Sbuffi di Ponentino (9) – Un tranquillo Natale… di paura!

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.Se panettoni, torroni e pandori cominciano ad accumularsi sugli scaffali dei supermercati quando ancora non è arrivata la festa di Ognissanti, è perfettamente logico che il Teatro (disciplina e carica artistica che -come universalmente riconosciuto- “arriva sempre prima”) si occupi delle prossime (o quasi) feste di fine anno con «Un Natale molto molto… intimo» in scena da martedì scorso, fino a domenica, al Teatro Petrolini di Roma, un autentico “gioiellino” incastonato in quella serie di piccoli ma storici e attivissimi locali teatrali che dimorano nel cuore di Testaccio.

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La trama:

È nella normalità di ogni giorno, soprattutto nell’approssimarsi di feste e ricorrenze, che si annida l’orrore domestico.

Così, alla vigilia di Natale, il tranquillo e rassicurante tran tran di Marcello e consorte viene infranto dall’arrivo della suocera, minaccioso e letale come e più di Anthony Perkins armato di pugnale nei panni della defunta nonna, nell’indimenticabile quanto terrorizzante sequenza della doccia del celeberrimo «Psyco» di Alfred Hitchcock. Quando poi si scopre che la donna comincia a soffrire di una forma molto aggressiva di arteriosclerosi che ha già praticamente azzerato la memoria a breve termine, potenziando all’inverosimile quella a lungo termine, quando piombano spettacolarmente nell’appartamento un vecchio spasimante russo della suocera e la sua tradizionale rivale nei giochi amorosi di una giovinezza ormai lontana, se i cognati in partenza per Vienna sono costretti a rinunciare perché una tempesta “perfetta” di neve si accanisce sulla città, allora la situazione da critica diventa davvero allarmante e foriera di disagi e disastri.

Marcello si avvale di tutte le risorse a sua disposizione per padroneggiare una situazione decisamente ingestibile, alternando momenti di rabbia, di tecniche di rilassamento e praticare zen e un disperato ricorso alla (poca) residua razionalità che alberga nel suo animo esacerbato, ma…

Ma non c’è niente da fare!

Da qui si dipana un’ininterrotta serie di equivoci, incidenti e imprevisti che, con un ritmo incalzante  e senza concedere respiro né agli interpreti né al pubblico, conducono al positivo (ne siamo sicuri?) scioglimento finale.

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Lo spettacolo:

Il testo adattato da Lella Petrone è frizzante, mai volgare e intarsiato di gag e battute divertenti e mai volgari. La regia di Margarita Smirnova risulta al tempo stesso fantasiosa e tecnicamente impeccabile, con una gestione dei tempi e degli spazi sempre attenta e vivace.

Semplice ma efficace la scenografia, che ben disegna la calda atmosfera di una casa borghese sul punto di accogliere e celebrare nel più tradizionale dei modi le festività di fine anno. Ben scelti gli stacchi e gli intermezzi musicali.

La recitazione è corale, senza sbavature, il divertimento assicurato per un pubblico che, per tutta la durata dello spettacolo, non lesina applausi ed espliciti apprezzamenti.

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Il Teatro (cui fa capo, oltre alla compagnia stabile, una eccellente scuola di recitazione curata dalla Smirnova in persona)raccolto e ospitale, da seguire da vicino per il resto della stagione (l’8 e il 9 febbraio andrà in scena anche il drammatico e avvincente dramma «Marzia e il salumiere – Storia di un fiore reciso» che tanto successo sta già riscuotendo nei teatri lombardi) e per le prossime.

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A completamento di questo articolo, cliccando qui sotto, potrete accedere al link di una spigliata intervista con la Compagnia Stabile del Teatro Petrolini condotta dal drammaturgo Patrizio Pacioni:

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Categorie: Giorni d'oggi e Teatro & Arte varia.

Il maestro È Margarita

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Il collegamento al quale ammicca il titolo di questo articolo è ovviamente con «Il maestro e Margherita» (in russo  «Мастер и Маргарита») ovvero quello che è universalmente considerato il capolavoro di Michail Bulgakov, scritto e riscritto in più riprese tra il 1928 e il 1940 e pubblicato, post-mortem, a cavallo tra  1966 e 1967. Considerate le origini del personaggio oggetto e soggetto di questa intervista e le sue capacità didattiche (oltre che teatrali) mi sono permesso di giocare un po’ con le parole.

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Margarita Smirnova, ovvero “Dalla Russia con amore” (sia nei confronti del teatro che nei riguardi del marito, il musicista romano Paolo Gatti). Quali sono le motivazioni alla base di questa tua non facile scelta?

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Le motivazioni principali vengono dalla ricerca di nuove emozioni e di nuovi stimoli. Andare via dalla Russia prima della famigerata “perestrojka” fu un notevole atto di coraggio, sia contro il nuovo regime che prendeva il posto del vecchio, sia contro me stessa, visto che, all’epoca, avevo appena finito di girare (in quella che allora era ancora la Russia socialista) due film importanti

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Quali sono le opportunità che ti si sono presentate e le difficoltà che hai dovuto affrontare  nel passaggio tra due realtà geografiche, culturali e sociali così diverse tra loro?

