Brescia Città del Teatro (11) – C’è Alchimia, in palcoscenico!

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Ho incontrato recentemente Maria Antonietta Belotti, Massimo Alberti e Mario Mirelli, storici rappresentanti di una iniziativa bresciana che da un ventennio (scusate se è poco!) si occupa in modo convenzionale -e non convenzionale- di teatro. Si tratta di…

Potrete acquisirne notizie più dettagliate semplicemente visitando il loro sito. Questo è il link: http://www.associazionealchimia.org/ . A seguire la conversazione, sintetizzata in domande e risposte (con immagini di scena “Alchemiche” inserite tra un argomento e l’altro), che è venuta fuori dalla serata.

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Si può avere, prima di ogni altra cosa, qualche notizia sulle “origini storiche” dell’Associazione e sulle motivazioni che ne ispirarono la nascita?

L’Associazione nacque il 1 gennaio 1999 e il primo evento fu una festa concerto delle sorelle Citterio che si tenne in un teatro di Manerbio. Noi tre soci fondatori eravamo già attivi da tempo con spettacoli itineranti e, con la formalizzazione del gruppo, il progetto era quello di crescere sia dal punto di vista qualitativo (con particolare riguardo alle contaminazioni e alla multimedialità -allora ancora sperimentale, la cui prima prova nel 2004 fu «Anime incarnate») che quantitativo. Il modello di riferimento iniziale furono artisti come i Momix e Pina Bausch attraverso un apporto di artisti di adeguato livello professionale. Tra le altre idee c’era anche quella di organizzare e tenere corsi di recitazione, musica, danza e arti figurative che, difatti, andò avanti con soddisfazione qualche anno indirizzandosi ad allievi di ogni età, con particolare attenzione anche ai disabili.  

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Venti anni di attività rappresentano per ogni associazione un traguardo significativo da festeggiare (soprattutto nel campo della cultura, effimero per eccellenza), ma anche un momento di riflessione e di bilancio da non mancare.

Se si tratta di fare un bilancio complessivo il risultato è positivo, ma resta il rammarico di non avere ricevuto, nonostante l’intensità, la quantità di quanto prodotto e l’impegno profuso un autentico appoggio (non solo economico) da parte delle istituzioni locali e degli enti che ci hanno aiutato nelle produzioni solo in modo del tutto saltuario. In particolare credo che in questo non abbia giovato la nostra assoluta determinazione di portare avanti un discorso culturale indipendente sia dal punto di vista politico che da quello della scelta dei temi da trattare. Insomma, la scelta presa di sottrarci sempre a qualsiasi “schieramento”, evidentemente non piace a un estabilshment che vede l’indipendenza come un potenziale pericolo.

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L’offerta artistica di Alchimia è piuttosto variegata, andando dai classici al dialettale, al teatro-documento, alle letture d’autore e a numerosi altri generi. Quanti spettacoli sono stati prodotti nel primo ventennio di attività? Tra gli spettacoli prodotti, ce n’è qualcuno che si è distinto per qualità e riscontri da parte del pubblico e almeno uno che, se si potesse tornare indietro, non allestireste più?

Difficile contare con precisione, ma più o meno, la media è di due produzioni l’anno. Tra l’altro, nel 2017, abbiamo prodotto anche un film intitolato «Maddalena e le altre » che è stato selezionato anche al Festival di Caorle. Per quanto riguarda una graduatoria relativa è impossibile per noi stilarla, in quanto ogni spettacolo prodotto è stato pensato, scelto e realizzato con assoluta convinzione nella sua validità e con il massimo impegno da parte di tutti noi. Possiamo però dire che lo spettacolo sulla Shoà (uscito con titoli diversi e rappresentato anche a Roma davanti a più di mille persone) «Pasticci d’amore» (riduzione del capolavoro shakespeariano «Sogno di una notte di mezza estate» con particolare diffusione “itinerante” esclusivamente in sedi “non teatrali” e particolare attenzione a scenografie naturali) si sono distinti per numero di repliche. “Per quanto mi riguarda sono molto affezionata e legata ad «Anime incarnate» spettacolo corale e multimediale tutto al femminile scritto da me e che mi ha visto tra le interpreti” tiene ad aggiungere Maria Antonietta Belotti.

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Quali sono i criteri adottati per “reclutare” autori, registi e attori?

La prima caratteristica che viene presa in considerazione è la condivisione dello spirito del progetto. Diciamo che in Alchimia c’è una vivace rotazione di persone che collaborano artisticamente  e che parte degli artisti sono cresciuti personalmente e professionalmente con noi (“trasformiamo il piombo in oro” ribadiscono) arrivando a conseguire affermazioni professionali in molti casi anche importanti. “Possiamo dire” ironizza Massimo Alberti “che se c’è un fattore che ci accomuna più di altri è… la diversità!” “Oltre alla passione, alla libertà, all’urgenza di dire” interviene Maria Antonietta Belotti

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Abbiamo parlato, nella domanda precedente, di differenze spesso sostanziali tra una regione e un’altra, a volte tra una provincia e un’altra, che caratterizzano l’Italia. Un problema che, considerate certe tendenze “centrifughe” che caratterizzano i nostri giorni, sembra destinato a farsi più complesso. La domanda è: in cosa individuate le esigenze e le richieste più sentite e autentiche del pubblico al quale vi rivolgete?

