
Il teatro comico, la commedia andata in scena ieri sera al Teatro Renato Borsoni, è la prima delle commedie che Goldoni scrisse tra il 1750 e 1751, onorando l’impegno (che a molti era sembrato velleitario) di predisporre ben sedici copioni nel breve arco di due stagioni teatrali. L’opera rappresenta una prova ante litteram di metateatro che si spinge assai più in là, nella sperimentazione del genere, di quanto non avesse osato Sua Maestà William Shakespeare con capolavori immortali come Amleto, Sogno di una notte di mezza estate La bisbetica domata.
Nella commedia si narra delle ordinarie traversie di una compagnia teatrale impegnata nelle prove di una commedia il cui esito si rivelerà importante, prima di ogni altra cosa, per riempire le pance sempre vuote di capocomico e attori. Le aspirazioni frustrate di artisti che, pur consapevoli di essere non del tutto privi di valore, trovano difficoltà ad affermare il proprio talento, grande o piccolo che sia.
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Al di là del pretesto narrativo, però, la pièce messa in scena dall’Invisibile Kollettivo rappresenta un autentico gustoso saggio sulle autentiche motivazioni alla base della rivoluzione goldoniana («Voi avete la commedia d’intreccio; io voglio darvi la commedia di carattere») e sui suoi fini ultimi, passando per il superamento e l’accantonamento delle rigidità proprie della commedia dell’arte. Un vero e proprio tesoro ideale messo in scena, oltre che per il sano divertimento del pubblico, a vantaggio di chi è impegnato (o anche solo intenzionato a impegnarsi) nel poliedrico quanto difficile mondo del Teatro.
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L’Autore:
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I genitori di Carlo Goldoni, nato a Venezia il 25 febbraio 1707, sono Giulio Goldoni (medico)e da Margherita Salviani. Trasferitosi all’età di nove anni a Perugia, dove lavora il padre, il piccolo Carlo inizia gli studi presso i Gesuiti. Poi il successivo spostamento a Pavia, dove frequenta dal ’23 al ’25 il Collegio Ghilisieri (facoltà di giurisprudenza). Fino a quando la sua opera Il colosso, intrisa di una urticante satira rivolta principalmente contro autorevoli famiglie della nobiltà pavese, suscita l’ira dei maggiorenti cittadini che lo costringono ad andare altrove. A ciò si aggiunge qualche anno dopo (1731) l’improvviso decesso del padre che lo obbliga a riprendere gli studi interrotti e a laurearsi in legge presso l’Università di Padova. L’avvocatura non è esattamente il suo mestiere, e Carlo lo pratica di mala voglia e con esiti mediocri. In uno dei suoi numerosi viaggi capita a Milano dove fa cuna conoscenza che gli cambierà la vita: quella con il Capocomico Giuseppe Imer, per il quale, negli anni seguenti, scriverà intermezzi comici, tragedie e tragicommedie. Dal 1738 in poi, però, Goldoni si dedica in esclusiva alla commedia, facendo un secondo incontro di capitale importanza per la sua carriera artistica: quello con Gerolamo Medebach, conduttore a Venezia della Compagnia a Sant’Angelo, con il quale avvia una quindicennale proficua collaborazione. In questo periodo nascono: La vedova scaltra, La putta onorata, Il cavaliere e la dama, La bottega del caffè, Il bugiardo e Pamela e La locandiera. Alla fine della collaborazione con Medebach segue un rapporto decennale con il teatro San Luca, dove fa mettere in scena altre conosciutissimi lavori come Il campiello, I rusteghi, La trilogia della villeggiatura, Le baruffe chiozzotte. Nasce però nel frattempo un’accesa rivalità, al limite dell’inimicizia e della disistima con Gasparo Gozzi, che ne turberò non poco l’attività creativa. Ciò, unitamente ad alcuni amari insuccessi di pubblico e di critica, convincono Goldoni a effettuare l’ennesimo trasloco: via da Venezia, su invito del Teâtre-Italien (che lo ingaggia però per scrivere a soggetto, limitandone quindi in qualche modo l’originale creatività) si reca a Parigi
Qui La sua opera Bourru bienfaisant rappresentata nel 1791 presso la Comédie Italienne gli vale la sincera e prestigiosa ammirazione di Voltaire. Ormai avanti con gli anni, riceve da Luigi XV l’assegnazione di una modesta pensione della quale, però, sarà privato dopo appena un anno dai nuovi capi rivoluzionari, essendo costretto a vivere gli ultimi tempi della propria vita in uno stato d’indigenza. La morte sopraggiunge nel 1793.
