È arrivato un bastimento carico di T… come Teatro!

Lo conoscete il giochino, no?

Bisogna trovare le parole che si riferiscono a una certa categoria (città, cose, animali) e che cominciano con la stessa lettera, vince chi ne mette insieme di  più.

Ci abbiamo giocato tutti, da bambini.

Oggi, con la conferenza di presentazione della nuova stagione targata CTB, è uscita la T, una gigantesca-ricca- golosissima T di Teatro, appunto. 

Di quello buono, colto ma al tempo stesso giovane e al passo dei tempi, come ormai ci ha abituato il CTB, pilotato dalla premiata ditta Carla Boroni – Gian Mario Bandera.

Di quello coraggioso, ancora più di sempre.

 

 

Ed ecco qui cosa c’era nel cappello a cilindro pieno di magie che stamattina, nel corso della tradizionale quanto attesa conferenza stampa, è stato svuotato di fronte a un foltissimo pubblico.

NUMERI

Abbonati stagione 2015 / 2016:  5467

Presenze del pubblico: oltre 85.000

Produzioni CTB 2016/2017: 13 (tra novità, riprese in sede e tournée per l’Italia);

Spettacoli ospiti: 25 (tra Teatro Sociale, Teatro Santa Chiara e Teatro Grande)

Istituti coinvolti nel progetto scuola: quasi 200 (di ogni ordine e grado, disseminati in tutta la provincia)

Spettacoli di ospitalità per la Stagione di Prosa: 8

Spettacoli fuori abbonamento: 3

LE PRODUZIONI CTB

Il secondo figlio di Dio (Cristicchi)

Furiosa Mente (Lucilla Giagnoni)

Il vecchio e il mare (Daniele Salvo ed Hemingway)

Giuliano – Storia di un assassinio involontario (Alessandro Quattro e Alessandro Mor e Gustave Flaubert)

Le relazioni pericolose (Elena Bucci e Marco Sgrosso)

Medea (Branciaroli: parla la foto e ciò che è scritto sotto)

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Il vuoto lasciato nel Teatro italiano dalla scomparsa di Luca Ronconi è immenso.

L’omaggio che gli rende Franco Branciaroli, riportando in scena Medea doveroso e suggestivo.

Medea sarà Branciaroli. Branciaroli sarà Medea. Uno spettacolo irripetibile, un’interpretazione di una difficoltà inimmaginabile, una sfida che solo Branciaroli può affrontare e vincere. Qualcosa che a Brescia non poteva e non doveva mancare.

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OSPITALITÀ – STAGIONE DI PROSA e ALTRI PERCORSI

Sezione ricca e variegata, sulla quale avremo occasione di tornare in modo più analitico.

Per ora, gioiosamente alla rinfusa, titoli, autori, personaggi e attori: Pirandello, Michele Placido, Goethe, Alessandro Gassman, Don Chisciotte, Moni Ovadia, Il berretto a sonagli, Fabrizio Bentivoglio, Qualcuno volò sul nido del cuculo, Carlo Goldoni, Alessandro Baricco, Andrea Camilleri, Faust…

Questa sì che è una contaminazione (all’insegna del “titolo” della stagione, appunto) e trovare gli abbinamenti giusti è il piccolo e piacevole gioco che vi propongo e che potrete fare con il programma ufficiale alla mano.

Insomma, ce ne sarà davvero per tutti i gusti. Livello di qualità: altissimo.

SPETTACOLI FUORI ABBONAMENTO

Sogno di una notte di mezza estate (al Teatro Grande)

Il coraggio di dire di no. La storia di Giorgio Perlasca

E, dopo il grande successo dello scorso 31 dicembre con gli Oblivion, un nuovo Capodanno in Teatro, stavolta in compagnia della Banda Osiris. 

Ciao. Ci si vede a Teatro.

 

 

  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Giorgio Albertazzi e i suoi compagni di morte

Ieri sono morti, in stretto ordine alfabetico: Adriano, Amleto, Don Giovanni, Edipo, Falstaff, l’Idiota, Il dottor Jekyll, Marcantonio, Mattia Pascal,  Paolo e il suo creatore Dante, Philo Vance, Prospero, Shylock … e tanti altri.

Sono deceduti in una sola persona, così come lui e solo lui aveva saputo rappresentarli.

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E, con Giorgio Alberatzzi, è venuta a mancare anche una parte insostituibile del Teatro e della sua Storia.

<Di Shakespeare ho il rimpianto di non aver voluto mai interpretare Otello: mi faceva troppo male cucirmi sulla pelle e nell’anima un personaggio che, intrepido e valoroso nella vita sociale, sagace e indomito conduttore di eserciti, uomo universalmente idolatrato e temuto, potesse arrivare a distruggersi e a distruggere per la debolezza di un sentimento>

Questa sola frase la dice lunga sul processo d’identificazione tra Giorgio Abertazzi e i suoi personaggi, e sulla sensibilità dell’uomo.

