Goodmorning Brescia (83) – I Sonetti rivisti e corretti di Fabrizio Sinisi e Valter Malosti

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Come di consuetudine è Gian Mario Bandera a porgere il saluto ai giornalisti partecipanti alla conferenza.

«Questo spettacolo fa parte del percorso Palestra del Teatro, cominciato nella scorsa stagione, al quale riserviamo, anche in luce prospettica, un’attenzione sempre maggiore. Un punto di vista diverso e nuovo non solo per ciò che concerne la materia registico-drammaturgica, ma anche in tema di contaminazioni di narrazione teatrale». 

Il Consigliere Luigi Mahony introducendo le dichiarazioni degli artisti, non si lascia sfuggire l’occasione per informare i giornalisti presenti, con grande soddisfazione, che nella corrente stagione, con le ultime sottoscrizioni, si è arrivato a un consuntivo di 6.circa 200 abbonamenti.

«È il massimo storico raggiunto nella vita quarantennale del CTB, che supera di ottocento unità il precedente record (5.400 abbonamenti negli anni di mezzo del decennio 1990/2000)».

Valter Malosti, regista di Shakespeare/Sonetti, attore, da gennaio Direttore del TPE (Teatro Piemonte Europa) ringrazia il CTB per avere ancora una volta recepito e fatta propria l’idea di carattere innovativo che è stata sottoposta alla sua attenzione.

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«Nel teatro italiano si continua a parlare da tempo e molto di lavorare in palcoscenico con contaminazioni tra varie modalità di espressione artistica. Nonostante ciò, fino a ora, il tema non è stato ancora approfondito con concretezza e in modo organico e operativo. Un atteggiamento ostativo, soprattutto in Italia, di cui non riesco a capire le autentiche origini e le motivazioni. Negli ultimi anni, addirittura, si è registrata una regressione» è la prima riflessione.

«Ora, anche in funzione della nuova posizione direttiva che sono stato chiamato ad assumere, posso riconoscere che i numeri (dicasi gli incassi) sono molto importanti, per non dire essenziali nella gestione di un Ente teatrale . Non per questo, però, pur dovendosi conoscere e valutare con attenzione ogni rischio da ciò derivante, non si può rinunciare aprioristicamente alla possibilità di creare e realizzare spettacoli anche in modi alternativi, purché di altissima qualità artistica ed espressiva».

Malosti passa poi a desrivere più in dettaglio quanto si è fatto per Shakespeare/Sonetti.

«Mettendo da parte la contaminazione, in questa operazione c’è un altro aspetto importante: il lavoro che abbiamo deciso di effettuare sul testo, andando alla ricerca di un filo conduttore nel marasma originario dei versi, ottenendolo attraverso lo stravolgimento meditato dell’ordine dei sonetti e del recupero, attraverso una nuova traduzione teatrale sostanzialmente diversa dalle tradizionali poetiche, che andasse a recuperare la durezza del linguaggio del tempo e certe espressività più carnali e popolari, a volte francamente scurrili. Il tutto unendo alle parole, nel  miglior modo possibile. le arti visive e a la musica (a volte sfacciatamente ucronica. Nella prospettiva storico letteraria, se i libretti shakespeariani di «Venere e Adone» e de «Lo stupro di Lucrezia» si rivelarono, per i tempi, due autentici bestseller, le copie dei «Sonetti», stampate in numero decisamente inferiore, tanto da fare pensare a un “libro privato”, presto scomparvero dalla circolazione»

Malosti conclude il suo articolato intervento ricordando che se molti insistono sull’autobiografismo del Canzoniere, utile a meglio comprendere la personalità del drammaturgo, la cosa davvero importante è che è rimasto alal storia della letteratura e del teatro un testo di grandissimo valore. 

È poi la volta di Fabrizio Sinisi (recentemente nominato “drammaturgo interno” del Centro Teatrale Bresciano per le prossime tre stagioni).

«In questo insieme apparentemente disordinato di endecasillabi, una storia c’è (quella di un amore), anzi ce ne sono più di una, ove si considerino la presenza e il ruolo della monolitica dark lady (prostituta? nobildonna? fantasma letterario?) che trasforma la narrazione in quella di un complesso triangolo, una specie di Trinità Interiore, cui si aggiunge, a complicare ancora di più la trama, l’ulteriore incombere del Poeta Rivale. Nella mia interpretazione la dark lady diventa uno specchio opaco del narratore»

Conclude sottolineando come i Sonetti, pur potendo sembrare a primo impatto, un Canzoniere sentimentale, in realtà servono a Shakespeare per creare, attraverso l’esercizio poetico,  un vero e proprio “ambiente di prova” dell’amore. Che non risulterà vincente, alla fine, perché il primato anfrà, sempre e comunque alla forza della parola attraverso i versi.