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Lo spettacolo:
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Sono entrambi lì, contemporaneamente, vicini ma incommensurabilmente e irrimediabilmente distanti: un glorioso passato che è sul punto di congedarsi e il nuovo che, invece, bussa prepotentemente alla porta.
Si sta parlando della filosofia e del modo di fare Teatro, naturalmente.
Da una parte i fantasmi (perché tali sono) di Arlecchino e Brighella, dall’altro gli attori che presidiano la scena, in silenzio, prima ancora che il sipario si apra.
Da una parte i frizzi e i lazzi delle maschere della commedia dell’arte, con i loro movimenti barocchi e le battute sapide, capaci di muovere prima e più lo sghignazzo del sorriso.
Dall’altra personaggi problematici, immersi nelle proprie riflessioni, alla ricerca (probabilmente vana) di problematiche risposte in merito ai temi più caratterizzanti dell’animo umano, quelli esistenziali: il chi, il da dove e dove, il perché… Insomma più capaci di suscitare domande in chi assiste che trovare asilo e rifugio in qualsiasi certezza.
Da una parte i costumi di scena settecenteschi, idealmente maestosi e fisicamente polverosi, dall’altra i simboli di una modernità consumistica, come il frigorifero e gli slogan storpiati del caffè da supermercato, il caffè La Tazza e i biscotti alla Rutella.
Da una parte (instabili come foglie d’autunno) i dettami di una Bellezza teorica, eterea e sfuggente come un sogno, in conflitto con le più carnali ragioni della pancia che pretende (pensa un po’!) di essere riempita ogni giorno almeno del cibo indispensabile; dall’altra una velocità di comunicazione fine a se stessa, i tecnicismi sindacali spesso più forma che sostanza, trasparenti riferimenti a un’ideologia politica vuota capace ormai di comunicare soltanto per slogan, senza dare poi alcun seguito alle promesse elettorali e non.
La chiave d’interpretazione del testo originale operato da Valentina Diana è, al tempo stesso, originale e ruffiana (in senso buono!). Il gioco del teatro dentro il teatro è operato confondendo le acque al punto che, per lo spettatore, diviene difficile identificarsi con sufficiente certezza nel diciottesimo secolo o nei giorni presenti. Tutto ciò avviene per mezzo di mille ammiccamenti a metà strada tra il serio e il faceto e la sempre fattiva collaborazione dei (tutti) bravi interpreti che senza risparmio di energie conferiscono le proprie sicurezze, i propri dubbi e le inevitabili crisi d’identità che costellano la vita artistica e personale di ogni attore, ai personaggi che impersonano.
Studiatamente caotiche, al pari dello sviluppo ondivago della storia, le variegate e colorate scenografie, ben supportate da un sapiente utilizzo delle luci.
Il pubblico, nella grandissima maggioranza, capisce, partecipa al gioco divertendosi e, alla fine applaude.
What else?
Spettacolo fortemente consigliato a chi ama il Teatro e a chi, acquisendone maggiore conoscenza, se ne vorrebbe invaghire. Ciò premesso, sono personalmente certo che anche chi si troverà a passare per caso al Borsoni una delle prossime sere non se ne tornerà a casa deluso.
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Il teatro comico di Carlo Goldoni di Valentina Diana, da Carlo Goldoni, vede la
regia e l’interpretazione di Invisibile Kollettivo: Nicola Bortolotti, Lorenzo Fontana,
Alessandro Mor, Franca Penone, Elena Russo Arman. Le luci sono di Cesare
Agoni, la collaborazione alla scena è di Michele Sabattoli, la collaborazione ai costumi è di Bruna Calvaresi, per una produzione Centro Teatrale Bresciano e Teatro dell’Elfo, in collaborazione con Invisibile Kollettivo. Lo spettacolo è realizzato con il contributo di Next – Laboratorio delle idee per la produzione e programmazione dello spettacolo lombardo – Edizione 2024/2025.
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