Troiane: guai ai vinti (e soprattutto alle loro donne)!

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Molti dei cosiddetti “Teatri stabili” son o ancora chiusi, altri hanno confezionato, in attesa degli eventi, programmi che definire “minimal” è fin troppo generoso. Il C.T.B. Centro Teatrale Bresciano, invece, con coraggio e fiducia nell’avvenire, il cartellone lo ha riempito di numerosi spettacoli, tutti di alto livello, secondo tradizione. Si parte con «Troiane», spin-off (direbbe un appassionato di fumetti e serie tv) del dramma «Ecuba» che sarebbe dovuto andare in scena nella passata stagione, mutilata e devastata dall’accanirsi della pandemia.

Vedasi in proposito l’articolo a firma di Bonera.2 pubblicato qualche giorno fa su questo blog:

https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-177-da_urago_a_scheria/

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Il dramma:

Troiane (o Troadi) (composta da Euripide nel corso della guerra del Peloponneso, intorno al 415 a.C.) faceva parte, assieme a due tragedie, Alessandro e Palamede, di cui rimangono solo frammenti, di una trilogia ambientata durante la guerra di Troia. Alla trilogia seguiva il dramma satiresco Sisifo. All’opera (che tra le tragedie greche è considerata da molti la più statica e, dunque, la meno “teatrale”), fu assegnato il secondo premio alle Grandi Dionisie ateniesi del 415 a.C., vinte dal quasi sconosciuto Senocle.

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La trama:

Le donne di Troia, fatte prigioniere dai Greci dopo la caduta della città nelle mani degli Achei, attendono di conoscere a quale dei vincitori la sorte le abbia destinate come schiave. Taltibio – araldo di Agamennone– comunica a Ecuba di essere stata assegnata a Odisseo, mentre Cassandra è stata scelta da Agamennone e Andromaca da Neottolemo.

Cassandra compare dinanzi ad Agamennone invasata da Apollo e predice la sua stessa sorte che costerà la vita ad Agamennone su cui, in tal modo, sarà vendicata la caduta di Troia.

Intanto i Greci, per consiglio di Odisseo, hanno deciso di uccidere il piccolo Astianatte, il figlio che Andromaca ha avuto da Ettore, per evitare che un giorno il bambino possa vendicare la morte del padre. Astianatte viene strappato via dalle braccia della madre, tra il pianto dirotto di Ecuba, di Andromaca e del coro.

Giunge sulla scena Menelao desideroso di punire Elena. Ma dopo una lunga accusa di Ecuba, che ritiene Elena colpevole dello scoppio della guerra perché fuggita con Paride, attratta dal lusso e dall’adulterio, e un’altrettanto lunga e abile autodifesa di Elena, che ricorda il giudiziondi Paride con il risolutivo intervento di Afrodite, Menelao stabilisce di rimandare la decisione a quando saranno di nuovo in Argo.

Riappare Taltibio, che guida alcuni soldati recanti sullo scudo di Ettore il corpo esanime di Astianatte. Mentre si scioglie il pietoso e commovente lamento funebre di Ecuba sul piccolo cadavere, l’araldo guida le donne verso le navi. Sullo sfondo c’è l’incendio che i Greci hanno appiccato a Troia per distruggerla interamente.

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Lo spettacolo:

Troiane

con Elisabetta Pozzi, Graziano Piazza, Federica Fracassi, Valentina Bartolo, Alessia Spinelli, per la regia di Andrea Chiodi.

Una rilettura a cura di Angela Demattè di uno dei più grandi capolavori di Euripide, per tornare alle radici del teatro e ricominciare, gettando nuove basi per il futuro.

Foto © Masiar Pasquali

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C’è un briciolo di emozione, nel sedersi in platea dopo tanto tempo. Anzi qualcosa di più, di un briciolo, mentre le luci della sala si spengono, apro il mio taccuino fatto scattare la penna. Finalmente ti ritrovo, Teatro Sociale, dopo tanti, troppi mesi di distanziamento.

Fin dalle prime battute è chiara l’impostazione che la drammaturga Angela Demattè e il regista Andrea Chiodi hanno inteso dare a questa rappresentazione teatrale: una commistione tra passato remoto classico e presente-futuro tecnologico svelata senza possibilità di fraintendimento e senza falsi pudori da suoni e scenografia. È Ecuba la mater dolorosa (futura schiava dello scaltro e malvagio Odisseo) magistralmente interpretata da Elisabetta Pozzi, cui è demandato il compito di narrare l’immane tragedia degli sconfitti Troiani.

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Così, sfilano sul palcoscenico, una dopo l’altra, le sventurate figure delle donne dei vinti, estratte in un sorteggio che appare alquanto guidato per essere assegnate come schiave ai protervi vincitori. Per ognuna di esse la costruzione del personaggio operata dal testo e dalla regia e portata in scena dagli interpreti appare originale e al tempo stesso sufficientemente aderente al testo classico. Così scintilla sinistramente la disgraziata, malintesa e mal riconosciuta veggenza che brucia Cassandra dall’interno, spiazza il gelo priva di una sia pur minima empatia di Taltibio, araldo di Agamennone, costantemente in bilico tra una gelida cronaca di avvenimenti di crudeltà inenarrabile e una morbosa e compiaciuta curiosità verso gli aspetti più raccapriccianti e sanguinosi della vicenda. Così scivola impotente la sterile ribellione di  Andromaca, fedele e pia moglie dell’eroe per eccellenza Ettore, stroncata, alla fine dalla notizia del male ancora maggiore della condanna a morte dell’innocente figlioletto Astianatte.

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Per finire con la sorprendente e tecnologicissima Elena, letta in chiave Jesus Christ Superstar, dipinta su un mega schermo come dominatrice dei social, influencer per eccellenza, sacerdotessa suprema della caduca bellezza della carne, del glamour, dell’immagine e dell’effimero.

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Insomma uno spettacolo pieno di suggestioni emotive e di spunti di riflessione,  ben recitato da tutti gli interpreti fra i quali, come si è già detto, Elisabetta Pozzi risalta, come spesso accade, quale “prima inter pares”.

Quanto alla drammaturgia e alla regia, confermandone la validità complessiva, mi si consenta di non condividere appieno le “scorciatoie” (comode come tutte le scorciatoie, ma non per questo necessariamente sempre efficaci) di quella peraltro ben riuscita commistione tra passato e presente di cui si è parlato all’inizio. Pertinenti gli occhiali imposti a Cassandra, a sottolineare come una “vista” troppo acuta, costretta a guardare troppo lontano, spesso si trasformi in un disgraziato difetto; meno efficaci altri accorgimenti quali, solo per fare un esempio, la presenza in scena in bella vista di un Mac che, pur inizialmente ammiccante e promettente, rimane poi senza effettivo seguito, rimanendo sostanzialmente slegato dalla narrata performance virtuale finale  di Elena.

Mentre la cenere dell’incendio di Troia invade il palcoscenico, il pubblico applaude, chiamando ripetutamente in scena gli attori con tutta la squadra,  con energica convinzione.

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Si percepisce, oltre al gradimento per lo spettacolo appena terminato, tanta felicità di ritrovarsi a teatro. Un grande segnale di speranza per il futuro.

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GuittoMatto

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