Salvo Buccafusca spicca il volo… in un nuovo cielo.

In realtà la domanda giusta da porre a Salvo Buccafusca, in questi giorni dovrebbe essere: «Come si sta dietro le quinte?» Peccato che anche tale quesito, in un’occasione del genere, potrebbe rivelarsi, nella sostanza, non completamente appropriato.

Perché in realtà, per questo magnifico (non esagero!) esemplare di teatrante siculo-romano, che si può dire pratichi teatro da quando ha smesso di succhiare latte dal seno materno, passare da una parte all’altra del palcoscenico parrebbe essere quanto di più normale possa esistere al mondo. Nelle decine e decine di spettacoli ai quali ha egregiamente partecipato in veste di interprete, infatti, Buccafusca, in un modo o nell’altro,, oltre che assolvere al suo compito attoriale, si è occupato spessissimo di “dare una mano” con egregi risultati allo scenografo, al costumista, al tecnico audio-luci, al coreografo…

Ricordate la mitica squadra orange che a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, portò la nazionale olandese a esprimere quello che fu definito il calcio totale? Ecco, in un’ipotetica selezione italiana del Teatro Totale, lui figurerebbe assai degnamente.

Fino a oggi mancava, però, la consacrazione ufficiale. Ed è arrivata anche quella: curando in prima persona la regia di un’opera complessa e ambiziosa come «L’Erborista» , prodotta congiuntamente da ENFI Teatro e Le Ombre di Platone ETS, Salvo Buccafusca spicca il grande salto, ed è precisamente su questo fondamentale passaggio della sua carriera che si basa l’intervista oggi sottoposta alla vostra attenzione.

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Carissimo Salvo, intervistare un artista come Te rappresenta sempre, per così dire, un rischio professionale: nel tuo rapporto con il Teatro ci sono talmente tante sfaccettature che è facile inciampare nel porti una domanda talmente generica da apparire banale. Per evitarlo, perciò, stavolta ho deciso di dialogare con una delle tue cento maschere da palcoscenico e, più precisamente, con la figura di regista che per la prima volta, almeno in prima persona, hai trovato la carica e il coraggio di ricoprire in prima persona.

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E io, da parte mia, sarò ben lieto di rispondere alle tue domande sia su questo argomento che su altro. Sempre che sia attinente al Teatro, è sottinteso (ride).

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Allora cominciamo: che cosa ti ha portato a passare dal palcoscenico al dietro le quinte? Un percorso a ben vedere graduale, direi quasi progressivo, visto che con la regia hai avuto, prima di questa nuova esperienza, contatti piuttosto ravvicinati estrinsecati con collaborazioni più o meno ufficiali con i registi che dirigevano spettacoli ai quali tu partecipavi come interprete.

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Devo dire in tutta sincerità che prima di cimentarmi in questa impresa e caricarmene sulle spalle le non lievi responsabilità, ci ho messo un po’ di tempo, riflettendo su tutte le implicazioni che una mia decisione positiva avrebbe comportato. Nella mia carriera di attore ho avuto la fortuna di lavorare con registi del calibro di Francesco Cinquemani, Fabio Cavalli, Margarita Smirnova, Giancarlo Fares, Francesco Sala, Francesco Branchetti e altri ancora non meno bravi e noti di questi. Da ognuno di loro ho appreso tanto e carpito un mucchio di pratiche professionali e segreti che mi hanno fatto crescere moltissimo artisticamente e tecnicamente.

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E così (come matura un frutto sulla pianta) è arrivato il momento di curare la regia de L’Erborista.

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Esattamente. Un frutto squisito e prezioso, ma anche delicato da maneggiare, aggiungo. Quando mi è stato proposto di curarne la regia ho titubato un poco sulla decisione da prendere, ma poi mi sono detto “e perché no?”

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Che cosa cercherai di trasmettere ai tuoi attori, che in passato non sia stato trasmesso a te?

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I ragazzi con i quali sto lavorando sono molto bravi e innamorati di questo progetto e ciò mi sprona ancor di più. Tutte le mie competenze, oltre che il mio entusiasmo e la voglia di fare, per quanto possibile le trasmetterò a loro.

