Se la cintura esplosiva non fa il botto.

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È appena calato il sipario sulla “prima” di «Guerra santa», dramma scritto da Fabrizio Sinisi per la regia di Gabriele Russo, con Andrea Di Casa e Federica Rosellini.

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La trama:
È davvero un venerdì di passione, allorché una giovane donna, dopo un’assenza protrattasi sette anni, spesi a combattere nei ranghi di un gruppo estremista-fondamentalista, fa ritorno “a casa”.
Alla Casa di Dio, per la precisione, visto che la combattente si questo caso, presenta proprio nella parrocchia frequentata a lungo a suo tempo.
Una visita nel corso della quale tra la donna e un sacerdote cattolico, suo punto di riferimento nella “vita precedente”, si instaura un confronto nel corso del quale fatti drammatici vengono raccontati e motivazioni  interiori messe a nudo, mentre si allunga l’ombra di un clamoroso attentato di imminente realizzazione.

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Lo spettacolo:

L’idea messa in scena di mettere insieme e di incrociare i sei monologhi di cui è composta l’opera, in teoriapuò risultare piuttosto originale. Dal dire al fare, però, come recita la sapienza popolare, spesso c’è di mezzo il mare. Soprattutto se ci si dimentica (o volutamente s’ignora) che il teatro viene meglio quando, oltre a dire qualcosa di profondo, sul palcoscenico succede anche qualcosa di movimentato e d’interessante. Soprattutto se si sottovaluta il problema di un monologo al cospetto di un altro attore, in attesa di cominciare il suo: evidente l’imbarazzo di interpretare per interminabili minuti la parte della comparsa muta, il cui più urgente problema è rappresentato da quali espressioni scegliere per fare fronte alle elucubrazioni dell’altro e… dove tenere le mani. Soprattutto se il testo (pur di elegante scrittura, o forse proprio a causa di una fin troppo ricercata cura dello stile) sembra a volte perdere il contatto con il linguaggio reale “della gente”.
Non a caso, e su questo argomento la chiudo qui, dopo quindici minuti di sfogo della figliola non-prodiga (una Federica Rosellini tutta nervi) le prime parole pronunciate nello spettacolo dal sacerdote (Andre Di Casa) sono «Quanto tempo!». Una battuta che, agli spettatori più attenti appare una di quelle coincidenze per così dire “rivelatrici”.

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Per il resto, gli argomenti toccati nella pièce sono importanti e numerosi. Talmente numerosi che non c’è materialmente il tempo di approfondirli tutti, ma solo di tratteggiarli con frasi a effetto, nel creare le quali, bisogna riconoscerlo, Sinisi (che della parola è un profondo conoscitore e un abile giocoliere) non incontra alcun problema.
Libero arbitrio: «Chi resta (in caso di abbandono) non ha scelta»;
Necessità di affrontare la vita con determinazione e slancio: «Non possiamo sempre rifugiarci nel non dire e nel non fare»
Attivismo morale e spirito missionario: «Il vero peccato consiste nel non fare il bene»
Sofferenza come strumento di crescita spirituale interiore: «Se non si conosce l’amore è perché non si è sperimentata la disperazione»
Valori assoluti a confronto: «L’Amore ci libera e ci eleva, la Verità ci rende cattivi e miserabili»
Per finire con un rovesciamento biblico (evocato proprio dal sacerdote) a coronamento  e contrappunto di una specie di vivisezione del cristianesimo usata dalla terrorista come una clava: «Le colpe dei figli ricadono sui padri»

Insomma, si tratta di un’occasione persa o, perlomeno, non colta in tutta la sua potenzialità, con un testo dotto ma statico che anche il regista, palesemente, trova difficoltà a rendere per quanto possibile commestibile (in questo non aiutato dalla non meravigliosa acustica del Santa Chiara) anche per la parte meno acculturata del pubblico.
Da parte mia, sono disposto a scommettere qualsiasi cifra che la prossima prova sarà senz’altro migliore: di talento  ce n’è tanto, di anni di luminosa carriera ancora da percorrere, anche.

Le foto inserite a corredo di questo articolo sono di Umberto Favretto.


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GuittoMatto

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Brescia, città del Teatro (7) – Ecco a voi i comici del paradosso quotidiano.

