Una famiglia… allagata. E torna il Teatro.

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Un forno che non si scalda, un regalo non gradito, la foto di Marx appeso sopra al water… con premesse del genere è ampiamente prevedibile che il compleanno di Kristin non sarà una ricorrenza come tante, bensì l’ennesima dimostrazione di quanto possa essere grottesca e insidiosa la vita di ogni giorno, per ciascuno di noi.

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Tra una gag in puro stile britannico, tra una gaffe e l’altra, in crescendo, si manifestano gli attriti e si amplificano le incomprensioni tra la festeggiata Kristin (una Elisabetta Pozzi in gran forma), il figlio Peter (Christian La Rosa) con la bigotta fidanzata americana Trudi (Francesca Porrini), Claire (Martina Sammarco) attrice di soap opera e compagna dell’altro figlio Simon (Emiliano Masala) che, invece, per il momento si fa attendere.
Non manca all’appuntamento l’estroverso e disincantato Hugh (Giovanni Franzoni) alternativo amico gay della padrona di casa.

È tutto un susseguirsi e un accavallarsi di duelli di parole acuminate ed eleganti, di motti esilaranti e geniali («Amo Gesù perché mi rende la vita più semplice» confessa con candore solo apparente la devotissima Trudi), che catturano e premiano l’attenzione degli spettatori.

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Tra la fine del primo e secondo atto, poi, entra in scena l’atteso Simon, cupo e scostante (e ne ha ben donde, veniamo subito a sapere), e la pièce cambia bruscamente ritmo e colore, Dall’acido humour britannico, a sorpresa, si passa a una narrazione più introspettiva e “maledetta”, con accenti che richiamano alle memorie certa drammaturgia nordamericana del secolo scorso, tra la protesta sociale e il rivendicazionismo di stampo marxista di Arthur Miller e l’intellettualisno freudiano di Tennesse Williams.

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L’intensità di «Apologia», però, non viene meno fino al rassegnato finale, salutato da lunghi e convintissimi applausi finali.
Meritatissimi, aggiungo io, perché questo è il teatro. Il vero teatro. Uno spazio magico in cui davvero “succede” qualcosa, sia nell’anima dei personaggi che nelle loro azioni e reazioni. Per questa sera i più economici (ma spesso noiosi e autoreferenziali monologhi) hanno lasciato posto a qualcosa di diverso e più stimolante.
Della perfezione interpretativa di Elisabetta Pozzi, che dipinge e indossa l’ironia al limite del cinico e i malinconici rimpianti per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato di Kristin, abbiamo già detto. Bravissimi anche gli altri attori, ben centrati e calibrati sui personaggi cui offrono parla e movimento. Puntuale la regia di Andrea Chiodi, capace di mantenere il ritmo narrativo sostenuto ed equilibrato per tutta la durata dello spettacolo. Come sempre inappuntabili il lavoro-luci di Cesare Agoni. Lascio (volutamente) per ultima l’azzeccata e suggestiva scenografia di Matteo Patrucco: attraverso un pannello mobile (tra l’altro di non dispendiosa realizzazione) si riesce a ottenere un effetto interno-esterno spazio/psicologico di notevole efficacia.

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Alexi Kaye Campbell, classe 1966, britannico di origini greche, è un drammaturgo e sceneggiatore per il cinema. Le sue opere teatrali sono state oggetto di lunghe e fortunate tournée sia in patria che all’estero (America del Nord, Australia, Estremo Oriente). Nel 2009, il suo spettacolo The Pride è stato insignito del Laurence Olivier Award per l’eccezionale successo in un Affiliate Theatre.

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N.B.
Le prime quattro foto inserite a corredo di questo articolo sono opera di Luca Del Pia.

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (144) – Un Teatro più che mai… sociale

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Si è tenuta stamattina, presso la sede del Centro Teatrale Bresciano, la conferenza stampa di presentazione della messa in scena dell’operetta «Scugnizza». L’evento è inserito nel quadro dell’annuale ricorrenza della Giornata Internazionale della Donna, organizzata e curata dai Sindacati dei Pensionati di Brescia.

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«Più che una celebrazione si da continuità all’azione di donne pensionare  che diffondono un concetto di comunità molto importante» sottolinea in sede di introduzione dell’incontro il Direttore Gian Mario Bandera.

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Antonella Gallazzi ringrazia il CTB per aver messo a disposizione il Teatro Sociale per un evento che rappresenta un momento di grande allegria per donne costrette, per motivi legati all’età e alle condizioni di salute, a trascorrere gran parte del loro tempo all’interno delle case di accoglienza e dei centri diurni.
«Per noi significa parlare alle donne, coinvolgere le donne, specie le anziane che raccontano le proprie esperienze di vita, con diritti conquistati e diritti negati, anche in campo economico, con una disce sociale dell’azione riminante differenza retributiva. Come Coordinamento Donne ci muoviamo in modo unitario dannoso alle donne un’occasio e unica di parlare e confrontarsi. Quest’anno, debbo dirlo con estremo rammarico, il principale argomento Trattato è stato quello della violenza di genere, purtroppo ancora di drammatica attualità»

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Luisa Battagliola conferma che saranno messi in scena due spettacoli, ai quali sono invitate le ospiti delle case di riposo e dei centti diurni con le loro animatrici.
«Ricordo, qualora ve ne fosse necessità, l’alto valore dell’azione delle RSA e dei centri diurni (curati soprattutto da volontari che si occupano della gestione del tempo libero degli ospiti, con spazi dedicati ad attività culturali e artistiche, a spettacoli organizzati appositamente e altre varie iniziative)» ribadisce, concludendo il suo intervento.

