… meglio di cosIT non si può

Finalmente è arrivato anche in Italia.

 

 

 

Si parla di IT, naturalmente.

Esso. Il signor Penniwise., partorito nel 1986 dalla fantasia di sua maestà Stephen King.

Anche se, a pensarci bene, felicitarsi per l’arrivo sul territorio nazionale di un clown assassino, con gli occhi simili a due monete d’argento, dotato di denti lunghi e affilati come spade, non dovrebbe proprio suscitare un simile compiacimento.

 

Tutti sanno, però, che la paura in celluloide esercita un certo richiamo sugli spettatori, in particolare i più giovani e, soprattutto se il film è ripreso dal più celebre romanzo del più celebre scrittore horror, porta anche lauti incassi.

È andata esattamente così anche per «It» che, nel primo giorno di programmazione, ha battuto per numero di spettatori tutti gli altri film di genere usciti precedentemente nel nostro Paese.

Il sottoscritto, che ama Stephen King fin dagli esordi, passata la ressa del debutto, è andato a vederlo oggi. 

Intanto il film si riferisce alla prima parte del poderoso e ponderoso romanzo del Re del Maine. Quello relativo all’adolescenza dei personaggi che il destino mette a confronto con il mostro.

Intanto il film è realizzato molto bene sotto ogni punto di vista. Recitazione, sceneggiatura, immagini, fotografia, suoni ed effetti speciali.

Il pregio maggiore, però, è quello relativo alla trasposizione libro-pellicola, al tempo stesso fedele al testo originale e, a suo modo, indipendente e originale. Nella Derry del film, perfettamente ricostruita, si affastellano gli stessi problemi, gli stessi (innumerevoli) vizi, le (pochissime) virtù.

Fa paura il tremendo pagliaccio, certo, ma, ancora di più, fanno paura le miserie che, assai più numerose e assai più fetenti di ogni maledizione, impestano il tessuto sociale della piccola città.  Bullismo, incesto, brutalità contro uomini e animali, prepotenza, invidia, disonestà varie, percorrono le vie del borgo così come il Male naviga gli oscuri e maleolenti canali di scolo sotterranei che inghiottono il piccolo George e la sua barchetta di carta. Cosicché, a ben vedere, genera maggior ribrezzo di Pennywise il viscido padre della dolce, leggiadra e intrepida Beverly.

Ottimamente reso l’adrenalinico finale, che nella trasposizione cinematografica, a mio avviso, in cui per una volta nella vita, il Bene sembra avere la meglio (forse) è ancora più comprensibile e avvincente di quanto non avvenga nel libro.

 

Data di uscita in Italia: 19 ottobre 2017
Paese: USA
Durata 135 minuti
Distribuzione: Warner Bros
Regia: Andrés Muschietti
Scritto da Stephen King
Produttori: Seth Grahame-Smith, Barbara Muschietti, Dan Lin, Roy Lee, David Katzenberg
Sceneggiatura: Cary Fukunaga, Gary Dauberman, Chase Palmer
Cast: Bill Skarsgård  Finn Wolfhard, Jaeden Lieberher, Nicholas Hamilton, Owen Teague, Sophia Lillis, Jackson Robert Scoitt, Megan Charpentier, Stevenm Williams, CHosen Jacobs, Wyatt Oleff, Jeremy Ray Taylor, Jack Grazer, Jake Sim, Logan Thompson

Categorie: Teatro & Arte varia.

Giovani attori per un antico testo

Stamattina, nel foyer del CTB, serrata conferenza stampa in occasione del vero debutto della stagione teatrale 2017-2018 con «I due gentiluomini di Verona», dopo il gustoso antipasto servito al Santa Chiara con «Curamistrega».

La notizia più curiosa è che nella recita di «I due gentiluomini di Verona» c’è un attore che è un autentico cane. Per di più, invece di nascondersi per sfuggire al pubblico ludibrio, stamattina ha avuto la bestiale impudenza di presenziare alla rituale conferenza stampa tenuta al CTB, seduto in primissima fila.

Anzi, più che seduto, sarebbe meglio dire accucciato.

Eccolo qui, ripreso accanto a Patrizio, e il mistero è svelato.

Il mistero sì, ma resta la curiosità anche di vedere la qualità della sua recitazione, che ci terremo fino a martedì sera..

Veniamo alla conferenza stampa, introdotta dai saluti del padrone di casa  Gian Mario Bandera, che sottolinea le ragioni e la finalità di questo spettacolo diretto e recitato, per la gran parte del cast, da giovani talenti. Dopo di che sottolinea come la co-produzione dello spettacolo con il Teatro Stabile del Veneto sia nel solco di una sempre più decisa ricerca di sinergie con i più prestigiosi teatri nazionali.

Prima che la parola passi al regista,  il professor Luigi Mahony riferisce, giustamente compiaciuto, che, essendo stato già raggiunto il numero di abbonamenti registrato nella precedente stagione (a sua volta record) la ragionevole previsione è quella di consuntivare, a bocce ferme, un ulteriore incremento del 10%.

L’intervento di Giorgio Sangati prende le mosse dalla soddisfazione di aver potuto dirigere un cast di grande livello, che si è lasciato totalmente coinvolgere nel progetto.

