Anche Mara giocava a palla. Con la vita e con le vite.

.

LA VITA (E LA MORTE) DI MARA CAGOL
(estratto tratto dalla «Enciclopedia delle donne»)

Margherita è l’ultima di tre figlie: il padre gestisce a Trento la “Casa del sapone”, la madre lavora in una farmacia.
Margherita ha come guida spirituale un prete gesuita, nei pomeriggi tiene compagnia agli anziani negli ospizi di Trento. È sportiva: scia, gioca a tennis, le piace camminare in montagna. Alle superiori si iscrive a ragioneria e si diploma con la media del 7. Durante la scuola comincia a studiare chitarra classica e in breve diventa la terza chitarrista più brava d’Italia, suonando anche all’estero: potrebbe essere quella la strada da intraprendere. Invece no, si iscrive alla facoltà di sociologia a Trento.In Italia non esiste nulla di simile. Tra i professori ci sono Beniamino Andreatta e Romano Prodi.Tra gli studenti Renato Curcio e Mauro Rostagno, che dividono una casa in riva al fiume Adige.
È il 1966 e gli studenti di Trento decidono di occupare l’università: è il primo caso in Italia. Anche Margherita partecipa a questa protesta ma non rimane a dormire in facoltà, perché i genitori non glielo consentono, deve rientrare a casa alle 19,00…L’anno successivo comincia a collaborare al giornale «Lavoro Politico» che nel 1968 diventa un periodico di riferimento per la sinistra. Alla Facoltà di Sociologia arriva come rettore Francesco Alberoni. A lui Margherita propone la tesi: uno studio sulla Qualificazione della forza lavoro nelle fasi dello sviluppo capitalistico. Si laurea il 29 luglio del 1969 con 110 e lode.
Il primo agosto Margherita e Renato si sposano, contro il parere del padre di lei, che non reputa Curcio capace di prendersi cura della figlia. Il matrimonio verrà celebrato in chiesa, nonostante quello che entrambi pensano del “matrimonio borghese”, ma Margherita vuole evitare la rottura con la sua famiglia. 
Siamo in pieno “autunno caldo”: scaduto il contratto nazionale dei metalmeccanici, le iniziative di protesta sono continue. Margherita e Renato frequentano il CUB (Comitato Unitario di Base) della Pirelli e i Gruppi di Studio che si costituiscono nelle grandi fabbriche: SIT Siemens, Alfa Romeo, Marelli; conoscono Mario Moretti e Alberto Franceschini.
Dal convegno del Collettivo Politico Metropolitano ( CPM) di Pecorile (settembre 1970) nasce il primo nucleo che darà vita alle Brigate Rosse. L’incontro viene organizzato da Franceschini, il quale di Margherita dirà: “L’impressione che ne ebbi fu di grande fiducia. Mara, che pur non appariva e non ci teneva a farlo, non era considerata da nessuno una figura secondaria.”
Curcio nel suo Progetto Memoria scriverà: “Che lei abbia voluto l’organizzazione armata quanto me, se non più di me, è un fatto.”
Il gruppo decide di “passare all’azione” ma ci vuole una sigla. In memoria delle brigate partigiane decideranno di usare la parola “brigata” e Margherita proporrà “rossa”. Come simbolo verrà scelta la stella a cinque punte iscritta in un cerchio, la stessa utilizzata dai Tupamaros uruguaiani.
Margherita sceglie il suo nome di battaglia: Mara.
Nel 1971 Mara rimane incinta, ma perderà il bambino al sesto mese, dopo una caduta dal motorino.
Nel 1972 il passaggio definitivo alla clandestinità e alla lotta armata li farà rinunciare per sempre all’idea di un figlio. In seguito all’occupazione delle case popolari di Quarto Oggiaro, operazione della quale era l’anima, Mara viene arresta per la prima e unica volta: rimane a San Vittore per cinque giorni.
Le BR alzano il tiro al “cuore dello Stato”. Il bersaglio è il giudice Mario Sossi, e il “piano” richiederà un anno e mezzo. Sossi viene sequestrato nell’aprile 1974 da una ventina di brigatisti a Genova, compresi Cagol e Franceschini. La prigionia di Sossi durerà 35 giorni e i giornali quasi non parleranno d’altro fino alla sua liberazione. L’8 settembre del 1974 Renato Curcio e Alberto Franceschini vengono arrestati a Pinerolo, denunciati da un infiltrato – Silvano Girotto, detto Frate Mitra. Vengono presi altri brigatisti, la Cagol rimane sola a portare avanti la colonna torinese.
Il 18 febbraio 1975 Margherita, con una parrucca bionda e altri cinque uomini arriva al carcere di Casale. È giorno di visite, suona il campanell
o con un pacco in mano. Appena le viene aperto punta un mitra verso il piantone.
Curcio è al piano superiore, scende, verrà liberato senza sparare un colpo. Il «Corriere della Sera» commenterà: “Un’umiliazione dello Stato” e il generale Dalla Chiesa inveirà contro chi ha lasciato il capo delle Brigate Rosse in un carcere “di cartapesta”.

.

.

Mara viene uccisa nel 1975 nel corso di uno scontro a fuoco, le cui modalità sono state ricostruite anche in modo alternativo rispetto alla “bversione ufficiale”, nei pressi di una cascina nei pressi di Canelli, nella quale era stato rinchiuso l’industriale Vittorio Vallarino Gancia, industriale dello spumante, rapito per procurare fondi alle Brigate Rosse.