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Anna Delle Donne sottolinea come a questo evento sia collegata una lotteria i cui proventi andranno a diversi progetti solidali, come “Progetto Simone per Emergency”, “Adotta una mamma-salva il suo bambino”, il finanziamento di una scuola materna sita in Brasile, nei pressi di Rio de Janeiro e di altre iniziative del genere.

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Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (133) – Su il sipario: benvenuto 2019!

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Ormai quella di trascorrere la notte di San Silvestro al Teatro Sociale è diventata una consuetudine che molti bresciani hanno dimostrato di apprezzare. Che siano gli Oblivion, la Banda Osiris o, come è successo l’altro ieri sera, Paolo Migone, con il suo  «Beethoven non è un cane» si tratta di serate il cui tema è costituito, rigorosamente (e doverosamente) da ironia e divertimento.

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Nel caso dello spettacolo presentato da Mingone in questa occasione, però, c’è da aggiungere al novero un’altra qualità, piuttosto insolita (purtroppo) per il teatro brillante italiano: un’arguta divulgazione. I numerosi riferimenti alla storia musicale (ma anche della musica e dell’arte) dei bei tempi andati , si mescolano armoniosamente con riconoscibili riferimenti alle tante stranezze e deviazioni dei giorni d’oggi. Insomma, una goccia di amaro astutamente spalmata e resa di più gradevole (in certi casi gradevolissima) ingestione.

Lui, Paolo Migone, merita grande apprezzamento per la padronanza di palcoscenico e pubblico e per la disincantata autoironia che permea ogni passaggio dello spettacolo, risolvendo in spettacolo i dubbi e le incertezze dell’artista e dell’uomo. A ciò si aggiunge, soprattutto, il coraggio di rinnovarsi in una nuova e non agevole sfida culturale, di essere uguale a se stesso senza mai cedere alla tentazione di adagiarsi sulla rassicurante quanto comoda eco dei passati successi televisivi e non, innovando e rinnovandosi in ogni occasione risulti possibile.

Spettacolo non facile, né immediatamente e pienamente percepibile per tutti ma che tutti, pur attraverso diversi livelli di consapevolezza, finiscono per applaudire con convinzione.

Dopo un imprevisto quanto esilarante supplemento di spettacolo che, una volta scaduti i “tempi regolamentari” Migone regala alla platea, in attesa che scatti l’ora fatidica della mezzanotte più attesa dell’anno, gli spettatori si riversano nel foyer per il rituale scambio di auguri a base di spumante e delle ghiottonerie di ordinanza, con il mattatore della serata che non si sottrae a piacevoli chiacchiere e all’ormai irrinunciabile cerimonia del selfie.

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Nella foto, accanto a Paolo Migone, da sinistra, l’amminstratrice di « Goodmorning Brescia » Giusy Orofino e la consigliera del CTB, Elena Bonometti.

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Da Brescia è tutto.

Buon anno da parte mia e di GuittoMatto, Bresciani! Sia seduti in platea che in movimento, nella vita.

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Bonera.2

 

Categorie: Giorni d'oggi.

Rane in fuga dalla TV

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«Le rane»  (titolo originale: Βάτραχοι), commedia scritta da Aristofane,  vinse nel 405 a.c. le Lenee di Atene, in occasioni delle quali venne messa in scena per la prima volta.

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La trama:

Dioniso, ammiratore di Euripide, decide di scendere nell’Ade per riportare in vita il drammaturgo e salvare così la tragedia dal declino causato dalla mancanza di nuovi talenti.

Travestito da Eracle, nell’intento di intimorire gli gli abitanti degli Inferi, inizia il viaggio insieme al suo fido servo Xantia inizia il viaggio.

Giunti all’Acheronte si dividono: Dioniso sale sulla barca di Caronte, mentre il suo servo, visto che il traghettatore non dà passaggi agli schiavi, è costretto a una lunga camminata a piedi per aggirare la palude.

Durante la traversata si fa sentire il ben intonato coro delle rane (da cui il titolo all’opera), e il canto degli iniziati ai culti misterici.

Il travestimento di Dioniso genera una serie di spassosi equivoci: incolpato da Eaco, servo di Plutone, di avere maltrattato il cane Cerbero, e minacciato di evirazione da parte delle terribili Gorgone, Dionisio, dopo aver perso impaurito il controllo dei visceri, costringe  Xantia a sostituirlo nel camuffamento. Seguono altre situazioni spassose costruite sulla sfortuna del dio e sulla buona sorte del servo nel corso di successivi scambi d’identità.

Quando finalmente i due giungono alla meta, è in corso un furibondo litigio fra Eschilo, detentore del trono dell’arte tragica, e il nuovo arrivato Euripide, che vorrebbe prenderne il posto. Il duello dialettico tra i due è senza esclusione di colpi e Dioniso, nominato da Plutone in persona arbitro della disputa, dopo una lunga incertezza, decide alla fine di assegnare la vittoria a Eschilo che, così, tornerà in vita.

Non prima però di avere raccomandato a Plutone, con un ultimo colpo di coda, di impedire a ogni costo, in caso di nuove dispute tra drammaturghi,  che Euripide abbia la meglio. Magari preferendogli Sofocle.

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Lo spettacolo:

L’approccio scelto da Ficarra e Picone nei confronti del pubblico di  «Le rane» (tratta –a circa due millenni e mezzo di distanza- dall’opera di Aristofane) è di quelli che possono definirsi “simpaticamente ruffiani”.

