Streghe: mostri… oppure dottoresse?

Più o meno, la storia è sempre la stessa: ciò che non si conosce, al tempo stesso attira e respinge, da una parte incuriosisce, dall’altra… fa paura.

E la paura, com’è noto, molto spesso si rivela un pessimo consigliere.

Così, negli anni più oscuri di un’epoca oscura quanto fu il Medioevo, in un mondo tormentato da miseria, carestie, epidemie e guerre, dunque da ogni tipo di flagelli naturali e di origine umana, primo tra tutti quello, terribile, dell’ignoranza e della superstizione, la scelta più facile era lì, a portata di mano. In un sanguinoso delirio collettivo, gran parte dei mali fu caricata sulle streghe, creature eccentriche, solite vivere ai margini di città e villaggi e della cosiddetta “società civile”.

Del resto il nome stesso di strega, derivato con ogni probabilità da stryx, un uccello notturno cui veniva attribuita l’inquietante attitudine di nutrirsi succhiando il sangue dei bambini nella culla, come un vampiro, la dice lunga su ciò che le credenze popolari finirono con l’attribuire ben presto a questa figura femminile. 
In realtà, molte di queste donne a loro modo anti-sistema, coltivavano interesse per la natura, per le erbe ed altri rimedi, sostituendosi in moltissime occasioni, nella cura di uomini e animali, ai più costosi “dottori”: a esse ci si rivolgeva per curare febbri e altri malanni, per praticare aborti e per avere consigli sulla contraccezione.

Certo, per arrotondare le entrate, di tanto in tanto ci stava pure la preparazione di qualche filtro d’amore o la messa in scena di qualche oscura “fattura”, a base di sangue di pipistrello e code di lucertola… ma questa è tutt’altra storia. 

   LO SPETTACOLO

Al Santa Chiara Mina Mezzadri in  prima nazionale, fa parte del progetto pluriennale IdentitàBs, mirato alla riscoperta e alla valorizzazione del territorio attraverso il ricorso a talentuosi teatranti nati e/o formati in loco. 

L’ambito è bresciano. Per meglio dire, la vicenda (raccontata in qualità di autore e di regista da Marco Ghelardi) si svolge in Valle Camonica, sito -ahimé- tra i più attivi d’Italia nell’individuazione, escussione e combustione delle streghe, a cavallo del 1520.

Due donne le protagoniste: Angela e Biscia, lontanissime tra loro per censo, formazione culturale ed estrazione sociale, che s’incontrano per motivi “clinici”: la prima, cittadina senza problemi economici ma affetta da una malattia anomala quanto insidiosa, refrattaria ai rimedi proposti dalla medicina tradizionale del tempo, viene infatti affidata (spes ultima dea) alle cure della seconda che, per approfittare della situazione, s’improvvisa guaritrice.

Entrambe le donne, però e ahimé, sono però “troppo avanti” per i tempi, cosicché, inevitabilmente, il loro consorzio è destinato a interrompersi ben presto. Una, la più ricca, riuscirà comunque a trovare una via d’uscita, l’altra, invece…

Venendo allo spettacolo, anticipo subito che si è rivelato un ottimo biglietto da visita per la presentazione di questa nuova stagione targata C.T.B.

Se è vero che «chi canta prega due volte», come diceva Sant’Agostino, assistendo a Curamistrega si può tranquillamente affermare che  «chi canta recita moltissime volte».

Prima di tutto perché le voci ben intonate e ben accordate tra loro di Monica Ceccardi (Biscia) e Silvia Quarantini (Angela) introducono cantando la narrazione e ne sottolineano con grazia (con ampi meriti da riconoscere alle suggestive melodie e agli effetti sonori creati da Mimosa Campironi) i passi più significativi. In secondo luogo perché, con grande versatilità e con sorprendenti credibilità ed efficacia, le due attrici impersonano, oltre ai due principali, un gran numero di personaggi complementari.

Eccellente il gioco di squadra, il loro, con la partenza spumeggiante di Monica Ceccardi (deliziosa nei movimenti di Biscia, degni dei sornioni ammiccamenti del Jack Sparrow di Johnny Depp) e l’interpretazione di Silvia Quarantini che parte piano per consolidarsi ed esprimersi al meglio (come il motore di un diesel di lusso) con la prosecuzione dello spettacolo.