.

*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°

.

LO SPETTACOLO

La casa di Margherita, che poi diventerà Mara, è uno stagno adagiato in volute nebbia. Una famiglia della piccola borghesia, chiusa in se stessa e nell’alternarsi di giorni sempre uguali, senza entusiasmo, senza prospettive, senza obbiettivi, senza sogni da realizzare, neanche da pensare, senza niente. Una famiglia grigia, come quel muto bianco e nero che fluisce da una televisione sempre accesa in palcoscenico. Le inutili parole tra padre e figlia vengono scambiate nella lingua più rassicurante che ci sia: il dialetto trentino.
Sono gli studi di Margherita, a smuovere in qualche modo la situazione, cambiando gli accenti, alternando le banali e ripetitive conversazioni domestiche con una tagliente enunciazione schematicamente politica e intessuta di dogmi, propria della sinistra estrema e arrabbiata degli anni di piombo.

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è MaraCagol01.jpg

.

Sì, qualcosa cambia, repentinamente, perché «Non è la coscienza a determinare la vita, ma la vita che determina la coscienza», come dice la ragazza, sempre più Mara e sempre meno Margherita.
«Mi viene sempre la nusea, quando penso a una vita normale» confessa Mara, ed è istantanea liberazione interiore: un fuco che, all’improvviso, uscendo dal bozzolo, si trova pipistrello, piuttosto che farfalla
Va avanti nel tempo, segue e scandisce lo scorrere degli anni ma, come in certi brutti sogni, resta fermo sul posto, sempre allo stesso spiazzante livello di incomunicabilità, il non-dialogo tra padre e figlia.
Presenti nei riferimenti ma lontani, al punto di lasciare trasparire assenze di autentici agganci con quell’estenuante e lacerante confronto generazionale, la mamma e lo stesso Renato Curcio, di cui si avverte la fondamentale importanza nella vita di Mara Cagol, soprattutto, però, nella funzione di rafforzamento di idee già elaborate e di decisioni già prese.

Sarà la morte (violenta) di Mara e quella (annunciata e imminente) del suo genitore, che li riuniranno finalmente in un’altra dimensione?

.

Francesca Porrini e Andrea Castelli, a fine spettacolo,
raccolgono gli applausi tributati dal pubblico bresciano.

.

Il testo (cronaca dell’evolversi di una interpretazione estrema e totalizzante della politica, individuale e collettiva, più che narrazione di una vicenda umana) è per forza di cose, piuttosto complesso e concettuoso, e ciò non giova, per quanto ovvio, alla dinamicità. Altrettanto dicasi per la scelta, del resto del tutto coerente, se non addirittura necessaria, di lasciare largo spazio all’uso del dialetto, che a volte, inevitabilmente, toglie qualcosa alla completa comprensibilità. Degna di menzione l’interpretazione dei due interpreti che, comunque, riescono a non appiattire il ritmo della recitazione e a mantenere alta la tensione emotiva dei personaggi e degli spettatori che gremiscono il Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri.
Il pubblico bresciano mostra chiaramente di avere apprezzato, tributando, al chiudersi del sipario, lunghi e ripetuti applausi.

.

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è GuittoCirc.png

GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Il Jekyll di Sinisi è un doppio misto. Gotico.

.

Al di là e prima di ogni altra considerazione su «Jekyll», appena andato in scena al Teatro Sociale, salutato da un lungo e convinto applauso finale, una cosa dev’essere chiara per tutti: impossibile aspettarsi che Fabrizio Sinisi , giovane e talentuoso drammaturgo di casa, si limiti ad “adattare” un testo, fosse anche un capolavoro della letteratura mondiale di tutti i tempi come «Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde», una delle più affascinanti e inquietanti storie scritte da Robert Louis Stevenson, già portata più volte in palcoscenico e sullo schermo (celeberrimi i film del 1931 -regia di Rouben Mamoulian con Fredric March e 1941- regia di Victor Fleming con il magico duo Spencer Tracy & Ingrid Bergman).

.

.

Il libro:


Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (Strange Case of Dr Jekyll and Mr Hyde, 1886) è un raccontoo gotico dello scrittore scozzese Robert Louis Stevenson. Un notaio londinese, Gabriel John Utterson, investiga i singolari episodi tra il suo vecchio amico, il dottor Jekyll, e il malvagio Mister Hyde. L’impatto della storia è stato universale, facendo entrare la definizione Jekyll e Hydenel linguaggio comune a significare una persona con due distinte personalità, una buona e l’altra malvagia; o la natura normalmente buona ma talvolta totalmente imprevedibile di un individuo; in senso psicologico, è diventata la metafora dell’ambivalenza del comportamento umano, e anche del dilemma di una mente scissa tra l’Io e le sue pulsioni irrazionali (da Wikipedia)

.

