Goodmorning Brescia (108) – Sentieri ambiziosi per il Teatro bresciano

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Come se fosse la “prima” di uno spettacolo importante,  il Teatro Sociale è talmente stipato di spettatori che, se qualcuno la lasciasse cadere dalla galleria, una piuma difficilmente raggiungerebbe il pavimento della platea.

Ed è assolutamente giusto che sia così: quello che va in scena stasera, infatti, altro non è che lo “spettacolo degli spettacoli”, l’alzarsi del sipario sulla prossima stagione 2018-2019, denominata «Sentieri teatrali». Si comincerà nel prossimo autunno, quindi ci vogliono alcuni mesi prima che il sipario si apra sulla prima rappresentazione in programma, ma, come si dice e come conferma la pubblicità di un noto aperitivo «è sopraffino piacere anche l’attesa del piacere».

Conducono la serata (trasmessa anche in streaming, dunque tuttora visibile a questo link su facebook: https://www.facebook.com/CTBCentroTeatraleBresciano/videos/987594051405571/)

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Caterina Carpio e Daniele Pelizzari: il primo ormai tradizionale capo sala del CTB, la seconda attrice già nota al pubblico bresciano. Una scelta coraggiosa e fortemente identitaria, un’altra sfida lanciata e vinta, vista la sintonia e la complicità tra i due conduttori e la buona riuscita della serata che ne è venuta fuori.

Si parte con i saluti istituzionali letti dal Presidente («Non ho la memoria di un’attrice e non voglio correre il rischio di dimenticare qualcosa» confessa candidamente Camilla Baresani): un soddisfatto resoconto di quanto consuntivato nella stagione appena conclusa e l’impegno, nel segno della continuità, ma anche della fantasia, a migliorarsi ancora nei prossimi anni. Esprime tutto il suo orgogliop per i trentanove titoli in cartellone, di cui undici produzioni CTB.

Saluti istituzionali che, nel corso della serata, porteranno anche i “soci fondatori” e gli “amici” del Centro Teatrale Bresciano: nell’ordine prendono la parola esponenti del Comune, della Provincia, della Regione, di A2A e della Fondazione ASM.  Saluti non di circostanza ma convinte conferme dell’intenzione di tutti di portare avanti gli impegni morali e finanziari tesi a rafforzare e sviluppare la collaborazione con il movimento teatrale della città di cui il CTB rappresenta la massima espressione e la guida.

Caterina Carpio e Daniele Pelizzari elencano uno dopo l’altro i tanti spettacoli che arricchiranno una nuova e ambiziosa stagione teatrale, in una sequenza di dalla chiamata in palcoscenico di alcuni dei protagonisti, attori e registi, e dall’intervento attraverso messaggi filmati, di altri impossibilitati per motivi di lavoro a intervenire personalmente. Tra gli uni e gli altri non possono mancare, naturalmente personaggi come Franco Branciaroli, Lucilla Giagnoni ed Elisabetta Pozzi, che non si lascia sfuggire occasione per confermare una seconda edizione della (molto apprezzata dal pubblic) kermesse di letture sceniche “Teatro aperto”.

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Nel saluto finale il Direttore Gian Mario Bandera esprime tutta la propria soddisfazione per quanto si è fatto e totale fiducia nell’impegno di tutti per migliorarsi ancora in quanto si farà in futuro. Non può fare a meno di ricordare ai presenti e alla Città anche l’impegno civile e gli aspetti sociali dell’attività portata avanti dal CTB. Cita la collaborazione con le scuole,  l’operazione di riqualifica di via Milano e la rassegna estiva «Un salto nerl Nullo» di ormai prossimo avvio.

Come ormai tradizione, si tratta di un’offerta di spettacoli composita e articolata, che riportiamo integralmente in calce a questo articolo. La strada e la diligenza sono quelle che gli appassionati bresciani di teatro ben conoscono: saranno loro, come sempre e com’è giusto che sia, con la numerosità delle presenze e il riscontro critico ai singoli spettacoli, a decretarne o meno il successo.

