Goodmorning Brescia (81) – Se «L’ultima volta» continua a uccidere

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Il primo a salire sul palcoscenico del Piccolo Teatro Libero è l’autore della pièce, Biagio Vinella, che ha anche curato la regia insieme a Milena Bosetti.

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«Noi del Collettivo Teatrale Zazie facciamo “teatro utile”. Il che, in due parole, vuol dire parlare di argomenti importanti, come violenza contro le donne, razzismo e bullismo, attraverso i nostri spettacoli, non solo davanti a platee “amiche” (cosa che può risultare gratificante per il consenso ricevuto, ma sostanzialmente inutile), ma ovunque».

Si ricordi che, prima di questo lavoro, il Collettivo Teatrale Zazie ha al suo attivo, nell’ambito di un progetto sostenuto dal dirigente scolastico Giulia Coppini, dall’Assessore Roberta Morelli e dalla psicologa Franca Pagni, altre tre rappresentazioni: «Punti di vista», «Le mie parole» e «Caramelle da uno sconosciuto», tutti incentrati su tematiche sociali ed etiche e tutti programmati o in programma presso numerose scuole.

Poi comincia «L’ultima volta», che si avvale di suggestive scenografie elettroniche computerizzate.

«Ho bisogno di chiederti scusa guardandoti negli occhi»  è una delle prime frasi pronunciate da una delle giovanissime attrici (Livia Baroni, Giorgia Tonelli, Mariam Ghidoni, Camilla Fragomeno) che si alternano nella memoria dolente di un unico personaggio: una ragazza vittima della violenza di genere, che ricorda, momento per momento, vicende e parole che l’hanno portata a una morte prematura e acerba.

Ragazze che s’impegnano a fondo sul palcoscenico, investendo nella recitazione ognuna qualcosa di sé, prelevata dal profondo dell’anima. Con le voci giuste, quelle di giovani donne che cominciano ad affacciarsi alla dimensione degli adulti e a conoscere un mondo che non è facile amare.

«Vediamoci per l’ultima volta» e l’ultima volta sarà, perché è così che spesso finiscono certe storie di amore malato: con l’ennesimo inganno, l’ennesima trappola, infine mortale.

Come tutte le storie d’amore, però, l’inizio può essere romantico, esaltante, un sentimento d’infinita misura perché infantile, infantile proprio perché smodato, smisurato, irragionevole  e cieco.

Poi arrivano i primi tentativi di controllo, le manipolazioni, il processo di svalutazione di sé e di colpevolizzazione che mirano a isolare la parte più debole dal contesto sociale, prima dagli amici, poi anche dalla famiglia. Un “protocollo” inconsapevolmente subdolo e spietato, frutto non dell’astuzia del singolo ma retaggio di generazioni e generazioni di brutale supremazia maschile.

Le prime percosse, seguite, immancabilmente da scuse più false dei trenta denari di Giuda.

Le minacce, il malessere di chi subisce, e si abitua a subire, violenze fisiche e psicologiche di ogni tipo.

«Vediamoci per l’ultima volta» , sì, e nell’anima degli spettatori, come una lama, scende il gelo.

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   Bonera.2