La trama in dettaglio:


L’avvocato Utterson viene a conoscenza di uno sgradevole episodio che ha per protagonista Edward Hyde, un sinistro quanto brutale individuo che, a quanto pare, gode della protezione del suo integerrimo amico medico Henry Jekyll. Non riuscendo a comprendere cosa possano avere in comune due persone così diverse tra loro, pensando che Jekyll possa essere sotto ricatto, Utterson decide di indagare personalmente. Nel corso delle sue ricerche, viene a sapere che Jekill sta lavorando su alcune sue strane teorie scientifiche. Quando poi Utterson gli esterna le sue preoccupazioni, il medico gli risponde tranquillamente che può disfarsi dell’altro come e quando vuole. Le cose, però, non vanno come previsto: viene commesso un delitto, di cui Hyde è dichiarato colpevole e Jekyll si incupisce e si chiude in se stesso sempre più. Hyde sembra scomparso, ma l’umore del medico si fa sempre più cupo, finché, nel suo studio, viene trovato un cadavere con le sembianze di Hyde e i vestiti di Jekyll. In una lettera è chiarito il mistero: a causa di un siero di sua composizione, in grado di cambiare il suo aspetto fisico e la sua mentalità, Jekill si è sdoppiato separando il bene e il male presenti nel suo animo, ma la parte “cattiva”, gradualmente stava prendendo il sopravvento.
A quel punto allo sventurato medico non è rimasto che il suicidio.

.

.

Lo spettacolo:

Come si è detto in apertura, sulla locandina è scritto “liberamente ispirato all’opera di” e mai parole furono più appropriate: Fabrizio Sinisi smonta e rimonta a modo suo l’opera, sia in senso narrativo che cronologico, rendendola qualcosa di collegato all’originale ma, nello stesso tempo, di completamente diverso da esso. Il linguaggio è quello che ormai abbiamo imparato a conoscere dell’Autore barlettano: colto, cerebrale, frutto di un lungo e attentissimo lavoro di scelta di termini, parafrasi, perifrasi e circonluzioni, di misura certosina di parole e periodi, propenso a cedere qualcosa all’immediatezza della comunicazione a vantaggio di un’assoluta perfezione della costruzione letteraria e narrativa.

L’atmosfera, grazie anche all’eccezionale lavoro del geniale scenografo Alessandro Chiti (lo stesso di «Macelleria messicana» e «Il vecchio e il mare», tanto per intenderci) immerge lo spettatore in un oscuro ambiente gotico che ammicca senza possibilità di equivoco agli allucinati deliri propri di Edgar Allan Poe, con tanto di cimitero e antica navata di una chiesa.

Il tema è quello del “doppio”: dall’inganno degli specchi, che sembrano dire la verità ma, in realtà, riflettono un’immagine simmetrica all’originale, alla querelle «Non è giusto che le opere d’arte più belle siano copie di altre opere d’arte» all’amara considerazione sulla difficoltà di «distinguere tra un braccio che ti salva e un braccio che ti offende» per finire con gli attori che volteggiano a ritmo di musica conducendo tra le braccia finte ballerine.

La ferita, che lacera narrazione, protagonista e comprimari, è una totale assenza di speranza, ribadita e certificata, con accenti di amaro sarcasmo, da una grottesca confessione e da un arrabbiato discorso delle beatitudini declinato a rovescio. Proprio come in uno specchio oscuro, appunto.

Della sontuosa scenografia abbiamo già detto. Luci, effetti, accompagnamento musicale e costumi impeccabili. Bravissimi gli attori, tutti, con un’ovvia menzione per l’ispirato Luca Micheletti, cupo e rabbioso quanto basta, esuberante nella recitazione come e più di sempre e in piena forma fisica, come dimostrato da una sorprendente corsa nella corsia centrale della platea, degno dello sprint di un centometrista di professione.

Insomma, una grande, doppia conferma: sia delle capacità narrative di Fabrizio Sinisi, sia della crescita che consacra Luca Micheletti come uno dei migliori attori italiani del momento.
E, il sospetto che, per entrambi, il meglio debba ancora venire.

.

JEKYLL
di Fabrizio Sinisi
liberamente ispirato all’opera omonima di Robert Louis Stevenson
regia Daniele Salvo
scene Alessandro Chiti
costumi Daniele Gelsi
luci Cesare Agoni
musiche originali Marco Podda
maschere e oggetti scenici Bruna Calvaresi
con Luca MichelettiCarlo ValliGianluigi FogacciAlfonso VenerosoSelene GandiniSimone CiampiElio D’Alessandro
produzione Centro Teatrale Bresciano
video promo Nicola Lucini – Arkfilmmaker

.

.

GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (135) – Va in scena la terza metamorfosi di Micheletti

.

.

È in arrivo «Jekyll» liberamente ispirato alla celeberrima opera di Robert Louis Stevenson, uno dei più attesi e intriganti appuntamenti della stagione 2018/2019 del Centro Teatrale Bresciano e, nel foyer del Teatro Sociale, si è tenuta stamattina la rituale consulenza stampa di presentazione dello spettacolo.

Apre e introduce il membro del membro del consiglio di amministrazione Luigi Mahony che, dopo aver ricordato con soddisfazione come il positivo trend della campagna abbonamenti si stia consolidando anche in questa stagione, presenta gli ospiti e passa la parola al drammaturgo “di casa” Fabrizio Sinisi, autore del testo che andrà in scena a partire da martedì prossimo.

