Ombre Platoniche sotto i riflettori

Perché abbiano deciso di battezzare la loro associazione culturale, con focus centrato particolarmente sull’attività teatrale «Le Ombre di Platone», Patrizio Pacioni e Salvatore Buccafusca lo spiegano parlando quasi all’unisono.

Un gruppo di schiavi incatenati in una grotta e costretti a guardare solo davanti. Un gruppo di altri uomini, nascosti dietro un muro, camminano sollevando delle statuette che, retroilluminate da un fuoco, proiettano le proprie ombre sul muro.

Per gli schiavi sono proprio quelle ombre a costituire la realtà.

Cosa succederebbe se uno di essi riuscisse a liberarsi, comprendendo che la realtà non sono le ombre, e neppure le statuette, ma ciò che c’è al di fuori della caverna?

Dopo avere abituato gli occhi alla luce del giorno, riuscirà a distinguere prati, boschi, fiumi e colline e il suo primo istinto sarà di tornare verso l’interno della caverna per i prati le colline e, probabilmente vorrà All’inizio lo schiavo, abbagliato dalla luce non riuscirà a vedere bene gli oggetti e li vedrà riflessi nelle acque.

Poi finalmente riuscirà a vedere la luce del sole e la realtà. Dopo di ciò il suo primo istinto sarà quello di far partecipi della sua scoperta anche i compagni ancora incatenati, ma…

I suoi occhi, ora che hanno conosciuto la luce, sono diventati ciechi nel buio, dunque nessuno gli crederebbe, perché uno che non riesce più a distinguere le ombre deve avere gli occhi malati e, alla fine, infastiditi per le sue insistenze, per essi incomprensibili, se ne sbarazzerebbero, magari togliendogli la vita.

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E con ciò? Qual è il collegamento?

Miti a parte, a ben vedere, ancora oggi è l’apparenza (delle cose, delle persone e delle situazioni) a determinare, istintivamente,  i convincimenti e i comportamenti umani… proprio come le ombre proiettate dalle sagome sulle pareti di roccia per i prigionieri della caverna…

 

… dunque, seguendo il procedimento inverso, la nostra idea è di avvicinarci a quella parete e studiare da vicino quelle sagome proiettate dall’irradiamento della luce del fuoco, per poter partire di qui alla conoscenza della verità vera.

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In un momento in cui diventa sempre più difficile portare spettatori in teatro, in una situazione economica dove si guarda più al risparmio che all’investimento, voi due andate ad avviare una nuova iniziativa del genere. Siete incoscienti… o cosa?

Da sempre mi piacciono le sfide. E più difficili sono, più m’impegno. Ho detto difficili, si badi bene, non impossibili.

Lo stesso per me, con l’aggiunta della consapevolezza che è proprio nei periodi di crisi più profonda che, attraverso il non più rinviabile processo di rigenerazione, può essere favorito l’emergere dei progetti migliori.

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E voi, con la produzione di “Sua Eccellenza è servita“, di cui siete anche gli autori, avete deciso, come si dice qui a Roma, di “partire col botto”.

Se ti riferisci alla qualità del testo, beh, ovviamente si tratta del migliore copione messo in scena negli ultimi 150 anni…

Se invece ti riferisci al regista (Giancarlo Fares non è solo bravo, è bravissimo) e al cast di tutto rispetto che proprio grazie a lui si è riusciti a mettere insieme (eccolo qui sotto) …

… un po’ si è trattato di intuito, un po’… di fortuna, vale a dire di quell’ingrediente indispensabile per il raggiungimento (come caldamente ci auguriamo) di ogni successo.

 

Si può sapere qualcosa di più di  «Sua Eccellenza è servita» ?

Sei personaggi in cerca d’autore, rivisti in modo ironico alla luce obliqua e tenebrosa di questo incerto avvio di Terzo Millennio, si trovano riuniti per caso (o per disegno del Fato) intorno al tavolo di un ristorante.  Ne nasce una situazione surreale in cui resteranno sospesi, fino al sorprendente finale, sull’orlo di un baratro fatto di equivoci e reciproci inganni.

Una parabola per riflettere sul vuoto pneumatico di una società fondata sull’apparire, anziché sull’essere, e sulla pochezza di vite recitate anziché vissute.

Un’impagabile occasione per ridere di cuore, perché, diciamo la verità, non c’è nulla di più divertente delle  sventure che inevitabilmente si accaniscono su chi vorrebbe apparire diverso da ciò che è o che, suo malgrado, è diventato.

 

Ultima domanda. Le Ombre di Platone: “one shot game” finalizzato alla messa in scena di questa commedia o… ?

Solo l’inizio di un progetto a lunga scadenza, che non si fermerà alla messa in scena di spettacoli teatrali ma spazierà, nelle nostre intenzioni, su altri settori della drammaturgia e, perché no, della letteratura intesa in senso lato.

Appunto. Solo l’inizio di un progetto. Di un GRANDE progetto.

 

 

  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Ah, se l’è bel, «Le Bal» !

Che bei tempi, quando per tentare di conquistare una ragazza, invece di un banale like si cominciava in un balera con un bel  «Signorina, mi concede questo ballo

Allora, erano gli anni ’50, ’60 e ’70, ci si cominciava ad accoppiare (in senso buono) per sintonia epidermica, per affinità preventiva e presunta, invece che con una scelta in un sito d’incontri che sa troppo di lista per la spesa.

Quando le ragazze, ordinatamente allineate lungo la parete lunga, il sabato pomeriggio, aspettavano di essere invitate a danzare, sedute compostamente e con le mani appoggiate sulle ginocchia.

