Falstaff l’esagerato ammalia Brescia

Sir John Falstaff è un personaggio creato da William Shakespeare che appare nell’ Enrico IV e nella Allegre comari di Windsor e viene nominato nell’ Enrico V, per la creazione del quale si dice che il grande drammaturgo si sia ispirato a Sir John Oldcastle (realmente vissuto) che fu a capo delle milizie inglesi nel corso della Guerra dei cent’anni.

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Falstaff è anche il titolo dell’ultima opera di Giuseppe Verdi, il cui libretto, scritto da Arrigo Boito, ispirato al già nominato Le allegre comari di Windsor, ma arricchito con alcuni passi tratti anche da Enrico IV parti I e II.

Prima di dedicare qualche minuto a questa recensione, se lo ritenete utile, potete leggere il servizio di Bonera.2 sulla conferenza stampa di presentazione di «Falstaff e il suo servo»dell’evento:

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Goodmorning Brescia (160) – Al Sociale è in arrivo l’uomo dagli smodati appetiti!

 

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È la vita stessa a renderci bulimici, costantemente insoddisfatti, centrati su noi stessi e, soprattutto, ridicoli.

Il grasso, il panciuto, il gigantesco, l’esagerato, il ridondante Falstaff , è la sintesi suprema, il distillato allo stato puro dell’esiziale summa di tutti questi difetti dell’essere umano, che Shakespeare tratteggia e anima da quasi-dio della creazione artistica qual è, con il soffio vitale che egli solo lui conferire ai propri personaggi.

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Un uomo tronfio e supponente, ma al tempo stesso inconsapevolmente e insospettabilmente eroico, a suo modo, capace, nella grandezza delle proprie mancanze riesce persino a suscitare la livida invidia di un servo colto, ma reso ottuso dal livore di chi , qualunque ne sia la natura e la qualità, al proprio interno lascia intravedere una scintilla;  un uomo irridente e al tempo stesso ridicolo fin dall’inizio della pièce, rovesciato al suolo come una tartaruga rovesciata, che non sarà mai capace di raddrizzarsi e alzarsi in piedi senza l’aiuto altrui, che nella pratica del certame amoroso riesce a diventare (e proprio questa è la sua grandezza) ancora più ridicolo.

Un uomo di una miopia intellettuale talmente forte da sfiorare la cecità: «Sei un uomo di troppe parole» gli contesta il servo, che invece la vista delle debolezze altrui ce l’ha fin troppo acuta. «No, sono un uomo che usa la logica», risponde Falstaff, con fede incrollabile in se stesso.

E intanto l’odio del servo verso il padrone ribolle, cresce, perché è difficile che chi, povero di idee ed emozioni, non possiede un’esistenza propria, qualcosa che, alimentando il pensiero e la fantasia, si elevi dal ciclo universale della pura sussistenza fisica.

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«Non basta voler vivere, per vivere davvero» contesta a Falstaff, ma è solo la livida smorfia dell’invidia.

Poi, a guarnire e valorizzare un’esistenza intessuta di autoillusioni e vanità, arriva una provvidenziale (sembra strano, ma mi sembra opportuno definirla così) morte in battaglia. Una cornice talmente preziosa che, limitando un quadro che va a sfocarsi ai bordi estremi, rende un mediocre ritratto un quadro un po’ più bello e gradevole da vedere.

Anche la morte sul campo, però, merita un ultimo, clamoroso e irriverente sberleffo: perché, come disse e scrisse Oscar Wilde, “La vita è troppo importante per essere presa sul serio“.

L’ardita opera di “taglio, assemblaggio e cucitura” dei vari brani shakespeariani (senza distogliere mai lo sguardo dal Falstaff verdiano) portata a compimento da Nicola Fano e Antonio Calenda si rivela azzeccata e vincente. La messa in scena di «Falstaff e il suo servo» per opera dello stesso Antonio Calenda ha lo stesso risultato di un prodotto di alta sartoria: un abito su misura in cui non si riesce a ravvisare neanche una piega fuori posto.

