Se la cintura esplosiva non fa il botto.

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È appena calato il sipario sulla “prima” di «Guerra santa», dramma scritto da Fabrizio Sinisi per la regia di Gabriele Russo, con Andrea Di Casa e Federica Rosellini.

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La trama:
È davvero un venerdì di passione, allorché una giovane donna, dopo un’assenza protrattasi sette anni, spesi a combattere nei ranghi di un gruppo estremista-fondamentalista, fa ritorno “a casa”.
Alla Casa di Dio, per la precisione, visto che la combattente si questo caso, presenta proprio nella parrocchia frequentata a lungo a suo tempo.
Una visita nel corso della quale tra la donna e un sacerdote cattolico, suo punto di riferimento nella “vita precedente”, si instaura un confronto nel corso del quale fatti drammatici vengono raccontati e motivazioni  interiori messe a nudo, mentre si allunga l’ombra di un clamoroso attentato di imminente realizzazione.

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Lo spettacolo:

L’idea messa in scena di mettere insieme e di incrociare i sei monologhi di cui è composta l’opera, in teoriapuò risultare piuttosto originale. Dal dire al fare, però, come recita la sapienza popolare, spesso c’è di mezzo il mare. Soprattutto se ci si dimentica (o volutamente s’ignora) che il teatro viene meglio quando, oltre a dire qualcosa di profondo, sul palcoscenico succede anche qualcosa di movimentato e d’interessante. Soprattutto se si sottovaluta il problema di un monologo al cospetto di un altro attore, in attesa di cominciare il suo: evidente l’imbarazzo di interpretare per interminabili minuti la parte della comparsa muta, il cui più urgente problema è rappresentato da quali espressioni scegliere per fare fronte alle elucubrazioni dell’altro e… dove tenere le mani. Soprattutto se il testo (pur di elegante scrittura, o forse proprio a causa di una fin troppo ricercata cura dello stile) sembra a volte perdere il contatto con il linguaggio reale “della gente”.
Non a caso, e su questo argomento la chiudo qui, dopo quindici minuti di sfogo della figliola non-prodiga (una Federica Rosellini tutta nervi) le prime parole pronunciate nello spettacolo dal sacerdote (Andre Di Casa) sono «Quanto tempo!». Una battuta che, agli spettatori più attenti appare una di quelle coincidenze per così dire “rivelatrici”.

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Per il resto, gli argomenti toccati nella pièce sono importanti e numerosi. Talmente numerosi che non c’è materialmente il tempo di approfondirli tutti, ma solo di tratteggiarli con frasi a effetto, nel creare le quali, bisogna riconoscerlo, Sinisi (che della parola è un profondo conoscitore e un abile giocoliere) non incontra alcun problema.
Libero arbitrio: «Chi resta (in caso di abbandono) non ha scelta»;
Necessità di affrontare la vita con determinazione e slancio: «Non possiamo sempre rifugiarci nel non dire e nel non fare»
Attivismo morale e spirito missionario: «Il vero peccato consiste nel non fare il bene»
Sofferenza come strumento di crescita spirituale interiore: «Se non si conosce l’amore è perché non si è sperimentata la disperazione»
Valori assoluti a confronto: «L’Amore ci libera e ci eleva, la Verità ci rende cattivi e miserabili»
Per finire con un rovesciamento biblico (evocato proprio dal sacerdote) a coronamento  e contrappunto di una specie di vivisezione del cristianesimo usata dalla terrorista come una clava: «Le colpe dei figli ricadono sui padri»

Insomma, si tratta di un’occasione persa o, perlomeno, non colta in tutta la sua potenzialità, con un testo dotto ma statico che anche il regista, palesemente, trova difficoltà a rendere per quanto possibile commestibile (in questo non aiutato dalla non meravigliosa acustica del Santa Chiara) anche per la parte meno acculturata del pubblico.
Da parte mia, sono disposto a scommettere qualsiasi cifra che la prossima prova sarà senz’altro migliore: di talento  ce n’è tanto, di anni di luminosa carriera ancora da percorrere, anche.

Le foto inserite a corredo di questo articolo sono di Umberto Favretto.


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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (143) – Una guerra non è mai santa, ma.

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Conferenza stampa per la presentazione del dramma Guerra santa scritto da Fabrizio Sinisi per la regia di Gabriele Russo, con Andrea Di Casa e Federica Rosellini, in scena al teatro Santa Chiara Mina Mezzadri dal 5 al 10 marzo.

Gian Mario Bandera introduce l’incontro sottolineando  quanto sia importante, per il Teatro e per la società, che un certo tipo di riflessioni, capaci di comprendere il personale e il sociale, ricomincino a circolare. «Mi sento di affermare che Guerra santa è appunto uno di quegli spettacoli nei quali è presente ed emerge quella sintonia con la contemporaneità che normalmente è difficile riscontrare». 

«In qualità di membro del consiglio di amministrazione, mi fa molto piacere sottolineare la lungimiranza della scelta effettuata dal CTB puntando su un giovane talento scelto, dopo attenta selezione, tra tanti altri giovani emergenti presi in considerazione per la posizione di “drammaturgo di casa”’» dice Patrizia Vastapane. «Anche perché averlo con noi vuol dire… sottrarlo ad altri teatri concorrenti» .
Conclude poi il suo intervento ricordando che, per allestire lo spettacolo inserito nella rassegna Brescia Contemporanea, il Centro Teatrale Bresciano si è avvalso del contributo di Cariplo e ASM

