Il vento del sud che riscalda il Salone

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C’è chi afferma che, grazie ai flussi di lavoratori che nel corso degli anni si sono trasferiti dal meridione per lavorare con la Fiat e il suo indotto, Torino sia “una delle più grandi città del sud Italia“.

Una esagerazione, probabilmente, che però può risultaree utile a comprendere il profondo legame che unisce il capoluogo piemontese ad altre regioni come Sicilia, Calabria, Puglia e Campania.

Ieri mattina. però, nel corso del mio annuale “pellegrinaggio letterario” al Lingotto, mi sono reso conto che questo canale di comunicazione risulta ancor più potenziato e valorizzato da alcune delle presenze-testimonianze presso il 32° Salone Internazionale del Libro.

Il primo spunto di riflessione arriva dalla Sicilia.

 

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«La serietà professionale è al tempo stesso il nostro miglior biglietto da visita e la nostra legge assoluta» esordisce Giuseppe Manitta, laureato in lettere classiche e specializzato in letteratura italiana, autore di alcuni studi di italianistica, presente al Salone quale direttore editoriale de “Il Convivio Editore” presente a Torino con un curato stand.

La casa editrice, oltre a pubblicare una serie di opere di autori accuratamente selezionati, è anche partner fondamentale dei concorsi letterari organizzati dall’omonima associazione.

«Per garantire un’assoluta omogeneità di giudizio e la dovuta trasparenza nella valutazioni degli elaborati relativi alle varie categorie di partecipazione (poesie, prosa, saggi e testi teatrali – ndr)  ogni giurato deve leggere e votare tutte le opere in concorso. In caso di notevoli discrepanze tra una valutazione e l’altra su questo o quel lavoro, si procede a un’approfondita discussione plenaria».

Richiesto di un approfondimento sulla parte relative alla parte teatrale, nato come esperimento ma confortato di risultati oltremodo positivi sia in punto partecipazione (attestata intorno ai cento elaborati pervenuti su circa cinquecento di opere partecipanti al complesso dei concorsi) e rivelatosi un autentico successo, così risponde: «Ai premi “Angelo Musco” e “Giuseppe Antonio Borgese” -destinati a unificarsi in occasione dei prossimi bandi, è associata la nascita e lo sviluppo di una collana di pubblicazioni dedicate specificamente al Teatro, che non ha uguali in Italia nel conferire visibilità, dignità e spessore alla drammaturgia di ogni tipo».

Proprio per le stampe de Il Convivio, prossimamente, sarà pubblicato il dramma scritto da Patrizio Pacioni e ispirato al diario di Manuela Costalli, vedova dell’amianto che si è aggiudicato uno dei primi premi del concorso di quest’anno, la cui premiazione si terrà in una prestigiosa sede istituzionale di Catania.

 

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La seconda segnalazione, invece, riguarda la Campania e, più precisamente, Napoli, dov’è nata e opera la “Marotta e Cafiero Editori“.

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La prima cosa che mi ha colpito, se avete guardato con attenzione la foto,  è la scritta apposta in bella vista sulla parte superiore dello stand (e chiarita con quella che compare invece sul bancone) e che si riferisce al nome della libreria nata a Scampia.

«La bottega è stata fondata da parenti di una vittima del tutto estranea all’attività malavitosa, coinvolta casualmente in una sparatoria tra csmorristi, nata aPositano e presto trasferita, appunto, a Scampia. Giovani “autoctoni” che hanno deciso d’investire impegno e risorse nell’unica libreria presente nella zona nord di Napoli»  dichiara  Rosario Esposito La Rossa, presidente della casa editrice e libraio.

 

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«Le nostre pubblicazioni spaziano dalla c.d. “editoria terrona” (il cui scopo è di scoprire e valorizzare i più talentuosi autori meridionali)  alla letteratura per ragazzi, con sempre maggiore attenzione anche per quanto avviene nel resto del territorio italiano e internazionale» aggiunge subito dopo, per concludere con orgoglio  «Si cerca nel contempo di fornire un convinto contributo alla riqualificazione di un territorio obbiettivamente difficile e problematico, mediante per esempio, cl’adibizione a nuove funzionalità a luoghi in passato utilizzati delittuosamente dalla camorra. stato il caso, per esempio, di una terrazza utilizzata come tribunale criminale, diventata sede di una ciclo-officina  e di una radio popolare»

 

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Il Convivio Editore è un marchio di qualità da anni presente nel panorama italiano e che propone ai lettori opere singolari dal thriller al romanzo letterario, dal giallo al fantasy, dai libri per bambini alla saggistica universitaria, dalla poesia ai libretti teatrali. Inoltre, è presente nei più prestigiosi saloni del libro, nelle fiere letterarie, nelle librerie e nei circuiti on-line.

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Marotta & Cafiero ha origine dalla famosa casa editrice napoletana “Alberto Marotta Editore”, che negli anni ’60 balzò agli onori della cronaca editoriale con pubblicazioni di altissimo livello. Negli anni ’80 le redini editoriali passano da Alberto Marotta a suo figlio, Tommaso Marotta, che guiderà l’impresa familiare sotto il nome di “Tommaso Marotta Editore” fino al 2000, anno in cui entra in società Anna Cafiero, il cui cognome dà la dicitura all’attuale Marotta & Cafiero editori. Nel 2010, dopo 50 anni sotto la guida della famiglia Marotta, l’impresa viene rilevata da Rosario Esposito La Rossa e Maddalena Stornaiuolo, dell’associazione Vo.di.Sca. (Voci di Scampia) che trasportano la storica sede di Posillipo nel quartiere di periferia di Scampia, trasformandola in una casa editrice indipendente che si occupa di narrativa sociale e d’impegno con particolare riferimento alla città di Napoli. La Marotta & Cafiero non vuol essere solo una società capitalista che usa come fonte di guadagno la letteratura, il prodotto libro, ma un’impresa culturale-politica, che si occupa dei problemi del suo tempo, che utilizza la carta stampata come strumento di cambiamento delle coscienze e della società.

