I & S – Se trema la terra, resti saldo il cuore

Trenta secondi e cambia la vita.

Scatta il contatore delle vittime, ma le “vittime” sono molto più dei “cadaveri”.

Perché con il terremoto anche a chi resta muore qualcosa dentro. Per sempre.

Stampate negli occhi e nella mente queste immagini, e date via libera al cuore.

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Qui di seguito alcune segnalazioni per mettervi in grado di donare con ogni “mezzo tecnico” e assecondando le vostre preferenze personali per questa o per quella iniziativa:

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https://www.cri.it/flex/FixedPages/IT/DonaOra.php/L/IT/IDCausale/36/Importo/10/AltroImporto/-/Dona/Dona%20ora/BL/KnBhZ2VzL1NlcnZlQkxPQi5waHAvU1VfL3RlcnJlbW90by1jZW50cm8taXRhbGlh/X/1

 

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E, per concludere, un esempio di come anche sui social network ci si stia mobilitando per fornire ogni supporto possibile:

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Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (19) – E ora Daniela canterà in Paradiso

  Si è spenta alla Poliambulanza di Brescia il soprano Daniela Dessì, a seguito di “una malattia breve, terribile e incomprensibile“, come la definisce il tenore Fabio Armiliato, compagno della cantante da più di quindici anni.

L’artista, che risiedeva nel bresciano, ed è stata considerata una delle più grandi interpreti contemporanee delle eroine verdiane e pucciniane, ha collaborato con i più grandi teatri del mondo, come la Scala di Milano, il Metropolitan di New York,  e la Deutsche Oper di Berlino.

Dopo il debutto avvenuto a Genova con La serva padrona di Pergolesi, nel corso della sua intensa carriera Daniela Dessì (diplomata in canto e pianoforte al Conservatorio Arrigo Boito  di Parma, e specializzata poi in canto da camera presso l’Accademia Chigiana di Siena) ha messo insieme un ragguardevole repertorio composto di oltre settanta titoli. Tra i tanti, grandi direttori d’orchestra che hanno incrociato la sua carriera, mi limito a citare nomi come Riccardo Muti, Carlos Kleiber, Claudio Abbado,  James Levine, Lorin Maazel, e Zubin Mehta, cui si aggiungono registi del calibro di Zeffirelli, Ronconi, Scola e Strehler.

Ho intervistato in proposito Elena Bonometti, membro del CDA del Centro Teatrale Bresciano TRIC, ex vicepresidente (duplice mandato su nomina ministeriale) del Conservatorio di musica “Luca Marenzio”, docente di ruolo di psicologia presso IISS “Primo Levi” di Sarezzo, nonché appassionata d’opera sin dalla più tenera età.

 

 

Daniela Dessì e Brescia

È nata a Genova da genitori sardi, ma è cresciuta a Brescia seguendo il padre custode di fabbrica. Raccontano che, quando arrivava il momento della pausa pranzo o della fine turno, lei, che era ancora una bambina, andava in competizione con la sirena che scandiva i tempi di lavoro.

 

Quando l’ hai conosciuta?

Frequentava da studentessa il conservatorio allora intitolato a Venturi, nella classe assegnata a Carla Castellani. Essendosi già diffusa in città la notizia della sua bravura e dell’estrema duttilità della sua voce, cominciarono a chiamarla sempre più frequentemente perché partecipasse come solista ai vari cori amatoriali di Brescia. Fu così che finì a cantare anche nel coro di padre Salvetti che è stato anche il mio.

  

Vuoi dire che hai avuto occasione di cantare con lei?

 Purtroppo no, io entrai più tardi. In realtà il nostro primo incontro è avvenuto all’inizio degli anni 2000, quando ero vicepresidente del conservatorio Marenzio (ex Venturi) diretto da Perotti: la chiamammo per un master di canto.

 

E lei accettò?

  Immediatamente, e fu subito un boom di iscrizioni che rese necessaria una severa selezione che Daniela s’incaricò di fare di persona. Io partecipai alle lezioni come uditrice, e fu una bellissima esperienza, di cui conservo ancora la pergamena dell’attestato. Per tre giorni lavorò da mattina a sera in concentrazione assoluta, elargendo ai suoi allievi consigli e ammaestramenti sia di interpretazione artistica che di natura pratica, primo tra tutti il corretto utilizzo del diaframma.

 

Ti viene in mente qualche episodio particolare di quella esperienza?

  Ricordo che a un certo punto salì sul palco per redarguire un bellissimo ragazzo che cantava da tenore:

“Cosa sono queste gambe divaricate?” lo redarguì, con grande energia.

