Non solo Montalbano, se l’obiettivo è la metamorfosi

Camilleri che non ti aspetti.

Ne «Il casellante», andato in scena al Teatro Sociale di Brescia, di Montalbano non c’è nemmeno l’ombra, ma c’è molto, molto altro.

Parliamo intanto del libro: Il casellante è un romanzo di Andrea Camilleri pubblicato nel giugno  2008 da Sellerio. L’opera di mezzo tra Maruzza Musumeci e Il sonaglio, il tutto incluso nel libro-raccolta di cui si è inserita la copertina.

Narrazioni di surreali metamorfosi, nelle quali si riprende il mito greco, per calarlo nella realtà siciliana.

Il casellante, in particolare, è un’opera di grande valore, capace di cogliere e sollecitare nel lettore sia la corda comica che quella tragica ed emotiva. Scritta in vigatese, vale a dire in quella lingua artificiale creata dallo stesso Camilleri, con la quale l’autore siciliano cerca di operare una bizzarra ma efficace mediazione tra la lingua italiana e il siciliano, la storia tocca diersi argomenti di grande delicatezza e importanza, quali l’amore, la violenza esercitata contro la donna, un certo tipo di bullismo ante litteram, la negazione della maternità (etc.) risultando divertente e commovente.

E scusate se è poco.

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È da questo romanzo che prende le mosse lo spettacolo teatrale (in pieno accordo con lo stesso Camilleri) con l’adattamento scenico di Giuseppe Dipasquale, responsabile anche della regia e delle scene.

Al centro di tutto un casello ferroviario e un negozio da barbiere. Una vita che si dipana tranquilla, al limite della monotonia, o almeno così sembra. In realtà il Male è presente anche a Vigata e scorre sempe meno in profondità, fino ad affiorare come un liquame letale.

E, come sempre, saranno i più umili semplici e indifesi a pagare per tutti, e l’unica via di scampo, per alcuni di loro, sarà l’evasione nell’irrealtà della fantasia.

Soffermandomi il tempo strettamente necessario sulla magistrale performance di un incontenibile Moni Ovadia (interprete di sei personaggi della pièce) nel quadro di un lavoro collettivo di altissimi livello medio, ricordo tra tutti l’ispirato Mario Incudine nei panni del moralmente eroico casellante Ninuzzo e la straordinaria Valeria Contadino che impersona, perfetta in ogni sfumatura, la quotidianità, l’ottimismo solare e poi, la straniata disperazione di Minica, sua moglie.

Un affresco di un sud cristallizzato nel tempo e nello spazio, un mondo magmatico e ostile in cui i più deboli devono ricorrere a ogni risorsa per resitere alla tracotanza di diverse categorie di potere, sviluppando una furbizia popolare che, in qualche caso, riesce a garantire una sopravvivenza.

Uno spettacolo in cui non mancano spunti comici irresisitibili (la vendicativa serenata all’avversario appena tornato dal viaggio di nozze) ma che è sapentemente guidato sia dall’autore del testo che dall’accorto sceneggiatore, verso un finale di struggente e romantica disperazione.

In questo quadro, perfettamente congrui risultano i suggestivi inserti musicali che ben s’intarsiano nel tessuto drammaturgico, perfettamente eseguiti da attori che si rivelano anche ottimi cantanti e musicisti.

Da otto in pagella anche le fantasiose sceneggiature archeo-tecniche e gli accattivanti costumi di Elisa Savi.

di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale
regia Giuseppe Dipasquale
scene Giuseppe Dipasquale
costumi Elisa Savi
luci Gianni Grasso
musiche originali Mario Incudine con la collaborazione di Antonio Vasta
con Moni Ovadia, Valeria Contadino, Mario Incudine, Sergio Seminara, Giampaolo Romania
e con i musicisti Antonio Vasta, Antonio Putzu
la canzone “La capra avi li corna” è di Antonio Vasta
produzione Promo Music – Corvino Produzioni, Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano, Comune di Caltanissetta

 

   GuittoMatto

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Quanto può essere nuovo… Il Vecchio e il mare?

C’è chi dice (e sono molti) che la grande letteratura è fatta per essere letta e ripensata riga per riga, e che il teatro è un’altra cosa.

Mica vero, a giudicare dalla rappresentazione della prima de “Il vecchio e il mare

Santiago di giovane ha soltanto lo sguardo dei begli occhi azzurri (“Con gli occhi chiusi  non c’era vita nel suo volto”) e, nonostante l’inesorabile logorio del tempo, è ancora abbastanza vigoroso (“Le spalle erano ancora forti anche se vecchie”) da uscire da solo in barca per la pesca di alto mare.