(PH_Umberto Favretto)

 

«Questa rappresentazione è un autentico punto di svolta nel pensare il Teatro, trattandosi non di uno Shakespeare minore, ma di uno Shakespeare da indagare, attraverso quest’opera che, con ogni probabilità, è la prima scritta e messa in scena dopo l’arrivo a Londra» afferma convinto, prima di passare a un’analisi per così dire più “tecnica” della commedia.

«Si tratta di un’analisi del rapporto tra uomo e lealtà, intesa come atteggiamento con il prossimo, certamente, ma anche e soprattutto con se stessi. Posso aggiungere che è nella discontinuità (di ambientazione, di ritmo, di tensione emotiva, che va individuata l’assoluta eccezionalità dell’opera. Una discontinuità che riflette, a ben pensarci, proprio ciò che accade nelle vite degli uomini, assai raramente ordinate da una regia lineare. Si tratta di una commedia, sì, che contiene in sé, però, una potente drammaticità, miscelando, come solo Shakespeare sa fare, l’ “alto” con il “basso” dell’anima umana »

Non può mancare, prima del congedo, qualche parola su Charlie, l’attore quadrupede:

«La sua presenza intende ricordare continuamente, sia agli attori che al pubblico, che l’uomo altro non è che un animale reso civile dalle convenzioni»

Una breve divagazione (mia) sulle c.d. opere prime dei grandi artisti: vedo la produzione di uno scrittore o di un drammaturgo come un palazzo del quale, le prime realizzazioni creative, costituiscono le pietre angolari sulle queli si eroge poi, anno dopo anno, lavoro dopo lavoro, grandi palazzi di meravigliosa bellezza. Se questo concetto passa, ne deriva però che, per ammirare le rifiniture, i fregi, i marmi e gli stucchi che compongono la costruzione finale, non si possa prescindere dal riconoscere agli esordi il giusto valore.

Ed è così. suggerisce Giorgio Sangati, che lo spettatore più attento troverà ancora maggior godimento dalla visione de I due gentiluomini di Verona, scoprendo nelle varie scene, in nuce, tematiche e atmosfere che saranno trattate dal Grande Bardo nel prosieguo del suo magistrale progetto creativo.

Dunque ecco l’appuntamento:

 

Di: William Shakespeare

Versione italiana e regia di Giorgio Sangati
Scene di Alberto Nonnato

Luci di Cesare Agoni

Costumi di Gianluca Sbicca
Con: Fausto Cabra, Ivan Alovisio, Camilla Semino Favro, Antonietta Bello, Luciano Roman, Gabriele Falsetta, Paolo Giangrasso, Ivan Olivieri, Giovanni Battista Storti, Chiara Stoppa, Alessandro Mor, Diego Facciotti.

e con la partecipazione straordinaria di Charlie

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   GuittoMatto

 

Categorie: Teatro & Arte varia.

Ombre Platoniche sotto i riflettori

Perché abbiano deciso di battezzare la loro associazione culturale, con focus centrato particolarmente sull’attività teatrale «Le Ombre di Platone», Patrizio Pacioni e Salvatore Buccafusca lo spiegano parlando quasi all’unisono.

Un gruppo di schiavi incatenati in una grotta e costretti a guardare solo davanti. Un gruppo di altri uomini, nascosti dietro un muro, camminano sollevando delle statuette che, retroilluminate da un fuoco, proiettano le proprie ombre sul muro.

Per gli schiavi sono proprio quelle ombre a costituire la realtà.

Cosa succederebbe se uno di essi riuscisse a liberarsi, comprendendo che la realtà non sono le ombre, e neppure le statuette, ma ciò che c’è al di fuori della caverna?

Dopo avere abituato gli occhi alla luce del giorno, riuscirà a distinguere prati, boschi, fiumi e colline e il suo primo istinto sarà di tornare verso l’interno della caverna per i prati le colline e, probabilmente vorrà All’inizio lo schiavo, abbagliato dalla luce non riuscirà a vedere bene gli oggetti e li vedrà riflessi nelle acque.

Poi finalmente riuscirà a vedere la luce del sole e la realtà. Dopo di ciò il suo primo istinto sarà quello di far partecipi della sua scoperta anche i compagni ancora incatenati, ma…

I suoi occhi, ora che hanno conosciuto la luce, sono diventati ciechi nel buio, dunque nessuno gli crederebbe, perché uno che non riesce più a distinguere le ombre deve avere gli occhi malati e, alla fine, infastiditi per le sue insistenze, per essi incomprensibili, se ne sbarazzerebbero, magari togliendogli la vita.

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E con ciò? Qual è il collegamento?

Miti a parte, a ben vedere, ancora oggi è l’apparenza (delle cose, delle persone e delle situazioni) a determinare, istintivamente,  i convincimenti e i comportamenti umani… proprio come le ombre proiettate dalle sagome sulle pareti di roccia per i prigionieri della caverna…

 

… dunque, seguendo il procedimento inverso, la nostra idea è di avvicinarci a quella parete e studiare da vicino quelle sagome proiettate dall’irradiamento della luce del fuoco, per poter partire di qui alla conoscenza della verità vera.