Questo spiega perché anche loro, così come li aveva interpretati lui, non ci saranno più.

   Guitto Matto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Eccolo, il Macbeth di Branciaroli !

Dopo avere interpretato Re Lear, Romeo, Nerone, Otello, Gesù (!), Medea (!!), Galileo, Don Chisciotte e tanti altri eccezionali personaggi, quello con Macbeth è un appuntamento che Franco Branciaroli non poteva assolutamente mancare. Per dire la verità nei panni di Macbeth si era già calato, negli anni ’90, diretto da Giancarlo Sepe, ma vuoi mettere portarlo in scena con la propria regia?

LA STORIA VERA

Macbeth re di Scozia. – Conte di Moray e capo del partito celtico si oppose a re Duncan I e, dopo averlo ucciso, s’impossessò del trono (1040) e governò col favore popolare sino al 1054; arrivò fino a Roma, in pellegrinaggio. Il suo regno fu invaso da Siward di Northumbria (alleato di Edoardo il Confessore al quale M. aveva rifiutato omaggio) nel 1054. Sconfitto a Dunsinane, presso Perth, perse la Scozia Meridionale; continuò la lotta nel Nord, ma fu battuto e ucciso da Malcolm figlio di Duncan.

COME LA RACCONTA SHAKESPEARE

Macbeth e Banquo hanno combattuto con valore contro i ribelli del re di Scozia Duncan, tanto da meritare la sua gratitudine e generosità. Incontrano tre streghe che salutano Macbeth con il titolo nobiliare di Thane di Cawdor e gli preannunciano un futuro da re. Po­co dopo giunge la notizia dell’effettivo conferimento di quel titolo a Macbeth da parte del sovrano. Nell’animo dell’eroe si scatena l’ambizione.
Il re Duncan comuni­ca a Macbeth l’intenzione di alloggiare una notte nel suo castello di Inverness.
Lady Macbeth, informata dal ma­rito della profezia delle streghe, prepara il regicidio. Macbeth uccide Duncan, i cui figli fuggono, e poi, divenuto re, uccide anche Banquo, che le streghe aveva­no salutato come futuro padre di re.

Presto il sogno del regno si trasforma in incubo angoscioso e l’ombra di Banquo perseguita Macbeth.
Preda del rimorso inter­roga le streghe che gli annunciano che sarà vinto quan­do la foresta di Birnam avanzerà contro di lui.
Lady Macbeth impazzisce e s’uccide.
Malcom figlio di Dun­can e Macduff, signore di Fife, marciano contro Mac­beth. L’esercito si protegge con i rami della foresta di Birnam.
La fine di Macbeth è segnata, Malcom diven­ta re di Scozia.
Macbeth affronta la morte, giusta fine di “una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla“.

COME LO VEDE FRANCO BRANCIAROLI

Il Macbeth inizia da un mondo esterno in guerra, dove caratteristiche come efferatezza e sete di sangue, al pari del coraggio, sono ritenute virtù, in quanto preservano il mondo interno della corte, una società patriarcale civilizzata regolata da leggi divine. La violenza che si applica all’esterno non vale per l’interno, altrimenti tutto salta e tra il dentro e il fuori non c’è più differenza, tutto diventa guerra. Macbeth a un certo punto sceglie di portare la violenza all’interno e a questo si somma il fatto che anche la Lady, la sua parte femminile, si snatura e prende caratteristiche maschili: allora il caos è totale. Macbeth viene infatti “sedotto” all’ambizione dalle streghe, che storicamente rappresentano la minaccia al mondo patriarcale, e indotto all’assassinio da sua moglie, che viola il suo ruolo sociale di donna agendo come agirebbe un uomo. Al caos generato da donne che sono uomini (ovvero da una natura femminile perversa) solo un “non nato di donna” potrà porre fine. Ma il dramma è ancora più complesso e tremendo: Macbeth, uccidendo il re, simbolo del padre e del divino, uccide la sua stessa umanità ed entra in una dimensione di solitudine dove perde tutto, amore, ragione, sonno, scopo di vivere. In più, la sua vittoria è sterile perché non ha eredi, e questa sua rinuncia alla sua umanità servirà solo a passare il trono al figlio di un altro. Il Macbeth è la tragedia del male dell’uomo, della violazione delle leggi morali e naturali. Intorno all’inquietante parabola di seduzione dell’anima al male pulsa l’enigmatico cuore di questa tragedia

COME L’HO VISTO IO

La scena è sapientemente disadorna. Cortile di casa popolare, piazza d’armi da caserma, sfondo di scene che ricordano certa pittura fiamminga, in una suggestione suggerita anche dalla foggia dei costumi.