Una indicazione in cui ravvisai un fermo invito a mettere da parte, nella pratica della lirica, ogni atteggiamento esibizionista e gigione, privilegiando invece la cura di un’interpretazione doverosamente filtrata da buon gusto e senso della misura. Oltre che essere meticolosa nella preparazione e perfetta nell’esecuzione, nonché dotata di una grandissima voce da madre natura, Daniela Dessì era capace di mettere tutto questo al servizio della interpretazione dei personaggi che era chiamata a rivestire. Aveva inoltre una capacità didattica incredibile, capace di migliorare i suoi allievi in pochissimo tempo. Inutile dire che il saggio finale che ebbi l’onore di presentare, si risolse in uno straordinario successo.

In cosa ti ha arricchito la sua frequentazione?

  Mi ha insegnato quanto siano importanti la concentrazione e il costume mentale di tendere sempre e comunque al miglioramento. Accettando al tempo stesso, però, i propri limiti e cercando di trasformare in virtù anche i difetti. Sotto il profilo didattico, inoltre, ho acquisito e introiettato (anche) attraverso lei, due concetti basilari. Il primo è la necessità di instillare nei giovani la necessità di un approccio umile da parte dell’artista nei confronti della pagina dell’autore. Il secondo di esortare i ragazzi a non essere gigioni e a non desiderare per sé l’impossibile. “Ti viene stirato il re bemolle? Allora scegli d’interpretare opere che abbiano solo un do” diceva Daniela. E come potrei non essere d’accordo?

 

Una grande donna, allora.

 Una donna meravigliosa: all’esterno poteva apparire come una grande diva, ma alla base c’era una serissima e indefessa lavoratrice. Già soprano strapagato, chiese al conservatorio, come compenso, una cifra irrisoria, sia per riconoscenza che per amore dell’insegnamento che vedeva come una meta da raggiungere una volta che fosse scesa dal palcoscenico, alla fine di una luminosa carriera artistica consumata sotto al luce dei riflettori; un traguardo che, purtroppo, una morte precoce non le ha dato la possibilità di raggiungere.

Che cosa le diresti, se potessi ancora parlare con Lei?

 Solo “Grazie di tutto, Daniela, maestra di Arte e di Vita”

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E qui Elena si ferma, vinta dalla commozione.

 

   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

STABILmente pazzi… per il Teatro

Scusa si so’ nato pazzo

Uno spettacolo “modulare”, che cambia struttura ogni volta che va in scena, ruotando attori (quelli della Compagnia Stabile Assai che, nata nell’ormai remoto 1982 è il più antico gruppo di teatro carcerario) e monologhi ispirati a brani di autori quali Edward Bunker, Jean Genet, Jack London e James Ellroy. Nato dalla scrittura congiunta di Cosimo Rega, Patrizia Spagnoli, Sandra Vitolo e Antonio Turco (che ne è anche il regista) Scusa si so’ nato pazzo è un viaggio di esplorazione nella difficile situazione psicologica di uomini tenuti in bilico, dalla deprivazione della libertà, sull’orlo di un baratro depressivo se non anche, talvolta, psicopatologico.

Sono storie dure, quelle che si succedono in scena.

Storie di oppressione e di violenza irragionevole, spesso esercitata anche dai compagni di detenzione; di punizioni eccessive e disumane, più utili a indurire e corrompere le anime che a riscattarle. Senza dimenticare, però, di ricordare, qua e là, che non tutte le sbarre sono all’interno dei carceri: esistono anche le gabbie in cui la vita, purtroppo, costringe persone (solo apparentemente) libere: quelle costituite da esistenze incanalate irreversibilmente e negate a ogni possibile miglioramento.

Gli attori danno il meglio, unendo alla interpretazione il dono di qualcosa di sé, delle proprie esperienze, dei propri errori e degli sbandamenti, ma anche della voglia di rinascere.

Il tutto intarsiato, come d’abitudine per la Compagnia Stabile Assai, nella colonna sonora incisiva e accattivante al tempo stesso per l’esecuzione della band composta da una sempre  ispirata Barbara Santoni (voce) supportata al meglio dai fratelli Turco (Antonio chitarra, Roberto basso e Lucio percussioni) e dagli altri bravi musicisti (primo tra tutti Paolo Petrilli alla fisarmonica) che si alternano con loro.

 

   GuittoMatto

NB

sarà nostra cura diffondere, non appena perverrà in ns. possesso, l’elenco degli spettacoli in programma nelle prossime settimane

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (18) – La mia edicolante è differente

… li troverai là, col tempo che fa, estate e inverno …

Ecco. Per l’incipit di questo articolo mi servo di una strofa tratta da La città vecchia, una delle più belle e suggestive tra le tutte belle e suggestive ballate create e cantate dal grande Fabrizio De Andrè.