Una cosa che abbiamo notato è un’ancora non completamente matura abitudine al teatro tra i giovani e i giovanissimi della provincia bresciana sulla quale riteniamo che si possa e si debba lavorare molto. Per quanto riguarda le aspettative del pubblico, invece, forse si tratta di un falso problema: è nostra convinzione che il pubblico sia perfettamente in grado di scegliere, purché gli vengano sottoposte le giuste alternative e le corrette informazioni. In questo senso non vediamo differenze né a livello di strati sociali né di territorio. “La gente ha voglia di portare a casa qualcosa di significativo” interviene Mario MirelliSia uno spettacolo drammatico o brillante, l’essere umano ama più di ogni altra cosa emozionarsi, e ce ne si può rendere conto anche solo vedendo le espressioni di chi esce dal Teatro a fine spettacolo

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In che modo Alchimia intende festeggiare il traguardo dei venti anni di attività? Quali sono i progetti che avete in cantiere per il prossimo anno?

Una rassegna di cinque spettacoli di nostra produzione (di cui tre nuove e con testi originali cui si aggiungono due spettacoli di repertorio) tutti di diverso genere: « Il cavaliere dalla trista figura», «Non sono Marco Paolini» (nuovo) «‘na vedova e tre muscù «Storia meravigliosa» (nuovo) «Emi» (nuovo)che si terranno al Teatro Sant’Afra dal 27 settembre al 22 di novembre. Festa finale il 14 dicembre (intitolata “Incontri”) che si terrà alla sala dell’Oratorio della Parrocchia Beato Luigi Maria Palazzolo e che consiste in un incontro tra tutti coloro che in qualche modo hanno partecipato ad Alchimia e che sarà aperta anche a chiunque vorrà conoscerne la storia e i progetti anche grazie alla proiezione di un video con le fotografie di spettacoli (backstage compresi) di questi venti anni. La manifestazione sarà arricchita da monologhi, improvvisazioni, performances varie e terminerà con un rinfresco.

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Per concludere, qui di seguito, il manifesto dell’intera rassegna. Più in basso, e più in grande, le locandine dei singoli spettacoli che la comporranno.

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Il diavolo di Pupi va capito

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La trama:
Nell’Autunno 1952, Furio Momentè, ispettore del Ministero di Grazia e Giustizia, viene incaricato di svolgere un’indagine a Venezia: in un paese del Polesine si è verificato uno strano e agghiacciante delitto, che ha visto un ragazzino uccidere in modo brutale e sanguinoso un coetaneo. La missione di Furio è quella di cercare di tenere fuori certi ambienti della chiesa locale da una tragedia nella quale, invece, sembrano pienamente coinvolti.

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Secondo me:
Ho visto il film «Il Signor Diavolo» dopo aver letto una recensione postata in Rete da “uno di quelli bravi”. Impeccabile nell’analisi “tecnica” della pellicola, evidenziando certe carenze di un  audio “non all’altezza” e la “fretta” con la quale i pur bravissimi interpreti (per scelta attoriale o per imposizione della regia) modulano la propria recitazione, facendo perdere agli spettatori, in più di un caso, alcune battute, anche importanti, il recensore non si rivela altrettanto abile o altrettanto attento nella lettura dello spirito del film.
Per prima cosa «Il Signor Diavolo» NON è un film horror e poco ha a che vedere con precedenti firmati dallo stesso regista come «La casa dalle finestre che ridono».
Si tratta, invece, di un drammatico e avvincente film “gotico”  di ambiente e di costume, efficacissimo nella lettura e nella discrezione di un’Italia ormai lontana nel tempo, quella del secondo dopoguerra in inquieta attesa del deflagrare del boom economico, l’Italia democristiana profumata dai ceri delle candele di chiesa, al tempo stesso terrorizzata e attratta da nuove e fino a quel momento impensabili categorie del pensiero, da nuove trasgressioni, tanto più allettanti quanto più oscure e peccaminose. Un reportage fantastico sui vizi, le malizie, i segreti e i sapori più sapidi della provincia, in precario equilibrio tra trasgressione e repressione della libertà di pensare e di agire, sulla smodata fame di potere e controllo degli apparati centrali di politica e religione, in nome della quale, davvero, si è disposti a vendere al Signor Diavolo l’anima propria e i corpi degli altri.
Pupi Avati scatta una fotografia d’epoca, sfocata e ingrigita dal trascorrere implacabile del tempo di anni ormai remoti in cui il diavolo esce definitivamente dall’inferno e si annida, in perfetta par condicio, nell’anima di laici e baciapile. Mettendo un forte accento, tra l’altro, su un attualissimo (direi eterno) conflitto universale con la diversità: “Nella cultura contadina il diverso e il deforme vengono associati al demonio” dice uno dei protagonisti della storia, e come si può dargli torto?
Insomma, uno spettacolo duro e raffinato per palati fini, che come tale va visto e goduto.
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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Icaro: «Ambire a un’altra specie non è sano»

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Sciolte al calore dei raggi solari le ali di cera che ne avevano favorito il mitico volo, Icaro si schianta in mare. Un impatto violentissimo che non lo uccide, ma gli spacca le ossa, lasciandolo, tra la gente del posto, come un misterioso angelo deforme caduto dal cielo. Trasformandolo, suo malgrado, in una specie di freak esposto in un circo, per vedere il quale un pubblico malato di morbosa curiosità è disposto a pagare il biglietto.