Il sipario è una ghigliottina, che scende e risale a sezionare la narrazione in un ritmo convulso.

Frammenti recitati in lingua originale (qualche dubbio sui sottotitoli che, inevitabilmente, contaminano l’atmosfera classica e  distolgono l’attenzione dello spettatore) rappresentano e significano al meglio la lingua magica delle  androgine streghe.

Una parabola, come la vita: una faticosa ascesa, frutto di scelleratezze e compromessi, seguita da una brusca, inarrestabile caduta.

Macbeth e la sua Lady legati da un rapporto intessuto di dominio e sottomissione che travalicano le rispettive posizioni sociali e politiche.

Lei astuta quanto algida burattinaia, lui docile marionetta che si lascia guidare quasi senza opporre resistenza. Lei inflessibile mistress, lui infoiato schiavo. Lei, alla fine, autoritaria badante che si fa carico dell’insania di lui, incapace di sottrarsi al giudizio dell’inquisitore più spietato: la propria coscienza.

Di elevato livello la recitazione corale.

Spietata e senz’anima quanto basta una convincente Valentina Violo.

Per quanto riguarda Branciaroli che dire, se non che è eccezionale come sempre? Il coniglio che emerge stavolta dal cappello a cilindro di questo autentico prestigiatore del palcoscenico, l’ultimo e indomito figlio della stirpe dei Mattatori, è chiaramente ispirato e affettuosamente dedicato alla voce e alla presenza scenica di Carmelo Bene, al quale, com’è noto, molto è affezionato il grande Franco.

Spettacolo di gran classe, forse non per tutti, ma autentica chicca nell’ambito di un calendario nazionale che, se da una parte vede una progressiva e confortante crescita della qualità medi dell’offerta al pubblico, dall’altra (per una serie complessa di ragioni) si trova costretta a livellare le eccellenze.

Gli applausi alla fine di questa “prima” attestano che il pubblico bresciano gradisce.

E, come si dice: finché c’è Branciaroli, c’è speranza. 

MACBETH
di William Shakespeare

regia Franco Branciaroli
scene Margherita Palli
costumi Gianluca Sbicca
luci Gigi Saccomandi

con Franco Branciaroli e Valentina Violo

e con(in ordine alfabetico)
Tommaso Cardarelli Enzo Curcurù, Stefano Moretti, Fulvio Pepe, Livio Remuzzi, Giovanni Battista Storti

produzione CTB Centro Teatrale Bresciano · Teatro de Gli Incamminati

 

dal 10 al 22 maggio 2016 Teatro Sociale

 

  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Da Chioggia a Roma, per ‘Diciannove + Uno’: un viaggio del cuore

I chioggiotti sono gente di mare, da sempre.
E come sempre accade in questi casi,  dal mare molto hanno preso, ma al mare molto hanno dato.
Tra i marinai dell’Hedia, nave da carico partita da Venezia per raggiungere la Spagna e non fare mai più ritorno, ben quattro erano di Chioggia.
Mi sono incontrato con loro a Sottomarina, al di là del ponte che separa una meravigliosa città d’arte da una spensierata “fabbrica” di svago e relax. Due ore di cordialissimo colloquio, giunti ormai alla vigilia dell’attesa  “prima” di Diciannove + Uno, in programma al Teatro Golden di Roma mercoledì 11 maggio (con repliche nelle due serate seguenti)  .

 

Nell’imminenza del debutto del suo dramma, adattato per la Compagnia Stabile Assai da Antonio Turco e Patrizia Spagnoli, in un allestimento che, pur mantenendosi nel solco della tradizione, promette sorprese, Patrizio Pacioni ha voluto incontrare i familiari dei marinai dell’Hedia nella città che più di altre ha visto sacrificati i suoi figli.

 

In mattinata, appena arrivato a Chioggia, lo scrittore romano ha voluto recarsi al vecchio porto per rendere omaggio alla bitta che l’Amministrazione comunale di Chioggia ha voluto posizionare sul molo a memoria della tragica sparizione della nave Hedia e del suo equipaggio, e a testimonianza dell’affetto e dell’imperituro rispetto che la comunità nutre per i suoi figli inghiottii dal mare e dalle sue insidie e per le loro famiglie.

  

L’incontro si è tenuto al Bistrò di Sottomarina, ristorante-bar che si affaccia sulla stessa piazza nella quale si erge un monumento che ricorda, ove ce ne fosse bisogno, la vocazione marinaresca del luogo e lo strettissimo collegamento con i naviganti.

Dopo che il drammaturgo romano ha spiegato in ogni dettaglio i più recenti sviluppi dell’iniziativa , la parola è passata ai parenti degli scomparsi.

