Goodmorning Brescia (13) – … e quindi? Appuntamento in autunno

 

L’operazione è riuscita bene e il paziente NON è morto. Anzi, sembra che goda di ottima salute.

Questa è la prima considerazione che emerge con lampante evidenza dopo i primi appuntamenti di … e quindi?, l’evento pensato e realizzato dalla premiata ditta Biagio Vinella & Patrizio Pacioni in collaborazione con Daniele Bonato e i suoi compagni del Caffè Letterario Primo Piano.

Il quarto della serie, ultimo della prima stagione ha visto al centro del dibattito Brescia della Solidarietà.

E di solidarietà si è parlato, al cospetto di un folto pubblico attento e interessato, attraverso l’incontro-confronto con diverse iniziative operanti nel settore nel territorio della città e zone limitrofe, ma con un respiro e prospettive che vanno molto l di là dei confini della provincia.

Si è cominciato infatti con il commovente dialogo con l’Associazione Orage d’étoiles, nata per ricordare la scomparsa del giovane Cosma Casagrande attraversola pubblicazione di un libro che contiene il suo diario di viaggio (alla socialità e alla solidarietà cimpletamente dedicato) e, successivamente, con la messa in opera in un’accogliente malga, di uno spazio dedicato a iniziaative solidali e culturali.

A seguire la giovanissima Tania Lavro, con la fresca spontaneità che la contraddistingue, ha illustrato il progetto di aiuto ai bambini vittime della terribile guerra che, sotto il silenzio di maggior parte dei media, continua a devastare ampi territori ucraini.

  stata poi la volta di Emergency i cui scopi (assistenza medica in zone disagiate per popolazione bisognosa di ogni supporto sanitario) e le cui iniziative nel mondo sono universalmente noti. Attraverso una serrata intervista gli ospiti hanno potuto spiegare nel dettaglio quale sia la funzione delle sezioni locali, in particolare l’attività del gruppo cittadino.

Gli esponenti della onlus I fuori onda hanno condiviso con i conduttori e con gli spettatori una storia di grande amore e tenerezza, incentrata su una gestione e creativa del tempo libero di adolescenti con disabilità, esaltando il contributo dei giovani volontari che collaborano all’iniziativa. ad arricchire l’intervento, un suggestivo filmato.

Ultima, ma solo in ordine di tempo, è salita sul palco Marina Clara Borghetti, anima di Un pane per tutti, associazione che ha come scopo la lotta contro lo spreco alimentare attraverso l’educazione dei consumatori e, soprattutto, il recupero di quei residui alimentari che escono dal circolo della comercializzazione quando sono ancora utilizzabili. 

In grande forma il maestro Carmelo Buccafusca, al piano, e il performer della Compagnia Girovaga delle Impronte, Massimo Pedrotti, negli scomodi (per gli altri) panni del raffinato ma sempre urtiv Domandiere. Assente (giustificato) nell’occasione Andrew S. Marini che, con i suoi torrenziali e pungenti monologhi satirici, è diventato un autentico richiamo per i frequentatori del Primo Piano.

    

Riassunto delle puntate precedenti: dopo questa prima fase, … e quindi? va in vacanza e si appresta a tornare nel prossimo autunno, più completo e più strutturato alla luce dell’esperienza maturata.

E noi, naturalmente, saremo lì, al numero 10 di via Cesare Beccaria, l’ultimo giovedì del mese a partire dalle 21.

Cavoli, queste sì che sono certezze che aiutano a vivere meglio!

  

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Goodmorning Brescia (12) – Sraffa: la giovane forza della legalità

Poche settimane fa l’aula magna dell’Istituto d’Istruzione Superiore Piero Sraffa di Brescia oltre cento studenti avevano rappato I m’ai ciapà, una poesia di Marietto, ex detenuto che aveva coadiuvato Patrizio Pacioni nel primo dei due appuntamenti, dedicati alla legalità che la professoressa Annabruna Gigliotti , in pieno accordo e totale sintonia con la dirigente scolastica Maria Piovesan ha organizzato quest’anno per i suoi studenti e per quelli di alcuni dei suoi colleghi.

  

Un evento straordinario per partecipazione (sia dal punto di vista numerico che da quello del coinvolgimento dei ragazzi che gremivano la grande aula magna in ogni ordine di posti. Alla premiazione del concorso di scrittura basato su fantasiosi incipit predisposti dallo scrittore romano (al quinto anno di collaborazione con la scuola bresciana) si è aggiunta la proiezione degli haiku composti e proposti in suggestivi videoclip dagli stessi studenti.