Da questa premessa, intrigante e grottesca, nasce e si sviluppa «Icaro caduto» monologo scritto e interpretato da Gaetano Colella per la regia di Enrico Messina, ultimo appuntamento sia del complesso della corposa stagione 2018/2019 del CTB che, più specificamente, del Festival estivo del Centro Teatrale Bresciano.

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Il testo è al tempo stesse semplice e complesso, unendo una drammaturgia scevra di virtuosismi dialettici a una articolata alternanza di stili narrativi e di toni recitativi. Dalla poetica dei momenti più propriamente epici (alternativamente baciata e alternata) si passa, negli inserti satirici, agli ammiccamenti di una prosa più materiale, in alcuni casi decisamente e piacevolmente sapida.

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In tutto ciò, Gaetano Colella se la sbriga decisamente bene, dando vita in modo energico e privo di sbavature, attraverso opportune e a volte funamboliche variazioni di gestualità, di posizionamento scenico, di prospettiva e di impostazione vocale, a diversi e ben delineati personaggi.

Riesce, con sostanziale naturalezza, a tenere una rotta di mezzo tra rispetto di alcune suggestioni mitologiche e chiavi di lettura schiettamente terrene e popolari, inducendo nello spettatore (e non è cosa facile per nessuno) riflessioni non banali ed emozioni di diversa, a volte opposta, natura.

Fino al drammatico epilogo (ma non è forse drammatico l’epilogo della storia di ogni uomo che venga al mondo?) sintetizzato, come nel più efficace degli epitaffi, dalla frase che abbiamo scelto di utilizzare come titolo di questa recensione.

Lineare, per non dire spartana, ma efficace la scenografia, coadiuvata da opportuni giochi di grafica luminosa. Meritatissimi i convinti applausi con i quali il pubblico saluta la fine dello spettacolo e della stagione.

E, a proposito di questa ormai trascorsa stagione, mi sia consentito un ultimo “passaggio” su una persona che, pur non calcando mai le assi del palcoscenico, ha contribuito al successo di un tabellone già per suo conto straordinariamente ricco e valido, facilitando e favorendo i rapporti con la stampa e facilitando, a noi tutti, il lavoro d’informazione su tutti gli spettacoli in programmazione.

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Sto parlando della dinamica e sempre disponibile, sollecita e cordialissima Veronica Verzeletti, addetto stampa e comunicazione del CTB. Di sé dice: «Comunicare la cultura, raccontarla attraverso i progetti di Enti e Persone. Questo è ciò che faccio ogni giorno, con passione e soprattutto fantasia» …

E altro non posso fare (aspettando il già prossimo inizio della stagione 2019/2020) che prenderne atto e confermare con grandissima simpatia e stima.

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Icaro caduto

scritto e interpretato da Gaetano Colella

regia Enrico Messina

costume Lisa Serio

scena Paolo Baroni

disegno luci Loredana Oddone

cura del suono Raffaele Bassetti

produzione ArmamaxaTeatro / PagineBiancheTeatro

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GuittoMatto

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Miracolo in via Milano (l’improvvisazione non s’improvvisa)

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Sette giornalisti che arrivano in via Milano da soli o in coppia come cospiratori, in una atmosfera da vecchio film sulla guerra fredda rafforzata anche dall’aspetto del furgone che ci aspetta in via Nullo: un trabiccolo mal ridotto che ha conosciuto tempi migliori.

Le indicazioni, prima di salire a bordo sono scarne ed essenziali, tipo:

1) si consiglia vivamente ai signori cronisti di fare la pipì prima di partire non saranno ammesse soste intermedie;

2) attenti, quando salite , a non sbattere la testa sul montante.

Premesso questo, «Medea in via Milano», versione bresciana di un format drammaturgico “da strada” che ha interessato già numerose località italiane, congiungendo l’impegno artistico con quello della denucia dello sfruttamento sessuale, della tratta degli esseri umani e dell’accoglienza, è a mio avviso un’idea originalissima e ben realizzata.

«Con venti repliche, sette spettatori per volta, si arriva a centoquaranta: non sono decisamente pochi per uno spettacolo di questa originalità e qualità?» ho chiesto al Direttore Gian Mario Bandera, dopo avere assistito all’anteprima che vi racconterò più avanti.

«In effetti sarebbe stato bello poterlo offrire al pubblico bresciano per un mese, ma in questa occasione non è stato possibile. Chissà, magari ci riuscirà di farlo tornare in città» mi ha risposto, aggiungendo di esserne stato favorevolmente impressionato lui per primo

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DA QUESTO PUNTO IN POI SI SCONSIGLIA LA LETTURA A CHI PREVEDE DI ANDARE AD ASSISTERE A QUESTO SPETTACOLO: IN PRESENZA DI PERFORMANCES DEL GENERE, INFATTI, RITENGO PERSONALMENTE PREFERIBILE CHE CI SI LASCI PRENDERE DALLA SORPRESA DELL’INASPETTATO E DALLA SCOPERTA PROGRESSIVA DELL’INCOGNITO.