《Rammento che mia madre s’impose il lutto subito dopo la scomparsa, e non lo tolse per tutta la vita》 ha ricordato Maurizio Salvagno. Alla fine ne morì, letteralmente di crep<cuore

《Mia madre invece reagì con un attonito sgomento: restava in silenzio per l’intero giorno, non trovando neppure la forza di piangere》 è la triste memoria di Nadia Pagan.

Per Michele Massuto, invece, coinvolto nella tragedia più indirettamente, attraverso la famiglia della moglie,《Il dolore per la perdita risultò talmente lacerante e inconsolabile che in famiglia si decise di farne un tabù di cui si poteva mai parlare》

Giusy Orofino, infine, la cui iniziativa ha dato il via a questo progetto e che ha collaborato alacremente con il drammaturgo,  nella raccolta di informazioni e testimonianze sulla tragedia del marzo 1962, ha espresso l’emozione e l’attesa che accompagnano le ultime settimane che precedono la messa in scena di Diciannove + Uno:

Ancora lei, di concerto con Maurizio Salvagno, si rammarica che all’epoca della disgrazia non ci fosse, come accadrebbe se i fatti si svolgessero ai nostri giorni, la possibilità di esercitare sulle autorità una pressione mediatica  tale da vincere inefficienze e reticenze più o meno volontarie.

Al momento dei saluti Pacioni invita tutti alla prima di Roma, promettendo, per chi non potesse intervenire a causa della distanza,  di fare il possibile e l’impossibile per portare la Compagnia Stabile Assai a Chioggia.

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  Valerio Vairo

Categorie: Teatro & Arte varia.

Hedia: solo la verità potrebbe riempire quei 20 sepolcri vuoti

Quando la sorte, o il destino, mette in comunicazione un narratore con chi ha vissuto in prima persona una storia tragica realmente avvenuta, o ne è stato personalmente e sentimentalmente coinvolto.

Ho riunito gli uni e gli altri intorno a un tavolo, ed è nata questa lunga intervista che ho il piacere di proporvi integralmente.

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Patrizio, tu sei uno di quegli scrittori che si possono definire “multitasking”: romanzi drammatici, fiabe, anche poesie, oltre naturalmente all’attività quotidiana di blogger. Ultimamente, però, sembra che la tua creatività si stia focalizzando principalmente su due direttive: il ritorno di Cardona per la narrativa e, nella drammaturgia, il cosiddetto “teatro d’inchiesta”.

C’è una grande, enorme differenza tra lo scrivere narrativa e teatro d’inchiesta.

Nel primo caso la fantasia è la fonte principale del plot e della costruzione dei personaggi, la realtà -invece- un supporto di esperienza e di conoscenze che serve essenzialmente ad arricchire e a rendere più verosimile e calzante la narrazione.

Nel secondo caso sono i fatti realmente accaduti a costituire anima e sostanza della narrazione, potrei dire i mattoni necessari alla costruzione della pièce, mentre la fantasia rappresenta la terra sottile idonea a colmare gli inevitabili interstizi, piccoli o grandi, lasciati da una conoscenza dei fatti spesso (inevitabilmente) non completa.

Quanto alla mia “creatività”, lasciando per una volta da parte il mio amato comissario, che tornerà presto in libreria con il doppio romanzo “In cauda venenum”, oggi vorrei restare nell’ambito del Teatro d’Inchiesta: un viaggio straordinariamente affascinante, quello che ho intrapreso, grazie alla collaborazione con la Compagnia Stabile Assai, il più “antico” (e glorioso, aggiungo io) gruppo di teatro carcerario e, soprattutto, con lo straordinario Antonio Turco che ne è il fondatore e l’anima e che cura con grande passione e professionalità (in questo caso in compagnia di Patrizia Spagnoli) la messa in scena di pièces rigorosamente inedite e originali.

Premesso (doverosamente) questo, se con “La verità nell’ombra” mi sono basato essenzialmente sui faldoni del processo per la strage di Portella della Ginestra tenuto a Viterbo agli inizi degli anni ’50, nel caso di “Diciannove + Uno” (ispirato alla scomparsa della nave Hedia e del suo equipaggio al largo delle coste tunisine nel marzo 1962), oltre alle cronache del tempo e ai numerosi articoli pubblicati in Rete sulla misteriosa vicenda, il contatto più efficace, più suggestivo, più emozionante con quanto effettivamente accaduto, è stato quello diretto con una persona eccezionale per mitezza e forza d’animo.

Sto parlando di Concetto Orofino, fratello del fuochista Giuseppe Orofino, uno degli scomparsi, con il quale sono stato messo in contatto dalla figlia Giusy, spinta dalla visione di “La verità nell’ombra” a raccontare la terribile tragedia in cui si trovò coinvolta, suo malgrado, la propria famiglia.