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Le opportunità sono state quelle della conoscenza diretta di una cultura classica, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, come quella italiana. La più grande difficoltà (non ancora risolta, onestamente) è invece quella della pronuncia: con due lauree alle spalle non ho mai preso (mi vergogno di ammetterlo, ma è così!) una sola lezione seria in materia di lingua italiana. Devo confessare che però, per essere una “autodidatta”, sono abbastanza soddisfatta dei progressi sin qui conseguiti.

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Il Petrolini è un teatro piccolo ma ricco di tradizione e di suggestioni, a partire dal riferimento con il nome di uno dei più grandi attori romani di tutti i tempi. Raccontaci qualcosa di più sulle modalità di gestione, sulle scelte artistiche e sugli obbiettivi che vi prefiggete nella conduzione del locale tu e tuo marito.

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La regola numero uno (valida per me e per la mia famiglia, dal momento che ora del Teatro Petrolini, oltre a me e mio marito, si occupa anche nostro figlio Ielizar) è: “metti amore in tutto quello che fai”. Per onestà intellettuale voglio sottolineare che prima di essere un lavoro, la gestione del teatro, in particolare di questo nostro teatro, è una forma di forte passione, di voglia di affrontare ogni giorno che viene, ogni nuova compagnia e ogni testo, come un bellissimo viaggio… E che viaggio!

(ndr: al Teatro Petrolini, l’8 e il 9 febbraio p.v. sarà di scena «Marzia e il salumiere – il fiore reciso», dramma scritto da Patrizio Pacioni e prodotto dalle “Ombre di Platone” per la regia di Mario Mirelli, con Massimo Pedrotti e Chiara Pizzatti)

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Margarita Smirnova, attrice, insegnante, regista . Partiamo dalla tua attività recitativa: fra tutti gli spettacoli ai quali hai partecipato come interprete, ce n’è uno che ricordi con più piacere e orgoglio degli altri? E perché?

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Ricordo con grandissimo affetto tutti e sette gli spettacoli che ho realizzato con Fiorenzo Fiorentini, mio suocero, in quanto patrigno di mio marito, notissimo attore romano scomparso nel 2003. Avere condiviso il palcoscenico con un grande interprete come lui è stato un dono che custodisco e custodirò gelosamente sempre nel cuore.

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Tantissimi aspiranti attori che hai aiutato prima a prendere confidenza con il palcoscenico, poi a perfezionarsi, avvalendoti del famoso metodo Stanislavskij. Cos’è, esattamente, che ti sforzi di trasmettere ai tuoi allievi e, soprattutto, quand’è, al termine di un corso, che ti senti veramente soddisfatta della tua attività di docenza?

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Sono trascorsi dieci anni di insegnamento, ho insegnato a quasi trecento allievi… trecento nomi, trecento anime, a volte complicate, incomprese, conflittuali. Ancora non mi rendo conto di quanto possano essere tanti gli spettacoli (trenta) che ho messo in scena per due terzi con loro e insieme a loro e per il resto con la mia Compagnia Stabile del Teatro Petrolini di Roma in dieci anni di attività italiana: ognuno di essi è nato ed è cresciuto come un bambino che ho curato e amato come si cura e si ama un figlio.

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Mi sembra di capire che la regia va acquistando, nella tua attività artistica, una parte sempre più importante. È così? C’è un genere teatrale che, in particolare, preferisci portare in scena rispetto ad altri?

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I grandi classici russi, naturalmente! Un campo di azione immenso ma ancora, a mio avviso, troppo poco conosciuto qui in Italia. Adoro tradurre personalmente un inedito Checov, un mai tradotto (o mal tradotto) Kuprin, Puškin, e poi vedere il risultato in scena. Amo smodatamente i sublimi, sensazionali e immortali Tolstoj, Gogol e Dostoevskij.

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L’ultima domanda, come d’uso in interviste di questo genere, guarda al futuro. Quali sono i progetti più prossimi e più importanti di Margarita Smirnova?

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Prima di ogni altra cosa, voglio continuare a insegnare il più a lungo possibile: per i giovani che si avvicinano al teatro (e non solo per loro) è essenziale imparare, imparare e ancora imparare! Nel corso degli anni i miei allievi sono diventati sempre più numerosi e hanno bisogno di sempre più cure, sempre più attenzione e sempre più amore. Vorrei tanto trasmettere loro la passione che nutro per la recitazione e l’inesauribile energia che anima il mio lavoro in palcoscenico. Desidero condividere con loro la voglia di crescere e l’amore per il teatro classico. Nel prossimo futuro ci sono le due commedie brillanti «Divorzio al peperoncino» e «Un Natale molto… molto intimo», con Salvo Buccafusca, Lella Perrone, Caterina Boccardi, Maria Pia Cardinali, Feder ico Giovannoli, Paola Barzi, Vito Garofalo, Dario De Vecchis, Paolo Maniscalco. Un’altra produzione di prossima realizzazione (alla quale tengo particolarmente) è «La vita di Giacomo Puccini» con importanti cantanti lirici e con Gabriella Arcangeli.

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Margarita Smirnova, nata a San Pietroburgo ( ex Leningrado ) nel 1966, nel 1988 si laurea in Arte Drammatica presso la prestigiosa Accademia della città. Nella sua formazione anche un master di regia presso il Teatro Classico Russo. Trasferitasi a Roma lavora come modella. Come attrice va in scena in sette spettacoli del grande Fiorenzo Fiorentini. Con il marito Paolo Gatti, noto e affermato musicista romano, in qualità di direttrice organizzativa da venti anni tiene le redini dello storico Teatro Petrolini e, da dieci anni, conduce la Scuola Metodo Stanislavskij di Margarita Smirnova. Da regista, presso il Teatro Petrolini, ha diretto sino a questo momento trenta spettacoli. È docente di “Alta Moda” presso l’agenzia milanese “New Faces and Stars” di Milano “-in cui insegna portamento e galateo.