Solo che Faber, nel suo testo, si riferiva ai pensionati, mentre la categoria di cui voglio occuparmi oggi è quella degli edicolanti.

Perché davvero lì trovi lì, nel loro casotto, fra giornali, riviste e libri, o nelle immediate vicinanza, in ogni stagione e nelle condizioni atmosferiche della cui regia si può occupare solo il buon Dio: freddo, pioggia, neve, sole torrido, umida e mefitica calura, fate voi. Ma anche, per fortuna, nei frizzanti pomeriggi primaverili e nelle morbide giornate autunnali.

Punti di riferimento, accoglienti rifugi, luminosi fari di cultura, informazione e puro svago incastonati nel grigiore dell’asfalto della città.

Ma….

… ma non tutte le edicole sono uguali. Né, a maggior ragione, gli edicolanti.

Quello (anzi quellA) di cui voglio narrare oggi si chiama Antonella, la distinta, simpatica e arguta signora che da tempo gestisce il chiosco di Piazza del Mercato.

È una che, oltre a venderla, la sua merce, la LEGGE anche. Non legge tutto, certo, sarebbe impossibile per chiunque, ma molto.

Cosicché, quando si è indecisi su un acquisto, c’è la possibilità (corredata da una ragionevole probabilità di ottenere una risposta consapevole e, il più delle volte, rispondente a verità) di ottenere da lei un parere sulle pubblicazioni messe in interiore ballottaggio tra mente, cuore e borsellino. Che si tratti di un libro, di una rivista oppure di un fumetto, poco importa: Antonella qualcosa ne sa o, nella peggiore delle ipotesi, ne ha sentito dire, e non prende paura nell’esprimere un parere. Insomma, visto quanto amo (anche fisicamente) la carta stampata, potrei rifarmi ancora, come prima, all’album Non al denaro, non all’Amore né al Cielo (ispirato al capolavoro di Edgar Lee Master  Antologia di Spoon River) che considero il più straordinario parto artistico di sempre di Fabrizio De André. Potrei rivolgere anche alla mia amica giornalaia la fatidica domanda posta da Jones il suonatore  al mercante di liquore nel brano Dormono sulla collina: “Tu che lo vendi cosa ti compri di migliore?”

Premesso questo, però, è arrivato il momento di svelare da dove davvero nasce l’idea di questo post.

Da un cartello, ecco da dove. Esattamente da questo, appeso a una parete dell’edicola chiusa per le ferie agostane:

Un messaggio intimo e dolce. ma al tempo stesso articolato con straordinaria costruzione “narrativa”.

Una deliziosa e fresca spremuta di parole tra confidenza, complicità, affetto e stima, che ha il potere, se poure ce ne fosse bisogno, di far desiderare che il giorno della riapertura arrivi al più presto. Passate in Piazza del Mercato e, se troverete ancora il chiosco senza presidio, niente paura: Antonella sta bevendo un caffè in compagnia delle sue amiche, lì a sinistra, a venti metri di distanza dalla sua edicola, seduta a uno dei tavoli all’aperto della Latteria Ghidoni.

Basta chiamarla e lei arriva. Pronta a vendere giornali e a regalare (attenzione, questi inserti sono sempre in omaggio) quei prodotti preziosi e rarissimi che si chiamano umanità e sorriso.

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   Bonera.2

 

Categorie: Giorni d'oggi.

Elba della Storia e dei colori, dell’Arte e dei sapori

  

   

Come potete vedere questa volta le immagini sono posizionate (quasi) tutte all’inizio.

Una scelta dettata dalla intuitiva constatazione che l’Isola d’Elba, quando ci vai, sollecita ogni senso del visitatore, ma ciò che risulta possibile portare via con sé al momento del distacco, attaccato all’anima,  è -in modo preponderante- solo ciò che rimane attaccato alla vista.

  

Antichi borghi, verdi rilievi, ville e fortezze intrise di storia e, soprattutto, l’incredibile azzurro del mare. Esattamente, in estrema e troppo riduttiva sintesi, ciò che si vede nella prima delle foto.

Personalmente, però, per “deformazione professionale”, per così dire, non ho potuto evitare di soffermare l’attenzione su tre personaggi che fanno parte di quella eccellente (poco visibile, ma infinitamente degna di rispetto e ammirazione) categoria degli Artigiani dell’Arte: uomini e donne di squisita sensibilità e ineffabile creatività che hanno il coraggio e la capacità, evitando di trincerarsi in gallerie e salotti, di mettersi in gioco anche in strada.