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La recitazione di Franco Branciaroli, oltreché impeccabile come sempre, nell’occasione ispirata e in qualche modo amplificata dall’evidente empatia tra attore e personaggio, è validamente sostenuta da quella di grande valore del servo Massimo De Francovich e dall’efficace accompagnamento di Valentina Violo, Valentina D’Andrea , Alessio Esposito e Matteo Baronchelli. Di grande suggestione le scene e i costumi di Laura Giannisi, le musiche di Germano Mazzocchetti e le luci di Cesare Agoni.

Appuntamento da non mancare: al Teatro Sociale di Brescia fino al 3 novembre.

(foto dello spettacolo inserite a corredo di questo articolo: ph Tommaso Le Pera)

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Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (160) – Al Sociale è in arrivo l’uomo dagli smodati appetiti!

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Che sia a inizio stagione, oppure alla fine, o anche nel mezzo, ogni volta lo spettacolo il cui protagonista è Franco Branciaroli è un evento capace di attirare i giornalisti, in occasione della conferenza stampa di presentazione, come un prato fiorito fa con le api.

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Così è successo questa mattina, in occasione della prossima messa in scena al Teatro Sociale di «Falstaff e il suo servo», registrando una richiesta di accrediti stampa talmente elevata da costringere gli organizzatori a disporre lo spostamento dalla sede originariamente prevista (il foyer del teatro sociale) alla sala conferenze della sede del CTB in Piazza Loggia.

Fa gli onori di casa il direttore Gian Mario Bandera che ricorda, prima di passare la parola agli artisti, che le 14 repliche bresciane rappresentano soltanto l’inizio di una lunga tournée che vedrà lo spettacolo di iniziare teatri di tutta Italia passando, prima di approdare a Roma, anche dal Piccolo Teatro di Milano.

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«Debuttare con questo spettacolo a Brescia, città alla quale mi lega l’antica e preziosa amicizia con alcuni degli esponenti della rinascita del movimento teatrale bresciano dell’ultimo scorcio del ‘900, è come approdare in un porto sicuro e in questa occasione mi è ancora più gradito farlo insieme a Franco Branciaroli (che, neanche a dirlo, impersonerà Falstaff) con il quale ho già condiviso altre  numerose quanto prestigiose avventure artistiche» premette il regista Antonio Calenda.

«Altrettanto si può dire, ovviamente, per Massimo De Francovich che indossa invece i panni del Servo», aggiunge subito dopo, prima di argomentare in dettaglio sulla pièce che sta per andare in scena.

«I motivi per i quali in Italia Falstaff non è stato sino a questo momento portato in scena con la dovuta frequenza si possono identificare nella difficoltà di reperire attori muniti della necessaria prestanza fisica e recitativa e per il grande impegno richiesto agli interpreti. Peccato, perché nella galleria dei personaggi shakespeariani, esso incarna l’aspetto dionisiaco dell’uomo, distinguendosi tra tutti per una feroce volontà di essere e per una bulimia di piacere e un incessante desiderio. In pratica un fratello maggiore (o minore) di Riccardo III. Quanto all’interpretazione che ne fa Franco, può definirsi con una sola parola: “somma”. La compagnia che lo affianca è composta di attori di alto livello, non numerosissimi ma capaci di moltiplicarsi in scena, avvalendosi d di collaboratori che si collocano nell’aristocrazia della coreografia e della danza».

Dopo aver ribadito che «Falstaff, personaggio per la cultura inglese risulta quasi più importante dello stesso Amleto, per l’Italia (a parte la grande ma non da sola sufficiente prestazione verdiana) resta alquanto defilato», Franco Branciaroli fa presente come nel personaggio interpretato si mescolino le straordinarie capacità di trattare contemporaneamente e a livello di eccellenza sia temi “alti” che aspetti della vita bassi e materiali.

«Certo la traduzione in italiano (come faceva notare anche Gramsci quando indossava le vesti di critico teatrale) limita non poco la possibilità da parte del pubblico di gustare fino in fondo gli innumerevoli e argutissimi giochi di parole del testo originale» non manca di ricordare, prima di accennare alle difficoltà incontrate personalmente nella recitazione che lo vede avvolto nel salsicciotto di cotone necessario per rendere l’esuberante fisicità di Falstaff.