Ai grandi classici (Goldoni, Checov, Aristofane, Wilde, Pirandello…) si alterneranno spettacoli innovativi quando non anche sperimentali, attraverso la recitazione di importanti talenti del palcoscenico, attori in crescita già positivamente valutati dal pubblico bresciano e non solo, giovani promesse,  proseguendo in diverse occasioni sulla via della contaminazione tra le varie modalità espressive già ampiamente presente nella scorsa stagione.

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STAGIONE DI PROSA

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23 ottobre – 4 novembre 2018

L’anima buona del Sezuan

 

13 novembre – 2 dicembre 2018

Sindrome italiana

 

12 – 16 dicembre 2018

Le rane

 

9 – 13 gennaio 2019

Le baruffe chiozzotte

 

29 gennaio – 10 febbraio 2019

Jekyll

 

13 – 17 febbraio 2019

L’importanza di chiamarsi  Ernesto

 

27 febbraio – 3 marzo 2019

Occident Express

 

13 – 17 marzo 2019

Il gabbiano

 

20 – 24 marzo 2019

Il piacere dell’onestà

 

2 – 7 aprile 2019

Traviata

L’intelligenza del cuore

 

8 – 14 aprile 2019

Lettere a Nour

 

ALTRI PERCORSI

 

30 ottobre 2018

L’anima buona  del Sezuan

 

20 e 21 novembre 2018

Sindrome italiana

 

29 novembre – 1 dicembre 2018

Tempesta

 

15 gennaio 2019

La scortecata

(fa parte della Rassegna La palestra del teatro)

 

5 febbraio 2019

Jekyll

 

21 – 24 febbraio 2019

Chet!

 

8 – 10 marzo 2019

Un momento difficile

 

27 -30 marzo 2019

Night bar

 

9 – 12 aprile 2019

Vangelo secondo Lorenzo

 

7 maggio 2019

Apologia

 

OLTRE L’ABBONAMENTO

 

5 e 6 dicembre 2018

Il verbo degli uccelli. Canto alla città 2.0

 

31 dicembre 2018

Beethoven non è un cane

 

26 e 27 gennaio 2019

La banalità del male

 

25 e 26 febbraio 2019

Anfitrione

 

14 e 15 marzo 2019

Un alt(r)o Everest

 

27 aprile 2019

Le donne baciano meglio

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Allora, mi raccomando: quest’estate un tuffo nelle onde eun bel «Salto nel Nullo».

Poi, al ritorno, indossate gli scarponi, per inerpicarvi sui… «Sentieri Teatrali»  del Sociale e del Santa Chiara Mina Mezzadri.

 

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  Bonera.2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Categorie: Giorni d'oggi.

«I Miserabili» e il fascino discreto della tradizione

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Su questo spettacolo è già comparso sul blog un articolo in data 4 maggio: 

https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-99-miserabili-in-scena-con-tutti-gli-onori/

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      Il romanzo

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«I miserabili» è il titolo di un romanzo storico, opera monumentale, pubblicato nel 1862 dallo scrittore, poeta e politico francese Victor Hugo. La trama (che copre gli anni che vanno dal 1815 al 1833) è complessa, ma sempre avvincente, attenta alle vicissitudini storiche che caratterizzarono il primo Ottocento francese e intessuta di profonde riflessioni etico-morali sulle vite dei protagonisti. Possiamo davvero immaginare di aprire questo gigantesco libro,  e di poter camminare, pagina dopo pagina: i drammi sociali, le tensioni della Parigi post-Restaurazione, i peccati e la redenzione dei disgraziati usciti miseramente (appunto) dalle guerre napoleoniche, sono davanti a noi come erano davanti a chi visse in quei giorni. Il romanzo «I miserabili» è composto da cinque tomi, per completare i quali Hugo impiegò circa ven’anni (la prima bozza conosciuta è del 1843) lavorandoci duramente durante gli anni dell’esilio. Nel romanzo  si dipana una profonda riflessione sulle condizioni degli ultimi (ovvero dei miserabili) nella Parigi di quei tempi. «I miserabili» ebbe un successo immediato, fu presto tradotto e pubblicato in tutta Europa e ancora ai giorni nostri viene ristampato e rielaborato in film, spettacoli teatrali e musical.

