Agli americani piace il lieto fine, agli italiani… meno.

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Si è conclusa oggi pomeriggio al San Carlino la prima “sessione” di «Teatro aperto», la rassegna di letture sceniche ideata, organizzata e realizzata da Elisabetta Pozzi.

Nonostante il clima, nelle vie della città, sia ormai irrimediabilmente natalizio, «Bambino mio divino», titolo della pièce della drammaturga statunitense Carol Carpenter, non c’entra assolutamente nulla con la ricorrenza della natività di Nostro Signore.

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La trama è piuttosto cruda:

Jimmy (Fulvio Pepe), legale di un certo successo, malato però di attacchi di rabbia improvvisi e pregiudizi omofobi, al rientro in casa, scopre il figlio quindicenne Tyler a letto, nudo, con un uomo adulto, nudo anche lui. Scosso dalla scena, picchia a sangue il figlio che finisce in coma in ospedale. Al capezzale del ragazzo si alternano i componenti di una famiglia disastrata che, oltre al padre snaturato, comprende una nonna bigotta (Nonna Jo – Elisabetta Pozzi), la madre alcolizzata (Suzanne – Anna Scola) e la zia (Jennifer, donna in carriera sin troppo pragmatica – Carlotta Viscovo). Unico personaggio positivo e fattore di equilibrio l’insegnante di musica Kenny (anch’egli omosessuale – Alessio Maria Romano vittima anch’egli, in giovinezza, delle percosse di Jimmy.)

Dal confronto di questi personaggi, lungi dal compattarsi al cospetto di un’autentica tragedia domestica, ciò che viene fuori è il peggio del peggio e gli angoli, invece di smussarsi, si acuiscono fino a diventare aguzzi e taglienti come coltelli. I

Finché, nell’approssimarsi dell’epilogo. Senza che se ne spieghino bene le motivazioni e la genesi, dalle macerie morali di una negatività concentrata persino in misura esagerata in un solo nucleo familiare,  da un momento all’altro, senza però che se ne illustrino bene le ragioni, dalle macerie spunta una sia pur tenue luce di speranza, resa intollerabilmente caramellosa da una preghierina recitata in comune e dal canto corale di una dolce melodia.

Una volta, a Torino, il grande Ed Mc Bain mi confidò che di un suo meraviglioso romanzo (“Conversazioni criminali”) avevano acquistato i diritti di trasposizione cinematografica Tom Cruise e Nicole Kidman. Beh, nion arrivò mai sugli schermi perché i due si ostinavano a chiedere a Mc Bain di cambiare il drammatico finale e lui… non ne voleva (e coerentemente non ne volle) sapere.

Niente da fare: secondo gli americani al pubblico piace solo il lieto fine.

 

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Molta carne al fuoco, insomma (omosessualità/omofobia, dipendenze varie, manie religiose, contrasti sociali, la vacuità di una certa provincia americana, fattori stressanti di varia natura) ma poco o nulla di veramente nuovo. Per fortuna l’essenziale ma efficace lavoro della regia e la maestria di tutti gli interpreti (accidenti quant’è brava Elisabetta anche nel casting!) regalano comunque allo spettacolo una certa attrattiva, confermata dai convinti applausi finali tributati dal pubblico che (more solito) gremiva il teatro.

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Brescia, città del Teatro (15) – I Clowndestini e l’eterno incontro-scontro

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In principio erano così…

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La prima “versione” del gruppo comico bresciano Clowndestini, ripresi qualche anno fa al  Caffè Letterario Primo Piano, insieme a Patrizio Pacioni

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Ora, invece, sono così: 

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Maria Angela Sagona e Marco Passarello, gli attuali Clowndestini,

applauditi al termine dello spettacolo di ieri sera al Teatro Colonna.

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Si potrebbe tranquillamente affermare che l’inizio ideale dello spettacolo «C’eravamo tanto sbagliati» andato in scena sabato scorso al Teatro Colonna, è la frase «In principio Dio creò il cielo e la terra» cui seguono, qualche riga più avanti altre significative e conosciutissime parole come «Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo».