«Non avendo potuto sperimentare l’effetto che farà su di me in scena il calore dei riflettori» conclude con ironia, «si è deciso di predisporre, a titolo precauzionale, opportuni interventi da effettuare in caso di situazione critica. Tra questi anche un bel paio di forbici utili a tagliare via l’imbottitura

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«Nei miei non pochi anni di pratica teatrale» dice Massimo De Francovich, «ho sempre privilegiato la “negatività” che trovo, in scena, molto più interessante della “positività”. Il personaggio del Servo, al quale do vita e voce è quello che si può definire un “odiatore seriale”. Detesta visceralmente Falstaff, ciò che fa e ciò che rappresenta e ne vuole la rovina con ogni risorsa a disposizione. Ciò che per Falstaff risulta affascinante per il servo è orribile e non fa fatica a esternarlo nel corso dei frequenti dialoghi diretti con il pubblico in sala».

Le conclusioni dell’incontro le tira Elena Bonometti, membro del consiglio di amministrazione del CTB che, per prima cosa ringrazia Calenda per gli apprezzamenti attribuiti all’opera del Centro Teatrale Bresciano.

«Falstaff e il suo servo (in collaborazione con il Teatro de gli Incamminati e  TSA Teatro Stabile d’Abruzzo, è la prima di quattordici produzioni di un anno impegnativo non solo dal punto di vista tecnico-organizzativo, ma anche da quello economico; un’operazione di grande interesse anche e soprattutto per l’estrapolazione effettuata del personaggio che compare nell’ Enrico IV, nelle Enrico V e nelle Allegre comari di Windsor, valendo anche come conferma di quanto il nostro italianissimo Verdi (un autentico genio, che adoro senza riserve) abbia fatto per il complesso dell’opera shakespeariana. Viene messa in piena luce la figura di Shakespeare “psicologo” oltre che poeta e inarrivabile drammaturgo: un autore capace di compiere argute e profondissime introspezioni nei personaggi creati dalla sua immensa e inesauribile fantasia»

Per aggiungere, subito dopo, con sincero e compiaciuto stupore: « È davvero incredibile come, anche per chi vive nel Teatro da tempo, come me, ogni occasione, soprattutto come questa occasione, sia continua fonte di riflessione e di arricchimento personale».

Prima dei saluti finali e dell’appuntamento per la “prima”, Elena Bonometti ricorda che il 24 ottobre, nell’ambito delle rassegne collaterali organizzate dal CTB di cui ho scritto ieri, presso l sede della Cattolica, appuntamento il 24 ottobre con Franco Lonati che parlerà del personaggio shakespeariano di Falstaff. Grazie anche alla voce dell’attore Daniele Squassina ghiotta occasione di una ulteriore riflessione sui temi trattati.

Dello spettacolo, quando sarà il momento, vi racconterà tutto, come sempre, GuittoMatto.

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Da Stratford a Brescia, un intrigante cocktail di versi e note

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(vds. altro articolo sullo stesso argomento in data 12 marzo 2018:  https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-sonetti_sinisi_malosti/)

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L’Autore:

William Shakespeare (Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1564– Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1616),  soprannominato il “Bardo” o il “Cigno dell’Avon”. Della sua (anche numericamente) produzione, ci sono pervenuti  37 testi teatrali, 154 sonetti e una serie di poemi.

È universalmente considerato il più importante scrittore in lingua inglese e generalmente ritenuto il più eminente drammaturgo della cultura occidentale. 

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L’opera:

Per una volta Shakespeare arrivò secondo. Anzi, addirittura  “fuori dal podio”, per rimanere in ambito sportivo. La “moda del sonetto”, infatti, nell’Inghilterra elisabettiana aveva imperversato nell’ultimo decennio del 16° secolo,  con le opere di  Philip Sidney (Astrophel and Stella, 1591), Samuel Daniel (Delia, 1592), Thomas Lodge (Phillis, 1593) ed Edmund Spenser  (Amoretti, 1595).