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Il Teatro Petrolini nasce a Testaccio in via Romolo Gessi 8. Venne inaugurato il 18 gennaio 1994 da Paolo Gatti e Fiorenzo Fiorentini in occasione della prima di “Petrolini…Bravo…Grazie!” commedia di Fiorenzo Fiorentini e Ghigo De Chiara. Il teatro prese il nome di Sala Petrolini in onore del celeberrimo Ettore, attore romano dei primi del ‘900. La sala venne ricavata dai locali del Centro Studi Petrolini di cui Fiorenzo Fiorentini era direttore artistico e Paolo Gatti direttore organizzativo.

Dal 2003 (anno della scomparsa di Fiorenzo Fiorentini) il teatro viene affidato a Paolo Gatti (virtuoso di chitarra classica che per molti anni ha lavorato con Fiorentini) che ne diviene il direttore artistico mentre la direzione organizzativa è affidata a Margarita Smirnova (attrice che ha recitato nella compagnia di Fiorentini).

Ricordiamo che proprio presso il Teatro Petrolini, nel prossimo febbraio, andranno in scena alcure repliche del dramma «Marzia e il salumiere – Storia di un fiore reciso», prodotto dalle «Ombre di Platone», scritto da Patrizio Pacioni per la regia di Mario Mirelli e l’interpretazione di Massimo Pedrotti e Chiara Pizzatti.

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Capponi, caproni & caporioni

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Attenzione: questa volta vi parlerò di qualcosa di cui non vi avrei voluto mai parlare.

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Quand’ero bambino, e anche qualche anno più avanti, mia Mamma mi rimproverata aspramente se deponevo sulla tavola dove si stava desinando il pane (allora, a Roma, andavano di moda le ciriole (più a buon mercato) e le rosette (per palati più esigenti e per borsellini meno vuoti) rovesciato. 《Il pane è una benedizione di Dio》 mi diceva. 《Il pane merita rispetto》. Esagerava, forse. Probabilmente sì. Però era visto e sano che il pane raffermo non si gettasse nella pattumiera, ma si sfregasse sulla grattugia per ottenere quel “pane grattugiato”, appunti, cosi prezioso per imparare fettine di vitello e di pollo.

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Sarà per questo che vedere gli esagitati di Torre Maura, guidati dai tristi camerati del luogo, calpestare i panini destinati ai Rom e ai loro bambini, mi ha fatto particolarmente male. Quanta rabbia nel loro bruciare e nel loro agitarsi, inferociti. A quale raccapricciante livello si degrado è arrivato l’odio etnico e sociale? Si è arrivati al punto che anche affamare i bambini è lecito, purché serva ad allontanare da sé il “diverso”, a non condividere spazi e risorse con chi è ancora più sfortunato e straccione.

Calpestare il pane dei poveri e dei bambini, che schifo. Che vergogna.
Calpestare il pane dei poveri e dei bambini, che schifo. Che vergogna.
Calpestare il pane dei poveri e dei bambini, che schifo. Che vergogna.

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Sono sicuro che neanche ai famosi capponi di Renzo, che si beccavano tra loro mentre venivano portati ad “allungare il collo”, capitò mai di pensare, neanche alla lontana, di distruggere i pochi chicchi di grano che costituivano il sostentamento degli sfortunati compagni di sventura.

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Valerio Vairo

Categorie: Giorni d'oggi.

Sbuffi di Ponentino (8) – Magliana: la banda non sbanda

È un percorso emozionale, più che una dettagliata cronistoria del male.

Attraverso i fatti, i misfatti e i collegamenti della Banda della Magliana,  «Roma criminale» , prodotto dall’Associazione Le Ombre di Platone, scritto da Salvatore Buccafusca e Antonio Turco, per la regia di Francesco Sala, andato in scena martedì 18 dicembre nella Capitale, al Teatro Lo Spazio, in realtà si tratta e si racconta di circa un ventennio di storia nera che più nera non si può.

È un volo ardito, al limite della temerarietà, ma necessario per cercare di decifrare quelle trame di fili di colore diverso, quelle incisioni nella carne dei romani e di tutti gli italiani che ricordano le misteriose righe peruviane di Nazca, il cui ordito può essere interpretato solo guardando da migliaia di metri di quota.

Si comincia dall’assassinio di Pasolini, utile a spiegare l’humus dal quale è germogliata una generazione difficile e pericolosa, si passa per una serie di omicidi di ferocia inaudita,per lotte all’ultimo sangue (è proprio il caso di dirlo) tra fazioni, in cui un anche un piccolo sgarbo era sanzionato con la morte, per violenze di ogni tipo, rapimenti, rapine, fino all’irruzione di quel vero e proprio flagello (soprattutto per i giovani) costituito dalla diffusione nelle vie e nelle piazze italiane di tonnellate di eroina.