 

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   Il Lettore

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Categorie: Scrittura.

Brescia, città del Teatro (9) – Ricordando Marzia con affetto, nostalgia e lacrime di bellezza

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Una profonda emozione condivisa, una struggente malinconia su ciò che poteva essere di una vita in fiore e non c’è stato, una tensione crescente che si scioglie solo al momento del chiudersi del sipario, in un grande, sonoro e ripetuto applauso finale.

Comincio dalla fine, per raccontare quanto accaduto ieri sera al Teatro Sant’Afra di Brescia, dov’è andato in scena, in prima nazionale, il dramma «Marzia e il salumiere – Storia di un fiore reciso», scritto da Patrizio Pacioni. Regia di Mario Mirelli, con l’assistenza di Pina Vivolo, interpretazione di Massimo Pedrotti e Chiara Pizzatti, scenografie di Ugo Romano, gestione suoni/luci di Stefano Caldera, per la produzione dell’Associazione Le Ombre di Platone ETF.

Un evento premiato, prima ancora di cominciare, da un interesse particolare di stampa e radio e dalla presenza di ben oltre 150 spettatori. Una pièce dal ritmo serrato, accuratamente confezionata, che, senza cadute di tensione, s’indirizza a un finale sorprendente ed estremamente coinvolgente.

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Insomma, un cocktail davvero ben riuscito, il cui valore, la cui riuscita al debutto e il cui auspicabile successo futuro dipendono dal felice mescolarsi di pochi ma significativi elementi:
Il nitore e l’incisività della scrittura drammaturgica di Patrizio Pacioni, che ha affrontato un tema delicatissimo come quello del rapimento e dell’uccisione della piccola Marzia Savio stando bene attento a rispettarne la memoria e, nel frattempo, a non cadere nello stereotipo;
L’abilità registica di Mario Mirelli, capace di cimentarsi con l’opera in modo creativo e del tutto originale, senza però mai troppo discostarsi dal testo e, soprattutto, senza mai tradire lo spirito e i fini dell’opera;
La squisita e straordinaria sensibilità, tra trasognata tenerezza e implacabile sete di giustizia, con la quale Chiara Pizzatti si è calata sia nella interpretazione della dolce, ingenua e indifesa fanciullezza di Marzia Savio, che nella costruzione ipotetica di come sarebbe potuta divenire la personalità di quel magnifico fiore troppo premautramente reciso;
La passione, la passione e la passione (proprio così, passione al cubo, si potrebbe dire) spesa da un maiuscolo Massimo Pedrotti, che si è consegnato senza esitazioni, senza risparmio e senza pregiudizi a un personaggio complesso e oscuro come quello dell’assassino, scolpendolo con slanci, allucinazioni, rimpianti e rancori in modo assolutamente suggestivo e coinvolgente.

Adesso, però, sentite direttamente dalla stessa voce degli artefici dell’indimenticabile serata, raccolta a caldo nell’immediato dopo-spettacolo. Sappiate che, per riuscirci, ho dovuto farmi largo tra il folto stuolo degli spettatori che hanno scelto di congratularsi direttamente con loro con autore, regista e attori.

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«La scrittura di questo dramma è stata una delle più faticose e sofferte della mia produzione, anche perché, attraverso la triste storia di Marzia, mi è sembrato di entrare in diretto contatto con la sofferenza e con l’essenza del male» fa presente l’autore dell’opera, Patrizio Pacioni.
«Ora che il progetto è divenuto realtà, però, sono molto contento del consenso manifestato dai tanti spettatori che sono venuti al Sant’Afra, tra i quali diversi “addetti ai lavori”» precisa subito dopo. «Siamo riusciti ad arrivare a questo attraversando non poche difficoltà e resistendo agli attacchi malevoli di certa stampa, sempre pronta a incrementare le vendite parlando alla pancia dei propri lettori, danneggiando tra l’altro proprio coloro di cui, in apparenza, vorrebbero ergersi a paladini» aggiunge, togliendosi fastidiosi sassolini dalle scarpe.
«La soddisfazione più grande, però, è stata quella di rispettare la promessa fatta al papà di Marzia, Dino, che poche settimane prima della morte, mi aveva chiesto di portare avanti fino in fondo questa operazione di memoria e di affettuosa rievocazione».

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«Voglio considerare questo magnifico esordio solo come la prima tappa di un percorso che mi auguro lungo e proficuo» dichiara il regista Mario Mirelli. «La tragica vicenda della piccola Marzia può rappresentare una preziosa occasione per proseguire nel lavoro di scavo nell’animo umano, soprattutto per ciò che attiene l’aspetto espressivo» prosegue, sempre più orientato al futuro. «Se ci riusciremo (o meno) dipenderà in larga misura dalla disponibilità degli attori attraverso un atteggiamento di ricerca e abbandono».

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«È stata una grande emozione portare in scena questo spettacolo» è l’esordio di Massimo Pedrotti. «Un impegno straordinario, di grande difficoltà ma capace di emozionarmi quanto mai mi è successo prima, un’emozione che ho avuto la fortuna di condividere con tanti amici, prima con quelli che, dandomi fiducia, hanno proposto e messo in cantiere questa avventura, poi con i tanti amici presenti alla “prima”».