SE SIETE D’ACCORDO CON ME, NATURALMENTE, STATE TRANQUILLI: QUESTO POST POTRETE SEMPRE LEGGERLO “DOPO”. ALTRIMENTI… ANDATE PURE AVANTI NELLA LETTURA.

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Un attimo prima di partire, sale a bordo lei: una giovane rumena sulla trentina, estroversa e un po’ schizzata, che, fin da subito si impegna a interagire con i passeggeri del furgone, con la spontaneità e la naturalezza di chi quella vita immaginaria l’abbia vissuta (e la stia vivendo) davvero. Così racconta di una fanciullezza difficile, nella problematica e durissima Romania di Ceausescu, di un padre testardo e volitivo inviso al regime costretto, dal professore che è, a inventarsi contadino.

È brava Elena Cotugno, (coautrice del testo -ideato e diretto da Gianpiero Borgia– insieme al drammaturgo “di casa” del CTB, Fabrizio Sinisi) anzi bravissima, sia nella totale immedesimazione nel personaggio, che per un po’ continua baloccarsi in una finta euforia utilizzata come fumogeno per nascondere le irrimediabili fratture che gli hanno spezzato irreparabilmente l’anima, sia nella capacità di coinvolgere il suo pubblico (cioè non giornalista)  attraverso ripetute quanto accorte provocazioni. È brava Elena Cotugno, anzi bravissima, nel veicolare il il parto doloroso delle proprie ossessioni, che come scarafaggi escono fuori dai punti oscuri del passato fuoriesce dai suoi occhi una memoria come una bottiglia di, no, anzi come una bottiglia di lacrime. È brava, Elena Cotugno, a far sorridere e a far commuovere, a mostrarsi al tempo stesso dura e fragile come prezioso cristallo.

La confidenza della violenza subita viene espulsa come una deiezione velenosa, poi si spoglia con la mente e con il corpo, realizzando il paradigma eterno della prostituta che non vuole rendersi conto di ciò che è diventata o che è stata fatta diventare. “Non ho più paura di niente” esclama e ripete, a se stessa più e prima ancora che ai suoi interlocutori,  fingendo di sapere tutto della vita e del mondo, mentre, della vita vera, non sa proprio niente.

L’arrivo di un figlio, anzi di due gemelli, imprevisto e vigliacco, ma accolto con amore con speranza nonostante tutto. L’accettazione, per amore di qualunque sacrificio, anche quello di continuare a lavorare a gravidanza avanzata e di ritornare sulla strada subito dopo il parto. Perché la vita continua, deve continuare come se come prima, e bisogna “contare tutto”, oggetti, situazioni, persone, per non impazzire.

E, siccome l’inferno per certe persone non ha mai fine la scoperta dell’ennesimo tradimento, ben presto seguita dall’abbandono, nonostante la sopportazione e l’acquiescenza, un silenzio sofferto.:

Sai cosa vuol dire sapere tutto e non dire niente?”

E finalmente, se finalmente si può dire in certi casi, il divampare della follia, la possessione da parte di quella Medea che si nasconde e attende in ogni donna, quando il dolore e il disonore diventano troppo ingombranti e urticanti per essere sopportati.

Scende, dal furgone e dalla nostra vita, e dal mondo di superficie, dalla gente “normale”, per tornare nell’inconscio collettivo, nel disordinato andirivieni delle vie cittadine e rintanarsi nella nostra cattiva coscienza.

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Uno spettacolo sorprendente, un originalissimo modo di fare teatro, un efficace strumento di informazione e comunicazione, un evento artistico che si trasforma, per noi fortunati giornalisti, e per coloro che avranno modo di vivere questa esperienza, in qualcosa di profondo e indimenticabile.

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«Abbiamo provato a leggere e a raccontare oltre la superficie la storia di migliaia di esseri umani, partiti dal proprio paese con un sogno che all’arrivo qui in Italia si è rivelato un incubo.Nel grande mare del tema delle migrazioni, abbiamo messo a fuoco il fenomeno che riguarda quelle donne straniere, sconosciute eppure in qualche modo familiari con elementi dell’arredo urbano cui siamo abituati, che popolano le nostre strade. Donne partite alla ricerca di una vita migliore e invece ritrovatesi nel racket della schiavitù della prostituzione» ha spiegato qualche tempo fa Gianpiero Borgia. E non si può dire certo che non ci sia riuscito.

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Elena Cotugno nasce a Ruvo di Puglia (Bari) nel 1984.  Nel 2008 si diploma presso ITACA (International Theatre Academy of Adriatic) in Tecniche e metodologie delle arti drammatiche. Nel 2007 studia presso la LAMDA (London Academy of Music and Dramatic Arts) e a Berlino con il regista e pedagogo Jurij Alschitz. Debutta a Parigi con il regista e pedagogo Anatolij Vasiliev con lo spettacolo “Soirèe Cechov”. Sempre con Anatolji Vassiliev nel 2011 e nel 2012 segue il Master in “Pedagogia della Scena” presso il CTR di Venezia in collaborazione con La Scuola Civica Paolo Grassi di Milano.
Oltre ad importanti esperienze lavorative all’ estero, a Parigi con Anatolij Vasiliev e a Strasburgo con Agnès Adam, ha lavorato come attrice presso importanti teatri nazionali. Dal 2007 al 2009 partecipa a tre edizioni dell’ “International Edinburgh Fringe Festival” con la regia di Gianpiero Borgia con il quale gestisce la compagnia “Teatro dei Borgia” nata nel 2002.