A Concetto Orofino, allora, chiedo per prima cosa con quali sentimenti si disponga ad assistere a un dramma nel quale, inevitabilmente, ci sarà occasione per lui e per i parenti degli altri componenti dell’equipaggio della sfortunata motonave Hedia, di rivivere quei momenti terribili.

Vivo in uno stato di trepidazione, combattuto tra la soddisfazione di vedere tornare alla ribalta un “caso” che, all’epoca, qualcuno cercò di insabbiare con ogni mezzo, e il timore che assistere allo spettacolo ravvivi ancora di più il dolore di un passato che non sono mai riuscito ad accettare. Da giovane, prima della tragedia, appena posavo la testa sul cuscino, la sera, mi addormentavo in un attimo. Dopo, mai più sono riuscito a prendere sonno facilmente e tutt’ora non passa giorno che io non pensi a quella assurda storia.

Al momento della scomparsa Giuseppe era molto giovane. Se dovesse sintetizzare in un’immagine ciò che, a tanti anni di distanza, le è più rimasto impresso nella memoria, quale sarebbe la Sua prima risposta?

Giuseppe era sempre con me. Qualsiasi gioco facessi, da bambino e poi da adolescente, lui non mancava mai. Il più delle volte mi faceva vincere, sia per affetto sia, ne sono sicuro, per aiutarmi a incrementare la mia autostima. Mi ha fatto da padre, da fratello, da amico, da compagno di giochi. Era davvero tutto, com’è provato dalle lettere che ci scambiavamo quando eravamo lontani e che mia figlia custodisce gelosamente. Su di lui io mi sono sempre appoggiato, anche una volta diventato adulto. Vedevo il mio futuro grazie a lui, avvalendomi dei suoi consigli sia negli affari di cuore che condividendo i progetti relativi al lavoro. Non è un dolore qualsiasi il mio. Ogni anno a Natale, guardando il grande presepe che ogni anno allestiamo in casa, cerco la stella cometa che sta sulla grotta, sulla cui punta, quando Dio vorrà, immagino e spero di poter tornare a incontrare mio fratello.

 

Dev’essere già un’esperienza terribile perdere un congiunto ancora giovane e in buona salute. Ancora di più perderlo, sano e in giovane età, per un incidente imprevisto e imprevedibile. Nel caso di Giuseppe, però, la situazione sembra, se possibile, ancora più atroce: i suoi familiari, insieme a quelli degli altri diciannove marinai, non hanno avuto neppure una tomba su cui piangerne la perdita

 

Quando la Hedia scomparve al largo di La Galite, mio fratello aveva ventinove anni e io ero imbarcato su un’altra nave. Quando tornai a casa vidi mia sorella vestita di nero e capii che era accaduto qualcosa di tragico. Poi, quando mi dissero cosa era accaduto, non volendomi rassegnare all’idea che Giuseppe fosse morto, le imposi di togliere il lutto.

Dunque non la convince la “verità ufficiale”, secondo cui Giuseppe sarebbe perito tra le onde, insieme agli altri marinai della Hedia?

Devo dire la verità? Decisamente no. Nonostante il tempo trascorso, nonostante l’atroce protrarsi di questa attesa, non credo che mio fratello sia morto in mare. L’idea che mi sono fatto è che potrebbe essere stato fatto prigioniero, chissà da chi e chissà perché, e successivamente ucciso. Il suo carattere indipendente, tutt’altro che remissivo, non lo portava certo ad accettare una prigionia senza motivo. Avessi avuto almeno una tomba su cui piangere: sarebbe stato un modo per accettare una così grave perdita.

Su una vicenda del genere, immancabilmente, si sono innestate numerose ipotesi per così dire “politiche”: oltre a chiedersi quale sia stata davvero la sorte della nave e degli scomparsi, ci si è interrogati (da parte di qualcuno forse con eccesso di “dietrologia” – imbastendo ipotesi a dir poco fantasiose) sulle motivazioni economico-politiche alla radice dei fatti. Dimenticandosi, forse, dei risvolti più umani.

Purtroppo ancora oggi non ci sono ancora prove ma, come lei stesso dice, solo ipotesi. Il risvolto umano più importante della vicenda, peraltro mai tenuto nella dovuta considerazione dal governo italiano, era sicuramente una convinta ricerca della verità, quantomeno nel rispetto del dolore dei familiari. Mio cognato, nei giorni successivi alla scomparsa della nave Hedia si recò alla capitaneria di porto di Catania chiedendo di inviare delle navi in soccorso. Si sentì dire non avrebbero mandato alcun soccorso perché si trattava di una nave battente bandiera straniera. Mio cognato ribatté che a bordo vi erano diciannove italiani (più un gallese) ma non ottenne alcun riscontro. Io non mi sento di aggiungere altro, fatto sta che, nonostante sia passato ormai più di mezzo secolo, nessuno sa realmente cosa sia realmente accaduto. Nessuno tra la gente comune, intendo.