La scenografia, suggestiva e coinvolgente, impreziosita dalle luci di Cesare Agoni, è genialmente multi-tasking: si solleva uno sportello e il mare diventa casa, poi, con una proiezione, magicamente appare un lembo di deserto africano popolato da leoni. Un’ulteriore conferma, ove ce ne fosse bisogno, che per la fantasia esiste un solo, immenso mondo, e che i pensieri di chi sa astrarre e sognare, si plasmano, mutando in continuazione, come creta docile al tocco, uno nell’altro.

L’intreccio è semplice, per non dire elementare. Un vecchio, una battuta di pesca solitaria, un gigantesco pesce (per l‘esattezza un marlin) parente alla lontana (ma non troppo) della più feroce ma altrettanto oscura Moby Dyck. Mettere in scena una roba così senza annoiare il pubblico (vedi l’incipit di questo stesso articolo) è sfida mica da poco.

In realtà sul palcoscenico, come sulla carta della narrazione originale dell’immenso Ernest Hemingway, la lunga lotta tra l’uomo e l’animale altro non è che uno spunto di riflessione su alcuni fondamentali momenti e simboli della vita di ciascuno di noi: la solitudine (“Un vecchio non dovrebbe mai essere solo”), sull’ingiustizia (che altro possono essere gli squali, crudeli predatori della femmina di marlin così faticosamente pescata, se non i prepotenti e gli invidiosi che insidiano ogni giorno le faticose conquiste degli onesti? Sulla necessità del rispetto reciproco al di là dei ruoli, spesso conflittuali, che la vita assegna a ciascun essere umano (“Abbiamo chiesto perdono alla femmina del marlin che avevamo pescata, poi l’abbiamo macellata”).

Della sontuosa scenografia abbiamo già detto. Il difficile adattamento drammaturgico e la regia di Daniele Salvo si sono rivelate assolutamente brillanti e prive di sbavature. Attori (Santiago – Graziano Piazza, Ernest Hemingway – Stefano Santospago, ManolinLuigi Bignone ispirati e perfettamente nella parte. (altro…)

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Goodmorning Brescia (28) – Capodanno, il Teatro e il fascinoso fantasma di Marlene

Ancora una volta lascio a Patrizio la guida di una puntata della mia rubrica. Non prima di avere fatto gli auguri di buona fine 2016 e meraviglioso inizio (con quel che segue) del 2017.

Ciao! 

    Bonera.2

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Oggi pochissime parole e qualche significativa immagine del centro, scattate nel corso di una passeggiata conclusa adesso (di cui seguendo le foto in successione, una per una potrete tracciare facilmente il percorso) per fissare l’ultimo giorno del 2016 di questa meravigliosa città e prepararci ad affrontare un 2017 fess-fess!

  

  

 

 

Per me, per il secondo anno di seguito, il tappo dello spumante salterà nel Foyer del Teatro Sociale, al termine dello spettacolo “Il maschio inutile” della Banda Osiris. L’anno scorso erano stati gli Oblivion, l’anno prossimo… chissà: il fatto è che non trovo più modo migliore di finire un anno e cominciarne un altro, quindi magari mi troverete ancora lì.

E chissà che, una volta uscito di teatro, stasera dopo mezzanotte, non riesca anche a me di vedere il fantasma della fascinosa Marlene Dietrich, giovane per sempre nella cristallizzazione del culmine della bellezza che solo la Morte può regalare. Una presenza che, a detta di numerosi testimoni, come riportato dai giornali cittadini, aleggia, eterea nelle notti bresciane, muovendosi tra Piazza della Loggia e Piazza Vittoria.

Selciati che, tra l’altro, sembrerebbero non essere stati mai calpestati dai preziosi piedi della Diva. Mistero nel mistero, dunque. Chiederò lumi alla stessa Marlene, se avrò l’avventura di incontrarla. 

Ciao a tutti, bresciani e non: ci ritroviamo l’anno prossimo!

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    Patrizio Pacioni

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Goodmorning Brescia (27) – Conversando con Ottavia Piccolo nel Foyer

 

Mercoledì scorso, sulle “pagine” di questo stesso blog, è stata pubblicata la recensione (firmata da GuittoMatto) di “Enigma“, in scena in questi giorni sul palcoscenico del Teatro Sociale di Brescia.

Oggi, invece, è la volta della breve intervista con cui Patrizio Pacioni ha voluto “marcare” questo ennesimo passaggio nella nostra città dell’attrice e che Ottavia, con grande disponibilità, ha rilasciato al termine della conferemza tenuta ieri pomeriggio nel foyer del Teatro Sociale, con la conduzione di Daniele Pelizzari e la compartecipazione di Silvano Riccardi.

Premesso ciò…. parola a Ottavia e Patrizio.