Bene (anzi, male!) Maria Angela e Marco nei 75 minuti di spettacolo ce la mettono tutta per dimostrare che chiunque può sbagliare, e se si dice “chiunque” vuol dire anche “Chiunque” con la “c” maiuscola.

Insomma, l’idea del Creatore di perpetuare la specie umana mediante il connubio uomo-donna non fu esattamente delle migliori, così come quella di rendere più appetibile, tra tanti, con il fascino arcano del proibito, un albero di mele tra tanti (io per esempio preferisco pesche e ciliegie).

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Partendo da Adamo ed Eva, passando rapidamente e con grande agilità per un pensoso Dante e una disinibitissima Beatrice, per le nostalgie da casa chiusa di un picciotto-icona, per arrivare infine agli scogli e ai pericoli che nasconde la navigazione in rete soprattutto nei rapporti tra sessi diversi, i due Clowndestini divertono e si divertono, esprimendo al meglio le proprie qualità interpretative: Marco con la costruzione del perfetto stereotipo del trentenne italico da terzo millennio, vagamente sfigato e moderatamente retrò in memoria delle “feste” in casa e delle gite fuori porta, Maria Angela vestendo con straordinaria disinvoltura i panni di una donna a metà tra la tradizione di genere e la proiezione verso il futuro, sempre in bilico tra sogni e pregiudizi.

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Teatro gremito in ogni ordine di posti, pubblico (in media piuttosto giovane) partecipe e generoso nell’applauso finale. 

Ennesima dimnostrazione che nella nostra città il movimento teatrale è fecondo di iniziative ed eventi capaci diversificati, capaci di interessare diversi strati cittadini e di interagire nel più efficaci dei modi con ciascuno di loro.

 

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Categorie: Teatro & Arte varia.

Lella Costa incanta e commuove Brescia

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Lella Costa conosce come pochi altri la magia  del palcoscenico

Parlo di quella specie d’incantamento attraverso il quale un attore (in questo caso un’attrice) riesce sin dalla sua comparsa in palcoscenico a catturare l’attenzione del pubblico e a non mollarla più finché non finisce lo spettacolo. Coinvolgendo, intrigando, indignano e commovendo gli spettatori, senza dimenticare mai di farli sorridere.

«La parola giusta» (vds. il precedente articolo di Bonera.2  nella rubrica Goodmorning Brescia https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-168-una_memoria_preziosa/) il monologo scritto da Marco Archetti per la regia di Gabriele Vacis, ricordi e riflessioni sulle due stragi che dilaniarono a cinque anni di distanza prima Milano e poi Brescia, sembra fatto su misura per esaltare le qualità dell’artista milanese: un suggestivo e colorito patchwork, più che un affresco, scandito dal boato delle bombe (che poi sono solo manifestazioni diverse di quella stessa bomba che venne utilizzata per ogni attentato negli anni bui del piombo e delle stragi) e strutturato sul percorso di un amore sfortunato, pulito, trasparente ma non abbastanza solido (nessun amore potrebbe esserlo) per resistere anche all’esplosiva strage del tritolo e agli indicibili e ignobili intrighi che lo innescarono.

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Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è CTB6.jpg L’affollatissimo Foyer del Teatro Sociale prima dell’inizio dello spettacolo

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Il primo viaggio sulla Luna, il sogno spezzato del Cile di Allende, il movimento hippy,  Jimi Hendrix e la nascita della nuova consapevolezza femminista e delle lotte per i diritti e l’uguaglianza delle donne servono egregiamente a trasportare i presenti nell’atmosfera di quegli anni straordinari, nel bene e nel male.

I giovani Daniela e Antonio sperimentano sulla propria pelle la forza devastante dell’eversione e dei complotti di stato in piazza Fontana, il 12 dicembre del 1969, poi si perdono, per ritrovarsi da attoniti osservatori da lontano (ma non troppo), avendo già imboccato diversi e divergenti percorsi di vita, in occasione della strage di Piazza della Loggia

Di grande efficacia la scenofonia “povera” di Roberto Tarasco, con la riuscita di quegli ombrelli calati dall’alto (veniva giù acqua a dirotto, il 28 maggio 1974) capaci di riparare dalla pioggia ma non dal diluvio di lacrime e dolore che si riversò sul Paese in quegli anni terribili.