  

Straordinario, in questa occasione più che mai, il rilievo della parte musicale, strutturata e condotta dalla professoressa di educazione musicale Elisabetta Marcolini e dalle sue più ispirate e preparate studentesse.

  

Alla fine dopo che, con la consueta vivacità, Patrizio Pacioni ha passato in rassegna caratteristiche e peculiarità di un concetto e di una pratica di legalità la cui interpretazione non si limiti alla chiusura in rigidi schemi storici, geografici e culturali, la premiazione delle squadre vincenti, occasione di un festoso commiato.

 

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Goodmorning Brescia (11) -Bresciani, ve li do io i monumenti!

Si può passeggiare per Brescia e dintorni rimanendo comodamente seduti nel Foyer del Teatro Sociale? Si può, se a tenerci per mano e a condurci in questa fantastica e virtuale promenade è una guida che si chiama Michela Valotti, docente di Educazione al Patrimonio Artistico e Teatro di Animazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore

  

È il secondo e ultimo appuntamenti di 《Sguardi su Brescia》 breve ciclo d’incontri ideato, realizzato e condotto da Elena Bonometti, già (favorevolissimamente) conosciuta dai visitatori di questo blog. Il titolo: 《Passeggiata bresciana tra le pietre della memoria, tra vero e simbolo》 .

La “visita guidata” è orientata su opere bresciane (o di artisti bresciani) collocate in un arco temporale che va dall’inizio ‘800 al primo ventennio del ‘900.

L’intenzione è di fare parlare i meravigliosi monumenti bresciani, affinché possano rivelarsi nella propria essenza e collocazione storica, consentendo a chi li ascolta di puntare uno sguardo consapevole su queste “emergenze culturali” (da emergere, naturalmente) che hanno donato alla città qualcosa di davvero importante.

Si parte dal Cimitero Vantiniano, autentico e prezioso scrigno di tesori scultorici, oltre che assorto luogi di memorie, al pari, tanto per fare un esempio, del più celebrato Monumentale di Milano.

  

Più precisamente si parla di Giovanni Battista Lombardi, iniziando dal monumento funerario dedicato al conte Annibale Maggi,  commissionato dalla Congrega della Carità Apostolica di Brescia: suggestiva scultura marmorea in cui colpisce l’accostamento tra l’umiltà dell’accattone e del bambino che mendicano e la coppia di personaggi abbienti, ulteriormente differenziata, al suo interno, dal contrasto con la sobria eleganza dell’uomo e la decadenza che comincia a trasparire nella figura femminile.

Si passa per la Pietà di Ermenegildo Luppi, (1923). Si tratta di un gruppo bronzeo che raffigura Cristo deposto tra le pie donne, realizzato grazie alla donazione di 150.000 lire (all’epoca cifra di un certo rilievo) effettuata per espressa disposizione testamentaria da Luigi Premoli.

La scultura, che deriva la propria essenza dalla tradizione michelangiolesca, s’inserisce nel solco del passaggio tra realismo e topos universale e totalmente simbolico della tendenza espressionista introdotta in Italia, proprio in quel periodo, dallo scultore meneghino Adolfo Wildt. Tale matrice si evince, anche per il più disattento degli sguardi, dall’evidente deformazione impressa nei corpi da parte dell’artista (si vedano gli arti del Cristo) e il sottolineatissimo pathos espressivo delle figure femminili curve su di lui.

La tappa in pieno centro con Piazza Loggia sotto la neve di Angelo Inganni, consente di contemplare, opera d’arte in opere d’arte, il Monumento alle Dieci Giornate di GB Lonbardi (1864), uno dei primi e più suggestivi esempi del Culto degli Eroi, esplicitato da est a ovest della città dal monumento ad Arnaldo da Brescia (porta della città in direzione Venezia) e da quello a Garibaldi (direzione Milano) opera di Eugenio Maccagnani.

 

Non sono solo condottieri, o politici, i destinatari degli statuari omaggi: la professoressa Valotti lo dimostra mostrando due monumento tardo ottocenteschi: il primo dedicato al pittore Alessandro Bonvicini detto Moretto l’altro a Niccolò Tartaglia (matematico), opere entrambe di Domenico Ghidoni, commissionate dall’Ateneo per celebrare con pari dignità (oggi si direbbe par condicio) sia le arti che le scienze.