 

  Bonera.2

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Tv, cinema, teatro: hai percorso (con grandi risultati artistici e sempre positivo riscontro di pubblico e critica) tutte le vie di cui dispone un attore per rivolgersi al proprio pubblico.

 

Sì, ma salire sul palcoscenico ed esibirmi di fronte al pubblico seduto in platea, facendo ricorso a tutta la fisicità di cui dispongo, è di gran lunga quel che mi regala più emozione e, soprattutto, mi lascia un’assoluta libertà nella scelta dei testi da interpretare. Nel cinema, come nella televisione, incombe la forzata mediazione dei mezzi tecnici: la telecamera, la cinepresa, il monitor o lo schermo. Lasciami aggiungere in proposito che tra cinema e tv, in questi ultimi tempi, vuoi per la ritrosia a uscire di casa, vuoi anche a motivo del prolungarsi della crisi economica (evitare il costo di  due biglietti per una coppia, sempre che non ci siano da portare con sé anche figli “in età” non costituisce risparmio da poco) è il piccolo schermo ad avere la meglio sul grande. Peccato perché vedere un film al cinema, come dice la pubblicità, è tutta un’altra storia.

Nel corso della conferenza che hai tenuto qui al CTB mi ha colpito ciò che tu e Silvano Ric avete detto in merito all’ormai consolidato rapporto di collaborazione con Stefano Massini, giovane e dinamico drammaturgo, l’italiano più rappresentato all’estero, colui che, a dirla con le parole di Silvano “dopo un lungo periodo di supremazia dell’azione scenica sui dialoghi, sta aiutando il Teatro a riprendere la parola”. Le tue precise parole, nel definire Massini, sono state: “è un autore presente ma non incombente”. Vuoi spiegarci meglio?

Parliamo del “prima”, più che del “dopo”. Voglio dire che lo speciale rapporto di collaborazione che è in corso tra noi e Massini si rivela indicibilmente prezioso in ogni suo momento. è però al momento in cui il drammaturgo è nel “momento creativo”. Perché è allora che, talvolta, capita che ci sottoponga le (mille) idee che gli vengono in mente, è allora che, talvolta, siamo chiamati a esprimere in qualche modo la nostra opinione sulla validità e sulla solidità del progetto. Una volta consegnato il testo, infatti, Stefano, fidandosi incondizionatamente di noi, non si intromette nella riduzione e nella messa in scena. Al caso sono io, o Silvano, a chiedergli lumi su quel passaggio o sull’altro, magari suggerendo tagli, chiedendo aggiunte o piccole modifiche. E per dire la verità, su ognuno di questi assaggi, per fortuna, quasi sempre, ci troviamo in perfetta sintonia. Una frase che sia io che Silvano che Stefano amiamo molto ripetere tra noi e in pubblico è che “un testo è un’opera aperta che si conclude soltanto quando viene messo in scena”.

Le opere che hai portato in palcoscenico parlano di un artista che ama rapportarsi con vicende storiche, con fatti e situazioni realmente accaduti nel corso dei secoli. Da Leonardo da Vinci alla Stasi, dalla Shoa alle ombre dittatoriali dell’ex Unione Sovietica. Cosa mi puoi dire in proposito?

Ciò che mi attira e mi coinvolge non è tanto l’avvenimento storico in se stesso, ma l’occasione che, da uno studio attento di quanto accaduto in passato, può (dovrebbe) permettere a noi esseri umani (ma forse sarebbe meglio dire “indurre noi esseri umani”) a non ricadere sempre negli stessi errori. Amo l’attualizzazione della Storia, l’indagine sui comportamenti ricorrenti, quasi sempre, ahimé, da valutare in senso negativo.

Puoi farmi un esempio?

Certo che sì. Prendiamo il muro di Berlino (proprio come in Enigma – n.d.r.) , figlio e fratello di altri muri: da quello gigantesco che protesse (ma anche isolò) la Cina per tanti secoli, ai muri che nelle città europee segregavano gli ebrei nei ghetti, al muro edificato in Palestina. Dopo la caduta, avvenuta tra l’altro senza che fosse necessario lo spargimento di sangue che quasi sempre accompagna i cambiamenti rivoluzionari, si pensava finalmente che il genere umano nel suo complesso avesse imparato la lezione. E invece… eccoli lì i muratori della follia che tirano su a cemento e mattoni nuove barriere: in Europa orientale, per fermare la marea dei profughi dall’Africa e dal Medio Oriente, negli Stati Uniti, per frenare l’arrivo dal Messico e attraverso il Messico di altri disperati che hablan espanol. Allora vuole dire che davvero non si sa né si vuole capire?