Proprio così. Perché è in strada, che si incontra il pubblico più spontaneo e verace.

Comincio, in ordine cronologico d’ “incontro”, da Elena Dami che, dopo aver studiato Fashion Design al Polimoda di Firenze, inizia il suo percorso professionale con uno stage presso La Perla. Dal 2005 lavora nel team creativo di Ermanno Scervino, e nel 2008 passa al marchio Levi’s, per il quale disegna borse. Il bozzetto, il progetto è la sua professione ma la sua passione non finisce sul foglio di carta. Durante un viaggio in Messico, Elena e il suo compagno Sebastiano Castello, da sempre innamorati dell’artigianato, imparano  le basi della tessitura macramè ed iniziano a creare i primi bracciali. Tornati in Italia sviluppano e migliorano la tecnica nel loro laboratorio. D.HELE, brand nato nel 2012, contrappone alla logica impersonale della produzione di massa, il  concetto di artigianato esclusivo, il “saper fare” che -senza macchine- traduce l’amore per il bello in pezzi unici. Ogni gioiello è rigorosamente fatto a mano in Italia,  

La natura singolare e preziosa dei loro manufatti non è da individuarsi tanto nell’ uso di materie prime di alta qualità, quanto nel tempo dedicato alla ideazione e alla realizzazione di ogni singolo pezzo, che prende forma lentamente, annodando i fili cerati con pazienza e precisione intorno alla pietra. 

Basta con i prodotti usa e  getta, fabbricati industrialmente e di scarsa qualità artistica” dichiara Elena.

La nostra proposta è quella di esclusivi oggetti artigianali, realizzati nel nostro atelier nel cuore della Toscana, con le mani, la testa e il cuore, costruiti con materiali nobili perché durino nel tempo“.

Parlami del come, del cosa e del chi” le chiedo.

Come? Utilizzando un telaio rudimentale che mi costruisco da sola, così come facevano, fin dalla più remota antichità, gli indigeni americani, in particolare quelli ricollegabili alla tradizione Peyote Huichol. Cosa: principalmente produciamo portachiavi, anelli, polsiere e borsellini, da rivendere da giugno a settembre qui all’Elba, per trasferirci poi alle Canarie con un occhio ai principali ritrovi in Italia e in Europa, in cui i nostri manufatti sono più facilmente proponibili. Chi: una clientela, per così dire, di ogni età, origine e cultura, perché come mi capita spesso di dire, i colori uniscono la gente.”

Paola Ghizzoni, genovese, ancora giovanissima, negli anni ’80, frequenta il Liceo Artistico del capoluogo ligure. L’arte è per lei e per i suo compagno d’arte e di vita, Marco La Rocca, qualcosa di innato, che si svincola da una semplice preparazione tecnica; è qualcosa che le appartiene fino in fondo, che nasce da dentro, un modo di essere e di vivere. Pittrice e scultrice, lavora sia in studio che all’aperto,  esibendosi in performance di alto livello professionale davanti ad un pubblico di ogni età e classe sociale,  liberando così, a contatto con la gente, tutta la sua forza espressiva e la pura emozione che contraddistingue le sue opere.
Aderisce quindi al Manifesto dell’Emozionismo, che ha come caposcuola Francesco Mancini (ideatore anche della tecnica Flash Art): si tratta di un rinnovato movimento artistico che si prefigge lo scopo di portare l’Arte a domicilio dell’uomo e renderla accessibile a tutti, operando nel presente in proiezione futura, allo scopo di generare forti emozioni, libere dall’elitismo che spesso circonda le discipline artistiche. A ciò si giunge esclusivamente attraverso il contatto umano, che può essere verbale e/o gestuale, ma sempre dettat0 e scandito dalla presenza diretta dell’artista.
Paola Ghizzoni, artista completa, esprime il suo credo in ogni sua manifestazione artistica: lasciandosi alle spalle ogni schema prestabilito, attraversa la storia dell’arte facendoci assaporare un percorso originalissimo dal  forte impatto emotivo. Conosce i “grandi” della pittura (da Picasso a Chagall) ma guarda ancora -più indietro nel tempo- alle Madonne quattrocentesche e cinquecentesche di Botticelli e Leonardo.  Sulla base di tali riferimenti, si distingue per la capacità di rielaborare un linguaggio proprio rivisitarle in chiave sorprendentemente unica e moderna, senza mai cadere in contraddizioni, ma liberando una elegante e raffinata impostazione culturale.