Il delirio di onnipotenza del “dandy” De Pedis,  del “freddo” Abbatino e dei loro degni sodali, il mito idealistico, sia pure in un’ottica distorta e perversa, di un’illusoria utopia egualitaria da conseguire attraverso la cosiddetta stecca para, la costante attenzione dei vertici della malavita organizzata verso questo gruppo di giovani avventurieri da sfruttare fino all’osso ma da tenere costantemente sotto controllo, sia pure attraverso un guinzaglio lungo, tutto viene messo nel frullatore e ciò che ne esce è un flusso di sensazioni capace di superare le difese più epidermiche.

 Si esce dal teatro, una volta terminato lo spettacolo, senza un bagaglio di nozioni maggiore di quello che ci si è portati dentro entrando, ma senz’altro con qualche consapevolezza in più, almeno  a livello viscerale, circa la reale natura e portata di una fenomenologia criminale forse unica in Italia per tipologia, durata ed estensione.

Del finale dello spettacolo, ovviamente, non mi è lecito parlare, ma mi sia permesso ricordare una frase che, più delle altre, sembra utile a capire che le motivazioni che spinsero tanti giovani romani tanto avanti e irreversibilmente  sulla strada della violenza e della delinquenza, non sono poi così complesse:

«Volevo solo scappare via dalla Magliana, e volevo farlo a tutti i costi» confessa uno dei protagonisti.

E non mi sembra che ci sia altro da aggiungere, se non un esame più dettagliato della performance degli interpreti.

Eccessiva come una popolata verace, sapientemente sguaiata all’occorrenza, sensuale comeuna concubina imperiale quando la storia lo richiede, Fulvia Lorenzetti spende al meglio la fisicità che le è propria e che ne contraddistingue la presenza scenica: a volte spudorata, a volte fragile e remissiva, in una recitazione energica sempre e costantemente contrassegnatada un tasso di femminilità elevatissimo. Canta, balla, gesticola e,all’improvviso,  si ripiega nella propria intimità, senza concedersi tregua al pubblico e senza risparmiare le proprie energie fisiche ed emotive.

Impulsivo, irruente,  ribelle e imprevedibilmente reattivo, Gaetano Carbone si cuce addosso, con sorprendente naturalezza e assoluta disinvoltura, la maschera di una certa gioventù insofferente a tutto e a tutti, spavalda e spaccona, in cui si identificano i diversi”ragazzacci rampanti”  delle organizzazioni criminali rivali (Banda della Magliana contro Testaccini) e di quel sottoboscodi criminalità politica con il quale entrambi i gruppi, direi inevitabilmente, avevano finito per contaminarsi. Un’aggressività ostentata, come accade per molti dei più giovani in questo persistente periodo di azzeramento dei valori tradizionali, mirata, con ogni probabilità, a mascherare ed esorcizzare insicurezze e fobie esistenziali.

In presenza dell’impeto sanguigno e passionale, profuso senza risparmio dai compagni di scena, Salvo Buccafusca, calato nei panni di Pippo Calò, ricopre per tutto il tempo un ruolo apparentemente defilato ma, in realtà, d’importanza fondamentale per lacostruzione narrativa: da una parte i suoi pacati commenti costituisconol’efficace  collante di una trama oltremodo complessa, narrando di fatti che coprono oltre un ventennio, dall’altrocontribuisce ad arricchire e completare il quadro generale di fatti e contestoattraverso lo sguardo attento e lucidissimo di chi in qualche modo ha ereditatol’atavica e sempiterna saggezza di uno dei più radicati e strutturati apparati criminali.

Oltre che alle loro “prestazioni artistiche”,  il successo tributato dal pubblico, attraverso applausi ripetuti e convinti, fa da riscontro alla regia al tempo stesso rigorosa e fantasiosa di Francesco Sala (coadiuvato da Giulia Malavasi) dagli acconci costumi  di Fabrizia Magnini, dai suggestivi effetti luminosi di Angelo Ugazzi e dall’accorta e ben scelta colonna sonora di accompagnamento.

Il regista Francesco Sala ripreso accanto a Marco Travaglio, “beccato” tra il folto pubblico del Teatro Lo Spazio in occasione della prima romana di “Roma criminale” 

   

  

Vestale

  

Categorie: Giorni d'oggi.

Gaetano Carbone, entusiasmo e determinazione per crescere

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Tra poco più di un mese, al Teatro Boni di Acquapendente, andrà in scena, in prima nazionale, il dramma «Banda criminale», ispirato alle vicende della Banda della Magliana, scritto da Salvatore Buccafusca e Antonio Turco, per la regia di Francesco Sala.

Produzione Le Ombre di Platone.

Nel cast, accanto allo stesso Salvo Buccafusca e a Fulvia Lorenzetti, il giovane attore romano Gaetano Carbone, che siamo andati a intervistare in uno dei momenti di pausa concessi dalle prove dello spettacolo.

Ecco cosa ne è venuto fuori.

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Classe 1993: nel futuro carriera da attore tutta da esplorare e da vivere. Da dove viene e dove vorrebbe arrivare, Gaetano Carbone?

Vengo da una formazione accademica di 3 anni, appena conclusa, durante la quale ho conosciuto Francesco Sala, il regista di ”Banda Criminale”. Questa è una delle prime tappe importanti del mio percorso d’attore che spero sia il più possibile fortunato e duraturo.

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Quando sei nato tu il nucleo primario della famigerata Banda della Magliana (pur lasciando in circolo nel corpo della Nazione metastasi incredibilmente resistenti, in grado di recidivare fino a un recentissimo passato)  stava esalando gli ultimi respiri. Ti trovi dunque a confrontarti  (come interprete di  «Banda criminale») con questo vero e proprio “buco nero” della cronaca italiana, senza averne avuto esperienza diretta. Qual ‘è l’idea che te ne sei  fatta, per così dire, a distanza?