«È da diverso tempo che meditavo di lavorare con un simile testo. La figura del dottor Jekyll (e del suo oscuro doppio Hide) costituisce infatti un archetipo della letteratura mondiale, un mito radicato, al pari di personaggi come Don Chisciotte, Casanova e altri. Un vastissimo terreno sul quale ci si può muovere in piena libertà e a proprio piacimento, e questo per un autore è semplicemente fantastico» confessa il drammaturgo. «Ho scelto di interpretare il tema dello sdoppiamento, che ispira e pervade l’intera trama, nell’ottica di un coraggioso quanto azzardato esperimento che mira a estrarre tutto il male presente nell’uomo per lasciarlo libero da ogni condizionamento negativo. In pratica un’impresa utopica che ho trattato come tragedia (cosa che realmente è) piuttosto che come favola nera, come peraltro, in molte occasioni, è stata interpretata in passato. Con Jekyll si completa e si conclude una trilogia sul tema della metamorfosi che ha avuto, come precedenti tappe,Kafka (nel 2014) e Mephisto (lo scorso anno) e che nella storia narrata da Stevenson, persegue il fine di narrare dell’eroico e romantico fallimento del tentativo di offrire se stesso come cavia umana per il bene comune, prendendo le distanze da una lettura prevalentemente influenzata dall’horror vittoriano».

Il regista Daniele Salvo esprime, da parte sua, il proprio compiacimento e la circostaza di essersi venuto a trovare a lavorare con un cast di tutto rispetto. composto di attoti e tecnici (scenografia Alessandro Chiti, costumi Daniele Gelsi, musiche originali Marco Podda, luci Cesare Agoni) di altissimo livello
«Curando la regia di questo spettacolo…» aggiunge,
«…mi sono trovato a demolire certezze fondate sul nulla e a trattare il complesso tema si demoliscono certezze fondate sul nulla. Trattando i complessi temi di un’identità labile e (in modo predittivo per i tempi in cui l’opera fu scritta) dell’assunzione di sostanze che possono condizionare il comportamento e l’essenza dell’animo umano» .

Il Direttore Gian Mario Bandera conclude ribadendo la collocazione di questo spettacolo, prodotto dal CTB, nell’ambito della forte determinazione a proseguire con l’ormai tradizionale politica di portare in scena e valorizzare testi di drammaturgia contemporanea, creando stimolanti occasioni di crescita culturale sia per chi il Teatro lo fa, sia per chi ne fruisce come semplice spettatore.

«In noi c’è e ci sarà sempre il coraggio di varare ogni anno un cartellone in cui la ricerca della qualità prevalga sulla necessità e sulla volontà di fare semplicemente cassetta» conclude con (legittimo) orgoglio

.

Il cast di «Jekyll» al completo (crediti PH Umberto Favretto)
In ordine alfabetico: Simone Ciampi, Elio D’Alessandro, Gianluigi Fogacci, Selene Gandini, Luca Micheletti, Carlo Valli, Alfonso Veneroso

.

E, arrivati a questo punto, non resta che attendere (per quel che mi riguarda con una certa impazienza, lo confesso) che il prossimo martedì sera, al Teatro Sociale, si sollevi il sipario. Per la recensione, more solito, lascerò la parola… e la tastiera a GuittoMatto.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è leonessa.png
Bonera.2

.

.

Categorie: Giorni d'oggi.

Viviana Simone: il Teatro a tutto campo

.

Viviana Simone interpreterà il ruolo dell’enigmatica Olga nella commedia «Sua Eccellenza è servita» che venerdì prossimo alle 20,30 andrà in scena al Teatro Sant’Eugenio di Palermo (repliche sabato alla stessa ora e domenica, in pomeridiana, alle 18,30) .

.


.

*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°

.

Prima esperienza nel 2002 in Spagna con il musical «Halloween» nell’ambito del VI Festival Internazionale di Almagro. Dovevi essere poco più di una bambina. Che cos’è adesso, Viviana Simone, dopo più di sedici anni di frequentazione del palcoscenico?

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è VivianaSimone02.jpg

Credo che ciò che differenzia quella che sono oggi da quella che ero 16 anni fa sia la maturata consapevolezza che il teatro sia la mia vocazione. Credo fortemente che ogni essere umano, in vita, sia chiamato a compiere un disegno, una “missione” e tanto spesso ci si affanna per capire quale sia la propria. Tutti gli anni di palcoscenico che ho alle spalle, con tutte le annesse difficoltà, mi sono serviti a riconoscere e affermare oggi, fortemente, che il palcoscenico è il mio posto, il luogo che più di ogni altro mi rende felice, quello che mi permette di dare corpo a quello che per me è il senso della vita: la condivisione.

.

Hai cominciato con un musical e un musical di grande successo, la versione italiana del format «Le Bal» ti ha riservato grandi soddisfazioni e un numero notevole di repliche in tutta Italia. Cosa rappresentano per te la musica e il ballo?