Le sue sculture si dirigono verso un percorso più ludico ed ironico, volte ad omaggiare nei temi e nella struttura, Giuseppe Pellizza da Volpedo, ma in chiave più giocosa se pur di denuncia sociale. Ed è questa la sua caratteristica principale: la sua arte legge tutto il passato, che di volta in volta prende direzioni differenti, generosa verso il pubblico e mai banale, ma concettualmente ben impostata e maestosa.

Lavorare all’aperto, nelle strade e nelle piazze, facendo partecipe la gente del mio processo creativo e, al tempo stesso, stupirla, rappresenta per me una grandissima e impagabile gioia” mi confida, mentre la sua spatola e il suo rullo, magicamente, traggono forme e paesaggi da carta e legno. 

Tanti uomini e donne di ogni età l’ammirano incantati nelle suggestive strade di Porto Azzurro e, alla fine di ogni sua performance, inevitabilmente, scatta l’applauso. 

  

Di Nonna Adua, infine, si occupa Giusy Orofino.

All’ingresso del lungo viale che porta alla residenza Elbana di Napoleone, m’imbatto in una signora sorridente e paffuta che, seduta a fianco di un banco stipato di libri, ostenta un maestoso cappello da cuoco.

Signora – mi dice- le piace cucinare?” e io le rispondo con un “sì” immediato e convinto.

“Finalmente una donna che ama stare ai fornelli. Fino ad adesso, quasi tutte le donne a cui l’ho chiesto mi hanno risposto che a casa cucina lui.” ribatte lei.

Adua Marinari, si presenta come una vecchia amica che non nasconde la sua malinconia nei confronti delle difficoltà che ha dovuto affrontare nella sua vita. Nel 1963 ha avuto l’occasione di rilevare una licenza per aprire il ristorante e, dopo tanta fatica per convincere il marito riesce ad aprire il primo ristorante di Rio Marina. La sua idea di ristorante era la cucina semplice e antica e rielaborata: quella che ha imparato dalla mamma e dalla nonna. Nel 1983, purtroppo, il ristorante ha avuto dei danni in seguito all’ alluvione e non ha potuto far altro che chiudere l’attività di cui andava tanto fiera. Una donna tenace come lei non poteva far altrimenti che ricominciare daccapo la sua vita con un libro di ricette dove, come appena descritto, viene curata la cucina casalinga

Il libro di ricette che ha fortemente voluto, è una sfida al mercato dei libri dove l’obiettivo non era solo una raccolta di ricette ma anche quello di diffondere insieme alla gastronomia elbana, anche la cultura popolare.

La cucina che viene proposta da Nonna Adua nel suo libro però propone a chi ha voglia di cimentarsi in cucina cacciucchi e ribollite, grigliate e stoccafissi, ma anche molte altre cose: dalle alici all’agro, al grongo marinato, dall’insalata di bianchetti alla «sburita» di baccalà. 

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   Patrizio Pacioni.

Categorie: Giorni d'oggi.

In cauda venenum a Viterbo: ombra su ombra

Viterbo città dell’Arte.

Viterbo città della Storia.

Da qualche anno con CaffeinaCultura, e ancor di più in questa magica estate, grazie all’arrivo di OmbreFestival, Viterbo dei Libri.

Fermo restando il grande richiamo esercitato da Caffeina su lettori e scrittori di tutta Italia dalla kermesse ideata, organizzata e condotta con grande dinamismo ed entusiasmo dal duo Rossi/Boffo cui va riconosciuto anche il grande merito di avere rivitalizzato e reso fungibile a cittadini e forestieri il suggestivo e direi unico quartiere di San Pellegrino, mi vorrei soffermare in questa occasione sul nuovo appuntamento di Ombre.

   

I poliziotti conoscono bene le Ombre, il mistero che racchiudono, la loro minacciosa incombenza sul vivere quotidiano dell’uomo.

Dunque, quando si è trattato di dare un nome al festival del giallo da lungo tempo immaginato e desiderato, non c’è stata nessuna incertezza.

  Mariano Romiti

Ombre Festival nasce dall’esperienza dell’Associazione Mariano Romiti (di cui si parla più in dettaglio in fondo a questo articolo) intitolato all’agente di PS nativo di Vejano (VT) che il 7 dicembre 1979 fu spietatamente giustiziato dalle Brigate Rosse mentre si recava al Tribunale di Roma per rilasciare una testimonianza.

In questa eccezionale cornice di bellezza e di cultura, si sono perfettamente inserite la due presentazione di “In cauda venenum“, nuova duplice avventura del commissario Cardona, che torna ai suoi appassionati lettori dopo sei anni di (troppo lungo) silenzio.