Essendo cresciuto in quartieri di Roma Sud frequentati dalla Banda della Magliana, ho sempre avvertito il suo eco tramite i racconti di chi ha conosciuto più o meno direttamente persone o eventi legati a quel giro criminale. Tutto questo ha creato per me, come per altri ragazzi della mia età, una sorta di oscuro mito che è stato amplificato dai vari film e serie TV che hanno raccontato, in maniera spesso romanzata, la storia di questi ragazzi di periferia.

Preparare questo spettacolo mi spinge a documentarmi approfonditamente sull’argomento e, quindi, a scoprire una realtà molto complessa, dietro la quale si celano misteri ancora irrisolti e che ha continuato a produrre effetti fino agli ultimi anni.

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Si dice che, quando si trattano a livello di spettacolo certi argomenti, c’è il rischio di suscitare quello che viene detto “spirito di emulazione”, soprattutto nelle generazioni più giovani e più mediaticamente esposte. È un pericolo che si corre anche con «Banda criminale» ?

Non credo tanto al pericolo di suscitare questo  spirito di emulazione da parte del mondo dello spettacolo nei più giovani. Sicuramente si crea un fascino per via dei toni romanzeschi con i quali si trattano certi argomenti, ma per delinquere bisogna avere una certa predisposizione che è data, nella maggior parte dei casi, dalla provenienza da realtà  difficili e dall’esperienza sin da piccoli di certi ambienti, piuttosto che dalla  visione di un film o una serie tv.

Credo, tuttavia, sia bene per una questione etica e di cronaca che vengano anche riportati i fatti per come sono andati e si ricordi che la Banda, così come altre associazione criminali più note, ha fatto vittime innocenti. L’errore che è stato commesso più volte è stato proprio omettere totalmente questo aspetto, trasformando in eroi romantici personaggi senza scrupoli.

Non è questo, a mio avviso, il caso di ”Banda Criminale”, dove la storia è raccontata in maniera più  cruda e attinente alla realtà.

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Venendo in modo più specifico appunto a «Banda criminale», che esordirà il 2 dicembre in quel gioiellino dello spettacolo che è il Teatro Boni di Acquapendente, per replicare dopo pochi giorni al Teatro Lo Spazio di Roma, ti sei trovato a lavorare sotto la direzione di un regista (e attore egli stesso) esperto come Francesco Sala e a fianco, oltre che della giovane e bella Fulvia Lorenzetti, dell’altrettanto esperto attore (nonché drammaturgo) Salvo Buccafusca. Come ti trovi in questa squadra? Cosa pensi di poter ricavare da questa esperienza?

Il lavoro sul testo è cominciato da poco ma posso dire di trovarmi in un ambiente serio e produttivo. Francesco Sala è stato già mio insegnante in accademia, ora imparerò a conoscerlo anche come regista. Quello dell’attore  è un mestiere che si apprende rubando da chi ha più esperienza di palcoscenico, per cui posso solo essere contento di lavorare con professionisti esperti.

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Quale personaggio interpreterai in questa pièce? Non avverti un po’ di timore nel doverti cimentare con colleghi famosi che sia in teatro, che in tv, che al cinema, già hanno partecipato ad altre rappresentazioni rievocative delle losche imprese della Banda della Magliana?

Il mio personaggio è Maurizio Abbatino, uno dei membri principali dell’organizzazione.

Non avverto nessun timore “da confronto”, per dire il vero, anche perché il nostro spettacolo va in una diversa rispetto a quanto visto in tv e cinema, raccontando sotto una nuova luce la storia della Banda.

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Per concludere: c’è un primo consiglio che ti sentiresti di dare a un tuo coetaneo, o a qualcuno ancora più giovane, che voglia intraprendere con successo la stessa strada sulla quale hai cominciato a incamminarti tu?

Non mi sento nella posizione di dare consigli. Io stesso sono giovane e alle prime esperienze. Posso solo dire che, a differenza di quanto si crede, per fare questo lavoro serve tanta volontà e spirito di sacrificio.

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Una serie di risposte che, pur nulla togliendo a quel travolgente entusiasmo dei vent’anni che ogni possibilità futura dischiude, rivela una grande determinazione al continuo perfezionamento professionale e una sorprendente maturità.

Cresce, dunque, la curiosità di vederlo in azione sul palcoscenico.

Date 2018: Teatro Boni di Acquapendente (https://www.movemagazine.it/eventi/teatro-boni-acquapendente-programma-stagione-2018-19/) il prossimo 2 dicembre, Teatro Lo Spazio di Roma (http://www.teatrolospazio.it/joomla17/index.php?option=com_content&view=article&id=671:roma-criminale&catid=43&Itemid=151) 18 e 19 dicembre.

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   GuittoMatto

Categorie: Senza categoria.

E mo’ se pijano ‘a Capitale (ovvero: dal metateatro al teatro-verità)

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Li avevamo lasciati qui (nella bella foto di scena, scattata da Riccardo Spinella sono ai lati del “capo-comico Antonio Conte), calati nei sapidi ed enigmatici personaggi  interpretati in «Sua Eccellenza è servita»:a sinistra Francesco Sala, nei panni di un oste sanguigno ma non privo di una certa scaltrezza, a destra Salvo Buccafusca, nell’occasione attore sulla via del tramonto, tronfio e infedele per natura.