Il primo viaggio sulla Luna, il sogno spezzato del Cile di Allende, il movimento hippy, Jimi Endrix e la nascita della consapevolezza e della lotta femminista per i diritti della donna servono egregiamente a trasportare i presenti nell’atmosfera di quegli anni straordinari, nel bene e nel male.

Alla guisa dei maestri vasai dell’antica Cina, che usavano screziare i loro ineguagliabili vasi con un passaggio dell’unghia, perché la loro perfezione non  suscitasse l’invidia degli dei, consentitemi di dissentire su un passaggio dello spettacolo, ovvero su quel passaggio tra la narrazione “milanese” e quella “bresciana” in cui si cede alla tentazione di un ragionamento educativo di cui, francamente, non si manifestava alcuna necessità: la suggestione del testo e la mostruosa bravura di Lella Costa, infatti, da soli avevano e hanno facoltà di toccare cuori e menti di tutti gli spettatori: sono sempre stato convinto che il Teatro possa debba esprimersi e risultare vincente con queste sole (invincibili) armi, senza bisogno di ricorrere a postille e spiegazioni aggiuntive.

Un minuscolo granello di polvere sul piano lucido e splendente di un monologo di grandissima intensità, sempre alla ricerca, rispettando il titolo, di quella parola giusta che, a volte, come nel caso dei funerali delle vittime della strage di Brescia, coincide con il silenzio dolente e solenne di duecentomila persone ammutolite dallo sdegno e dalla compassione.

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Un prezioso dono per il pubblico bresciano, accorso numerosissimo. che alla fine ha manifestato il proprio entusiasmo con uno scrosciante e lunghissimo   applauso. 

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Brescia, città del Teatro (14) – A San Polino l’Antigone che non ti aspetti

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​​Il Piccolo Teatro Libero di Sanpolino, spazio gestito dall’Associazione culturale Llum, è giunto alla sua quarta stagione con importanti novità. Da questa edizione l’associazione collaborerà con Spazio Aità e con la compagnia teatrale Scimmie Nude di Milano. Oltre alla messa in scena di numerosi spettacoli tradizionali e innovativi, ma tutti di garantita qualità, quest’anno offrirà un ampio ventaglio di laboratori dedicati al teatro (per adulti, per bambini e per ragazzi), alla voce, alla dizione e alla danza.

Ieri sera è andato in scena il dramma  «A – jazz d’altomare», liberamente ispirato all’  «Antigone» di Sofocle.

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Il dramma:

La prima rappresentazione dell’Antigone di Sofocle (che, con l’Edipo re e l’Edipo a Colono, fa parte del Ciclo tebano) andò in scena nel 442 a.C. ad Atene, durante la celebrazione delle Grandi Dionisie,  una grande manifestazione d3edicata al dio, nel corso della quale  si teneva solennemente anche un concorso riservato alle tragedie. Il drammaturgo fa di Antigone, nata dal rapporto incestuosio di Edipo con sua madre Giocasta, della discendenza di Cadmo, fondatore di Tebe, un personaggio emancipato che, in nome della morale, si oppone a leggi arcaiche fondate su una rigida concezione dell’onore.

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La trama:

L’opera racconta la storia di Antigone, che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte (che invece aveva permesso l’inumazione dell’altro fratello  Eteocle). Una volta scoperta la donna viene condannata dal re a vivere il resto dei suoi giorni imprigionata in una grotta. Quando Creonte, convinto dalle profezie dell’indovino Teresia, decide di tornare sui propri passi e di liberarla, è però troppo tardi: Antigone si è suicidata per impiccagione. La sua morte violenta porta altre morti: quella di Emone (figlio di Creonte e promesso di Antigone) e di Euridice (moglie di Creonte) lasciando il Re a meditare sulla propria stoltezza..

