Goodmorning Brescia (81) – Se «L’ultima volta» continua a uccidere

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Il primo a salire sul palcoscenico del Piccolo Teatro Libero è l’autore della pièce, Biagio Vinella, che ha anche curato la regia insieme a Milena Bosetti.

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«Noi del Collettivo Teatrale Zazie facciamo “teatro utile”. Il che, in due parole, vuol dire parlare di argomenti importanti, come violenza contro le donne, razzismo e bullismo, attraverso i nostri spettacoli, non solo davanti a platee “amiche” (cosa che può risultare gratificante per il consenso ricevuto, ma sostanzialmente inutile), ma ovunque».

Si ricordi che, prima di questo lavoro, il Collettivo Teatrale Zazie ha al suo attivo, nell’ambito di un progetto sostenuto dal dirigente scolastico Giulia Coppini, dall’Assessore Roberta Morelli e dalla psicologa Franca Pagni, altre tre rappresentazioni: «Punti di vista», «Le mie parole» e «Caramelle da uno sconosciuto», tutti incentrati su tematiche sociali ed etiche e tutti programmati o in programma presso numerose scuole.

Poi comincia «L’ultima volta», che si avvale di suggestive scenografie elettroniche computerizzate.

«Ho bisogno di chiederti scusa guardandoti negli occhi»  è una delle prime frasi pronunciate da una delle giovanissime attrici (Livia Baroni, Giorgia Tonelli, Mariam Ghidoni, Camilla Fragomeno) che si alternano nella memoria dolente di un unico personaggio: una ragazza vittima della violenza di genere, che ricorda, momento per momento, vicende e parole che l’hanno portata a una morte prematura e acerba.

Ragazze che s’impegnano a fondo sul palcoscenico, investendo nella recitazione ognuna qualcosa di sé, prelevata dal profondo dell’anima. Con le voci giuste, quelle di giovani donne che cominciano ad affacciarsi alla dimensione degli adulti e a conoscere un mondo che non è facile amare.

«Vediamoci per l’ultima volta» e l’ultima volta sarà, perché è così che spesso finiscono certe storie di amore malato: con l’ennesimo inganno, l’ennesima trappola, infine mortale.

Come tutte le storie d’amore, però, l’inizio può essere romantico, esaltante, un sentimento d’infinita misura perché infantile, infantile proprio perché smodato, smisurato, irragionevole  e cieco.

Poi arrivano i primi tentativi di controllo, le manipolazioni, il processo di svalutazione di sé e di colpevolizzazione che mirano a isolare la parte più debole dal contesto sociale, prima dagli amici, poi anche dalla famiglia. Un “protocollo” inconsapevolmente subdolo e spietato, frutto non dell’astuzia del singolo ma retaggio di generazioni e generazioni di brutale supremazia maschile.

Le prime percosse, seguite, immancabilmente da scuse più false dei trenta denari di Giuda.

Le minacce, il malessere di chi subisce, e si abitua a subire, violenze fisiche e psicologiche di ogni tipo.

«Vediamoci per l’ultima volta» , sì, e nell’anima degli spettatori, come una lama, scende il gelo.

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Goodmorning Brescia (80) – A Brescia doppio femminile, con Gigì!

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Come di consueto è il Direttore del C.T.B. Centro Teatrale Bresciano, Gian Mario Bandera a introdurre la conferenza stampa, confermando anche per quest’anno, con piacere e soddisfazione,  l’ospitalità per questo appuntamento ormai ventennale che va in scena sempre in prossimità della festa della donna (quest’anno il 12 marzo)

«Moltissime donne, sia di Brescia, che delle Valli, che della Bassa, aspettano con trepidazione questa occasione di svago» ricorda Antonella Gallazzi (Spi CGIL Brescia).

«Un evento ricorrente, che curiamo con attenzione e impegno, ma che costituisce solo una parte di un più complesso calendario di attività che si susseguono per tutto l’anno» specifica subito dopo.
«Ci battiamo per i diritti anche economici delle donne, di previdenza,  di volontariato, di indigenza, di solitudine, disagio ed emarginazione, negoziando attivamente con i comuni e gli altri enti locali sulla base delle esigenze del territorio».

Passa poi la parola a Maria Luisa Battagliola (Fnp CISL Brescia) che illustra più nel dettaglio le finalità dello spettacolo.