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è VivianaSimone02.jpg

Sono nata da una coppia di genitori conosciutisi in radio: mio padre faceva il dj, mia madre la speaker. Inutile dire quindi che sono cresciuta ascoltando musica che è da sempre, per me, una compagna fondamentale. È stato l’amore per la musica e la ricerca di un continuo rapporto di unione e scambio con essa che mi ha portato, da piccolissima, a praticare la danza, poi a studiare il canto e solo in seguito sono approdata al teatro. Di sicuro ogni disciplina fa vibrare in me delle corde diverse e se devo provare a spiegare cosa, per me, rappresenti ognuna di esse credo di poterle sintetizzare così: la musica è la forma d’arte universale per eccellenza, la più leggibile, la più coinvolgente, quella che ti fa sentire libero ma allo stesso tempo appartenente ad un tutto. Il canto è il mezzo di unione più profonda con se stessi: quando usi la voce sei nudo, non hai maschere, non puoi mentire o sottrarti al raccontare te stesso. La danza è lo strumento più ordinato e codificato nel quale puoi veicolare le energie, i pensieri incontrollati; è l’istinto che fatto forma raggiunge la sua massima espressione. Il teatro è la scatola che contiene tutte le precedenti e che con un pizzico di magia ti permette di sentire e vedere oltre tutto ciò che puoi toccare con mano.

.

Piuttosto che sciorinare il tuo curriculum, che impegnerebbe praticamente la totalità dello spazio a disposizione per questa intervista, preferisco chiedere a te quali siano i passaggi più significativi della tua carriera.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è VivianaSimone02.jpg

Difficile rispondere a questa domanda: non sarei la persona e l’artista che sono se non avessi vissuto ogni singola esperienza che è nella mia storia. E’ stato fondamentale il ruolo di chi mi ha iniziata al teatro: Antonio Minelli, un maestro che sin da quando ero bambina mi ha insegnato il rigore e l’etica del lavoro da teatrante. Altrettanto importante è stato il lavoro fatto anni dopo con Debora Colamaria, la prima regista che osò dirmi “questa è la tua strada”.Se penso poi al mio passato più prossimo non posso non citare l’incontro con Giancarlo Fares, grazie al quale ho capito che tipo di attrice voglio essere e che continua costantemente a sostenermi e accompagnarmi nella mia crescita artistica, Carlo Boso, che mi ha insegnato il valore per la tradizione teatrale e l’importanza di guardare al futuro consci della propria storia e Chiara Michelini, una danzatrice che seguo da qualche anno che ogni giorno ispira la mia volontà di rendere, sulla scena, il mio corpo poesia.

.

Non solo attrice, ma anche appassionata di regia e d’insegnamento. Diamo un posto anche a queste due attività.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è VivianaSimone02.jpg

La passione per la regia credo abbia molto a che fare con la mia caratteriale “mania del controllo” unita alla mia forte identità teatrale: sono una spettatrice molto difficile e pretenziosa, so qual è il teatro che mi piace vedere e di conseguenza amo l’idea di poter creare e condividere con gli altri “il mio teatro”. Sicuramente nel mio percorso artistico, il momento della regia a 360° arriverà. Anche l’insegnamento è un altro capitolo del mio percorso: ho iniziato un po’ per gioco e un po’ per scommessa (non pensavo di esserne portata!) e mi sono ritrovata in un mondo meraviglioso. Insegnare teatro è stimolante, ti permette di dare un contributo attivo alla formazione delle persone e di conseguenza di una società sana e rappresenta anche per se stessi una continua opportunità di crescita attoriale e personale.

.

Proprio in qualità di aiuto regia, nel 2017, sei stata coinvolta nella messa in scena dello spettacolo “Sua Eccellenza è Servita” di Patrizio Pacioni e Salvatore Buccafusca per la regia di Giancarlo Fares (al quale, con ogni evidenza, ti lega un rapporto professionale particolarmente fecondo). Ora, a poco più di un anno di distanza, la commedia sarà a Palermo (Teatro Sant’Eugenio 11 e 12 gennaio alle 20,30 e 13 gennaio alle 18,30). Viviana Simone esce dalle quinte ed entra in palcoscenico in qualità di protagonista, indossando i panni della problematica e misteriosa Olga, interpretata nelle prime rappresentazioni da Guenda Goria. Com’è stato il tuo approccio con il personaggio?

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è VivianaSimone02.jpg

Il processo è stato strano: conoscevo già bene lo spettacolo ed ero molto affezionata ai personaggi così come erano interpretati tanto che essere inserita nel cast e aver quindi portato ad una variazione degli equilibri precostituiti (cosa che naturalmente succede quando i membri di una compagnia cambiano) è stato come essere catapultati in un progetto totalmente nuovo. Ho provato a filtrare Olga attraverso la mia persona, ho dapprima cercato i punti comuni tra il personaggio e il mio essere donna, per poi spingermi ad esplorare le sfaccettature più distanti e articolate del personaggio. Spero che il risultato della mia ricerca sia un’Olga sicuramente diversa da quella di Guenda ma altrettanto efficace.

.

Uno spettacolo al quale non vorresti avere partecipato (ma l’hai fatto) e uno spettacolo che vorresti fortissimamente far tuo (ma ancora non l’hai fatto). Ciò che senti come un “lato forte” della tua attività teatrale e qualcosa che invece vorresti rafforzare (sempre che ci sia).

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è VivianaSimone02.jpg

In questo periodo della mia vita sono davvero una “spugna”, alla continua ricerca di nuovi stimoli e nuove prove; ritengo che un’effettiva crescita si possa raggiungere solo facendo il maggior numero possibile di esperienze diverse in ambito teatrale. Per questo non sento di poter rinnegare qualcosa che ho fatto come di poter sintetizzare nel titolo di uno spettacolo ciò che vorrei ancora fare. Posso citare “El Cid” di Corneille e dire che è una pièce di cui prima o poi vorrei essere la protagonista. Riguardo i miei punti di forza e i miei punti deboli che dire… io sono costantemente il mio punto di forza e il mio punto debole. So che questo vuol dire tutto e non vuol dire niente ma la mia formazione artistica è ancora talmente in movimento che non so bene come poter rispondere a questa ultima domanda. Mi auguro di avere ancora tanto tanto tempo per potermi sorprendere del mio mestiere e spero che arrivi il più tardi possibile il momento in cui potrò dire “cosa è andato e cosa no”.