Esperienze teatrali:
2015 – La Locandiera di Goldoni / di Fabrizio Sinisi / regia di Gianpiero Borgia / Teatro dei Borgia.
2014 – L’Indecenza / di Elvira Seminara/ regia di Gianpiero Borgia / Teatro Stabile di Catania.
2014 – Gl’Innamorati di Goldoni / di Fabrizio Sinisi / regia di Gianpiero Borgia / Teatro dei Borgia.
2013 – Volevo essere Amy Winehouse / Elena Cotugno e Michela Diviccaro / regia Gianpiero Borgia / Teatro dei Borgia.
2012 – Oreste di Euripide / di Mariano Dammacco / regia di Nicola Vero / Compagnia delle Formiche
2011 – Valodia le grand et Valodia le petit / di Anton Cechov / regia di Agnès Adam / La Friche Laiterie, Strasburgo con Collectif Spactacle-Labortoire.
2010 – Soirèe Cechov- Le Moine Noir e Valodia le grand et Valodia le petit / di Antòn Cechov/ regia Anatoli Vasiliev/ Theatre de l’Atalante, Parigi / con Collectif Spectacle-Laboratoire.
2009 – Troilo e Cressida / di Williams Shakespeare / regia Gianpiero Borgia / Compagnia delle Formiche, Teatro Pubblico Pugliese.
2009 – “In Serching of Miss Landmine” (spettacolo in lingua inglese)/di Elena Cotugno, Claudia Lerro, Carmen Centrone/ regia Gianpiero Borgia/ Edimburgo Fringe Festival/ Compagnia delle Formiche.
2008 – Yerma (spettacolo in lingua inglese) / di Federico Garcia Lorca / regia Gianpiero Borgia/ Edimburgo Fringe Festival / Compagnia delle Formiche.

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GuittoMatto

 

 

THEATRE

2007 ESCAPING HAMLET Gianpiero Borgia

2007 I DIALOGHI PLATONICI – IPPIA MINORE Christian Di Domenico

2008 yerma di federico garçia lorca Gianpiero Borgia

2009 TROILO E CRESSIDA DI WILLIAM SHAKESPEARE Gianpiero Borgia

2010 IL MONACO NERO DI ANTON CECHOV Anatolij Vasiliev

2011 VALODIA LE GRAND ET VALODIA LE PETIT DI ANTON CECHOV Agnes Adam

2011 MOLTO RUMORE PER NULLA DI WILLIAM SHAKESPEARE  Nicola Vero

 

 

La dinamica è quella del viaggio. Ogni viaggio è una crescita. Come evolve la consapevolezza dello spettatore al termine del tour?
Lo spettatore è insieme ad altri passeggeri, la vicinanza crea relazioni e interazione. È un vero e proprio viaggio che si fa riflessione sul viaggio stesso. Ci si trova esposti, con tutti i sensi coinvolti. Ogni replica è determinata da chi c’è a bordo, molte sono poi le variabili: dal tempo al traffico.

Ma il furgone è permeabile o impermeabile? L’interazione avviene anche con le ragazze della strada?
Per rispetto, quando attraversiamo le zone calde cerchiamo un modo per non essere invadenti. A Bari o Genova è impossibile non passare attraverso le ragazze che “lavorano”, lo facciamo con discrezione, non ci fermiamo mai. Io continuo a raccontare perché l’attenzione non sia solo sulla strada. Poi, facciamo comunque una tappa, scendiamo sui marciapiedi per essere al posto delle ragazze, essere fisicamente lì.

Cosa ritorna uguale in tutte le repliche di questo spettacolo?
Ogni città ha le strade del sesso a pagamento e tutti le conoscono. In ogni città le zone sono divise per etnie. E a ogni replica il pubblico si ferma alla fine dello spettacolo per discutere con me su ciò a cui ha assistito.

Come costruite lo spettacolo adattandolo alle diverse città?
In ogni città contattiamo sempre associazioni e cooperative di riferimento, perché ci aiutino a tracciare un itinerario e a portare avanti la ricerca che stiamo facendo sul tema.

 

Elena Cotugno, Medea per strada

È pur sempre teatro, come salva la verità?
Mi dico sempre che ciò che sto facendo lo sto facendo con uno scopo ben preciso, quello che racconto posso raccontarlo soltanto perché grazie alle associazioni ho avuto contatti diretti e quindi ho un’esperienza diretta di ciò che racconto, e questo mi dà forza.

E la bellezza? Come salvarla dal degrado?
La bellezza è in tutto, dipende con che occhi vogliamo guardare al problema. Tutti conoscono Medea e conoscono il finale. Quando però io scendo dal furgone e incontro il pubblico “da Elena” mi capita che qualcuno mi voglia abbracciare. Li ho portati a vedere con Euripide una realtà terribile e invece di inveirmi contro gli spettatori desiderano riappacificarsi con ciò che si è visto. Io voglio sempre salvare le persone. Si vuole sempre trovare una bellezza, anche nelle cose terribili, nel degrado, c’è sempre un tentativo di riappacificazione con sé stessi.