«Cominciamo dal termine guerra santa o jihad, che arriva a noi occidentali in modo allarmante e allarmato. In realtà, nell’accezione originale e autentica, esso rappresenta l’indicazione di un conflitto intimo di continua sfida con se stesso e di crescita» esordisce Fabrizio Sinisi.
«L’opera è strutturata in una serie di flussi di parole e concetti definitivi e al di fuori di ogni convenzione: qualcosa che non può accadere nella realtà, ma si può verificare, invece, in Teatro.
Quanto alla origine e alla genesi del testo, Sinisi spiega che la stesura del dramma è cominciata solo dopo un approfondito lavoro di documentazione sul terrorismo e, in particolare, sul fenomeno dei “foreign fighter”, la maggior parte dei quali risultano essere molto giovani. «Da lì partì l’intuizione di interpretare il fenomeno alla luce di quel pilastro di analisi conosciuto come “uccisione del padre”, interpretandolo come la reazione impulsiva e violenta di una generazione affamata di risposte che non riceve riscontri o che, per lo meno, quei pochi che vengono forniti dal “Potere”,  li reputa sbagliati».
«Ciò che notai immediatamente fu la sua capacità di calarsi nella realtà senza perdere di vista i più importanti e suggestivi archetipi. Quanto al testo portato in scena, al suo interno sussistono e convivono diversi livelli di narrazione. Il primo è la rottura del rapporto tra padre e figlia, con la fuga di quest’ultima, il ritorno dopo un’esperienza di guerra, e il confronto finale, risolutivo quanto drammatico. Il secondo il racconto dell’infrangersi dell’innocenza, a testimonianza di come alcuni episodi vissuti in gioventù, anche se in apparenza insignificanti, possano cambiare o addirittura stravolgere una intera esistenza. il terzo la metafora del terrorismo come salvagente di tanti giovani alla ricerca di un ideale, smarriti nel caos di un occidente con proposte caotiche, frammentarie e spesso discordanti». Conclude il suo intervento sottolineando come il suo modo di fare regia contempli un articolato e rispettoso percorso di conoscenza e approfondimento del testo che va trattato senza “vestirlo” troppo” e di quanto sia importante lavorare con cura con (e insieme a)gli attori. «Entrambe le cose, peraltro, sono molto difficile quando ci si cimenta con un testo come quello di Sinisi, continuamente cangiante, come un organismo vivente, e, quindi, spiazzante per chi lo interpreta.

«Sinisi lo conobbi in occasione di un rassegna di interpretazioni shakespeariane da parte di giovani drammaturghi, in cui mi colpì con il suo Giulio Cesare» ricorda il regista Gabriele Russo
«Ciò che notai immediatamente fu la sua capacità di calarsi nella realtà senza perdere di vista i più importanti e suggestivi archetipi. Quanto al testo portato in scena, al suo interno sussistono e convivono diversi livelli di narrazione. Il primo è la rottura del rapporto tra padre e figlia, con la fuga di quest’ultima, il ritorno dopo un’esperienza di guerra, e il confronto finale, risolutivo quanto drammatico. Il secondo il racconto dell’infrangersi dell’innocenza, a testimonianza di come alcuni episodi vissuti in gioventù, anche se in apparenza insignificanti, possano cambiare o addirittura stravolgere una intera esistenza. il terzo la metafora del terrorismo come salvagente di tanti giovani alla ricerca di un ideale, smarriti nel caos di un occidente con proposte caotiche, frammentarie e spesso discordanti». Conclude il suo intervento sottolineando come il suo modo di fare regia contempli un articolato e rispettoso percorso di conoscenza e approfondimento del testo che va trattato senza “vestirlo” troppo” e di quanto sia importante lavorare con cura con (e insieme a)gli attori. «Entrambe le cose, peraltro, sono molto difficile quando ci si cimenta con un testo come quello di Sinisi, continuamente cangiante, come un organismo vivente, e, quindi, spiazzante per chi lo interpreta.

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L’ultima parola, com’è giusto che sia, va ai due interpreti.

«Fra me e Federica si è stabilita immediatamente una sintonia comunicativa. Per quanto riguarda il dramma, suggestivamente instabile e fragile nel percorso narrativo, sia uno di quelli che andrebbero visti più volte, perché ogni volta che vengono rappresentati si rivelano un viaggio diverso» rivela Andrea Di Casa.

«Si tratta di un testo che sembra puntare all’assoluto, ma lo fa attraverso creature assolutamente imperfette: è anche per questo che l’ho subito amato» è il suggello finale di Federica Rosellini.

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Bonera.2

Bonera.2

Categorie: Teatro & Arte varia.

Il Jekyll di Sinisi è un doppio misto. Gotico.

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Al di là e prima di ogni altra considerazione su «Jekyll», appena andato in scena al Teatro Sociale, salutato da un lungo e convinto applauso finale, una cosa dev’essere chiara per tutti: impossibile aspettarsi che Fabrizio Sinisi , giovane e talentuoso drammaturgo di casa, si limiti ad “adattare” un testo, fosse anche un capolavoro della letteratura mondiale di tutti i tempi come «Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde», una delle più affascinanti e inquietanti storie scritte da Robert Louis Stevenson, già portata più volte in palcoscenico e sullo schermo (celeberrimi i film del 1931 -regia di Rouben Mamoulian con Fredric March e 1941- regia di Victor Fleming con il magico duo Spencer Tracy & Ingrid Bergman).

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Il libro:


Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (Strange Case of Dr Jekyll and Mr Hyde, 1886) è un raccontoo gotico dello scrittore scozzese Robert Louis Stevenson. Un notaio londinese, Gabriel John Utterson, investiga i singolari episodi tra il suo vecchio amico, il dottor Jekyll, e il malvagio Mister Hyde. L’impatto della storia è stato universale, facendo entrare la definizione Jekyll e Hydenel linguaggio comune a significare una persona con due distinte personalità, una buona e l’altra malvagia; o la natura normalmente buona ma talvolta totalmente imprevedibile di un individuo; in senso psicologico, è diventata la metafora dell’ambivalenza del comportamento umano, e anche del dilemma di una mente scissa tra l’Io e le sue pulsioni irrazionali (da Wikipedia)

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La trama in dettaglio:


L’avvocato Utterson viene a conoscenza di uno sgradevole episodio che ha per protagonista Edward Hyde, un sinistro quanto brutale individuo che, a quanto pare, gode della protezione del suo integerrimo amico medico Henry Jekyll. Non riuscendo a comprendere cosa possano avere in comune due persone così diverse tra loro, pensando che Jekyll possa essere sotto ricatto, Utterson decide di indagare personalmente. Nel corso delle sue ricerche, viene a sapere che Jekill sta lavorando su alcune sue strane teorie scientifiche. Quando poi Utterson gli esterna le sue preoccupazioni, il medico gli risponde tranquillamente che può disfarsi dell’altro come e quando vuole. Le cose, però, non vanno come previsto: viene commesso un delitto, di cui Hyde è dichiarato colpevole e Jekyll si incupisce e si chiude in se stesso sempre più. Hyde sembra scomparso, ma l’umore del medico si fa sempre più cupo, finché, nel suo studio, viene trovato un cadavere con le sembianze di Hyde e i vestiti di Jekyll. In una lettera è chiarito il mistero: a causa di un siero di sua composizione, in grado di cambiare il suo aspetto fisico e la sua mentalità, Jekill si è sdoppiato separando il bene e il male presenti nel suo animo, ma la parte “cattiva”, gradualmente stava prendendo il sopravvento.
A quel punto allo sventurato medico non è rimasto che il suicidio.