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La trama:

La prima parte si intitola “Fantine”. Jean Valjean, un ex-forzato che ha scontato diciannove anni di carcere per aver rubato un pezzo di pane,  è stanco, affamato, ma tutti lo scacciano. Solo il buon vescovo Bienvenue lo accoglie ed egli lo ricambia derubandolo dell’argenteria, ma, quando Jean Valjean viene riacciuffato, il vescovo dice ai gendarmi di avergliela regalata. L’incontro cambia totalmente l’animo di Jean Valjean: abbruttito perché maltrattato dalla società, d’ora innanzi dedicherà la propria vita agli altri. Si nasconde sotto falso nome e diventa ricco. Incontra Fantine, povera ragazza madre sfruttata da una coppia di furfanti, i Thenardier, che ospitano a caro prezzo la sua bambina trattandola come una schiava. Fantine diventa una prostituta, si ammala e muore. Jean Valjean promette che si occuperà della sua Cosette, ma viene riconosciuto dal poliziotto Javert e finisce in galera per salvare un poveraccio condannato al suo posto.

La seconda parte del libro si intitola “Cosette”, Fa ingresso nella narrazione  la losca famiglia Thenardier . Jean Valjean salva un detenuto,  poi   finge di annegare perché tutti lo credano morto.  Finalmente  è in grado di dedicarsi alla ricerca di Cosette, la figlia di Fantine.  Quando la trova, la libera dallo sfruttamento dei Thenardier e la porta via con sé . Viene riconosciuto dal solito Javert ed entra   nel convento del Petit Picpus, dove vi rimarrà con la bambina fino alla morte del vecchio. 

La terza parte si intitola “Marius”. Marius e suo nonno litigano perché il ragazzo ha scoperto che suo padre era un coraggioso soldato e non lo aveva abbandonato, come suo nonno gli aveva fatto credere. Marius se ne va di casa, rifiuta il denaro del nonno ed incontra “gli amici dell’ABC”, un gruppo di studenti fannulloni, che parlano sempre di ragazze e di politica, con cui fa amicizia. Intanto, il ragazzo cerca il signor Thenardier perché crede che durante la guerra abbia salvato il padre e vuole aiutarlo. Intanto i peggiori criminali di Parigi riuniti nel gruppo “Patron-Minnette”, organizzano un agguato contro Jean Valjean

La  quarta parte  s’intitola “L’idillio di Rue Plumet e l’epopea di Rue Saint-Denis“. Cominciano gli incontri segreti tra Marius e hanno inizio i moti rivoluzionari del 1832. Jean Valjean ha paura di essere scoperto e soprattutto di essere separato da Cosette , perciò decide di partire. Intanto gli amici dell’ABC costruiscono una barricata davanti alla locanda “Corinto”, oltre a loro ci sono Gavroche ed Eponine, figli dei Thenardier, Javert e Marius. Il piccolo Gavroche deve consegnare una lettera di Marius a Cosette, ma a prenderla è Jean Valjean che, dopo averla letta, va alla barricata.

La quinta e ultima parte s’intitola “Jean Valjean” e inizia con le vicende della rivolta. Gavroche muore per recuperare dei proiettili, Jean Valjean invece di uccidere Javert lo fa scappare, Eponine muore per salvare Marius. Alla fine la barricata è presa e tutti i componenti vengono uccisi, tranne Marius. Jean Valjean lo recupera privo di coscienza e lo porta a casa del nonno, passando per le fogne. All’uscita incontra Javert e si lascia arrestare, ma il poliziotto lo lascia libero e poi si suicida. Marius si riprende e, dopo poco, sposa Cosette. Jean Valjean racconta a Marius di essere un ricercato e chiede di poter andare a trovare Cosette ogni tanto, ma sentendosi rifiutato da Marius si lascia morire. Marius scopre la verità sull’uomo e corre da lui con Cosette, appena in tempo per chiedergli perdono prima che egli muoia.