 La raccolta shakespeariana, scritta probabilmente tra 1593 e il 1599 ma pubblicata diversi anni dopo (1609, per le stampe dell’editore  Thomas Thorpe) si adegua (aggiungendo Lover’s Complaint)  al modello  scelto da Daniel e Lodge, che avevano fatto seguire alla raccolta di sonetti brevi un componimento più complesso.

A partire dal ‘700, parecchi studiosi più o meno autorevoli avanzarono dubbi sulla reale paternità di Sonetti, dimostratisi poi scarsamente attendibili visti i numerosissimi riscontri individuati poi con il linguaggio dell’ultimo Shakespeare.

I Sonnets sono poesie d’amore dedicate dal numero 1 al numero 126 a un giovane amico di Shakespeare (si pensa il Conte di Southampton Henry Wriothesly o William Herbert) e dal 127 al 154 a una Dark Lady dai capelli o dalla carnagione scuri. Il sonetto più famoso della raccolta è senz’altro il sonetto 18,si apre con il poeta che paragona il giovane amico (il Fair Youth) a una giornata estiva, sostenendo che mentre l’estate è breve, mutevole e non sempre perfetta, il protagonista incarna l’estate stessa, eterna, e quindi la bellezza. E mentre l’estate lascerà posto all’autunno, il suo amore vivrà in eterno. Assai diversa è la Dark Lady che emerge nella seconda parte della raccolta, l’incarnazione di un amore spesso crudele e infedele, una fascinosa figura del male, descritta come my female evil  (“la diavolessa”,  “la donna malvagia” – sonetto 144)

In “A Lover’s Complaint” o “Lamento dell’amante” (lasciando maliziosamente indeterminato il sesso) si narra di una sfortunata giovinetta, prima sedotta (attraverso  un’abile strategia di corteggiamento) da un cinico rubacuori, poi crudelmente abbandonata.

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Lo spettacolo:

All’inizio chi conduce il gioco è un tecno-pagliaccio che si atteggia, si muove, parla (e declama sonetti) come il conduttore di una hit parade televisiva, in una atmosfera circense, con tanto di risate e applausi registrati.

«Ho due amori, che si chiamano conforto e dannazione»

Il primo è un giovane maschio biondo e dalle fattezze delicate, l’altra è una femmina, nera e aggressiva.

La “dark lady” si scatena in una danza dissociata, che è l’antica malattia di un mondo fascinoso quanto ingannatore, è un condensato tossico di menzogne sottintese e spudoratamente ostentate a se stessi, è frenetica dissolutezza, tarantolata, estenuante, allucinata. I tradimenti sono nascosti sotto abiti troppo succinti, più forte della discrezione è la volontà di svelarli come carne nuda e ammiccante, mordicchiando il peccato come una dolce e letale mela avvelenata.

Poi c’è l’altra faccia dell’amore, tutto al maschile, che si esplicita in un confronto erotico nel quale la preda non vede l’ora di essere catturata e sottomessa, ma chi sottomette con il corpo, molte volte, in realtà, finisce per essere sottomesso nell’anima. Una danza sessuale più che sensuale, la rappresentazione esplicita di un amplesso rabbioso e sempre in appagante se tenuto distinto da un’empatia sentimentale, perché «Credendomi vincente ho perso tutto», come scrive il poeta.

Tutto finisce con l’amara considerazione che «L’amore è una medicina che non guarisce ma aggrava la piaga» e con lo struggente testamento del drammaturgo: «Se leggerai i miei versi dimentica chi li ha scritti».

Il tutto in una intensissima ora di spettacolo, un contenitore in cui il testo e la regia versano di tutto: dal romanticismo melodico di Modugno alla tecno-music, dalla figura arcaica del Bardo, che incombe dal fondale del palcoscenico  a una scenografia “di frontiera” postmoderna.