Ancora una questione per il drammaturgo: qual è il valore aggiunto di poter disporre, nella composizione di un dramma calato nella Storia, della possibilità di colloquiare con chi certi accadimenti li ha in qualche modo vissuti in prima persona?

Non mi sento di esprimere concetti universalmente validi, anche perché non ce ne sono. Ciò che mi sento di dire, però, è che l’incontro con Concetto mi ha portato valori che vanno ben al di là di una testimonianza. Il fratello di Giuseppe Orofino ha arricchito il mio lavoro trasmettendomi senza filtri le emozioni che provò al momento della perdita del congiunto e che prova tuttora. Mi ha introdotto al dolore per una perdita assurda e inaccettabile provato non solo da lui ma da un’intera famiglia. Mi ha trasmesso lo sconcerto per quel ciclo rassegnazione-speranza-disperazione in cui non può in nessun modo evitare di cadere chi si ritrova coinvolto in questo genere di disgrazie. Grazie a lui il mio dramma non solo si è dotato di un corpo ben strutturato ma, cosa ancora più importante, ha acquisito un’anima dolente quanto nobile. E di questo non potrò mai ringraziare abbastanza né lui né gli altri familiari dei marinai della Hedia con i quali sono entrato in contatto.

Mi sembra giusto, per concludere al meglio questa ricca intervista, porre una domanda anche a Giusy Orofino che, come accennato prima, è stata (diciamo così) l’elemento scatenante di questa nuova opera di Patrizio Pacioni. Giusy, può raccontare in che modo ha avuto origine tutto ciò?

La tragedia dell’Hedia avvenne prima ancora che io venissi al mondo. Ne venni a conoscenza attraverso il racconto che me ne fece mio padre, l’eco delle cui parole, insieme a un vuoto incolmabile, porterò sempre dentro: “Avrei preferito saperlo morto”. Quando mi capitò di assistere, presso il Teatro Sociale di Brescia, alla rappresentazione de “La verità nell’ombra” mi venne istintivamente da parlarne con l’amica Elena Bonometti, (componente del cda del C.T.B. – l’ente teatrale di Brescia) la quale, oltremodo colpita dalla vicenda, mi mise subito in contatto con Patrizio. Dissi al drammaturgo: “Scrivi la tua verità, racconta in teatro la storia di venti naviganti ma ricordati di raccontare l’angoscia di chi non ha avuto risposte e di chi si è sentito dire che non si può fare la guerra per diciannove italiani e un gallese”. Beh, tra quegli italiani c’era anche lo zio Pippo.

In sintesi, quale parte si riconosce, nella piccola-grande impresa di aver portato in scena <Diciannove + Uno>?

Ho aiutato Patrizio Pacioni a ricostruire la storia attraverso i giornali, le foto e le lettere: di quel naufragio. Il resto ce l’ha messo lui, e così è nato il dramma che esordirà al Teatro Golden di Roma il prossimo 11 maggio con repliche fissate giovedì 12 e venerdì 13.

Allora pongo anche a Lei lo stesso quesito che ho sottoposto poco fa a Suo padre: parliamo dei sentimenti e delle sensazioni che Le sono rimaste dentro alla fine di questo impegnativo lavoro.

Mi rattristo in modo indicibile, allorché mi capita di pensare a mia nonna, privata di un figlio scomparso nel nulla. La ricordo coraggiosa e piena di energia e non poteva essere diversamente: vedova a quarantuno anni con i figli da crescere. E l’ammiro, ancora oggi, da mamma a mia volta, per aver saputo seguire una “filosofia” di vita che, invece di farla indulgere in lamenti e pianti, l’ha indotta a rimboccarsi le maniche e andare avanti, nonostante tutto e tutti, sia pure rinchiusa nel nero di un lutto inconsolabile. Così sono orgogliosa di avere contribuito a tenere viva la memoria di mio zio e dei suoi sventurati compagni di viaggio, colpevoli solo di essersi impegnati con dignità e applicazione nel proprio lavoro e, probabilmente, di essersi trovati nel posto sbagliato nel momento sbagliato.

Parole accorate, appassionate, toccanti, dopo le quali, a mio avviso, non resta proprio nient’altro da aggiungere. O meglio, l’unica cosa da fare è attendere che sia il palcoscenico a parlare. In fondo non manca molto: il grande appuntamento è fissato tra tre settimane esatte, a Roma.

 

 

Valerio Vairo

https://cardona.patriziopacioni.com

 

 

 

 

 

 

 

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I “Non-morti” e… i “Non-vivi” di August Strindberg

Il mare unisce e divide, libera e imprigiona.