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Sì, lo confesso. Se dovessi associare una parola al concetto di comicità secondo i Clown Destini, giovane (ma già ben collaudata) coppia comica siculo-bresciana composta da Marco Passarello e Mariangela Sagona) non avrei dubbi: sceglierei il termine “paradosso”.

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«Questa sera parleremo di cose divertenti…» promette Passarello, presentando la serata che sta per iniziare al 22 Food and Drink di via Pietro Bulloni, accogliente locale che (sotto la guida artistica di Biagio Vinella) propone quasi ogni settimana eventi di cultura e di spettacolo, registrando un confortante e convincente riscontro sia in termini sia di presenze che di gradimento.
«… vale a dire di precarietà!», aggiunge, dopo una di quelle studiate e misurate pause proprie di chi è solito esibirsi in pubblico.
E di precarietà effettivamente si parla, adattando il termine sia al sempre più difficile mondo del lavoro che alle eterne problematiche suscitate dal gioco dell’amore.

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Sono la naturalezza e la complicità che contraddistinguono i due ClownDestini a fare presa immediatamente sul pubblico e a suscitare simpatia: gli spettatori si divertono proprio perché capiscono che anche gli attori si stanno divertendo a impersonare i pittoreschi “nuovi mostri” del terzo millennio.

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Così si parte dall’ormai classico sketch del “colloquio di lavoro” al gusto uso alterco tra due fedeli che si contendono i miracoli di un santo (ovviamente San Faustino, in questo caso) finché è la Provvidenza, seguendo secondo il solito la strada più complessa e intrigata, a decidere alla fine la sfida.
Si passa poi a un ironico passaggio su quel fatidico incrocio che per forza si trova a dover attraversare ogni corteggiamento. Praticamente un “final account” in occasione del quale, più spesso di quanto ci si potrebbe augurare, l’unica vincitrice è l’incomunicabilità.
E ancora la genesi degli amori virtuali, dalla scelta del nickname ai primi approcci informatici con il partner suggerito dalla rete, scelta come pretesto per un’ironica analisi della nevrosi da social e siti di incontro.
La gente ride tutto il tempo e, alla fine dello spettacolo, applaude con convinzione. Sono certo, però, che alla fine della cena ciascuno si porterà a casa qualcosa, come gli avanzi che un cameriere cortese ripone a richiesta in una doggye bag.

Se lo so, e ve lo racconto, è soltanto perché… è successo anche a me. Prima di chiudere, però ecco dove e quando saranno ancora in scena i ClownDestini:

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Bonera.2

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Goodmorning Brescia (143) – Una guerra non è mai santa, ma.

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Conferenza stampa per la presentazione del dramma Guerra santa scritto da Fabrizio Sinisi per la regia di Gabriele Russo, con Andrea Di Casa e Federica Rosellini, in scena al teatro Santa Chiara Mina Mezzadri dal 5 al 10 marzo.

Gian Mario Bandera introduce l’incontro sottolineando  quanto sia importante, per il Teatro e per la società, che un certo tipo di riflessioni, capaci di comprendere il personale e il sociale, ricomincino a circolare. «Mi sento di affermare che Guerra santa è appunto uno di quegli spettacoli nei quali è presente ed emerge quella sintonia con la contemporaneità che normalmente è difficile riscontrare». 

«In qualità di membro del consiglio di amministrazione, mi fa molto piacere sottolineare la lungimiranza della scelta effettuata dal CTB puntando su un giovane talento scelto, dopo attenta selezione, tra tanti altri giovani emergenti presi in considerazione per la posizione di “drammaturgo di casa”’» dice Patrizia Vastapane. «Anche perché averlo con noi vuol dire… sottrarlo ad altri teatri concorrenti» .
Conclude poi il suo intervento ricordando che, per allestire lo spettacolo inserito nella rassegna Brescia Contemporanea, il Centro Teatrale Bresciano si è avvalso del contributo di Cariplo e ASM