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Nell’insieme ben recitato, innovativo, stimolante, provocatorio, ma al tempo stesso, proprio per questa sua coplessità, di difficile assimilazione da parte di un pubblico che, comunque, ha applaudito a lungo al calar del sipario. A titolo di esempio cito il commento di uno dei numerosi studenti che, grazie alla politica di promozione nei confronti dei giovani, attuata dal CTB, assistevano allo spettacolo, colto all’uscita, sul marciapiede antistante il Santa Chiara: «Con tanto nudo sul palcoscenico, finisce che si concentra l’attenzione del pubblico sul sesso, ma lo fa smarrisce sul senso dello spettacolo».

Un gioco di parole goliardico e sfacciato che, forse, la parte più ironica del giovane Shakespeare avrebbe potuto e saputo apprezzare.

 

versione italiana e adattamento teatrale di FABRIZIO SINISI e VALTER MALOSTI

coreografie MICHELA LUCENTI

scene e costumi DOMENICO FRANCHI

luci CESARE AGONI

suono EDOARDO CHIAF

con

VALTER MALOSTI

MICHELA LUCENTI

MAURIZIO CAMILLI

MARCELLO SPINETTA

e con ELENA SERRA

assistente alla regia ELENA SERRA

direttore tecnico CESARE AGONI

macchinista NICOLA PIGHETTI, FILIPPO MARAI

capo elettricista e fonico EDOARDO CHIAF

scene realizzate nel LABORATORIO DEL CTB CENTRO TEATRALE BRESCIANO

responsabile della costruzione OSCAR VALTER VETTORE

scenografa realizzatrice MICHELA ANDREIS

costumi realizzati da BOTTEGA DEL CENCIO

sarto FEDERICO GHIDELLI

acconciature e trucco BRUNA CALVARESI

amministratrice di compagnia GAIA RICCI

FINO AL 25 MARZO AL TEATRO SANTA CHIARA MINA MEZZADRI DI BRESCIA

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Giovani attori per un antico testo

Stamattina, nel foyer del CTB, serrata conferenza stampa in occasione del vero debutto della stagione teatrale 2017-2018 con «I due gentiluomini di Verona», dopo il gustoso antipasto servito al Santa Chiara con «Curamistrega».

La notizia più curiosa è che nella recita di «I due gentiluomini di Verona» c’è un attore che è un autentico cane. Per di più, invece di nascondersi per sfuggire al pubblico ludibrio, stamattina ha avuto la bestiale impudenza di presenziare alla rituale conferenza stampa tenuta al CTB, seduto in primissima fila.

Anzi, più che seduto, sarebbe meglio dire accucciato.

Eccolo qui, ripreso accanto a Patrizio, e il mistero è svelato.

Il mistero sì, ma resta la curiosità anche di vedere la qualità della sua recitazione, che ci terremo fino a martedì sera..

Veniamo alla conferenza stampa, introdotta dai saluti del padrone di casa  Gian Mario Bandera, che sottolinea le ragioni e la finalità di questo spettacolo diretto e recitato, per la gran parte del cast, da giovani talenti. Dopo di che sottolinea come la co-produzione dello spettacolo con il Teatro Stabile del Veneto sia nel solco di una sempre più decisa ricerca di sinergie con i più prestigiosi teatri nazionali.

Prima che la parola passi al regista,  il professor Luigi Mahony riferisce, giustamente compiaciuto, che, essendo stato già raggiunto il numero di abbonamenti registrato nella precedente stagione (a sua volta record) la ragionevole previsione è quella di consuntivare, a bocce ferme, un ulteriore incremento del 10%.

L’intervento di Giorgio Sangati prende le mosse dalla soddisfazione di aver potuto dirigere un cast di grande livello, che si è lasciato totalmente coinvolgere nel progetto.

(PH_Umberto Favretto)

 

«Questa rappresentazione è un autentico punto di svolta nel pensare il Teatro, trattandosi non di uno Shakespeare minore, ma di uno Shakespeare da indagare, attraverso quest’opera che, con ogni probabilità, è la prima scritta e messa in scena dopo l’arrivo a Londra» afferma convinto, prima di passare a un’analisi per così dire più “tecnica” della commedia.