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Puoi rivelarci qual è stato il criterio che hai scelto di applicare per il casting?

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Posso soltanto dirti che la scelta del casting è stata oculata e mirata per ognuno di loro. Del cui risultato finale del quale sono molto ma molto soddisfatto.

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Allora ti lancio una sfida: se ti senti di affrontare il pericolo che comportano cimenti del genere, cerca di sintetizzare in poche parole le caratteristiche peculiari di ciascuno degli attori che dirigi.

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Come sai non mi manca certo il coraggio, dunque accetto volentieri di rispondere anche a questa domanda. Francesca Marti: volenterosa e piena di energia positiva. Elena Marrone: preparata e propositiva, attenta a tutto e sincera nel dire sempre la sua sul testo, esprimendo ottime idee. Martina Giannini: capace e sempre attenta, ricopre nel migliore dei modi il suo personaggio. conferendole eleganza e stile. Giovanni Giacomini: scrupoloso, metodico, un ottimo compagno di scena. Andrea Zanacchi: che dire? Attore, regista. Uno che conosce tutte le tecniche del teatro e, in più, si rivela sempre disponibile a fornire supporto, attraverso sagaci suggerimenti, a ogni compagno che gli si rivolga.

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So che con Patrizio Pacioni sei legato da una fraterna amicizia, quindi ritengo che per quanto riguarda «L’Erborista» abbiate modo di confrontarvi spesso e volentieri. A parte questa (fortunata) circostanza qual è il tuo modo di approcciarti a un testo?

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In effetti con Patrizio Pacioni coautore del testo (l’altro, Federico Ferrari, è un giovane di grande talento e belle speranze) mi lega una profonda e sincera amicizia e sono lusingato di poter portare in scena questo suo lavoro. Per quanto riguarda l’approccio al testo, in questo caso mi sono documentato sui fatti narrati cercando sui giornali del tempo articoli e quanto altro potesse servirmi per comprendere a pieno i fatti, i luoghi e i protagonisti di questa brutta vicenda.

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C’è una preferenza da parte tua tra commedia e dramma?

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L’unica differenza che vedo nella drammaturgia, così come in ogni altro genere di scrittura, è quella che esiste tra un grandissimo testo, uno buono quanto basta e uno che, invece, decisamente non funziona. Premesso questo, a mio avviso c’è pari dignità tra un’opera brillante e una tragica, come dimostra, tanto per fare un nome, la produzione del grande William Shakespeare, un gigante che ha saputo fare ridere o piangere (ma sempre riflettere ed emozionarsi) spettatori di ogni Paese e di ogni epoca, attraverso qualunque tipologia di narrazione.

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Entrando nello specifico tecnico, quali sinergie cerchi e coltivi nel rapporto tra regia, scenografia e impianto luci-suono? Quanto incide l’una sull’altra? 

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Prima e dietro di ogni spettacolo c’è sempre un lungo lavoro di ricerca partendo dai personaggi per arrivare alle scenografie, alle luci, ai suoni e tutto deve essere in sintonia. Lo spettatore deve essere costantemente attenzionato e sollecitato a seguire quanto avviene in scena.

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Immagino che «L’Erborista» sia, almeno nelle intenzioni, la prima tappa di un nuovo modo, da parte tua, di approcciare lo spettacolo. In un arco temporale medio-breve, hai già qualche idea su nuove avventure di questo genere?

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Per un’eventuale seconda regia si vedrà, ma confesso che già un certo copione (che, devo ammetterlo, mi solletica alquanto) mi è stato sottoposto. Nello stesso tempo con Matilde Brandi e Andrea Zanacchi, stiamo girando l’Italia con lo spettacolo «Una come me» riscuotendo un notevole successo. Oltre a ciò, c’è un bel po’ di carne in pentola con altri progetti ma è sempre stato un mio fermo principio restare con i piedi ben piantati in terra, per evitare di fare pericolosi passi falsi da sovresposizione. Intanto, il prossimo 18 marzo, «L’Erborista» debutterà al Teatro Parioli di Roma e per noi tutti questi rappresenta  una grande opportunità.

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