«Cominciamo dal termine guerra santa o jihad, che arriva a noi occidentali in modo allarmante e allarmato. In realtà, nell’accezione originale e autentica, esso rappresenta l’indicazione di un conflitto intimo di continua sfida con se stesso e di crescita» esordisce Fabrizio Sinisi.
«L’opera è strutturata in una serie di flussi di parole e concetti definitivi e al di fuori di ogni convenzione: qualcosa che non può accadere nella realtà, ma si può verificare, invece, in Teatro.
Quanto alla origine e alla genesi del testo, Sinisi spiega che la stesura del dramma è cominciata solo dopo un approfondito lavoro di documentazione sul terrorismo e, in particolare, sul fenomeno dei “foreign fighter”, la maggior parte dei quali risultano essere molto giovani. «Da lì partì l’intuizione di interpretare il fenomeno alla luce di quel pilastro di analisi conosciuto come “uccisione del padre”, interpretandolo come la reazione impulsiva e violenta di una generazione affamata di risposte che non riceve riscontri o che, per lo meno, quei pochi che vengono forniti dal “Potere”,  li reputa sbagliati».
«Ciò che notai immediatamente fu la sua capacità di calarsi nella realtà senza perdere di vista i più importanti e suggestivi archetipi. Quanto al testo portato in scena, al suo interno sussistono e convivono diversi livelli di narrazione. Il primo è la rottura del rapporto tra padre e figlia, con la fuga di quest’ultima, il ritorno dopo un’esperienza di guerra, e il confronto finale, risolutivo quanto drammatico. Il secondo il racconto dell’infrangersi dell’innocenza, a testimonianza di come alcuni episodi vissuti in gioventù, anche se in apparenza insignificanti, possano cambiare o addirittura stravolgere una intera esistenza. il terzo la metafora del terrorismo come salvagente di tanti giovani alla ricerca di un ideale, smarriti nel caos di un occidente con proposte caotiche, frammentarie e spesso discordanti». Conclude il suo intervento sottolineando come il suo modo di fare regia contempli un articolato e rispettoso percorso di conoscenza e approfondimento del testo che va trattato senza “vestirlo” troppo” e di quanto sia importante lavorare con cura con (e insieme a)gli attori. «Entrambe le cose, peraltro, sono molto difficile quando ci si cimenta con un testo come quello di Sinisi, continuamente cangiante, come un organismo vivente, e, quindi, spiazzante per chi lo interpreta.

«Sinisi lo conobbi in occasione di un rassegna di interpretazioni shakespeariane da parte di giovani drammaturghi, in cui mi colpì con il suo Giulio Cesare» ricorda il regista Gabriele Russo
«Ciò che notai immediatamente fu la sua capacità di calarsi nella realtà senza perdere di vista i più importanti e suggestivi archetipi. Quanto al testo portato in scena, al suo interno sussistono e convivono diversi livelli di narrazione. Il primo è la rottura del rapporto tra padre e figlia, con la fuga di quest’ultima, il ritorno dopo un’esperienza di guerra, e il confronto finale, risolutivo quanto drammatico. Il secondo il racconto dell’infrangersi dell’innocenza, a testimonianza di come alcuni episodi vissuti in gioventù, anche se in apparenza insignificanti, possano cambiare o addirittura stravolgere una intera esistenza. il terzo la metafora del terrorismo come salvagente di tanti giovani alla ricerca di un ideale, smarriti nel caos di un occidente con proposte caotiche, frammentarie e spesso discordanti». Conclude il suo intervento sottolineando come il suo modo di fare regia contempli un articolato e rispettoso percorso di conoscenza e approfondimento del testo che va trattato senza “vestirlo” troppo” e di quanto sia importante lavorare con cura con (e insieme a)gli attori. «Entrambe le cose, peraltro, sono molto difficile quando ci si cimenta con un testo come quello di Sinisi, continuamente cangiante, come un organismo vivente, e, quindi, spiazzante per chi lo interpreta.

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L’ultima parola, com’è giusto che sia, va ai due interpreti.

«Fra me e Federica si è stabilita immediatamente una sintonia comunicativa. Per quanto riguarda il dramma, suggestivamente instabile e fragile nel percorso narrativo, sia uno di quelli che andrebbero visti più volte, perché ogni volta che vengono rappresentati si rivelano un viaggio diverso» rivela Andrea Di Casa.

«Si tratta di un testo che sembra puntare all’assoluto, ma lo fa attraverso creature assolutamente imperfette: è anche per questo che l’ho subito amato» è il suggello finale di Federica Rosellini.