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In un momento in cui diventa sempre più difficile portare spettatori in teatro, in una situazione economica dove si guarda più al risparmio che all’investimento, voi due andate ad avviare una nuova iniziativa del genere. Siete incoscienti… o cosa?

Da sempre mi piacciono le sfide. E più difficili sono, più m’impegno. Ho detto difficili, si badi bene, non impossibili.

Lo stesso per me, con l’aggiunta della consapevolezza che è proprio nei periodi di crisi più profonda che, attraverso il non più rinviabile processo di rigenerazione, può essere favorito l’emergere dei progetti migliori.

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E voi, con la produzione di “Sua Eccellenza è servita“, di cui siete anche gli autori, avete deciso, come si dice qui a Roma, di “partire col botto”.

Se ti riferisci alla qualità del testo, beh, ovviamente si tratta del migliore copione messo in scena negli ultimi 150 anni…

Se invece ti riferisci al regista (Giancarlo Fares non è solo bravo, è bravissimo) e al cast di tutto rispetto che proprio grazie a lui si è riusciti a mettere insieme (eccolo qui sotto) …

… un po’ si è trattato di intuito, un po’… di fortuna, vale a dire di quell’ingrediente indispensabile per il raggiungimento (come caldamente ci auguriamo) di ogni successo.

 

Si può sapere qualcosa di più di  «Sua Eccellenza è servita» ?

Sei personaggi in cerca d’autore, rivisti in modo ironico alla luce obliqua e tenebrosa di questo incerto avvio di Terzo Millennio, si trovano riuniti per caso (o per disegno del Fato) intorno al tavolo di un ristorante.  Ne nasce una situazione surreale in cui resteranno sospesi, fino al sorprendente finale, sull’orlo di un baratro fatto di equivoci e reciproci inganni.

Una parabola per riflettere sul vuoto pneumatico di una società fondata sull’apparire, anziché sull’essere, e sulla pochezza di vite recitate anziché vissute.

Un’impagabile occasione per ridere di cuore, perché, diciamo la verità, non c’è nulla di più divertente delle  sventure che inevitabilmente si accaniscono su chi vorrebbe apparire diverso da ciò che è o che, suo malgrado, è diventato.

 

Ultima domanda. Le Ombre di Platone: “one shot game” finalizzato alla messa in scena di questa commedia o… ?

Solo l’inizio di un progetto a lunga scadenza, che non si fermerà alla messa in scena di spettacoli teatrali ma spazierà, nelle nostre intenzioni, su altri settori della drammaturgia e, perché no, della letteratura intesa in senso lato.

Appunto. Solo l’inizio di un progetto. Di un GRANDE progetto.

 

 

  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Post It (16) – Parlino gli uomini, adesso!

Per questo numero di Post It lascio volentieri il timone a Patrizio, che l’argomento trattato, da sempre, ha particolarmente a cuore. 

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Il copione è triste, visto e rivisto, stantio.

Non c’è più nessuno stupore nell’uccisione dell’ennesima donna: mentre ancora il suolo è macchiato di sangue, si rincorrono solo accorate frasi di repertorio e invettive velleitarie e becere.

Quando non accade che (davvero al peggio non c’è mai fine) nella responsabilità di un pestaggio, di un femminicidio domestico, di una bestiale violenza carnale consumata dietro un cespuglio in un sudicio vicolo, nell’androne di un palazzo, viene coinvolta anche la vittima, perché troppo remissiva, poco prudente, troppo spregiudicata, troppo scollata… insomma, troppo.

Poi, certo, dopo ogni massacro e ogni stupro, vengono le conferenze, le veglie, le manifestazioni, il trionfo del rosa, delle scarpe rosse, delle mimose. Donne che protestano, che denunciano, che chiedono rispetto e sicurezza, riunite tra loro come se fossero una consorteria o una setta, non la metà (forse la migliore) di questo mondo impazzito.

E gli uomini? Dove sono gli uomini in tutto ciò?

Quelli bravi, intendo. Quelli che non picchiano le proprie compagne e non vanno in giro di notte come lupi in caccia di agnelli, e credono che, con questo, la coscienza sia a posto.

Beh, loro compaiono nelle proteste e nelle rivendicazioni di autentica parità solo se portati a rimorchio dalle loro compagne. Piuttosto che come padri, mariti e compagni, preferiscono esporsi, al massimo, in qualità di esperti: psicologi, sociologi, filosofi, giornalisti, scrittori e quant’altro.

Invece no, signori uomini, così non basta. La faccia, dovete metterci: e non si tratta solo di scendere in piazza, dietro a questo o a quello striscione, ma d’impegnarsi giorno dopo giorno nella vita vera. Rispetto ovunque nei confronti della donna: a cominciare dall’ambito famigliare, e poi a scuola, in ufficio, evitando di lasciarsi coinvolgere in stereotipi sessisti persino nelle sguaiate chiacchiere da bar.

Difficile, vero?

Ma ce la potete (e ce la possiamo) fare.

 

Categorie: Giorni d'oggi.

Claudia, Patrizio e l’intervista … di laurea

Sono da sempre convinto che essere contattato da uno studente, per rilasciare un’intervista utile alla compilazione di una tesi di laurea, risulti molto più gratificante dell’incappare nella stessa richiesta avanzata da parte di un giornalista, per il tale quotidiano o per la tal altra rivista.