 

Tutto questo tempo non è passato invano” è l’appassionata autodifesa di Pacioni, 

In questi anni, pur lavorando a (molto) altro, non ho mai perso di vista né Monteselva (nella quale, tra l’altro, ho ambientato sia Malanima mia (scritta con la meravigliosa Giovanna Mulas e Il guaito delle giovani volpi), né -tanto meno- l’arcigno commissario Cardona. Si è trattato anzi di un fecondo riposo nel corso del quale mi si sono chiarite nella mente alcune linee guida della saga che comporteranno importanti cambiamanti per i principali protagonisti e l’avvento di nuovi eroi e anti-eroi, alcuni dei quali già cominciano a delinearsi nella doppia storia di In cauda venenum

    (foto di Riccardo Spinella)

 Nella vivace e articolata intervista cui è stato sottoposto nel locale Winter Garden alla presenza di un folto pubblico (tra il quale si è notata l’autorevole e attenta presenza del consigliere del Comune con delega alle pari opportunità Daniela Bizzarri), condotta con grande professionalità e brio dalle brave & belle Cristina Pallotta e Barbara Telluri (con la morbida voce di Giovanna Boccio a interpretare  Diana De Rossi e Luisa Zamboni, rispettivamente amante e moglie di Cardona) Pacioni si è lasciato andare anche ad altre ghiotte indiscrezioni. Prima tra tutte il progetto di calare in modo ancora più deciso e trasparente, nelle indagini e nelle avventure del commissario, alcune problematiche particolarmente e drammaticamente presenti in questo primo scorcio di secolo. In tale direzione andranno i prossimi romanzi ambientati nell’oscura Monteselva.

Alla domanda di cosa ci sia alla base del privilegiato rapporto intessuto con Viterbo e la Tuscia, l’Autore romano ha poi risposto così: 

In primo luogo sono letteralmente infatuato di questi posti, affezionato ai suoi abitanti e… infatuato della sua cucina straordinaria. Inoltre, se ci fate caso, certi scorci di Viterbo ricordano molto analoghe vedute del centro di Monteselva, così come si sono impresse nella mia fantasia e (spero) in quella dei lettori attraverso il mio narrare

A questo punto, però, come premesso e come promesso, ancora qualche parola su chi ha reso possibile il magnifico appuntamento giallo viterbese.

L’ Associazione Mariano Romiti è un’associazione culturale apolitica e apartitica, non lucrativa avente lo scopo di promuovere le attività letterarie.
Ha sede in Viterbo presso il sindacato SIULP, che tramite i Soci Fondatori ne è ideatore e promotore.

Tra le sue attività l’organizzazione di eventi teatrali, concerti, mostre, eventi dedicati a legalità, criminalità, giallo e noir, workshop.

L’attività principale, però,  è l’organizzazione annuale di un Premio di Letteratura Gialla – Noir – Spy Story “Mariano Romiti” che intende essere occasione di incontro tra gli operatori della Giustizia, il mondo letterario e la cittadinanza, promuovendo l’arte, la cultura ed il territorio in memoria di Mariano Romiti, vittima del terrorismo, nonché promotore della formazione del primo sindacato di Polizia.Le iniziative dell’associazione saranno volte alla valorizzazione dell’aspetto umano e sociale dell’operatore di Giustizia.

E queste sono le anime di questo magnifico Festival 2016:

Scrittore e fotografo, nasce nel 1965 a Tuscania. Sovrintendente Capo della Polizia di Stato, vive e lavora a Viterbo. È Presidente dell’Associazione Letteraria Mariano Romiti, insieme a trenta soci fondatori (tutti appartenenti alla Polizia di Stato) crea l’omonimo premio dedicato alla letteratura noir e poliziesca. Con l’Associazione Romiti ha collaborato al festival letterario “Caffeina”, ne ha curato l’organizzazione degli eventi dedicati ad autori e libri di letteratura gialla, oltre a incontri sui temi della legalità. Nel 2008 pubblica il suo primo romanzo dal titolo “L’ultima indagine”, secondo classificato al Premio Fedeli; nel 2014, con CIESSE Edizioni, ha pubblicato il romanzo giallo “Il Vampiro di Munch”.