E per evitare il moralismo?
Partire dal presupposto che sto raccontando Medea. Viene tutto filtrato dal mito, e questo filtro permette di non cadere nel moralismo. Noi stiamo facendo teatro. Io ho una parrucca, però l’obiettivo è la realtà. Il nostro intento è raccontare l’uomo, non fare teatro civile.

 

 

 

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Una Titanica insalata greca

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Che si trattasse di una serata (e di uno spettacolo) del tutto insolita e particolare, si poteva già immaginare.

La conferma viene da ciò che precede lo spettacolo «Titans» (di Euripides Lzaskarides – in prima e unica data italiana al Teatro Sociale di Brescia nell’ambito della rassegna estiva “Un salto nel mito“): una dotta e articolata introduzione di Andrea Scartabellati, studioso di Storia Sociale Europea e, com’egli steso si definisce, studioso di “Storia degli umili”.

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«Spesso accade che sia il corpo, più delle parole, a diventare fonte, documento e testimonianza della società civile» ricorda, prima di dare spazio alla rappresentazione.

Poi tutto comincia con una deflagrazione di luci abbaglianti e suoni alieni, urticanti, disarmonici, vagamente alieni, tra scariche elettriche, inquietanti cigolii e fumi, tra i quali i due performers (Euripides Laskaridis e Dimitris Matsoukas) si impegnano senza risparmio in una serie ininterrotta di intemperanze espressive, verbali e gestuali.

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La scenografia è cangiante, dalle cupe e avveniristiche atmosfere alla Blade runner  al cangiare del palcoscenico in una vecchia e corrosa pellicola cinematografica, alla pista di un circo dell’assurdo, dove si muovono grotteschi clown, alle immagini distorte della più grottesca delle lanterne magiche.

Tutto si stravolge, a partire dal linguaggio che rinnega le parole per estrinsecarsi in una continua concatenazione di versi e singulti a volte buffi, a volte macabri e minacciosi, a volte solo animaleschi. L’uomo –donna incinta, mentre il suo rude compagno imperversa minaccioso, si trasforma in goffo Aspirante Stregone munito anche di regolare scopa magica. Non c’è narrazione,non c’è concettualità razionale, ma solo una corposa serie di richiami simbolici, di distorti ammiccamenti ideologici e anti-ideologici, di sollecitazioni sensoriali di ogni tipo.

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Al punto che, se un messaggio è possibile ricavare dal convulso procedere della rappresentazione, a mio avviso, è (forse) che solo attraverso il caos si può sperare (forse) di recuperare almeno una parvenza di equilibrio.

Il tutto sotto gli occhi di un dio tecnocratico e al neon, immanente quanto gelido e insensibile, che si riconosce e s’immedesima nella luce intermittente e incertissima della conoscenza.

Ecco, questo è quanto. Un monologo, il mio, forse un delirio,  sconnesso, più che una recensione, per non tentare di raccontare ciò che non si vuole e non si può raccontare. Con il pubblico che rimane spiazzato durante e dopo, impegnato a ragionare su quale sia la natura di ciò cui ha appena assistito:  uno spettacolo di grande rilievo ideologico, in bilico tra  simbolismo e richiami classici, oppure una performance senza  capo né coda, forse volutamente, forse no; una meditata quanto arguta provocazione, oppure una pièce assemblata e messa in scena solo per stupire, o per “épater le bourgeois”, come dicono i francesi.

Alternative estreme in riferimento a uno spettacolo, me ne rendo conto, interrogativi destinati con ogni probabilità a restare senza risposta.

Sì, ma che c’entrano i greci con i francesi?

 

PS

Per scelta ho preferito leggere la locandina di presentazione dello spettacolo (che riporto qui sotto) solo dopo avere scritto questo pezzo.

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E, dopo averla letta, mi rendo conto che, forse, non ho capito niente.

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 GuittoMatto

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Immagini di scena inserite a corredo di questo articolo by Julian Mommert ed Elina Giounanli

 

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Brescia, città del Teatro (10) – Perché la vita… è un manicomio.

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Il teatro Agorà di Ospitaletto, con la sua originale platea a gradoni, registra il tutto esaurito in occasione del “saggio” annuale del corso di teatro messo in scena dagli allievi sotto la direzione e la supervisione dell’insegnante, la brava Katiuscia Armanni. Ed è proprio lei regista e coreografa dello spettacolo drammatico (intitolato «La casa dei matti») che, prima che cominci lo spettacolo, si fa carico del saluto di benvenuto e dell’introduzione della serata, i cui proventi sono destinati a finanziare la Casa del Sole di Rovato. Pubblico composito, nel quale si nota, e come potrebbe essere il contrario, quella straordinaria attrice che risponde al nome di Erika Blanc.

