Certe volte ci si reca a teatro per assistere a una drammaturgia di particolare significato, suggestione e valore.
In altre occasioni lo si fa, invece, per poter godere della prestazione di un attore o un’attrice di particolare valentia, capace di distinguersi dai colleghi d’arte per le proprie capacità interpretative o semplicemente, per lo straordinario carsma che ne accompagna ogni apparizione i palcoscenico.
Ci sono poi altre volte, che (ahimé!) non si presentano purtroppo con l’auspicabile frequenza, che merita una simile circostanza, in cui i due motivi di attrazione sullo spettatore coincidano e si assommino, potenziandosi a vicenda.
È questo il caso del «Riccardo III» andato in scena poche ore fa al Teatro Sociale di Brescia.
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L’autore:
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William Shakespeare, detto il bardo dell’Avon, drammaturgo inglese del XVI-XVII secolo, nato il 23 aprile 1564 a Stratford On Avon, dove è anche deceduto nel 1616 (sempre il 23 aprile, guarda un po’, a volte, le coincidenze!). Universalmente noto e apprezzato per le sue tragedie, commedie e sonetti.
Ma veramente vi aspettate che si debba scrivere una sola parola in più? Anche perché resta ancora da appurare se si tratti di un autore realmente esistito o se, invece, come afferma più di qualcuno, potrebbe trattarsi di un personaggio di pura fantasia al quale è stata attribuita la paternità di una serie di (grandissimi!) testi scritti da altri (il cosiddetto mistero di Shakespeare” basato su presunte incongruenze sulla sua vita).
Su, adesso non fate quella faccia: il sottoscritto, se il suo parere può valere qualcosa, è che le prove storiche (registri di battesimo, matrimonio, proprietà) confermino al di là di ogni ragionevole dubbio la sua esistenza e la sua attività teatrale, pur restando qualche dubbio sull’attribuzione di alcune sue opere.
Su, per questa notte, potete dormire tranquilli.
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Il dramma:
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La trama di “Riccardo III” segue la storia della guerra tra le due famiglie dei Lancaster e degli York, la Guerra delle due rose. La trama centrale si concentra sulla rivalità tra i due monarchi, Riccardo III di York (descritto da Shakespeare invidioso delle qualità del rivale e in modo particolarmente negativo, al punto di farlo auto-descrivere come plasmato da rozzi stampi e deforme, monco, privo della minima attrattiva e capace solo di far lo sdilinquito bellimbusto davanti all’ancheggiar d’una ninfa) ed Edoardo IV di Lancaster, e i loro tentativi di prendere il potere. La storia culmina con la sconfitta di Riccardo III nella battaglia del campo di Bosworth , che segna la fine della lunga e sanguinosa guerra e il trionfo dei Tudor.
Ci sono però anche altre occasioni, peraltro non così frequenti, che i due motivi di richiamo per gli spettatori coincidano nella stessa rappresentazione e si potenzino l’uno con l’altro.
È esattamente questo il caso dello shakespeariano «Riccardo III» andato in scena poche ore fa al Teatro Sociale.
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Lo spettacolo:
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Riccardo III è l’incarnazione del male, soprattutto quello di carattere politico, immutabile nel corso dei secoli: anaffettivo, bugiardo, rancoroso, perverso, codardo, insopportabilmente cinico, bramoso di potere in misura smodata, privo del seppur minimo scrupolo nel macchiarsi di ogni nefandezza pur di raggiungere gli scopi che si prefigge.
Secondo William Shakespeare, in questo caso lombrosiano ante litteram, è la natura stessa che, conoscendone il futuro cammino di vita, lo ha marchiato indelebilmente sin dall’infanzia, segnandolo con una deformità fisica ripugnante per se stesso prima ancora che gli altri.
Un personaggio talmente caratterizzato da lasciare, sostanzialmente, poca discrezionalità all’interpretazione dell’interprete che ne veste i panni.
E invece…
Invece nella sua straordinaria prestazione attoriale, una sinistramente scintillante Maria Paiato, dimostra che le cose, quando è un fenomeno del palcoscenico come lei (e non ce ne sono molti, nella storia del teatro nazionale e non solo) a cimentarsi in una prova del genere, non stanno affatto così.
È profondamente e squisitamente donna, Maria, ma dopo pochi minuti che si presenta sul palcoscenico, vestendo gli oscuri panni di colui che divenne monarca nel sangue e restò tale soltanto per due anni, gli spettatori si dimenticano della sua femminilità.
Cioè esattamente ciò che si vuole che accada da parte della drammaturgia e della regia, a dimostrazione che la sete di potere, in ogni tempo, in ogni luogo, altro non è che un mostro rabbioso privo non solo di sesso, ma anche e soprattutto di cuore e di anima.
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Non c’è un cedimento, non c’è una diminuzione d’intensità, nel corso delle due ore e mezza di spettacolo.
Al cospetto del pubblico, la storia diventa un sinistro apologo, un monito disperato e disperante alla follia di una classe politica mondiale che ha perso ogni ritegno, ogni umanità, predisponendosi a una oscena partita di Risiko che non tiene minimamente conto dei bisogni e delle stesse vite di popolazioni considerate e trattate a guisa di greggi belanti e inconsapevoli d sudditi, anziché di cittadini.
Che si tratti di Ucraina, Palestina, America Latina e domani chissà, anche di Groenlandia e di Taiwan, di Estonia, Lituania e Lettonia, tiranni più o meno manifesti si danno battaglia in nome del desiderio comune di supremazia militare, economica ed etnica.
Tanto, per dirla con le parole che il Grande Bardo mette in bocca a Riccardo III: una volta diradata la polvere della battaglia e sedate le grida delle vittime dei massacri, «la gente si ricorderà di ciò che sarò, non di ciò che sono stato».
A fare da corolla alla maestosa interpretazione della Paiato undici bravi attori che rendono al massimo delle rispettive qualità professionali.
Interessante e suggestiva l’interpretazione da parte della regia che, nell’assoluto rispetto della parola e dello spirito del testo originale, lo attualizza come si è detto ricorrendo alla scelta non convenzionale di una scenografia- non scenografia. Bastano due tavoli e qualche sedia, unitamente al sapiente uso di luci e suoni, per circoscrivere un ambiente rarefatto e claustrofobico che, pur rimanendo astratto nel tempo e nello spazio, trasporta e mantiene lo spettatore nell’atmosfera sinistra del periodo più tragico della storia britannica.
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E per il re, come mi auguro per i suoi emuli di questo disastroso inizio di millennio, al posto del tanto bramato regno, non ci sarà neanche un cavallo.
Un’operazione spettacolare e (se mi consentite il termine) etico-didattica riuscita in pieno e meritevole che, al chiudersi del sipario, fosse un autentico e prolungato diluvio di applausi a sigillare una di quelle serate degne di essere vissute e partecipate.
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Fino a domenica prossima al Teatro Sociale di Brescia.
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