«Sarà  un  momento ludico di cui (sommando gli spettatori delle due rappresentazioni) porteremo a teatro 1300 donne di cui molte, nella pomeridiana, provenienti da un totale di una quindicina di case si riposo e centri diurni. È per questo che la scelta è caduta su un’operetta le cui arie, probabilmente, a suo tempo cantavano i nostri cari anziani»

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Da parte di Maria Luisa Battagliola, Antonella Gallazzi e Angela Bolognesi (Uilp UIL Brescia), infine, viene colta l’occasione di mettere in evidenza come quello delle case di riposo, in un contesto di domanda sempre crescente per le note cause di progressivo invecchiamento demografico, sia un problema da affrontare con la massima decisione.

Il pagamento della retta, infatti, può avere sulle famiglie coinvolte un impatto a volte devastante. Per questo ci si sta muovendo in due direzioni. La prima è quella di fare pressione sulle amministrazioni, in particolare quella regionale, perché con il loro contributo il costo delle rette rimanga per quanto possibile contenuto. La seconda è un’azione di promozione e sostegno  di quegli interventi domiciliari che, in molti casi, almeno finché ve n’è la possibilità, contribuiscono a ritardare il sempre doloroso distacco tra gli anziani e le loro famiglie.

Ingressi su invito.

All’iniziativa è legata una sottoscrizione i cui proventi saranno destinati a progetti benefici principalmente legati a iniziative sociali in paesi del terzo mondo.

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musical di Alan Jay Lerner su musiche di Frederick Loewe

nuova produzione in esclusiva nazionale su licenza TAMS WITMARK – New York

 

allestimento scenico                               coreografie                                 direzione musicale

Jaro Ješe                                                  Cristina Calisi                                    Maria Galantino

adattamento e regia

CORRADO ABBATI   (di seguito le sue note di regia) :

Dagli stessi autori di My Fair Lady, premiato con 9 premi Oscar, ripreso trionfalmente a Broadway, arriva ora nei teatri italiani: Gigì (innamorarsi a Parigi), il musical di Lerner e Loewe, tratto dal famoso racconto di Colette.

A sessant’anni dalla nascita di questo musical (1958) ho pensato di riportarlo in Italia (a Broadway il suo revival è un grande successo!) e per la prima volta nella sua versione originale valorizzando (finalmente!) lo spartito di Gigì: una partitura raffinata, gradevole, allegra e orecchiabile e mai banale: Loewe con poche pennellate musicali ci riporta con straordinaria arguzia alle atmosfere parigine di primo 900. Altro punto di forza di questo Musical è il lusso dell’ambientazione e lo sfarzo dei costumi che sicuramente non mancherà in questa edizione in una rielaborazione immaginifica e con quel tocco di classe che sottolinea da tempo le nostre produzioni. Ma il lavoro non si è fermato ad una elegante messa in scena, bensì a valorizzare quelli che sono i veri punti di forza di questo Musical: la già citata musica, lo sviluppo e l’evoluzione dei personaggi e le tante spettacolari scene di massa. Questa Gigì vorrei dunque che fosse, anche per voi, come bere una coppa di champagne, come respirare l’aria effervescente, spensierata, piena d’allegria in una Parigi da innamorati.

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Goodmorning Brescia (79) – Costanzo investigatore, sulla riva del Garda

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C’è persino un’autopsia virtuale, nell’articolo pubblicato sulla pagina domenicale della cultura, nell’inserto bresciano del Corriere della Sera. Dall’esame autoptico del  cadavere, che risponde al nome di un certo Gabriele D’Annunzio, emerge il quadro di un settantenne pieno di acciacchi di ogni tipo: un occhio irrimediabilmente leso, la situazione disastrosa dei denti, la prostata ingrossata, una stipsi prolungata e incarognita, il logorio generale derivante da un’intera vita di eccessi di ogni tipo, ivi compresi gli ultimi venti anni votati alla bianca Dea Cocaina, hanno lasciato cicatrici evidenti sul corpo del defunto Vate.

Un’autentica indagine, condotta dall’articolista con dovizia di particolari e la consueta, disincantata arguzia dell’autore.

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Cominciamo dal titolo, che potrebbe essere; «Il commissario Gatta e il mistero del Vittoriale».