I due comici, sollecitando in più occasioni direttamente l’applauso, cercano continuamente un contatto anche fisico con la platea, non dimenticando, però, nel finale, un particolare saluto solidale e democratico agli spettatori della galleria che  hanno assistito allo spettacolo “più da lontano”.

Lo spettacolo , in sostanza, è diviso in due parti. Per circa metà, infatti,  viene calcata la mano sugli aspetti più farseschi e sulle battute più sapide (pure presenti anche nel testo originale); per l’altra metà (e questo la dice lunga sulla struttura non proprio armonica ed equilibrata scelta dalla regia) ci si avventura nel la  eccessivamente prolissa e  prolungata disputa artistica, stilistica ed ideologica tra i non troppo convinti (si parla di interpretazione) Eschilo ed Euripide.

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Anche al Teatro Sociale Ficarra & Picone hanno fatto il pieno di pubblico con «Le rane›

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Un  prodotto per palati facili (absit iniuria verbis), scaltramente estratto dall’involucro della tv per approdare in palcoscenico, con una struttura narrativa francamente fragile e frammentaria che si risolve in una serie di gag: quanto di piàù adatto, insomma, per essere interrotto, al termine di ogni quadro, dal passaggio della pubblicità per lo sponsor o dai consigli per gli acquisti.

Non tutto è da criticare in modo e misura così severi,  naturalmente.

Della simpatica ruffianeria di Ficarra e Picone, bravi professionisti le cui qualità comunicative ed empatiche (perfette in trasmissioni come “Striscia la notizia” o in film d’intrattenimento), con ogni probabilità, decadono parzialmente nel passaggio dal piccolo schermo al palcoscenico, già si è detto. Efficace e suggestiva la scenografia, vivacemente colorati i costumi, decisamente molto bravi i coristi, intonati e coinvolgenti nell’interpretazione di  “rane” e “iniziati”, incontestabilmente piacevoli musiche e movimenti.

Tra i tanti messaggi “alti” espressi dai due drammaturghi rivali, talmente alti da risultare rarefatti, per la verità, uno, alla fine, perfettamente attagliato all’attuale situazione politico-sociale del nostro Paese, resta  bene impresso nella mente degli spettatori più attenti e scafati:

«Chiunque farà diversamente da quanto fatto da coloro che c’erano prima, farà bene» afferma sostanzialmente il perdente Euripide.

Provocazione immediatamente dopo contestata e demolita dalla riflessione che se comunque chi viene ”dopo” non opera al meglio, ecco che subito e inevitabilmente si allungano le cupe e sinistre ombre di altri due detti nati dalla saggezza popolare.  

Il primo, tradizionale: «Al peggio non c’è mai fine» . Il  secondo più articolato e ironico: «Una volta toccato il fondo, sarebbe consigliabile, almeno, di non mettersi a scavare»

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.   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Quella buon’anima di Bertolt, ovvero la disfatta del buonismo, ma anche no

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(vds. precedente articolo del 19 ottobre 2018 in argomento: https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-132-il-nuovo-cartellone-del-ctb-parte-dalla-cina-di-brecht/)

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L’opera:

«L’anima buona del Sezuan» è una dei più esemplari lavori di Bertolt Brecht. Opera di natura didascalica dal testo piuttosto semplice, tratta della separazione (e al tempo stesso dell’estrema prossimità) che caratterizzano il Bene e il Male, mettendo in grado lo spettatore di individuare e interiorizzare con facilità le contrapposte posizioni e, quindi, di immedesimarsi nei personaggi che agiscono sulla scena. Fino a rendersi conto di come, con significativa frequenza, la distinzione non sia così chiara, né  percepibile con immediatezza e con certezza: in ciascun essere umano Bene e Male, infatti, possono coesistere, dando luogo a uno sdoppiamento di personalità che, per essere gestito al meglio, dev’essere oggetto di osservazione e di analisi.

Quelle che scendono dal cielo nel Sezuan, alla ricerca di “un’anima buona”, sono divinità dall’indole semplice, sostanzialmente ingenue, orientate a individuare le qualità positive degli uomini, il che è in contrasto non solo con gli abitanti della regione, ma anche di tutto il genere umano,abile soprattutto nell’arte di dissimulare e falsificare fatti e idee. Quando si rendono conto di quanto sia difficile anche per gli dei separare le spighe dalla gramigna, ovvero riconoscere la genuinità dei buoni sentimenti degli uni, in contrasto con l’inganno e la malvagità degli altri, Ecco che, grazie all’interessamento di un volonteroso acquaiolo, si trovano a essere ospitati nella dimora di una prostituta resa disponibile dalla professione esercitata ad accogliere le istanze e a soddisfare le esigenze di chi le si rivolge.

Da qui partono le vicende della “anima buona” di Shen-Te (questo il nome della generosa prostituta) che, ricompensata con una cospicua somma di denaro (mille dollari d’argento) da parte degli dei riconoscenti, si trova subito a fare i conti con l’avidità di chi (come il furbo pretendente Sun e gli avidi vicini) cerca in qualche modo di carpirle la piccola ricchezza di cui è venuta in possesso. Per difendersi nel migliore dei  modi, però, neanche a dirlo, è costretta anch’essa a ricorrere al raggiro e alla menzogna, inventandosi un non meglio identificato cugino dall’indole dura e autoritaria quanto basta e sdoppiandosi in lui.