Non esistono più, almeno qui in Italia, le compagnie teatrali “fisse”. Sempre di più, invece, si assiste a spettacoli sotto forma di monologo. Cosa sta succedendo?

A una domanda così netta non posso che rispondere in modo altrettanto secco: le compagnie teatrali permanenti di una volta sono morte. È  un vantaggio? È una sventura? Certo non sta a me dirlo, ma questa è la cruda realtà. è il nuvo meccanismo che regola il funzionalmente del Teatro e dei teatri, a deciderlo. Il “progresso”, sempre che di progresso si tratti, impone sempre maggiore elasticità. I pro? Che non c’è più il rischio dell’incancrenirsi di certe figure attoriali: nella compagnia intesa comne qualcosa d’immutabile o quasi incombeva sempre il rischio di una eccessiva specializzazione. Il protagonista, la protagonista, l’attor giovane, il caratteristica, i ruoli alla fine erano sempre gli stessi; con il risultato che, in alcune occasioni il gruppo finiva per recitare se stesso. I contro? Si è detto anche in conferenza: la quasi impossibilità di creare un “repertorio” che consenta una facile ripetizione, nel corso del tempo, delle pièces più valide e richieste. La fine di una scuola sul campo attraverso la quale il giovane attore (non l’attor giovane, appunto!) imparare e cresceva all’interno con l’aiuto dei più esperti.

Quanto ai monologhi… beh, penso che si tratti di una forma eccellente di rappresentazione teatrale, ma che effettivamente, negli ultimi tempi se ne stia facendo un qualche abuso. Il teatro è dialogo, interazione, ma è anche vero che risulta molto più facile reperire fondi per pagare un solo attore, invece che cinque o sei.

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Ottavia Piccolo nasce a Bolzano il 9 ottobre 1949. Con Metello (regia di Mauro Bolognini), nel 1971, vince Nastro d’argento, David di Donatello e Palma d’oro.

Ancora per il cinema: Il gattopardo (Visconti, 1963), Serafino (Germi, 1968), La famiglia (Scola).  Per la Tv appare in numerose fiction, da Il mulino del Po a La vita di Leonardo a Una buona stagione (Raiuno, 2014).

Esordisce sul palcoscenico a soli 11 anni in Anna dei miracoli  (con Anna Proclemer) , lavora con Luchino Visconti e Giorgio Strehler . Fino a Sette minuti. Consiglio di fabbrica (regia di Alessandro Gassman, 2014) e, appunto, Enigma.

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   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Un (Piccolo) grande Enigma e tante domande

Enigma è il titolo, e di autentico enigma, in effetti, si tratta.

In questo spettacolo ci sono moltissimi interrogativi.

Quelli che si scambiano, e pongono a se stessi, Ingrid e Jacob, sconosciuti  (sembra)  messi in contatto dal caso o dal destino in una gelida e uggiosa sera berlinese.

E quegli altri, che, man mano che la narrazione procede, si trovano a gestire gli spettatori seduti in platea e galleria.

In un’atmosfera sapientemente retrò, evocata dall’essenziale scenografia di Pierluigi Piantanida e scolpita con suggestioni caravaggesche dalle luci di  Marco Messeri, si muove, confusa e smarrita a punto giusto,danzando in un grottesco slow mentale una coppia di naufraghi del passato, di sfiniti relitti della Storia.

È stata la caduta del muri di Berlino, che ha seppellito, o forse -al contrario- dissotterrato le coscienze di Ingrid e Jacob, ma potrebbe essere stato qualsiasi altro accidente della Storia: la rivoluzione di ottobre, la caduta delle Torri Gemelle, la guerra del Kippur, lo sbarco in Normandia. Qualsiasi avvenimento, insomma, capace di costituire un cambiamento nella Storia, un giro di pagina che, puntualmente lascia piaghe nella carne e nella mente degli esseri umani che ne restano coinvolti e travolti.

Tanti interrogativi, si è detto.

Alcuni destinati a restare senza risposta alcuna: “È sicuro che il passato possa restare chiuso sotto chiave?

Altri, che, addirittura, ingenerano nei personaggi convinzioni del tutto soggettive e, quindi, fallaci. Abituata alla tetra burocrazia della dittatura proletaria insediata a Berlino Est,  Ingrid, scorgendo un enorme manifesto rosso della Coca Cola attaccato sul muro di un palazzo, si turba e si domanda se il vulnus più grave, per chi era abituato a vivere in un regime che tutto uniformava, sia essere trasportato in un nuovo mondo dove nulla è uguale, nulla è omologato.

Dove sia un mondo del genere, se non oltre i confini galattici, non è dato saperlo: non certo nell’attuale Occidente, nella versione.2 del capitalismo globale in cui le strade, le musiche, i modi di vestire, mangiare e bere stanno diventando gli stessi da Tumbuctù a Stoccolma, da Madrid a Sidney.