Li ritroviamo alle prese con uno spettacolo di ben altra tipologia che, sempre per la produzione della sempre più attiva e presente Associazione Le Ombre di Platone, andrà in scena prima di fine anno.

Sono andato a intervistare questa strana coppia a Roma, nel pieno delle prove del dramma  «Roma criminale (Fatti &misfatti di una banda)» con Sala stavolta regista e Salvo Buccafusca attore insieme a Fulvia Lorenzetti e Gaetano Carbone.

Quel che segue è ciò che ne è venuto fuori.

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Dagli accenti grotteschi e satirici di un vescovo sposato e dei suoi degni compagni di avventura agli spietati e cupi personaggi della Banda della Magliana…  davvero un bel salto, mi pare.

«Sua Eccellenza» vs «Roma criminale», scritta dal qui presente Salvatore, con Antonio Turco: uno “strappo” che mi riporta alla mia naturale vocazione di regista di teatro, avvezzo a raccontare in assoluta libertà storie che hanno a che fare con la memoria storica, anche nascosta, di questo Paese. 

Certo che passare dai “sei personaggi in cerca di attore” di «Sua Eccellenza è servita» ai duri personaggi della famigerata banda della Magliana, non è stato facilissimo. Si tratta di storie e schemi narrativi del tutto differenti tra loro, calati in due dimensioni nettamente separate. Voglio sottolineare, però, che anche con «Sua Eccellenza»   (prima produzione dell’Associazione “Le Ombre di Platone“) si è voluto affrontare alcuni temi seri e di grande attualità, utilizzando un po’ di leggerezza per far divertire il pubblico ma trattando i passaggi più significativi dello spettacolo mettendo in risalto e proponendo al pubblico quegli spunti di riflessione che, insieme a Patrizio Pacioni, con la regia dell’esperto e bravissimo Giancarlo Fares, si è inteso introdurre nella drammaturgia.

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Quanto coraggio ci vuole per riprendere un argomento sul quale si sono effusi fiumi d’inchiostro e si sono srotolati chilometri di pellicola? Cosa pensate di dire di nuovo rispetto a quanto si è già detto e scritto?

Sulla Banda della Magliana sono stati scritti tanti libri, fiction televisive, film e chi più ne ha ne metta; in ciascuno di essi, scrittori, drammaturghi, soggettisti e registi hanno detto la propria verità, a volte enfatizzando gli avvenimenti, in altre occasioni sminuendo fatti acclarati anche nelle aule dei tribunali. Voglio dire che impegnarsi a narrare vicende di questo tipo, comporta sempre un rischio ben preciso: non raccontare tutti i fatti o, al contrario, limitarsi a dire mezze verità.

In effetti qualche dubbio sulla sussistenza di una certa inflazione sull’argomento, insieme al timore di accrescere con una rappresentazione di questo tipo la fascinazione pericolosa suscitata dal male, e al pericolo di sollecitare una cattiva emulazione di giovani verso i banditi, mi facevano resistere. Poi, però, la ha avuta vinta la mia curiosità su un periodo particolarmente delicato della storia nazionale: parlo degli anni ’70, decennio di profonda trasformazione in cui Pasolini annunciava la mutazione antropologica. Bene: la nostra storia, non è un caso, parte proprio dal suo feroce assassinio.

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La storia di una banda criminale risulta, salvo eccezioni, generalmente, strettamente legata al Territorio di origine e di azione. Credete che in qualche modo una pièce del genere riesca ancora a destare interesse anche in altre parti d’Italia?

Salvo eccezioni, appunto. La bandaccia criminale nasce a Roma su imitazione della Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, contaminandosi poi con Cosa Nostra; intrattiene rapporti con la N’drangheta calabrese, mentre la sua frazione “nera” ha contatti con apparati e servizi di sicurezza deviati. Che ci faceva il noto pregiudicato Danilo Abbruciati con la sua Kawasaki nell’agguato al numero due del Banco Ambrosiano? Fatti & misfatti che escono dal Grande Raccordo Anulare.

Sono convinto che questo spettacolo possa essere esportato in tutte le regioni italiane. La fama oscura raggiunta con le sue imprese da questo gruppo criminale non solo è comune a tante altre città avvelenate dal medesimo tipo di criminalità, ma anche per la tanta pubblicità e risonanza che questa storia ha già avuto (e continua ad avere) come giustamente facevi notare tu all’inizio dell’intervista, in tv e al cinema. Il prossimo dicembre, tanto per fare un esempio, uscirà nelle sale l’ennesimo film dedicato ai misfatti della banda, con protagonista Alessandro Gassman.

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I componenti della banda sono ormai finiti tutti in galera o sotto terra. Il tumore, secondo voi, è completamente estirpato o sono rimasti pericolose fonti di metastasi sparse qui e là nelle carni di Roma Capitale?

È pur vero che i componenti di questa famigerata banda ormai sono tutti morti e che coloro che sono sopravvissuti alla strage siano rinchiusi in carcere o si siano in qualche modo riciclati dedicandosi ad altro,  ma c’è il grave il rischio, a mio avviso, che i giovani delinquenti possano prendere come esempio questi pessimi soggetti, cercando di  emularne le gesta.

