Goodmorning Brescia (72) – Lonato: la Rocca o il Cubo?

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Come già accaduto in passato, affido volentieri questo numero di «Goodmorning Brescia» a Patrizio Pacioni, molto interessato al tema in argomento. Buona lettura!

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L’articolo a firma di Costanzo Gatta, apparso sul Corriere della Sera dello scorso 10 gennaio, richiamava con forza l’attenzione su quanto in corso alla Rocca di Lonato: la prossima apertura in loco (non priva di impatto ambientale) di un modernissimo ristorante, mirata al rilancio turistico del sito e al conseguente ritorno finanziario, ritenuto necessario per la manutenzione e la conduzione del castello. Questo il link dell’edizione on line per chi volesse leggere l’intero pezzo:

http://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/18_gennaio_10/cubo-discordia-rocca-lonato-italia-nostra-attacca-2caf0704-f5ee-11e7-9b06-fe054c3be5b2.shtml

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Non essendoci stati significativi seguiti, ho deciso di interpellare in merito la professoressa Giusi Villari, presidente della sezione Lombardia dell’”Istituto Italiano dei Castelli”, considerata uno dei massimi esponenti del settore.

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La Rocca di Lonato

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Cominciamo con inquadrare sia dal punto geografico che storico l’oggetto di questa intervista: «La Rocca di Lonato è una costruzione fortificata, edificata a partire dal X secolo, sita nei pressi di Lonato del Garda (BS). A motivo della sua pozione strategica. è sempre  stata considerata di grande valenza militare. Tenuta prima dai conti di Montichiari, passò agli Scaligeri, ai Visconti e  ai Gonzaga, per finire poi sotto il controllo della Repubblica Veneta. Nei suoi pressi ingaggiarono battaglia, nel 1797, gli eserciti francese e austriaco. Attuale proprietaria è l’omonima Fondazione, che (nel primo dopoguerra) l’acquisì dal senatore Ugo Da Como»  Mi aspetto da Te,  riconosciuta tra i massimi esperti del settore, qualche notizia in merito non di routine, diciamo in non più di dieci righe. Si può fare?

Possiamo provarci!

Mi occupo di castelli, e di quelli bresciani in particolare, da quasi quarant’anni. Per la Rocca di Lonato ho una particolare predilezione, sia per la bellezza del luogo, sia per la complessità e unicità di un sistema di difesa caratterizzato da tre tipi diversi di fortificazioni: una fortezza sul colle, un castello ricetto e una cerchia muraria esterna più ampia che cinge l’intero centro storico. Se la Rocca aveva il compito di controllare militarmente e difendere un sito di importanza strategica fondamentale lungo la via che, rasentando a sud il lago di Garda, univa Venezia a Milano, il castello ricetto, simile in tipologia a quelli della vicina Valtenesi (Moniga, Soiano, Padenghe, etc.), offriva riparo agli abitanti del circondario e ai loro beni. Nel corso delle mie ricerche archivistiche in ambito lombardo veneto ho avuto l’opportunità di scoprire e pubblicare mappe e documenti inediti su Lonato e sicuramente altre importanti informazioni potranno essere ricavate in futuro se si investirà, come sarebbe doveroso, nella ricerca sia archivistica che archeologica. Ti allego una mappa veneziana settecentesca e una ricostruzione grafica contemporanea per capire meglio la situazione.

 

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Ma veniamo alla vexata quaestio: alla Rocca di Lonato,  una decina di giorni fa, previa autorizzazione della Sovrintendenza alle Belle Arti (che si è impegnata a seguirà da vicino lo svolgimento dei lavori)  si è iniziato a mettere concretamente mano alla realizzazione del “cubo della discordia”, una struttura in vetro e acciaio che insisterà su oltre 500 mq di prato, destinata a ospitare un ristorante.  ristorante ovvero il tanto discusso ristorante in vetro ed acciaio che occuperà 536 mq di prato. Da lampante contrasto tra l’onusta costruzione carica di suggestioni artistiche e storiche e il moderno parallelepipedo, è sorta una disputa intessuta di intemperanze e carte bollate, in pratica un’aspra partita a tre: da una parte la Fondazione Ugo da Como, che degli introiti degli affitti per la gestione del ristorante, nonché da quelli rivenienti da un presumibile aumento delle visite in presenza di un’attrazione anche “gastronomica”, parrebbe avere una forte necessità, dall’altra l’intransigente difesa del territorio e delle tradizioni portata avanti da Italia Nostra, al centro (scomodo arbitro), la Sovraintendenza.  Che ne dice una “conoscitrice di castelli” del Tuo calibro?

