Teatro Telaio e Associazione Culturale Lelastiko. La rete si avvarrà del supporto scientifico del dipartimento di Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

«I temi centrali, come nella passata edizione, sono carcere/riabilitazione,  disabilità, esclusione giovanile, salute mentale e fragilità derivate dall’anzianità, trattate non solo attraverso un’ortodossia teatrale, ma anche attraverso contributi di attori e realtà non- professionionali» spiega Giulia Innocenti Malini.
«L’autentico carattere innovativo di Extraordinario , peraltro, non va ricercato nei temi trattati e nelle metodologie espressive utilizzate, già in grande attenzione anche altrove; il grande cambiamento di questo effetto trasformativo è piuttosto la messa in Rete delle varie realtà associative operanti sul territorio di riferimento e la progettazione collettiva» è la successiva e opportuna precisazione

Sceglie un suggestivo paragone con il basket Felice Scalvini (Assessore con delega alle Politiche per la Famiglia, la Persona e la Sanità del Comune di Brescia) nell’intervento che conclude la conferenza stampa.

«Questo momento “istituzionale” della conferenza stampa, è il parallelo delle presentazione al pubblico delle squadre, quando sta per avere inizio un partita: si presentano i giocatori in campo, più che il match che sta per avere inizio. Insomma, con il CTB come perno e sostegno, sono le Associazioni interessate, che stanno per entrare in capo e cominciare a giocare»

Per proseguire nell’ardita similitudine, secondo l’Assessore, l’essenza della partita che sarà disputata per la seconda volta quest’anno, consiste nell’ascolto e nel fare ancora di più del teatro occasione di crescita sociale. I “palazzetti” interessati saranno quelli, prestigiosi, in cui svolgono normalmente i grandi spettacoli del CTB, ma anche scuole e altre significative location collaterali.

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   Bonera.2

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Da Stratford a Brescia, un intrigante cocktail di versi e note

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(vds. altro articolo sullo stesso argomento in data 12 marzo 2018:  https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-sonetti_sinisi_malosti/)

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L’Autore:

William Shakespeare (Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1564– Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1616),  soprannominato il “Bardo” o il “Cigno dell’Avon”. Della sua (anche numericamente) produzione, ci sono pervenuti  37 testi teatrali, 154 sonetti e una serie di poemi.

È universalmente considerato il più importante scrittore in lingua inglese e generalmente ritenuto il più eminente drammaturgo della cultura occidentale. 

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L’opera:

Per una volta Shakespeare arrivò secondo. Anzi, addirittura  “fuori dal podio”, per rimanere in ambito sportivo. La “moda del sonetto”, infatti, nell’Inghilterra elisabettiana aveva imperversato nell’ultimo decennio del 16° secolo,  con le opere di  Philip Sidney (Astrophel and Stella, 1591), Samuel Daniel (Delia, 1592), Thomas Lodge (Phillis, 1593) ed Edmund Spenser  (Amoretti, 1595).

 La raccolta shakespeariana, scritta probabilmente tra 1593 e il 1599 ma pubblicata diversi anni dopo (1609, per le stampe dell’editore  Thomas Thorpe) si adegua (aggiungendo Lover’s Complaint)  al modello  scelto da Daniel e Lodge, che avevano fatto seguire alla raccolta di sonetti brevi un componimento più complesso.

A partire dal ‘700, parecchi studiosi più o meno autorevoli avanzarono dubbi sulla reale paternità di Sonetti, dimostratisi poi scarsamente attendibili visti i numerosissimi riscontri individuati poi con il linguaggio dell’ultimo Shakespeare.