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Lo spettacolo:

«A – jazz d’altomare» è una rivisitazione dell’Antigone di Sofocle in chiave contemporanea che vede in scena Alice Salogni, Elena Guitti e Paolo Ambrosi con la regìa di Fabio Maccarinelli. 

Operazione coraggiosa e spregiudicata, alla quale mi sono approcciato non senza un pizzico (forse più di un pizzico) di diffidenza, amante come sono del grande teatro classico, con la convinzione che ogni operazione di  elaborazione e “modernizzazione”  debba essere affrontata con il massimo rispetto del testo e grandissima attenzione.

Nel caso di «A – jazz d’altomare», però, mi sono dovuto  felicemente ricredere: l’opera combinata della regia di Fabio Maccarinelli e della recitazione di Alice Salogni, Elena Guitti e Paolo Ambrosi, parrticolarmente ispirati e calati nelle parti esasperate e rabbiose dei personaggi cui danno vita e spessore.

Una recitazione di nervi, la loro, una recitazione carnale ed esasperata, volutamentre nevrotica e violenta, che si svolge in un ambiente scenografico rovesciato come un guanto, con il pubblico sistemato dove normalmente è posizionato il palcoscenico e gli attori che si muovono e recitano all’interno di un circolo di spettatori, suggerendo tempi e atmosfere di un combattimento da strada. Low cost ma geniali e di eccezionale efficacia e suggestione le scenografie ispirate al cordame delle antiche navi e corredate di sorprendenti accorgimenti.

Battuta dopo battuta, scena dopo scena, si chiarisce l’intento ideologico del progetto di Fabio Maccarinelli: quello di sintetizzare in Antigone quella pietas civile che sempre più si va invece perdendo e dimenticando, nei confronti dei deboli, degli oppressi, dei morti per fame, per guerra, per annegamento nel corso di disperate migrazioni,  per strage.

Alla fine si  spoglia della sua veste rosso sangue, Antigone, e diviene essa stessa perseguitata, migrante. vittima del sistema, gridando uno per uno, insieme agli spettatori (a quel punto totalemente coinvolti emotivamente),  i nomi di morti sconosciuti e misconosciuti.

Non so perché ma sempre più alle fattezze del suo volto e della sua fisicità si sovrappongono quelle di una donna, una capitana coraggiosa e combattiva dei nostri tempi che di nome fa Carola.

Realizzo poi, tornando a casa nella notte di pioggia, che la tragedia greca non è solo mito, non è solo leggenda… è paradigma.

 

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(a)Verne, di spettacoli così!

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L’opera:

Il romanzo di Verne (pubblicato per la prima volta nel 1864) oltre a notevolissimi elementi di novità, contiene spunti che rivelano chiari collegamenti con la letteratura precedente. Un esempio tra tutti Edgar Alla Poe che aveva anticipato in alcuni racconti fantastici quella tipica commistione di elementi scientifici e immaginari c Giacomo Casanova, nel suo Icosameron. Per non parlare della discesa all’inferno di Dante Alighieri, che porta il Sommo Poeta fino al centro del pianeta. In questo romanzo Verne probabilmente sapeva di fare molta più fantasia che scienza. Era infatti già ben noto che il centro della Terra doveva giungere a temperature insopportabili per gli esseri umani, sebbene la cosa fosse ancora in discussione tra molti scienziati dell’epoca. Era anche ben noto che più ci si avvicinava e più si avevano scosse sismiche di magnitudo molto più potenti di quelle ad oggi conosciute per via dello scivolamento delle placche oceaniche e continentali. Verne, nel complesso, tiene molto più in considerazione l’esigenza di presentare una trama spettacolare che quella di fornire corrette informazioni scientifiche o di formulare congetture ragionevoli sulla struttura dell’interno del pianeta.

La trama:

Orientato dalla scoperta di una pergamena misteriosa, il professor Otto Lidenbrock di Amburgo decide di esplorare il centro del pianeta. Accompagnato dal nipote Axel e dalla guida islandese Hans, entra nel mondo sotterraneo attraverso il cratere di un vulcano spento. Man mano che scende nel ventre della Terra, scopre un fantastico mondo pieno di grotte, passaggi, tunnel e strapiombi, ma anche un mare illuminato da aurore boreali in cui vivono creature estinte da milioni di anni… Scritto in un’epoca in cui la scienza geologica muoveva i primi passi, Viaggio al centro della Terra è soprattutto un grande racconto d’avventura, tra i più belli che la straordinaria fantasia di Verne abbia creato.