Ti rispondo da coordinatrice della delegazione di Brescia e da nuova presidente della Sezione Lombardia dell’Istituto Italiano dei Castelli onlus che si occupa dello studio e della tutela dei castelli dal 1964 (questo sono i nostri siti di riferimento http://www.istitutoitalianocastelli.it/; http://www.istitutocastelli-lombardia.org/). Nella nostra sede milanese anche noi abbiamo discusso del progetto di Lonato  e abbiamo inoltrato agli enti preposti, per il momento senza risposta, una lettera nella quale manifestiamo il nostro dissenso per un intervento che rischia di snaturare le caratteristiche di un sito storico importantissimo. E’ impensabile che si costruisca un padiglione di vetro e acciaio con caratteristiche formali e tecniche inadeguate al contesto e in una zona storicamente adibita a piazza d’armi in cui sono documentati ambienti sotterranei. Faccio presente che nelle fortificazioni vanno tutelate anche le aree storicamente libere da costruzioni perché questi spazi erano fondamentali per la vita militare.  La Rocca di Lonato ha fatto parte dal XV secolo del sistema di difesa della terraferma veneziana ed è stata una importante fortezza di stato collegabile storicamente e strategicamente alle opere di difesa veneziane recentemente dichiarate patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. La tipologia e le caratteristiche formali e funzionali del fortilizio, bene monumentale dal 1912, vanno tutelate e valorizzate nella loro totalità. Apprezziamo l’attività culturale svolta dalla Fondazione Ugo da Como e ci auguriamo che la stessa possa trovare fonti di finanziamento adeguate. Auspichiamo tuttavia che la Fondazione stessa, il Comune di Lonato del Garda e la Soprintendenza che ha approvato il progetto del “cubo di vetro” individuino una soluzione più rispettosa della qualità e dell’importanza della Rocca e del sistema fortificato di Lonato del Garda.

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Un ristorante modernissimo (dentro come fuori, si suppone), sarà inaugurato a breve, ancora agli albori del III millennio. Ma… cosa mangiava, negli anni di loro competenza, Bernabò, Isabella d’Este e il feldmaresciallo Peter Vitus von Quosdanovich?

Caro Patrizio, mi sfidi su un argomento “alla Bastianich” che esce dalle mie specifiche competenze, ma in verità qualche anno fa durante le conferenze milanesi dell’IIC (per inciso quest’anno a cominciare dal 6 febbraio ci occupiamo di Fortificazioni e UNESCO) ci siamo occupati della vita nei castelli ed anche della cucina legata alle fortificazioni. Certamente Isabella d’Este durante il suo viaggio di ricognizione dei territori del basso lago strappati nel 1509 a Venezia, oltre ad ammirare il paesaggio avrà pensato ai cibi e ai vini che aveva assaporato: “Dopo disnare son stata a vedere la rocha […] mai vidi loco di più bello aspetto di quella et presi grandissimo spasso et recreatione a farmi nominare le terre infinite che se vedono” (lettera 17 marzo 1514).  Ci piacerebbe che la visuale decantata da questa grande donna del Rinascimento non fosse deturpata da più o meno nuovi ecomostri.

Riguardo al severo feldmaresciallo austriaco dubito abbia dedicato particolare attenzione ai piaceri della tavola, ma penso abbia verificato con asburgica attenzione che i suoi soldati  fossero adeguatamente nutriti e approvvigionati di viveri.

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In Italia, se le informazioni in mio possesso non sono errate, esistono circa 25.000 tra castelli, rocche et similia. Un patrimonio inestimabile di cultura, di Arte e di memoria storica, ma anche altro. Un numero enorme persino da inventariare, il cui mantenimento richiede uno sforzo complessivo sia in termini di impegno economico che di allocazione e impiego di risorse umane in possesso di adeguate competenze, da far tremare i polsi. D’altra parte la situazione generale del nostro Paese (e non solo) reclama altre urgenze, non meno importanti. Cosa fare, allora? Tentare di “difenderli” tutti o entrare nella scomoda e dolorosa (ma forse anche necessaria, restando così le cose) ottica di stilare una graduatoria tesa a salvaguardare solo quelle strutture che si verranno a trovare, dopo il censimento e la valutazione, nella parte alta della classifica?

Discorso difficilissimo da fare in questa sede, e sicuramente non risolvibile in poche battute. Necessita una politica culturale in grado di operare scelte di pianificazione in un settore che tutti concordano potrebbe essere “il nostro petrolio”, ma che nessuno sembra avere la capacità e la competenza di gestire. Fondamentale, come per tutte le tipologie architettoniche, è pianificare la manutenzione degli edifici per evitare in seguito costosi interventi di emergenza. Altrettanto importante è coordinare e creare sinergie fra gli enti che tutelano e valorizzano il nostro patrimonio culturale. Il ruolo di associazioni specializzate come l’IIC potrebbe essere molto importante, e purtroppo lo è raramente,  perché abbiamo censito e studiato le fortificazioni italiane e perché, con sezioni regionali e delegazioni provinciali, siamo capillarmente distribuiti nel territorio nazionale.