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Bonera.2

Bonera.2

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Goodmorning Brescia (142) – Dove la luce è più intensa…

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Oggi vi racconterò una breve storia triste.
Sì, perché di storie del genere ce ne sono anche nella nostra città, che pure non è certo la meno moderna, la più disorganizzata e la più povera d’Italia.
«There is a strong shadow, where there is much light» oppure, tradotta in assoluta libertà: «Laddove la luce brilla più intensa, proprio l’ombra è più oscura»,  come appunto recita il titolo di questo articolo..
Nessuno contesti, per favore, che si tratta di una citazione non nuova, né recente, né tantomeno originale: lo so benissimo, avendola prelevata per l’occasione dal trattato «La teoria dei colori» scritto da J.W.Goethe e pubblicato nel 1810.

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La notizia, già riportata da uno dei giornali locali, attraverso la “lettera al direttore” di un uomo sensibile, riguarda la vicenda di una donna all’apparenza poco più che trentenne, vestita decorosamente, abbastanza curata nell’aspetto. La ragazza (perché così mi sento di definirla) stazionava nell’androne del Castello in compagnia di un cane. Nell’approssimarsi della (peraltro scintillante e graditissima ai bresciani) manifestazione di luci Cidneon, qualcuno ha pensato bene di procedere a uno sfratto “selvaggio” con l’eliminazione di tutti i poveri oggetti, coperte e sacco a pelo compresi, che costituivano il kit di sopravvivenza della donna e della sua bestiola.
La vicenda mi è stata confermata direttamente da un altro testimone, assolutamente attendibile, che l’aveva notata già una decina di giorni prima di quanto narrato sopra.
«Ero salito in Castello con la mia compagna e con un amico» mi racconta.
«Ricordo che  questa presenza mi colpì molto : la donna vestiva in modo dignitoso indossava un piumimo che le arrivava alla vita. Quando arrivammo noi era seduta sui gradini: sembrava tranquilla e stava carezzando affettuosamente il suo cane. In modo molto educato si è alzò senza esitazioni per farci passare comodamente, scusandosi dell’ingombro» .
Siamo certi, vogliamo esserlo, che l’Amministrazione di questa città, solitamente pronta a esprimere e manifestare materialmente la solidarietà propria e tipica dei cittadini che l’hanno votata, si sia già attivata per la ricerca di questa persona in difficoltà e che, una volta che ne avrà individuato l’identità, provvederà a fornirle tutta l’assistenza necessaria, rovesciando con il cuore un finale da “piccola fiammiferaia”, suggestivo in una fiaba ma che non ci sentiamo di accettare nella vita reale.

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Ci sia consentito però, assecondando il pensiero e il messaggio trasmesso dalla persona che ha scrittoal giornale e (come si diceva una volta) di tutte le persone di “buona volontà” che nemmeno alla spettacolarità e alla riuscita di un grande evento, si sacrifichi la dignità (e forsanche la salute) di una persona.
Anche di una soltanto.
E del suo cagnolino, naturalmente.

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Bonera.2

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Brescia, città del Teatro (6) – Una vecchia signora davvero “esplosiva”

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L’inizio è di quelli che si dicono estremamente pericolosi: un lunghissimo, interminabile silenzio, scandito soltanto dalla ritmico battere del piede dell’agguerrita novantenne sull’orlo dei nervi interpretata dalla volitiva Sara Bellodi.
Pericoloso, si: perché, come diceva un amico con qualche anno di esperienza nella pratica dei teatri, a quel punto o il pubblico raccoglie la sfida, oppure se ne va.
Il numeroso pubblico che ieri sera, nella Sala della Comunità di Marone, era accorso ad assistere allo spettacolo, primo di un trittico (la rassegna “A un passo dal palco”) pensato e assemblato presso la Sala della Comunità di Marone da Carlo Hasan e dalla sua fresca creatura, l’Associazone New Coat of Theatre, ha optato per la prima scelta, decidendo di rimanere.
Il battito compulsivo del piede, in realtà, altro non voleva essere, e in questo modo è arrivato agli spettatori, come quel gorgoglio un po’ sinistro che proviene da un tubo a lungo occluso da una bolla d’aria o da vecchie calcificazioni, prima che l’acqua cominci a erompere, copiosa e inarrestabile.