Al cinema:

Viaggio al centro della Terra 3D (Journey to the Center of the Earth) è un film in 3D del 2008 diretto da Eric Brevig. Più che il remake dell’omonima pellicola di Henry Levin del 1959 è in sostanza un seguito ambientato nel XXI secolo, del romanzo di Verne, che si svolgeva invece nel XIX secolo.

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Foto © Masiar Pasquali

 

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Foto © Masiar Pasquali

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Lo spettacolo:

In certe occasioni (e «Viaggio al centro della Terra – Racconto in do maggiore per voce solista e servo di scena» è una di queste) per un critico risulta difficile da dove cominciare con gli apprezzamenti: la scenografia, gli attori (In questo caso l’attor e), o la regia?

Dunque meglio andare per ordine e cercare di collegare  in modo funzionale quegli elementi  che contribuiscono a offrire al pubblico un buono spettacolo.

Cominciamo allora dalla scenografia, suggestiva nel ricreare attraverso la realizzazione di elementi di carta l’atmosfera del teatro di una volta e geniale nell’adozione di alcuni accorgimenti semplici ma di sicura efficacia: da una poltrona a tutto servizio, che da elemento di salotto ottocentesco tipo “Club dei Viaggiatori” si trasforma in base d’appoggio, in imboccatura di un pozzo e in avventurosa zattera, alle onde tempestose evocate dal frenetico agitare di grandi fogli azzurri.

Di Graziano Piazza si può dire che appare talmente calato nel personaggio di Axel, da potersi ipotizzare che  al momento di partorirlo, sua mamma abbia pensato intensamente alla lettura giovanile dei romanzi di Verne. Ispirato, sempre perfetto in ogni momento dello spettacolo, dalla narrazione avventurosa e coinvolgente dei fatti, alla riflessone, alla concitazione dell’azione. Se dovessi  assegnare un voto pere la prestazione di questa “prima”, opterei per un nove solo perché la perfezione non è di questo mondo.  Anche l’apporto in qualità del silenzioso “servo di scena”, escogitato per l’occasione dalla regia, di Nicola Pighetti è assolutamente inappuntabile.

Elisabetta Pozzi, la cui valentia da attrice è universalmente nota, si rivela e si conferma anche regista al tempo stesso fantasiosa e attenta a ogni dettaglio, capace di gestire un testo di non facile approccio per il teatro con i tempi e i ritmi giusti. Una sorpresa solo per chi non la conosce abbastanza, che accende l’attenzione e il desiderio di sperimentarla ancora presto anche in questo ruolo al di là delle quinte.

Ottimo e pertinente anche l’accompagnamento musicale predisposto da Daniele D’Angelo e la (come sempre) perfetta gestione delle luci di Cesare Agoni.

Il generoso pubblico bresciano, manifesta tutto il suo gradimento con sonori applausi e ripetuti richiami in scena (ne ho contati sei ma forse me ne è sfuggito qualcuno) di Graziano Piazza.

Per chi non c’era, restano ancora poco meno di quattro settimane per andare a goderselo al Teatro Mina Mezzadri.  Occasione, a mio avviso, da non perdere.

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VIAGGIO AL CENTRO DELLA TERRA da Jules Verne regia Elisabetta Pozzi con Graziano Piazza drammaturgia Elisabetta Pozzi, Daniele D’Angelo musiche Daniele D’Angelo scene Matteo Patrucco luci Cesare Agoni costumi Mariella Visalli produzione Centro Teatrale Bresciano.

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Brescia, città del Teatro (13) – EMI, ovvero dell’immortalità della morte

 

Dell’Associazione Alchimia abbiamo già parlato diffusamente proprio nell’ambito di questa rubrica ( su queste pagine elettroniche –  undicesimo articolo della sereie) https://cardona.patriziopacioni.com/brescia-citta-del-teatro-11-ce-alchimia-in-palcoscenico/ .