I Sonnets sono poesie d’amore dedicate dal numero 1 al numero 126 a un giovane amico di Shakespeare (si pensa il Conte di Southampton Henry Wriothesly o William Herbert) e dal 127 al 154 a una Dark Lady dai capelli o dalla carnagione scuri. Il sonetto più famoso della raccolta è senz’altro il sonetto 18,si apre con il poeta che paragona il giovane amico (il Fair Youth) a una giornata estiva, sostenendo che mentre l’estate è breve, mutevole e non sempre perfetta, il protagonista incarna l’estate stessa, eterna, e quindi la bellezza. E mentre l’estate lascerà posto all’autunno, il suo amore vivrà in eterno. Assai diversa è la Dark Lady che emerge nella seconda parte della raccolta, l’incarnazione di un amore spesso crudele e infedele, una fascinosa figura del male, descritta come my female evil  (“la diavolessa”,  “la donna malvagia” – sonetto 144)

In “A Lover’s Complaint” o “Lamento dell’amante” (lasciando maliziosamente indeterminato il sesso) si narra di una sfortunata giovinetta, prima sedotta (attraverso  un’abile strategia di corteggiamento) da un cinico rubacuori, poi crudelmente abbandonata.

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Lo spettacolo:

All’inizio chi conduce il gioco è un tecno-pagliaccio che si atteggia, si muove, parla (e declama sonetti) come il conduttore di una hit parade televisiva, in una atmosfera circense, con tanto di risate e applausi registrati.

«Ho due amori, che si chiamano conforto e dannazione»

Il primo è un giovane maschio biondo e dalle fattezze delicate, l’altra è una femmina, nera e aggressiva.

La “dark lady” si scatena in una danza dissociata, che è l’antica malattia di un mondo fascinoso quanto ingannatore, è un condensato tossico di menzogne sottintese e spudoratamente ostentate a se stessi, è frenetica dissolutezza, tarantolata, estenuante, allucinata. I tradimenti sono nascosti sotto abiti troppo succinti, più forte della discrezione è la volontà di svelarli come carne nuda e ammiccante, mordicchiando il peccato come una dolce e letale mela avvelenata.

Poi c’è l’altra faccia dell’amore, tutto al maschile, che si esplicita in un confronto erotico nel quale la preda non vede l’ora di essere catturata e sottomessa, ma chi sottomette con il corpo, molte volte, in realtà, finisce per essere sottomesso nell’anima. Una danza sessuale più che sensuale, la rappresentazione esplicita di un amplesso rabbioso e sempre in appagante se tenuto distinto da un’empatia sentimentale, perché «Credendomi vincente ho perso tutto», come scrive il poeta.

Tutto finisce con l’amara considerazione che «L’amore è una medicina che non guarisce ma aggrava la piaga» e con lo struggente testamento del drammaturgo: «Se leggerai i miei versi dimentica chi li ha scritti».

Il tutto in una intensissima ora di spettacolo, un contenitore in cui il testo e la regia versano di tutto: dal romanticismo melodico di Modugno alla tecno-music, dalla figura arcaica del Bardo, che incombe dal fondale del palcoscenico  a una scenografia “di frontiera” postmoderna.

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Nell’insieme ben recitato, innovativo, stimolante, provocatorio, ma al tempo stesso, proprio per questa sua coplessità, di difficile assimilazione da parte di un pubblico che, comunque, ha applaudito a lungo al calar del sipario. A titolo di esempio cito il commento di uno dei numerosi studenti che, grazie alla politica di promozione nei confronti dei giovani, attuata dal CTB, assistevano allo spettacolo, colto all’uscita, sul marciapiede antistante il Santa Chiara: «Con tanto nudo sul palcoscenico, finisce che si concentra l’attenzione del pubblico sul sesso, ma lo fa smarrisce sul senso dello spettacolo».

Un gioco di parole goliardico e sfacciato che, forse, la parte più ironica del giovane Shakespeare avrebbe potuto e saputo apprezzare.

 