Sono presenti tutti gli accenti e le atmosfere di una storiaccia noir, per non dire horror, nel movimentato pezzo di Costanzo Gatta. Dal frenetico affaccendarsi del giovane falegname bresciano Giuseppe Ventura, chiamato a rivestire il macabro ruolo di costruttore di bare, al lungo parcheggio della salma nel Tempietto delle Memorie prima dell’inumazione  (avvenuta nel 1963) nel Mausoleo, per finire con il dubbio irrisolto in merito a un eventuale suicidio.

Fu morte naturale per “apoplessia” o la decisione estrema di fuggire dalla ”turpe vecchiaia” preconizzato nelle pagine del Libro Segreto attraverso la scorciatoia del suicidio?

Anche al decesso di D’Annunzio, insomma, si potrebbe attagliare la frase “Di certo c’è solo che morto” spesa per la fine del bandito Giuliano.

Con lo sberleffo finale della data “scelta” dal Vate per accomiatarsi dal mondo: martedì grasso, il giorno ideale per un assoluto gaudente come il Poeta pescarese-gardesano.

Dopo di che, inevitabilmente… arrivano le Ceneri.

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Goodmorning Brescia (78) – Un Almanacco a metà tra memoria e monito

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Al Nuovo Eden, in occasione dell’ennesimo incontro di «Rapiti dall’Eden – sabato pomeriggio tra cinema e teatro», (rassegna di conferenze con i protagonisti della stagione teatrale del Centro Teatrale Bresciano C.T.B.)  è di scena Vincenzo Pirrottaautore e protagonista di  «Almanacco Siciliano» (recensito da GuittoMatto qualche giorno fa –  https://cardona.patriziopacioni.com/dalla-carta-al-palcoscenico-pirrotta-racconta-una-guerra-che-non-finisce-mai/) prodotto dal Teatro Biondo di Palermo e in scena al Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri fino a domenica 4 marzo 2018.

Tutto parte e fluisce dalla prima domanda indirizzata all’attore siciliano dall’intervistatore Daniele Pelizzari

«Uno spettacolo che ci fa diventare tutti più siciliani

La risposta di Pirrotta parte da lontano:

«Nel dramma si parte dallo scatenarsi della prima guerra di mafia, la cosiddetta mattanza palermitana  (scandita quotidianamente dai titoloni de L’Ora) fino ad arrivare quasi ai nostri giorni, in cui l’inquinamento mafioso si va diffondendo sempre di più anche all’estero». 

Fatta questa necessaria premessa, Pirrotta scende più nel dettaglio dello spettacolo.

«Lo scopo dell’Almanacco  è di raccontare e spiegare alle nuove generazioni quanto di esecrabile e di terribile sia accaduto negli anni ’70 e ‘8’ in Sicilia, perché non accada mai più». spiega.

«E abbiamo deciso di farlo, volutamente, senza  concedere nome e maggiore dignità a una o all’altra delle vittime»

«In una delle prime rappresentazioni, c’era tra il pubblico, in prima fila, la vedova Borsellino e faticavo a incrociarne lo sguardo velato dalle lacrime» racconta, ancora visibilmente coinvolto.

«Quando ho fatto lo spettacolo a Morgantino una signora è venuta in camerino e mi ha abbracciato a lungo singhiozzando», ricorda ancora, con emozione.

«Questo è  e rappresenta Almanacco siciliano, e non solo per i congiunti e gli amici della tante, troppe vittime della mafia e dei mafiosi»

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A questo punto, Pelizzari incalza Pirrotta a definire meglio natura e scopi del dramma.

«Uno spettacolo che non è proprio uno spettacolo, ma un qualcosa in cui la memoria e la rappresentazione si uniscono in una celebrazione di liturgia laica in onore delle vittime,  introiettata e messa in scena con  grande spiritualità. La risultante di una consapevolezza partita dalla lenzuolata bianca di Palermo, seguita alla strage di via D’Amelio, primo segnale di forza della società civile nei confronti dello strapotere mafioso. Ciò che lega tra loro le storie, è lo stupore per il piombo che arriva a falciare vite, come un soffio improvviso di scirocco che spezza un ramo»

Le ultime parole di Pirrotta prima del commiato, su sollecitazione di Pelizzari, sono per le scenografie, dominate da un bianco abbagliante che vuole richiamare, tra l’altro, il colore del lutto di parole esotiche e i canti strazianti creati dai fratelli Mancuso. ispirati da una parte ai cori della classica tragedia greca, in parte ai lamenti delle prefiche delle Madonie.