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Lo spettacolo:

Come si è detto in apertura, sulla locandina è scritto “liberamente ispirato all’opera di” e mai parole furono più appropriate: Fabrizio Sinisi smonta e rimonta a modo suo l’opera, sia in senso narrativo che cronologico, rendendola qualcosa di collegato all’originale ma, nello stesso tempo, di completamente diverso da esso. Il linguaggio è quello che ormai abbiamo imparato a conoscere dell’Autore barlettano: colto, cerebrale, frutto di un lungo e attentissimo lavoro di scelta di termini, parafrasi, perifrasi e circonluzioni, di misura certosina di parole e periodi, propenso a cedere qualcosa all’immediatezza della comunicazione a vantaggio di un’assoluta perfezione della costruzione letteraria e narrativa.

L’atmosfera, grazie anche all’eccezionale lavoro del geniale scenografo Alessandro Chiti (lo stesso di «Macelleria messicana» e «Il vecchio e il mare», tanto per intenderci) immerge lo spettatore in un oscuro ambiente gotico che ammicca senza possibilità di equivoco agli allucinati deliri propri di Edgar Allan Poe, con tanto di cimitero e antica navata di una chiesa.

Il tema è quello del “doppio”: dall’inganno degli specchi, che sembrano dire la verità ma, in realtà, riflettono un’immagine simmetrica all’originale, alla querelle «Non è giusto che le opere d’arte più belle siano copie di altre opere d’arte» all’amara considerazione sulla difficoltà di «distinguere tra un braccio che ti salva e un braccio che ti offende» per finire con gli attori che volteggiano a ritmo di musica conducendo tra le braccia finte ballerine.

La ferita, che lacera narrazione, protagonista e comprimari, è una totale assenza di speranza, ribadita e certificata, con accenti di amaro sarcasmo, da una grottesca confessione e da un arrabbiato discorso delle beatitudini declinato a rovescio. Proprio come in uno specchio oscuro, appunto.

Della sontuosa scenografia abbiamo già detto. Luci, effetti, accompagnamento musicale e costumi impeccabili. Bravissimi gli attori, tutti, con un’ovvia menzione per l’ispirato Luca Micheletti, cupo e rabbioso quanto basta, esuberante nella recitazione come e più di sempre e in piena forma fisica, come dimostrato da una sorprendente corsa nella corsia centrale della platea, degno dello sprint di un centometrista di professione.

Insomma, una grande, doppia conferma: sia delle capacità narrative di Fabrizio Sinisi, sia della crescita che consacra Luca Micheletti come uno dei migliori attori italiani del momento.
E, il sospetto che, per entrambi, il meglio debba ancora venire.

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JEKYLL
di Fabrizio Sinisi
liberamente ispirato all’opera omonima di Robert Louis Stevenson
regia Daniele Salvo
scene Alessandro Chiti
costumi Daniele Gelsi
luci Cesare Agoni
musiche originali Marco Podda
maschere e oggetti scenici Bruna Calvaresi
con Luca MichelettiCarlo ValliGianluigi FogacciAlfonso VenerosoSelene GandiniSimone CiampiElio D’Alessandro
produzione Centro Teatrale Bresciano
video promo Nicola Lucini – Arkfilmmaker

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (135) – Va in scena la terza metamorfosi di Micheletti

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È in arrivo «Jekyll» liberamente ispirato alla celeberrima opera di Robert Louis Stevenson, uno dei più attesi e intriganti appuntamenti della stagione 2018/2019 del Centro Teatrale Bresciano e, nel foyer del Teatro Sociale, si è tenuta stamattina la rituale consulenza stampa di presentazione dello spettacolo.

Apre e introduce il membro del membro del consiglio di amministrazione Luigi Mahony che, dopo aver ricordato con soddisfazione come il positivo trend della campagna abbonamenti si stia consolidando anche in questa stagione, presenta gli ospiti e passa la parola al drammaturgo “di casa” Fabrizio Sinisi, autore del testo che andrà in scena a partire da martedì prossimo.

«È da diverso tempo che meditavo di lavorare con un simile testo. La figura del dottor Jekyll (e del suo oscuro doppio Hide) costituisce infatti un archetipo della letteratura mondiale, un mito radicato, al pari di personaggi come Don Chisciotte, Casanova e altri. Un vastissimo terreno sul quale ci si può muovere in piena libertà e a proprio piacimento, e questo per un autore è semplicemente fantastico» confessa il drammaturgo. «Ho scelto di interpretare il tema dello sdoppiamento, che ispira e pervade l’intera trama, nell’ottica di un coraggioso quanto azzardato esperimento che mira a estrarre tutto il male presente nell’uomo per lasciarlo libero da ogni condizionamento negativo. In pratica un’impresa utopica che ho trattato come tragedia (cosa che realmente è) piuttosto che come favola nera, come peraltro, in molte occasioni, è stata interpretata in passato. Con Jekyll si completa e si conclude una trilogia sul tema della metamorfosi che ha avuto, come precedenti tappe,Kafka (nel 2014) e Mephisto (lo scorso anno) e che nella storia narrata da Stevenson, persegue il fine di narrare dell’eroico e romantico fallimento del tentativo di offrire se stesso come cavia umana per il bene comune, prendendo le distanze da una lettura prevalentemente influenzata dall’horror vittoriano».

Il regista Daniele Salvo esprime, da parte sua, il proprio compiacimento e la circostaza di essersi venuto a trovare a lavorare con un cast di tutto rispetto. composto di attoti e tecnici (scenografia Alessandro Chiti, costumi Daniele Gelsi, musiche originali Marco Podda, luci Cesare Agoni) di altissimo livello
«Curando la regia di questo spettacolo…» aggiunge,
«…mi sono trovato a demolire certezze fondate sul nulla e a trattare il complesso tema si demoliscono certezze fondate sul nulla. Trattando i complessi temi di un’identità labile e (in modo predittivo per i tempi in cui l’opera fu scritta) dell’assunzione di sostanze che possono condizionare il comportamento e l’essenza dell’animo umano» .

Il Direttore Gian Mario Bandera conclude ribadendo la collocazione di questo spettacolo, prodotto dal CTB, nell’ambito della forte determinazione a proseguire con l’ormai tradizionale politica di portare in scena e valorizzare testi di drammaturgia contemporanea, creando stimolanti occasioni di crescita culturale sia per chi il Teatro lo fa, sia per chi ne fruisce come semplice spettatore.