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C’è una quotidianità priva di ogni sorta di slancio e di autentiche emozioni, nello sbarramento che impedisce lo scorrere della vita, quella noia, quel fastidio di vivere provocato da una lunga e grama esistenza che trasforma anche un piccolo contrattempo, come il mancato addebito di una bolletta in un macigno che si rivela impossibile da sostenere.
Ricordi che riaffiorano dalle profondità limacciose dello stagno della memoria, e che, una volta in superficie, esplodono, causando al presente gravissimi danni. Quanto al futuro, «è una porta sempre senza chiavi», dice l’anziana, soprattutto quando una compagnia anonima, assente e muta, come quella di un figlio che vive nella stessa casa ma non è mai effettivamente presente, rende la solitudine ancora più intollerante.

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È un finale di dramma convulso, un delirio lucido, una confessione-invettiva in continuo crescendo, che trova in una bizzarra assimilazione-metamorfosi e in un folle progetto di strage, il suo (quasi) naturale sfociare.
Sara Bellodi si spende emotivamente e fisicamente senza risparmio per tutto il complesso monologo. Il pubblico la premia, alla fine, con prolungati applausi: annotazione ancora più importante ove si consideri che non si tratta di quello che comunemente si suol definire uno “spettacolo facile”.

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Sara Bellodi e Carlo Hasan

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«Quello che intratteniamo con gli anziani, è un rapporto di amore in continua evoluzione» spiega poi, nel breve ma coso dialogo a sipario abbassato con gli spettatori.
«Una equazione senza soluzione stabile, in cui il rapporto tra le tre incognite A (anziani), B (maturi), C (giovani), comporta un continuo alternarsi di posizioni: mentre ci ragioniamo, mentre ancora le stiamo discutendo, ci troviamo ad accorgerci che, nostro malgrado, da C siamo già passati a B e siamo in procinto di diventare A».

Ed è proprio così, accidenti.

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da un’idea di Giulia DonelliSara Bellodi Carmen Giordano
con Sara Bellodi
testo di Giulia Donelli

Una donna di novant’anni vive con il Figlio disoccupato. Le sue giornate sono scandite dal solito tran tran: spesa, bollette, file alla posta, preparare pasti, mosche e noia, noia e mosche. Ma quando qualcosa cambia il corso di questa routine, la donna è pronta per coglierla al volo e dare finalmente un senso alla propria vita: non è mai troppo tardi, nemmeno a novant’anni. Una serie di coincidenze che culminano in un blackout elettrico portano la vecchia a fare un ragionamento spietato sulla propria vita e sulla società, che si basa sullo sfruttamento dei giovani da parte dei vecchi. A partire da quel blackout, niente sarà più come prima! E lei non sarà più solo una donna, ma una superdonna, una supereroina vecchia, con tutti i suoi anni e tutti i sacri crismi dei supereroi che combattono il male in nome della giustizia.

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (141) – A San Faustino, quando meno te l’aspetti…

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Secondo chi lo conoscepersonalmente e chi ne ha solo sentito parlare, Costanzo Gatta è persona dotata da Madre Natura (oltre che di una forte personalità e di una bulimica curiosità sulle cose del mondo), di una statura nella media e di una vista assolutamente normale. Quando, però, si aggira per le vie della città, il giornalista si trasforma in una specie di gigante Argo dai cento occhi, al quale non sfugge niente e nessuno.

Figuriamoci, poi, se il suo percorso si dipana tra le bancarelle della Fiera di San Faustino.

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Quel che ne viene fuori, come minimo, è un articolone di due pagine piene come quello uscito sul Corriere della Sera all’indomani della tradizionale festa dei Santi Patroni.

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Tra le leccornie (tutte rigorosamente anti-dieta) dei tanti stand gastronomici, tra le antiche statue duplicate alla meglio e scaltri  mercanti che gongolano per i recenti successi delle calcistiche “Rondinelle”, offrendo magliette e gadget biancazzurri a prezzo di realizzo, tra banchi stracolmi di capi di abbigliamento e biancheria per tutti i gusti e mirabolanti offerte di prodotti tecnologici e/o fantasiosi, Gatta si aggira per le vie del centro insieme migliaia e migliaia di persone che rendono difficile persino camminare e pericoloso stare fermi.