 

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18:57 (1 minuto fa)

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Goodmorning Brescia (77) – Vicolo delle Stelle e l’Arte

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Mille pagine.
Ottocentoquarantacinque artisti severamente selezionati e raccontati in modo analitico.
Novantotto euro per averne una copia.

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Questi i crudi numeri del fascicolo 53 del Catalogo dell’Arte Moderna, edito per le stampe dell’Editoriale Giorgio Mondadori (Gruppo Cairo), presentato poche ore fa nella bella sede dell’ Associazione Artisti Bresciani, al numero 4 di vicolo delle Stelle.

 

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Numeri elencati con soddisfazione da Carlo Motta, direttore editoriale del Catalogo, che ha introdotto l’evento, che ricorda anche alcuni interessanti percorsi tematici inclusi nella pubblicazione, quali articoli sulle “Donne artiste” e sulla cosiddetta “Arte povera“.

«Non c’è una risposta univoca sulla individuazione e determinazione del concetto di bellezza, neanche partendo dal concetto di estetica. Sembra quasi, anzi, paradossalmente, che talvolta, l’Arte e l’Artista vogliano restare estranei a e stessi» è l’esordio del critico d’arte  e scrittore Andrea Barretta, che spiega così il titolo assegnato all’evento, vale a dire “L’arte e la bellezza: una storia anche editoriale”.

«Quello di bellezza, in realtà, è un concetto in continuo divenire, attraverso un difficile percorso fatto di abiure e demolizioni, per arrivare a una concezione soggettiva che si oggettivizza nello scorrere del tempo, nel variare delle tendenze letterarie e delle correnti di pensiero»

La conclusione è che, fatte queste premesse, il Catalogo deve rispecchiare, evolvendosi di anno in anno, questa ricercata “bellezza”. Soprattutto, in un momento di incertezza quale il presente, il Catalogo deve costituire un punto fermo di ordine e certezze, chiarendo, per esempio, che certe discipline (come il design e la scenografia, che pure costituiscono forme espressive degne di attenzione, rispetto e  ammirazione, ove gestite ai massimi livelli) non sempre e non necessariamente sono da considerare opere d’arte.

Con un breve e incisivo intervento teso a illustrare la parte operativa, commerciale, promozionale e distributiva della rivista chiude l’evento la sempre brillante Luana Baraccani.

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Nella sala erano esposte le opere dell’Artista di Grumello del Monte Enrico Schinetti (nell’ambito della mostra intitolata “Tra i giardini e l’altrove“)  che proprio nella sede della AAB – Associazione Artisti Bresciani, nell’ormai lontano 1970, tenne  la sua prima mostra.

«Le nuove opere di Enrico sembrano segnare una catartica meta del percorso: il mito pare trovare nell’artista una cosciente accettazione, una immanente affermazione, sia come simbolo dei valori che si era pietrificato nelle sculture emergenti dai giardini, che come emblema della inquietudine delle passioni e della ricerca del senso di vivere, con i personaggi che un tempo si aggiravano furtivi e digrignanti»  scrive Marco Ticozzi nell’elegante libretto di presentazione della mostra, dopo aver ripercorso i cicli artistici del pittore: negli anni 70 Monumenti seguiti da Test e Teatri non immaginari per poi arrivare, attraverso il ciclo Problemi di Ulisse, al Giardini Ateniesi.

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Un’ultima annotazione: tra il folto pubblico che gremiva la sala, si è notata la presenza dell’attore Sergio Isonni e (nella foto ai lati del pittore Enrico Schinetti) dell’artista Gi Morandini e di Patrizio Pacioni.

 

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Vero Sport (2) – Cristian Toninelli: che passione, faticare sulla neve!

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La nascita di una pratica riconosciuta e certificata degli sport per disabili risale al dopoguerra, più esattamente al 1948.  In quell’anno Ludwig Guttmann, neurochirurgo tedesco, nominato subito dopo la fine della guerra, in Inghilterra, direttore del centro delle lesioni spinali di Stoke Mandeville, ideò, organizzò e realizzò i primi giochi per persone disabili mielolese, limitando la competizione, in quell’occasione, alla disciplina del tiro con l’arco. Quattro anni più tardi, grazie alla partecipazione di una delegazione olandese, i giochi divennero “internazionali”.

Bisognò attendere fino al 1960 perché, a Roma, i giochi paralimpici si svolgessero nella stessa località e nelle settimane immediatamente successive, delle Olimpiadi maggiori.