Utilizzare l’arma dell’inganno è tutt’altro che facile, peraltro, per chi, come Shen-Te, non è abituata a servirsene abitualmente: la malcapitata prostituta dovrà subire pressioni e accuse di ogni tipo, dalle quali, per quanto inverosimili, alla fine, solo l’intervento degli dei potrà preservarla. Pur avendo ricevuto Shen-Te un’adeguata ricompensa per la propria onestà, tuttavia, l’ipocrisia, la mancanza di scrupoli, la doppiezza d’animo da cui viene circondata, però, lasciano in lei un profondo segno.  Una volta che gli dei si saranno congedati, (liberi almeno loro e beati loro, di tornarsene in cielo, nella loro beata irrealtà) la donna si troverà a riflettere amaramente su quanto possa risultare difficile e pericolosa la vita per chi, in questo mondo, manifesta e pratica troppo la bontà.

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(foto di Marco Caselli Nirmal) 

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La rappresentazione:

«L’anima buona del Sezuan», scritta tra il 1938 e il 1940, andò in scena per la prima volta a Zurigo in piena seconda guerra mondiale, nel 1943. In Italia è stata rappresentata più volte. Ricordiamo, tra tutte, la versione andata in scena nella stagione 57/58 al Piccolo di Milano (per la regia di Giorgio Strehler) con Paola Borboni, Ottavio Fanfani, Valentina Fortunato, Gabriella Giacobbe, Franco Graziosi, Andrea Matteuzzi, Marcello Moretti, Cesare Polacco, Relda Ridoni, Enzo Tarascio.

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(foto di Marco Caselli Nirmal) 

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Della trama avete letto, sommariamente, più sopra, ma si tratta di una di quelle storie che, raccontate da mille persone, per loro natura vengono interpretate e, quindi narrate, in modo diverso. Quindi, questa recensione non ne tratterà oltre, e il sottoscritto vi parlerà di ciò che ha appena visto al Teatro Sociale in modo (volutamente) farraginoso e confuso, perché più di mille sono le considerazioni e le sollecitazioni che questa complessa pièce è riuscita a suscitare, quindi sarà meglio che ve la facciate andare bene così.

Si comincia con una schiera di quei tipici cappelli di paglia cinesi, a forma di cono, ed è il primo trucco, perché, in realtà, in Sezuan di cinese c’è poco o niente. Le bellissime maschere (opera di Stefano Perocco Di Meduna) indossate da tutti gli interpreti (perfettamente in linea con il “tema” scelto per questa stagione artistica dal centro Teatrale Bresciano, infatti, richiamano nella sostanza più  quelle da teatro greco, le movenze degli attori si rifanno, senza possibilità di equivoco, a quelle della Commedia dell’Arte.

C’è un deciso cambiamento  di velocità (voluta? inconsapevole? un pregio? un difetto? ogni spettatore lo giudichi a suo piacimento) tra i due tempi in cui si divide lo spettacolo.

Il primo più lento, in cui la costruzione scenico-narrativa è fedele a un certo stile tipico di quella che, tra le due guerre, si definiva avanguardia e che in Germania, appunto, aveva la massima espressione. In questa parte sembra farla da padrone un chiacchierio collettivo in mezzo al quale proprio gli Dei scesi dal cielo, gli Illuminati (i rappresentanti del potere politico?) sembrano essere, paradossalmente, i più confusi e inconsapevoli di tutti; una suggestiva replica (altro collegamento con l’attualità!) di quel dibattito scarmigliato e fanfarone, maleducato e volgarmente aggressivo, che caratterizza, in questi ultimi e tristi anni, il confronto politico in Italia. Un Paese in cui, come nel Sezuan, la disperazione dei poveri e degli umili spinge molti a credere più nella forza brutale della denuncia e di una rivendicazione massimalista e spesso acritica, che non nella possibilità di una correzione e di un progresso ragionato, ordinato e concordato. Un Paese (per dirla con uno dei protagonisti della pièce, che si riferisce più genericamente al mondo), in cui «i buoni non possono esistere», in cui soltanto pochi eletti  sono capaci di perseguire quell’utopia di alto livello che «fa desiderare di bere proprio quell’acqua che nessuno vuole quando piove» e ha il sopravvento «l’omertà di chi vede ma non testimonia». Un Paese , per dirla proprio tutta, che fa esclamare esasperati «Ma che Città è questa?».

Poi, dopo l’intervallo, ecco l’improvvisa accelerazione: gli attori si presentano coperti da un velo, che al tempo stesso li unisce e li confonde, in attesa che (non) parta quell’aereo per Pechino, a metà strada tra le ingannevoli suggestioni della tecnocrazia e le atmosfere straniate di «Aspettando Godot».

Poi i soldi, cifre che ballano: 200, 500, 1000 dollari d’argento tra elargizioni liberali e spese più o meno necessarie, tra debiti e crediti. E più si citano e si precisano i numeri (così come le statistiche e i sondaggi che imperversano sui media), più si perde il contatto con il reale valore del denaro e  delle cose. Il Sezuan,  è guasto, ma non può essere sufficiente il “buonismo” della candida quanto prodiga prostituta Shen-Te, perché per salvare “il negozio”, ovvero la struttura economica del Paese, non basta distribuire sovvenzioni e contributi, ma ci vuole la rigidità dell’alter ego “autoritario”, lo spietato cugino Shu-Ta, e dei suoi nuovi servi; neofiti ancora più reazionari e repressivi del padrone, come mostra efficacemente la bizzarra catena di montaggio azionata in palcoscenico che non può non richiamare la «Tempi moderni» chapliniana. Una soluzione estrema e crudele che però, se non altro, almeno favorisce la creazione di nuovi posti di lavoro. E con i poveri che affluiscono nella regione, alla ricerca di sostentamento? In questa atmosfera ia con i respingimenti, naturalmente.