Pulita, ordinata e fantasiosa la regia di Marco Gherardi (anche autore del testo) ed essenziali, ma di perfetta resa scenica, le scene e i costumi di Domenico Franchi. Eccellente, come sempre, la gestione delle luci opera dell’esperto di casa Cesare Agoni, insieme a Sergio Martinelli.

Eccellente la soluzione scelta per il finale, anche se il messaggio di speranza che si vorrebbe far passare con l’ultima canzone fatica a dirottare il senso di una storia che, nella generalità degli spettatori, mi è sembrato lasciare invece un rintocco cupo e poco incline alla speranza.

«Per me no» si canta in una canzone, allegra e spensierata solo in superficie.

«Il mio maestro è il mondo» è il ritornello dell’altra.

Ma, con il mondo che ci circonda in questo difficile momento della storia che, probabilmente, nonostante il progresso delle scienze, si sta rivelando non meno violento di quello del ‘500, nelle faville del rogo finale si fatica a intravvedere riflessi di speranza.

Perché se le cose non cambieranno, e devono cambiare al più presto, di questo mondo resterà solo grigia e sottile cenere.

Così, almeno, è arrivato a me.

La realtà, ciò che conta davvero, però, è che, quando cala il sipario, meritatissimi, prolungati e convinti, scrosciano gli applausi di tutti gli spettatori del Santa Chiara Mina Mezzadri.

E la magia stregata del Teatro si perpetua.

 

TESTO E REGIA DI MARCO GHELARDI
MUSICHE ORIGINALI ED EFFETTI SONORI MIMOSA CAMPIRONI
SCENE E COSTUMI DOMENICO FRANCHI
LUCI CESARE AGONI E SERGIO MARTINELLI
CON MONICA CECCARDI E SILVIA QUARANTINI
PRODUZIONE CTB CENTRO TEATRALE BRESCIANO

 

 Brescia – Teatro  Santa Chiara Mina Mezzadri dal 22 al 24 settembre 2017 

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (51) – Quando a recitare è l’anima della città

Non ci si accontenta di portare l’eccellenza del Teatro a Brescia.

Non è più sufficiente avvicinare alla prosa un sempre maggior numero di bresciani.

Non basta più neanche, come già fatto più volte in passato, portare il teatro in strada, a diretto contatto con la gente.

Con ƎVOLUTIOͶ City Show – Brixiae editio, nelle non celate intenzioni del CTB, la vera, rivoluzionaria evoluzione, appunto, è quella di trasformare lo stesso centro di Brescia in un grande, dinamico teatro a cielo aperto. E di fare la città stessa, insieme alla nidiata di giovani attori che recitano negli anditi più caratteristici e suggestivi, la vera protagonista di uno spettacolo complesso e articolato.

Stasera ho assistito all’anteprima riservata agli “addetti ai lavori”, prima che, domani alle 21, come direbbe Massimo Decimo Meridio, arrivi l’atteso segnale che scatenerà l’inferno.

Il “percorso” che ho avuto la sorte e la fortuna di seguire è stato quello blu, dal titolo Brescia, Storia di uomini – IL SECONDO DILUVIO, con Alberto Onofrietti e Antonio Palazzo.

Il fil rouge è costituito da una ipotetica seconda grande alluvione (“raccontata” negli auricolari dell’audio-guida, come in una specie di telecronaca inquadrata dall’alto, a mezzo di una sky-cam,) per mezzo della quale un Creatore piuttosto rancoroso offre all’uomo un’ultima possibilità di salvezza. Questa volta, però, un’eventuale riscatto del genere umano non dipenderà tanto dall’amore, ma da una corretta interpretazione e gestione dell’errore. Attraverso l’apocalittica narrazione, si passano in rassegna alcuni importanti momenti/episodi della storia cittadina che abbiano avuto protagonisti di genere maschile.