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Un’ultima domanda che intende riallacciare, in qualche modo, le due “articolazioni” (per così dire) della Tua attività culturale: da una parte studiosa, dall’altra educatrice. Quali sono, a Tuo modo di vedere, l’attuale misura e i modi in cui i due momenti sono già connessi e quali le eventuali avvertenze per l’uso e gli eventuali vantaggi derivanti da una ancor più salda correlazione?

Caro Patrizio hai proprio colto il nocciolo della questione. Senza una adeguata sensibilizzazione in tutti i settori dell’istruzione, dall’asilo alla università, è impossibile che gli studenti e l’opinione pubblica si relazionino in modo corretto e consapevole con il patrimonio artistico culturale dei territori nei quali vivono.  La storia dell’arte, dell’architettura, dell’urbanistica e del restauro dovrebbero essere discipline portanti nei nostri percorsi scolastici, solo così potremmo evitare scelte errate come quella di cui stiamo trattando.

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Goodmorning Brescia (71) – Dormire, forse sognare. Al «Primo Piano».

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La sala del Caffè Letterario  Primo Piano, al numero 10 di via Cesare Beccaria (una pertinenza di Piazza Loggia) è talmente gremita che non c’è neanche una sedia libera.

Quello che colpisce di più, però, è l’età media dei presenti: fatta eccezione dei pochi consuetudinari aficionados, ci si aggira sui 20-25.

E dire che l’evento di questa sera, così, a prima vista, non sembra proprio di quelli  capaci di sottrarre pubblico giovane a pub, birrerie e discoteche: si tratta, semplicemente di una conferenza della serie «Il Racconto della Psicoanalisi» Organizzato da Il Cantiere di Psiche. intitolata «Il Sogno».

Il sogno, già.

Intrigante incontro fra giorno e notte, conscio e inconscio, luce e ombra,  immaginazione e realtà.

Per la psicanalisi, secondo il Dott. Sandro Panizza che, con Sara Abate, conduce la conferenza, “sceneggiatura di avvenimenti che, ove non rappresentati politicamente, ci sfuggirebbero e sfuggirebbero all’esame terapeutico”. Messaggi inconsapevolmente rivolti a un’altra persona, dove l’altra persona è molte volte se stessi.

Inevitabile che, con un argomento del genere all’ordine del giorno, non appena la relazione “dotta”  prende fiato, qualcuno dei presenti non resista alla tentazione di raccontare il proprio sogno, finché tutto si scompone in mosaico di opinioni ed esperienze personali. E chi non racconta, probabilmente, vorrebbe raccontare.

Finché sorge legittimo il dubbio che anche questo possa essere un preciso obiettivo dell’incontro.

Si parla di tutto passando per pagine di teoria e aneddoti. A un certo punto viene fuori anche un famoso film a cartoni animati, precisamente “Inside Out”.

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Uno spunto didattico per sottolineare come, nella vita di tutti i giorni, una serie ininterrottamente positiva di eventi sia un obiettivo da perseguire con tutte le proprie forze, mentre la serie opposta venga considerata quasi universalmente una calamità da evitare a ogni costo. In realtà, afferma il dottor Panizza, secondo la psicanalisi un pieno instabile equilibrio non può essere raggiunto senza accettare anche le inevitabili negatività che propone quotidianamente la vita; sapendo bene interpretare però quell’importante linea di confine che separa l’eden prenatale dalla vita adulta.

Un’alternanza che si presenta anche durante la gravidanza, peraltro, circa ogni tre secondi, così come testimoniato e dimostrato dalle moderne tecniche di monitoraggio fetale”.

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E a chi continua a pensare e a dire che la cultura annoia, auguro brutti sogni e dolori di pancia.

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Goodmorning Brescia (70) – Oltre la strada c’è un teatro… Ideal

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Amministrazione comunale e C.T.B. continuano a filare di pieno accordo (dopotutto le rispettive “case” si affacciano sulla stessa piazza), e i risultati (positivi al di là di ogni pur ottimistica previsione) sono sotto gli occhi di tutti.

Il Teatro e i suoi appassionati seguaci ne traggono continui benefici in termini di offerta di spettacoli ed eventi, sempre in crescendo nell’ambito di una qualità media sempre elevata.

La città guadagna “vita e respiro”, giovandosi di un potente contributo alla riqualifica di alcune zone, per così dire, rimaste più indietro.

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E mentre fervono i preparativi per cominciare la costruzione di un nuovo, spettacolare teatro sull’area dell’ex Ideal Standard (immagine sopra), ecco il resoconto della conferenza stampa che si è tenuta poco fa nella sede del Centro Teatrale Bresciano in piazza Loggia che, del “cappello” di questo articolo, rappresenta una lampante conferma.