L’ultimo intervento è riservato alla coreografa Michela Lucenti

«Non è la prima volta che lavoro con Valter, di cui apprezzo molto la nettezza delle idee e di ciò che chiede a chi lavora con lui. Nasco come danzatrice e lavoro sulla recitazione da molto tempo, così come fa abitualmente la mia compagnia. Ciò che abbiamo cercato di fare in questo lavoro è di accendere i corpi come se ci fosse un vibrante confronto tra i versi e la carne. La costruzione della parte fisica, della parte di contatto,  è stata inserita senza che la parte recitata venga meno, in una sovraesposizione di corpi che contribuisca a suggestionare ancora di più lo spettatore. E come piace a Valter (e molto anche a me) ci si è preparati al debutto innestando nel corso delle prove, continuamente, variazioni non previste dal copione».

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  Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Giulio Cesare il Provocatore

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La sfida è ardita. Mettere in scena un dramma di Shakespeare restando fedele al testo ma, al tempo  stesso, affrontando sceneggiatura e scenografie con assoluta libertà d’interpretazione…

… beh, è (e sempre resterà) un’assunzione di rischio pari a quella di una equilibrista che passi da un grattacielo a un altro camminando sul filo d’acciaio, senza che sotto sia stata stesa un’adeguata rete di protezione.

Ad Àlex Rigola, del resto, il coraggio non è mai mancato. Nella trasposizione di «Giulio Cesare» in scena in questi giorni al Teatro Sociale, la provocazione è palese. Sullo schermo cinematografico piazzato al centro del palcoscenico incombente per tutto il primo atto, l’esordio è un filmato che pone agli spettatori un interrogativo che ogni essere umano, in ogni epoca, in ogni angolo del mondo, probabilmente si è posto, si pone e si porrà almeno una volta nella vita: è lecito uccidere in nome di un ideale, qualunque esso sia? In realtà la risposta affermativa è implicita: esiste una sola motivazione idonea a giustificare, a volte richiedere moralmente un omicidio, ed è quella della difesa della propria esistenza, sia in senso individuale che riferito a una collettività.

L’avvio è laborioso, un accostamento difficile da apprezzare immediatamente un po’ come certe contaminazioni della nouvelle cuisine. L’eloquio classico del dialogare shakespeariano, infatti, incontra non poche difficoltà a miscelarsi con le immagini psichedeliche e la musica hard rock che fa da sottofondo. Cambia anche (e mutamenti simili s’incontrano e si affrontano più volte nel corso della rappresentazione) il quesito proposto alla platea: Cesare viene ucciso perché si vuole fare Re? Chissà. Qualunque sia la sua volontà, infatti, è il suo stesso successo, è il suo stesso carisma a incoronar in presenza di competitori chiaramente non alla sua altezza. Questione è quanto mai attuale in un momento politico in cui chi dimostra una spiccata personalità, in Italia più che in altri paesi, diventa un odioso aspirante tiranno.

Insomma, l’impressione è di parole consapevolmente decontestualizzate; un esperimento destabilizzante di chirurgia creativa comprensivo di momento splatter alla morte di Cesare, in cui una mano viene allacciata al posto di un piede e il piede, magari, innestato sul naso, in un’operazione dall’esito incerto tra la nascita di una nuova fantasiosa e originale interpretazione o di un Frankenstein Teatrale.

Proprio nel momento di maggiore smarrimento da parte dello spettatore, però, ecco che il dramma improvvisamente spicca il volo: sono le meravigliose orazioni di Bruto e Marco Antonio la solida base da cui prende slancio e respiro il dramma. “Io ho ucciso il mio migliore amico per il bene di Roma” dice il primo punto “E Bruto è un uomo d’onore, è un uomo della Repubblica” risponde sornione il secondo, mentre tanti, nel teatro si chiedono se un Michele Riondino  in gran spolvero (Marco Antonio, appunto), si riferisca alla prima o alla seconda della nostra ancor giovane, ma già molto travagliata, Italia del dopoguerra.

Il secondo atto, breve e intenso, procede sull’abbrivio del finale corale del primo, concluso con numerosi attori che recitano in platea: la decisiva battaglia di Filippi è un affresco rock, una danza frenetica di morte, un falò di speranze e di ideali infranti, i cui protagonisti, in qualche modo, fino alla fine, più che nemici appaiono come componenti dello stesso macabro coro.