Di certo a me, e ad altri, alla fine dello spettacolo, solo una certezza, tra tanti dubbi, è rimasta nei pensieri: se non si è capace di liberarsi dentro di sé, con le proprie energie mentali e con il proprio cuore, l’unica, illusoria via di uscita sarà spiare la vita degli altri e, quando non ci sarà più nessuno da indagare in segreto, cominciare a spiare se stessi.

Di scenografia e luci si è già (positivamente) riferito in apertura. Oltremodo incisiva la recitazione, capace di rendere alla perfezione le straniate personalità dei personaggi, giusti i tempi della regia. Convinti gli applausi finali dell’esperto pubblico bresciano che, ancora una volta, ha gremito il Teatro Sociale.

di Stefano Massini
regia Silvano Piccardi
scene Pierluigi Piantanida
luci Marco Messeri
musiche originali Mario Arcari
con Ottavia Piccolo e Silvano Piccardi
produzione Arca Azzurra Teatro e Ottavia Piccolo

dal 29 novembre al 1 dicembre 2016 presso il Teatro Sociale di Brescia

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   GuittoMatto

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POST (anzi PRE) SCRIPTUM

Nel pomeriggio di oggi, presso il Foyer del Teatro Sociale, Ottavia Piccolo e Silvano Piccardi sono stati intervistati da Daniele Pellizzari. A fine conferenza Ottavia Piccolo ha accettato di rispondere a quattro brevi domande poste da Patrizio Pacioni. Le troverete nell’articolo che sarà pubblicato subito dopo di questo per “Goodmorning Brescia”.

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Lucilla è furiosa, ma non mente

Tra Lucilla Giagnoni e la tecnologia, benché questo spettacolo proprio sullo schema di un videogioco sia strutturato (con tanto di motivetto musicale di sottofondo alla Super Mario Bros), ci dev’essere qualcosa di pregresso.

La possibilità che l’illuminazione dello schermo di uno smartphone violi il sacro buio della platea, o addirittura che parta un’irriverente suoneria, sembrano infatti preoccupare l’attrice  fiorentina ancora e assai più di quanto non accada per i suoi colleghi.

Questa volta, però, questa piccola peculiare e simpaticissima fobia (se vogliamo chiamarla così) si risolve in un abile stratagemma funzionale all’introduzione del tema conduttore di Furiosa Mente: i livelli progressivi di difficoltà nei vari stati del gioco e, soprattutto, la necessità delle regole, l’indicazione netta su ciò che sia lecito e ciò che invece risulti vietato.

Togliete di tasca i cellulari. Adesso illuminate gli schermi e ruotateli. Scattate foto al palcoscenico e, se volete, fatevi anche qualche selfie” è l’invito che gli spettatori colgono di buon grado.

Subito dopo, però, spegneteli: chi non può resistere per i novanta minuti dello spettacolo con il suo Samsung, o il suo HiPhone acceso tanto vale che se ne torni a casa” è la rigida disposizione che impartisce subito dopo.

Perché, appunto, nella vita il “Guerriero” (sia esso maschio o femmina) deve percorrere il proprio cammino, se vuole mantenere qualche ragionevole speranza di arrivare felicemente fino al traguardo, osservando inevitabilmente le regole imposte dalla Vita e dall’Etica.

Una percorso virtuoso percorrendo il quale, dalla crudele guerra di Troia e dall’ancor più spierata ira di Achille su-su fino alla pace francescana del cantico delle Creature, che chiude la pièce come un inno alla speranza, si fa tappa e si prende ristoro nelle canoniche Virtù: la temperanza, la giustizia, la forza, la fede…

Il tutto con abbondanti riferimenti letterari, dall’Iliade all’Orlando Furioso, dalla  sofoclea Antigone al picaresco Don Chisciotte, che Lucilla interpreta con la consueta maestria.

Spettacolo articolato e complesso, allestito con grande fantasia e professionalità, ma non per tutti: che Lucilla Giagnoni sia un’artista di capacità rappresentative eccelse e con straordinaria presenza scenica, che sia un’autrice teatrale dotata di vastissimi orizzonti culturali, un’idealista del positivo e del giusto, è conoscenza nota.

Sembra però, almeno in questo caso, che la volontà didattica, favorita dalla struttura del monologo, prenda il sopravvento sullo spettacolo, probabilmente oltre le intenzioni della stessa Giagnoni, inducendola, tra l’altro, a un forse troppo evidente compiacimento delle proprie abilità attoriali.