.

Per concludere l’intervista nel più tradizionale dei modi: cosa c’è nel prossimo futuro di Viviana Simone?

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è VivianaSimone02.jpg

Il prossimo futuro si chiama “La Commedia di Gaetanaccio” che andrà in scena al Teatro Eliseo dal 19 Febbraio al 10 marzo 2019. E a seguire chi vivrà vedrà…

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è GuittoCirc.png

.


GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (133) – Su il sipario: benvenuto 2019!

.

.

Ormai quella di trascorrere la notte di San Silvestro al Teatro Sociale è diventata una consuetudine che molti bresciani hanno dimostrato di apprezzare. Che siano gli Oblivion, la Banda Osiris o, come è successo l’altro ieri sera, Paolo Migone, con il suo  «Beethoven non è un cane» si tratta di serate il cui tema è costituito, rigorosamente (e doverosamente) da ironia e divertimento.

.

.

Nel caso dello spettacolo presentato da Mingone in questa occasione, però, c’è da aggiungere al novero un’altra qualità, piuttosto insolita (purtroppo) per il teatro brillante italiano: un’arguta divulgazione. I numerosi riferimenti alla storia musicale (ma anche della musica e dell’arte) dei bei tempi andati , si mescolano armoniosamente con riconoscibili riferimenti alle tante stranezze e deviazioni dei giorni d’oggi. Insomma, una goccia di amaro astutamente spalmata e resa di più gradevole (in certi casi gradevolissima) ingestione.

Lui, Paolo Migone, merita grande apprezzamento per la padronanza di palcoscenico e pubblico e per la disincantata autoironia che permea ogni passaggio dello spettacolo, risolvendo in spettacolo i dubbi e le incertezze dell’artista e dell’uomo. A ciò si aggiunge, soprattutto, il coraggio di rinnovarsi in una nuova e non agevole sfida culturale, di essere uguale a se stesso senza mai cedere alla tentazione di adagiarsi sulla rassicurante quanto comoda eco dei passati successi televisivi e non, innovando e rinnovandosi in ogni occasione risulti possibile.

Spettacolo non facile, né immediatamente e pienamente percepibile per tutti ma che tutti, pur attraverso diversi livelli di consapevolezza, finiscono per applaudire con convinzione.

Dopo un imprevisto quanto esilarante supplemento di spettacolo che, una volta scaduti i “tempi regolamentari” Migone regala alla platea, in attesa che scatti l’ora fatidica della mezzanotte più attesa dell’anno, gli spettatori si riversano nel foyer per il rituale scambio di auguri a base di spumante e delle ghiottonerie di ordinanza, con il mattatore della serata che non si sottrae a piacevoli chiacchiere e all’ormai irrinunciabile cerimonia del selfie.

.

Nella foto, accanto a Paolo Migone, da sinistra, l’amminstratrice di « Goodmorning Brescia » Giusy Orofino e la consigliera del CTB, Elena Bonometti.

.

Da Brescia è tutto.

Buon anno da parte mia e di GuittoMatto, Bresciani! Sia seduti in platea che in movimento, nella vita.

.

.

Bonera.2

 

Categorie: Giorni d'oggi.

Festival Bazziniano: buona… l’ultima!

.

Compositore, violinista, erudito e ispirato docente, l’ “Anti-Verdi“,  il “Novello Paganini”, Leopardi del violino” come pure venne appellato, troppo cosmopolita, troppo paneuropeo, per i suoi tempi, in qualche fu modo offuscato da una Storia rimasta indietro come un vecchio orologio. 

E, come accaduto ad altri Grandi, più “dimenticato”, a lungo, proprio dalla sua terra  e dai concittadini di diverse generazioni.

.

  

.

Dunque doveroso, quanto ben realizzato e riuscito, il «Festival Antonio Bazzini – Brescia e l’Europa 1818 / 2018»  articolata iniziativa mirata a onorare l’arte e la memoria di Antonio Bazzini, grande musicista bresciano, che il CTB ha fatto propria e organizzata di concerto (mai termine fu più adeguato e ben collocato) con il Conservatorio di Musica Luca Marenziouna rassegnache si è svolta con successo e si è conclusa ancor meglio.

Per meglio spiegare ciò che ho visto poco fa al santa Chiara, ritengo utile una premessa il cui senso sarà pienamente comprensibile più avanti: le tesi di laurea si dividono essenzialmente in due tipologie: le sperimentali e le compilative. Quella che è stata assegnata a quel sempre giovane e sempre curioso studente della vita che risponde al nome di Costanzo Gatta, in occasione del Festival Antonio Bazzini –Brescia e l’Europa 1818 / 2018, appartiene, con ogni evidenza, e per fofrza di cose, alla seconda categoria.