Si sono ammazzati tra di loro e questo dimostra l’origine banditesca, semplice e borgatara, della faccenda. La stecca para, ovvero il bottino diviso in parti uguali per tutti, non poteva reggere in un’organizzazione senza capi. 

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In che chiave si è pensato di leggere queste atroci vicende?

I personaggi vengono estraniati dal loro contesto reale. Sono stati sublimati nelle vivaci deposizioni rese e in suggestivi quanto significativi contraddittori portati avanti al cospetto di un pubblico al tempo stesso testimone e giudice. Nulla di cronachistico né pedantemente realistico. 

È nostra dichiarata intenzione cercare di ricostruire (dove possibile) e rivedere con un occhio critico, i comportamenti di questo gruppo criminale, avvalendoci della testimonianza di chi li ha  conosciuti per motivi professionali o di co-militanza.

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C’è un personaggio che, più degli altri, ha destato il vostro interesse e stuzzicato la tua curiosità?

Per quanto mi riguarda, nei panni di attore, il personaggio che mi ha preso fin dall’inizio è proprio quello che interpreterò, ovvero l’esperto malavitoso siciliano Pippo, che guarda con occhio critico i comportamenti di quelli che definisce  “ragazzi di strada”.  Un personaggio di fondamentale importanza nel quale sono riuscito a “entrare” in profondità grazie anche alla esperienza e alla professionalità con cui il qui presente “Maestro” Francesco Sala, mi fornisce i più opportuni spunti e indirizzi.

Se c’è un personaggio che mi affascina e in pari misura mi incuriosisce, è il superstite Maurizio Abbatino (detto Crispino o il Freddo nella fiction). Dopo anni di collaborazione, lo Stato gli toglie il piano di protezione e lo obbliga a girare per le strade con la sua vera identità. Poi ci sono i tanti misteri in cui è coinvolto, ovviamente. Per primo il caso Moro: Abbatino incontra l’On. Flaminio Piccoli della DC. Lui, voleva davvero salvarlo Aldo Moro. Poi, chissà perché, invece di recarsi in via Gradoli, dove c’è il covo, i carabinieri si dirigono a Gradoli, il paese in provincia di Viterbo, mettendolo inutilmente a soqquadro.

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Ancora due domande: quando e dove andrà in scena la “prima” di «Roma criminale»? Ci sarà occasione di gustare ancora la tragicomica storia del  vostro amico Vescovo Sposato?

Alla prima rispondo io: la prima di «Roma criminale», proprio come quella di  «Sua Eccellenza è servita», un anno fa,  andrà in scena al Teatro di Boni, la preziosa “bomboniera” di Acquapendente, domenica 2 dicembre.

Per la seconda ci penso io: la tournée di «Sua Eccellenza è servita» riprenderà a gennaio in Sicilia, da venerdì 11 a domenica 13, con una triplice rappresentazione a Palermo.

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Ecco, le cose più importantile hanno dette loro.

Io aggiungo solo una piccola nota personale:

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Aggiungendo un consiglio che mi sento di dare davvero a cuor leggero: andate a vedere questi due spettacoli, non appena ne avrete occasione: grantisco che nessuno se ne dovrà pentire.

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   GuittoMatto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Quando il Teatro viaggia… nello Spazio

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Nella serata di venerdì 20 luglio, al Teatro “Lo Spazio” di Roma  (zona San Giovanni – via Sannio) si è svolta l’eliminatoria del concorso di corti teatrali «Autori nel cassetto, Attori sul comò»  alla quale era iscritto il “corto” scritto da Patrizio Pacioni, diretto da Salvatore Buccafusca e interpretato dallo stesso Salvo Buccafusca e Marzia Mancino, intitolato «Bacco, tabacco e… cenere!».

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Cominciamo a parlare della location (funzionale, originale e caldamente accogliente) e dell’iniziativa che, in essa viene portata avanti.

Lo facciamo con le parole del direttore artistico, Francesco Verdinelli:

«Le proposte teatrali stanno velocemente cambiando. Le arti vanno mescolandosi;  il teatro, la musica, la danza così come l’uso della tecnologia sono sempre più spesso insieme sulla scena. Le storie  scritte oggi, sono fra le proposte  che ci interessano di più. Riconoscere i nostri tempi, nella quotidianità o nella fantasia, così come nelle proposte di teatro civile o nel teatro musicale. E sono proprio questi gli obiettivi della stagione teatrale 2017/2018.  Storie ed  interpretazioni che diano emozioni,  che siano risate o riflessioni, ma e’ fondamentale che possano far sì che rimanga qualcosa. I talenti consolidati così come le proposte delle nuove generazioni permettono allo spettatore, nel corso della stagione, di avere il polso di ciò che oggi, attraverso la drammaturgia, si vuole comunicare. Poter scegliere di andare in un teatro che ha una forte identità, riconoscere e riconoscersi nella tipologia delle rappresentazioni  in scena è uno degli obiettivi che ci siamo posti. Un filo invisibile che lega le infinite identità di chi vive l’oggi, attento alle ‘sfumature’  della vita ».

Ciò (doverosamente) premesso, passiamo all’evento. «Autori nel cassetto, Attori sul comò» è una riuscita e ormai consolidata rassegna romana di “corti teatrali” che vede a confronto, per la gioia del pubblico che assiste alle rappresentazioni, pièces frutto dell’inventiva di autori sperimentati e/o autori emergenti. Alla fine serata un verdetto emesso in modo paritetico dalla giuria tecnica e dal voto “popolare” degli spettatori, decide quale delle proposte merita di passare al turno successivo.