Apre la conferenza stampa il vice sindaco nonché assessore alla cultura creatività e innovazione Laura Castelletti.

«Rigenerazione e riqualificazione sono le due parole che meglio esprimono uno dei progetti più significativi della nostra amministrazione, ai quali sono state dedicate si stanno tuttora dedicando molte energie. Mi piace considerare il progetto “Oltre la strada” come una tappa di avvicinamento all’apertura del nuovo Teatro Ideal, di cui uno degli aspetti qualificanti è da individuarsi senz’altro nell’uso della cultura come mezzo di inclusione sociale, non solo per porta a Milano e zone attigue ma per tutto il territorio cittadino».

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Gian Mario Bandera aggiunge che il progetto “Oltre la strada” si inserisce nelle iniziative che, a partire dal giugno scorso e fino al luglio prossimo, il Centro Teatrale Bresciana cercherà di coordinare al meglio.

Per Roberta Moneta e Valeria Battaini (fondatrici con Francesca Mainetti di “Teatro 19”) quello che è in corso «è un lavoro di cucitura che, uscendo dal teatro, tende a collegare il centro e la periferia, le diverse fasce di età e i diversi settori sociali attraverso la pratica del teatro fuori dal teatro». Dopo di che si passa a meglio specificare.  «E siccome via Milano è fatta di isole ideali, la nostra idea è quella di de-isolare  il territorio di pertinenza, costruendo ponti».

Ricordano poi che, dal giugno 2017, si sono succeduti spettacoli nella zona di via Milano (ma non solo visto che tre spettacoli della rassegna sono stati rappresentati in piazza Mercato). Altri spettacoli hanno circolato a bordo di un autobus da piazza Mercato alla Mandolossa, con l’architetto Botticini impegnato a raccontare la città.

«Sia nel corso della parte estiva (concluse il 1 ottobre) che di quella invernale (meno appariscente ma di sostanza, con i laboratori sia dentro che fuori le scuole-la conclusione in aprile sarà nel parco) si è raccolto materiale video e testimonianze in un lavoro di ascolto e di memoria tra passato, presente e futuro, che, trattandosi di teatro Fuori-Luogo, noi di Teatro 19 consideriamo tradizionalmente familiare»

È poi il turno di Maria Rauzi, responsabile di Teatro Telaio .

«Dopo quarant’anni di attività, finalmente Teatro Telaio avrà una sede per svolgere la sua attività istituzionale, ossia uno spazio da dedicare interamente al teatro per ragazzi: praticamente la realizzazione di un sogno» premette, per raggiungere poi che «via Milano per noi è una location ideale, sia per l’elevata presenza di giovani e giovanissimi, sia come verifica della possibilità di trasformare una zona periferica in un centro di richiamo culturale. In questa ottica da tempo abbiamo in corso incontri con scuole di diverse punti della città, spostando intanto, in attesa della fruibilità del nuovo teatro, la programmazione dei nostri spettacoli al Teatro Colonna; con positivi riscontri, visto che ci siamo trovati costretti a moltiplicare le repliche sia per le famiglie che per le scuole»

Conclude l’incontro ancora Gian Mario Bandera, ricordando che, in questo ambito, il CTB si è mosso, essenzialmente in tre modi:

a) Creando il portale “Teatro a Brescia”, aperto sia agli utenti professionali che al pubblico appassionato di prove, con informazioni sia sulla programmazione degli spettacoli che rapporto domanda /offerta in città e provincia, con l’inserimento all’interno anche di Extra-ordinario

b) Ordinando la propria attività con le realtà culturali presenti in zona, con l’ambizione di raggiungere nuove fasce di pubblico e facendo informazione sulla prossima  apertura del nteatro “nuova idea” (che conterrà due sale) prevista tra circa tre anni.

c) Partecipando al festival multidisciplinare con la realizzazione di una produzione ad hoc con Moni Ovadia che aprirà il festival stesso.

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Goodmorning Brescia (69) – I simpatici Ortolani di via Solferino coltivano… un’idea!

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Si chiama L’Orto  Tamandi Takagi, ma non è né un covo di 20 anni ne un ristorante giapponese.

Per la verità, se qualcosa di nipponico, è da cercare nel personaggio di un certo libro («Carne» di Ruth L. Ozeki -n.d.r.) cui si è in qualche modo ispirata Enrica Del Barba, uno dei soci che (abbandonando l’impiego) nel dicembre del 2016 hanno dato il via a un’avventura imprenditoriale che per tanti anni, per lei e l’amico (ingegnere) Stefano Tamandi era stato prima un sogno e poi un progetto.