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     L’Autore

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Victor Hugo nasce a Besançon nel 1802.  Fin dall’adolescenza dimostra una grande passione per la scrittura e una feconda creatività. Nel 1822 pubblica «Odes et ballades» e si sposa con Adèle Foucher. I primi anni di matrimonio, segnati dalle difficoltà economiche, stimolano l’attività letteraria del giovane Victor, che si concretizza nella pubblicazione di «Han d’islande», «Le dernier jour d’un condanné» e «Les orientales», la prima raccolta di poesie, pervasa di romanticismo, con impronta romantica. Nel 1831 la pubblicazione di «Notre Dame de Paris», cui segue il grande successo in teatro di «Cromwell», rappresentazione nella quale, attraverso un’accorta commistione tra elementi seri e grotteschi, si propone e si utilizza un uso più libero del verso nonché la creazione di opere ispirate ai più drammatici avvenimenti della  Storia. In «Hernani», altro dramma di grande successo, Victor Hugo unisce a un linguaggio scenico elementare, un’accesa eloquenza verbale. A questo punto lo scrittore-drammaturgo è pronto per diventare l’alfiere, in Francia, del movimento romantico in Francia. Come spesso accade, però, Il successo fu anche finanziario,ma attraversò una serie di lutti familiari che turbarono la sua esistenza:il più atroce fu l’annegamento della figlia Léopoldine, avvenuta nel 1843. Fondamentalmente repubblicano,dopo il colpo di stato con il quale Napoleone III si proclamava imperatore, fu costretto all’esilio. E proprio in esilio scrisse quello che molti considerano il suo capolavoro, il romanzo «I Miserabili», storia del riscatto morale di un evaso,accolto immediatamente da un enorme successo. Il suo pensiero. Hugo ha incarnato gli ideali più avanzati della borghesia democratica; il suo pensiero-una religione senza chiese,un culto dell’umanità e del progresso-rifletteva liricamente l’ottimismo del secolo,bilanciandolo coi temi del mistero cosmico e dell’irrazionalismo individuale. Si spegne a Parigi nel 1885.

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   Lo spettacolo

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La prima scena vede Jean Valjean e il vescovo Bienvenue ai lati opposti del palcoscenico, separati da uno spazio nero.  È la prima e forte indicazione della lettura che drammaturgia e regia hanno deciso di fare del capolavoro di Victor Hugo: da una parte il Bene, a destra il Male (anche se per il personaggio Jean Valjean il discorso è molto più complesso), rigidamente divisi e in perenne lotta tra di loro, sia all’esterno che all’interno degli individui.

Lettura tradizionale, assolutamente fedele allo spirito e alla forma del romanzo, con i “pro” (molti) di una scelta ortodossa e qualche inevitabile “contro”, se proprio se ne voglia cercare uno, riguardo alla evidente mancanza di volontà di avventurarsi nella ricerca di una qualche originalità.

Scenografia mobile, smart, ricca di costumi coerenti con l’epoca di ambientazione e accuratamente confezionati e con pochi arredi: attraverso un sapiente utilizzo delle luci (ormai una felice costante per Cesare Agoni) e il continuo spostamento di pannelli, mostra, a ogni scena, una diversa e suggestiva cartolina ottocentesca.

Recitazione di alto livello, ampiamente prevedibile per Franco Branciaroli (scultoreo e indimenticabile Jean Valjeanattorno alla cui maestosa figura si muovono gli altri attori, ben scelti e ben calati nella parte: a partire dall’interpretazione dei piccoli Cosetta/Gavroche, al corrotto Thenardier,  alla giovane e romantica coppia d’innamorati Cosetta-Marius, per finire ai personaggi minori che, con la forza narrativa di Victor Hugo, “minori” non sono affatto.

Discorso più articolato per Javert che, partito in sordina, acquista spessore con il progredire del dramma, finendo con una di quelle “morti” che fa onore ai personaggi negativi dotati di maggiore dignità e a chi, come in questo caso, bene li sa interpretare: «Che fine ha fatto il Bene? Che fine ha fatto il Male?» è il disperato e disperante interrogativo dello sbirro che segna la vittoria morale del suo avversario, un delinquente che, con il proprio altruismo e la propra generosità, riesce infine a rovesciare il tavolo da gioco, spiazzando tutti.