Lo spettacolo è costituito da una performance teatrale itinerante prodotta dal CTB Centro Teatrale Bresciano con il contributo della Regione Lombardia, progetto “Cult City”, con il contributo del Comune di Brescia, il patrocinio della Fondazione Cariplo e in collaborazione con LABA – Libera Accademia di Belle Arti di Brescia.  Si svolgerà su un percorso («in cui le stratificazioni temporali della città di Brescia sono ancora ben visibili» recita il comunicato stampa) di circa un chilometro, con partenza e arrivo in Piazza della Loggia, un chilometro lungo Via dei Musei: un percorso 

  

Così si parte dagli antichi guerrieri barbari (visti in chiave guascone) rozzi ma capaci di rovesciare un Impero Romano ormai irreversibilmente in declino, per passare al vescovo Berardo Maggi conte di Bagnolo Mella, marchese di Toscolano e duca della Valcamonica alle prese sia con contendenti esterni (Teobaldo Brusato) che interni (la propria famiglia, con il fratello Matteo in testa). 

La citazione del Grande Dittatore di Chaplin lascia subito intuire quale sia lo spirito (in gradevolissimo equilibrio tra il serio e il faceto) che anima lo spettacolo.

Arriva poi il Conte Diavolo, al secolo Galeano Lechi, in cui s’incarnano le pulsioni e gli aneliti di libertà post rivoluzionari e napoleonici: altra narrazione volutamente e deliziosamente sopra le righe, in cui anche episodi oscuri, come l’assassinio di Febbrari e di Bragadin sfumano in una narrazione di sapida ispirazione popolare.

A introdurre convenientemente questo secondo “quadro” una reinterpretazione neo-romantica e deliziosamente anacronistica della canzone Felicità portata al successo da Al Bano e Romina Power .

La terza scena vede contrapposta la tradizionale solidità contadina del bresciano allo spirito del ‘900, il secolo lungo che, oltre al progresso, finì per regalare all’Umanità due guerre sconvolgenti e distruttive. Sono i vagheggiamenti futuristici, d’ispirazione chiaramente Verniana di Giovanni Tempini, rampollo di una famiglia di fabbricanti di armi e fideisticamente convinto dell’onnipotenza della tecnologia a preparare il terreno al rapido processo d’industrializzazione che, in pochi anni, mutò significativamente l’assetto del territorio.

Ed è proprio la ferita sanguinosa e inguaribile che squarciò il cuore di Brescia, con il sacrificio di 7.149 ragazzi, di cui molti appartenenti all’indimenticabile classe ’99,  a chiudere il percorso: un reduce racconta con toni esacerbati la disillusione post bellica, la crudeltà di un immane conflitto che non possono riuscire a nascondere le fanfare e la retorica della vittoria.

Si comincia ridendo, si finisce con molte riflessioni e un pizzico di amarezza. Vale a dire esattamente ciò che molto spesso, anche a fasi invertite, capita sia sul palcoscenico… che nella vita.

 

Il percorso blu riempie gli occhi e il cuore, questo è poco ma sicuro. A giudicare dagli applausi che, trattenuti dalla profonda immedesimazione in cui sono coinvolti i peregrinanti spettatori, finalmente erompono nel saluto finale in Piazza della Loggia, credo di poter affermare senza tema di smentita, che anche gli altri “colori” siano riusciti in modo altrettanto positivo.

Premesso (doverosamente e con assoluta convinzione) che i due del percorso da me seguito, vale a dire Alberto Onofrietti e Antonio Palazzo, sono apparsi davvero ispirati, dando vita a una recitazione incisiva e sempre sui giusti toni, andrò naturalmente a seguire anche le altre quattro “sezioni”.

E invito a farlo tutti coloro che, amanti del teatro, o della città, o di entrambi,  ne avranno occasione, nei prossimi giorni.

 

Il pubblico è diviso ogni sera in cinque gruppi tematici che affrontano i loro percorsi intrecciando le rispettive traiettorie

La regia è di Fausto Cabra con la collaborazione di Marco Angelilli e Silvia Quarantini, drammaturgia dei testi di Marco Archetti con la collaborazione di Silvia Quarantini. Progetto sonoro è a cura di Edoardo Chiaf, le musiche originali composte da Mimosa Campironi, scenografie di Andrea Anselmini e Andrea Gentili con la collaborazione degli allievi di Scenografia della LABA Libera Accademia delle Belle Arti. 

 

   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Mioddio, My-day, ma dai… MEDEA!