versione italiana e adattamento teatrale di FABRIZIO SINISI e VALTER MALOSTI

coreografie MICHELA LUCENTI

scene e costumi DOMENICO FRANCHI

luci CESARE AGONI

suono EDOARDO CHIAF

con

VALTER MALOSTI

MICHELA LUCENTI

MAURIZIO CAMILLI

MARCELLO SPINETTA

e con ELENA SERRA

assistente alla regia ELENA SERRA

direttore tecnico CESARE AGONI

macchinista NICOLA PIGHETTI, FILIPPO MARAI

capo elettricista e fonico EDOARDO CHIAF

scene realizzate nel LABORATORIO DEL CTB CENTRO TEATRALE BRESCIANO

responsabile della costruzione OSCAR VALTER VETTORE

scenografa realizzatrice MICHELA ANDREIS

costumi realizzati da BOTTEGA DEL CENCIO

sarto FEDERICO GHIDELLI

acconciature e trucco BRUNA CALVARESI

amministratrice di compagnia GAIA RICCI

FINO AL 25 MARZO AL TEATRO SANTA CHIARA MINA MEZZADRI DI BRESCIA

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   GuittoMatto

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Goodmorning Brescia (78) – Un Almanacco a metà tra memoria e monito

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Al Nuovo Eden, in occasione dell’ennesimo incontro di «Rapiti dall’Eden – sabato pomeriggio tra cinema e teatro», (rassegna di conferenze con i protagonisti della stagione teatrale del Centro Teatrale Bresciano C.T.B.)  è di scena Vincenzo Pirrottaautore e protagonista di  «Almanacco Siciliano» (recensito da GuittoMatto qualche giorno fa –  https://cardona.patriziopacioni.com/dalla-carta-al-palcoscenico-pirrotta-racconta-una-guerra-che-non-finisce-mai/) prodotto dal Teatro Biondo di Palermo e in scena al Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri fino a domenica 4 marzo 2018.

Tutto parte e fluisce dalla prima domanda indirizzata all’attore siciliano dall’intervistatore Daniele Pelizzari

«Uno spettacolo che ci fa diventare tutti più siciliani

La risposta di Pirrotta parte da lontano:

«Nel dramma si parte dallo scatenarsi della prima guerra di mafia, la cosiddetta mattanza palermitana  (scandita quotidianamente dai titoloni de L’Ora) fino ad arrivare quasi ai nostri giorni, in cui l’inquinamento mafioso si va diffondendo sempre di più anche all’estero». 

Fatta questa necessaria premessa, Pirrotta scende più nel dettaglio dello spettacolo.

«Lo scopo dell’Almanacco  è di raccontare e spiegare alle nuove generazioni quanto di esecrabile e di terribile sia accaduto negli anni ’70 e ‘8’ in Sicilia, perché non accada mai più». spiega.

«E abbiamo deciso di farlo, volutamente, senza  concedere nome e maggiore dignità a una o all’altra delle vittime»

«In una delle prime rappresentazioni, c’era tra il pubblico, in prima fila, la vedova Borsellino e faticavo a incrociarne lo sguardo velato dalle lacrime» racconta, ancora visibilmente coinvolto.

«Quando ho fatto lo spettacolo a Morgantino una signora è venuta in camerino e mi ha abbracciato a lungo singhiozzando», ricorda ancora, con emozione.

«Questo è  e rappresenta Almanacco siciliano, e non solo per i congiunti e gli amici della tante, troppe vittime della mafia e dei mafiosi»

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A questo punto, Pelizzari incalza Pirrotta a definire meglio natura e scopi del dramma.

«Uno spettacolo che non è proprio uno spettacolo, ma un qualcosa in cui la memoria e la rappresentazione si uniscono in una celebrazione di liturgia laica in onore delle vittime,  introiettata e messa in scena con  grande spiritualità. La risultante di una consapevolezza partita dalla lenzuolata bianca di Palermo, seguita alla strage di via D’Amelio, primo segnale di forza della società civile nei confronti dello strapotere mafioso. Ciò che lega tra loro le storie, è lo stupore per il piombo che arriva a falciare vite, come un soffio improvviso di scirocco che spezza un ramo»

Le ultime parole di Pirrotta prima del commiato, su sollecitazione di Pelizzari, sono per le scenografie, dominate da un bianco abbagliante che vuole richiamare, tra l’altro, il colore del lutto di parole esotiche e i canti strazianti creati dai fratelli Mancuso. ispirati da una parte ai cori della classica tragedia greca, in parte ai lamenti delle prefiche delle Madonie.