Scoppia e divampa la Grande Guerra, lacerando paesi e coscienze. non è più tempo di eroi, ma di ideali, tradotti in simboli.

Mentre la Nazione si prepara allo scontro irredentistico, Leonardo Bistolfi lancia la sua sfida di italianità su un lago di Garda, che ancora bagna terre dominate dalla straniero che non è ancora italiano. Cosi nasce il monumento a Giuseppe Zanardelli a Toscolano Maderno (1911/1913) a pochi passi da Salò, dove un altro capitolo di storia avrebbe avuto tragicamente fine, una trentina di anni dopo.

Insomma, a partire dal Milite Ignoto (nuovo potentissimo Mito a metà tra sentimento e propaganda) da re, generali e politici si passa al monumento  a un anonimo caduto. L’esasperato monumentismo iniziato con la prima guerra mondiale, finisce con la seconda, come se la bomba atomica tutto riuscisse a distruggere e riplasmare.

Democrazia o demagogia?

Lo dirà la Storia. Forse.

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Goodmorning Brescia (10) – Shakespeare riscritto da Riccardo Bacchelli

L’argomento trattato nel nuovo appuntamento delle 《Conversazioni intorno al Teatro》 pensate e organizzate dal C.T.B. è 《Bacchelli e Shakespeare: di un Amleto commediante》.


Rita Piccitto introduce la serata e l’ospite Giuseppe Langella parlando di Riccardo Bacchelli e della sua collaborazione con la rivista letteraria La Ronda. Romanziere, ma anche drammaturgo che si è cimentato nientemeno che in una riscrittura dell’ Amleto.

  

Secondo Umberto Eco 《La riscrittura è un modo di ripulire il carburatore e le candele del motore della cultura》 

Dunque si parte dall’Amleto di Shakespeare che, a ben vedere, è una rivisitazione del mito di  Oreste. Alla figura di Amleto si ispirano opere  di tutti i tempi e di tutti luoghi:  Pirandello in 《Il fu Mattia Pascal》, ma anche Leopardi e Nietzsche.

L’Amleto di Bacchelli è un audace rifacimento in cinque atti della tragedia shakespeariana (definita una delle più importanti “porte di accesso” della modernità – ), pubblicato a puntate in altrettanti numeri della Ronda nel 1919. Prima pièce teatrale (modalità di espressione artistico-narrativa che ben si attaglia alla sensibilità dell’uomo) di un decennio creativo che arriva fino a 《Il diavolo a Ponte Lungo》.
Un rovesciamento che, con il filtro dell’ironia, in ottica palesemente anti-romantica, trasforma la tragedia in un’opera comica attraversata dal riso. La morte viene interpretata come via di uscita dalla finzione della vita. Un destino, ineluttabile come solo il destino può essere, di fronte al quale opporsi non ha senso. Chi si illude, velleitariamente, di ribellarsi all’ineluttabile, inevitabilmente diviene oggetto di derisione.

La scelta più nobile è quella di uscire dalla vita, con eleganza e leggerezza, come se fosse il finale di una bella commedia sulla quale, prima o poi, il sipario deve pur calare. Un atteggiamento quasi zen che a me ricorda quell’aristocratico che, al tempo della rivoluzione francese, leggeva un libro aspettando di essere ghigliottinato e che, al momento in fu chiamato al patibolo, chiuse il volume non dimenticando di sistemare il segnalibro lì dove era arrivato.

Che la morte arrivi, come amava dire e scrivere Nietsche, ma solo dopo avere danzato in catene.

E, prima di salutare il pubblico, a sorpresa, la lettura da parte dello stesso Langella di una fresca e delicata poesia tratta dalla sua silloge 《La bottega dei cammei》: dedicata a trentanove donne, dalla A di Angela alla zeta di Zobeide.

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Goodmorning Brescia (9) – Lo sguardo indiscreto di Elena

Carla Boroni introduce la serata e la mini-serie di conferenze Sguardi su Brescia (curata da Elena Bonometti per il C.T.B.) che si tengono nella tradizionale sede del Foyer del Teatro Sociale.

A parlare del tema 《Il gioco del mondo e il sapere dell’uomo preistorico》 è Gaudenzio Ragazzi esperto di iconografia preistorica e formatore.