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                                                                                                                                    (ph Simone Di Luca)

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Della regia (impeccabile ed efficacissima nei tempi e nei ritmi) e della scelta di attenersi strettamente al testo, abbiamo già detto, così come di scenografie e luci. Musiche essenziali e calzanti. Pubblico deliziato e visibilmente soddisfatto di uno spettacolo di quelli ai quali raramente è dato di assistere in un momento storico (teatrale e non solo) forse troppo orientato al risparmio e al minimalismo a ogni costo.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (99) – Miserabili in scena… con tutti gli onori

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Sta per arrivare a Brescia (nell’ambito della grande stagione del C.T.B.) una straordinaria operazione culturale letterario-teatrale: la trasposizione scenica de “I miserabili“, l’immortale capolavoro di Victor Hugo con Franco Branciaroli in palcoscenico.

Stamattina ho partecipato alla conferenza stampa di presentazione, mercoledì notte, subito dopo che sarà sceso il sipario della “prima”, per così dire a cose fatte, ve ne riferirà GuittoMatto.

Da non mancare, se possibile.

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Come al solito è il Direttore Artistico Gian Mario Bandera a introdurre la conferenza stampa, ricordando che  “I Miserabili” di prossima rappresentazione al Teatro Sociale di Brescia) è una coproduzione CTB    – Teatro Stabile Friuli Venezia Giulia – Incamminati.

La consigliera Patrizia Vastapane, prima di passare la parola a regista e drammaturgo, riferisce del buon andamento della stagione sia al Sociale che al Santa Chiara e il buon lavoro che si sta svolgendo nelle scuole.

«Attività che cominciano a essere notate e raccontate anche dalla stampa nazionale» sottolinea, esprimendo poi il proprio apprezzamento per Doninelli e Però, capaci di una riduzione né banale né noiosa di un grande classico come “I Miserabili”

Il regista Franco Però racconta quella che definisce “una pazzesca avventura”.

«Un’idea temeraria per rendere pensabile la quale,  per prima cosa, è stato necessario trovare qualcuno talmente coraggioso e incosciente da metterci le mani» aggiunge, ammiccando al vicino Doninelli.

«“I miserabili” è un romanzo immenso che quasi tutti conoscono (attraverso film e sceneggiati)  ma che pochissimi hanno letto dalla prima all’ultima pagina. Le vie di per la trasposizione drammaturgica erano due: la prima quella di assecondare il meccanismo narrativo dell’opera (sostanzialmente fuga e inseguimento) seguendo soltanto i personaggi principali o provare (temerariamente) a raccontare, più o meno, tutto di tutti, tramite un cast importante anche in termini numerici (13 attori); in pratica reinventando il romanzo, piuttosto che riducendolo».

In complesso siamo convinti e soddisfatti delle scelte effettuate.

Conclude l’intervento esprimendo grande soddisfazione per le scelte effettuate e riferendo che per quanto riguarda i costumi si è optato per la fedeltà nei confronti dell’epoca in cui è ambientata la narrazione, mentre per le scenografie ci si è avvalsi dell’apporto delle suggestive luci di Cesare Agoni.

Luca Doninelli rincara la dose in merito alla temerarietà di un’operazione di questo tipo.
«Un’impresa del genere è davvero titanica. Roba da malati di mente… ed evidentemente io lo sono» scherza.

«I miserabiliè uno dei romanzi più famosi dell’Occidente se non addirittura il primo. Portarlo in scena è stato un lavoro difficilissimo ma non impossibile» aggiunge, subito dopo..

Il discorso poi si amplia, passando all’individuazione delle principali forme narrative.

«Sono sostanzialmente poche, le principali queste: il romanzo popolare, il romanzo di viaggio,  l’auto-sacramentale (in cui il fulcro è all’inizio). È proprio quest’ultimo il caso de “I Miserabili”, con la consegna dei preziosi candelabri da parte di Monseigneur Myriel a Jean Valjean: un’origine sacramentale per un romanzo inequivocabilmente laico».

Fatta questa premessa, Doninelli fa notare che, mentre solitamente, in teatro, il protagonista principale sia dominatore,  nel dramma tratto dall’opera di Victor Hugo, esso sia in continua diminuzione, allo scopo di fare vivere altri.

«È la rappresentazione del “male alto” e del “male basso”. I “cattivi” di alto livello meritano una morte gloriosa, gli altri neanche quella, solo l’oblio. È la ripetuta quanto ostinata riaffermazione che la vita non è solo un rapporto di causa-effetto, ma risente del caso o del destino».