Ed è proprio il respiro del mare che fa da sottofondo alla pièce scritta da Strindberg e marcata dall’inconfondibile stile di regia di Luca Ronconi.  Scena sontuosa, livida e lugubre quanto basta sia nelle tappezzerie che negli arredi, soffusa di riflessi cinerei, sovrastata in alto da due finestre che si aprono di tanto in tanto sul buio profondo delle onde notturne, sulle note di una festa da cui, come dalla festa della vita, i due coniugi sono da sempre e per sempre esclusi.  Soffia forte il vento, fuori e dentro la torre in cui abitano e sono prigionieri i protagonisti di questo singolare spettacolo: spira talmente forte da spostare i mobili, da togliere ogni punto di riferimento nella scena e nelle due vite che stanno franando, mentre un vecchio telegrafo, unico contatto con il resto del mondo che ancora resista, fa da metronomo allo scorrere implacabile del tempo.

Il padre di un mio amico, incorreggibile quanto corrosivo buontempone, alla vigilia delle sue nozze d’argento era solito dire:

<Se mi fossi macchiato di un efferato omicidio, a quest’ora, probabilmente, sarei già fuori dal carcere. Invece ho scelto di sposarmi, ed eccomi qui> spiegava ironicamente ai figli.

<Ma tu, contro chi ti sei sposato?> continuava poi, rivolgendosi alla rassegnata moglie.

Ecco, l’identica domanda, probabilmente avrebbero dovuto porsi i protagonisti di questa cupa rappresentazione di scene da (un) matrimonio (ahimé), per niente affatto inconsuete. Situazioni che si ripetono con inquietante ripetitività nel panorama sconsolante di un cosiddetto “istituto familiare” che, logorato nei più fondamentali ingranaggi dalla polvere dei secoli, andrebbe profondamente ripensato, revisionato e rilanciato (ove possibile) in un modello di nuova generazione.

La storia di <Danza macabra> è questa: Edgar (ufficiale cinico e scoglionato) e Alice (ex attrice priva di talento, malmostosa e dolente)  sono, loro malgrado, marito e moglie. Si mal sopportano e  si detestano, da venticinque lunghissimi anni. Di più: si odiano, si desiderano reciprocamente morti e/o rovinati. È il rancore dei piccoli gesti, dei banali disaccordi suggeriti da una lunga quanto forzata convivenza, dell’intolleranza verso i difetti, le sciatterie, le inutili ridondanze e le meschinità che in ogni anima, fosse anche la più nobile,  inevitabilmente fanno il nido. E che nelle fattezze, nelle movenze, nelle mutazioni causate dal progredire dell’età negli anni, clamorosamente trovano amplificazione. Al punto che, l’incombere di una morte più desiderata come liberatrice che temuta come disintegratrice, tutto sembra coprire in un funereo sudario.

È danza macabra, sì, eccome se lo è, tra Edgar e Alice. E lo diventa ancora di più quando nel ballo (che da un nero “pas à deux, inopinatamente, si trasforma in un ancora più cupo e mortifero”pas à trois”)  viene coinvolto lo spaesato cugino Kurt, macchiato dell’indelebile colpa di avere favorito l’incontro della coppia. Catalizzatore, amplificatore, venefico energizzante, il nuovo arrivato sembra rianimare il peggio  di una coppia già abbondantemente inquinata, ravvivare il perverso rapporto prigioniero-carnefice che, con equa reciprocità, avvince l’uno all’altra Edgar e Alice. Privati di ogni energia dalla vecchiaia incombente sia  nel corpo che nell’anima, i due succhiano energia dal terzo (in)comodo, trasformandosi nelle ombre inquietante dei vampiri suscitati e raccontati dalla grande letteratura gotica.

Gli interpreti sono Adriana Asti e e Giorgio Ferrara (e ci auguriamo che il loro menage familiare -visto che fanno coppia anche nella vita- sia ben diverso da quello dei personaggi di cui vestono i panni) felicemente esagerati sia nel modo di porre le battute che -soprattutto- nell’espressività facciale e nelle movenze. Ottima anche la prova di Giovanni Crippa che impersona con efficacia il cugino Kurt, compassato, fin troppo educato, premuroso, pedissequa replica dell’uomo qualunque, che mi ha ricordato (badate bene, questa è solo un’impressione strettamente personale) certe performance pubbliche del ministro Alfano.

Tutto finisce con un abbraccio che vorrebbe essere consolatorio ma che, in realtà, aggiunge solo un’orrenda, incondizionata e definitiva resa dei due coniugi,  irreversibilmente logorati dall’azione devastante del tempo e della noia. È l’ultima stretta tra due boa constrictor che per tanti anni si sono soffocati l’un l’altro e che si avviano a morire senza mai essere stati realmente vivi.

Lavoro difficile da leggere e da introiettare, ma i convinti applausi del pubblico ne certificano il “missione compiuta”.