Nel frattempo a completare il terzetto che si occupa, unendo gli sforzi e dividendo in modo funzionale le competenze di ciascuno dei soci, era arrivato Fabio Ronga da sempre appassionato e ispirato artista dei fornelli.

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 da sin: Fabio Ronga, Enrica Del Barba e Stefano Tamandi

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L’Orto è un ampio locale situato al numero 46 di di via Solferino a poche centinaia di metri dalla stazione di Brescia.

Un bar, certo, sempre fornito, oltre che delle tradizionali brioche, di sfiziosi biscotti e dolcetti pronti ad accompagnare te, caffè, cappuccino e cioccolate calde.

Un ristorante, perché no, nel quale affluiscono, all’ora di pranzo, avvocati e magistrati provenienti dal vicinissimo tribunale, per una pausa pranzo rilassante, gustosa e, soprattutto, sana: una cucina “domestica quotidiana”, con ingredienti possibilmente biologici e un’attenzione particolare a tutte le preferenze/ attitudini/ necessità / intolleranze alimentari.

Un ritrovo, allorché la luce del giorno si spegne e, tornati a casa i cultori dei codici, scende in campo un popolo del tutto diverso, quello dei “mondani”, vale a dire uomini e donne in cerca di relax per i quali vengono approntati gustosi aperitivi personalizzati con piccole proposte gastronomiche di creazione della casa.

Un’accogliente location: il locale si presta su prenotazione a cene, feste, ricorrenze varie. Non solo, ma, nella parte più interna è presente un ampio spazio utilizzabile per riunioni e coworking. Nelle intenzioni dei proprietari, inoltre, è prevista l’utilizzo degli spazi anche per ospitare manifestazioni culturali, tipo conferenze, presentazioni di libri, piccole mostre ed esibizioni musicali (in questo caso già sperimentate almeno una volta a settimana. “Ovviamente” ci spiegano i conduttori “ciò avverrà in base a un’approfondita valutazione della compatibilità con gli spazi a disposizione e, soprattutto, della qualità delle esibizioni proposte”.

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L’Orto funziona anche a domicilio, garantendo, all’occorrenza, un personalizzato e professionale servizio di catering.

Potrebbe passare, ma non è tutto qui. Nell’ambiente suggestivo, allestito con la fantasia e la immaginazione dei conduttori, con risultati rimarchevoli, considerato che non c’è stato l’intervento da parte di studi specializzati di design, in una contaminazione di stili, di idee, tra modernariato e suggestioni neoromantiche e neoclassiche, c’è posto anche per altro: un concept-store in cui sono esposti originalissimi oggetti hand-made o risultato di attente e fantasiose operazioni di recupero.

Dimentico qualcosa? Non, non dimentico. Diciamo, piuttosto, che ho preferito lasciare qualcosa, anzi qualcuno, alla fine di questo post.

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No, perché nell’Orto c’è anche un’ortolana della quale si è già parlato su questa stessa rubrica. La riconoscete? Bravi, la ragazza al banco è proprio lei, Renata Botticini,  creatrice della Stationette,  verde furgoncino retrò che, per diversi anni, ha distribuito eccellente caffè, golosi dolcetti e allegra cordialità ai cittadini brescani.

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Goodmorning Brescia (68) – Le belle cose di Kozeta

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Vende frutta, ma allo stesso tempo coltiva fiori… di-versi

Si chiama Kozeta Nushi, per gli amici ed estimatori (e ne ha tanti, non solo a Brescia) semplicemente Kozeta.

Albanese (di Valona), bresciana per destino ed elezione, delicata poetessa.

In Patria docente di letteratura albanese e riussa, in Italia amabile fioraia.

Gioviale, delicata, sempre attenta a ogni situazione, a ogni persona che incrocia per le vie, a ogni andito della cittàper lei nuovo che, nel corso delle sue placide passeggiate, le capiti di incontrare.

Se volete incontrarla,  fate un salto al Caffè Letterario Primo Piano, dove l’ho incontrata e conosciuta io, avendo modo di apprezzarne a prima vista la pacata quanto vivace intelligenza, la naturale curiosità, il piacere di scrivere: una volta a mese Kozeta è ospite delle “serate di libero intrattenimento poetico” ideate e condotte dall’inesauribile Biagio Vinella..

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Meglio di me, senza ombra di dubbi, sa descriverla il sempre attento e arguto Costanzo Gatta, nell’articolo apparso sul Corriere della Serta di oggi, che invito a leggere anche voi. Insierme a «Liberi come il vento»  (GAM Edizioni), sua nuova raccolta di pensieri e versi. Questo il link che facilita la lettura dell’articolo:

http://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/18_gennaio_10/kozeta-nushi-scrittrice-albanese-brescia-liberi-come-vento-211c2660-f5ee-11e7-9b06-fe054c3be5b2.shtml

Perché Brescia è piena di bei bresciani di… ogni provenienza, e va conosciuta e apprezzata anche per questo.