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E mentre pronuncia le prime parole che si verifica un di quei piccoli “incidente” che potrebbero mettere in difficoltà un attore meno esperto e meno empatico, non certo lei: le luci che illuminano il palcoscenico non vogliono saperne proprio di accendersi. Katiuscia, da consumata intrattenitrice, coglie invece immediatamente lo spunto per entrare in immediata sintonia con la platea, prima sdrammatizzando l’inconveniente con  accattivante ironia, per poi cambiare fluidamente registro, passando all’introduzione pensosa e malinconica di una pièce drammatica che affonda le proprie origini nell’anima e nella carne della brava autrice-regista e che la Armanni rivela di avere dedicato alla figura di un padre sfortunato quanto amato e, attraverso lui, agli esclusi, ai diversi e a tutti i più fragili. Poi il sipario si apre su una scenografia essenziale, composta da un letto da ospedale e da un gruppo di ricoverati di un struttura psichiatrica ante- legge Basaglia.

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Gli internati vivono in un mondo rovesciato dove anche il riso è disperazione, anzi, spesso è più disperazione del pianto, e “Nulla è così feroce come la situa solitudine del manicomio” .

Il testo è composto da un accorto assemblaggio di parole e poesie tratte dagli scritti e dalle interviste di Ada Merini, che ne costituiscono il prezioso collante, smaterializzandosi in un amalgama di sofferenza e di domande che non possono, né probabilmente potranno mai, ricevere risposta.

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Davvero rimarchevole e degna di menzione la sapienza e la fantasia dimostrate dalla Armanni nella gestione di luci, suoni e coreografie, che gli interpreti della scuola dei “Teatranti” assecondano con una prontezza e un’efficacia straordinaria in rapporto alla giovane pratica del teatro di ciascuno di loro. È lo un alternarsi di momenti scenici altamente evocativi e simbolici, resi più onirici dalla schermatura di un velo che isola quanto accade in palcoscenico in immagini e in movimenti confinati nel mondo alieno e remoto dell’instabilità psichica. Fino a culminare in un quadro finale di grandissima suggestione che vede gli attori riuniti in una figura collettiva che ricorda molto da vicino una tela romantica ottocentesca.

Perché, a ben vedere, “La vera follia è credere di essere sani“.

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Meritati i convinti, prolungati e ripetuti applausi che scrosciano al chiudersi del sipario.

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«La città dei matti» – regia di Katiuscia Armanni, aiuto regia Elide Torri, con Francesca Barone, Stefania Bonassi, Gabriella Cito, Federico Bignotti, Eleonora Borghetti, Silvia Andreoli, Samuele Danesi.

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GuittoMatto

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Brescia e il Teatro: un matrimonio riuscito

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Un Teatro Sociale vestito a festa saluta la ormai tradizionale cerimonia di vernissage della prossima stagione 2019/2020 (battezzata «a riveder le stelle!») con lo splendido colpo d’occhio del “tutto esaurito”.

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Ad accogliere il pubblico e a condurre la serata, come un anno fa, è Daniele Pelizzari, ormai conduttore fatto e finito, questa volta accompagnato da Lucilla Giagnoni.

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Il saluto “istituzionale” è invece appannaggio di Baresani e Gian Mario Bandera. La Presidente pone l’accento sulla natura inclusiva dell’azione del CTB che non rimane nell’ambito dei teatri ma estende sempre più la propria attività in molti altri anditi della Polis.

«Il 31% dei nostri abbonati è costituito da giovani al di sotto dei 25 anni» sottolinea con grande soddisfazione, per concludere con un citazione evocativa: «Il teatro usa la finzione per combattere le finzioni della vita».

È poi la volta del direttore che si chiede se quella denominazione di TRIC – Teatro di Rilevante Interesse Culturale che all’inizio poteva sembrare soltanto una dichiarazione di intenti sia stata rispettata nell’agire del Centro teatrale bresciano.

«Missione compiuta» si risponde, sempre attenti alla natura della parola cultura e come realizzarla nel concreto.

«La stagione che comincerà nel prossimo autunno comprende oltre 40 titoli ai quali si affiancheranno innumerevoli iniziative culturali collaterali. Largo spazio si è dato alla drammaturgia contemporanea, ma senza trascurare la grande tradizione» conclude.

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Poi, uno dopo l’altro, si susseguono le presentazioni degli spettacoli in cartellone dal Falstaff di Franco Branciaroli in avanti. Lucilla Giagnoni dismette poi per qualche minuto la veste di conduttrice per indossare quella della straordinaria attrice che è, presentando il suo magnifica Magnificat attraverso una brillante e provocatoria esaltazione dell’oca. Particolarmente interessante la produzione CTB Viaggio al centro della Terra, tratto dall’omonimo romanzo di Jules Verne, il cui breve estratto è stato letto da Fausto Cabra. E ancora, ancora, gli spettacoli inseriti in una programmazione che definire sontuosa potrebbe sembrare riduttivo, tra i quali ci piace segnalare La materia oscura, La monaca di Monza, Prima della pensione (con i fantastici Elena Bucci e Marco Sgrosso), La parola giusta (con Lella Costa), Manuale di volo per uomo (Simone Cristicchi) e 124 secondi (Alessandro Mor e Alessandro Quattro)… E qui mi fermo, ma solo in questa elencazione, perché ce ne sono veramente tanti altri da vedere.

Buon Teatro, bresciani.

 

  GuittoMatto

 

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Che storia, «La storia»!