 

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   Bonera.2

 
 
 

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18:57 (1 minuto fa)

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Goodmorning Brescia (73) – Temporale in arrivo… al Teatro Santa Chiara

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«Temporale» è la quarta produzione del Centro Teatrale Bresciano nella stagione, la prima del 2018» è l’esordio di Gian Mario Bandera.

«Si tratta di un vero e proprio ritorno alle origini, con riferimento allo spirito che animò la Compagnia della Loggetta: Strindberg è un autore di non semplice lettura e trasposizione teatrale, ma di grandissima profondità, che porta avanti un lavoro profondo e spesso spietato di introspezione, alla ricerca del buono e del cattivo, del dolce e del meschino».

«Prosegue il trend positivo sia in termini numerici di spettatori che di consensi della critica che sta riscontrando il C.T.B.» sottolinea il consigliere Patrizia Vastapane.

«Ricordo il valore della regista Monica Conti, dotata di un poderoso curriculum professionale e artistico: tra i numerosi riconoscimenti che le sono stati attribuiti, ricordo le affermazioni nel Premio Istrio e nel Premio Fidapa per la drammaturgia», aggiunge subito dopo.

«Noi attori, nel corso della carriera, mettiamo insieme un bagaglio di esperienze sia di vita che tecnico espressive, come accade a ogni buon onesto artigiano» esordisce Vittorio Franceschi (il Signore, nel dramma).

«Spesso, però, il processo di approfondimento, per vari motivi, resta a metà: capita che si tiri a campare, accontentandosi di raggiungere risultati di “media portata”. Con Monica e con Strindberg, invece, la faccenda è stata del tutto diversa: ho vissuto una situazione in cui mi si richiedeva di non fermarmi a una onesta prestazione attoriale, ma di far vibrare, insieme agli altri attori, anche corde che, di solito, restano silenti. In scena bisogna faticare, bisogna sudore, per ottenere risultati eccellenti, impegnarsi allo spasimo non solo a livello di memoria e di interpretazione dei personaggi ma anche di intima immedesimazione».

E c’è ancora un pensiero, forse ancora più importante dei precedenti, prima di passare la parola alla regista.

«Mi piace pensare che uno spettatore non esca dal teatro uguale a come è entrato. Ed è esattamente questo ciò che noi tutti ci impegneremo a fare a partire da martedì prossimo al Santa Chiara con Temporale»

«Torno a Brescia a distanza di 14 anni da una “ospitalità”. E torno con Strindberg, che non ha una consolidata tradizione in Italia, anche se non mi sento di ignorare autentici gioielli teatrali come la messa in scena de Il Padre con la regia proprio di Mina Mezzadri» dice Monica Conti.  

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   August Strindberg

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«Il drammaturgo svedese è un vero e proprio “investigatore” del cuore dell’anima e della mente, che, con le sue indagini, cerca di creare nei propri lavori quella realtà onirico-allucinatoria che gli è propria. Ho lavorato sul testo, leggendo attentamente diverse traduzioni dallo svedese (lingua che, purtroppo, non conosco) e riandando all’unico “incontro” tra August Strindberg e Giorgio Strehler, che mise in scena proprio Temporale  nel 1980 al Piccolo di Milano. Pur senza tradire mai il testo,  ho lavorato sulla costruzione di due archetipi femminili  ben strutturati e destrutturando, nella terza parte, la ripresa della narrazione in un momento esasperatamente onirico. Ho lavorato persino sulla struttura “fisica” di un teatro notoriamente di complessa struttura, attraverso i boccascena».

La conclusione è lapidaria, ma estremamente indicativa dei metodi di lavoro della regista:

«In testi come questo l’impegno degli interpreti deve essere totalizzante. L’attore non può limitarsi a indossare una maschera, ma deve sforzarsi di trarre nuova linfa dalle proprie più intime risorse interiori».

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   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (70) – Oltre la strada c’è un teatro… Ideal

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Amministrazione comunale e C.T.B. continuano a filare di pieno accordo (dopotutto le rispettive “case” si affacciano sulla stessa piazza), e i risultati (positivi al di là di ogni pur ottimistica previsione) sono sotto gli occhi di tutti.