Ancora domani, in pomeridiana alle ore 15,30, al Teatro Sociale.

Teatro Sociale di Brescia
dal 6 al 10 aprile 2016
DANZA MACABRA

di August Strindberg
traduzionee adattamento Roberto Alonge
regia di Luca Ronconi
scenografia Marco Rossi
costumi Maurizio Galante
luci A. J. Weissbard
suono Hubert Westkemper
con Adriana Asti, Giorgio Ferrara, Giovanni Crippa
produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana · Spoleto57 Festival dei 2Mondi
in collaborazione con Mittelfest 2014

 

  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Giasone e Medea: al Santa Chiara una canzone che suona bene

La Medea del greco Euripide e del latino Lucio Anneo Seneca (ancora oggi tra le tragedie più rappresentate) prendono le mosse dall’ultima parte del lungo e complesso ciclo del “Vello d’oro”. 

Giasone decide di convolare a nozze con Glauce, figlia di Creonte, a dispetto della volontà di Medea.

Istantaneamente tutto l’amore e tutta la devozione che Medea ha sino a questo punto nutrito per Giasone si trasformano, come spesso accade in questi casi, in cieco e furibondo rancore, foriero di smania di vendetta.

Creonte, intuendo il fatale pericolo che potrebbe derivare da questa tesissima situazione, impone alla donna l’immediato esilio. Medea però riesce a ottenere la dilazione di un giorno: giusto il tempo sufficiente a dare pieno sfogo al proprio odio. Un dono alla rivale, un velo magicamente avvelenato capace di provocare un rogo fatale che avvolge e consuma sia la giovane sposa Glauce (Creusa per i latini) che il padre accorso a salvarla.

La sete di vendetta di Medea, però, non è ancora placata. Dopo un ultimo, straziante abbraccio, uccide i figli uno a uno, per fuggire poi in cielo, volando sul cocchio del Sole.

La storia è sostanzialmente sempre quella, ma in Euripide il tema al centro della tragedia è l’instabile rapporto tra uomo e donna, il contrasto tra amore e arrivismo. In Seneca, invece, il buio richiamo della magia e la corruzione che l’odiosa operare sull’animo umano.

All’inizio sono solo ombre. 

Sembianze scure che scorrono sul palcoscenico, come le ombre platoniane della  filosofica allegoria del “mito della caverna”.

<La freccia del dolore si conficca nel petto di Medea come una fiamma> sono le parole che anticipano un accordo rock, una delle numerose trovate a sorpresa che s’inseriscono per armonico contrasto nell’impianto sostanzialmente classico di questa pièce.

C’è il coro, naturalmente. Le donne di Corinto, però, si muovono a scatti come marionette i cui fili sono costituito dal buon senso comune e dalla forza di auto-diffusione di un certo tipo di notizie di cronaca.

E non può mancare la nutrice-narratrice, più simile a una navigata e scaltra massaia partenopea che alle sagge donne, seconde se non prime genitrici, della tradizione ellenico-latina. Sempre Meridione e Mediterraneo è, dirà qualcuno, e non mi sento di esprimere dissenso.

<Giasone era tutto, e si è rivelato il peggiore degli uomini> pronunciano, piegate dal rancore, le labbra ormai inaridite di Medea, sorpresa e smarrita dall’atroce scoperta, ed è l’estrema maledizione, il solenne giuramento di vendetta.

È una straniera, Medea. Un’estranea, una barbara, una strega, come agli occhi maschili spesso si rivelano le proprie donne quando, avendo scoperto la disistima, il tradimento, l’abbandono del proprio amante, prendono conoscenza di quanto avrebbero dovuto rivendicare molto tempo prima.

<Per le donne tutto funziona finché funziona il letto> è la debole contestazione di Giasone, segretamente misogino, ignavo che si limita a fare il suo, ragioniere dei sentimenti convinto che basti la pelosa accondiscendenza di un sostegno materiale per nascondere le proprie mancanze affettive sotto un grigio tappeto.

Poi è il momento dello sterminio, con Medea che indulge a lungo, combattuta, devastata, nella preparazione dell’uccisione degli adorati figli che si rivela travagliata come un parto al contrario, più dolorosa dello stesso atto omicida.

Tanti applausi alla fine, con gli attori più volte richiamati in scena, per un antico dramma che, guarda un po’, calza alla perfezione con la lucida follia di tanti fatti di cronaca nera che ora, nel terzo millennio, come allora, nell’antica Grecia, fanno sì orrore, ma fanno anche spettacolo.

E resta, mentre si torna a casa, la sensazione dolce-amara che c’è da tremare, e da stringersi l’un l’altro, quando viene il momento dei genitori che ammazzano i propri figli.

 

  cc

  GuittoMatto

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