Prima di cedere la parola al relatore, Elena Bonometti ricorda come questo genere di iniziative ispirate al territorio, la cui organizzazione da parte dei TRIC è fortemente caldeggiata dal Ministero, riprenda nella sostanza la bella tradizione di quegli incontri sulla brescianità che costituiscono una radicata tradizione che il CTB, da sempre promuove e difende con assoluta convinzione.

Il gioco si fa per divertimento, senza scopi utilitaristici, è un momento della vita che favorisce fantasia e libera espressione di sé, necessita da parte di chi lo pratica del ricorso a molteplici e variegate “abilità”, favorisce il miglioramento motorio e psichico e (ultimo ma non ultimo) accompagna il delicato percorso della crescita da “solitario”, a “parallelo” per diventare alla fine ludico coadiuvante dello spirito “associativo” e “cooperativo“》 ricorda ai presenti, con la consueta chiarezza.

 《Al gioco appartengono e sono propri contenuti artistici e affettivi. Può essere utile ad analisti e psicologi per effettuare indagini e verifiche cognitive e terapeutiche di sicura efficacia》.

《Campana》 o 《Mondo》 o uno qualsiasi dei mille nomi che assume in Italia e nel mondo, è da questo gioco che parte Gaudenzio Ragazzi.

《La mia occupazione non è quella  di cercare terre e cose nuove, ma di guardare con occhi nuovi》, premette, per poi passare a un’articolata quanto vivace disamina dei più o meno visibili aspetti collaterali di ciò che potrebbe sembrare un semplice quanto ingenuo passatempo per giovanissimi.

   

È nella divisione degli spazi il segreto e la rivelazione: dalla stele in pietra al disegno del gessetto sull’asfalto, quello che si diletta nel 《Gioco del Mondo》 è un uomo ancora bambino che (segnando la Terra e venendo in contatto con tale gesto con la misteriosa e maestosa essenza del globo)  diventa l’uomo maturo di millenni dopo.

Le regole del gioco riportano, attingendo a conoscenze e sensazioni ancestrali , agli interrogativi e alle più profonde aspirazioni di conoscenza dell’essere umano. Una volta entrati in questa ottica, cerchi, rettangoli, curve e angoli assumono significati arcani e trascendenti.

Insomma, che siano chiese cristiane, moschee o templi indù, che si tratti di una scacchiera o di una tavola da gioco maya, in certi segni, in certe forme, in certi gesti, c’è un percorso comune che parte dall’anima stessa del pianeta che abitiamo e ci raggiunge dagli spazi profondi, un anelito di assoluto da soddisfare attraverso lo studio delle immutabili leggi che regolano i fenomeni naturali.

Un gioco dalle regole rigide e inappellabili, cui ci si applica con quella serietà di cui, ammettiamolo, solo il candore di un bimbo, frutto ancora incontaminato della natura, unico approccio per l’avvicinamento a Dio.

Persino il sassolino tirato all’indietro, quel piccolo frammento di natura che parte da una “casa” e a essa ritorna,assurge al ruolo di simbolo  di un’anima trasmigrante ma mai errante.

Ci si ricorda del territorio, certo. Della “brescianità” di cui si diceva prima. Parlano della cripta di San Glisente (Esine), le cui colonne e le cui aperture appaiono magicamente (o misticamente) perfettamente allineate e orientate con precisione persino inquietante alla luce del solstizio e dell’equinozio.

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Sbuffi di ponentino (2) – La memoria dell’Hedia naviga sul palcoscenico

 

Ci sono momenti e  occasioni in cui risulta davvero difficile, distinguere dove effettivamente passi il sottile confine tra realtà e fiction, tra spettacolo e denuncia sociale e civile, tra teatro e cinema da una parte e autentico giornalismo d’inchiesta dall’altra.

Ci sono occasioni in cui, per un fortuito (o deliberato, sia pure occulto) disegno del destino, non è lo scrittore o il drammaturgo a cercare la storia da narrare, ma avviene esattamente il contrario.

«Così è stato sia per La verità nell’ombra che, soprattutto, per Diciannove + Uno» dichiara Patrizio Pacioni, visibilmente soddisfatto sia per come la Compagnia Stabile Assai, guidata da Antonio Turco, ha messo in scena questo suo secondo cimento nel delicato ambito del teatro d’inchiesta, sia per il gradimento espresso dal numeroso pubblico che, nelle prime due giornate di programmazione presso il Teatro Golden di Roma, ha scelto di assistere al dramma che restituisce alla cronaca e alla Storia il dramma della motonave Hedia e del suo equipaggio.