La conclusione è pienamente in linea con l’alto livello dell’intervento:

«Sono felice di essermi immerso in questa avventura grandiosa.
Jean Cocteau diceva
Victor Hugo era un pazzo che credeva di essere Victor Hugo” e io non posso che essere d’accordo con lui. L’opera I Miserabili rappresenta, per la letteratura, ciò che, nella Storia, furono il fuoco, la ruota, la stampa, la penicillina e la scoperta dell’America eventi fondamentali per il progresso dell’umanità».

Del commiato si fa carico Gian Mario Bandera, ricordando che all’esordio, andato in scena  a Napoli,  e che alla rappresentazione del Teatro Sociale seguirà una lunga tournée  che girerà l’Italia dal prossimo ottobre ad aprile.

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DALL’8 AL 20 MAGGIO AL TEATRO SOCIALE DI BRESCIA

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  Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (49) – Classici da ripensare e da riproporre

Dunque si cambia.

E che cambiamento!

Da austera conferenza stampa tenuta nel Foyer, la presentazione della Stagione di Prosa 2017/2018 del C.T.B. si fa strappare il biglietto e passa all’interno del Teatro Sociale, trasformandosi in spettacolare happening.

Serata davvero particolare al  Teatro Sociale di Brescia: veduta dall’alto della platea con i primi spettatori-invitati che comiciano ad accomodarsi ai propri posti già mezzora prima dell’inizio.

Che si tratti di una festa lo si capisce sin dal primo istante, quando una briosissima Anna Meacci introduce la serata riuscendo ad attrarre a sé l’attenzione del pubblico che affolla il teatro in ogni ordine di posti: bendisposto, divertito, sì, ma anche molto ma molto curioso di conoscere le novità che caratterizzeranno la prossima stagione.

«I numeri possono essere aridi e noiosi, ma sapere che il trend di crescita del Teatro bresciano continuano a essere costantemente in crescita è qualcosa che ci riempie di soddisfazione e ci sprona a proseguire su questa strada» è il saluto della Presidente Camilla Baresani Varini, che con altri numeri va avanti.

«Trentacinque titoli, nella entrante stagione, con undici nuove prosduzioni marcate Centro Teatrale Bresciano, costante incremento di spettatori (con una base di oltre 110.000 sbigliettamenti nel 2016/2017) e abbonati, di cui il 40% proveniente da fuori della cerchia cittadina»

Poi la parola passa al tabellone, che è quanto mai vario e intrigante: la parte del leone, pure in presenza di significative opere “del presente”, va a quella che è definita un’operazione di recupero, rivisitazione e riproposizione di grandi classici.

Del dettaglio dei titoli in programma leggerete con comodo sui quotidiani di domani, in questa sede, in cui ci preme darvi una primizia di quanto accaduto al Sociale, ci basta segnalare quelli che, epidermicamente, hanno richiamato la nostra attenzione: 

I miserabili (ATTENZIONE con Franco Branciaroli nella parte di Jean Valjean), Il malato immaginarioGiulio CesarePinocchioLa classe operaia va in paradisoI MalavogliaStasera si recita a soggetto, Accabadora, Delitto e castigo, Marilyn, la rarità shakespeariana I due gentiluomini di Verona… e qui siamo costretti a fermarci, perché (tra l’uno e l’altro) finiremmo per scrivere tutto l’elenco o quasi.

La “cerimonia” viene impreziosita da gustose primizie recitate da alcuni degli attori che calcheranno il palcoscenico a partire dal prossimo autunno, tra  i quali, oltre al già nominato Branciaroli, si affacciano volti noti e amati in città come Fausto Cabra, Elena Bucci, Marco Sgrosso, Luca Micheletti, Lucilla Giagnoni, Elisabetta Pozzi e Francesco Colella, Valter Malosti, Monica Ceccardi e Silvia Quarantini

Si succedono anche rappresentanti delle Istituzioni “azioniste” (Regione, Provincia e Comune) e delle grandi aziende “sostenitrici” A2A e ASM, vengono più volte e giustamente sottolineate le azioni del C.T.B. tese a unire ancora di più il Teatro ai cittadini e viceversa e, soprattutto, a diffondere l’amore per la prosa tra giovani e giovanissimi, con moltissimi appuntamenti ed eventi pensati ad hoc e l’offerta di consizioni agevolate per la fruzione dei teatri cittadini da parte degli alunni delle scuole bresciane.