«In noi c’è e ci sarà sempre il coraggio di varare ogni anno un cartellone in cui la ricerca della qualità prevalga sulla necessità e sulla volontà di fare semplicemente cassetta» conclude con (legittimo) orgoglio

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Il cast di «Jekyll» al completo (crediti PH Umberto Favretto)
In ordine alfabetico: Simone Ciampi, Elio D’Alessandro, Gianluigi Fogacci, Selene Gandini, Luca Micheletti, Carlo Valli, Alfonso Veneroso

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E, arrivati a questo punto, non resta che attendere (per quel che mi riguarda con una certa impazienza, lo confesso) che il prossimo martedì sera, al Teatro Sociale, si sollevi il sipario. Per la recensione, more solito, lascerò la parola… e la tastiera a GuittoMatto.

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Categorie: Giorni d'oggi.

Festival Bazziniano: buona… l’ultima!

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Compositore, violinista, erudito e ispirato docente, l’ “Anti-Verdi“,  il “Novello Paganini”, Leopardi del violino” come pure venne appellato, troppo cosmopolita, troppo paneuropeo, per i suoi tempi, in qualche fu modo offuscato da una Storia rimasta indietro come un vecchio orologio. 

E, come accaduto ad altri Grandi, più “dimenticato”, a lungo, proprio dalla sua terra  e dai concittadini di diverse generazioni.

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Dunque doveroso, quanto ben realizzato e riuscito, il «Festival Antonio Bazzini – Brescia e l’Europa 1818 / 2018»  articolata iniziativa mirata a onorare l’arte e la memoria di Antonio Bazzini, grande musicista bresciano, che il CTB ha fatto propria e organizzata di concerto (mai termine fu più adeguato e ben collocato) con il Conservatorio di Musica Luca Marenziouna rassegnache si è svolta con successo e si è conclusa ancor meglio.

Per meglio spiegare ciò che ho visto poco fa al santa Chiara, ritengo utile una premessa il cui senso sarà pienamente comprensibile più avanti: le tesi di laurea si dividono essenzialmente in due tipologie: le sperimentali e le compilative. Quella che è stata assegnata a quel sempre giovane e sempre curioso studente della vita che risponde al nome di Costanzo Gatta, in occasione del Festival Antonio Bazzini –Brescia e l’Europa 1818 / 2018, appartiene, con ogni evidenza, e per fofrza di cose, alla seconda categoria.

Al termine del vasto programma del festival, si trattava infatti di celebrare con una pièce che rievocasse in modo dettagliato la vita, la carriera artistica e didattica, gli orientamenti creativi e la filosofia musicale del mai abbastanza celebrato e valorizzato violinista e compositore bresciano.

Ebbene, con «Bazzini, l’Antiverdi?» andato in scena al Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri poche ore fa, Costanzo Gatta ha composto e diretto con la consueta maestria la sua tesi compilativa, riuscendo a trasformarla, grazie anche alla bravura e dall’impegno degli interpreti (in ordine di apparizione Monica Ceccardi, Miriam Gotti, Silvia Quarantini e Daniele Squassina) in un appuntamento vivace e attrattivo, che ha tenuto attenti e partecipi gli spettatori dall’inizio alla fine (contrassegnata da lunghi e ripetuti applausi).

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Costanzo Gatta… in azione

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L’intelaiatura dello spettacolo è estremamente lineare ma di grande efficacia: tre giovani donne, riunite in quel che sembra una specie di redazione di qualche quotidiano o periodico, ricostruiscono, momento per momento, la intensa e girovaga esistenza del maestro, voci e pettegolezzi inclusi.  La rievocazione va avanti tra passato e presente, con tanto di selfie e riprese filmate, scandito dalle immagini di personaggi e luoghi che scorrono sul grande schermo della videoproiezione. I successi, le sconfitte, i sogni e le disillusioni, i difficili rapporti con la critica, la visione cosmopolita di vita, cultura e musica, in contrapposizione con Verdi e con il melodramma, imperante in Italia, si dipanano in ordine cronologico nella suggestione dei colori degli abiti femminili (creati e realizzati da Gianni Tolentino),  negli inserti di canto, nelle coreografie semplici quanto suggestive firmate da Orietta Trazzi, nell’immedesimazione (anche fisica) nel personaggio di Daniele Squassina. Semplicemente impeccabile, come sempre, l’accompagnamento delle luci di Cesare Agoni.

Si replica ancora domani sera, a partire dalle 20,30.

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Bazzini, l’AntiVerdi?

ideato, scritto e diretto da Costanzo Gatta

Con Monica CeccardiMiriam GottiSilvia QuarantiniDaniele Squassina.

costumi Gianni Tolentino

luci di  Cesa dire Agoni

coreografie di Orietta Trazzi

registrazioni di Gabriele Gasparetto

direzione tecnica Cesare Agoni

elettricista Sergio Martinelli

macchinista Michele Sabattoli

audio e video Giacomo Brambilla

trucco e parrucco EDUCO

Centro di formazione professionale

produzione Centro Teatrale Bresciano

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

«I Miserabili» e il fascino discreto della tradizione

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Su questo spettacolo è già comparso sul blog un articolo in data 4 maggio: 

https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-99-miserabili-in-scena-con-tutti-gli-onori/

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      Il romanzo

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«I miserabili» è il titolo di un romanzo storico, opera monumentale, pubblicato nel 1862 dallo scrittore, poeta e politico francese Victor Hugo. La trama (che copre gli anni che vanno dal 1815 al 1833) è complessa, ma sempre avvincente, attenta alle vicissitudini storiche che caratterizzarono il primo Ottocento francese e intessuta di profonde riflessioni etico-morali sulle vite dei protagonisti. Possiamo davvero immaginare di aprire questo gigantesco libro,  e di poter camminare, pagina dopo pagina: i drammi sociali, le tensioni della Parigi post-Restaurazione, i peccati e la redenzione dei disgraziati usciti miseramente (appunto) dalle guerre napoleoniche, sono davanti a noi come erano davanti a chi visse in quei giorni. Il romanzo «I miserabili» è composto da cinque tomi, per completare i quali Hugo impiegò circa ven’anni (la prima bozza conosciuta è del 1843) lavorandoci duramente durante gli anni dell’esilio. Nel romanzo  si dipana una profonda riflessione sulle condizioni degli ultimi (ovvero dei miserabili) nella Parigi di quei tempi. «I miserabili» ebbe un successo immediato, fu presto tradotto e pubblicato in tutta Europa e ancora ai giorni nostri viene ristampato e rielaborato in film, spettacoli teatrali e musical.