Se nel primo caso l’idea di rievocare le oscure vicende legate alla strage di Portella della Ginestra era stata infatti suggerita da una occasionale visita al vecchio tribunale di Viterbo (ove si svolse il processo intentato contro i responsabili materiali dell’eccidio), le origini di questa seconda incursione nei misteri d’Italia è stata indotta da ancor più singolari avvenimenti.

Ci sono famiglie, disseminate in tutta Italia, da nord a sud, che ancora oggi recano impressa nel cuore e nell’anima la più dolorosa delle piaghe: la perdita di un congiunto le cui modalità, le cui cause e i cui effetti finali sono rimasti sepolti per oltre mezzo secolo in una spessa coltre di reticenze, menzogne e depistaggi.

C’è la discendente di uno dei marinai scomparsi nel nulla con la Hedia (Giusy Orofino n.d.r.) che assiste a una delle repliche de La verità nell’ombra e trova il coraggio e la forza per fare arrivare a Pacioni la sua storia. Gli presenta suo padre Concetto Orofino, direttamente coinvolto nei primi, drammatici momenti seguiti alla sparizione della motonave.

Ci sono altri familiari, come Accursio Graffeo di Sciacca) che da tempo si battono perché venga fatta luce su questa vicenda, altri ancora che sono ormai sull’orlo della rassegnazione, ma alla notizia di quanto si sta facendo si rianimano, s’interessano, collaborano.

Sperano che il dramma dei loro sfortunati congiunti possa, se non altro, essere estratto dal buio cassetto dell’oblio in cui qualcuno, più o meno volontariamente, ha voluto rinchiuderlo e nasconderlo.

Alcuni di essi, contattati allo scopo, accettano di raccontare e di raccontarsi, cosa che, in certi casi così dolorosi e laceranti, è molto meno facile di quanto non possa sembrare a prima vista.

E, infine, ultimo punto in ordine di elencazione, ma elemento indispensabile alla buona riuscita dell’operazione, c’è Antonio Turco, capace di adattare Diciannove + Uno restando sostanzialmente fedele al testo originale e di metterlo in scena di modo che calzi perfettamente allo stile e alla tradizione della sua Compagnia Stabile Assai..

Insomma, alla fine, la cosa certa è che la “tre giorni” di Roma ha regalato un Teatro Golden sempre pieno, un consenso di pubblico misurabile dal numero e dall’intensità degli applausi che si sono incastonati a tutte e tre le serate.

Ha regalato, soprattutto, il consenso commosso e convinto dei congiunti dei marinai della Hedia che hanno avuto occasione di assistere alla rappresentazione del dramma: un risultato meraviglioso per l’Autore e per tutta la Compagnia Stabile Assai.

   

Bravi gli interpreti “interni”, a cominciare da Cosimo Rega (Federico Agostinelli, capitano della Hedia), Giovanni Arcuri (il misterioso quanto enigmatico Dottor F), Mimmo Miceli (nei panni di un adrenalinico e tormentato Enrico Mattei), Angelo Calabria (astuto negoziatore del governo algerino), ma anche tutti gli altri, senza eccezione alcuna.

Brave le attrici, in primo luogo le “professioniste” Francesca Pietrosanti e Jolanda Gigliotti, accanto alle quali non hanno di certo sfigurato la Professoressa Patrizia Patrizi nei panni di una coraggiosa giornalista e la psico-terapeuta Patrizia Spagnoli in quella di Edera, moglie del capitano Agostinelli. 

   

Eccellente, come e più di sempre, la voce di Barbara Santoni, egregiamente accompagnata dalla band composta da Antonio, Lucio e Roberto Turco (quest’ultimo ripreso nella foto con Pacioni) in una suggestiva e affascinante selezione di motivi degli anni ’60 e di incursioni nella produzione dei Beatles.