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Tutto vede e tutto annota sul taccuino da cronista: dal set  di affilatissimi coltelli messo in vendita a solo 10 € all’Ombrello Arturo che si chiude (comodamente al contrario) per finire al mitico panno al carbonio Tornado, capace di pulire senza essere strizzato e asciugato e (ma questa forse è solo una leggenda metropolitana!) neppure strofinato sullo sporco!

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Meraviglie per tutti, da portare a casa e mostrare con orgoglio ai familiari stupefatti, ma la vera sorpresa, da bravissimo giornalista-scrittore- drammaturgo quale Gatta è, rimane per tutto il “pezzo” riservata, nascosta e insidiosa come una mina anti-uomo, proprio nell’ultima riga: forse per la prima volta nella Fiera di San Faustino (udite! udite! udite!), in una certa bancarella, c’è stata anche occasione di acquistare un buon libro.
Che sia proprio questo… l’ennesimo miracolo di San Faustino e del suo compagno Giovita?

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Bonera.2

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Goodmorning Brescia (140) – Il Castello si confessa

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Il saluto di benvenuto e l’introduzione della conferenza sono del giornalista Massimo Tedeschi, presidente della AAB  (Associazione Artisti Bresciani) che ospita, nella sua bella sede di Vicolo delle Stelle, la conferenza di oggi, prima di una
serie d’incontri a tema sul Castello di Brescia.

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«Il Castello di Brescia, carico di anni e di Storia, si racconta con una serie di scritti riportati su lapidi, cippi e graffiti sparsi ovunque, all’interno e all’esterno di esso» esordisce Costanzo Gatta.
«Nonostante l’impegno profuso, quelli che ho raccolto sono una minima parte di quelle presenti, e potrebbero essere molte di più, se si avesse la voglia e il coraggio di investire di più sulla ricerca» aggiunge, diretto.

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Si parte con un’intrigante indagine sul soprannome di Falco d’Italia attribuito al Castello, poi è un succedersi di immagini, di informazioni, di citazioni, e di testimonianze lette e interpretate da Daniele Squassina.
Scorre nei secoli, la vita del Castello, tra Re, nobili, popolani, guerrieri e detenuti da rieducare attraverso un duro lavoro di manutenzione e riammodernamento, tra battaglie, sommosse, celebrazioni e raffigurazioni dei Santi Patroni Giovita e Faustino.
Una passeggiata nel Prato della Bissa, con il cannone installato a futura memoria dell’imprenditore siderurgico Goi, donato dai suoi eredi, cui segue una critica occhiata alla vecchia e gloriosa locomotiva collocata per celebrare «l’Italico vapore».
Si passa poi alle insidie della “Strada del Soccorso”  utilizzata a dispetto del nome e in più occasioni, per reprimere moti popolari e all’ardita Torre Coltrina, incombente sullo strapiombo con i misteriosi affreschi abrasi dal tempo.
Una particolare attenzione merita il bello, imponente (e tristissimo) Torrione dei prigionieri, con le pareti tappezzate di dolore inciso nella pietra, dove venivano reclusi e tormentati i patrioti dell’associazione. Un soggiorno che, per molti, si concludeva alla Fossa dei Martiri.
Ci vuole un momento di riposo e ci pensa la bella voce di Squassina che recita i versi di una dolente poesia di Cappellini.

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Sul finire, colpisce e si fissano negli occhi e nella memoria l’immagine della selva di antenne (utili ma orride) che fanno scempio della Mirabella, e la vista sui malridotti e antiestetici cartelloni pubblicitari che fanno da cornice ai campi da tennis presenti dall’ormai lontano 1910. Mostrandole, Gatta non può nascondere il proprio disappunto.
Per rincuorarsi non resta che fare un  salto alla Specola Cidnea, e osservare il cielo.
Da qui si riparte per l’itinerario finale, percorrendo ogni strada che si arrampichi, da ogni direzione, lungo le pendici del colle, scoprendo altre scritte, altri monumenti, altri segreti.

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Bonera.2

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Anche Mara giocava a palla. Con la vita e con le vite.