Ieri sera, al Teatro Sant’Afra, ho assistito all’ultimo appuntamento degli eventi in programma per celebrare il ventesimo anno di vita dell’associazione:  «EMI – Una storia come tante...» 

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Il tema dell’opera:

Tutti muoiono, affetti e persone che ci sono indifferenti, oppure ostili.

Tutto muore, prima o poi.

E ci sono mille modi di affrontare la morte: la paura, il rifiuto psicologico, la rassegnazione, l’elaborazione logica, la rabbia.

Un uomo che ha perso la madre, un altro che ha perso la donna amata, un terzo che è stato privato del figlio, rappresentano diverse angolazioni dello stesso problema, dello stesso strazio, in un dialogo disarticolato attraverso il quale si intrecciano considerazioni spesso (ma non sempre e non del tutto), discordanti e dissonanti.

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Lo spettacolo:

La regia di Massimo Alberti (anche autore dell’opera) sceglie la strada dell’espressione multidisciplinare, attraverso l’utilizzo combinato di recitazione, musica elettronica e movimenti di danza, ricavando da un (forse deliberatamente) testo piuttosto statico un’ora di spettacolo godibile e stimolante.

Decisamente positiva la prestazione degli attori “auto-narranti” (con lo stesso Massimo Alberti, Luca Muschio e Marco Passarello) e di una Maria Angela Sagona, simbolo languido e dolente di ogni persona e di ogni figura defunta, efficace nel ruolo di supporto e connettivo della recitazione corale.

Stimolante la colonna sonora, basati su movimenti semplici ma suggestivi i passaggi di danza opera della coreografa Sisina Augusta, ottimamente eseguiti dai ballerini, perfettamente in linea e adeguata la pur minimale scenografia.

Dell’eccessiva staticità della scrittura e della mancanza, alla fine, dell’emersione di una posizione sul tema e di una proposta ben definita, si è accennato più sopra. Del gradimento espresso dal pubblico con prolungati e convinti applausi, invece, lo scrivo adesso.

Resta il felice ventennio dell’attività di Alchimia. 

E questa sì, che è una gran bella notizia!

 

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Brescia città del Teatro (12) – Moltisanti… in paradiso

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In questa scena mossa e frenetica, Andrea Moltisanti è quello a sinistra. Di origine siciliana, l’eclettico attore che ho l’occasione e il piacere di presentarez attraverso questa intervista, coltiva la sua passione per il teatro facendo la spola tra Brescia e Milano, tra il tragico e il brillante, tra il teatro classico e quello contemporaneo.

L’incontro, avvenuto presso il Piccolo Teatro Libero di San Polino, coincide con l’avvio di una nuova e sfidante avventura da palcoscenico che vede coinvolto anche qualcuno che i frequentatori di questo blog conoscono già molto bene.

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Una laurea in lettere e una solida esperienza di docente nella Vita 1, tanto studio, tanta applicazione e tanta passione per il teatro nella Vita 2. Qualcuno disse «Il teatro è specchio della vita. Quindi rappresentazione verosimile, ma bugiarda e ingannatrice, perché tutto quello che nel reale è a destra nell’immagine riflessa appare a sinistra, e viceversa». Ci puoi parlare del tuo innamoramento per la recitazione e di come hai saputo conciliare queste metà asimmetriche e diseguali di te?