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    Il romanzo:

La vicenda del romanzo (pubblicato nel 1974) si svolge tra il 1941 e il 1947, sullo sfondo drammatico di una Roma devastata dalla guerra e poi avviata verso un’incerta ricostruzione. Qui vive Ida Ramundo, timida maestra elementare, di origine per metà ebraica, rimasta precocemente vedova e con un figlio, Nino. Viene violentata da un giovanissimo soldato tedesco, e resta incinta. Malgrado la vergogna di quel concepimento, quando nasce, Useppe porta nella vita di Ida e di Nino una nota di allegria e di speranza. Ida deve rifugiarsi a Pietralata, a causa dei bombardamenti, e qui soffre per la promiscuità e la miseria. Il piccolo Useppe conserva la propria felicità, mentre Nino raggiunge i partigiani. Terminata la guerra, la vita sarà ancora più difficile: Nino pensa di dover continuare, a modo suo, la lotta armata, tanto da finire ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia; quanto all’amico David Segre, che aveva condotto Nino fra i partigiani, si uccide con la droga. Anche Useppe muore, dopo un attacco di epilessia: quella malattia è come una protesta contro l’inesattezza della vita. A essa si rassegna invece, con tranquilla pazzia, la madre, incapace di scelte alternative.

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    L’autrice:

Nata a Roma nel 1912, Elsa Morante dimostrò fin da giovanissima una notevole attitudine alla scrittura, cominciando a comporre poesie, fiabe e racconti che, negli anni successivi, avrebbero fatto la loro comparsa su giornali e riviste come Il Corriere dei piccoli e Oggi; Fu la prima scrittrice donna a vincere il Premio Strega con il romanzo L’Isola di Arturo (Einaudi), Elsa Morante e una delle più importanti autrici del Novecento italiano: poetessa, saggista, ma soprattutto romanziera, ha consegnato alla storia letteraria titoli come Menzogna e sortilegio (Einaudi) e La Storia (Einaudi), libri fondamentali della letteratura italiana.

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    Il film:

«La storia» è un film del 1986 diretto da Luigi Comencini, tratto dall’omonimo romanzo pubblicato nel 1974 da Elsa Morante.

Il film è stato girato per la televisione ma ne è stata distribuita una versione ridotta (135′) destinata al circuito cinematografico.

Fu presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia del 1986.

Regia: Luigi Comencini – Sceneggiatura: Suso Cecchi D’Amico e Cristina Comencini – Protagonisti principali: Claudia Cardinali

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 Lo spettacolo:

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Tutto comincia con uno stupro.

Forse anche prima, dal momento stesso della nascita di Ida, che in realtà doveva chiamarsi Aida, se non fosse stato per l’addetto dell’anagrafe incaricato di registrarne il nome, e anche questo può essere un inquietante segno del destino.

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Così interpreta e traduce il testo il drammaturgo Marco Archetti, e nello stesso spirito lavora l’accorta e immaginifica regia di un Fausto Cabra in gran spolvero, Una versione novecentesca dell’antica tragedia classica, con tanto di maschere (immateriali ma percetibilissime) indossate, a turno, dai tre attori.

La modalità espressiva è data da un agire teatrale incatenato a brani del romanzo e, nello stesso tempo, in volo libero tra simboli e stereotipi, orientato, per tutta la durata della pièce (che non annoia né incespica mai dall’inizio alla fine) alla narrazione della storia (quellabellissma, ma con la minuscola scritta da Elsa Morante) parallelamente al dipanarsi della Storia (con la maiuscola) che racconta del dramma di una nazione che si aggiunge e si sovrappone al dramma di una famiglia particolarmente disgraziata.

Fissati in modo indelebile sulla scena e nell’immaginario del pubblico, alcuni momenti, tra i quali ricordiamo con emozione la sequenza della violenza subita da Ida da parte di un soldato tedesco ubriaco e infelice, lo straniamento di Useppe al centro di un boschetto intricato quanto i suoi pensieri malati, e…

… le tre morti: quella drammatica di Nino, quella straziante e pietosa di Useppe, quella interiore di Ida, che arriva molto prima di quella naturale.

Poi c’è la denuncia, perfettamente in linea con il registro dell’autrice, degli orrori della guerra, della violenza e delle insidie derivanti da fascismo e razzismo, delle più urticanti diseguaglianze sociali, a più riprese urlata (interiormente ed esteriormente) dai personaggi della pièce, compreso il ribelle “amico di famiglia” David Segre.

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Semplicemente perfetti gli interpreti (Franca Penone, Alberto Onofrietti, Francesco Sferrazza Papa) che danno anima (e che anima) a Ida, Nino, Useppe e gli altri. Tutto, attraverso loro, prende anima, anche un neonato, anche due cani, così come seppe a suo tempo fare la penna ispirata e felice di Elsa Morante, sia che si tratti di personaggi principali o secondari.

Per quanto riguarda la scenografia, l’autentico sfondo incombente del dramma non è il telo nero che pur rende suggestivo il succinto arredo, ma un’Italia (e non solo) gravemente ammalata, perché «il Potere è la lebbra del mondo».

Efficacissima la gestione dei suoni e, soprattutto delle luci, che non poco contribuiscono al totale coinvolgimento degli spettatori che gremivano il Teatro.

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Meritatissimi i lunghi e scroscianti applausi che hanno più volte richiamato sul palcoscenico gli attori e gli altri artefici di questo straordinario appuntamento bresciano.

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    GuittoMatto

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