Il Teatro secondo Giovanni: affascinante viaggio tra i contrasti dell’anima

In uno dei suoi testi più recenti intitolato The Game, Alessandro Baricco, noto scrittore e drammaturgo torinese, affronta il tema della ricezione di informazioni nell’epoca post-rivoluzione digitale e della differenza di quest’ultima rispetto ad un ‘900 per tanti versi ancora abituato ad affidare e concentrare il sapere ad un relativamente esiguo manipolo di detentori/intermediari.

Baricco sembra sostenere che se un tempo il sapere veniva fatto calare dall’alto, da un vertice di esperti, oggi esso riesce a viaggiare ad altissime velocità e in maniera diffusa lungo la superficie del mondo.

Proprio così: lungo la superficie. Una superficie, però, che si rivela qualcosa che deve essere perforato e attraversato al fine di trovare la chiave del proprio tempo ed evitare di vivere in quella sorta di amnesia live che è la condizione della contemporaneità.

Qui interviene l’arte: per liberarci dalla realtà e farci immergere nel mondo rompendo la superficie dell’acqua.

Con l’attore Giovanni Giacomini oggi parleremo dei suoi primi passi nell’arte e nel teatro, affrontando il tema del ruolo della recitazione.

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Ciao, Giovanni. Partiamo con una ricognizione dall’alto sulla tua carriera da attore: la prima cosa che mi ha colpito di te è che hai ricoperto numerosi ruoli in un arco di tempo che dalle tue origini artistiche a oggi ricopre quasi vent’anni. Cosa ha significato per te e per il tuo corpo assumere di volta in volta forme diverse per affrontare la preparazione dei personaggi che hai interpretato?

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Recitare è faticoso proprio per questo: se non si vuole incappare nel mero commento di una vicenda o di un personaggio è necessario scovare il proprio punto di contraddizione ogni volta che si prepari uno spettacolo. Solo con una messa in discussione del proprio ego uno può fare spazio a nuove forme dentro di sé.

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 E tutto questo ha una dimensione anche pubblica?

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Certamente sì. Banalmente perché poi ci poniamo davanti a qualcun altro. Il corpo diventa un luogo di scambio dal momento in cui si apre il sipario.

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So che ti sei calato nientemeno che nei panni di William Shakespeare nello spettacolo Errando Shakespeare tratto da Delirio di una notte di mezza estate di David Safier. Cosa ti è rimasto di Lui?

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Shakespeare aveva ben chiaro quello che ho provato ad esprimere poco fa: dal momento che un attore, una donna, un uomo realizza di essere legato indelebilmente alla propria figura, allora il macigno che porta sulle sue spalle inizierà a farsi sentire. Siamo tutti “tragicamente” al mondo.

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Quando è stata la prima volta che ti sei accorto di questo su un palco?

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Direi ai tempi delle superiori, quando ho iniziato a frequentare un laboratorio di teatro che mi ha accompagnato per tutto il liceo. La prima volta che ti metti di fronte a qualcuno che guarda te, ti senti spogliato.

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Che ruolo senti di avere in quel momento?

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Nessuno, l’atto di recitare non deve interessarsi di una questione così. Ci si pensa prima o dopo per prepararsi al meglio.

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Stai lavorando a qualche spettacolo?

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Al momento sono impegnato nella preparazione di un dramma in cui reciterò e che vedrà la luce il prossimo 18 Marzo. Sarà uno spettacolo molto intenso e che richiederà a chi lo vedrà di abbandonare per un’ora e mezza ogni propria convinzione.

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E come lo stai affrontando?

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Direi con estrema attenzione. La vicenda narrata è tratta da una storia vera, la quale si è consumata nel nord Italia tra gli anni ‘90 fino al 2010 circa: in essa sono rimaste coinvolte numerose donne e giovani ragazze finite a loro insaputa nel losco giro di una setta che prometteva la liberazione dal proprio ego. Il resto si può purtroppo immaginare.

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Il tema sembra dei più delicati Giovanni. Ti va di lasciare un messaggio prima di salutarci?

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Certo! Vorrei invitare chiunque all’ascolto alla prima dello spettacolo di cui ho accennato poc’anzi: si chiamerà L’Erborista ed è tratto da un testo di Patrizio Pacioni e Federico Ferrari, per la regia di Salvo Buccafusca. L’appuntamento è per lunedì 18 Marzo al Teatro Parioli di Roma; vi aspettiamo numerosi e partecipi. Facciamolo per storie come queste, che grazie anche al teatro possono trovare voce.

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