   La tragedia di Euripide 
La tragedia greca (scritta da Euripide per le Grandi Dionisie del 431 a.C. e considerata una delle più significative tragedie classiche) comincia con la vecchia Nutrice che riassume quanto accaduto… nelle puntate precedenti: dopo la conquista del vello d’oro nella Colchide (narrata ne «Gli Argonauti» di Apollonio Rodio), Medea e Giasone si trasferiscono a Corinto, insieme ai due figli. Dopo qualche anno di convivenza, però, Giasone (eroe stanco e imbolsito in cui affiorano bassezza e meschinità da uomo qualunque) decide di ripudiare Medea per convolare a nozze con Glauce, non solo più giovane e fresca di sua moglie, ma anche (e non è cosa di poca importanza) figlia di Creonte, re di Corinto: una condizione che, da sola, potrà consentire a Giasone di salire al trono.
Medea, però, non è donna che possa tollerare di ricevere, da un uomo al quale ha donato tutto il proprio amore e la propria passione, ma che si è rivelato meschino, decidendo di ripudiarla per la “carriera”: lo dice il suo stesso nome, che, derivando dal verbo medèomai (curare attraverso erbe e pozioni magiche), indica la sua natura di “maga, strega”. Non per nulla, qualora non lo ricordaste, era stata lei a preparare il filtro servito per narcotizzare il drago posto a guardia del mitico Vello d’Oro, lei a tradire suo padre e a uccidere il fratello per poter seguire Giasone. Medea è la passione barbara, ferina; Medea è la rabbia che non si placa se non con la vendetta; Medea è la minaccia che viene da lontano, è la creatura aliena capace di amare e di odiare fino all’autodistruzione. Inutili, dunque, i tentativi di Giasone di far accettare alla moglie la sua decisione. Inutile la precauzione adotatta dal re Creonte che, temendo il peggio, decreta l’immediato esilio della donna. Ottenuto con una scusa il rinvio della partenza, sia pure per un solo giorno, Medea  fa pervenire alla rivale Glauce, come dono nuziale, un mantello intriso di potentissimo veleno. La giovane figlia del Re lo indossa, morendo tra atroci dolori.
Poi l’incontenibile ira di Medea si abbatte anche sui figli.

    Lo spettacolo 

Dunque, come già detto, a oltre vent’anni di distanza dalla rivoluzionaria direzione di Luca Ronconi nel 1996,  con il riallestimento e la rivisitazione effettuati per l’occasione da Daniele Salvo, Franco Branciaroli rende omaggio al Maestro scomparso nel 2015, tornando a vestire i panni della selvaggia Medea nella nuova edizione di una vera e propria gemma e di un solido punto di riferimento della storia del Teatro contemporaneo italiano.

Il Male, il Bene, Dio e Satana, sono entità sprovviste di identità sessuale, comprendendole in sé tutte. Così come l’amore, l’odio, la speranza, la disperazione… e la minaccia di ciò che è alieno, in cui, amava dire Ronconi,  «si può identificare senza tema di sbagliare, il personaggio di Medea»..

     

  

 (foto di scena scattate da Umberto Favretto ph) 

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Su uno schermo è proiettata l’immagine di un cuore che palpita, nudo e sanguinante, sotto i ferri del chirurgo.

Sull’altro, un paesaggio spoglio, quasi desertico.

E il canto straziato e straziante di una donna che erompe dal mare Mediterraneo, non importa da quale sponda, cristiana o musulmana, tanto il sale nell’acqua ha lo stesso dosaggio.

È così che comincia a Medea di Ronconi e di Branciaroli, un’autentica celebrazione liturgica, officiata sulle assi del palcoscenico che, fin dall’inizio, preannuncia sacrifici umani., autentici o mistici, solo questo è da scoprire. sia gli uni che gli altri, in realtà, al tirare delle somme.

E di Medea, all’inizio, si ode solo la voce fuori-scena: lamentosa, malmostosa, sgradevole quanto può esserlo il lamento di qualcuno che non siamo noi.

Poi comincia il gioco sottile e complesso al tempo stesso delle tante contaminazioni che intarsiano la narrazione.