Opinione del tutto personale, certo, ma, con questa premessa, è del tutto logico e conseguente che, allorché la giovane laureanda Claudia Cadei mi ha contattato proprio per lo scopo sopraccitato, non ho esitato neanche un attimo a dirle di sì.

Tanto più che, ma questo l’ho scoperto solo dopo (e voi lo scoprirete continuando a leggere questo post), le domande che mi sono state rivolte in questa occasione si sono rivelate quanto mai interessanti e stimolanti.

Sì, ma chi è Claudia Cadei? Cosa fa nella vita? 

Questo, almeno, lasciate che sia io a chiederlo a lei. E, qui di seguito, ecco la sua risposta, riassunta in una funzionale quanto disinvolta e accattivante scheda personale:

Nome: Claudia Cadei

Età: 23

Occupazione: studentessa universitaria che  frequenta il corso di Scienze della Formazione Primaria e spera di diventare a breve un’insegnante

Interessiil nuoto e la cucina

Segni particolari: lettrice seriale. Leggo di tutto, senza distinzione di genere. L’unica vera discriminante è l’emozione. Un libro deve coinvolgermi, appassionarmi, togliermi il fiato.

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Adesso, però, è arrivato il momento dell’intervista vera e propria.

Pronti? Via!

 

Com’è nata Monteselva? Si tratta di un autentico frutto della fantasia o ha radici in altre cittadine realmente esistenti?

 Per uno scrittore esistono essenzialmente tre scelte praticabili nell’ambientazione delle proprie narrazioni.  

  • Raccontare di posti che si sono conosciuti e frequentati con una certa assiduità (esempio Camilleri-Montalbano). L’ambientazione sarà realistica e suggestiva, ma potranno apprezzarla pienamente solo coloro che, a loro volta, vivono o conoscono alla perfezione gli stessi luoghi;
  • Raccontare di posti poco conosciuti o sostanzialmente sconosciuti (esempio Salgari): ne guadagneranno gli spazi e le situazioni praticabili dalla fantasia, ma ne risentirà la coerenza alla realtà, l’interpretazione autentica di modi di vita, odori, colori, atmosfere;
  • Strutturare un set neutro, vale a dire un luogo della fantasia in cui far muovere i propri personaggi, uno spazio che crescerà e si preciserà narrazione dopo narrazione, e che i lettori impareranno a scoprire e conoscere insieme allo scrittore. Una specie di set cinematografico modulare, che si adatta gradualmente alle storie che si raccontano, popolandosi –nel contempo- di nuovi protagonisti primari e secondari.

Con ogni evidenza, Monteselva ho optato per la soluzione C. Nelle mie intenzioni la cittadina emiliana rappresenta una sintesi ideale della provincia italiana (che ho vissuto per anni), composta attraverso elementi estrapolati e rielaborati alla luce della mia sensibilità personale e artistica da diverse realtà regionali (in particolare Lazio, Sardegna, Emilia, Umbria, Lombardia, Toscana, Sicilia, Campania) profondamente vissute e sperimentate nel corso del mio lungo girovagare per l’Italia, indotto da motivi professionali e da una certa irrequietezza di base.

 

Come appare Monteselva agli occhi del Commissario Cardona?

Cardona è uno di quegli uomini (se ne scoprirà il perché nel prosieguo della saga, attingendo al suo passato sino a questo momento incognito) quasi del tutto privi di radici territoriali. Considera “sua casa” il luogo in cui si risiedono gli affetti, naturalmente, ma, soprattutto, l’ambito geografico nel quale si trova a esercitare la propria professione. Secondo la sua indole e i suoi schemi mentali, insomma, Monteselva è divenuta per lui, essenzialmente, un territorio da “risanare” e “riordinare”, al quale si trova progressivamente a legarsi, per contrasto, proprio per la “resistenza” che oppongono a questa sua azione lo stesso territorio e tanti dei suoi oscuri abitanti. Potrei dire che per il commissario Monteselva rappresenta, sostanzialmente, ciò che Mobuy Dick, la mostruosa balena bianca, fu per il capitano Achab.

Qual è il rapporto dello scrittore con il territorio di Piacenza?

Ho vissuto a Piacenza tre importantissimi anni della mia vita. L’ho amata e la ho odiata con pari intensità.

Quanto incide la storia personale dello scrittore sulla scelta dei luoghi in cui ambientare le vicende?

Credo di avere risposto argomentando sulle domande precedenti. Aggiungo che uno scrittore si ciba ogni giorno dei luoghi che vive o, dirò di più, delle persone con cui si relaziona, delle situazioni umane che cadono direttamente o indirettamente nell’ambito della sua percezione sensoriale e psichica. Un vampire energetico reso innocuo dall’esclusivo esercizio della malia attraverso la creazione letteraria. Aggiungo che, a mio avviso, lo scrittore debba esprimere tutta la propria fantasia in ogni sua opera, ogni volta meglio che può, certo, ma non dimenticando mai di partire sempre da esperienze personali di vita vissuta o appresa attraverso testimonianze e confidenze. Chiamiamolo “un obbligo di verità”. Solo in un caso ha diritto di prescindere da ciò: quando racconta della morte che, per forza di cose, non può sperimentare né de visu né de relato.