Opera comunque non banale, assistita tra l’altro da una scenografia suggestiva e spettacolare, che sfrutta al pieno le enormi potenzialità dell’elettronica anche in ambito teatrale. Da parte mia, lo confesso, resto molto curioso di vedere, magari nel prossimo impegno, l’artista impegnata nella scrittura, o solo nell’interpretazione, di una pièce di

respiro narrativo più ampio e di rappresentazione più corale.

La mia è destinata a rimanere solo una speranza?

C’è un tempo per nascere e un tempo per morire; c’è un tempo per distruggere e un tempo per costruire. Ci sono tempi di crisi, momenti grigi della storia. E il nostro tempo? Forse è uno dei più straordinari che all’umano siano dati di vivere. Cadute le grandi ideologie di riferimento, stiamo vivendo uno degli eventi più incredibili che siano mai accaduti sulla Terra, uno dei grandi sogni dell’umanità, da sempre: la mondializzazione. Che sia questo il tempo di un passaggio evolutivo? La nostra Mente potrà espandersi? Intanto c’è il tempo della nostra vita, che non dobbiamo mancare. C’è il tempo per capire, prendere coscienza e scegliere, anche se scegliere vuol dire combattere una battaglia. La battaglia è la condizione dinamica della nostra esistenza. E il primo e vero campo di battaglia è sempre la nostra Mente: per muoverci con sapienza dobbiamo avere la vigilanza, la forza e la compassione dei “guerrieri”.

   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Al Sociale con tanti ballerini sul palcoscenico e un solo grande cuore

Un’altra serata da “tutto esaurito” questa sera al Teatro Sociale.

Una serata particolare, però. Sia perché il C.T.B. per l’ennesima volta punta sul sociale, fornendo un ulteriore appoggio alla causa del recupero dei reclusi attraverso la pratica della recitazione e della danza, sia perché la bravissima Giulia Gussago (che abbiamo intervistato qualche giorno fa proprio in vista di questo evento), per mettere in piedi lo spettacolo di danza presentato stasera, si è avvalsa, oltre che del performer Giannalberto De Filippis, degli allievi della sua Compagnia Lyria e di un certo numero di detenuti della Casa di Reclusione di Verziano.

Dello spirito di questo progetto abbiamo già ampiamente riferito nel suddetto articolo al quale vi rimandiamo nel caso non l’aveste ancora letto (https://cardona.patriziopacioni.com/il-teatro-apre-i-lucchetti-e-allarga-le-sbarre/); oggi, dopo averlo visto, ci si occupa più da vicino dello spettacolo.

Bene, vi dico subito che l’abilità di Giulia Gussago nel predisporre coreografie di grande effetto scenico ed emotivo ma di non altissimo quoziente di difficoltà, come si addice a una rappresentazione del genere, è davvero mostruosa.

Per più di un’ora, seguendo il fil rouge dei sonetti shakespeariani, si sono alternati momenti di riflessione, di autentica poesia, di pittoresca denuncia e di un grandissimo coinvolgimento emotivo che, dopo avere permeato gli interpreti sul palco, si è trasmesso con pari efficacia agli spettatori. 

Si comincia con il sottofondo dell’ “Imagine” di John Lennon sapientemente adattata alla bisogna e una danza languida ed elastica. Aumenta poi gradualmente il ritmo con la musica hispanico-latino-americano, fino a trasformare una scena che più corale non si può in un autentico happening che mescola in parti armoniche, nei movimenti dei ballerini, gioia, rabbia, speranza di riscatto, voglia famelica di vita e liberazione dionisiaca dei sensi.

È nella forza rivoluzionaria e catartica dell’Arte, che si cerca e si può trovare la salvezza comune. Nella condivisione, nella collaborazione, nell’aiuto reciproco.

È un grido rivolto al pubblico e in platea e al mondo, un anelito di libertà che nessuna sbarra, nessun catenaccio può tenere chiusa in una cella.

 Giulia Gussago e Giannalberto De Filipipis salutano il pubblico a fine spettacolo.

Si conclude con un tripudio di colori, con tanti applausi con lacrime di pura emozione che rigano il volto di questo o di quel detenuto, uomini e donne per una volta a contatto, impegnati a costruire qualcosa d’importante insieme senza la divisione di genere inevitabilmente imposta dal sistema di pena.

E in chi esce dal sociale, rimane una sensazione positiva, un ricordo confuso dal tanto, dal troppo che si è visto e che si è infiltrato nell’anima e nel cuore.

Parole che restano caparbie a fluttuare tra i pensieri, più o meno così…

 Ho reso l’idea?

Per chi era con me al Sociale, poco, fa, probabilmente sì.

Per gli altri: andate a vedere uno spettacolo di Giulia Gussago … e capirete.

 

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  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Per aprire i lucchetti e allargare le sbarre… ci vuole la danza.