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«Preparare e mettere in scena un dramma di tale e tanta portata e intensità emotiva» confessa Chiara Pizzatti. «A volte, com’è giusto che sia, mi è capitato di sentire su di me, ancora più gravosa del solito, la responsabilità di dare vita e voce alla piccola Marzia. Non ho mai dubitato del progetto, per questo, anzi mi sono impegnata ancora di più e, alla fine, grazie anche ai consigli e al supporto dei miei “compagni di viaggio” ce l’ho fatta e la soddisfazione è stata davvero grande. Grazie a tutti coloro che hanno creduto in me e che mi hanno dato questa bellissima opportunità!»

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I saluti finali

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Caloroso commiato dal palcoscenico, con il commovente momento della consegna dei fiori idealmente destinati a Marzia, tramite la cugina Giuliana Savio, presente in sala.

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Eccoli: i fiori già sono stati consegnati alla piccola Marzia.

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Per chi non fosse stato presente al Teatro Sant’Afra, repliche di «Marzia e il salumiere – Storia di un fiore reciso» andranno in scena il 28 settembre a Marone e nel mese di novembre ancora a Brescia. Dopo di che sono previste numerose repliche nella provincia, prima di trasferirsi nel Lazio e in Toscana.
«Poi… si vedrà!» conclude Pacioni e se ne va.
A lavorare a un nuovo dramma, certamente.

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GuittoMatto

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Le foto di scena inserite a corredo del servizio, (tranne l’ultima, gentilmente fornita da Giusy Orofino) sono state scattate dal fotografo Filippo Palmesi di “Frame Factory“.

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (147) – Il Teatro? (Non) è un gioco da Ragazzi. O forse sì?

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Si è tenuta oggi pomeriggio, presso la Sala Giunta di Palazzo Loggia, la conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa «Facciamoci un corto» , concorso di corti teatrali pensato e organizzato dal Comune di Brescia, riservato ai giovani appassionati di drammaturgi, regia e recitazione.

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Introduce la conferenza stampa Roberta Morelli,  assessore alle politiche giovanili, tempi e orari della città e pari opportunità. L’accento è sulla volontà di rafforzare quel legame tra i giovani di Brescia e il teatro, attraverso un concorso di messa in scena di “corti (pièces di durata non superiore ai 15 minuti) che vedrà coinvolte scuole e associazioni giovanili della città. Sarà un completamente di ciò che sta facendo il CTB, avvicinando i giovani e gli studenti al Teatro, avvicinando da parte nostra il Teatro ai giovanie  agli studenti
«Non è affatto “facile” scrivere e mettere in scena un corto. Chiedendo scusa per il gioco di parole, non è esattamente quello che si dice “un gioco da ragazzi”, proprio no» provoca il Direttore Artistico del concorso, Patrizio Pacioni, precisando poi che, come nella letteratura, il saper concentrare una storia in uno spazio temporale determinato rappresenta uno dei cimenti più ardui in cui si possa cimentare uno scrittore o un drammaturgo.
Cita Hemingway, Isabella Allende, Sepulveda, che nel racconto breve hanno saputo esprimere tutte le enormi potenzialità possedute per la narrazione più a lunga gittata, auspicando che ciò, almeno in parte, possa ripetersi anche per il Teatro.
«La sfida che lanciamo ai giovani bresciani coin questo concorso è quella di riuscire a trarre  dalla quantiità abnorme e disordinate di nozioni, informazioni e teorie socio-politiche, una sintesi ragionata e, al tempo stesso, creativa e originale» .
Riprendendo le parole dell’assessore Morelli, il Direttore Gian Mario Bandera conferma e  sottolinea  l’attenzione tradizionalmente riservata dal Centro Teatrale Bresciano alle nuove generazioni, ricordandoo che, nella corrente stagione, sono poco meno di 2.000 gli studenti delle scuole cittadine che hanno assistito agli spettacoli del CTB.
«Spettatori ordinari in rappresentazioni ordinarie e non solo a essi riservate»  precisa, compiaciuto.
Il CTB mertterà a disposizione dei vincitori del Concorso, ai quali, con ogni probabilità, verrà riservato un evento ad hoc presso il Teatro Mina Mezzadri Santa Chiara, un congruo quantitativo di biglietti e abbonamenti – omaggio quali premi per i più meritevoli.

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Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (139) – Palcoscenico e filosofia

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«Mi devo un po’ riguardare: non sono più un giovane ottantenne» manda a dire scherzosamente Emanuele Severino, impossibiliotato a presenziare all’appuntamento in Loggia con i giornalisti a causa di un piccolo malanno di stagione. E, in effetti, gli anni sono novanta, anche se lo spirito è ancora quello di un ventenne.
Proprio dall’idea e dalla volontà di celebrare e festeggiare il novantesimo genetliaco dell’illustre filosofo e accademico bresciano deriva la “mattinata d’onore”, patrocinata dal Comune, che avrà luogo il prossimo sabato 2 marzo al Teatro Sociale.

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Emanuele Severino

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La conferenza stampa di presentazione è aperta da Claudio Bragaglio membro del Consiglio direttivo dell‘ASES – Associazione di Studi Emanuele Severino, con il riconoscimento e l’apprezzamento per la presenza del  Comune di Brescia che ha accompagnato con entusiasmo ed efficienza l’iniziativa, coinvolgendo in modo massiccio il mondo giovanile e studentesco.