«Si tratta di un’analisi del rapporto tra uomo e lealtà, intesa come atteggiamento con il prossimo, certamente, ma anche e soprattutto con se stessi. Posso aggiungere che è nella discontinuità (di ambientazione, di ritmo, di tensione emotiva, che va individuata l’assoluta eccezionalità dell’opera. Una discontinuità che riflette, a ben pensarci, proprio ciò che accade nelle vite degli uomini, assai raramente ordinate da una regia lineare. Si tratta di una commedia, sì, che contiene in sé, però, una potente drammaticità, miscelando, come solo Shakespeare sa fare, l’ “alto” con il “basso” dell’anima umana »

Non può mancare, prima del congedo, qualche parola su Charlie, l’attore quadrupede:

«La sua presenza intende ricordare continuamente, sia agli attori che al pubblico, che l’uomo altro non è che un animale reso civile dalle convenzioni»

Una breve divagazione (mia) sulle c.d. opere prime dei grandi artisti: vedo la produzione di uno scrittore o di un drammaturgo come un palazzo del quale, le prime realizzazioni creative, costituiscono le pietre angolari sulle queli si eroge poi, anno dopo anno, lavoro dopo lavoro, grandi palazzi di meravigliosa bellezza. Se questo concetto passa, ne deriva però che, per ammirare le rifiniture, i fregi, i marmi e gli stucchi che compongono la costruzione finale, non si possa prescindere dal riconoscere agli esordi il giusto valore.

Ed è così. suggerisce Giorgio Sangati, che lo spettatore più attento troverà ancora maggior godimento dalla visione de I due gentiluomini di Verona, scoprendo nelle varie scene, in nuce, tematiche e atmosfere che saranno trattate dal Grande Bardo nel prosieguo del suo magistrale progetto creativo.

Dunque ecco l’appuntamento:

 

Di: William Shakespeare

Versione italiana e regia di Giorgio Sangati
Scene di Alberto Nonnato

Luci di Cesare Agoni

Costumi di Gianluca Sbicca
Con: Fausto Cabra, Ivan Alovisio, Camilla Semino Favro, Antonietta Bello, Luciano Roman, Gabriele Falsetta, Paolo Giangrasso, Ivan Olivieri, Giovanni Battista Storti, Chiara Stoppa, Alessandro Mor, Diego Facciotti.

e con la partecipazione straordinaria di Charlie

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   GuittoMatto

 

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (10) – Shakespeare riscritto da Riccardo Bacchelli

L’argomento trattato nel nuovo appuntamento delle 《Conversazioni intorno al Teatro》 pensate e organizzate dal C.T.B. è 《Bacchelli e Shakespeare: di un Amleto commediante》.


Rita Piccitto introduce la serata e l’ospite Giuseppe Langella parlando di Riccardo Bacchelli e della sua collaborazione con la rivista letteraria La Ronda. Romanziere, ma anche drammaturgo che si è cimentato nientemeno che in una riscrittura dell’ Amleto.

  

Secondo Umberto Eco 《La riscrittura è un modo di ripulire il carburatore e le candele del motore della cultura》 

Dunque si parte dall’Amleto di Shakespeare che, a ben vedere, è una rivisitazione del mito di  Oreste. Alla figura di Amleto si ispirano opere  di tutti i tempi e di tutti luoghi:  Pirandello in 《Il fu Mattia Pascal》, ma anche Leopardi e Nietzsche.

L’Amleto di Bacchelli è un audace rifacimento in cinque atti della tragedia shakespeariana (definita una delle più importanti “porte di accesso” della modernità – ), pubblicato a puntate in altrettanti numeri della Ronda nel 1919. Prima pièce teatrale (modalità di espressione artistico-narrativa che ben si attaglia alla sensibilità dell’uomo) di un decennio creativo che arriva fino a 《Il diavolo a Ponte Lungo》.
Un rovesciamento che, con il filtro dell’ironia, in ottica palesemente anti-romantica, trasforma la tragedia in un’opera comica attraversata dal riso. La morte viene interpretata come via di uscita dalla finzione della vita. Un destino, ineluttabile come solo il destino può essere, di fronte al quale opporsi non ha senso. Chi si illude, velleitariamente, di ribellarsi all’ineluttabile, inevitabilmente diviene oggetto di derisione.