Così, inevitabilmente, si dipinge un quadro fosco, specchio dei tempi, in cui una madre è costretta a dire al proprio figlio, ancora prima che nasca, che «si dovrà abituare a camminare a testa bassa».

Insomma, ogni soluzione ha due facce, la buona e la cattiva, ma non serve tirare a sorte: ogni scelta nella vita, come nella politica e nell’economia, dev’essere comunque ragionata e consapevole, ma non è detto che, anche così, sia sempre la migliore.

Della disarmonia tra primo e secondo tempo si è già detto, puntuale e fantasiosa la regia, bravissimi attori (Elena Bucci e Marco Sgrosso primi tra tutti) e musicanti, pressoché perfette le scenografie, le musiche, le coreografie.

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E l’applauso finale dimostra che il pubblico bresciano apprezza.

 

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(dalla Rete)

Bertolt Brecht nasce da famiglia borghese. Dopo aver conseguito la maturità liceale si iscrive all’università di Monaco, città in cui compie le prime esperienze teatrali esibendosi come autore-attore.
Il momento cruciale della sua maturazione avviene quando, dopo il 1924, si trasferisce a Berlino e viene a contatto con gruppi artistici di avanguardia e si dedica allo studio del marxismo. Con l’avvento del nazismo nel 1933 deve lasciare la Germania perché considerato oppositore del regime per la sua opera e la sua ideologia. Dopo aver vissuto in vari paesi europei si stabilisce negli Stati Uniti. Passata la guerra, sospettato di attività antiamericane, torna in Europa e si stabilisce a Berlino Est dove fonda la compagnia teatrale Berliner Ensamble che dirige fino alla morte. Brecht è noto in tutto il mondo soprattutto per la sua attività di drammaturgo.
Tra le sue opere ricordiamo: «L’opera da tre soldi» (1928), «Vita di Galilei» (in tre versioni: 1937-39, 1945-46, 1953-55), «Madre Coraggio e i suoi figli » (1939), «Il cerchio di gesso del Caucaso» (1944).
Bertolt Brecht nelle sue poesie critica la società borghese e le sue contraddizioni e ne condanna la falsità morale e la logica del profitto. La sua è una poesia di intento didascalico che propone volti a costruire una società più giusta.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (132) – Il nuovo cartellone del CTB parte dalla Cina… di Brecht

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Apre la conferenza stampa Luigi Mahony, componente del Cda del Centro Teatrale Bresciano, ricordando che nella presente stagione, mantenendo un elevato standard qualitativo,  è stato conseguito il record di ben cinquanta spettacoli e che la campagna-abbonamenti sta procedendo nel migliore dei modi.

«L’anima buona del Sezuan» di Bertolt Brecht fu messo in scena per la prima volta nel 1943, in piena seconda guerra mondiale, a Zurigo, dove il grande drammaturgo si era rifugiato per sfuggire alla persecuzione politica nazista. Si tratta di uno spettacolo articolato e  variegato, prodotto in collaborazione con l’ERT Emilia Romagna Teatro, in cui alla recitazione si uniscono musica e danza» aggiunge, prima di passare la parola al Direttore Artistico.

Gian Mario Bandera, prima di ogni altra considerazione, esprime il proprio ringraziamento per Elena Bucci e Marco Sgrosso, con i quali, ci tiene a sottolineare «intrattengo, oltre a una collaborazione artistica proficua e ormai consolidata, una sincera amicizia di lunga data». Aggiungendo poi che «la storia della loro compagnia, Le Belle Bandiere, dice di come siano riusciti a fissare uno stabile punto di riferimento per il movimento teatrale italiano».

Conclude il suo intervento ricordando che si terranno in città tre eventi legati alla messa in scena de L’anima buona del Sezuan: all’appuntamento fissato giovedì 25 presso l’Aula Magna Tovini dell’Università Cattolica per il ciclo di conferenze “Letteratura & Teatro 2018”, si aggiungono infatti l’incontro con il duo Bucci/Sgrosso al cinema Nuovo Eden di sabato 27 e il “pomeriggio al CTB di lunedì 29 presso il salone storico della Biblioteca Queriniana.

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«Siamo particolarmente emozionati nell”affrontare lavori di questa importanza e di questo spessore culturale» è l’esordio di Elena Bucci.

«Ogni “prima” con il CTB è il realizzarsi di un sogno in cui anche le imprese più ardue si fanno facili. In un momento di difficoltà  come quello che sta affrontando il nostro Paese (che non può non riverberarsi anche sulle attività artistiche) è importante non chinare mai la testa e rassegnarsi. Così, andando controcorrente, abbiamo osato allestire un lavoro con nove attori in scena e un musicista che suona dal vivo».

Si sofferma poi sull’impegno sostenuto anche nell’approntare le scenografie che ricreano il suggestivo ambiente di Sezuan, città composita, collocata in Cina ma non esente da suggestioni di altri paesi, anche remoti.

«Abbiamo scelto strutture non statiche e soffocanti ma mobili, in grado di stimolare (e divertire) gli attori. A ciò abbiamo aggiunto (proseguendo un processo che già da tempo abbiamo in corso) un importante lavoro sulle maschere, assecondando tutte le contaminazioni care a Brecht, e aggiungendo a esse tutti quegli accostamenti che abbiamo ritenuti opportuni o solo funzionali».

Osserva come il grande drammaturgo tedesco (da molti –a torto- giudicato ormai superato se non anche noioso) rappresenti invece ancora uno dei pilastri del teatro mondiale, che va opportunamente riletto e reinterpretato.