Nei Suoi romanzi non sono riuscita a trovare una costante che spieghi il rapporto tra i personaggi e il cibo. In “Chatters” Darknight passa da un’alimentazione nervosa ed abbuffate alcoliche a un roseo petit déjeuner con la sua quasi vittima, in “Le Lac du Dramont” si inizia con un ricordo materno rievocato dalla zuppa di cipolle per terminare con le pessime conseguenze di un caffè avariato, infine il commissario Cardona sembra non avere grande interesse per l’alimentazione in generale. Potrebbe aiutarmi a fare chiarezza in proposito?

Le osservazioni sono tutte pertinenti e denotano una singolare capacità di lettura e d’interpretazione dei testi. Devo rispondere però che, a mio avviso, pur essendo incontestabile che la descrizione dell’approccio all’alimentazione è un elemento fondamentale per delineare, insieme ad altri, il completo quadro/profilo psicologico personale di un personaggio, non esiste un rapporto generico “tra le persone e il cibo”, ma ne esistono moltissimi, completamente distinti e diversi tra loro, tra OGNI SINGOLA PERSONA e il cibo.

Darknight di «Chatters», per fare un esempio, ha un approccio schizoide e dissociato al cibo precisamente perché È uno schizofrenico con irresoluti e irrisolvibili problemi d’identità personale.

Per quanto riguarda l’introverso, malinconico e quasi crepuscolare Carlo (in «Le Lac du Dramont»), gli antichi sapori sono uno dei collegamenti viscerali, e dunque irrinunciabili, con una vita che si ritiene poco o male vissuta, mentre il “caffè avariato” rappresenta, nelle intenzioni della scrittura, il simbolo di una vita dentata che non smette mai di mordere i propri figli con malevoli imprevisti. Soprattutto quando divengono (o si mostrano) più deboli e vulnerabili.

Quanto a Cardona e Gargiulo, invece, i due pard rappresentano proprio due “filosofie” diverse, ma al tempo stesso complementari: mentre il robusto e baffuto agente è un divoratore compulsivo di qualsiasi tipologia di cibo, amante di sapori sapidi, più che di delicatezze, spinto a riempire la pancia, non appena e quanto gli sia possibile, dalla “fame” generazionale che tradizionalmente affligge strati sociali popolari e sub-popolari, il commissario ha una visione aristocraticamente manichea. Nella vita di tutti i giorni, per lui, infatti, il cibo rappresenta più una necessità che una scelta, un mero propellente necessario per la ricarica quotidiana di energie fisiche e mentali, da assumere in intervalli rapidi, non particolarmente attesi e graditi. Nella sua teoretica alimentare, le delizie da gourmet, invece, vanno abbinate a momenti di piacere rari quanto preziosi, a situazioni solenni che richiedano, per attingere una quasi perfezione, una particolare e raffinata gratificazione anche per i sensi.

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Patrizio Pacioni settembre 2017

Categorie: Scrittura.

Goormorning Brescia (58) – La (piazza) Vittoria del libro

Si comincia tra una settimana, la mattina di sabato prossimo (30 settembre) , allorché, dopo una breve “inaugurazione ufficiale”, sarà aperta al pubblico l’area espositiva allestita, come ormai tradizione, nella centralissima Piazza Vittoria.

Insomma, lettori, autori ed editori, con Librixia 2017 preparatevi a un’autentica festa tutta dedicata a voi: nel corso di ben nove giorni, si terranno eventi di ogni tipo, tutti legati alla scrittura:  presentazioni, conferenze, dibattiti e molto altro, in una kermesse no-stop la ci realizzazione è resa possibile dall’ormai consolidata collaborazione tra il Comune di BresciaAncos (Associazione Nazionale Comunità Sociali e Sportive) – Circolo culturale di Confartigianato Imprese Brescia e Lombardia Orientale, con la BCC Agrobresciano in qualità di principale sponsor.

Libri, autori, librai e lettori. In Piazza Vittoria da sabato 30 settembre, dopo il taglio del nastro ufficiale alle ore 10 e l’apertura al pubblico dell’area che riunisce librai ed editori locali, il via agli incontri. Nove giorni ininterrotti di presentazioni e dibattiti per un evento, quello di Librixia 2017 che ci riporta contemporaneamente indietro nel tempo, agli anni ‘30 del Novecento con l’avventura dei primi librai del centro, sino ad oggi, raccogliendo la sfida di realizzare un vero e proprio festival della letteratura a Brescia. Traguardi e ambizioni resi possibile grazie alla consolidata collaborazione tra Comune di Brescia, Ancos – Circolo culturale di Confartigianato Imprese Brescia e Lombardia Orientale e BCC Agrobresciano, sponsor principale della kermesse.