 

 

   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (67) – Carla Boroni e il Grand Tour… alla bresciana

Non sarà il famoso “Gran Tour”, ma insomma.

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Intanto vediamo cos’era davvero, questo Grand Tour : due parole con le quali s’indicò, a partire  dal XVII secolo, il lungo viaggio attraverso l’Europa, con partenza e arrivo generalmente nello stesso luogo, intrapreso dai giovani rampolli dell’aristocrazia europea nell’intento di perfezionare le proprie conoscenze scientifiche e, soprattutto, umanistiche. Grazie al Tour, infatti, i viaggiatori (impiegando il tempo disponibile in visite culturali, giri turistici e acquisti) avevano occasione di approfondire le conoscenze acquisite attraverso gli studi sulla politica, la cultura, l’arte e le antiche tradizioni dei maggiori Paesi europei.

L’Italia, naturalmente, grazie alla eredità storica lasciata da Roma antica, ai tanti e meravigliosi monumenti, era una delle tappe più ambite. Oltre alla Città Eterna il Veneto delle ville palladiane, Napoli del neoclassicismo e dei cimeli di Pompei ed Ercolano, ancora la Campania con il Vesuvio e i Campi Flegrei, la Sicilia con l’Etna e i meravigliosi tesori greci e barocchi, Firenze, le sontuose e operose città di Lombardia… 

La Lombardia, già.

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Con un articolo apparso nei giorni scorsi sul Corriere della Sera, Carla Boroni proprio di Lombardia e di viaggi si occupa, prendendo spunto dalla recensione del bel libro, ricco di illustrazioni, «Viaggiatori stranieri in Lombardia», firmato da Valeria Bellazzi e Valeria Cantone per le stampe di De Ferrari Editore.

«Solo un paesaggio messo in forma da uno sguardo può essere raccontato, perché anche la narrazione necessita un punto di vista. Gli scrittori, i pittori, i poeti, i viaggiatori in genere mettono in forma il mondo, e ciò che vediamo non sarebbe lo stesaso senza il loro contributo» premette Carla Boroni,

Per poi ricordare come nel libro si parli, tra l’altro, anche della parte “bresciana” della Lombardia, parte che, ovviamente, più la interessa.

Oltre al capoluogo Sirmione, Orzinuovi, Palazzolo, Lonato, Desenzano, il Lago di Garda, visti attraverso gli occhi degli insigni viaggiatori di ogni tempo  che si sono avvicendati in zona dal XII al XX secolo. Gente come Edith Wharton, Ezra Pound, John Ray, Thomas Coryat, Philip Gibbs, Jo Rusckin, tanto per citare qualche nome.

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     La Super Prof  Carla Boroni

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«Gli sguardi dei viaggiatori stranieri sul territorio lombardo che via via sono andati accumulandosi nel corso del tempo» conclude Carla Boroni,  «concorrono a formare oggi un’immagine della Lombardia sempre più articolata e affascinante. E confermano, esemplarmente, come la genesi di ogni idea di territorio sia sempre da attribuire al contributo, nello spazio e nel tempo di diversi sguardi».

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Titolo: Viaggiatori stranieri in Lombardia

Autori:  Valeria Bellazzi e ValeriaCantone

Prefazione: Carla Boroni

Anno: 2017

Editore: De Ferrari

Collana: Ancora

Pagine: 233

Prezzo: 18, 90  €

ISBN: 978-88-6405-832-0

Esiste un filo conduttore che si snoda attraverso le pagine, rappresentato da quell’insieme di stupore e curiosità, attrazione e pregiudizio che viviamo ogniqualvolta giungiamo in un paese straniero. Il senso della scoperta e della conferma risuonano nelle parole di questi viaggiatori che, in qualche momento della loro vita, hanno percorso le strade lombarde. Diventiamo, di volta in volta, compagni di viaggio dei pellegrini medievali, attraversiamo al fianco dei turisti settecenteschi i disagiati valichi alpini, avvistiamo con sollievo la Pianura Padana, visitiamo estasiati con i poeti romatici le grandi opere del Rinascimento e corriamo su una traballante Balilla lungo il Naviglio Pavese.

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Goodmorning Brescia (66) – Che meraviglia, quando il Natale lo cantano i bimbi!

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Il richiamo del canto di cento voci argentine è assolutamente irresistibile.

Canzoni e carole natalizie si diffondono nel centro di Brescia attirando orecchie e anime come le note del mitico pifferaio magico.

Sono i bambini dell’Istituto scolastico Manzoni, a tenere un sorprendente concerto all’aperto, evocando pensieri edificanti e magiche suggestioni.