«In questo caso», conclude la Bucci,  «il tema su cui si fissa la sua (e la nostra) attenzione è quello eterno e forse irrisolvibile di dove finisca il bene che si deve provare per gli altri e cominci quello per se stessi. Per quanto riguarda il finale, ci siamo orientati (senza in nulla stravolgere lo spirito dell’opera) su messaggio che apre alla speranza».

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«Brecht è  un  autore difficile ma necessario» chiosa Marco Sgrosso.

«In questa opera si compie un singolare lavoro sullo sdoppiamento, con una originalissima commistione, cui già ha fatto cenno Elena parlando dell’allestimento scenografico,  di oriente e occidente, di ricchi e di poveri resi avidi e malvagi dalle condizioni di abbrutimento in cui sono costretti a vivere»

Ancora una citazione: «Nell’uomo esiste l’anima buona e l’anima cattiva, e sono entrambe necessarie»  prima di ribadire, come ha fatto poco prima la Bucci che «il finale di speranza trova attualità e necessità in un Paese come il nostro dove, purtroppo, in questi ultimi tempi sembra vigere e vincere l’incitamento all’odio».

Per ricordare, in conclusione d’intervento, che le musiche sono state scritte da Christian Ravaglioli e, quanto alla danza, si tratta a suo avviso di un movimento suggerito dall’uso delle maschere che più correttamente definirebbe un “recitare cantato”.

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Foto di gruppo del cast, di buon auspicio, poi l’appuntamento , per tutti gli amanti del buon Teatro, vecchi e nuovi, è fissato al prossimo da martedì sera al 4 novembre al Sociale.

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di Bertolt Brecht
traduzione di Roberto Menin
progetto, elaborazione drammaturgica Elena Bucci, Marco Sgrosso
regia di Elena Bucci con la collaborazione di Marco Sgrosso
con Elena Bucci, Marco Sgrosso
Maurizio Cardillo, Andrea De Luca, Nicoletta Fabbri, Federico Manfredi, Francesca Pica, Valerio Pietrovita, Marta Pizzigallo

disegno luci Loredana Oddone
cura e drammaturgia del suono Raffaele Bassetti
musiche originali eseguite dal vivo Christian Ravaglioli
macchinismo e direzione di scena Viviana Rella
supervisione ai costumi Ursula Patzak in collaborazione con Elena Bucci
scene e maschere Stefano Perocco Di Meduna
assistenti alla regia Beatrice Moncada, Barbara Roganti
collaborazione artistica Le Belle Bandiere

produzione Ctb Centro Teatrale Bresciano / Ert Emilia Romagna Teatro

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   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (130) – Bicentenario di Antonio Bazzini, a metà tra conferenza e spettacolo

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Una conferenza stampa che è anche qualcosa di diverso e di più.

A cominciare dall’insolita sede: l’appuntamento, per la presentazione del Festival Antonio Bazzini, Brescia e l’Europa 1818 – 2018, in collaborazione tra Conservatorio Luca Marenzio di Brescia e CTB Centro Teatrale Bresciano, è fissato al teatro Santa Chiara Mina Mezzadri invece della sala conferenza della sede del CTB o del Foyer del Sociale, come solitamente accade. 

Delle altre “differenze”, invece, saprete leggendo il resto dell’articolo.

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Introduce, come sempre, il Direttore del CTB Gian Mario Bandera, sottolineando prima di ogni altra cosa la propria soddisfazione per questa sinergia con il Conservatorio Luca Marenzio.

«Le location degli spettacoli saranno diverse: si va dal Teatro Socilae e dal Teatro Mina Mezzadri (a pagamento a prezzi contenuti e con la possibilità di mini abbonamento) al Salone Pietro da Cemmo sel Conservatorio, alla chiesa di Santa Maria della Carità e all’Accademia di Scienze, Lettere e Arti presso l’Ateneo di Brescia».

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Laura Nocivelli (presidente del Conservatorio Luca Marenzio, sottolinea l’intesa con il CTB, mirante a intraprendere un cammino comune idoneo a raggiungere orizzonti ancora inesplorati, uno dei cui aspetti più interessante è la contaminazione dei generi con l’esplorazione di nuovi percorsi espressivi ancora non conosciuti dalla generalità del pubblico.  «Il festival dedicato a Bazzini “maestro di maestri” permette una rivisitazione innovativa dell’artista capace di proiettare Brescia in un panorama musicale di portata internazionale».

Passa poi allo spettacolo ideato, scritto e diretto da Costanzo Gatta «Bazzini, l’AntiVerdi?» con Daniele Squassina, Silvia Quarantini, Monica Ceccardi e Miriam Gotti, che andrà in scena una settimana prima di Natale: il ricordo di un personaggio la cui opera si rivelò particolarmente importante in un momento in cui una Italia appena nata si affacciava al consesso delle Nazioni.

«Saranno giorni molto intensi, tra aperitivi bazziniani, concerti, conferenze, con una intrigante commistione tra musica, prosa ed eccellenze gastronomiche»

Patrizia Vastapane richiama l’esperienza maturata in qualità di presidente del Conservatorio (prima della nomina di Laura Nocivelli), i cui contenuti ha portato con sé al CTB. 

«Teatro e musica sono due passioni che da sempre custodisco in me: è naturale che finissero per avvicinarsi. Così, dopo trentaquattro anni si sono tornate a riunire l’Ente Teatrale e il Conservatorio nella realizzazione di un evento unico. Un’occasione immancabile e forse irripetibile per presentare al grande pubblico la figura di un grandissimo compositore che, purtroppo, ancora non tutti conoscono».