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La mia passione per la recitazione nacque per caso, quando da studente lavoravo come maschera nei teatri cittadini. Una volta che gli spettatori si erano accomodati e lo spettacolo era iniziato la cosa più naturale per me e per i miei colleghi era guardare lo spettacolo, una volta, due volte e (perché no?) anche tutte le sere. Inevitabile dunque innamorarsi di quel linguaggio così particolare e suggestivo che solo sulle assi del palcoscenico è possibile immaginare. Da lì i primi corsi di recitazione, la collaborazione con varie compagnie bresciane e infine la scuola di teatro Quelli di Grock a Milano. Tu dici che il teatro riporta un’immagine ingannevole della realtà, ma io non ne sono convinto fino in fondo. Il teatro è un concentrato di vita, e spesso mi sono sentito più autentico interpretando qualcuno dei miei personaggi che nella vita “vera”. Ma la questione è complessa e non si può esaurire in questa occasione.. Ti posso però dire che, citando Eco, anche se lui si riferiva alla lettura, chi ama e pratica il teatro vive mille vite, la propria e quella dei suoi personaggi. Ed è questo ciò che mi affascina. Ti dico anche un’altra cosa: per la mia formazione, basata fondamentalmente su percorsi umanistici e letterari, il teatro è un modo interessante per unire questo aspetto intellettuale con altri aspetti più pratici e, passami il termine, “artigianali”. Montare una pedana di legno per una scenografia, gestire un problema legato ai diritti d’autore, effettuare un bonifico estero per pagare un autore o farsi pubblicità per uno spettacolo sono tutte cose che impari sul campo e che rendono il teatro un’attività quanto mai varia e interessante.

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Sul palcoscenico incontri ravvicinati con Shakespeare e Neil Simon, prima di cimentarti con un autore contemporaneo degli antipodi o giù di lì, con la sottile e intrigante pièce dell’australiano Timothy Daly «L’uomo in soffitta». Va bene che l’eclettismo è una delle principali doti che devono fare parte del bagaglio di un attore, ma… Insomma, dopo aver consumato queste esperienze, senti che ti “calza” meglio la drammaturgia classica o quella moderna?

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Drammaturgia classica senza dubbio, anche perché il classico non smette mai di essere attuale.

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La messa in scena de «L’uomo in soffitta» (alla quale mi sento di augurare di cuore, nel prosieguo del suo cammino, la fortuna che merita un lavoro ben fatto) coincide con l’inizio della tua collaborazione con la Compagnia del Barone. Ti chiedo intanto cosa ha ispirato il nome del gruppo, in un’Italia che più repubblicana di così non si può. Con l’occasione, parlaci della natura, della filosofia e della rotta di questa iniziativa teatrale.

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Il nome della Compagnia del Barone nasce per gioco dal soprannome che nella mia cerchia di amici molti usano per riferirsi a me. Perché Barone? Per le mie origini sicule e per il fatto che adoro il rito e l’abitudine. Da qui il vezzo di fare l’eco alle compagnie elisabettiane “The Lord Chamberlain’s men” e “King’s men“. Questa l’origine del nome. La filosofia che è alla base del gruppo è il progetto autonomo. Dopo anni di produzioni con compagnie di altri ho avuto voglia di creare un’impresa mia. Siamo partiti in quattro nel 2015 e siamo in quattro anche adesso, anche se la formazione non è quella originale. L’idea, dicevo, è quella di gestire in modo autonomo tutti gli aspetti della produzione, dall’affitto della sala prove ai contatti col service, dalla scelta del testo alle modalità di vendita e pubblicità. Tanti oneri insomma e, si spera, tanti onori!

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Per ogni attore c’è un’opera che si augura, più di altre, di avere occasione di interpretare almeno una volta nella vita. Soprattutto c’è un personaggio nei cui  panni si sogna di andare  in scena. È così anche per te? Dai, dicci qual è!

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Il personaggio che prima o poi spero di interpretare?Mercuzio, assolutamente!

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E veniamo al futuro, in particolare al dramma che Patrizio Pacioni ha tratto dal bel romanzo di Entico Luceri (uno dei giallisti italiani più ispirati e apprezzati di questo primo scorcio di millennio) «Punto improprio», che andrà in scena con te e Cecilia Botturi come protagonisti, per la regia di Fabio Maccarinelli. La domanda è: cosa è stato, nel testo, a spingerti a imbarcarti in questa avventura? Qual è stato l’approccio con il personaggio al quale ti appresti a dare voce e spessore?