La scelta più nobile è quella di uscire dalla vita, con eleganza e leggerezza, come se fosse il finale di una bella commedia sulla quale, prima o poi, il sipario deve pur calare. Un atteggiamento quasi zen che a me ricorda quell’aristocratico che, al tempo della rivoluzione francese, leggeva un libro aspettando di essere ghigliottinato e che, al momento in fu chiamato al patibolo, chiuse il volume non dimenticando di sistemare il segnalibro lì dove era arrivato.

Che la morte arrivi, come amava dire e scrivere Nietsche, ma solo dopo avere danzato in catene.

E, prima di salutare il pubblico, a sorpresa, la lettura da parte dello stesso Langella di una fresca e delicata poesia tratta dalla sua silloge 《La bottega dei cammei》: dedicata a trentanove donne, dalla A di Angela alla zeta di Zobeide.

 Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Eccolo, il Macbeth di Branciaroli !

Dopo avere interpretato Re Lear, Romeo, Nerone, Otello, Gesù (!), Medea (!!), Galileo, Don Chisciotte e tanti altri eccezionali personaggi, quello con Macbeth è un appuntamento che Franco Branciaroli non poteva assolutamente mancare. Per dire la verità nei panni di Macbeth si era già calato, negli anni ’90, diretto da Giancarlo Sepe, ma vuoi mettere portarlo in scena con la propria regia?

LA STORIA VERA

Macbeth re di Scozia. – Conte di Moray e capo del partito celtico si oppose a re Duncan I e, dopo averlo ucciso, s’impossessò del trono (1040) e governò col favore popolare sino al 1054; arrivò fino a Roma, in pellegrinaggio. Il suo regno fu invaso da Siward di Northumbria (alleato di Edoardo il Confessore al quale M. aveva rifiutato omaggio) nel 1054. Sconfitto a Dunsinane, presso Perth, perse la Scozia Meridionale; continuò la lotta nel Nord, ma fu battuto e ucciso da Malcolm figlio di Duncan.

COME LA RACCONTA SHAKESPEARE

Macbeth e Banquo hanno combattuto con valore contro i ribelli del re di Scozia Duncan, tanto da meritare la sua gratitudine e generosità. Incontrano tre streghe che salutano Macbeth con il titolo nobiliare di Thane di Cawdor e gli preannunciano un futuro da re. Po­co dopo giunge la notizia dell’effettivo conferimento di quel titolo a Macbeth da parte del sovrano. Nell’animo dell’eroe si scatena l’ambizione.
Il re Duncan comuni­ca a Macbeth l’intenzione di alloggiare una notte nel suo castello di Inverness.
Lady Macbeth, informata dal ma­rito della profezia delle streghe, prepara il regicidio. Macbeth uccide Duncan, i cui figli fuggono, e poi, divenuto re, uccide anche Banquo, che le streghe aveva­no salutato come futuro padre di re.

Presto il sogno del regno si trasforma in incubo angoscioso e l’ombra di Banquo perseguita Macbeth.
Preda del rimorso inter­roga le streghe che gli annunciano che sarà vinto quan­do la foresta di Birnam avanzerà contro di lui.
Lady Macbeth impazzisce e s’uccide.
Malcom figlio di Dun­can e Macduff, signore di Fife, marciano contro Mac­beth. L’esercito si protegge con i rami della foresta di Birnam.
La fine di Macbeth è segnata, Malcom diven­ta re di Scozia.
Macbeth affronta la morte, giusta fine di “una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla“.