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LA VITA (E LA MORTE) DI MARA CAGOL
(estratto tratto dalla «Enciclopedia delle donne»)

Margherita è l’ultima di tre figlie: il padre gestisce a Trento la “Casa del sapone”, la madre lavora in una farmacia.
Margherita ha come guida spirituale un prete gesuita, nei pomeriggi tiene compagnia agli anziani negli ospizi di Trento. È sportiva: scia, gioca a tennis, le piace camminare in montagna. Alle superiori si iscrive a ragioneria e si diploma con la media del 7. Durante la scuola comincia a studiare chitarra classica e in breve diventa la terza chitarrista più brava d’Italia, suonando anche all’estero: potrebbe essere quella la strada da intraprendere. Invece no, si iscrive alla facoltà di sociologia a Trento.In Italia non esiste nulla di simile. Tra i professori ci sono Beniamino Andreatta e Romano Prodi.Tra gli studenti Renato Curcio e Mauro Rostagno, che dividono una casa in riva al fiume Adige.
È il 1966 e gli studenti di Trento decidono di occupare l’università: è il primo caso in Italia. Anche Margherita partecipa a questa protesta ma non rimane a dormire in facoltà, perché i genitori non glielo consentono, deve rientrare a casa alle 19,00…L’anno successivo comincia a collaborare al giornale «Lavoro Politico» che nel 1968 diventa un periodico di riferimento per la sinistra. Alla Facoltà di Sociologia arriva come rettore Francesco Alberoni. A lui Margherita propone la tesi: uno studio sulla Qualificazione della forza lavoro nelle fasi dello sviluppo capitalistico. Si laurea il 29 luglio del 1969 con 110 e lode.
Il primo agosto Margherita e Renato si sposano, contro il parere del padre di lei, che non reputa Curcio capace di prendersi cura della figlia. Il matrimonio verrà celebrato in chiesa, nonostante quello che entrambi pensano del “matrimonio borghese”, ma Margherita vuole evitare la rottura con la sua famiglia. 
Siamo in pieno “autunno caldo”: scaduto il contratto nazionale dei metalmeccanici, le iniziative di protesta sono continue. Margherita e Renato frequentano il CUB (Comitato Unitario di Base) della Pirelli e i Gruppi di Studio che si costituiscono nelle grandi fabbriche: SIT Siemens, Alfa Romeo, Marelli; conoscono Mario Moretti e Alberto Franceschini.
Dal convegno del Collettivo Politico Metropolitano ( CPM) di Pecorile (settembre 1970) nasce il primo nucleo che darà vita alle Brigate Rosse. L’incontro viene organizzato da Franceschini, il quale di Margherita dirà: “L’impressione che ne ebbi fu di grande fiducia. Mara, che pur non appariva e non ci teneva a farlo, non era considerata da nessuno una figura secondaria.”
Curcio nel suo Progetto Memoria scriverà: “Che lei abbia voluto l’organizzazione armata quanto me, se non più di me, è un fatto.”
Il gruppo decide di “passare all’azione” ma ci vuole una sigla. In memoria delle brigate partigiane decideranno di usare la parola “brigata” e Margherita proporrà “rossa”. Come simbolo verrà scelta la stella a cinque punte iscritta in un cerchio, la stessa utilizzata dai Tupamaros uruguaiani.
Margherita sceglie il suo nome di battaglia: Mara.
Nel 1971 Mara rimane incinta, ma perderà il bambino al sesto mese, dopo una caduta dal motorino.
Nel 1972 il passaggio definitivo alla clandestinità e alla lotta armata li farà rinunciare per sempre all’idea di un figlio. In seguito all’occupazione delle case popolari di Quarto Oggiaro, operazione della quale era l’anima, Mara viene arresta per la prima e unica volta: rimane a San Vittore per cinque giorni.
Le BR alzano il tiro al “cuore dello Stato”. Il bersaglio è il giudice Mario Sossi, e il “piano” richiederà un anno e mezzo. Sossi viene sequestrato nell’aprile 1974 da una ventina di brigatisti a Genova, compresi Cagol e Franceschini. La prigionia di Sossi durerà 35 giorni e i giornali quasi non parleranno d’altro fino alla sua liberazione. L’8 settembre del 1974 Renato Curcio e Alberto Franceschini vengono arrestati a Pinerolo, denunciati da un infiltrato – Silvano Girotto, detto Frate Mitra. Vengono presi altri brigatisti, la Cagol rimane sola a portare avanti la colonna torinese.
Il 18 febbraio 1975 Margherita, con una parrucca bionda e altri cinque uomini arriva al carcere di Casale. È giorno di visite, suona il campanell
o con un pacco in mano. Appena le viene aperto punta un mitra verso il piantone.
Curcio è al piano superiore, scende, verrà liberato senza sparare un colpo. Il «Corriere della Sera» commenterà: “Un’umiliazione dello Stato” e il generale Dalla Chiesa inveirà contro chi ha lasciato il capo delle Brigate Rosse in un carcere “di cartapesta”.