E, alla fine, coerente simbolo e sigillo di quanto agito sul palcoscenico, dietro al muro smantellato dagli orrori della guerra, giace il  paradossale corpo di un gigantesco emoticon morto.

Dalla scenografia ipertecnologica alle musiche covate, dalle danze frenetiche al superamento dei ruoli di genere, opera complessa, che non lascia indifferenti, capace di suscitare negli spettatori reazioni del tutto contrastanti, se non di segno totalmente opposto.

Recitazione di buon livello ma con qualche dislivello. Da vedere, da meditare e da discutere. Il pubblico, intanto, applaude.

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GIULIO CESARE

di William Shakespeare

traduzione Sergio Perosa

adattamento e regia di Àlex Rigola

Interpreti e personaggi

Michele Riondino                                 Marco Antonio

e con

Maria Grazia Mandruzzato               Giulio Cesare

Stefano Scandaletti                               Bruto

Margherita Mannino                            Cassio

Leda Kreider                                          Porzia

Francesco Wolf                                       Casca

Eleonora Panizzo                                 Decio

Eleonora Bolla                                      Metello

Riccardo Gamba                                    Lepido

Laia Santanach                                      Cinna

Beatrice Fedi                                        Ottaviano

Davide Sportelli                                  Servitore

   GuittoMatto

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Goodmorning Brescia (49) – Classici da ripensare e da riproporre

Dunque si cambia.

E che cambiamento!

Da austera conferenza stampa tenuta nel Foyer, la presentazione della Stagione di Prosa 2017/2018 del C.T.B. si fa strappare il biglietto e passa all’interno del Teatro Sociale, trasformandosi in spettacolare happening.

Serata davvero particolare al  Teatro Sociale di Brescia: veduta dall’alto della platea con i primi spettatori-invitati che comiciano ad accomodarsi ai propri posti già mezzora prima dell’inizio.

Che si tratti di una festa lo si capisce sin dal primo istante, quando una briosissima Anna Meacci introduce la serata riuscendo ad attrarre a sé l’attenzione del pubblico che affolla il teatro in ogni ordine di posti: bendisposto, divertito, sì, ma anche molto ma molto curioso di conoscere le novità che caratterizzeranno la prossima stagione.

«I numeri possono essere aridi e noiosi, ma sapere che il trend di crescita del Teatro bresciano continuano a essere costantemente in crescita è qualcosa che ci riempie di soddisfazione e ci sprona a proseguire su questa strada» è il saluto della Presidente Camilla Baresani Varini, che con altri numeri va avanti.

«Trentacinque titoli, nella entrante stagione, con undici nuove prosduzioni marcate Centro Teatrale Bresciano, costante incremento di spettatori (con una base di oltre 110.000 sbigliettamenti nel 2016/2017) e abbonati, di cui il 40% proveniente da fuori della cerchia cittadina»

Poi la parola passa al tabellone, che è quanto mai vario e intrigante: la parte del leone, pure in presenza di significative opere “del presente”, va a quella che è definita un’operazione di recupero, rivisitazione e riproposizione di grandi classici.

Del dettaglio dei titoli in programma leggerete con comodo sui quotidiani di domani, in questa sede, in cui ci preme darvi una primizia di quanto accaduto al Sociale, ci basta segnalare quelli che, epidermicamente, hanno richiamato la nostra attenzione: 

I miserabili (ATTENZIONE con Franco Branciaroli nella parte di Jean Valjean), Il malato immaginarioGiulio CesarePinocchioLa classe operaia va in paradisoI MalavogliaStasera si recita a soggetto, Accabadora, Delitto e castigo, Marilyn, la rarità shakespeariana I due gentiluomini di Verona… e qui siamo costretti a fermarci, perché (tra l’uno e l’altro) finiremmo per scrivere tutto l’elenco o quasi.

La “cerimonia” viene impreziosita da gustose primizie recitate da alcuni degli attori che calcheranno il palcoscenico a partire dal prossimo autunno, tra  i quali, oltre al già nominato Branciaroli, si affacciano volti noti e amati in città come Fausto Cabra, Elena Bucci, Marco Sgrosso, Luca Micheletti, Lucilla Giagnoni, Elisabetta Pozzi e Francesco Colella, Valter Malosti, Monica Ceccardi e Silvia Quarantini

Si succedono anche rappresentanti delle Istituzioni “azioniste” (Regione, Provincia e Comune) e delle grandi aziende “sostenitrici” A2A e ASM, vengono più volte e giustamente sottolineate le azioni del C.T.B. tese a unire ancora di più il Teatro ai cittadini e viceversa e, soprattutto, a diffondere l’amore per la prosa tra giovani e giovanissimi, con moltissimi appuntamenti ed eventi pensati ad hoc e l’offerta di consizioni agevolate per la fruzione dei teatri cittadini da parte degli alunni delle scuole bresciane.