Al termine del vasto programma del festival, si trattava infatti di celebrare con una pièce che rievocasse in modo dettagliato la vita, la carriera artistica e didattica, gli orientamenti creativi e la filosofia musicale del mai abbastanza celebrato e valorizzato violinista e compositore bresciano.

Ebbene, con «Bazzini, l’Antiverdi?» andato in scena al Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri poche ore fa, Costanzo Gatta ha composto e diretto con la consueta maestria la sua tesi compilativa, riuscendo a trasformarla, grazie anche alla bravura e dall’impegno degli interpreti (in ordine di apparizione Monica Ceccardi, Miriam Gotti, Silvia Quarantini e Daniele Squassina) in un appuntamento vivace e attrattivo, che ha tenuto attenti e partecipi gli spettatori dall’inizio alla fine (contrassegnata da lunghi e ripetuti applausi).

.

Costanzo Gatta… in azione

.

L’intelaiatura dello spettacolo è estremamente lineare ma di grande efficacia: tre giovani donne, riunite in quel che sembra una specie di redazione di qualche quotidiano o periodico, ricostruiscono, momento per momento, la intensa e girovaga esistenza del maestro, voci e pettegolezzi inclusi.  La rievocazione va avanti tra passato e presente, con tanto di selfie e riprese filmate, scandito dalle immagini di personaggi e luoghi che scorrono sul grande schermo della videoproiezione. I successi, le sconfitte, i sogni e le disillusioni, i difficili rapporti con la critica, la visione cosmopolita di vita, cultura e musica, in contrapposizione con Verdi e con il melodramma, imperante in Italia, si dipanano in ordine cronologico nella suggestione dei colori degli abiti femminili (creati e realizzati da Gianni Tolentino),  negli inserti di canto, nelle coreografie semplici quanto suggestive firmate da Orietta Trazzi, nell’immedesimazione (anche fisica) nel personaggio di Daniele Squassina. Semplicemente impeccabile, come sempre, l’accompagnamento delle luci di Cesare Agoni.

Si replica ancora domani sera, a partire dalle 20,30.

.

.

Bazzini, l’AntiVerdi?

ideato, scritto e diretto da Costanzo Gatta

Con Monica CeccardiMiriam GottiSilvia QuarantiniDaniele Squassina.

costumi Gianni Tolentino

luci di  Cesa dire Agoni

coreografie di Orietta Trazzi

registrazioni di Gabriele Gasparetto

direzione tecnica Cesare Agoni

elettricista Sergio Martinelli

macchinista Michele Sabattoli

audio e video Giacomo Brambilla

trucco e parrucco EDUCO

Centro di formazione professionale

produzione Centro Teatrale Bresciano

.

.

   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Rane in fuga dalla TV

.

«Le rane»  (titolo originale: Βάτραχοι), commedia scritta da Aristofane,  vinse nel 405 a.c. le Lenee di Atene, in occasioni delle quali venne messa in scena per la prima volta.

.

  

.

La trama:

Dioniso, ammiratore di Euripide, decide di scendere nell’Ade per riportare in vita il drammaturgo e salvare così la tragedia dal declino causato dalla mancanza di nuovi talenti.

Travestito da Eracle, nell’intento di intimorire gli gli abitanti degli Inferi, inizia il viaggio insieme al suo fido servo Xantia inizia il viaggio.

Giunti all’Acheronte si dividono: Dioniso sale sulla barca di Caronte, mentre il suo servo, visto che il traghettatore non dà passaggi agli schiavi, è costretto a una lunga camminata a piedi per aggirare la palude.

Durante la traversata si fa sentire il ben intonato coro delle rane (da cui il titolo all’opera), e il canto degli iniziati ai culti misterici.

Il travestimento di Dioniso genera una serie di spassosi equivoci: incolpato da Eaco, servo di Plutone, di avere maltrattato il cane Cerbero, e minacciato di evirazione da parte delle terribili Gorgone, Dionisio, dopo aver perso impaurito il controllo dei visceri, costringe  Xantia a sostituirlo nel camuffamento. Seguono altre situazioni spassose costruite sulla sfortuna del dio e sulla buona sorte del servo nel corso di successivi scambi d’identità.

Quando finalmente i due giungono alla meta, è in corso un furibondo litigio fra Eschilo, detentore del trono dell’arte tragica, e il nuovo arrivato Euripide, che vorrebbe prenderne il posto. Il duello dialettico tra i due è senza esclusione di colpi e Dioniso, nominato da Plutone in persona arbitro della disputa, dopo una lunga incertezza, decide alla fine di assegnare la vittoria a Eschilo che, così, tornerà in vita.

Non prima però di avere raccomandato a Plutone, con un ultimo colpo di coda, di impedire a ogni costo, in caso di nuove dispute tra drammaturghi,  che Euripide abbia la meglio. Magari preferendogli Sofocle.

.

.

Lo spettacolo:

L’approccio scelto da Ficarra e Picone nei confronti del pubblico di  «Le rane» (tratta –a circa due millenni e mezzo di distanza- dall’opera di Aristofane) è di quelli che possono definirsi “simpaticamente ruffiani”.

I due comici, sollecitando in più occasioni direttamente l’applauso, cercano continuamente un contatto anche fisico con la platea, non dimenticando, però, nel finale, un particolare saluto solidale e democratico agli spettatori della galleria che  hanno assistito allo spettacolo “più da lontano”.