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La trama:

La prima parte si intitola “Fantine”. Jean Valjean, un ex-forzato che ha scontato diciannove anni di carcere per aver rubato un pezzo di pane,  è stanco, affamato, ma tutti lo scacciano. Solo il buon vescovo Bienvenue lo accoglie ed egli lo ricambia derubandolo dell’argenteria, ma, quando Jean Valjean viene riacciuffato, il vescovo dice ai gendarmi di avergliela regalata. L’incontro cambia totalmente l’animo di Jean Valjean: abbruttito perché maltrattato dalla società, d’ora innanzi dedicherà la propria vita agli altri. Si nasconde sotto falso nome e diventa ricco. Incontra Fantine, povera ragazza madre sfruttata da una coppia di furfanti, i Thenardier, che ospitano a caro prezzo la sua bambina trattandola come una schiava. Fantine diventa una prostituta, si ammala e muore. Jean Valjean promette che si occuperà della sua Cosette, ma viene riconosciuto dal poliziotto Javert e finisce in galera per salvare un poveraccio condannato al suo posto.

La seconda parte del libro si intitola “Cosette”, Fa ingresso nella narrazione  la losca famiglia Thenardier . Jean Valjean salva un detenuto,  poi   finge di annegare perché tutti lo credano morto.  Finalmente  è in grado di dedicarsi alla ricerca di Cosette, la figlia di Fantine.  Quando la trova, la libera dallo sfruttamento dei Thenardier e la porta via con sé . Viene riconosciuto dal solito Javert ed entra   nel convento del Petit Picpus, dove vi rimarrà con la bambina fino alla morte del vecchio. 

La terza parte si intitola “Marius”. Marius e suo nonno litigano perché il ragazzo ha scoperto che suo padre era un coraggioso soldato e non lo aveva abbandonato, come suo nonno gli aveva fatto credere. Marius se ne va di casa, rifiuta il denaro del nonno ed incontra “gli amici dell’ABC”, un gruppo di studenti fannulloni, che parlano sempre di ragazze e di politica, con cui fa amicizia. Intanto, il ragazzo cerca il signor Thenardier perché crede che durante la guerra abbia salvato il padre e vuole aiutarlo. Intanto i peggiori criminali di Parigi riuniti nel gruppo “Patron-Minnette”, organizzano un agguato contro Jean Valjean

La  quarta parte  s’intitola “L’idillio di Rue Plumet e l’epopea di Rue Saint-Denis“. Cominciano gli incontri segreti tra Marius e hanno inizio i moti rivoluzionari del 1832. Jean Valjean ha paura di essere scoperto e soprattutto di essere separato da Cosette , perciò decide di partire. Intanto gli amici dell’ABC costruiscono una barricata davanti alla locanda “Corinto”, oltre a loro ci sono Gavroche ed Eponine, figli dei Thenardier, Javert e Marius. Il piccolo Gavroche deve consegnare una lettera di Marius a Cosette, ma a prenderla è Jean Valjean che, dopo averla letta, va alla barricata.

La quinta e ultima parte s’intitola “Jean Valjean” e inizia con le vicende della rivolta. Gavroche muore per recuperare dei proiettili, Jean Valjean invece di uccidere Javert lo fa scappare, Eponine muore per salvare Marius. Alla fine la barricata è presa e tutti i componenti vengono uccisi, tranne Marius. Jean Valjean lo recupera privo di coscienza e lo porta a casa del nonno, passando per le fogne. All’uscita incontra Javert e si lascia arrestare, ma il poliziotto lo lascia libero e poi si suicida. Marius si riprende e, dopo poco, sposa Cosette. Jean Valjean racconta a Marius di essere un ricercato e chiede di poter andare a trovare Cosette ogni tanto, ma sentendosi rifiutato da Marius si lascia morire. Marius scopre la verità sull’uomo e corre da lui con Cosette, appena in tempo per chiedergli perdono prima che egli muoia.

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     L’Autore

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Victor Hugo nasce a Besançon nel 1802.  Fin dall’adolescenza dimostra una grande passione per la scrittura e una feconda creatività. Nel 1822 pubblica «Odes et ballades» e si sposa con Adèle Foucher. I primi anni di matrimonio, segnati dalle difficoltà economiche, stimolano l’attività letteraria del giovane Victor, che si concretizza nella pubblicazione di «Han d’islande», «Le dernier jour d’un condanné» e «Les orientales», la prima raccolta di poesie, pervasa di romanticismo, con impronta romantica. Nel 1831 la pubblicazione di «Notre Dame de Paris», cui segue il grande successo in teatro di «Cromwell», rappresentazione nella quale, attraverso un’accorta commistione tra elementi seri e grotteschi, si propone e si utilizza un uso più libero del verso nonché la creazione di opere ispirate ai più drammatici avvenimenti della  Storia. In «Hernani», altro dramma di grande successo, Victor Hugo unisce a un linguaggio scenico elementare, un’accesa eloquenza verbale. A questo punto lo scrittore-drammaturgo è pronto per diventare l’alfiere, in Francia, del movimento romantico in Francia. Come spesso accade, però, Il successo fu anche finanziario,ma attraversò una serie di lutti familiari che turbarono la sua esistenza:il più atroce fu l’annegamento della figlia Léopoldine, avvenuta nel 1843. Fondamentalmente repubblicano,dopo il colpo di stato con il quale Napoleone III si proclamava imperatore, fu costretto all’esilio. E proprio in esilio scrisse quello che molti considerano il suo capolavoro, il romanzo «I Miserabili», storia del riscatto morale di un evaso,accolto immediatamente da un enorme successo. Il suo pensiero. Hugo ha incarnato gli ideali più avanzati della borghesia democratica; il suo pensiero-una religione senza chiese,un culto dell’umanità e del progresso-rifletteva liricamente l’ottimismo del secolo,bilanciandolo coi temi del mistero cosmico e dell’irrazionalismo individuale. Si spegne a Parigi nel 1885.

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   Lo spettacolo

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La prima scena vede Jean Valjean e il vescovo Bienvenue ai lati opposti del palcoscenico, separati da uno spazio nero.  È la prima e forte indicazione della lettura che drammaturgia e regia hanno deciso di fare del capolavoro di Victor Hugo: da una parte il Bene, a destra il Male (anche se per il personaggio Jean Valjean il discorso è molto più complesso), rigidamente divisi e in perenne lotta tra di loro, sia all’esterno che all’interno degli individui.

Lettura tradizionale, assolutamente fedele allo spirito e alla forma del romanzo, con i “pro” (molti) di una scelta ortodossa e qualche inevitabile “contro”, se proprio se ne voglia cercare uno, riguardo alla evidente mancanza di volontà di avventurarsi nella ricerca di una qualche originalità.