Si conclude così, dopo il saluto di un emozionato Direttore Gian Mario Bandera («Benedetta l’emozione e chi sa ancora emozionarsi», dice il saggio) che coglie l’occasione per anticipare anche il prosimo arrivo dell’innovativo EvoLutioN City Show Brixiae Editio che animerà le strade del centro, questa autentica e perfettamente riuscita festa del Teatro, della Prosa, della Drammaturgia, in definitiva di tutta la Cultura bresciana:

tra applausi e consensi e, una volta fuori, nella tiepida, magnifica Brescia di questa notte quasi estiva, con il pensiero che le nuove aprture di sipario al Teatro Sociale e al Mina Mezzadri Santa Chiara sembrano ancora troppo lontane.

Per fortuna che, di mezzo, per ingannare in qualche modo l’attesa, ci saranno le vacanze…

 

  

(per una volta insieme Bonera.2 & GuittoMatto)

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Goodmorning Brescia (4) – La Leonessa e il Bardo, che coppia!

Da qualche settimana a questa parte, in attesa dell’ormai imminente debutto del Macbeth targato Branciaroli, a Brescia si respira Shakespeare.

 Pochi minuti fa al Foyer del Teatro Sociale, nell’ambito della rassegna Shakespeare imago mundi – Incontri Shakespeariani si è conclusa l’affollata conferenza Suggestioni shakespeariane nella iconografia romantica e simbolista tenuta in modo dotto e appassionante (e badate bene, questi sono due aggettivi che molto raramente vanno bene insieme) dal prof. Valerio Terraroli, titolare della cattedra di storia della critica d’arte presso l’Università di Pavia.

Si parte dal letterato e pittore svizzero d’ispirazione romantica Johann Heinrich Füssli (Zurigo 7 febbraio 1741, Putney Hill 16 aprile 1825) che arriva a Londra, dopo un formativo grand tour e quasi subito (a partire dal 1786) affascinato dalle opere del Grande Bardo, insieme ad altri artisti, si dedicò alla “Shakespeare Gallery”, un ciclo di dipinti ispirati dalle opere del grande drammaturgo, che vennero esposti in una mostra nel 1789.

Fondi neutri, costumi ridotti al minimo indispensabile, focus sui personaggi rivestiti di luce con suggestioni caravaggesche. Opere ispirate e suggestive nelle quali si possono già ritrovare in nuce le tavole dantesche di Gustave Doré.

  

Che sia giusto o no Lady Macbeth e le Streghe hanno influito sull’immaginario di registi attori anche al di là delle parole dei testi originari. Così è stato per Sogno di una notte di mezza estate, rispetto al quale si è passati dall’essenzialità delle tragedie al minuzioso dettaglio dell’affubalazione, della magia, seppure vista attraverso l’inquietante lente di Bosh e di un certo tipo di classicismo.

Dopo Johann Heinrich Füssli, prosegue il professor Terraroli, soprattutto con personaggi come Cleopatra e Desdemona, è l‘erotismo a imporsi, influenzando tutta la filmografia shakespeariana, fin dai primi vagiti del muto.

   

Questa è Ofelia di John Everett Millais. Le cronache raccontano che il pittore fece posare Elizabeth Siddal per mesi all’interno di una vasca piena d’acqua fredda per riuscire a catturare quell’immagine dolorosa ma bellissima dell’amata di Amleto morta suicida nel fiume. La stessa Elizabeth rischiò di morire a causa di una polmonite contratta per le lunghe immersioni invernali nell’acqua gelida della vasca. E sempre Elizabeth ebbe un destino simile a quello di Ofelia visto che anche lei morì suicida dopo aver ingerito una dose letale di laudano. Per il quadro di Ofelia pare che Millais abbia prima dipinto tutto lo sfondo e il fiume e solo alla fine abbia inserito il corpo esanime di Ofelia, circondata dai fiori e  dalla bellezza della natura.

E non poteva mancare, prima del lungo e convintissimo applauso finale, un riferimento al languido romanticismo di Giulietta e Romeo, la cui morte -paradossalmente- rappresenta proprio il fattore capace di rendere eterno l’amore.

  Bonera.2

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