Lo spettacolo , in sostanza, è diviso in due parti. Per circa metà, infatti,  viene calcata la mano sugli aspetti più farseschi e sulle battute più sapide (pure presenti anche nel testo originale); per l’altra metà (e questo la dice lunga sulla struttura non proprio armonica ed equilibrata scelta dalla regia) ci si avventura nel la  eccessivamente prolissa e  prolungata disputa artistica, stilistica ed ideologica tra i non troppo convinti (si parla di interpretazione) Eschilo ed Euripide.

.

Anche al Teatro Sociale Ficarra & Picone hanno fatto il pieno di pubblico con «Le rane›

.

Un  prodotto per palati facili (absit iniuria verbis), scaltramente estratto dall’involucro della tv per approdare in palcoscenico, con una struttura narrativa francamente fragile e frammentaria che si risolve in una serie di gag: quanto di piàù adatto, insomma, per essere interrotto, al termine di ogni quadro, dal passaggio della pubblicità per lo sponsor o dai consigli per gli acquisti.

Non tutto è da criticare in modo e misura così severi,  naturalmente.

Della simpatica ruffianeria di Ficarra e Picone, bravi professionisti le cui qualità comunicative ed empatiche (perfette in trasmissioni come “Striscia la notizia” o in film d’intrattenimento), con ogni probabilità, decadono parzialmente nel passaggio dal piccolo schermo al palcoscenico, già si è detto. Efficace e suggestiva la scenografia, vivacemente colorati i costumi, decisamente molto bravi i coristi, intonati e coinvolgenti nell’interpretazione di  “rane” e “iniziati”, incontestabilmente piacevoli musiche e movimenti.

Tra i tanti messaggi “alti” espressi dai due drammaturghi rivali, talmente alti da risultare rarefatti, per la verità, uno, alla fine, perfettamente attagliato all’attuale situazione politico-sociale del nostro Paese, resta  bene impresso nella mente degli spettatori più attenti e scafati:

«Chiunque farà diversamente da quanto fatto da coloro che c’erano prima, farà bene» afferma sostanzialmente il perdente Euripide.

Provocazione immediatamente dopo contestata e demolita dalla riflessione che se comunque chi viene ”dopo” non opera al meglio, ecco che subito e inevitabilmente si allungano le cupe e sinistre ombre di altri due detti nati dalla saggezza popolare.  

Il primo, tradizionale: «Al peggio non c’è mai fine» . Il  secondo più articolato e ironico: «Una volta toccato il fondo, sarebbe consigliabile, almeno, di non mettersi a scavare»

.

.

.   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Il verbo degli uccelli… lo declinano gli uccellini della Giovanni Pascoli

.
.
Il verbo degli uccelli – Canto alla Città è la 4^ produzione CTB in cartellone quest’anno》 premette Gian Mario Bandera, particolarmente lieto di sottolineare come, anche quest’anno, si stia portando avanti l’apertura e la promozione del lavoro con le scuole (in questo caso con gli alunni che fanno parte del coro della secondaria cittadina Giovanni Pascoli.
Continua il mio progetto o di lavorare sulla città con una logica che non è (non solo) quello del “laboratorio” ma del lavorare insieme, guardando alla città come a una serie di piccole aiuole in cui viviamo le nostre quotidianità.》 spiega Lucilla Giagnoni, sottolineando come, rispetto allo scorso anno, si sia abbassata l’età degli studenti coinvolti.

Il testo scelto è di derivazione orientale-islamica contaminata però  dalla visione Sufi del XII secolo. La storia narra degli uccelli del mondo che, in cerca di pace, decidono d’incontrarsi con il Re di origine divina Simurgh. Un testo non lineare, come possono esserlo le trame di un tappeto orientale.

Alla fine del viaggio, delle migliaia e migliaia di uccelli partiti ne rimangono solo trenta, ai quali Simurgh si rivela sotto forma di uno specchio in cui, dopo essersi rimirati, essi decidono di annullarsi, ma solo per creare nuova vita, così come la dissoluzione della carne crea nuovo humus.
Si è data alla narrazione la struttura tipica di un videogioco, vale a dire un susseguirsi di prove di crescente difficoltà che deve affrontare l’eroe per salvare il mondo》 aggiunge poi, con malcelata soddisfazione.

I ragazzi si sono dimostrati di vivida intelligenza, freschi disponibili e aperti al nuovo. Cantando e recitando nel corso dei tre mesi di prove che si sono resi necessari, mi hanno arricchito giorno per giorno, facendo di questa esperienza una delle più belle》.

Poi Lucilla Giagnoni termina il suo intervento presentando alla stampa presente i tre musicisti che parteciperanno allo spettacolo: Marco Tamagni, Tino BalsamelloFederica Arestia.

.

.

I professori Franco Cagna e Giovanni Golino, dopo avere spiegato lo spirito e la formazione  del Coro (che omprende elementi delle più svariate etnie e nazionalità) si soffermano sulle sue finalità, essenzialmente sociali e solidali, attraverso esibizioni in ospedali, RSA, comunità varie e in ricorrenze come quello della strage di Piazza Loggia.

.
.
Il verbo degli uccelli – Canto alla Città  è in scena domani mercoledì 5 e dopodomani giovedì 6 dicembre al Teatro Sociale.
.
.
   GuittoMatto
Categorie: Teatro & Arte varia.