Scenografia mobile, smart, ricca di costumi coerenti con l’epoca di ambientazione e accuratamente confezionati e con pochi arredi: attraverso un sapiente utilizzo delle luci (ormai una felice costante per Cesare Agoni) e il continuo spostamento di pannelli, mostra, a ogni scena, una diversa e suggestiva cartolina ottocentesca.

Recitazione di alto livello, ampiamente prevedibile per Franco Branciaroli (scultoreo e indimenticabile Jean Valjeanattorno alla cui maestosa figura si muovono gli altri attori, ben scelti e ben calati nella parte: a partire dall’interpretazione dei piccoli Cosetta/Gavroche, al corrotto Thenardier,  alla giovane e romantica coppia d’innamorati Cosetta-Marius, per finire ai personaggi minori che, con la forza narrativa di Victor Hugo, “minori” non sono affatto.

Discorso più articolato per Javert che, partito in sordina, acquista spessore con il progredire del dramma, finendo con una di quelle “morti” che fa onore ai personaggi negativi dotati di maggiore dignità e a chi, come in questo caso, bene li sa interpretare: «Che fine ha fatto il Bene? Che fine ha fatto il Male?» è il disperato e disperante interrogativo dello sbirro che segna la vittoria morale del suo avversario, un delinquente che, con il proprio altruismo e la propra generosità, riesce infine a rovesciare il tavolo da gioco, spiazzando tutti.

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                                                                                                                                    (ph Simone Di Luca)

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Della regia (impeccabile ed efficacissima nei tempi e nei ritmi) e della scelta di attenersi strettamente al testo, abbiamo già detto, così come di scenografie e luci. Musiche essenziali e calzanti. Pubblico deliziato e visibilmente soddisfatto di uno spettacolo di quelli ai quali raramente è dato di assistere in un momento storico (teatrale e non solo) forse troppo orientato al risparmio e al minimalismo a ogni costo.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Da Strindberg a Bergman, da «Oväder» a «Scene da un matrimonio» il viaggio svedese è interiore

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(foto a destra di Umberto Favretto)

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Non si tratta solo della partita a scacchi. Il “fil rouge” che collega August Strindberg, artista a tutto tondo, scrittore, poeta, pittore, drammaturgo e filosofo, con Ingmar Bergman, Maestro della cinematografia mondiale del ventesimo secolo, è molto più consistente.

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Strindberg, artefice di capolavori di teatro “simbolico e psichico”, utilizza nei suoi lavori immagini di grande impatto simbolico, per rafforzare il concetto di solitudine delle anime elette, di coloro cioè, che dotati di intelletto superiore, restano inevitabilmente incompresi da una massa di inferiore livello mentale. Da ciò si genera un conflitto che Strindberg battezza hjärnornas kamp  (ovvero “lotta di cervelli”), nel quale l’elemento femminile risulta sempre prevalente rispetto a quello maschile e la massa prevale sempre  sull’individuo, arrivando alla fine a commettere il själamord (“omicidio psichico”) consistente nel furto della credibilità sociale attraverso l’azione corrosiva del dubbio.

Anche i personaggi creati da Ingmar Bergman sono individui che non si confondono (o vorrebbero non confondersi) nella massa indifferenziata. Nelle pellicole del grande cineasta di Uppsala, essi recitano e raccontano il proprio stato di solitudine eccentrica, di voci che preferiscono dialogare con se stessi, con il proprio io, con la propria psiche, con le proprie convinzioni ideologiche e religiose. alla continua ricerca di un’autentica identità.

Un uomo che deve aiutarsi da solo, perché, come dice Bergman stesso, «Viviamo talmente lontano da Dio che forse Egli non sente la nostra voce, quando imploriamo il Suo aiuto»

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L’opera:

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Il dramma fu scritto da August Strindberg nel 1907 e venne rappresentato per 23 repliche (peraltro non assistite da successo) all’ Intima Teatern.

La pièce, collocata temporalmente nel mese di agosto, narra la vicenda degli abitanti di un unico palazzo: protagonista è  “il Signore”, un funzionario in pensione, che riceve la visita di suo fratello, un procuratore, al ritorno dalla villeggiatura. Incuriosito dalla strana atmosfera che avverte nell’ambiente, oltre a informarsi sullo stato del fratello, a cinque anni di distanza dal divorzio, inizia a indagare su chi siano i coinquilini del primo piano: sono Gerda, l’ex moglie del “Signore” con la bimba avuta nel corso del matrimonio, e il suo nuovo consorte, uomo torbido che, all’interno dell’appartamento, ha messo in piedi una bisca.

Nel corso di un colloquio, il “Procuratore” convince Gerda a riprendere il colloquio con il “Signore”, alla quale la donna chiede aiuto per aiutarla a divorziare da Fisher (di cui comincia a temere l’indole violenta) senza che questi le porti via la figlia. Cosa che, invece, si verifica allorché Fisher fugge con la figlia del pasticcere (altro inquilino del palazzo). Gerda e il Procuratore partono alla ricerca del fuggitivo, mentre il “Signore” resta in casa con la cameriera Louise, meditando sul senso della propria esistenza.

C’è un lieto fine, ma c’è anche, soprattutto, una nuova consapevolezza da parte del “Signore” che, rivedendo la ex moglie realizza di avere (forse)  ripreso in mano il filo della propria esistenza. Sta arrivando ormai l’autunno e (forse) abbandonerà quella casa-eremo-prigione.

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L’Autore:

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     August Strindberg modernissimo tra i moderni

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Nato a Stoccolma il 22 gennaio 1849 dallo  spedizioniere marittimo, Carl Oscar e dalla ex cameriera, Ulrika Eleonora Norling (alla quale va riferito il titolo dell’autobiografia pubblicata nel 1886 (appunto «Il figlio della serva») in cui Strindberg descrive un’infanzia difficile e disagiata. In realtà, anche se un sistema di rapporti di tipo patriarcale, un eccessivo rigore religioso e l’arrivo di una matrigna in seguito alla precoce morte per tubercolosi della madre, finirono per cerare un’atmosfera pesante che influì sulla formazione del giovane August, la famiglia era di estrazione e profilo borghese, tanto da disporre dei mezzi necessari per l’iscrizione alla Università di Uppsala. Qui Strindberg frequentò i corsi di medicina e di estetica che, però, abbandonò nel 1869 per dedicarsi all’attività di drammaturgo, sua autentica passione e vocazione. L’anno successivo un atto unico di sua composizione esordiv al Teatro Reale di Stoccolma.