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Costanzo Gatta, come sempre depositario della cultura e della tradizione bresciana, ricorda che l’idea di fare “rete” tra prosa e musica nacque cinquantaquattro anni fa con il contatto tra la Loggetta e il glorioso Istituto Venturi da cui sortirono due nuove opere da realizzare con attori e musicisti del conservatorio.

«La drammaturgia di mia composizione è una indagine su un personaggio  di grande vivacità (che sarà interpretato da Daniele Squassina); lavoro non facile, visto che Bazzini attraversò in modo incisivo un intero secolo denso di eventi importanti. Per realizzarlo mi è stato particolarmente utile lo scambio epistolare con Gaetano Franchi, insieme al quale fece nascere l’Istituto Venturi».

Il suo è un intervento ad ampio raggio, con riferimenti alla tradizione che vuole Brescia capitale della Misericordia, come dimostrato dalle origini della Società dei Concerti, nata anche per aiutare i musicisti in difficoltà Si sofferma poi sulla figura di Antonio Bazzini, uomo al tempo stesso parsimonioso e generoso,  personaggio stravagante nato da una povera famiglia di Lovere, che il mecenate Bucciarelli mise in grado di studiare quelle lingue che poi avrebbero reso più agevole la successiva “europeizzazione culturale” del musicista. Insomma,  una storia articolata e complessa che raccontare in poco più di un’ora gli è risultato particolarmente ostico.

Ruggero Ruocco, dopo avere ringraziato i collaboratori Cuccarini, La Sala e Cotroneo che lo hanno aiutato nella creazione e nell’organizzazione della manifestazione cartellone, fa presnete come il territorio cittadino conservi molte tracce di Antonio Bazzini. Il titolo dato al festival trova la sua origine nel fatto che Bazzini è un esempio emblematico di un europeisti (artistico) ante litteram, dovuto sia al suo virtuosismo di esecutore sia alla sua educazione musicale di stampo mitteleuropeo

«Ci proponiamo di valorizzare, oltre alla figura dell’artista, un momento della storia musicale è esistito un nucleo di artisti dedicati alla musica strumentale alla quale Bazzini tra i primi dedicò parte della propria produzione creativa e delĺa propria attività concertistica». Passa poi a ricordare i singoli eventi in programma, soffermandosi sulla pièce di Gatta e sull’insolito concerto per violino e organo in programma venerdì 9 novembre, insolito e stimolante.

«Si tratta comunque, nelle nostre intenzioni, piuttosto che di un punto di arrivo, di un punto di partenza per ulteriori simili iniziative».

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Un Daniele Squassina particolarmente ispirato legge due significativi brani della pièce che andrà in scena al Teatro Mina Mezzadri domenica 16 e lunedì 17 dicembre, a chiusura del festival, incassando i meritati applausi dei numerosi presenti

Si finisce con il Quartetto Bazzini che esegue il quarto movimento del Maestro.

Un’autentica delizia per melomani… e non solo.

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Antonio Bazzini nasce a Brescia l’11 marzo 1818. Allievo di Faustino Camisani, all’età di 25 anni si trasferì a Lipisia dove, per quattro anni approfondì lo studio di compositori come  Bach e Beethoven e delle loro opere. Talento precoce, percorse i gradini di una carriera che lo portò in giro per molti paesi europei, dalla Spagna alla Danimarca. Nel 1964 il rientro a Brescia, dove si dedicò esclusivamente alla composizione. Con altri fondò l’Istituto Musicale Venturi (futuro Conservatorio) e la Società dei Concerti. Influenzato dalle esperienze musicali maturate all’estero, che caratterizzarono molte delle sue composizioni, entrò in polemica con l’interpretazione nazionale della musica lirica impersonata principalmente da Giuseppe Verdi, alla quale oppose la musica strumentale di tipologia prevalentemente tedesca e francese. Nel 1882, dopo poco meno di dieci anni d’insegnamento, fu nominato direttore del Conservatorio di Milano. Compose una sola opera lirica, la   «Turanda» (basata sullo stesso soggetto poi messo in musica da Puccini e Busoni), che però, allorché venne rappresentata alla Scala, non incontrò il favore di pubblico e critica.

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Eclettico quartetto d’archi intitolato al musicista e compositore bresciano Antonio Bazzini, nato nel 2010 da giovani musicisti diplomati al Conservatorio “Luca Marenzio” di Brescia, con l’intento di riscoprire un repertorio raro e ingiustamente dimenticato. Composto da: Lino Megni (violino), Daniela Sangalli (violino), Marta Pizio (viola), Fausto Solci (violoncello)

 

 

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Goodmorning Brescia (108) – Sentieri ambiziosi per il Teatro bresciano

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Come se fosse la “prima” di uno spettacolo importante,  il Teatro Sociale è talmente stipato di spettatori che, se qualcuno la lasciasse cadere dalla galleria, una piuma difficilmente raggiungerebbe il pavimento della platea.

Ed è assolutamente giusto che sia così: quello che va in scena stasera, infatti, altro non è che lo “spettacolo degli spettacoli”, l’alzarsi del sipario sulla prossima stagione 2018-2019, denominata «Sentieri teatrali». Si comincerà nel prossimo autunno, quindi ci vogliono alcuni mesi prima che il sipario si apra sulla prima rappresentazione in programma, ma, come si dice e come conferma la pubblicità di un noto aperitivo «è sopraffino piacere anche l’attesa del piacere».