Euripide è sempre presente in scena, certo, eccome, ma sembra tirarsi in disparte, a volte,  di fronte agli aspirapolvere manovrati dalle donne del coro, a un lettino da ginecologo con tanto di paradosso di uomo incinto, alle rivisitazioni di melodie che occhieggiano, neppure troppo discretamente, a Battisti e ai Procol Harum, alle divise dei soldati del Re agghindati come picciotti di Cosa Nostra.

L’antica Grecia allarga i suoi confini fino a sovrapporli a quelli dell’Europa, dell’intero Occidente, con il Potere che cala dall’alto scendendo con maestoso impaccio i gradini di una scala che fa bella mostra di sé al lato del palcoscenico: ingloba nella rabbia ferina di Medea il fermento degli sradicati, per forza o per scelta, dal territorio, dalle tradizioni, dalla propria religione, fate voi.

E finalmente eccolo, Branciaroli, maestro del gesto, della voce (anzi, delle voci) e della presenza scenica, capace di assommare alla propria arte le parti più significative della funambolica recitazione che fu patrimonio di Carmelo Bene.

Incombe sul pubblico, lo strega, ispira tutti gli altri attori senza mai prevaricare, indirizza tempi, ritmi e atmosfere anche quando non è in scena.

Nella sontuosa sceneggiatura di Ronconi tutto è fedele al testo classico, tutto lo tradisce. A cominciare dal coro, che prima blandisce la sete di vendetta della barbara tradita, la esalta, poi, ma solo quando ormai è troppo tardi, spaventato, cerca timidamente di moderarla.

L’umiliazione, il rancore, soprattutto la rabbia cieca e animale che “chi sta sopra” cerca invano di tenere sotto controllo.

«Ti sarebbe bastato adattarti senza recalcitrare alle decisioni  che qualcun altro ha preso per te» ricorda alla moglie, che ha ferito mortalmente, Giasone, l’eroe-cialtrone, con il meschino buonsenso dei vigliacchi.

Sul finire, non casualmente si abbassano le luci sul palcoscenico, così come, rapidamente, si va spegnendo il lume della ragione: Medea teme e soffre lei per prima l’atrocità di ciò che sta per compiere, ma dice a se stessa, come capita a ciascuno, almeno una volta nella vita, che «la passione sa essere più forte della ragione».

La prima parte della strage è compiuta, ancora più atroce nella narrazione a cose fatte che ne fa il precettore, sconvolto da tanto sangue e tanta violenza.

Quanto alla seconda, ancora più atroce, l’uccisione dei propri figli s’intravede dietro uno schermo, con richiami non troppo nascosti a quelli della finestra dell’hitchcockiano “Psycho” dietro cui si celava la doppia personalità del folle Norma Bates. Nel dramma lacerante di Medea si riassume e si sublime quello di quelle mamme assassine di cui sono disseminate le contemporanee cronache di nera.

Si conclude, dopo la chiusura del sipario, con una ripetuta e convintissima chiamata in scena degli attori a suon di applausi.

E con una nota che, per sdrammatizzare un po’ (e credete, non è così facile nella recensione della madre di tutte le tragedie e nella tragedia di molte madri):

IN QUESTO SPETTACOLO NON SONO STATI MALTRATTATI BAMBINI

Chi assisterà a questa sorprendente e stimolante rappresentazione…. capirà.

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   Il Mattatore 

«Mi raccomando, il pubblico deve ricordarsi sempre, per tutto il corso dello spettacolo, che Medea è un uomo» affermò Branciaroli nel ’97, alla vigilia della rappresentazione romana della tragedia di Euripide (Teatro Quirino).

«Che ci sono io, coi bicipiti un po’ da camionista, dentro la parte. Voglio dire che quelli che stanno in sala non devono farsi fregare dalle convenzioni, come invece succede al coro di Euripide, che qui non può accorgersene e che, naturalmente, crede di avere a che fare con il personaggio vero, la donna tragica di Euripide»

«Io non interpreto una donna, sono nei panni di un uomo che recita una parte femminile, è molto diverso. Medea è un mito: rappresenta la ferocia della forza distruttrice» fa presente oggi.