                                         

Molte le presenze eccellenti: citiamo “a campione”, tra le tante, quelle di Dario Franceschini, Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Massimo Carlotto, Vittorio SgarbiGiulio Tremonti Andrea Vitali, Björn Larsson, Fiuseppe Cruciani, Lella Costa, Luciano Violante che si avvicenderanno nell’area meeting “Agrobresciano Arena”

Non mancheranno neanche quest’anno presenze musicali importanti e spettacoli di prosa di grande rilevanza: gli Avion Travel, sabato 30 settembre racconteranno la loro musica alle 18, prima del concerto in Piazza del Foro. Domenica 1 ottobre alle 21 sarà il turno di Numa e Phil Palmer. Martedì 3 ottobre  Don Backy racconterà ai bresciani di come carriera musicale e scrittura possano convivere nello stesso artista. Mercoledì 4 sarà all’Auditorium San Barnaba con la pièce  “Maledette Suffragette”, per finire giovedì 5 con lo spettacolo “Blues per cuori fuorilegge” di  Massimo Carlotto.

Non sarà trascurato l’aspetto educativo: attraverso incontri mirati con le scuole, si parlerà di migranti, di solidarietà sociale e di bullismo. Proprio riguardo a quest’ultimo tema (come noto particolarmente caro all’Assessore Roberta Morelli) segnalo e raccomando lo spettacolo  Punti di vista, di Biagio Vinella, con la psicologa Franca Pagni (in scena giovedì 5 ottobre alle ore 11).

Di particolare e generale interesse l’incontro con Mauro Berruto, ex CT della Nazionale maschile di volley, speaker e autore di due romanzi, attualmente A.D. della Scuola Holden. Titolo della conferenza “Essere una squadra”: argomento che, trattato da un personaggio con le sue competenze, non potrà che attirare un gran numero di ascoltatori. 

Un adeguato spazio sarà riservato, naturalmente, anche alla Poesia, nell’apposita sezione curata da Alessandra Giappi

Numerose le collaborazioni (nell’intento di una più capillare e incisiva azione di promozione di cultura, impegno sociale e solidarietà) con Associazioni del territorio. Ricordiamo in proposito, tra le altre, la L.A.B.A. libera Accademia di Belle Arti di Brescia, con il CTB Centro Teatrale Bresciano (titolare dell’incontro di sabato 7 ottobre sul futuro dell’Europa con Marco Archetti e Davide Dattoli) e la Casa Circondariale di Verziano (presentazione del progetto “Parole e segni di libertà” – la storia di OrtoLibero giovedì 5 ottobre in Piazza Vittoria).

La vendita dei libri sarà curata, come nelle precedenti edizioni dalle librerie e case editrici cittadine che fanno capo alla associazione  “Il Leggio”.

 

Un’ultima (ma non ultima) annotazione.

Tra i settantaquattro incontri che si terranno, permettetemi però di segnalarne uno che (come potete immaginare da soli) mi sta particolarmente a cuore: domenica 1 ottobre, a partire dalle 11, il giornalista del Corriere della Sera, Costanzo Gatta intervisterà Patrizio Pacioni, creatore del commissario Cardona e dell’oscura città di Monteselva, nonché attivo commediografo e drammaturgo.

 

    Bonera.2

 

Categorie: Giorni d'oggi.

I Mille mondi fantastici e interiori di Stephen King

Ovvero come in un solo romanzo, neanche il più famoso tra tanti, si possa rinvenire, concentrata, l’essenza di un grande Autore

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Alla fine credo di avere capito dove si erga, stagliandosi contro un cielo di fuoco e fulmini, la mitica Torre Nera che regge l’armonia e l’equilibrio dei mondi.

Esattamente lì, sì: nella mente (straordinaria) di Stephen King, ecco.

Lo sospettavo già da parecchio tempo (la mia frequentazione con lo Zio di Portland è ormai ultra quarantennale, essendo partita da «Carrie» del 1974) ma la prova definitiva credo di averla reperita nel corso della (ri)lettura di Uomini bassi in soprabito giallo» ripreso da «Cuori in Atlantide» (1999  – dal libro fu tratto nel 2001 l’omonimo film diretto da Scott Hicks) e compreso nella raccolta «Goes to the movies» (per l’Italia: Sperling & Kupfer Editori S.p.A. – 2009).

Nelle 289 pagine che compongono il romanzo, infatti, King riesce a dipanare, mescolandoli continuamente ma riuscendo a tenerli mirabilmente in equilibrio tra loro, tutte le tematiche e i generi letterari che più gli sono propri e cari.

  • L’orrore
  • La science fiction
  • Le angosce dell’invecchiamento e della decadenza fisica
  • I paradossi spazio-temporali
  • Le difficoltà nei rapporti generazionali
  • I problemi legati all’adolescenza, a volte drammatici
  • Le tensioni social che dilacerano il ventre degli US
  • Il bullismo
  • Il fantasy

C’è davvero del genio, in questa storia, continuamente in bilico tra il nostro mondo e il Medio-Mondo, in cui si si narra dell’incontro tra il giovanissimo Bobby-O, alle prese, nel pieno della tempesta ormonale tipica dell’età, con una madre (Liz) nevrotica e malmostosa, e l’anziano e misterioso Ted Brautigan che, suo malgrado, ma con grande impegno e incisività, si trova a rivestire per un breve ma indimenticabile lasso di tempo il ruolo di quel padre che Bob non ha mai conosciuto.