Gian Mario Bandera fa presente come il CTB abbia preso al volo l’occasione di collaborare a un evento straordinario per la città di Brescia i posti assegnati per la partecipazione studentesca sono pressoché esauriti. «Abbiamo pensato di intervenire neo festeggiamenti dedicati al filosofo con l’intervento che più ci è proprio, vale a dire la messa in scena di uno spettacolo, l’Orestea tradotta da Severino, con il coordinamento registico di Andrea Chiodi e con attori già affermati (Ottavia Piccolo, Graziano Piazza, Federica Fracassi e Fausto Cabra) accompagnati da nove giovani (per la maggior parte bresciani) talentuosi e in fase di crescita» spiega ancora il Direttore del CTB. Tra questi ultimi (ndr) non può fare che piacefre sottolineare la presenza di Fabrizia Boffelli che, nello scorso agosto, è stata protagonista, insieme a Carlo Hasan e Lorenzo Trombini, della rivisitazione del dramma «Diciannove + Uno» scritto da Patrizio Pacioni e messo in scena in anteprima a Marone.

Anna Severino. vice presidente dell’ASES, si limita a portare i saluti del padre, passando la parola a Ines Testoni .

La professoressa fa presente come, nell’ambito delle iniziative  ispirate all’attività del professor Severino, Brescia si e è conquistato un posto di rilievo.
«Ciò che davvero vorrei emergesse da questa occasione, però, è che, oltre all’omaggio reso al filosofo in occasione del novantesimo compleanno, è che  da qui partisse una sfida ambiziosa e seducente: quella di fare di Brescia la capitale della cultura 2022»

Per il Sindaco Del Bono, la ricorrenza rappresenta una grande opportunità per la Città.
«È un’occasione che non può essere persa» afferma con forza.
«Da qui si potrà rimegranttere l’Italia, con Brescia in posizione di rilievo, al centro del dibattito sulla filosofia». Per poi concludere: «So che Severino è stato sempre molto attento nei confronti della città, ma, a sua volta, egli deve sapere che altrettanto affetto e una smisurata stima gli ha tribuito e tuttora gli attribuisce Brescia». 

Di concludere la conferenza si incarica Paolo Barbieri, ricordando l’ancora breve ma già significativa storia dell’Associazione che conta già circa 250 membri, tutti di assoluto rilievo. Tra le altre iniziative in corso, ricorda la nascita di una nuova rivista in lingua inglese, che uscirà con cadenza quadrimestrale, liberamente accessibile a tutti.

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Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (137) – Conversando di «Conversas»

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Questo 2019, per il Caffè Letterario Primo Piano, sembra essersi aperto in modo a dir poco “scoppiettante”. Nuovi eventi, articolati tra dibattiti di attualità, presentazione di libri, mostre di dipinti
e foto, e tanta musica.

Tra tutti abbiamo scelto la rielabiorazione bresciana del format «Conversas», che prenderà avvio a breve, con cadenza mensile, un appuntamento fortemente voluto da un personaggio che di questo magazine e di questo blog è da sempre (adeguatamente ricambiato), uno dei più fedeli amici.

Ecco il risultato della chiacchierata che ho avuto con lui proprio stamattina.

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Cos’è e come e quando nasce Conversas?

Conversas nasce nel 2012 in Portogallo dall’idea di due amiche, Constança Saraiva e Mafalda Fernandes che dovendosi separare a causa dell’Erasmus decidono di fissare delle date per rivedersi e parlare ma stabilendo delle regole precise: in ogni incontro una parla e l’altra ascolta e viceversa. Da questo scambio emergono nuove riflessioni che l’amicizia giornaliera che avevano avuto finora non aveva fatto emergere, così decidono di ampliare questo modo di conversare ad altre persone. E così Conversas di diffonde in altre città d’Europa come Rotterdam, Berlino, Rennes e nel 2015 arriva anche in Italia, a Milano. Nel 2016 nasce Conversas Bergamo e nel 2019 finalmente arriva a Brescia al Caffè Letterario Primo Piano in via Beccaria dove si terrà la prima storica Conversas Brescia il 10 febbraio alle ore 18:30.

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E qui in città, come ci si è arrivati? Chi è il responsabile?

L’idea di portare Conversas a Brescia è di un ragazzo di 36 anni, Marco Passarello, un palermitano di nascita ma emigrato a Brescia da 8 anni. Quel ragazzo sono io.

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Si può sapere come questo “ragazzo” com’è arrivato alla decisione?

Ho conosciuto Conversas Bergamo e ho pensato che sarebbe stato bello e necessario crearla anche a Brescia. Uso il termine necessario non a caso, perché ormai la maggior parte delle conversazioni si tengono tramite WhatsApp e si condividono le storie delle persone solo su Instagram.
Si ha quasi la sensazione di aver timore a dover affrontare una discussione faccia a faccia, guardando negli occhi l’interlocutore tant’è che si arriva a nuovi fenomeni digitali come il ghosting, che sta diventando la violenza psicologica della nostra generazione. Il ghosting è il diventare fantasmi, sparire improvvisamente, smettendo di rispondere a chiamate, messaggi o mail. Di fatto è una tattica interpersonale passivo-aggressiva: si parla di ghosting soprattutto per l’ambito sentimentale, ma può interessare anche i rapporti d’amicizia o professionali. 

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E quindi? (parafrasando il titolo di un altro talk, ideato e condotto da Patrizio Pacioni e Biagio Vinella, che ha riscosso un notevole successo, lo scorso anno, proprio al Caffè Letterario Primo Piano – ndr)

Tutto quanto ho detto sopra, io, personalmente, lo soffro molto e da questa “sofferenza” è nata l’idea di portare Conversas a Brescia, così ho parlato con Constança Saraiva che si è dimostrata entusiasta di allargare il cerchio di città italiane in cui è presente Conversas, ho cercato altre persone che potevano credere a questo progetto (Francesca Bettinelli e Sonia Trovato) e ho contattato il Caffè Letterario che ha subito accettato.