«Lei è un essere smisurato, che usa un potere sinistro, usando la femminilità come maschera, per commettere una serie mostruosa di delitti: non è un caso che la prima a cadere sia una donna, la regina, la nuova sposa di Giasone»

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MEDEA di Euripide  (traduzione Umberto Albini) regia di Luca Ronconi ripresa da Daniele Salvo scene Francesco Calcagnini riprese da Antonella Conte Costumi di Jacques Reynaud ripresi da Gianluca Sbicca luci di Sergio Rossi riprese da Cesare Agoni con: Antonio Zanoletti, Alfonso Veneroso, Tommaso Cardarelli, Livio Remuzzi, Elena Polic Greco, Elisabetta Scarano, Serena Mattace Raso, Arianna di Stefano, Francesca Maria, Odette Piscitelli e Alessandra Salamida, Raffaele Bisegna e Matteo Bisegna produzione CTB Centro Teatrale Bresciano – Teatro de Gli Incamminati – Piccolo Teatro di Milano Teatro d’Europa

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dal 9 al 21 maggio al Teatro Sociale di Brescia.

 

 

  GuittoMatto

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Goodmorning Brescia (38) – Nel Foyer del Sociale si parla di amore e altri disastri

Più che uno slalom un campo minato, con il terreno scivoloso e il precipizo da un alto.

Forse da entrambi i lati.

Almeno è così che la vede il professor Giancarlo Tamanza, docente di Psicologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, preoparatissimo quanto brillante conferenziere di “Rischi e pericoli nella relazione di coppia”, secondo incontro correlato allo spettacolo «Le relazioni pericolose», prodotto dal CTB Centro Teatrale Bresciano in scena al Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri fino al 14 maggio 2017, inserito ne ”I pomeriggi al CTB” (ciclo di incontri promossi dal Centro Teatrale Bresciano, a cura della prof.ssa Lucia Mor, docente di Letteratura tedesca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

«La coppia è un organismo vivente, sottoposta a influenze esterne e alla continua ricerca di un equilibrio interiore, dunque, inevitabilmente, in continua evoluzione»  spiega il professor Tamanza.

«Si tratta del basilare e più primordiale consorzio tra persone, che, proprio per questo, a prima vista può apparire di semplice comprensione e, quindi, di agevole gestione» aggiunge subito dopo, apprestandosi ad approfondire il discorso con il supporto di suggestivi  e centrati supporti visivi.

«La realtà, invece, e ve lo dice uno che per mestiere le coppie le incontra nei momenti più difficili che attraversano le relazioni, le vicissitudini di coppia sono tra le situazioni di vita in cui si può sperimentare il dolore più acuto»  avverte, passando poi alla prima diapositiva.

1.

 

Nel momento stesso in cui due persone decidono e convengono di dare vita a una coppia, si crea un’area comune, in cui ciascuno dei due conferisce una parte della propria identità personale, che può essere più o meno estesa. Se l’area condivisa resterà “sottosoglia” si correrà il rischio di un rapporto destinato a viaggiare a livelli epidermici, se sarà troppo estesa, invece, arrivando quasi a far coincidere le aree dei due cerchi, potrà risultare soffocante, per uno dei component o anche per entrambi.

2.

La coppia rassomiglia a un meccanismo a incastro: le parti devono combaciare tra loro ma mantenendo un”gioco” adeguato a non irrigidire troppo il rapporto, destinandolo all’immobilismo. Insomma, un incasso troppo parziale alla lunga non tiene, un incasso globale e globalizzante soffoca. Ciò cui va prestata la massima attenzione, dunque, è saper adattare le rispettive “penetrazioni” e “accoglienze” facendo in modo che gli spazi di contatto, a seguito del percorso di evoluzione personale o a causa dell’intervento di agenti esterni, si allarghino o si restringano troppo.

3.

La scelta d’amore sembra la più semplice, la più spontanea e la più casuale tra tutte. In realtà non è affatto così: per arrivare a quella scelta si parte dalla “storia” personale (intesa come provenienza familiare e culturale, come formazione, come esperienze di vita vissuta) che sommandosi alla componente attrattiva estetico-erotica, quasi sempre a totale insaputa anche degli stessi protagonisti di un rapporto di coppia, finisce per determinare l’individuazione del partner ideale.

Ma non finisce qui.