Giornalista pubblicista, vive e lavora tra Reggio Calabria, sua città natale, Roma e Milano. Laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne con tesi “Dalle serie poliziesche spagnole di stampo anglosassone alla serie di Pepe Carvalho di Manuel Vàzquez Montalbàn”, si occupa di critica letteraria da diversi anni, con particolare riferimento alla narrativa giallo-poliziesca. Cura le rubriche: “StrillLibri” sul quotidiano “Strill.it”, “Animali in noir” sul web press “MilanoNera”, “Segnalibro” e “Interviste con l’autore” sul trimestrale “Helios Magazine”. È corrispondente di “Global Press”. È redattrice di tutte le citate testate. Ha curato l’antologia di racconti “Vento noir” (Falco editore,2012) “Animali noir” (Falco editore,2013) e “Crimini sotto il sole”(Novecento editore, 2015). È direttore artistico del “Festival del giallo” (edizioni 2012- 2013) di Cosenza del premio letterario “Margherita Rosa” (2013) di Santa Margherita Ligure,del festival “Lipari noir” (2014-2015) di Lipari, della rassegna “Giallo al Castello” (2015) di Reggio Calabria, del Festival “Bologna on the road, le strade del noir” (2015) di Bologna. È organizzatrice delle rassegne letterarie “Il gusto del noir” e “Un tuffo nel giallo” a Cosenza, “Apericena col detective” a Reggio Calabria e, insieme all’associazione BellaVista di Bologna, della manifestazione “Atmosfere in noir”. Ha scritto i racconti noir “Lo scoglio” per l’antologia “Delitti d’estate” (Novecento editore,2014) e “L’estate sta finendo” per l’antologia “Crimini sotto il sole” ( Novecento editore,2015). È direttore della collana di romanzi noir “Emozioni d’inchiostro noir” di Laruffa editore. E’ membro della Giuria Popolare del “Premio Letterario Nazionale Tropea”, e giurata di qualità del premio “Nebbia Gialla” e del concorso letterario “Emozioni d’inchiostro Noir”. Organizza, promuove e presenta eventi culturali per librerie, manifestazioni e festival letterari.


  
Valerio Vairo

 

Categorie: Scrittura.

Post-it (2) – Sai che consolazione?

 

Evviva. Sembra che Ali Sonboly, il ragazzotto che ha compiuto una strage al centro commerciale Olympia di Monaco di Baviera non appartenga all’ISIS né sia a tale associazione criminale in alcun modo collegato.

A parte che non riesco proprio a immaginare in quale modo da tale sviluppo delle indagini possa emergere un qualsiasi tipo di rimedio per la perdita di tante giovani vite e/o di ristoro al  terribile lutto che ha colpito le loro famiglie, ritengo che anche da un punto di vista logico e prospettico, da esso non si possa trarre alcuna utile indicazione.

Anzi.

Anche il più sprovveduto analista, infatti, non può non cogliere in quanto avvenuto in Germania un ulteriore segnale di allarme che va ad aggiungersi a una valanga di preoccupazioni sulla sicurezza di ciascuno di noi.

Se un poco più che adolescente disturbato e disadattato come il tedesco-iraniano (o iraniano-tedesco, fate voi) Ali Sonboly è potuto venire facilmente in possesso di una rivoltella e di una quantità impressionante di proiettili, in un Paese come la Germania in cui acquistare armi non dovrebbe essere proprio alla portata di chiunque, al contrario di quanto avviene negli USA…

… se quella stessa mezzasega, prima di essere neutralizzato (e alla fine si è neutralizzato da solo, a quanto pare) è in grado di ammazzare e ferire un numero spaventoso di persone, la maggior parte delle quali della sua stessa età…

… se questa ennesima strage è stata perpetrata in presenza di uno stato di massima allerta da parte delle forze dell’ordine tedesche, in un centro commerciale e nei pressi di un Mc Donald, che pure dovrebbero essere sorvegliati con una certa attenzione….

Beh, se tutto ciò è stato possibile, vuol dire che davvero la sicurezza nostra e dei nostri cari, oserei dire la VITA di noi tutti, è davvero appesa al sottile e capriccioso filo della buona sorte di non trovarsi nel momento sbagliato nel posto sbagliato.

Duri addestramenti nei campi in Siria, Iraq e Libia? Spietati e lucidi professionisti del terrore? Ma quando mai!

A quanto pare quelli dell’ISIS (o del DAESH, fate sempre voi) possono starsene tranquillamente a braccia conserte in attesa di rivendicare il massacro del prossimo folle. E questi signori, si sa, sono sempre pronti a rivendicare tutto, compresa la perdita d’acqua nell’appartamento del signore che abita l’appartamento sopra al vostro.

Questa volta, però, dicono tutti che è andata di lusso: una decina di morti e un botto di feriti ci sono stati, ma l’integralismo non c’entra.

Urrà! Che botta di fortuna..