Come ben sapete, su questo blog di “cultura in carcere”si è parlato tanto e spesso.

Ciò è avvenuto sia a seguito dell’avvio della collaborazione tra Patrizio Pacioni e la Compagnia Stabile Assai, sia dell’intensa attività effettuata in tale ambito dallo scrittore romano, sfociata oltre che i diverse conferenze sul tema, a numerosi incontri “letterari” tenuti all’interno della Casa Circondariale di Busto Arsizio.

A ciò si aggiunge la realizzazione del film “Il Lettore” scritto con Fabiana Cinque per la regia di  Martina Girlanda e  recitazione del Gruppo Angelo, appunto della Casa Circondariale di Busto (fruibile in Rete a questo link:  (https://www.youtube.com/watch?v=JbKHLpbXSBk).

Con queste premesse, inutile dire che apprendere la prossima rappresentazione al Teatro Sociale di Brescia di La causa e il caso non poteva non attirare il nostro interesse. 

Da qui l’intervista con Giulia Gussago che ne è stata la creatrice, l’anima e la realizzatrice.

Giulia, come ti sei decisa a portare anche in carcere la tua esperienza di danza?

A muovermi, a partire dal 2011, fu la forte (e sempre presente in me) curiosità della vita e della sperimentazione personale. Perché per me è questo, l’Arte: un modo diverso di conoscere il mondo. Mi ricordo che, partecipando a un convegno attinente all’ambiente carcerario, mi chiesi cosa potesse significare, per un essere umano, essere costretto a vivere in stato di reclusione

Hai incontrato difficoltà a cominciare e svolgere il tuo lavoro nel carcere di Verziano?

Per niente: per la Direttrice, Francesca Paola Lucrezi, i recupero dei detenuti attraverso l’Arte è sempre stata una certezza

Quindi stiamo parlando di danza-terapia…

No. Stiamo parlando solo ed esclusivamente di Danza, e basta. L’Arte, qualsiasi tipo di Arte, è di per sé terapeutica a tutti i livelli, quindi non ha bisogno di suffissi da ospedale

Qual è la filosofia che anima questa parte della tua attività?

L’annullamento delle barriere tra chi è dentro e chi è fuori. La danza ha in é le caratteristiche necessarie per offrire tutto quanto è necessario al processo creativo. Si tratta di un percorso di avvicinamento attraverso un’esperienza accessibile a tutti: non c’è nessuna distinzione tra ciò che possono fare i reclusi e  chi è in libertà. Un atteggiamento del tutto analogo a quello che ho utilizzato anche con i disabili

Che riscontro ha ricevuto la tua proposta da parte dei detenuti?

Si è trattato di un’adesione spontanea ed entusiasta: purt trattandosi, per la stragrande maggioranza di uomini e donne che non hanno avuto esperienze precedenti, mi è capitato di scoprire alcuni autentici talenti

Inevitabilmente, come universalmente noto, all’interno dei carceri tendono a replicarsi le stesse strutture gerarchiche proprie di ambienti malavitosi esterni. Mi chiedo se anche nel gruppo o nei gruppi che s’impegnano in attività artistiche…

Per quanto riguarda la mia esperienza, non ne ho trovato la benché minima traccia tra “i miei”: credo che a ciò abbia contribuito, oltre al generale amore di quell’armonia tipica della danza cui mal si attagliano rapporti di prevaricazione-sottomissione, l’introduzione di persone esterne all’ambito carcerario

Ecco, sulla base di quest’ultima frase, veniamo alla composizione del gruppo di questo spettacolo.

Io e Giannalberto De Filippis danziamo in scena con 35 danzatori non professionisti, di cui 27 “esterni” e 8 tra detenuti e detenute. Sì, uomini e donne insieme, perché una volta entrati nello spirito di questo progetto artistico, ogni barriera viene meno. Il gruppo iniziale (da novembre a oggi) era composto di 50 con una prevalenza numerica tra i detenuti, in linea con la composizione della popolazione di Verziano, di non-italiani

Qual è il futuro che ti auspichi, riguardo a questo aspetto della tua molteplice

Il futuro non so. Il mio sogno è quello di portare questo spettacolo, ed eventuali altri che verranno, fuori dalle mura del carcere in modo stabile, effettuando una vera e propria tournée

Parlami dei tuoi rapporti con il C.T.B., grazie al quale lo spettacolo, venerdì prossimo, sarà al Teatro Sociale.