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Mara viene uccisa nel 1975 nel corso di uno scontro a fuoco, le cui modalità sono state ricostruite anche in modo alternativo rispetto alla “bversione ufficiale”, nei pressi di una cascina nei pressi di Canelli, nella quale era stato rinchiuso l’industriale Vittorio Vallarino Gancia, industriale dello spumante, rapito per procurare fondi alle Brigate Rosse.

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LO SPETTACOLO

La casa di Margherita, che poi diventerà Mara, è uno stagno adagiato in volute nebbia. Una famiglia della piccola borghesia, chiusa in se stessa e nell’alternarsi di giorni sempre uguali, senza entusiasmo, senza prospettive, senza obbiettivi, senza sogni da realizzare, neanche da pensare, senza niente. Una famiglia grigia, come quel muto bianco e nero che fluisce da una televisione sempre accesa in palcoscenico. Le inutili parole tra padre e figlia vengono scambiate nella lingua più rassicurante che ci sia: il dialetto trentino.
Sono gli studi di Margherita, a smuovere in qualche modo la situazione, cambiando gli accenti, alternando le banali e ripetitive conversazioni domestiche con una tagliente enunciazione schematicamente politica e intessuta di dogmi, propria della sinistra estrema e arrabbiata degli anni di piombo.

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Sì, qualcosa cambia, repentinamente, perché «Non è la coscienza a determinare la vita, ma la vita che determina la coscienza», come dice la ragazza, sempre più Mara e sempre meno Margherita.
«Mi viene sempre la nusea, quando penso a una vita normale» confessa Mara, ed è istantanea liberazione interiore: un fuco che, all’improvviso, uscendo dal bozzolo, si trova pipistrello, piuttosto che farfalla
Va avanti nel tempo, segue e scandisce lo scorrere degli anni ma, come in certi brutti sogni, resta fermo sul posto, sempre allo stesso spiazzante livello di incomunicabilità, il non-dialogo tra padre e figlia.
Presenti nei riferimenti ma lontani, al punto di lasciare trasparire assenze di autentici agganci con quell’estenuante e lacerante confronto generazionale, la mamma e lo stesso Renato Curcio, di cui si avverte la fondamentale importanza nella vita di Mara Cagol, soprattutto, però, nella funzione di rafforzamento di idee già elaborate e di decisioni già prese.

Sarà la morte (violenta) di Mara e quella (annunciata e imminente) del suo genitore, che li riuniranno finalmente in un’altra dimensione?

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Francesca Porrini e Andrea Castelli, a fine spettacolo,
raccolgono gli applausi tributati dal pubblico bresciano.

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Il testo (cronaca dell’evolversi di una interpretazione estrema e totalizzante della politica, individuale e collettiva, più che narrazione di una vicenda umana) è per forza di cose, piuttosto complesso e concettuoso, e ciò non giova, per quanto ovvio, alla dinamicità. Altrettanto dicasi per la scelta, del resto del tutto coerente, se non addirittura necessaria, di lasciare largo spazio all’uso del dialetto, che a volte, inevitabilmente, toglie qualcosa alla completa comprensibilità. Degna di menzione l’interpretazione dei due interpreti che, comunque, riescono a non appiattire il ritmo della recitazione e a mantenere alta la tensione emotiva dei personaggi e degli spettatori che gremiscono il Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri.
Il pubblico bresciano mostra chiaramente di avere apprezzato, tributando, al chiudersi del sipario, lunghi e ripetuti applausi.

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.