Conducono la serata (trasmessa anche in streaming, dunque tuttora visibile a questo link su facebook: https://www.facebook.com/CTBCentroTeatraleBresciano/videos/987594051405571/)

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Caterina Carpio e Daniele Pelizzari: il primo ormai tradizionale capo sala del CTB, la seconda attrice già nota al pubblico bresciano. Una scelta coraggiosa e fortemente identitaria, un’altra sfida lanciata e vinta, vista la sintonia e la complicità tra i due conduttori e la buona riuscita della serata che ne è venuta fuori.

Si parte con i saluti istituzionali letti dal Presidente («Non ho la memoria di un’attrice e non voglio correre il rischio di dimenticare qualcosa» confessa candidamente Camilla Baresani): un soddisfatto resoconto di quanto consuntivato nella stagione appena conclusa e l’impegno, nel segno della continuità, ma anche della fantasia, a migliorarsi ancora nei prossimi anni. Esprime tutto il suo orgogliop per i trentanove titoli in cartellone, di cui undici produzioni CTB.

Saluti istituzionali che, nel corso della serata, porteranno anche i “soci fondatori” e gli “amici” del Centro Teatrale Bresciano: nell’ordine prendono la parola esponenti del Comune, della Provincia, della Regione, di A2A e della Fondazione ASM.  Saluti non di circostanza ma convinte conferme dell’intenzione di tutti di portare avanti gli impegni morali e finanziari tesi a rafforzare e sviluppare la collaborazione con il movimento teatrale della città di cui il CTB rappresenta la massima espressione e la guida.

Caterina Carpio e Daniele Pelizzari elencano uno dopo l’altro i tanti spettacoli che arricchiranno una nuova e ambiziosa stagione teatrale, in una sequenza di dalla chiamata in palcoscenico di alcuni dei protagonisti, attori e registi, e dall’intervento attraverso messaggi filmati, di altri impossibilitati per motivi di lavoro a intervenire personalmente. Tra gli uni e gli altri non possono mancare, naturalmente personaggi come Franco Branciaroli, Lucilla Giagnoni ed Elisabetta Pozzi, che non si lascia sfuggire occasione per confermare una seconda edizione della (molto apprezzata dal pubblic) kermesse di letture sceniche “Teatro aperto”.

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Nel saluto finale il Direttore Gian Mario Bandera esprime tutta la propria soddisfazione per quanto si è fatto e totale fiducia nell’impegno di tutti per migliorarsi ancora in quanto si farà in futuro. Non può fare a meno di ricordare ai presenti e alla Città anche l’impegno civile e gli aspetti sociali dell’attività portata avanti dal CTB. Cita la collaborazione con le scuole,  l’operazione di riqualifica di via Milano e la rassegna estiva «Un salto nerl Nullo» di ormai prossimo avvio.

Come ormai tradizione, si tratta di un’offerta di spettacoli composita e articolata, che riportiamo integralmente in calce a questo articolo. La strada e la diligenza sono quelle che gli appassionati bresciani di teatro ben conoscono: saranno loro, come sempre e com’è giusto che sia, con la numerosità delle presenze e il riscontro critico ai singoli spettacoli, a decretarne o meno il successo.

Ai grandi classici (Goldoni, Checov, Aristofane, Wilde, Pirandello…) si alterneranno spettacoli innovativi quando non anche sperimentali, attraverso la recitazione di importanti talenti del palcoscenico, attori in crescita già positivamente valutati dal pubblico bresciano e non solo, giovani promesse,  proseguendo in diverse occasioni sulla via della contaminazione tra le varie modalità espressive già ampiamente presente nella scorsa stagione.

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STAGIONE DI PROSA

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23 ottobre – 4 novembre 2018

L’anima buona del Sezuan

 

13 novembre – 2 dicembre 2018

Sindrome italiana

 

12 – 16 dicembre 2018

Le rane

 

9 – 13 gennaio 2019

Le baruffe chiozzotte

 

29 gennaio – 10 febbraio 2019

Jekyll

 

13 – 17 febbraio 2019

L’importanza di chiamarsi  Ernesto

 

27 febbraio – 3 marzo 2019

Occident Express

 

13 – 17 marzo 2019

Il gabbiano

 

20 – 24 marzo 2019

Il piacere dell’onestà

 

2 – 7 aprile 2019

Traviata

L’intelligenza del cuore

 

8 – 14 aprile 2019

Lettere a Nour

 

ALTRI PERCORSI

 

30 ottobre 2018

L’anima buona  del Sezuan

 

20 e 21 novembre 2018

Sindrome italiana

 

29 novembre – 1 dicembre 2018

Tempesta

 

15 gennaio 2019

La scortecata

(fa parte della Rassegna La palestra del teatro)

 

5 febbraio 2019

Jekyll

 

21 – 24 febbraio 2019

Chet!

 

8 – 10 marzo 2019

Un momento difficile

 

27 -30 marzo 2019

Night bar

 

9 – 12 aprile 2019

Vangelo secondo Lorenzo

 

7 maggio 2019

Apologia

 

OLTRE L’ABBONAMENTO

 

5 e 6 dicembre 2018

Il verbo degli uccelli. Canto alla città 2.0

 

31 dicembre 2018

Beethoven non è un cane

 

26 e 27 gennaio 2019

La banalità del male

 

25 e 26 febbraio 2019

Anfitrione

 

14 e 15 marzo 2019

Un alt(r)o Everest

 

27 aprile 2019

Le donne baciano meglio

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Allora, mi raccomando: quest’estate un tuffo nelle onde eun bel «Salto nel Nullo».

Poi, al ritorno, indossate gli scarponi, per inerpicarvi sui… «Sentieri Teatrali»  del Sociale e del Santa Chiara Mina Mezzadri.

 

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