Chi è il vecchio Ted, nuovo inquilino del piano di sopra? Chi sono e da quale remoto e indicibile inferno provengono i sinistri “uomini bassi” che gli danno la caccia? Cosa sono i pacchiani veicoli dai colori improbabili sui quali si spostano, qualcosa di mostruosamente diverso rispetto a semplici automobili? Qual ‘è il vero messaggio lanciato dagli strani cartelli che cominciano ad apparire appesi qua e là nel quartiere, e delle misteriose scritte tracciate con il gesso sull’asfalto delle strade?

Una storia di paura e di suspense, certo, ma anche e soprattutto un percorso intimista nel corso del quale l’Autore pone ai propri lettori, e a se stesso, interrogativi ancora più angoscianti sulle insidie della malattia, della prevaricazione dei più forti nei confronti dei più deboli, della malattia, della decadenza fisica e morale, della violenza esercitata nei confronti delle donne, della grettezza dell’animo umano.

Insomma, qui c’è proprio  di tutto e di più, davvero.

Le spine di amicizie giovanili, irruente, totalizzanti, ma destinate inevitabilmente a deteriorarsi con il divaricarsi dei percorsi di vita, la scoperta dei segreti e degli incanti della lettura, l’arroganza che chi ha soldi e potere riserva verso i propri sottoposti, gli ammaestramenti che solo la cultura può dare, i travagli del passaggio dalla gioventù all’età adulta, gli struggimenti del primo amore con la colonna sonora della musica anni ‘60, le tentazioni autodistruttive di chi si trova a remare controcorrente…

Senza dimenticare, però, l’incombere degli abomini che cercano di distruggere ciò che resta del Medio-Mondo, asse portante di un universo pluridimensionale, con un malvagio Re, il cui simbolo è un occhio rosso-sangue, con i benevoli Vettori che difendono l’integrità della Torre e con i frangitori, individui dalle prodigiose attitudini mentali resi schiavi dal Male con l’incarico di logorare lentamente, con la forza del pensiero, quegli stessi Vettori.

Forse non la più nota tra le narrazioni di King, ma assolutamente da leggere e godere per comprendere meglio l’intera opera di uno scrittore irripetibile quanto inimitabile.

  Patrizio Pacioni

Categorie: Scrittura.

I fragili eroi di Paola Barbato? Sono invincibili.

Può essere un autore “accesissimo fan” di un altro autore?

In un agone, quello dell’italica scrittura in cui la fanno da padrone invidie e malevolenze? In cui i contendenti, si comportano come quel tal orbo di una famosa storiella: invocando in una chiesa il Santo Patrono, chiede non già un miracolo che gli restituisca la vista, bensì che il suo più acerrimo rivale perda anch’egli un occhio.

Si può, e lo affermo con assoluta certezza, visto che i sette anni trascorsi tra la pubblicazione di Il Filo rosso (Rizzoli, 2010) e quella di Non ti faccio niente (Piemme… praticamente ieri!) sono stati, non sto esagerando, tra i più lunghi della mia vita di lettore.

Per fortuna «il tempo è galantuomo», come disse qualcuno, o, almeno, correggo io, qualche volta capita che lo sia davvero.

Così, quando ho saputo che Paola Barbato sarebbe tornata in libreria e che una delle presentazioni del suo nuovo romanzo si sarebbe tenuta proprio nel centro di Brescia, praticamente a un passo e mezzo da casa mia, ho cominciato l’impaziente count down che si è concluso giovedì sera.

Intanto a introdurre e condurre l’articolata conversazione con l’Autrice gardesana c’era Gian Paolo Joao Laffranchi, giornalista i cui interessi e competenze vanno ben al di là dell’ambito sportivo (redattore di Brescia Oggi e corrispondente per la Gazzetta dello Sport) e di quello musicale (il Joao è riferito all’attività notturna di effervescente dj): lo scopro attento e informatissimo lettore, nonché abile intervistatore e intrattenitore.

Quanto a Paola… che dire? Adoro la sua scrittura e, dopo averla personalmente intervistata due volte a Villafranca, in occasione di altrettante edizioni del (purtroppo) cessato Festival “La primavera del libro”, appunto a sette anni di distanza da allora, l’ho ritrovata molto più spigliata e brillante anche nel dialogo con i lettori.  

«Questo libro è in… gestazione dal 2013, allorché sottoposi l’idea alla mia casa editrice di allora, ricevendo come risposta che si trattava di una storia “già vista”, accompagnata all’invito a “proporre qualcosa d’altro”. Capisco che le case editrici abbiano le loro esigenze, ma quando credo fermamente in un progetto narrativo è molto difficile che mi tiri indietro» racconta la Scrittrice., 

«Poi mi è capitato che, quasi per caso, mi imbattessi in WattPad (https://www.wattpad.com/?locale=it_IT  – ndr) una grande comunità virtuale per lettori e scrittori che consente ai primi di poter assaporare praticamente in diretta il lavoro degli autori e ai secondi di poter lavorare con il beneficio di sentire on the road la “voce del pubblico» continua, e già si è conquistata l’attenzione del pubblico che gremisce la saletta dedicata della libreria Serra Tarantola.