Quanto a questo ho trovato una disponibilità incredibile e immediata: l’attuale dirigenza del C.T.B. (non solo in questa occasione) dimostra una grande (e nuova) attenzione al territorio. È rarissimo che un teatro stabile si presti a sostenere un progetto del genere. Il nostro primo contatto con l’Ente Teatrale Bresciano è stato Andrea Cora che ci ha presentato a Bandera. Con il Direttore Artistico, ricevendo l’appoggio incondizionato del Presidente Carla Boroni, sono state esaminate e risolte le criticità tecniche e operative

Ultima domanda (anche se  avrei da fartene moltissime altre). Si sono verificati, nell’ambito di un percorso di questo tipo e di così forte suggestione emotiva, episodi particolari che puoi raccontarci?

Ricordo che, il giorno successivo alla morte di Pannella, un detenuto che sta scontando una lunga pena, ha chiesto con la voce rotta dall’emozione  un minuto di silenzio e un applauso per l’impegno civile di Pannella che è stato vicino ai carcerati  più di altri. Un altro detenuto, riferendosi alla serietà con cui conduco le prove, mi ha regalato un mazzo di fiori di carta dicendomi: “Mi sgridi perché mi vuoi bene come me ne volevano mia madre e mio padre”. Beh, cos’altro avrei potuto fare se non commuovermi fino alle lacrime

     La causa e il caso

Lo spettacolo è l’esito finale dei laboratori creativi annuali svolti nell’ambito del Progetto Verziano_incontra da novembre 2015 a giugno 2016 presso diverse sedi cittadine, la Casa di Reclusione di Verziano, il Teatro Sociale e SpazioLyria.

I laboratori e le attività di creazione sono condotti da Giulia Gussago, direttore artistico del progetto, con l’intervento del danzatore Giannalberto De Filippis. Al percorso partecipano cinquantaquattro persone, liberi cittadini e detenuti delle sezioni maschile e femminile della Casa di Reclusione, tutti non professionisti, offrendo il proprio contributo al processo creativo.

Lo spettacolo La causa ed il caso è liberamente ispirato ai Sonetti di William Shakespeare i quali rappresentano, per ogni partecipante, un prezioso spunto per riflettere e rielaborare la propria esperienza. Le intense parole di Shakespeare e quelle scritte dai performer si intrecciano e si confondono per dare vita ad un’imprevedibile rilettura dell’opera del grande maestro, oltre che suggerire temi e percorsi per la creazione del materiale coreografico.

LA CAUSA ED IL CASO

Ideazione e coreografia Giulia Gussago
Direzione musicale Alessandro Siani e Giovanni Ferrazzi
Performance sonora Giacomo Brambilla
Luci Sergio Martinelli
Performer Giannalberto De Filippis e Giulia Gussago
con Margherita Andeni, Barbara Bonetta, Monica Bottali, Stefania Caldognetto, Francesco Cancarini, Raffaella De Masi, Valentina Fanelli, Silvia Francesconi, Valentina Inchingolo, Alice Luterotti, Lucia Mazzacani, Federica Morandi, Laura Omodei, Elena Otelli, Chiara Pedrini, Mariantonia Piotti, Rossana Ranzetti, Marco Rossetti, Susi Ricchini, Anna Riviera, Erica Serlini, Elena Silvestri, Aurora Sorsoli, Giovanna Vezzola, Michela Volpe, Sandra Zanelli, Arturo Zucchi
e gli ospiti della Casa di Reclusione di Verziano
Amrinder, Dario, Maria, Mercedes, Mohammad, Said, Kuljit e Zio Said
Hanno inoltre partecipato al laboratorio
Ahmed, Asia, Cristian, Dario, Eleonora, Erion, Fernanda, Fiorenza, Jawad, Jisset, Lacine, Laura, Miriam, Paola, Roberto, Silvia, Valeria, Valeria Cristina e Viviana
 
Fotografo di scena Daniele Gussago
Trucco e acconciature a cura di CFP Zanardelli
Si ringraziano per la preziosa collaborazione Chiara Luini, Sabrina Schivardi, Stefania Talia
Un particolare ringraziamento al Direttore della Casa di Reclusione Verziano Brescia Francesca Paola Lucrezi e a tutto il personale dell’Istituto
 

  è coreografa, danzatrice della Compagnia Lyria.

Si forma alla scuola professionale di danza di Milano, al London Contemporary Dance School di Londra e a Parigi, con insegnanti quali Carolyn Carlson, Mathilde Monnier, Jean- Francois Duroure e Isabelle Duboulouse. Dal 1990 svolge un’intensa attivitò didattica presso studi di danza, tra cui “Studio Arabesque” e “Studio 76” di Brescia, “Invito alla danza” di Barletta, “obiettivo Danza” di Piove di Sacco (PD), “Arabesque Dance Center” di Rimini, e scuole pubbliche e private di diverso ordine e grado.

 

 Valerio Vairo

Categorie: Teatro & Arte varia.