Dopo la prima tappa-esibizione, sugli scalini del Teatro Grande, capace di catalizzare l’attenzione e di meritarsi convinti e ripetuti applausi dai bresciani impegnati nelle ultime compere prefestive, una breve ristoro a base di croccanti panini, distribuiti da mamme e insegnanti, il grande-piccolo coro si sposta in Piazza Paolo VI, per un breve ma significativo bis all’ombra del maestoso Duomo.

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«Quello che si vede e si sente è il risultato di un progetto didattico che si ripete per il secondo anno consecutivo» spiega Maja Mencattelli, insegnante di inglese e matematica presso la Scuola primaria “A. Manzoni” (via dei Mille n° 4).

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«Nel nostro Istituto la componente multietnica è talmente importante che, con discutibile ironia e sottile dispregio, qualcuno si è spinto a chiamarla “scuola ghetto”.  Non è affatto così» prosegue, con pacato rammarico, cercando (non senza un certo sforzo) di fare arrivare parole e concetti nonostante il festoso cantare dei bambini.

«Al di là delle differenze di cultura e religione, infatti, tutte le famiglie si sono impegnate, contribuendo ciascuna secondo le proprie attitudini e possibilità alla piena riuscita di questa bella iniziativa» conclude, non nascondendo il proprio orgoglio e la propria, comprensibilissima soddisfazione.

«Ci sono voluti due mesi di impegnativa preparazione, sia canora che linguistica, visto che alcuni dei tanti canti eseguiti sono in inglese» interviene Barbara Spanò, insegnante di musica, sottolineando la collaborazione delle mamme indiane, pakistane, del Bangladesh e di tanti altri paesi anche nella preparazione delle bevande e dei dolciumi utilizzati per completare gustosamente la festa.

«Non potevo certo mancare, sia a livello personale che in qualità di esponente dell’Amministrazione comunale» confida l’Assessore Roberta Morelli, mescolandosi agli incantrevoli elfetti canterini.

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  Roberta Morelli, ripresa in Piazza Duomo con Patrizio Pacioni, anch’egli “catturato” dal coro.

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«Credo che una sola iniziativa di questo tipo serva più di mille parole per dimostrare che le differenze interetniche e interculturali, con un pizzico di buona volontà e tanto impegno da parte di tutti, possono rappresentare ghiotte opportunità di crescita, piuttosto che problemi» conclude.

E non possiamo che essere completamente d’accordo con lei, nonostante (e soprattutto) dal momento che, in altre città di questa regione, proprio in questi giorni, ci siano amministrazioni che hanno assunte discutibili misure palesemente e dolorosamente in controtendenza.

Ma queste sono polemiche che i magnifici bimbi della A. Manzoni non debbono ascoltare nemmeno da lontano: loro, cantando insieme, si sono dimostrati più maturi di tanti cosiddetti “grandi”.

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  Bonera.2

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Goodmorning Brescia (64) – Una Croce rossa come il sangue, rossa come l’amore

Il 24 giugno 1859, 2° guerra di indipendenza italiana, una delle battaglie più sanguinose del 1800 si consumò sulle colline a sud del Lago di Garda, a San Martino e Solferino. Trecentomila soldati di tre eserciti (Francese, Sardo-Piemontese e Austriaco) si scontrano lasciando sul terreno circa centomila fra morti, feriti e dispersi. Castiglione delle Stiviere è il paese più vicino, 6 chilometri da Solferino, dove esisteva già un ospedale e la possibilità di accedere all’acqua, elemento fondamentale nel soccorso improvvisato ai novemila feriti che, nei primi 3 giorni, vennero appunto trasportati a Castiglione.

Lì si trovava un giovane svizzero, Jean Henry Dunant, venuto ad incontrare per i suoi affari Napoleone III. Egli si trovò coinvolto nel terribile macello, aggravato dall’ “inesistenza” della sanità militare, e descrisse il tutto mirabilmente nel suo testo fondamentale: «Un Souvenir de Solferino», tradotto in più di 20 lingue. Dall’orribile spettacolo nacque in H.Dunant l’idea di creare una squadra di infermieri volontari preparati la cui opera potesse dare un apporto fondamentale alla sanità militare: la Croce Rossa. Dal Convegno di Ginevra del 1863 (26-29 ottobre) nacquero le società nazionali di Croce Rossa, la quinta a formarsi fu quella italiana.Nella 1° Conferenza diplomatica di Ginevra che terminò con la firma della Prima Convenzione di Ginevra (8-22 agosto 1864) fu sancita la neutralità delle strutture e del personale sanitario. 

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Ma veniamo a quanto si è detto oggi pomeriggio nel corso della conferenza stampa di presentazione dello spettacolo «Dunant – gli ultimi anni del fondatore della Croce Rossa»

Dell’introduzione, come ormai da tradizione, si fa carico il presidente Gian Mario Bandera.