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Puoi anticipare ai nostri amici del web che cosa accade (e cosa accadrà) a Conversas?

A Conversas, dove si invitano tre Conversadores che decidono di parlarci di tre storie a loro scelta, in circa 30 minuti ognuno, ma non è una mini conferenza ma una vera e propria conversazione con il pubblico (anzi gli ascoltatori e non semplici spettatori) può intervenire quando vuole con qualsiasi domanda. In mezzo a tutto questo c’è il moderatore, che sarò io o in alternativa Sonia Trovato, che cerca di accompagnare il conversatore, di placare gli animi quando la discussione perde il filo conduttore, di riportare al silenzio e all’ascolto, ma sempre  nella piena libertà di conversazione. L’obiettivo è conoscere. Conoscere persone e storie nuove, tutto questo dal vivo, nel qui e ora e non dietro al piccolo schermo del cellulare.
La forza guida della voglia di conoscenza è la curiosità, e per me è il centro del mio modo di vivere, muove tutto quello che faccio, senza curiosità non potrei vivere, ma solo sopravvivere, cosa ben diversa.

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Quando la “prima”?

Il primo incontro sarà il 10 febbraio alle 18:30 al Caffè Letterario, spero che i bresciani accolgano bene questa novità e decidano di partecipare agli incontri, che si terrano una volta al mese.  Questi saranno i primi, storici, tre conversadores bresciani:

Carla Alberti («La scuola in carcere»)
Insegna matematica nelle Case Circondariali di Brescia Canton Mombello e Verziano da anni.
Chi insegna in carcere lo fa perché non ha voglia di affrontare classi di numerose di adolescenti? È un idealista? Forse all’inizio anche per questi motivi; poi, con il tempo l’insegnante capisce che il valore intrinseco del suo operare è la difficile, quotidiana ricerca di come poter sviluppare le potenzialità, forse mai coltivate, nei suoi studenti reclusi.

Luigi Uberti  («Yoga, una passione che si trasforma in professione»)
Si avvicina allo yoga come autodidatta a metà degli anni 80, mosso dal desiderio di un benessere profondo ed olistico che potesse produrre in lui un senso di pace e serenità. Nel corso del tempo ha realizzato che lo yoga è in grado di donare qualcosa in più di un senso d’appagante benessere psico-fisico: uno stato d’espansione della coscienza impossibile da spiegare a parole, ma che si può sperimentare accedendo ad un livello di consapevolezza “altro”. Uno stato d’essere profondamente diverso da quello con cui, normalmente, facciamo esperienza della vita.
www.studioyogadarshan.it

Angelo Buizza («Obiettivo Sorriso»)
Obiettivo Sorriso è un’associazione di volontariato, nata nel 2010, con lo scopo di portare un sorriso a chi lo ha perso come bambini malati e anziani.
Adesso è diventata molto di più grazie alla perseveranza della famiglia Buizza e di altri volontari fino a fondare nel 2016 l’accademia Diventa un Artista, con la quale si da la possibilità a ragazzi affetti da disabilità di diventare artisti completi tramite corsi di teatro, magia e canto.
https://www.facebook.com/AssociazioneObiettivoSorriso/

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Si ricorda che l’evento è aperto a TUTTI e l’ingresso è GRATUITO senza obbligo di tessera ARCI.

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Viviana Simone: il Teatro a tutto campo

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Viviana Simone interpreterà il ruolo dell’enigmatica Olga nella commedia «Sua Eccellenza è servita» che venerdì prossimo alle 20,30 andrà in scena al Teatro Sant’Eugenio di Palermo (repliche sabato alla stessa ora e domenica, in pomeridiana, alle 18,30) .

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Prima esperienza nel 2002 in Spagna con il musical «Halloween» nell’ambito del VI Festival Internazionale di Almagro. Dovevi essere poco più di una bambina. Che cos’è adesso, Viviana Simone, dopo più di sedici anni di frequentazione del palcoscenico?

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Credo che ciò che differenzia quella che sono oggi da quella che ero 16 anni fa sia la maturata consapevolezza che il teatro sia la mia vocazione. Credo fortemente che ogni essere umano, in vita, sia chiamato a compiere un disegno, una “missione” e tanto spesso ci si affanna per capire quale sia la propria. Tutti gli anni di palcoscenico che ho alle spalle, con tutte le annesse difficoltà, mi sono serviti a riconoscere e affermare oggi, fortemente, che il palcoscenico è il mio posto, il luogo che più di ogni altro mi rende felice, quello che mi permette di dare corpo a quello che per me è il senso della vita: la condivisione.

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Hai cominciato con un musical e un musical di grande successo, la versione italiana del format «Le Bal» ti ha riservato grandi soddisfazioni e un numero notevole di repliche in tutta Italia. Cosa rappresentano per te la musica e il ballo?

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Sono nata da una coppia di genitori conosciutisi in radio: mio padre faceva il dj, mia madre la speaker. Inutile dire quindi che sono cresciuta ascoltando musica che è da sempre, per me, una compagna fondamentale. È stato l’amore per la musica e la ricerca di un continuo rapporto di unione e scambio con essa che mi ha portato, da piccolissima, a praticare la danza, poi a studiare il canto e solo in seguito sono approdata al teatro. Di sicuro ogni disciplina fa vibrare in me delle corde diverse e se devo provare a spiegare cosa, per me, rappresenti ognuna di esse credo di poterle sintetizzare così: la musica è la forma d’arte universale per eccellenza, la più leggibile, la più coinvolgente, quella che ti fa sentire libero ma allo stesso tempo appartenente ad un tutto. Il canto è il mezzo di unione più profonda con se stessi: quando usi la voce sei nudo, non hai maschere, non puoi mentire o sottrarti al raccontare te stesso. La danza è lo strumento più ordinato e codificato nel quale puoi veicolare le energie, i pensieri incontrollati; è l’istinto che fatto forma raggiunge la sua massima espressione. Il teatro è la scatola che contiene tutte le precedenti e che con un pizzico di magia ti permette di sentire e vedere oltre tutto ciò che puoi toccare con mano.