   

Una sorpresa alla fine, con l’intervento di Tim Chapmanpersonaggio di grande rilievo, noto a livello internazionale per il suo apporto agli sviluppi delle pratiche riparative nel Regno Unito e negli interventi con detenuti ad alto rischio. Ampia influenza nel settore della giustizia giovanile ha avuto il suo modello Time to Grow. Significativo il ruolo che ha svolto nei processi di pacificazione con l’attività terroristica dell’IRA. Con grande naturalezza e, al tempo stesso con grande padronanza del palcoscenico è stato lui a sigillare la fine dello spettacolo trasmettendo al pubblico un messaggio di alto livello sull’inammissibilità del silenzio e della menzogna, in presenza di valori inalienabili come la vita e la dignità umana, anche se finalizzata al mantenimento di un determinato status quo tra potenze che, potenzialmente, potrebbero entrare in conflitto da un momento all’altro. Poche ma preziose parole, rese ancora più suggestive dall’autorevolezza di chi le pronunciava nella propria lingua madre.

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   Vestale

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Goodmorning Brescia (8) – Il Seme… del Teatro

  

Giulio Forbitti è l’autore-drammaturgo della nuova opera teatrale portata in scena (per l’attenta regia di Guido Uberti) dai ragazzi dell’ Istituto Primo Levi di Sarezzo. Diciannove anni, diciannove pièce, diciannove volte scritte da lui.

In questo ormai lungo arco di tempo ho visto moltissimi ragazzi partecipare alle rappresentazioni, con la soddisfazione di constatare che molti di loro hanno continuato a recitare anche terminati gli studi” racconta Forbitti .

Uno di loro, Marco Poli, non ha mai perso occasione di entrare nel cast degli spettacoli che si sono succeduti nel corso degli anni, con immutata passione, senza mancarne neppure uno.

Nel corso della serata del 13 maggio (replicata il 14) alunni ed ex alunni, ai quali si sono uniti a che alcuni bambini della scuola materna Pio X e di giovani della Cooperativa l’Aquilone, si sono perfettamente integrati in una recitazione corale di ampio respiro.

Sono loro i veri trascinatori dello spettacolo” dichiara Forbitti, elogiando il contributo degli ex-alunni.

Responsabile del Laboratorio è la prof.ssa Elena Bonometti (nella foto con il microfono) componente del consiglio di amministrazione del C.T.B. e da sempre impegnata per la promozione dei giovani studenti nell’attività teatrale, sapientemente coadiuvata dalla prof.ssa Maria Dabrosca

Il Preside prof. Mauro Zoli, è fortemente impegnato nell’organizzazione di questa iniziativa, il cui primo scopo (attuale più che mai) è quello  di mettere insieme giovani e disabili con il preciso scopo di promuovere l’amicizia e l’integrazione più assoluta.

Alla “prima”, oltre al Preside Mauro Zoli, è presente il Sindaco di Sarezzo, anche lui ex alunno del Primo Levi “

Purtroppo, quando io ero studente, nella scuola non c’era ancora promozione dell’attività teatrale” confida, senza nascondere un velato rimpianto.

Grazie al lavoro e all’impegno degli organizzatori di queste recite si promuove la capacità per i giovani di confrontarsi con i propri limiti e di ricevere attraverso il teatro input positivi che potranno favorire il prosieguo del cammino di vita“.

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La trama, complessa e articolata, prende le mosse dalla sofferenza.

Tocca argomenti molto forti come lo stupro, l’omicidio, la coltre intessuta di silenzi e inganni sotto la quale (come spesso accade) si cerca di occultare una verità scomoda.

Nella vita, però, come ricorda un personaggio della pièce, giovanissima madre adottiva “Il passato si veste, si traveste e poi si svela” e ciò che è dolore, falsità e sofferenza viene trasformato in carità e affetti sinceri.

   

Nella storia, ambientata nel medioevo, emerge la forza di una giovane donna capace di accettare la scomoda realtà di essere nata dopo (e per) il più basso e indegno degli oltraggi che un uomo  possa arrecare a una donna. Rassicura i suoi due fratelli, con i quali (inconsapevole della consanguineità) arriva a rischiare un incesto, con i sentimenti più sublimi di pietà e spiritualità, di amore e di generosità.

Si parla di fratellanza, di unione fra i tre ragazzi, di collaborazione che sfocia nella realizzazione di un ospedale di cui lei è la amministratrice… ma siamo nel medioevo.

 

Una donna al comando suscita non poche discussioni per quel periodo e un religioso mette in dubbio le capacità di una donna in quanto donna. Ma è più moderna di quanto si possa pensare: si parla di magia bianca, affidata in quel periodo solo a figure maschili, in cui troviamo, oggi, le radici della scienza moderna e della medicina.