Il Teatro e i suoi appassionati seguaci ne traggono continui benefici in termini di offerta di spettacoli ed eventi, sempre in crescendo nell’ambito di una qualità media sempre elevata.

La città guadagna “vita e respiro”, giovandosi di un potente contributo alla riqualifica di alcune zone, per così dire, rimaste più indietro.

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E mentre fervono i preparativi per cominciare la costruzione di un nuovo, spettacolare teatro sull’area dell’ex Ideal Standard (immagine sopra), ecco il resoconto della conferenza stampa che si è tenuta poco fa nella sede del Centro Teatrale Bresciano in piazza Loggia che, del “cappello” di questo articolo, rappresenta una lampante conferma.

Apre la conferenza stampa il vice sindaco nonché assessore alla cultura creatività e innovazione Laura Castelletti.

«Rigenerazione e riqualificazione sono le due parole che meglio esprimono uno dei progetti più significativi della nostra amministrazione, ai quali sono state dedicate si stanno tuttora dedicando molte energie. Mi piace considerare il progetto “Oltre la strada” come una tappa di avvicinamento all’apertura del nuovo Teatro Ideal, di cui uno degli aspetti qualificanti è da individuarsi senz’altro nell’uso della cultura come mezzo di inclusione sociale, non solo per porta a Milano e zone attigue ma per tutto il territorio cittadino».

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Gian Mario Bandera aggiunge che il progetto “Oltre la strada” si inserisce nelle iniziative che, a partire dal giugno scorso e fino al luglio prossimo, il Centro Teatrale Bresciana cercherà di coordinare al meglio.

Per Roberta Moneta e Valeria Battaini (fondatrici con Francesca Mainetti di “Teatro 19”) quello che è in corso «è un lavoro di cucitura che, uscendo dal teatro, tende a collegare il centro e la periferia, le diverse fasce di età e i diversi settori sociali attraverso la pratica del teatro fuori dal teatro». Dopo di che si passa a meglio specificare.  «E siccome via Milano è fatta di isole ideali, la nostra idea è quella di de-isolare  il territorio di pertinenza, costruendo ponti».

Ricordano poi che, dal giugno 2017, si sono succeduti spettacoli nella zona di via Milano (ma non solo visto che tre spettacoli della rassegna sono stati rappresentati in piazza Mercato). Altri spettacoli hanno circolato a bordo di un autobus da piazza Mercato alla Mandolossa, con l’architetto Botticini impegnato a raccontare la città.

«Sia nel corso della parte estiva (concluse il 1 ottobre) che di quella invernale (meno appariscente ma di sostanza, con i laboratori sia dentro che fuori le scuole-la conclusione in aprile sarà nel parco) si è raccolto materiale video e testimonianze in un lavoro di ascolto e di memoria tra passato, presente e futuro, che, trattandosi di teatro Fuori-Luogo, noi di Teatro 19 consideriamo tradizionalmente familiare»

È poi il turno di Maria Rauzi, responsabile di Teatro Telaio .

«Dopo quarant’anni di attività, finalmente Teatro Telaio avrà una sede per svolgere la sua attività istituzionale, ossia uno spazio da dedicare interamente al teatro per ragazzi: praticamente la realizzazione di un sogno» premette, per raggiungere poi che «via Milano per noi è una location ideale, sia per l’elevata presenza di giovani e giovanissimi, sia come verifica della possibilità di trasformare una zona periferica in un centro di richiamo culturale. In questa ottica da tempo abbiamo in corso incontri con scuole di diverse punti della città, spostando intanto, in attesa della fruibilità del nuovo teatro, la programmazione dei nostri spettacoli al Teatro Colonna; con positivi riscontri, visto che ci siamo trovati costretti a moltiplicare le repliche sia per le famiglie che per le scuole»

Conclude l’incontro ancora Gian Mario Bandera, ricordando che, in questo ambito, il CTB si è mosso, essenzialmente in tre modi:

a) Creando il portale “Teatro a Brescia”, aperto sia agli utenti professionali che al pubblico appassionato di prove, con informazioni sia sulla programmazione degli spettacoli che rapporto domanda /offerta in città e provincia, con l’inserimento all’interno anche di Extra-ordinario

b) Ordinando la propria attività con le realtà culturali presenti in zona, con l’ambizione di raggiungere nuove fasce di pubblico e facendo informazione sulla prossima  apertura del nteatro “nuova idea” (che conterrà due sale) prevista tra circa tre anni.

c) Partecipando al festival multidisciplinare con la realizzazione di una produzione ad hoc con Moni Ovadia che aprirà il festival stesso.