«Il CTB sostiene e presenta questo spettacolo sia per il consolidato rapporto di collaborazione con la Croce Rossa di Brescia, sia per la validità intrinseca di un testo che  ha ricevuto importanti riconoscimenti , sia, soprattutto, per la finalità dell’evento: tutti i proventi saranno infatti devoluti alla Croce Rossa Italiana di Brescia» esordisce il Direttore.

«Sono sempre stato convinto che recuperare le origini sia essenziale per migliorare l’avvenire: anche per questo ho creduto in questo lavoro»

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Elena Bonometti (membro del consiglio di amministrazione del Centro Teatrale Bresciano) spiega un importante obiettivo di questa operazione sia da individuarsi nella volontà da una parte di far emergere l’importanza il valore morale e la storia dolorosa della Croce Rossa, dall’altra di ricordare l’uomo Dunant che, per una serie di circostanze sfavorevoli era passato ingiustamente in ombra.

«Si tratta di una drammaturgia bresciano DOC», aggiunge.

»Autore del testo, regista e due attori su tre sono infatti nati e  vissuti in città e dintorni; bresciana fu la nascita della Croce Rossa in una situazione tragica che, in concomitanza con le grandi battaglie del Risorgimento combattute in zona, vedeva metà della popolazione ferita e bisognosa di ogni tipo di cure mediche. Da quella occasione in poi, sempre e comunque, Brescia ha risposto con grande generosità ogni volta che ne è stata richiesta dalle circostanze, aggiunge. Per concludere subito dopo:

«Ciò che ci auguriamo, dunque, è che i bresciani riempiano il teatro in ogni ordine di posti, sia per la destinazione dei proventi che per la qualità dello spettacolo offerto al Teatro Sociale»

Il primo pensiero del drammaturgo e regista Ettore Oldi è un sentito ringraziamento sia al Comitato bresciano della Croce Rossa  che ha creduto nel progetto facendo in modo che una prima  versione ridotta della durata di circa venti minuti fosse rappresentata nel corso della cena di gala dello scorso anno, sia al Centro teatrale Bresciano per l’occasione che gli viene data di rappresentare la sua opera in 1 contesto di tale prestigio.

«La vita di Henry Dunant è stata complessa, travagliata, e piena di contraddizioni, di luci e di ombre, dunque la preparazione di questo spettacolo si è rivelata estremamente lunga e difficoltosa. Ho deciso di collocare la narrazione in una dimensione più intima e familiare piuttosto che concentrando l’attenzione sui grandi e drammatici momenti di lotta patriottica e di conflitto bellico, dando spazio, in modo divertente teatrale a un certo tipo di interazione con il pubblico».

«Dunant era un bell’uomo che piaceva alle donne ma che, soprattutto, credeva nelle donne e per le donne aveva un grandissimo rispetto» sottolinea Carolina David, in rappresentanza della Croce Rossa.

«La sua visione era in netto vantaggio sui tempi: vedeva lontano, oltre la Croce Rossa stessa: l’uguaglianza tra i popoli e le razze, la parità dei sessi, l’Onu, la Fao. All’opera sua e dei suoi colleghi e collaboratori si devono in larghissima parte i correttivi introdotti dalla convenzione di Ginevra».

La collega Marta Nocivelli, ringrazia il direttore Bandera per aver capito e accolto subito lo spirito di questo progetto.

«Dalle sanguinose battaglie Risorgimento des che proprio nel Bresciano è nato e si è sviluppato un nuovo e grande spirito umanitario pervaso di valori cristiani, si, ma caratterizzato anche da una filosofia e una metodologia laica»

Prende la parola per ultima l’attrice Miriam Russo, protagonista della pièce insieme a Matteo Bertuetti e Antonio Panice.

«Sono l’unica non-bresciana del gruppo, ma lo spirito che anima i nativi della marca trevigiana, quale io sono, non è molto dissimile da quello di qui» precisa subito.

«Lo spettacolo al quale sono felice e onorata di partecipare in qualità di attrice, è contraddistinto da equilibrati ma molto percepibili cambi di registro, dall’istituzionale al privato, dal drammatico all’ironico, al sentimentale, mettendo in evidenza la straordinaria visionarietà del personaggio e le possibili alternative che avrebbe potuto offrire la Storia»

Da parte mia, non posso che riprendere e rilanciare un messaggio coinciso quanto chiaro: ancora una volta Brescia è chiamata a dare prova delle propria sensibilità nei confronti della solidarietà e di quella squisita quanto preziosa curiosità nei confronti dello spettacolo di qualità e della cultura che, da sempre, contraddistingue i suoi figli. Dunque…

5 DICEMBRE 2017 – ORE 20,45: BRESCIANI, TUTTI AL TEATRO SOCIALE !

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   Bonera.2

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