Insomma, i colpi di scena sono numerosi e capaci di stupire il pubblico fino alla fine.

E come tutte le storie raccontate da Forbitti, anche questa ha un finale lieto e, al tempo stesso, utile a valere da insegnamento: una delle doti più desiderabili, in un essere umano, è quella di volere e sapere trasformare il male in bene.

 

 

Il seme del Re

Saggio didattico organizzato dall’ Istituto d’Istruzione Superiore Statale “Primo Levi” di Sarezzo.

Proposto dal  Gruppo Teatrale Gianluca Grossi.

Testo: Giulio Forbitti

Regia, scene, luci: Guido Uberti

Teatro San Faustino Sarezzo 13 e 14 maggio 2016

 

 

  Giusy Orofino (per Bonera.2)

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Goodmorning Brescia (7) – Le luci e le ombre di Pier Paolo

Questa serie d’incontri vuole essere occasione e causa, come negli scorsi anni, della pacata rivisitazione di alcuni momenti significativi della stagione ormai giunta alle battute finali》 premette Carla Boroni, introducendo questo ennesimo pomeriggio di cultura nel Foyer del Teatro Sociale.

Però, siccome ci piace sempre sorprendere, cominceremo con un’eccezione, visto che oggi qui si parlerà di Pier Paolo Pasolini

Dopo di che, presentati velocemente i prossimi appuntamenti che sì, saranno effettivamente dedicati alle conversazioni intorno al teatro, lascia la parola a Magda Biglia che, a sua volta, presenta al pubblico che gremisce il foyer gli attori/lettori Alessandro Pazzi e Chiara Bazoli: sono entrambi membri del Gruppo Ossigeno Teatro (《Abbiamo l’obiettivo di promuovere azioni teatrali che possano essere motore di cambiamento individuale e collettivo》 – è la loro presentazione)  nato nel 2006 e impegnato particolarmente nella rivisitazione dei grandi autori classici di ogni tempo e di ogni Paese.

Poi sono solo letture, attraverso le quali esce, a tutto tondo, un uomo di genio stretto nel suo personaggio e in un mondo con l’orologio indietro di qualche decina di anni rispetto alla sua indole e alle sue esigenze: Pasolini e sua madre, Pasolini e lo sport, Pasolini e Dio. Brani scelti che permettono di indagare attraverso le sue stesse parole sulla vera essenza del vivere, sulla natura della morte, sulla sofferenza di certi difficilissimi rapporti da intrattenere con se stessi, quando si vorrebbe essere accettati dagli altri, ma non si riesce ad accettarsi per ciò che è.

Tutto questo è Pasolini. Ma è anche essere debole e imperfetto, travagliato da pulsioni che talvolta lo sovrastano e lo travolgono, orientandone abitudini di vita e frequentazioni, affascinanti e ammaliatrici come fuochi fatui nel buio della coscienza. 

Insomma, un personaggio grande ma contraddittorio, scrittore e poeta assolutamente trascinante quando si scava dentro l’anima, che perde forse efficacia e suggestione allorché,  salito sulla pedana, riveste i panni del censore-anti-conformismo-castigatore di costumi.

Tranne che in 《Io so》,  dove i due aspetti si incontrano e, in un certo senso, arrivano a sovrapporsi: più una speranza, più un’intuizione di un cuore ferito, che una certezza, (《Io so, ma non ho né prove né indizi》 è il suo grido impotente e disperato) suggestiva dunque come solo la visione o il sogno di un intellettuale ribelle sanno essere.

Premesso questo, per una volta consentitemi una nota personale più consona al ruolo di opinionista che non a quello di cronista che dovrei ricoprire (ed effettivamente di solito ricopro) in questa sede: ogni volta che incrocio i miei pensieri con la figura di PPP, ammetto di trovarmi in difficoltà, non riuscendo sempre e/o completamente a effettuare una netta distinzione tra l’artista (unico, eccelso, che sa elevare al cielo la mente e l’anima, quello che grida 《È impossibile dire quale urlo sia il mio, ma di certo durerà oltre ogni possibile fine》 ) e l’uomo di discutibile moralità,  che conosce l’arte e il piacere della corruzione. 

Ma questi, dirà qualcuno,  sono problemi miei.


  Bonera.2

 

 

 

 

 

 

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