Ai campi sportivi dell’Acquacetosa sfilarono, di fronte a un gran numero di spettatori, quattrocento atleti, in rappresentanza di ventitré paesi. Il gruppo italiano, il più numeroso, conquistò  nelle discipline di atletica, scherma, basket, ping pong, tiro con l’arco e biliardo, più di ottanta medaglie, di cui ben ventotto d’oro.

Integrazione culturale, lotta alle barriere architettoniche e ideologiche, inclusione e integrazione dei disabili sono i valori più evidenti cui si ispirano i Giochi. La disabilità vista in positivo, cioè per ciò che un disabile può riuscire a fare, non per ciò che non riesce a fare.

Differenza non solo semantica, per quanto ovvio.

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Passando per una volta dalla mia amata rubrica «Goodmorning Brescia» (ma senza necessità di allontanarmi troppo dalla mia amata Leonessa d’Italia, ieri mattina ho avuto l’opportunità e il piacere di intervistare Cristian Toninelli, atleta della  Polisportiva Disabili Valle Camonica che, prossimamente, partirà per la Corea per partecipare alle Paralimpiadi.

Continuando la lettura di questo articolo, potrete sapere cosa ne è venuto fuori.

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Cristian, perché tra tanti sport, hai scelto di praticare proprio lo sci di fondo?

 

Ho sempre amato lo sport e la natura. Ho giocato a calcio per molto tempo e, a causa della passione che nutro per i begli scenari e per la fotografia, mi ritrovo molto spesso a fare lunghe e impegnative camminate in montagna. Quanto allo sci, è stato un caso: poco più di un anno fa, venendo in contatto con la Polisportiva Disabili Valle Camonica ho avuto modo di mettere ai piedi “seriamente” un paio di sci e… è stato amore a prima vista. 

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Alle Paralimpiadi come ci sei arrivato, avendo così poco tempo a disposizione?

Ci sono arrivato… in extremis! Lo scorso dicembre in Canada, in occasione della mia prima partecipazione a una gara di Coppa del Mondo, ho ottenuto un ottimo piazzamento, che mi ha consentito di ottenere i punti necessari per la qualificazione alle Olimpiadi . Poi è seguito un altro buon risultato (15°), in Germania, sempre per la Coppa del Mondo. 

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Con te la Polisportiva Disabili Valle Camonica rinnova e rinverdisce una ormai consolidata presenza ai Giochi Paralimpici invernali (Torino 2006, Vancouver 2010, Sochi 2014) ed estivi (Rio de Janeiro 2016). Ci saranno altri “compagni di squadra” con te?

Per lo sci di fondo sarò l’unico italiano. Ma nello sci alpino sarà con me  il bravissimo Davide Bendotti.

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Dicci qualcosa di più sulla tua Polisportiva.

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La Polisportiva è operativa da oltre venti anni, con risultati agonistici strepitosi in tantissime discipline sportive, impegnando e preparando nel miglior modo possibile atleti disabili fisici e mentali Sotto la guida della Presidente Gigliola Frassa, di Darfo, appassionatamente affiancata e supportata dal marito Angelo Martinoli, grazie al lavoro di tanti volontari, l’Associazione sta ottenendo risultati sempre più prestigiosi. di Darfo ne sono le anime, dal tiro con l’arco alla carabina, trattano parecchio la disabilità mentale Fanno girare moltissimi ragazzo a  grandi livelli. Tantissime medaglie.

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Cosa vuol dire essere un atleta famoso nella comunità in cui si vive abitualmente?

Per dire la verità, l’inizio non è stato semplicissimo. Ero visto come un tipo stravagante, che si era permesso l’azzardo di lasciare un “posto fisso” per tentare l’avventura nello sport. Man mano che arrivavano i successi, però, la situazione è radicalmente cambiata e tutti, ma dico proprio tutti, hanno espresso apprezzamento su quel che è una vera e propria scelta di vita. Una scelta che ha un suo prezzo, inevitabilmente: non è come facile come potrebbe sembrare a prima vista, alzarsi ogni mattina all’alba per andare  a correre sui saliscendi delle nostre montagne e faticare in palestra nella stagione buona e arrancare sulla neve nelle gelide giornate d’inverno… 

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Manifestazioni come le Olimpiadi e le Paralimpiadi, credo, costituiscono una straordinaria esperienza anche dal punto di vista umano.