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Piuttosto che sciorinare il tuo curriculum, che impegnerebbe praticamente la totalità dello spazio a disposizione per questa intervista, preferisco chiedere a te quali siano i passaggi più significativi della tua carriera.

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Difficile rispondere a questa domanda: non sarei la persona e l’artista che sono se non avessi vissuto ogni singola esperienza che è nella mia storia. E’ stato fondamentale il ruolo di chi mi ha iniziata al teatro: Antonio Minelli, un maestro che sin da quando ero bambina mi ha insegnato il rigore e l’etica del lavoro da teatrante. Altrettanto importante è stato il lavoro fatto anni dopo con Debora Colamaria, la prima regista che osò dirmi “questa è la tua strada”.Se penso poi al mio passato più prossimo non posso non citare l’incontro con Giancarlo Fares, grazie al quale ho capito che tipo di attrice voglio essere e che continua costantemente a sostenermi e accompagnarmi nella mia crescita artistica, Carlo Boso, che mi ha insegnato il valore per la tradizione teatrale e l’importanza di guardare al futuro consci della propria storia e Chiara Michelini, una danzatrice che seguo da qualche anno che ogni giorno ispira la mia volontà di rendere, sulla scena, il mio corpo poesia.

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Non solo attrice, ma anche appassionata di regia e d’insegnamento. Diamo un posto anche a queste due attività.

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La passione per la regia credo abbia molto a che fare con la mia caratteriale “mania del controllo” unita alla mia forte identità teatrale: sono una spettatrice molto difficile e pretenziosa, so qual è il teatro che mi piace vedere e di conseguenza amo l’idea di poter creare e condividere con gli altri “il mio teatro”. Sicuramente nel mio percorso artistico, il momento della regia a 360° arriverà. Anche l’insegnamento è un altro capitolo del mio percorso: ho iniziato un po’ per gioco e un po’ per scommessa (non pensavo di esserne portata!) e mi sono ritrovata in un mondo meraviglioso. Insegnare teatro è stimolante, ti permette di dare un contributo attivo alla formazione delle persone e di conseguenza di una società sana e rappresenta anche per se stessi una continua opportunità di crescita attoriale e personale.

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Proprio in qualità di aiuto regia, nel 2017, sei stata coinvolta nella messa in scena dello spettacolo “Sua Eccellenza è Servita” di Patrizio Pacioni e Salvatore Buccafusca per la regia di Giancarlo Fares (al quale, con ogni evidenza, ti lega un rapporto professionale particolarmente fecondo). Ora, a poco più di un anno di distanza, la commedia sarà a Palermo (Teatro Sant’Eugenio 11 e 12 gennaio alle 20,30 e 13 gennaio alle 18,30). Viviana Simone esce dalle quinte ed entra in palcoscenico in qualità di protagonista, indossando i panni della problematica e misteriosa Olga, interpretata nelle prime rappresentazioni da Guenda Goria. Com’è stato il tuo approccio con il personaggio?

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Il processo è stato strano: conoscevo già bene lo spettacolo ed ero molto affezionata ai personaggi così come erano interpretati tanto che essere inserita nel cast e aver quindi portato ad una variazione degli equilibri precostituiti (cosa che naturalmente succede quando i membri di una compagnia cambiano) è stato come essere catapultati in un progetto totalmente nuovo. Ho provato a filtrare Olga attraverso la mia persona, ho dapprima cercato i punti comuni tra il personaggio e il mio essere donna, per poi spingermi ad esplorare le sfaccettature più distanti e articolate del personaggio. Spero che il risultato della mia ricerca sia un’Olga sicuramente diversa da quella di Guenda ma altrettanto efficace.

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Uno spettacolo al quale non vorresti avere partecipato (ma l’hai fatto) e uno spettacolo che vorresti fortissimamente far tuo (ma ancora non l’hai fatto). Ciò che senti come un “lato forte” della tua attività teatrale e qualcosa che invece vorresti rafforzare (sempre che ci sia).

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In questo periodo della mia vita sono davvero una “spugna”, alla continua ricerca di nuovi stimoli e nuove prove; ritengo che un’effettiva crescita si possa raggiungere solo facendo il maggior numero possibile di esperienze diverse in ambito teatrale. Per questo non sento di poter rinnegare qualcosa che ho fatto come di poter sintetizzare nel titolo di uno spettacolo ciò che vorrei ancora fare. Posso citare “El Cid” di Corneille e dire che è una pièce di cui prima o poi vorrei essere la protagonista. Riguardo i miei punti di forza e i miei punti deboli che dire… io sono costantemente il mio punto di forza e il mio punto debole. So che questo vuol dire tutto e non vuol dire niente ma la mia formazione artistica è ancora talmente in movimento che non so bene come poter rispondere a questa ultima domanda. Mi auguro di avere ancora tanto tanto tempo per potermi sorprendere del mio mestiere e spero che arrivi il più tardi possibile il momento in cui potrò dire “cosa è andato e cosa no”.

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Per concludere l’intervista nel più tradizionale dei modi: cosa c’è nel prossimo futuro di Viviana Simone?