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   Bonera.2

 

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Lucilla è furiosa, ma non mente

Tra Lucilla Giagnoni e la tecnologia, benché questo spettacolo proprio sullo schema di un videogioco sia strutturato (con tanto di motivetto musicale di sottofondo alla Super Mario Bros), ci dev’essere qualcosa di pregresso.

La possibilità che l’illuminazione dello schermo di uno smartphone violi il sacro buio della platea, o addirittura che parta un’irriverente suoneria, sembrano infatti preoccupare l’attrice  fiorentina ancora e assai più di quanto non accada per i suoi colleghi.

Questa volta, però, questa piccola peculiare e simpaticissima fobia (se vogliamo chiamarla così) si risolve in un abile stratagemma funzionale all’introduzione del tema conduttore di Furiosa Mente: i livelli progressivi di difficoltà nei vari stati del gioco e, soprattutto, la necessità delle regole, l’indicazione netta su ciò che sia lecito e ciò che invece risulti vietato.

Togliete di tasca i cellulari. Adesso illuminate gli schermi e ruotateli. Scattate foto al palcoscenico e, se volete, fatevi anche qualche selfie” è l’invito che gli spettatori colgono di buon grado.

Subito dopo, però, spegneteli: chi non può resistere per i novanta minuti dello spettacolo con il suo Samsung, o il suo HiPhone acceso tanto vale che se ne torni a casa” è la rigida disposizione che impartisce subito dopo.

Perché, appunto, nella vita il “Guerriero” (sia esso maschio o femmina) deve percorrere il proprio cammino, se vuole mantenere qualche ragionevole speranza di arrivare felicemente fino al traguardo, osservando inevitabilmente le regole imposte dalla Vita e dall’Etica.

Una percorso virtuoso percorrendo il quale, dalla crudele guerra di Troia e dall’ancor più spierata ira di Achille su-su fino alla pace francescana del cantico delle Creature, che chiude la pièce come un inno alla speranza, si fa tappa e si prende ristoro nelle canoniche Virtù: la temperanza, la giustizia, la forza, la fede…

Il tutto con abbondanti riferimenti letterari, dall’Iliade all’Orlando Furioso, dalla  sofoclea Antigone al picaresco Don Chisciotte, che Lucilla interpreta con la consueta maestria.

Spettacolo articolato e complesso, allestito con grande fantasia e professionalità, ma non per tutti: che Lucilla Giagnoni sia un’artista di capacità rappresentative eccelse e con straordinaria presenza scenica, che sia un’autrice teatrale dotata di vastissimi orizzonti culturali, un’idealista del positivo e del giusto, è conoscenza nota.

Sembra però, almeno in questo caso, che la volontà didattica, favorita dalla struttura del monologo, prenda il sopravvento sullo spettacolo, probabilmente oltre le intenzioni della stessa Giagnoni, inducendola, tra l’altro, a un forse troppo evidente compiacimento delle proprie abilità attoriali.

Opera comunque non banale, assistita tra l’altro da una scenografia suggestiva e spettacolare, che sfrutta al pieno le enormi potenzialità dell’elettronica anche in ambito teatrale. Da parte mia, lo confesso, resto molto curioso di vedere, magari nel prossimo impegno, l’artista impegnata nella scrittura, o solo nell’interpretazione, di una pièce di

respiro narrativo più ampio e di rappresentazione più corale.

La mia è destinata a rimanere solo una speranza?