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Parlando di «Punto Improprio» (e scrivo queste parole alla vigilia della premiazione di Patrizio Pacioni primo classificato proprio con questa opera nel prestigioso concorso Tragos dedicato alla memoria di Ernesto Calindri…in bocca al lupo a lui per domani!) ti dico subito che il testo mi ha convinto alla prima lettura. Il giallo è il mio genere preferito e non è facile -in questo settore- trovare un testo che si adatti al palcoscenico. La proposta che mi è stata fatta, dunque, era un po’ quello che cercavo. I colpi di scena poi sono molto suggestivi e mi fanno pensare ad altre opere che ho letto e che che ho amato: “Sleuth” di Antony Shaffer (da cui il celebre film “Gli insospettabili” con Caine e Olivier) e “Variazioni enigmatiche” di Smith. È decisamente il mio genere e sono sicuro che il genio di Fabio lo renderà davvero emozionante. Il personaggio che interpreterò mi infastidisce abbastanza da farmi capire che parla molto di me, sarà quindi un interessante viaggio alla scoperta dei nostri lati oscuri. Insomma, non vedo l’ora di iniziare!

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La vita secondo Lucilla? Un magnifico Gioco dell’Oca.

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Appare a sorpresa nel corridoio centrale della platea e, non dimenticando neanche in questa occasione il consueto anatema contro i cellulari eventualmente e incautamente ancora accesi in sala, cominci a conversare con il pubblico, il suo pubblico, che la ama e la segue con ammirazione, cieca fedeltà e un pizzico di devozione.

Lucilla Giagnoni, disinvolta e brillante, chiede contro chi o che cosa combattano gli spettatori che le sono attorno, accenna ai suoi sogni e ai suoi miti, da Marylin Monroe a Pinocchio, poi, suscitata l’empatia generale come solo lei sa fare, si accinge a salire finalmente sul palcoscenico introducendo il personaggio guida della serata: l’Oca.

La fedele, sacrale Oca, animale tragico e ridicolo al tempo stesso, dunque teatrale per eccellenza.

Un po’ divulgatrice, un po’ narratrice, un po’ imbonitrice, molto ma molto attrice, Lucilla Giagnoni è quella di sempre, giocoliera della parola, evocatrice di ricordi, funambola della voce e dell’espressività.

Il suo «Magnificat» è un inno religioso declinato in modo laico, una visionaria esaltazione di Madre Natura e della feconda e faconda Femminilità. È un rincorrersi frenetico di riferimenti e citazioni, da Italo Svevo (“La vita è una malattia”) alla Bibbia (con l’esaltazione della “Sapienza”, ovvero, nel Vangelo secondo Lucilla, il lato femminino di Dio) alla Clitennestra di Eschilo, passando per un’esigenza di pace ed equilibrio e una propensione ecologica scopertamente francescane.

Delizia la platea con la narrazione liofilizzata de «La Bella Addormentata» di Perrault (e di Disney, nell’immaginario comune) esibendosi in un virtuosissimo cambio di voce che rievoca e caratterizza singolarmente  le fate buone e la fata malvagia, canta con voce aggraziata il motivetto della fiaba.

Spiazza, stupisce, turba e rassicura.

Il Gioco dell’Oca è il fil rouge, attraverso un viaggio tra dadi e caselle che riecheggia con straordinaria efficacia il cammino ondivago e incerto di ogni vita. Una migrazione scandita dai battiti d’ala di un’oca, appunto,

Per raggiungere l’autentico e unico scopo della nostra esistenza, quello di vivere una vita magnifica.

«La Giagnoni di sempre» potrebbe obiettare qualcuno.

«Cioè esattamente la Giagnoni che il pubblico vuole» rispondo io, confortato, oltre che dalla qualità e della tensione morale dello spettacolo al quale ho appena assistito, dai lunghi e appassionati applausi che salutano la fine dello spettacolo.

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DI E CON
LUCILLA GIAGNONI
COLLABORAZIONE AI TESTI
MARIA ROSA PANTÈ
MUSICHE
PAOLO PIZZIMENTI
LUCI E VIDEO
MASSIMO VIOLATO
PRODUZIONE
CENTRO TEATRALE BRESCIANO  /  TPE – TEATRO PIEMONTE EUROPA

 

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