«Non ho fatto altro che recuperare le dodici pagine dell’incipit messo da parte e, in meno di settanta giorni, la storia si è praticamente scritta da sola. Nel romanzo s’incontrano tantissimi personaggi, ho dovuto creare una tavola schematica per riallacciare nomi, situazioni e luoghi. Come quasi sempre accade, poi, ciascun personaggio, nel corso della scrittura, si è ritagliato il proprio ruolo, imponendosi magari anche alle mie intenzioni iniziali o decidendo autonomamente di mettersi in disparte: un fenomeno al quale assisto, nel corso della creazione di una nuova opera, sempre con grande curiosità»

Tanti i riscontri del popolo del web, tanti i consensi e gli incitamenti ad andare avanti e a farlo in fretta, finché…

«Finché mi ha cercato Piemme, dicendosi interessata alla pubblicazione»

Occhio ai dettagli! La papera gialla che Paola tiene in mano non è certo lì per caso…  😎

Già, ma di cosa parla questo Non ti faccio niente ?

«La vicenda narrata è divisa in due periodi, una parte che si svolge negli anni ’80, latra nel 2015. Un ragazzo individua e sequestra bambini “trascurati” dalle proprie famiglie e li tiene con sé tre giorni, senza commettere, nei loro confronti, alcunché di violento o semplicemente dannoso. Poi, quando la notizia comincia a circolare diffusamente, interrompe questa bizzarra “pratica”. Dopo trent’anni, però, qualcuno comincia a rapire i figli dei bambini ch’egli aveva sequestrato»

“Banale”? Un plot come questo?Forse il “vecchio” editore avrebbe fatto meglio a cambiare il suffisso e trasformare la parola in “geniale”  (altra personalissima ndr).

«Una vicenda che sembra essere già bella e pronta per una trasposizione cinematografica» osserva Gian Paolo Laffranchi.

«La mia scrittura, probabilmente anche a seguito della lunga esperienza come sceneggiatrice di comics e non solo, si risolve in una grossa centrifuga adattabile ad altri mezzi espressivi. Quasi tutti i miei romanzi sono stati attenzionati in questo senso ma, alla fine, per una ragione o per l’altra, finora non se n’è fatto nulla. Staremo a vedere» ribatte serafica Paola.

Poi Laffranchi entra nel merito della particolarissima natura dei singolarissimi “eroi” protagonisti delle narrazioni della Barbato.

«L’eroe duro, puro e forte, estremamente sicuro di sé, non gode più dell’appeal di una volta. Il vero eroismo, in questi difficilissimi “giorni d’oggi” è quello di un essere umano inevitabilmente imperfetto, sia nel bene che nel male. Un po’ come Dylan Dog, insomma»

A questo punto, inevitabile e graditissima da parte di tutti i presenti (me per primo) un’affettuosa digressione sulla figura enigmatica e carismatica di Tiziano Sciavi, cui segue la confessione che nel personaggio di Nives (pensateci quando leggerete Non ti faccio niente) c’è più di qualcosa dell’anima dell’Autrice.

Nel vivace spazio-domande, qualcuno le chiede cosa ci sia che non va nell’editoria italiana del terzo millennio.

Si fa prima a dire quali sono le cose che vanno. In primo luogo criteri con cui si scelgono le opere da pubblicare appaiono tutti da decifrare. In secondo si sta sempre più rafforzando l’idea che gli autori vadano “indirizzati” a scrivere non ciò che detta loro l’ispirazione quanto quel che l’editore di turno reputa più profittevole. Tanto per fare un esempio, per anni mi si è continuato a chiedere di creare un poliziotto come protagonista seriale. Beh, io non accetto forzature: al momento l’ispettore o il commissario o il maresciallo non lo voglio e non lo creerò solo perché vengo “sollecitata ” a farlo. Vuole dire che Non ti faccio niente sarà il mio ultimo romanzo a uscire in lebreria? Non lo so.

Lei  non lo sa, ci può stare ma io (e con me i tantissimi che apprezzano e amano ciò che scrive Paola Barbato) mi auguro proprio di leggerla ancora e presto.

Mi sia consentita un’ultima annotazione personale sulla libreria Serra Tarantola.

Fornitissima.

Librai competenti e di una gentilezza, pazienza e disponibilità di altri tempi.

Un nome che a Brescia equivale a “leggere”.

Aspettando che iniziasse l’evento, con il pc acceso e il programma di word avviato, ho scoperto che l’elegante bar in funzione al piano di sotto sembra stimolare non poco, in me, i processi di creazione e scrittura,

Chissà, a partire dal prossimo autunno mi potreste trovare spesso seduto a bere un buon tè guarnito dei più consoni dolciumi. A fare che, credo che possiate immaginarlo da soli.

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  Paola si racconta

Sono nata a Milano il 18 giugno 1971 da mamma pubblicitaria e papà idrobiologo. Ma a Milano sono rimasta solo un anno e gran parte della mia vita l’ho trascorsa a Desenzano del Garda, per cui mi definisco “fieramente bresciana”. Per quanto ricordi ho sempre scritto e disegnato molto, i miei primissimi fumetti, di cui raramente faccio parola, han visto la luce intorno agli 11 anni. La comunicazione scritta per me è sempre stata fondamentale …

I LIBRI DI PAOLA (e altro)

 

Titolo: Non ti faccio niente

Autore: Paola Barbato

Casa editrice: Piemme

Anno di edizione: 2017

Pagine: 420

Prezzo: 17,50 €

EAN: 9788856660005

 

 

 

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