Poi c’era il ballo, ovviamente. Ballerini che volteggiano, si agitano, ma rispettando gli spazi degli altri che danzano intorno; corpi maschili e femminili che prima si sfiorano, poi vengono a contatto, ma non troppo, solo fino a un certo punto, con la frontiera della decenza che arretra ma non scompare mai del tutto. Regole che si sovvertono all’interno di altre regole. È questa la meraviglia. La trasgressione dura solo tre minuti, o quattro, poi si torna nei ranghi, fino al prossimo disco. Eccitante e rassicurante, cosa può esserci di meglio?

Comincia così «Le Bal», versione italiana (Viola Produzioni) curata con grande professionalità e vivace fantasia da Giancarlo Fares , di un format che ha già tanti positivi riscontri ha ricevuto in Francia, Germania, America Latina e altrove.

È successo ieri sera, nell’ambito della rassegna estiva La Versiliana, con la rappresentazione all’aperto di Marina di Pietrasanta, interpreti e spettatori immersi nel verde e sotto un soffitto di stelle.

  

In una dimensione parallela, straordinariamente affine a quella reale ma infinitamente più poetica ed evocativa, per una volta almeno hanno taciuto le parole per lasciare spazio alla narrazione di straordinaria efficacia e suggestione delle note e della danza. Sì, è la musica a farla da padrona, trasformandosi per una volta, con dolce violenza, da mero sottofondo in protagonista assoluta.

E allora via! In pista!

Si parte dai confetti zuccherosi di romanticismo e buoni sentimenti (tanto dolci e consolatori quanto velenosi di caduche illusioni) degli anni dei telefoni bianchi.

Ben presto nel fox trot italianizzato delle sorelle Lescano e degli altri, però, s’inserisce il ritmo di marce più marziali, poi arriva il primo “me ne frego”, seguito da altri slogan sempre più aggressivi e militareschi; cade la maschera e si mostra, in tutta la sua mostruosità, l’arcigno volto dell’oppressione. Fino alla sconsiderata quanto brutale avventura africana, scandita dalle note di Faccetta nera e oltre, giù, a capofitto nel sanguinoso mattatoio della seconda guerra mondiale.

Partono, i soldati italiani. Le donne, rimaste sole, svestono pizzi e merletti e indossano tute, camici, grembiuli, per sostenere le famiglie mentre i mariti, i fidanzati, i padri e i figli combattono al fronte in nome del niente.

Partono i soldati, ma non tutti tornano.

La musica si fa più austera, languida, malinconica, plumbea.

Scendono i tedeschi, i barbari nazisti più feroci dei lupi, schiacciando sotto i  talloni di acciaio delle SS speranze, aspirazioni e ogni libertà, recidendo vite come fiori.

Finiscono le cose belle, ma hanno un termine anche gli incubi, per fortuna: la guerra si esaurisce in un suggestivo bombardamento finale, dai cui scoppi nascono le note di un boogie-woogie forsennato, come il respiro di un naufrago strappato alle onde.

È l’Italia del neo-realismo cinematografico e dei miti americani di Happy Days rivisitati da Celentano e Rita Pavone, il Paese meraviglioso della seicento e della lambretta, della villeggiatura, dei miti americani del “moltiplicatevi e arricchitevi”, dove nessun traguardo sembra precluso.

Solo un intervallo, anche questo, perché la Storia, quella con la esse maiuscola, è un macchinario dai denti aguzzi, che va avanti per conto suo, schiacciando i sogni che gli si parano davanti.

Il boom si sgonfia, arriva il flagello dell’eroina che corrode le vene e le idee, incombe il sospetto e il disprezzo verso tutto ciò che è diverso, intrighi si succedono a intrighi, pasticci brutti, scandali, mentre nel buio lampeggiano sinistre le torce elettriche dei ragazzi di “Le Bal”.

Siamo alla fine, ormai.

In rapida successione si srotola il tappeto mobile dell’arroganza craxiana-berlusconiana, sulle note tronfie della disco dance, su seni e cosce esposte, su carne femminile e maschile in vendita a buon mercato, sulla livida rabbia della Legge che può mettere solo inciampi ma non riesce in nessun modo a fermare la corruzione dilagante.

Mentre cellulari, hi-pad e auricolari ipnotizzano uomini e donne, anche quando la musica non c’è più, riducendo tutti a inerti automi, ecco due boati giganteschi.

Dal varco aperto dall’immane crollo delle Torri Gemelle entra nella vita di tutti i giorni il nuovo mostro, il terrorismo.

E il sipario viene giù.

Applausi, tanti, prolungati meritatissimi.

Una recita muta in cui sono i corpi e i volti dei giovani, bravi e ispiratissimi attori-danzanti a esprimere molto meglio di un testo scritto la verità di sessant’anni di Storia italiana.

A emozionare, a divertire e a commuovere un pubblico quanto mai partecipe che, alla fine, si mette a ballare anche lui.

 

  Sennò,  mi sapete dire che “Le Bal” sarebbe?

 

LE BAL 
L’Italia balla dal 1940 al 2001
da LE BAL, una creazione del Théâtre du Campagnol
da un’idea e nella regia di
Jean-Claude Penchenat
con
GIANCARLO FARES, SARA VALERIO
ALESSANDRA ALLEGRINI
RICCARDO AVERAIMO
ALBERTA CIPRIANI
VITTORIA GALLI
ALICE IACONO
MATTEO LUCCHINI
FRANCESCO MASTROIANNI
DAVIDE MATTEI
MATTEO MILANI
PIERFRANCESCO PERRUCCI
MAYA QUATTRINI
MICHELE SAVOIA
PATRIZIA SCILLA
VIVIANA SIMONE

coreografie ILARIA AMALDI
uno spettacolo di
GIANCARLO FARES

 

  Guitto Matto

 

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