C’è un tempo per nascere e un tempo per morire; c’è un tempo per distruggere e un tempo per costruire. Ci sono tempi di crisi, momenti grigi della storia. E il nostro tempo? Forse è uno dei più straordinari che all’umano siano dati di vivere. Cadute le grandi ideologie di riferimento, stiamo vivendo uno degli eventi più incredibili che siano mai accaduti sulla Terra, uno dei grandi sogni dell’umanità, da sempre: la mondializzazione. Che sia questo il tempo di un passaggio evolutivo? La nostra Mente potrà espandersi? Intanto c’è il tempo della nostra vita, che non dobbiamo mancare. C’è il tempo per capire, prendere coscienza e scegliere, anche se scegliere vuol dire combattere una battaglia. La battaglia è la condizione dinamica della nostra esistenza. E il primo e vero campo di battaglia è sempre la nostra Mente: per muoverci con sapienza dobbiamo avere la vigilanza, la forza e la compassione dei “guerrieri”.

   GuittoMatto

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Al Sociale con tanti ballerini sul palcoscenico e un solo grande cuore

Un’altra serata da “tutto esaurito” questa sera al Teatro Sociale.

Una serata particolare, però. Sia perché il C.T.B. per l’ennesima volta punta sul sociale, fornendo un ulteriore appoggio alla causa del recupero dei reclusi attraverso la pratica della recitazione e della danza, sia perché la bravissima Giulia Gussago (che abbiamo intervistato qualche giorno fa proprio in vista di questo evento), per mettere in piedi lo spettacolo di danza presentato stasera, si è avvalsa, oltre che del performer Giannalberto De Filippis, degli allievi della sua Compagnia Lyria e di un certo numero di detenuti della Casa di Reclusione di Verziano.

Dello spirito di questo progetto abbiamo già ampiamente riferito nel suddetto articolo al quale vi rimandiamo nel caso non l’aveste ancora letto (https://cardona.patriziopacioni.com/il-teatro-apre-i-lucchetti-e-allarga-le-sbarre/); oggi, dopo averlo visto, ci si occupa più da vicino dello spettacolo.

Bene, vi dico subito che l’abilità di Giulia Gussago nel predisporre coreografie di grande effetto scenico ed emotivo ma di non altissimo quoziente di difficoltà, come si addice a una rappresentazione del genere, è davvero mostruosa.

Per più di un’ora, seguendo il fil rouge dei sonetti shakespeariani, si sono alternati momenti di riflessione, di autentica poesia, di pittoresca denuncia e di un grandissimo coinvolgimento emotivo che, dopo avere permeato gli interpreti sul palco, si è trasmesso con pari efficacia agli spettatori. 

Si comincia con il sottofondo dell’ “Imagine” di John Lennon sapientemente adattata alla bisogna e una danza languida ed elastica. Aumenta poi gradualmente il ritmo con la musica hispanico-latino-americano, fino a trasformare una scena che più corale non si può in un autentico happening che mescola in parti armoniche, nei movimenti dei ballerini, gioia, rabbia, speranza di riscatto, voglia famelica di vita e liberazione dionisiaca dei sensi.

È nella forza rivoluzionaria e catartica dell’Arte, che si cerca e si può trovare la salvezza comune. Nella condivisione, nella collaborazione, nell’aiuto reciproco.

È un grido rivolto al pubblico e in platea e al mondo, un anelito di libertà che nessuna sbarra, nessun catenaccio può tenere chiusa in una cella.

 Giulia Gussago e Giannalberto De Filipipis salutano il pubblico a fine spettacolo.

Si conclude con un tripudio di colori, con tanti applausi con lacrime di pura emozione che rigano il volto di questo o di quel detenuto, uomini e donne per una volta a contatto, impegnati a costruire qualcosa d’importante insieme senza la divisione di genere inevitabilmente imposta dal sistema di pena.

E in chi esce dal sociale, rimane una sensazione positiva, un ricordo confuso dal tanto, dal troppo che si è visto e che si è infiltrato nell’anima e nel cuore.

Parole che restano caparbie a fluttuare tra i pensieri, più o meno così…

 Ho reso l’idea?

Per chi era con me al Sociale, poco, fa, probabilmente sì.

Per gli altri: andate a vedere uno spettacolo di Giulia Gussago … e capirete.

 

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  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.