 

 

Infine, avvalendosi di coincise ma indicatice tabelle, il Professore passa in rassegna i (non pochi e non lievi) rischi che nasconde una relazione, servendosi anche (e questa è una novità) di suggestivi disegni che forniscono spunto agli ulteriori ragionamenti sul tema.

Nello spazio-domande, un arguto “provocatore” chiede se, vista la tempistica del manifestarsi e dell’evolversi di una “crisi di coppia” sempre in agguato, probabile, più che possibile, chiede se la strategia giusta non sia quella di innamorarsi con convinzione solo in tarda età, quando la scarsità di tempo a disposizione faccia in modo che il famigerato “settimo anno” (o chi per lui, finisca per non arrivare.

Tamanza appare colto alla sprovvista, ma solo per un attimo.

«Osservazione interessante», ribatte infatti, dopo una brevissima riflessione.

«Io penso, però, che sia ancora meglio innamorarsi più volte della stessa persona e, ogni  volta, ricominciare da capo».

Grande colpo di teatro.

Dopotutto ci troviamo nel Foyer del Sociale… o no?

  Bonera.2

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Al Santa Chiara c’è un Santo Assassino

Giuliano, storia di un assassino involontario è uno spettacolo inserito nel cartellone 2016/2017 Centro Teatrale Bresciano nell’ambito della rassegna  La palestra del teatro – Drammaturgie del presente, ideata e promossa dal CTB, con il  contributo di Fondazione ASM Gruppo A2A di Brescia.

La palestra del teatro, comprendente tre aree tematiche (Genere Umano, Radici, Questioni di famiglia) è suddivisa in sette spettacoli (tutti in scena presso il Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri) tra i quali è compresa una produzione CTB ed è mirata al coinvolgimento di nuovi spettatori nell’ottica del confronto e della crescita civile.

 

LA STORIA

«Non si può sfuggire al proprio destino»

Sarà vero? Sarà falso?

La risposta più verosimile e attendibile alla doppia domanda è che «può essere giusta sia una cosa che l’altra», probabilmente: non esiste destino fuori di sé, ma dentro di sé ogni uomo porta tracciate nel DNA tendenze difficilmente comprimibili o modificabili.

Così, in un medioevo che, nell’opera, funge solo da necessario riferimento temporale, Giuliano è un giovane appassionato di caccia al punto che quello del sangue delle prede divena per lui una vera e propria ossessione: dal topolino (sua prima preda) al grande cervo (che non è solo un cervo), man mano che cresce la taglia delle vittime, nel giovane Giuliano aumenta la smania di uccidere. Quando si scopre che tutto ciò che è vivo può essere ucciso e che uccidere può regalare uemozioni di grandissima intensità, c’è il concreto rischio che tutto ciò si trasformi in una droga capace di inoculare nella mente e nell’anima insieme al piacere, anche una insidiosa e persistente forma di assuefazione, molto vicina alla dipendenza.

Decide di darsi alla fuga, quando si accorge che potrebbe diventare pericoloso anche per le persone che più gli sono vicine, primi tra tutti i genitori, cercando nella morte istituzionalizzata e legalizzata che ai soldati viene espressamente richiesto di somministrare al nemico, un placebo che possa, se non altro, contenere le pulsioni omicide che continuano a tormentarlo senza sosta.

E, proprio quando crede che la medicina abbia finalmente agito, e decide di provare a regalarsi una normalità di vita attraverso il matrimonio, ecco che il Destino, in qualche modo, si presentaa  riscuotere il suo credito.

Non finisce qui, però. C’è sempre (o quasi sempre) una seconda possibilità per ogni uomo che, per Giuliano, passa attraverso un cammino di espiazione attarverso il sacrificio a favore del prossimo più debole ed esposto e, inevitabilmente, attraverso la sofferenza.

 

L’AUTORE 

   Gustave Flaubert (nato il 12 dicembre 1821 a Rouen – morto l’ 8 maggio a Croisset)

Figlio di un chirurgo e di una ricca proprietaria terriera, Flaubert inizia a scrivere da giovanissimo.

Nel 1840 si iscrive a Parigi alla Facoltà di Legge, che non porterà mai a termine sia per uno scarso impegno sia per il primo manifestarsi dell’epilessia che lo affliggerà tutta la vita.