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Il prossimo futuro si chiama “La Commedia di Gaetanaccio” che andrà in scena al Teatro Eliseo dal 19 Febbraio al 10 marzo 2019. E a seguire chi vivrà vedrà…

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Donato Altomare: dalla Puglia con fervore

Donato Altomare, giovane attore pugliese, è una delle due new entry (dell’altra vi parleremo a breve) nel cast di «Sua Eccellenza è servita» , la commedia scritta da Patrizio Pacioni e Salvo Boccafusca per la regia di Giancarlo Fares che andrà in scena a Palermo da venerdì a domenica prossima, al Teatro San Raffaele di Palermo (produzione Le Ombre di Platone). Ve lo presentiamo in questa breve intervista.

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Uomo e artista dalle molteplici risorse: canto, musica, danza (balla praticamente tutto). Per non parlare alla pratica dello sport. declinata in un numero persino ingombrante di specialità, e delle abilità circensi da giocoliere. Ti piace vincere facile, eh?

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Effettivamente leggere il tutto elencato in questo modo fa un certo effetto ma non mi sento speciale o superiore ad altri. Sono una persona molto curiosa e amante delle nuove esperienze. Questo mi ha portato ad avvicinarmi a diverse forme d’arte in modo più o meno approfondito tentando di arricchire le mie conoscenze e le mie esperienze in modo poi da riversarle sul mio lavoro. 

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Con un simile biglietto da visita,  ovvio che nel tuo curriculum abbondino i musical: da «Rapunzel»  (fianco a fianco con Lorella Cuccarini) a «Non si uccidono così anche i cavalli», a «Mamma mia», a «Fame», «Evita»…  qual è stato quello che ti ha fatto sentire più realizzato?

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Ogni singolo spettacolo a cui ho preso parte nella mia breve carriera ha significato qualcosa per me e ha aggiunto un tassello al professionista che sono oggi. Ma se proprio dovessi sceglierne qualcuno non potrei non pensare al mio debutto come professionista in “Rapunzel” al Teatro Brancaccio di Roma con Lorella Cuccarini e a “Billy Elliot” lo spettacolo del Teatro Sistina con la regia di Massimo Romeo Piparo che mi ha accompagnato negli ultimi 3 anni in giro per tutta Italia interpretando un ruolo che ancora porto nel cuore. (Tony Elliot, il fratello di Billy)

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Dall’11 al 13 di gennaio sarai in scena al Teatro San Raffaele di Palermo (per la regia di Giancarlo Fares) con la commedia «Sua Eccellenza è servita», di Patrizio Pacioni e Salvatore Buccafusca. Vuoi parlarci del tuo approccio allo spettacolo e del personaggio al quale sei chiamato a dare vita, il sapido e scaltro oste Osvaldo (interpretato negli spettacoli andati in scena fino a questo momento, ad Acquapendente e a Roma, dal bravissimo Francesco Sala)?

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Il testo è sicuramente molto divertente senza però privarsi di bei momenti di riflessione sulla società odierna. Sono partito da ciò che ha egregiamente fatto Francesco per poi virare ad un approccio totalmente personale sia nell’accento  scelto (il pugliese) sia nelle movenze. In questo ringrazio i colleghi e il regista Giancarlo per l’avermi aiutato a cercare la giusta chiave interpretativa.

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Qual è il tuo rapporto con il pubblico? Cosa pensi di dare agli spettatori delle rappresentazioni che ti vedono coinvolto in qualità di interprete e cosa pensi di ricevere in cambio?

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Sul palco non c’è altra soluzione se non il darsi totalmente in pasto al pubblico. Viviamo in un momento storico in cui siamo continuamente bombardati di informazioni velocissime. Questo ci ha resi paradossalmente più distratti, questa distrazione latente si avverte anche in teatro rendendo il lavoro di noi attori molto più difficile ma anche, quando si riesce a farlo a pieno, più gratificante. Il mio obiettivo, quando sono in scena, è portare a termine il mio compito nel miglior modo possibile sempre al massimo ricordandomi che il pubblico è lì presente e, se sei abbastanza convincente, riesce a raggiungerti nella storia e a ricompensarti con applausi che ti ripagano di tutto.
Il mio obiettivo, quando sono in scena, è portare a termine il mio compito nel miglior modo possibile sempre al massimo ricordandomi che il pubblico è lì presente e, se sei abbastanza convincente, riesce a raggiungerti nella storia e a ricompensarti con applausi che ti ripagano di tutto.

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Descrivi in poche parole ciò che il teatro rappresenta nella tua vita, personale e professionale.

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Non faccio altro da anni. Certo, si accettano compromessi, come tutti. Lontano dalla propria famiglia, sempre con una valigia pronta a seguirti e lo spauracchio dell’instabilità lavorativa. Ma non immaginerei mai la mia vita senza un palco su cui salire.

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Prossimamente? Gli appuntamenti e i progetti per il futuro di Donato Altomare.

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Spero di potervi dare qualche news al più presto. Per adesso, mi godrò a pieno questi giorni a Palermo, i miei primi giorni a Palermo non essendoci mai stato. Non vedo l’ora! 

Categorie: Teatro & Arte varia.

Brescia, città del Teatro (3) – Chiara Pizzatti: una schiacciata in palcoscenico

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Alterna il Teatro con il campo da volley (o viceversa), sempre impegnata a esprimersi al meglio, attraverso quel controllo del corpo e della mente che, in entrambe le attività, rappresenta il massimo fattore di successo.

Insomma, se qualcuno volesse davvero tirare un tiro mancino a Chiara Pizzatti , la metterebbe davanti all’obbligo di scegliere tra lo sport e la recitazione.