La produzione di Strinberg, sia per quanto riguarda la drammaturgia che la narrativa, sempore alla ricerca di nuove forme di espressione e senza condizionamenti di tipo estetico, morale e sociale, rappresenta un’autentica novità, superando il realismo ottocentesco senza però lasciarsi condizionare dall’imperante pessimismo romantico e neo-barocco. 

Lo scrittore americano Eugene O’Neill, nel 1924, definisce August Strindberg «Precursore della modernità nel nostro odierno teatro e il più moderno fra i moderni».

Di lui Franz Kafka dice: «Non leggo Strindberg per leggerlo, ma per posare la testa sul suo petto».

André Gide lo annoverava fra i «Personaggi eminenti dell’umanità».

Per Ingmar Bergman, invece,  è  il «Compagno costante del suo impegno cinematografico».

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Lo spettacolo:

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Il cast di «Temoporale» al gran completo  (foto di Umberto Favretto)

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La scelta della regia è quella della fedeltà.

Non solo al testo, ma anche allo spirito dell’opera e alle intenzioni dell’Autore.

Al momento di entrare in sala, gli spettatori trovano già la platea invasa da una leggera nebbia. Poi il brontolio dei tuoni, messaggeri dell’incombente temporale, che si rivelerà un Godot in negativo: fa avvertire la sua minacciosa presenza, minaccia di scoppiare, per tutta la durata della rappresentazione,  ma le nubi nere che oscurano il cielo restano sterili.

Le scenografie giocano con luci e ombre, colore e chiaroscuri. Rumori come il suono delle campane e lo squillo del telefono si alternano con sonate di pianoforte e canzoni cantate e smozzicate, ma l’atmosfera della narrazione resta: precisamente quella senza tempo del primo ‘900,  tra le contraddizioni del diciannovesimo secolo, divisa tra i sogni di progresso e benessere della Belle Époque e i deliri di onnipotenza imperiale, tra le miserie del secolo dell’industrializzazione e le tensioni che porteranno agli immani conflitti prossimi venturi.

In tutto ciò la recitazione degli attori, di tutti gli attori, è semplicemente perfetta.

In prima posizione, per quanto ovvio, interpretato alla grande da un ispirato Vittorio Franceschi, il “Signore”. Uno che ciò che c’era da sperimentare e vivere nella propria esistenza, lo ha già vissuto e sperimentato. Stremato dalla fatica di mettersi continuamente in gioco, ormai rassegnato alla progressiva decadenza fisica e mentale, spaventato dall’avvicinarsi inevitabile e inesorabile della fine, aggrappato, come tanti anziani, alla rassicurante presenza di una ancor giovane donna, la cameriera Louise (ai giorni d’oggi sarebbe una perfetta badante) che si occupa di lui senza  creare complicazioni relazionali.

«I sentimenti e le simpatie, non ci appartengono più» è il ferreo mantra del Signore,  auto-recluso nella Casa del Silenzio.

«E lentamente ci stacchiamo dalla vita come un dente dalla gengiva».

Di grandissimo impatto la trovata scenografica del fondale che, nell’epilogo,  scorre via, dissolvendo la casa e mostrando un lussureggiante giardino prossimo al sonno invernale.

Nella mia (e non solo mia) interpretazione, decisamente opposta a quella che a suo tempo ne diede il grande Strehler, a nulla serve, per cambiare l’inerzia della narrazione, il contraccolpo di dignità e coraggio che il Signore esprime nella sua ultima battuta. E il lampione della ragione illumina sì, qualcosa d’importante, ma si tratta appunto dell’accettazione (razionale e necessaria) dell’esito che ogni vita deve avere. 

Perché finalmente piove, sì, ma quella che scende dal cielo grigio è la pioggia lenta e triste che bagna i cipressi, i crisantemi e le lapidi dell’universale cimitero.

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(vds. in argomento anche post del 26 gennaio 2017:  https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-73-temporale-in-arrivo-al-teatro-santa-chiara/)

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  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Chi ha detto che non ci sono più i Gentiluomini di una volta?

      La storia

Scritta tra il 1592 e il 1594 è una delle prime opere scritte da Shakespeare, una pièce tragicomica, effervescente e suggestivamente discontinua. Vicenda complessa che vede come protagonisti i due giovani amici Valentino e Proteo. Il primo, partito da Verona per stabilirsi a Milano, incontra la bella e ricca dama Silvia di cui, ricambiato, s’innamora. Proteo, andando a trovare l’amico, nonostante abbia lasciato a Verona la fidanzata Giulia, si innamora anch’egli di Silvia. Giulia, messa in allarme dal suo intuito femminile, si presenta a Milano mascherandosi da uomo. In un concitato quanto intricato epilogo, Valentino e Proteo (che tenta di rapire Silvia) si affrontano nella foresta. Valentino libera la donna ma,  in nome dell’amicizia, rinuncia a lei in favore dell’altro. Proteo, però, in nome dello stesso sentimento, a sua volta rinuncia a Silvia e torna da Giulia. Un lieto fine, o forse no.

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    L’opera

Il sipario si apre su una scenografia essenziale, ma di grande suggestione: una costruzione modulare dai colori desertici, mimetici, lunari, virati in un gialloverde coloniale.

Si comincia con una separazione che non è soltanto l’ìinizio di una frattura tra due amici, inevitabile epilogo di certi forti sodalizi giovanili, soprattutto maschili, ma anche l’inizio dell’ennesima battaglia dell’eterno conflitto tra sentimenti e valori spesso contrastanti, come quelli dell’amicizia e dell’amore.

Quell’amore che, nella visione shakespeariana rappresenta il più potente motore di vita.

Quell’amore che non è esattamente ciò che il drammaturgo intende raccontare, ma quel che il pubblico del suo tempo vuole vedere e vivere dalle proprie poltrone: sentimento tragico e romantico, dominatore di cuori e di coscienze, inesorabile aggressore dell’anima che colpisce più duramente proprio chi meno sembra credere nella sua potenza.

Quell’amore, che però, probabilmente, il Grande Bardo guardava con altri occhi, molto più freddi e razionali. Un paravento, o piuttosto un comodo pretesto, utile a mascherare, dietro al più esasperato romanticismo, pulsioni carnali e istinti di possesso e di dominio. Un veleno dolceamaro che morde il ventre prima e più ancora di intossicare il cuore. Fonte di corruzione, in casi estremi,  e di efferati comportamenti: è il caso del gesto ignobile di Proteo, che arriva a donare come pegno d’amore alla nuova passione, Silvia, proprio l’anello ricevuto in regalo allo stesso titolo dalla fidanzata Giulia. 