  Valerio Vairo

Categorie: Giorni d'oggi.

Caro Autore ti scrivo: Pacioni e i primi lettori di “In cauda venenum”

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A pochi giorni dalla partecipazione a Ombre Festival, la grande kermesse di letteratura giallo (e altro) che si terrà nei prossimi giorni a Viterbo, voglio approfittare di questo spazio per rispondere alle email ricevute dai primi lettori di “In cauda venenum”.

Ne ho scelte tre, capaci a mio avviso di riassumere le principali tematiche emerse nel colloquio con i miei lettori.

<Bel libro, appassionante nello svolgimento delle trame e scritto bene. Ma… non c’è troppo sesso concentrato in due romanzi brevi?> scrive la bresciana Eleonora.

<Bisogna distinguere tra una storia e l’altra, Eleonora. In “Una trappola per il leone”, in realtà, al di là del mortale agguato teso al commissario, il vero cimento nasce proprio dallo scontro a distanza tra le due donne che si avvicendano conflittualmente nella sua vita. Dunque al “sesso”, che della guerra d’amore è l’arma più consueta e più affilata non ho potuto fare a meno di attribuire un grande rilievo>. In “Cardona e il suonatore di campane”, invece, si parla di sesso sì, ma senza nessuna eco erotica: è il sesso “sporco”, quello che non deve causare eccitazione, ma sdegnata repulsione, quello frutto acido di raggiro e violenza, quello che corrompe giovani esistenze e le danneggia, molto spesso, irrimediabilmente. Necessario, anzi indispensabile sottolinearne anche alcuni degli aspetti più crudi. Che, comunque, ho cercato di trattare in modo mai esplicito e con doverosa attenzione. E credo di esserci riuscito.

<Mi sono accorto che, attraverso questo libro, sono richiamati alla memoria del lettore numerosi coprotagonisti dei precedenti romanzi. Sto parlando di Luisa, moglie di Cardona e di Diana De Rossi sua amante, del fido agente Gaetano Gargiulo, del corrotto sindaco Tirabassi, dell’ottuso e saccente procuratore Previtali e del capitano dei carabinieri Raimondo Ranieri Luisa, e di altri che ora non mi vengono in mente. Ne compaiono però anche di nuovi, per i quali (è mia impressione, ma potrei sbagliare, naturalmente) mi sento di prevedere nuovi e importanti incontri nei futuri capitoli della saga di Monteselva> osserva invece il viterbese Michele.

<Non ti sbagli affatto, Michele. Dopo sei anni di stop, ho sentito la necessità di riannodare i fili di un ordito che conto di sviluppare ancora a lungo. Per cucire qualcosa di bello e duraturo, però, ci vogliono anche fili nuovi, colorati e forti. Parlo di Vassili Abramov, l’orribile Orco, e dei suoi uomini, ma anche dell’innesto di un personaggio che viene molto da  lontano: quel don Maurice Taviani, giovane e coraggioso sacerdote può che i miei più affezionati lettori hanno addirittura visto nascere in “Le Lac du Dramont” e lottare contro un’oscura e spietata setta satanista in “DalleTenebre”. Insomma, chi continuerà a seguire le indagini e le avventure di Leonardo Cardona non si annoierà di certo.

Chiudo con l’email di Lorenza, ancora da Viterbo:

<Sono rimasta colpita (al punto di essere costretta a farmi forza per completare la lettura di una storia davvero struggente) dal modo in cui affronti, in “Cardona e il suonatore di campane” un tema delicatissimo e (purtroppo) di straordinaria attualità: quello della pedofilia e della violenza sui minori. La storia è avvincente, nell’impianto narrativo di un perfetto thriller, ma in questo caso, a mio avviso, c’è un messaggio nascosto. Ed è un messaggio molto importante>

<Carissima Lorenza, sei dotata davvero di grande intuito e di ancor più grande sensibilità. Riuscire a fare soffermare i propri lettori su temi come quelli trattati all’interno di “In cauda venenum” facendo passare certi concetti approfittando del gradevole conduttore di una storia d’avventura, costituisce in effetti la vera e propria stella polare che influenza e guida la mia filosofia del narrare. Anche nella prossima indagine di Cardona sarà trattato un tema delicatissimo e inquietante: non credo che sia difficile immaginare quale, ma per saperlo con certezza bisognerà attendere la prossima uscita. Ce lafarai ad aspettare?>

Appuntamento per tutti venerdì prossimo a Viterbo alle ore 19

Spazio Eliot  – Winter Garden in Piazza della Morte

con Giovanna Boccio, Cristina Pallotta e Barbara Telluri

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