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Il corto scritto da Patrizio Pacioni è stato presentato dall’attivissima associazione Le Ombre di Platone, sempre più presente sui palcoscenici di tutta Italia con nuove e differenziate produzioni. Segnalo, tra le altre, quelle di più prossima messa in scena: si va dalla riedizione rivista e corretta del pluripremiato dramma  «Diciannove + Uno»  (scritto da Patrizio Pacioni) in programma a Marone (BS)  venerdì 31 agosto in co-produzione con Lanterna Teatrale e Teatro Studio,  alla nuova  «Banda criminale»  (Salvo Buccafusca e Antonio Turco) che esordirà a Roma nel prossimo autunno, per finire (per il momento) con le repliche siciliane di  «Sua Eccellenza è servita»  (Pacioni / Buccafusca) fissate all’inizio del prossimo gennaio.

Per   «Bacco, tabacco e… cenere , storia di una stranissima serata di un cinquantenne alquanto “bamboccione”, a causa dell’inaspettata visita della bella e misteriosa vicina di casa, dunque, buone, anzi ottime sensazioni e gradimento espresso da parte del pubblico, a suon di risate e applausi. Divertente il testo, ordinata e fantasiosa la regia, con la costruzione di una scenografia minimale ma di grande suggestione. Perfettamente centrati e sintonizzati sui personaggi impersonati gli interpreti: l’esperto, navigato e (nell’occasione) felicemente gigione Salvo Buccafusca e la giovanissima ma già esuberante “padrona della scena”  Marzia Mancino.

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A “passare il turno”, però (non sempre si può vincere), l’altrettanto ben scritto, strutturato e rappresentato monologo «Specifiche competenze» di Adriano Bennicelli, per la regfia dello stesso autore e la recitazione di un  Alessandro Cecchini in gran vena, per il quale ha fatto premio anche l’attualità del tema trattato, vale a dire la difficoltà dell’approccio dei giovani con il primo (o il secondo) impiego.

Insomma, una gradevolissima serata e la voglia, non appena mi sarà possibile, di fare un altra visita nello… “Spazio” di via Locri 42/44.

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   GuittoMatto

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Sbuffi di Ponentino (7) – W la pinsa (e non è né un refuso né una marchetta)

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Il rigatone, per chi non lo sapesse ancora, è un tipo di pasta “corta” tipica della cultura gastronomica romana (vds. i rigatoni con la pajata), caratterizzata da una superficie esterna ruvida tale da combinarsi con successo con i sughi più sapidi.

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«Rigatoni» (http://www.ristoranterigatoni.it/), invece, è un elegante e accogliente ristorante aperto circa otto anni fa da imprenditori giovani e dinamici in via Publio Valerio 17, una traversa di via Tuscolana nei pressi di Cinecittà.

Vi chiederete perché proprio a questo locale si è dedicato l’articolo, e qualche malpensante, certamente, à ipotizzerà  di essersi imbattuto, suo malgrado,  nell’ennesima “marchetta”.

Invece no.

«Rigatoni» si distingue da un ristorante-pizzeria per il semplice fatto di essere una “pinseria”. Non si tratta di un errore di battuta, perché la specialità della casa, ovvero la pinsa, pur ricollegandosi alla pizza, se ne discosta significativamente.

E adesso vi spiego perché.

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La pinsa romana  (la parola deriva dal latino “pinsère” che significa allungare, richiamando l’atto di schiacciare e pestare l’impasto),  per la sue antiche origini, viene considerata l’antenata della pizza napoletana.

Diversamente dalla pizza tradizionale, però, l’impasto della pinsa romana è composto da un mix di farine di frumento, di soia, di riso (che la fa risultare, una volta pronta, croccante fuori e morbida dentro), è a base di acqua fredda e viene lasciato lievitare in frigorifero.  L’alta percentuale di acqua rende l’impasto molto più idratato e la lunga lievitazione, di minimo 24 ore, fa sì che risulti più digeribile e che presenti  meno calorie di quello tipico di una qualsiasi focaccia: inoltre, essendo la pinsa piuttosto sottile,  si presta a essere condita con ingredienti light, come rucola e scaglie di parmigiano oppure pomodorini freschi, mozzarella e basilico.

Secondo la ricetta originale, la pinsa romana era una schiacciata dalla forma allungata, a base di acqua e cereali misti (all’epoca orzo, farro e miglio) condita con sale ed erbe aromatiche, che anticamente preparavano i contadini romani.

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Insomma, per dare un senso a questo articolo: spianare e cucinare a dovere la pinsa non è un arte che possono esercitare tutti:  da «Rigatoni» (lo dico per esperienza personale) lo sanno fare davvero comn un esito che è un piacere per il gusto e un sollievo per la digestione.

In più i camerieri sono gentili, sorridenti e sempre disponibili a spiegare ogni dettaglio della specialità della casa. I prezzi del tutto accessibili.

Dunque per i romani che ancora non hanno assaggiato una buona pinsa e per coloro che a Roma, per qualsiasi motivo, si trovano a passare, un trasferimento a scopo gastronoimico in questa  zona della Capitale “non turistica” ma comodamente raggiungibile con la metropolitana, mi sento di poterlo consigliare senza particolari esitazioni.

E buon appetito!

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  Vestale

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