Dei partecipanti della nostra spedizione ne conosco pochi, dunque sarà un piacere fare nuovi incontri e scambi d’idee. Con qualcuno degli atleti stranieri abbiamo già avuto occasione di conoscerci ma sarà certamente molto bello ritrovarsi e frequentarsi avendo a disposizione tanto tempo.

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E siamo arrivati, per concludere, alla domanda con la D maiuscola che non potevo (e non volevo) evitare di porti: con quali speranze e obbiettivi partirai per la Paralimpiadi? E dopo? Che succederà, dopo?

Il mio allenatore sostiene che, avendo cominciato solo un anno fa ad allenarmi professionalmente, nonostante non sia giovanissimo anagraficamente (ho 29 anni), dispongo di un fisico non ancora sfruttato fino in fondo, dal che consegue che le mie vere potenzialità restano ancora da scoprire completamente. In questa ottica le Olimpiadi coreane serviranno innanzitutto per favorire la mia crescita personale, poi l’anno scorso in Canada si tenterà di entrare nei primi dieci del mondo, in vista delle successive Paralimpiadi. Obbiettivi realistici per la Corea? Intanto parteciperò a tre gare: la 20 km libera, la 10 km classica e lo sprint. I favoriti son russi e ucraini, con l’eccezione, per lo sprint, di un atleta francese davvero fortissimo. Per me si punta a confermare il quindicesimo posto ottenuto in Germania. La convinzione c’è, ma non sarà certo semplice riuscirci. .

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Ricordami le date.

Si parte il prossimo 2 marzo e si farà ritorno il successivo 22. Ci sta un “in bocca al lupo”?

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CERTO CHE SÌ:   «IN BOCCA AL LUPO, CRISTIAN

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Goodmorning Brescia (76) – San Faustino: tanti “singoli” fanno una moltitudine

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Giusto due parole, poi lascerò la parola alle immagini di questa giornata di festa per Brescia, immancabile richiamo e ricorrente grande appuntamento per tutti i bresciani.

Come spesso accade per la ricorrenza del Santo Patrono (questo è da tempo San Faustino per Brescia, insieme al meno ricordato San Giovita, a dimostrazione che anche tra i Santi esiste una certa gerarchia) , soprattutto in città della tipologia e della grandezza della Leonessa, o per centri di minore dimensione, ciò che “arma” la voglia di scendere in piazza e partecipare allo struscio collettivo, è il desiderio, mai sopito, di riaffermare la propria identità, sia d’individuo che di gruppo.

Una voglia che, soprattutto in una città ormai indubitabilmente multietnica e multiculturale come Brescia, assume singolari tonalità e sfumature che meriterebbero un più articolato e ponderato approfondimento.

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.Eccoci di nuovo qui.

Avete saziato gli occhi con queste belle foto?  Sì? Allora a questo punto le alternative sono due:

a) Siete forestieri. Accontentatevi di questo e rallegratevi per avere conosciuto qualcosa di più sulla Leonessa d’Italia.

b) Siete di Brescia e dintorni: infilatevi un giubbotto o un paletot e recatevi subito in centro città: così, oltre al senso della vista, potrete gratificare a suon di salamina, porchetta, formaggi e altre simili piacevolezze, anche l’olfatto e, soprattutto, il gusto. Poi, prima di tornare a casa, un bel pirlo come aperitivo ci sta sempre.

Ah, ancora una cosa!

Per chi non lo sapesse, in San Faustino, da qualche tempo, è stato individuato anche il Protettore dei single. In questo caso, a far preferire (ancora una volta) lo stesso Faustino allo sfortunato Giovita, sarebbe l’assonanza con il Santo festeggiato il giorno precedente.

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Probabilmente una sorta di rivalsa da parte di chi, il giorno. precedente, non ha avuto nulla e nessuno da festeggiare. Per alcuni però, la cosa avrebbe anche un fondamento, per così dire, di derivazione storica: la tradizione medievale che vedeva in San Faustino uno assai propenso a offrire alle giovani fanciulle l’opportunità di incontrare il futuro moroso. .