Si respira una consistente e popolare carnalità in questa pièce, studiatamente sguaiata, in certi casi, al non nascosto scopo di catturare attenzione e applausi suscitando ilarità negli spettatori di ogni ceto sociale e popolare che si accalcavano nei polverosi teatri del sedicesimo secolo londinese. Un compromesso utile e necessario, mirato a trasmettere e dfare passare messaggi di ben più ampio respiro.

Perché il giovane e ancora acerbo drammaturgo William Shakespeare si mostra e si dimostra ne «I due gentiluomini di Verona» già in tutto il suo talento di narratore dall’immensa capacità di scrittura teatrale. Quasi un mostro, in riferimento all’età anagrafica, visto che, nelle pieghe della narrazione, lo si scopre già dotato, a dispetto della tenera età,  di tutta la saggezza del mondo.

Poi, però,  (per fortuna), arriveranno la maturità e la vecchiaia a fare, a Lui e a noi, un contraddittorio quanto inestimabile dono; quello della straordinaria, visionaria, fresca e giovanissima follia che ne fa il Genio insuperato e forse insuperabile della drammaturgia mondiale.

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   Lo spettacolo  (PH Serena Pea)

Ciò che colpisce di più in questa rappresentazione è la straordinaria omogeneità di recitazione che Giorgio Sangati (responsabile anche di questa versione italiana della commedia) riesce a ottenere  dal suo cast, composto di attori di elevato livello professionale. Un compito che il regista non si accontenta di svolgere in modo pulito e ordinato, impegnandosi in azzeccate e del tutto originali trovate sceniche e narrative.

Dall’accattivante prestazione della guest star a quattro zampe (il cane Charlie, molto ben calato nel ruolo), all’introduzione di certi “modernismi” stimolanti ma mai invadenti sia nel linguaggio che nei movimenti, alla originalissima idea del mantenimento in scena nel corso dell’intervallo di uno stoico Ivan Aloisio (Valentino) capace di rimanere immobile come una statua, in piedi al centro del palcoscenico per tutta la durata dell’intervallo, la discontinuità narrativa di questa pièce viene trasformata in un susseguirsi di stimoli capaci di far digerire in modo del tutto indolore al pubblico la lunga durata della commedia.

Tutti perfettamente all’altezza gli attori, a partire dal già citato AloisioFausto Cabra (Proteo) la cui breve intervista concluderà questa recensione.

Delle scene di Alberto Nonnato si è già detto, splendidi i costumi di Gianluca Sbicca, perfette (e questa non è una novità) le luci di Cesare Agoni.

Applausi meritati, prolungati e convinti per una partenza “ufficiale” della stagione 2017/2018 che meglio di così non poteva andare.

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Versione italiana e regia di Giorgio Sangati

Scene di Alberto Nonnato 

Luci di Cesare Agoni

Costumi di Gianluca Sbicca

Con: Fausto Cabra, Ivan Alovisio, Camilla Semino Favro, Antonietta Bello, Luciano Roman, Gabriele Falsetta, Paolo Giangrasso, Ivan Olivieri, Giovanni Battista Storti, Chiara Stoppa, Alessandro Mor, Diego Facciotti.

e con la partecipazione straordinaria di Charlie

 

Produzione del CTB Centro Teatrale Bresciano  con Teatro Stabile del Veneto-Teatro Nazionale.

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    Che ne dice Proteo (ovvero Fausto Cabra  *)

«Ci tengo a rendere giustizia a un testo che, secondo me va inserito a pieno titolo tra i grandi capolavori di Shakespeare, e che collocherei tra i più avanguardistici scritti dal Grande Bardo. Un vero e proprio inizio di una rivoluzione destinata a cambiare non solo la storia del Teatro.

Quando ho cominciato a lavorarci l’impressione (e l’emozione) è stata quella di scoprire qualcosa di assolutamente nuovo, come se fosse saltato fuori un inedito shakespeariano.

Tutti noi del cast ci siamo sentiti e ci sentiamo responsabili della messa in scena un testo totalmente dimenticato. E di cercare di fargli giustizia. Personalmente lo considero un autentico capolavoro di libertà drammaturgica che solo oggi forse può essere conmpreso e pienamente apprezzato, anche negli aspetti più misterici.»

 

 

(*)

Con l’importante “bagaglio” di una preparazione attoriale di prim’ordine sulle spalle, Fausto Cabra nel 2005 riceve il Premio Salvo Randone  come Miglior Giovane Attore Neodiplomato italiano. Lavora in diversi spettacoli prodotti dal Piccolo Teatro con la regia di L. Ronconi, ma anche R. Carsen, E. D’Amato, E. Bronzino, G. Sangati e C. Simonelli. Per il Teatro Stabile di Torino ha partecipato a varie produzioni, incontrando diversi registi: K. Arutyunyan W. Le Moli V. Arditti E. Malka e Claudio Longhi, con il quale collaborerà x molti anni anche in altri enti stabili, tra cui l’ERT e il Teatro di Roma. Dal 2006 collabora costantemente con Ricci/Forte in “Troia’s Discount”, “100% Furioso”, “Macadamia Nut Brittle”, come attore o assistente regia. Nel 2007 si aggiudica il Premio Ernesto Calindri  come Miglior Attore Emergente. Con Y. Ferrini recita in “Onora il padre e la madre” regia F.Olivetti. Nel 2010 comincia la collaborazione con il Globe Theatre di Roma, prendendo parte a “Molto Rumore Per Nulla” con la regia L. Scaramella ed a “Romeo Giulietta” regia Gigi Proietti nel ruolo di Mercuzio. Tra 2011 e 2012 inizia la collaborazione con Israel Horovitz e la sua compagnia italiana. Collabora con giovani compagnie emergenti, Piano In Bilico e Gli Incauti. Continua a tenere viva la collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano partecipando ad una serie di Lab. con il Maître F. Jaibi. Nell’estate 2012 incontra grazie alla Biennale Teatro il Maestro D. Donnellan, con cui lavorerà per 2 estati consecutive. Torna a collaborare con Luca Ronconi nelle estati 2012/13. Dal 2012 collabora con il CTB (CentroTeatraleBresciano) in 3 spettacoli con la regia di E. Bucci e M. Sgrosso, e poi con la regia di D. Salvo. Incontra nel 2014 G. Bisordi in “La Vita Agra” e “Actarus”.
Al cinema ricopre il ruolo principale in “L’estate d’Inverno” e “In guerra” di D. Sibaldi. È tra i protagonisti di “Lehman Trilogy”,  regia L. Ronconi.

 

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  (PH Serena Pea)

 … e tanti saluti da Charlie, naturalmente !

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   GuittoMatto

 

Categorie: Teatro & Arte varia.