Non occupandomi né di pallavolo, né di altre discipline agonistiche che contemplino o meno l’utilizzo giocoso di una palla, è proprio sull’amato Teatro che le ho posto qualche domanda. Anche se, come avrete modo di vedere, in qualche modo anche il volley si è infiltrato lo stesso nella nostra conversazione…

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Via, si parte con l’intervista.

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Laureata alla Stars (il DAMS dell’Università Cattolica), molteplici esperienze, in ruoli diversi, con il CTB («Mytos», «Macelleria messicana», «Oh che bella guerra») e un ormai consolidato rapporto di collaborazione con il CUT (Centro Universitario Teatrale). Quanto lo ami, il Teatro? E quando e come è scatta la molla che ti ha portato a metterti alla prova sul palcoscenico?

Ho iniziato ad approcciarmi al teatro nei primi anni di liceo, grazie ad un laboratorio che offriva la mia scuola. Con gli anni la passione è cresciuta, assieme alla mia voglia di mettermi in gioco sempre di più. Il vero “colpo di fulmine”, tuttavia, è scattato durante la mia esperienza presso il CTB: poter vivere la realtà di un teatro stabile affiancando professionisti di altissimo livello mi ha fatta innamorare del tutto!

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Negli ultimi anni Brescia si sta rivelando, sempre più, una città assai ricettiva, sia al di qua che al di là del sipario, per quanto riguarda la pratica teatrale. Cosa pensi sarebbe possibile fare per favorire ancora di più questa crescita?

Credo che l’ideale sia partire proprio dalle scuole, far conoscere meglio il teatro ai giovani e giovanissimi, non solo come passivi spettatori ma anche e soprattutto come attori. Incentivare insomma la pratica teatrale tra studenti e docenti, far scoprire ai ragazzi il mondo teatrale che ad alcuni sembra così strano e così lontano…fargli capire tutto il fascino che questo mondo meraviglioso possiede e può trasmettere.

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Quali sono le tue personali “modalità d’ingaggio” nella scelta dei ruoli che ti viene richiesto d’interpretare? Quali le motivazioni che ti inducono ad accettare o a rifiutare una “parte”?

Mi ritengo una persona abbastanza versatile e di conseguenza non mi è mai capitato di rifiutare un ruolo. Sicuramente ci sono personaggi e testi con i quali mi sento più a mio agio, ma a mio avviso un attore deve poter essere in grado di affrontare qualsiasi tipo di ruolo (o quasi). Più una “parte” è lontana da noi, più interessante sarà la sfida…mettersi in gioco significa questo.

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Tra i vari “generi” che contraddistinguono la moderna drammaturgia, ce n’è uno per il quale ti senti più predisposta? E se la tua risposta è positiva, perché?

Come per i ruoli, anche per i generi non mi piace fare preferenze, anche se, da brava filologa, nutro una grandissima passione per la Commedia dell’Arte (che di moderno ha però ben poco…). Tutti i generi teatrali hanno qualcosa da raccontare e da trasmettere, credo che sia questo ciò che conta.

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C’è, nel panorama teatrale italiano, un’attrice alla quale, più che alle altre ti senti vicina e che ti ispira particolarmente nel tuo processo di crescita personale?

Nutro una grande ammirazione per la bravissima Elena Bucci. Ho avuto l’enorme fortuna di lavorare come assistente alla regia per lei e Marco Sgrosso: è un’attrice strepitosa, ma anche un’impareggiabile regista, è in grado di occuparsi di qualsiasi aspetto della messinscena, dalle musiche alle luci ai costumi, al testo…insomma, è una donna dalle infinite risorse e con un’energia incredibile. Non credo ce ne siano molte come lei nel panorama italiano… è sempre stata una fonte di ispirazione per la mia “vita teatrale”.

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Accanto a quella per la recitazione, so che nutri anche una forte passione sportiva. Ne vuoi parlare?

Ho sempre giocato a pallavolo e negli ultimi anni ho iniziato ad allenarmi anche a beach volley: è una passione che ha sempre affiancato quella per il teatro. Di fatto, lo sport e la recitazione hanno moltissime cose in comune, come la necessità di mantenere la concentrazione, di essere “sciolti” fisicamente e mentalmente e soprattutto il dover fare tanto allenamento…Da qualche anno sono anche diventata arbitro federale di pallavolo. È un mondo appassionante e voglio continuare a farne parte…finché il fisico regge!

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Cosa c’è nel prossimo futuro artistico di Chiara Pizzatti? E in quello più lontano? Puoi esprimere un desiderio, se vuoi…

Spero di continuare a poter collaborare con il Centro Universitario Teatrale, auspicandomi che possa diventare una realtà sempre più conosciuta e in crescita; allo stesso modo mi auguro di poter lavorare ancora con Maria Angela Sagona, una cara amica attrice e scrittrice con la quale ho trovato una grande sinergia artistica. Nel futuro più lontano c’è sicuramente una laurea: dopo la magistrale in filologia mi sono iscritta a psicologia e sono tuttora al terzo anno. Amo studiare e spero di non smettere mai! Di desideri ne ho tanti…ma li tengo per me, altrimenti rischiano di non avverarsi 😊

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Sì, chiudo così questo articolo: con uno dei sorrisi più belli dei bei sorrisi di Chiara Pizzatti e con una indiscreta anteprima: a primavera, insieme a Massimo Pedrotti,  con la regia di Mario Mirelli, Chiara vestirà i panni di un’onirica Marzia Savio, in una drammatica “proiezione” ai giorni d’oggi della sfortunata bambina che, nell’ormai lontano 1982,  fu rapita e uccisa in quel di Rivoltella del Garda.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.