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Goodmorning Brescia (75) – La Poesia? Espressione di Civiltà… Bresciana

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Nell’antico palazzo al numero 5 di vicolo San Giuseppe,  su al primo piano, oltre la grande ed elegante sala riunioni, oltre l’accogliente ufficio nel quale si è tenuta stamattina la conferenza stampa convocata per la presentazione della cerimonia di premiazione del premio nazionale di poesia “Santi Faustino e Giovita 2018” oltre gli uffici, in cui lavorano alacremente gli uomini e le donne della Fondazione Civiltà Bresciana, si apre un dedalo di stanze le cui pareti sono completamente occupate da scaffali stipati di libri di ogni genere. Cerca 100.000 volumi e faldoni in cui è raccolta custodita la storia e la cultura bresciana, ma anche informazioni, trattati, saggi, relative alla vita culturale, sociale e artistica dell’intero paese.

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Lo scopo della conferenza è quello di presentare la cerimonia nel corso della quale, giovedì 15 febbraio prossimo venturo, alle 16.00, presso la stessa sede di vicolo San Giuseppe 5, saranno ufficialmente assegnati i premi relativi al concorso nazionale di poesia santi Faustino e Giovita 2018.

Al di là del dettaglio della manifestazione, alla quale saranno presenti oltre al vescovo della diocesi di Brescia, monsignor Pier Antonio Tremolada e al sindaco Emilio De Bono, il presidente della Provincia Pier Luigi Mottinelli, il  presidente della Camera di Commercio Giuseppe Ambrosi, il presidente dell’Ateneo di Scienze Lettere e Arti Sergio Onger, il presidente della Confraternita dei Santi Faustino e Giovita don Maurizio Funazzi nonché la giuria al gran completo (Andrea Barretta, Maria Rosa Bertelli, Paolo Venturini) ci si è soffermati sull’esito del premio di poesia che torna dopo cinque anni di pausa.

«I numeri parlano da soli» esordisce il Presidente di giuria Andrea Barretta.

«Al premio hanno partecipato 103 partecipanti provenienti da tutta Italia (70% per la sezione in lingua), con 184 poesie» specifica senza nascondere la propria soddisfazione.

«Sono cifre persino inattese, nella misura in cui si sono formate,  che (uniti all’ottimo livello delle liriche pervenute) ci incoraggiano a pensare di aver raggiunto uno dei principali scopi della manifestazione, vale a dire quello di richiamare ancora di più l’attenzione delle autorità politiche, sociali e religiose sulle benemerite attività della Fondazione»

Scende poi nel dettaglio più strettamente tecnico del premio.

«La giuria, che ho avuto l’onore di presiedere, ha lavorato con grande rigore. I testi scritti in “bresciano” sono stati esaminati tenendo conto sia della correttezza dei termini usati che della giusta accentazione, pur tenendo nella giusta considerazione le differenze di scrittura e pronuncia che contraddistinguono le varie zone della provincia. Per quanto riguarda invece le liriche italiane, si è cercato di valorizzare,  nell’ambito di una doverosa attenzione alla correttezza stilistica, anche l’innovazione tematica e di linguaggio».

Ecco i vincitori. Oltre ai tre premi riservati ai vincitori del concorso (per la “lingua” Tiziana Monari, Maria Francesca Girelli e Marco Papetti; per il dialetto Giovanni Trotti, Luigi Legrenzi e Dario Tornago) si è deciso di assegnare altri riconoscimenti per segnalare lavori non premiati ma di qualità e di grande interesse. In particolare:

  • per la lingua menzioni di merito a Gaetano Bonera e Mari Cristina Odoardi e segnalazioni di merito per Isabella Roda e Giuliana Bernasconi.
  • Per il dialetto menzioni di merito a Velise Bonfanti ed Emilio Gadaldi e segnalazioni di merito per Lucia Filippini e Angelo Comparcini.

Si è colta l’occasione, altresì, di conferire due premi speciali alla carriera: il primo alla poetessa e scrittrice Elena Alberti Nulli e l’altra all’attore Sergio Isonni che sarà anche la “voce” della cerimonia di premiazione.

Prima di concludere, Andrea Barretta traccia la rotta del futuro:

«Questo Premio deve diventare un’autentica festa della Poesia, guardare ai versi come espressione delle più nobili emozioni, con quel tanto di “popolare” e quel tanto di dignità letteraria che, a mi avviso, costituiscono una miscela ideale».

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Progetto ambizioso, forse, ma non impossibile.

O meglio: impossibile per molti, ma certamente non per la   Fondazione Civiltà Bresciana  e… per don Antonio Fappani.

 

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