COME LO VEDE FRANCO BRANCIAROLI

Il Macbeth inizia da un mondo esterno in guerra, dove caratteristiche come efferatezza e sete di sangue, al pari del coraggio, sono ritenute virtù, in quanto preservano il mondo interno della corte, una società patriarcale civilizzata regolata da leggi divine. La violenza che si applica all’esterno non vale per l’interno, altrimenti tutto salta e tra il dentro e il fuori non c’è più differenza, tutto diventa guerra. Macbeth a un certo punto sceglie di portare la violenza all’interno e a questo si somma il fatto che anche la Lady, la sua parte femminile, si snatura e prende caratteristiche maschili: allora il caos è totale. Macbeth viene infatti “sedotto” all’ambizione dalle streghe, che storicamente rappresentano la minaccia al mondo patriarcale, e indotto all’assassinio da sua moglie, che viola il suo ruolo sociale di donna agendo come agirebbe un uomo. Al caos generato da donne che sono uomini (ovvero da una natura femminile perversa) solo un “non nato di donna” potrà porre fine. Ma il dramma è ancora più complesso e tremendo: Macbeth, uccidendo il re, simbolo del padre e del divino, uccide la sua stessa umanità ed entra in una dimensione di solitudine dove perde tutto, amore, ragione, sonno, scopo di vivere. In più, la sua vittoria è sterile perché non ha eredi, e questa sua rinuncia alla sua umanità servirà solo a passare il trono al figlio di un altro. Il Macbeth è la tragedia del male dell’uomo, della violazione delle leggi morali e naturali. Intorno all’inquietante parabola di seduzione dell’anima al male pulsa l’enigmatico cuore di questa tragedia

COME L’HO VISTO IO

La scena è sapientemente disadorna. Cortile di casa popolare, piazza d’armi da caserma, sfondo di scene che ricordano certa pittura fiamminga, in una suggestione suggerita anche dalla foggia dei costumi.

Il sipario è una ghigliottina, che scende e risale a sezionare la narrazione in un ritmo convulso.

Frammenti recitati in lingua originale (qualche dubbio sui sottotitoli che, inevitabilmente, contaminano l’atmosfera classica e  distolgono l’attenzione dello spettatore) rappresentano e significano al meglio la lingua magica delle  androgine streghe.

Una parabola, come la vita: una faticosa ascesa, frutto di scelleratezze e compromessi, seguita da una brusca, inarrestabile caduta.

Macbeth e la sua Lady legati da un rapporto intessuto di dominio e sottomissione che travalicano le rispettive posizioni sociali e politiche.

Lei astuta quanto algida burattinaia, lui docile marionetta che si lascia guidare quasi senza opporre resistenza. Lei inflessibile mistress, lui infoiato schiavo. Lei, alla fine, autoritaria badante che si fa carico dell’insania di lui, incapace di sottrarsi al giudizio dell’inquisitore più spietato: la propria coscienza.

Di elevato livello la recitazione corale.

Spietata e senz’anima quanto basta una convincente Valentina Violo.

Per quanto riguarda Branciaroli che dire, se non che è eccezionale come sempre? Il coniglio che emerge stavolta dal cappello a cilindro di questo autentico prestigiatore del palcoscenico, l’ultimo e indomito figlio della stirpe dei Mattatori, è chiaramente ispirato e affettuosamente dedicato alla voce e alla presenza scenica di Carmelo Bene, al quale, com’è noto, molto è affezionato il grande Franco.

Spettacolo di gran classe, forse non per tutti, ma autentica chicca nell’ambito di un calendario nazionale che, se da una parte vede una progressiva e confortante crescita della qualità medi dell’offerta al pubblico, dall’altra (per una serie complessa di ragioni) si trova costretta a livellare le eccellenze.

Gli applausi alla fine di questa “prima” attestano che il pubblico bresciano gradisce.

E, come si dice: finché c’è Branciaroli, c’è speranza. 

MACBETH
di William Shakespeare

regia Franco Branciaroli
scene Margherita Palli
costumi Gianluca Sbicca
luci Gigi Saccomandi

con Franco Branciaroli e Valentina Violo

e con(in ordine alfabetico)
Tommaso Cardarelli Enzo Curcurù, Stefano Moretti, Fulvio Pepe, Livio Remuzzi, Giovanni Battista Storti

produzione CTB Centro Teatrale Bresciano · Teatro de Gli Incamminati

 

dal 10 al 22 maggio 2016 Teatro Sociale

 

  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.