Nel 1848, a Parigi, è testimone della rivoluzione che pone fine al regno di Luigi Filippo e prepara l’avvento al trono di Napoleone III.

Gli anni seguenti lo vedono impegnato in un lungo viaggio che, insieme all’amico Maxime Du Camp, lo porta in Italia, Grecia e nell’area mediorientale e ch3 gli ispirerà l’opera esotica e fantastica scritta nel 1862 e ambientata nell’antica Cartagine, Salammbo.

Prima di questo, però,  scrive quello che sarà considerato il suo più grande capolavoro.

«Mafame Bovary», pubblicato nel 1856 (a puntate,  sulla «Revue de Paris») segna una vera e propria svolta nella letteratura europea: l’orizzonte degli ideali e dei modelli romantici viene superato attraverso la demistificazione delle idee moralistiche tipiche della società borghese del primo Ottocento; la descrizione oggettiva dei fatti fa collocare Flaubert fra la scuola Romantica e quella Naturalista. Solo un anno dopo la pubblicazione, però, e messo all’indice solo un anno dopo a causa dei contenuti dell’opera che fanno scandalizzare i benpensanti, e l’Autore viene chiamato in giudizio. Seguirà, fortunatamente per Flaubert, una sentenza assolutoria, motivata dalla non dimostrabilità di una consapevole intenzione di recare offesa alla pubblica morale.

Negli anni tra il 1863 e il 1869 Flaubert si dedica alla riscrittura di una delle sue più imprtanti opere: «L’educazione sentimentale». Poi la guerra franco-prussiana lo costringe a lasciare momentaneamente Croisset: le conseguenze per il suo già fragile sistema nervoso sono rilevanti, fino a causarne la morte per un grave attacco di epilessia, l’8 maggio 1880.

Altre opere meno significative di Flaubert sono «La tentazione di Santo Antonio» (1874), «Tre racconti: La leggenda di S. Giuliano ospitaliere, Un cuore semplice e Erodiade» (1877), e la postuma (1881) e incompiuta «Bouvard e Pecuchet», lavoro intriso di nero umorismo nero.

 

LO SPETTACOLO 

I due Alessandri (Mor e Quattro) sono in forma, su questo non si discute.

Uno il narratore (ma sarà poi così?), l’altro il protagonista della storia (ma sarà poi così?), si alternano con perfetta sintonia in una pièce in precario equilibrio tra fedeltà al testo e licenze interpretative.

La sfida, assai ardua, è quella di trasformare, attraverso l’accompagnamento gestuale, lunghe e dettagliatissime descrizioni d’ambiente in suggestioni narrative.  Di raccontare con i corpi, prima e più ancora che con il pur raffinato e immaginifico linguaggio di Flaubert, la paradossale vicenda di un uomo che proprio dall’abiezione di un’indole violenta, proprio dal punto più buio di una vita condotta in un solco di sangue e morte, riesce a trovare, attraverso una risoluta volontà di espiazione, una nuova, luminosa dimensione.

Poi c’è un secondo livello, più nascosto e molto più profondo, nel quale Alessandro Mor e Alessandro Quattro si calano completamente, cercando di coinvolgere gli spettatori: la scoperta di quanto sia misteriosa e imperscrutabile la natura dell’anima umana: per quanto tenace, per quanto accurata possa essere l’analisi interiore, per quanto ci  s’impegni nella ricerca di se stesso, alla fine non è la razionalità, ma l’istinto (inteso come energia primigenia) l’unica risorsa idone alla scoperta della verità, rappresentata, nel suggestivo finale, dalla nudità del personaggio ma, prima ancora dell’attore che della sua pelle completamente si veste.

Il pubblico, con un lungo e ripetuto applauso finale, manifesta in pieno il gradimento per uno spettacolo difficile e non per tutti, e questa non può essere che una nota di merito aggiuntiva.

Giuliano
Storia di un assassinio involontario

dal racconto «La leggenda di San Giuliano Ospitaliere» di Gustave Flaubert
di e con Alessandro Mor e Alessandro Quattro
scene e costumi Katya Santoro
luci Sergio Martinelli
suoni Edoardo Chiaf
video Enrico Ranzanici
produzione CTB Centro Teatrale Bresciano 

Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri – Brescia

 

   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.