Si conclude così, dopo il saluto di un emozionato Direttore Gian Mario Bandera («Benedetta l’emozione e chi sa ancora emozionarsi», dice il saggio) che coglie l’occasione per anticipare anche il prosimo arrivo dell’innovativo EvoLutioN City Show Brixiae Editio che animerà le strade del centro, questa autentica e perfettamente riuscita festa del Teatro, della Prosa, della Drammaturgia, in definitiva di tutta la Cultura bresciana:

tra applausi e consensi e, una volta fuori, nella tiepida, magnifica Brescia di questa notte quasi estiva, con il pensiero che le nuove aprture di sipario al Teatro Sociale e al Mina Mezzadri Santa Chiara sembrano ancora troppo lontane.

Per fortuna che, di mezzo, per ingannare in qualche modo l’attesa, ci saranno le vacanze…

 

  

(per una volta insieme Bonera.2 & GuittoMatto)

Categorie: Giorni d'oggi e Teatro & Arte varia.

Mioddio, My-day, ma dai… MEDEA!

   La tragedia di Euripide 
La tragedia greca (scritta da Euripide per le Grandi Dionisie del 431 a.C. e considerata una delle più significative tragedie classiche) comincia con la vecchia Nutrice che riassume quanto accaduto… nelle puntate precedenti: dopo la conquista del vello d’oro nella Colchide (narrata ne «Gli Argonauti» di Apollonio Rodio), Medea e Giasone si trasferiscono a Corinto, insieme ai due figli. Dopo qualche anno di convivenza, però, Giasone (eroe stanco e imbolsito in cui affiorano bassezza e meschinità da uomo qualunque) decide di ripudiare Medea per convolare a nozze con Glauce, non solo più giovane e fresca di sua moglie, ma anche (e non è cosa di poca importanza) figlia di Creonte, re di Corinto: una condizione che, da sola, potrà consentire a Giasone di salire al trono.
Medea, però, non è donna che possa tollerare di ricevere, da un uomo al quale ha donato tutto il proprio amore e la propria passione, ma che si è rivelato meschino, decidendo di ripudiarla per la “carriera”: lo dice il suo stesso nome, che, derivando dal verbo medèomai (curare attraverso erbe e pozioni magiche), indica la sua natura di “maga, strega”. Non per nulla, qualora non lo ricordaste, era stata lei a preparare il filtro servito per narcotizzare il drago posto a guardia del mitico Vello d’Oro, lei a tradire suo padre e a uccidere il fratello per poter seguire Giasone. Medea è la passione barbara, ferina; Medea è la rabbia che non si placa se non con la vendetta; Medea è la minaccia che viene da lontano, è la creatura aliena capace di amare e di odiare fino all’autodistruzione. Inutili, dunque, i tentativi di Giasone di far accettare alla moglie la sua decisione. Inutile la precauzione adotatta dal re Creonte che, temendo il peggio, decreta l’immediato esilio della donna. Ottenuto con una scusa il rinvio della partenza, sia pure per un solo giorno, Medea  fa pervenire alla rivale Glauce, come dono nuziale, un mantello intriso di potentissimo veleno. La giovane figlia del Re lo indossa, morendo tra atroci dolori.
Poi l’incontenibile ira di Medea si abbatte anche sui figli.

    Lo spettacolo 

Dunque, come già detto, a oltre vent’anni di distanza dalla rivoluzionaria direzione di Luca Ronconi nel 1996,  con il riallestimento e la rivisitazione effettuati per l’occasione da Daniele Salvo, Franco Branciaroli rende omaggio al Maestro scomparso nel 2015, tornando a vestire i panni della selvaggia Medea nella nuova edizione di una vera e propria gemma e di un solido punto di riferimento della storia del Teatro contemporaneo italiano.

Il Male, il Bene, Dio e Satana, sono entità sprovviste di identità sessuale, comprendendole in sé tutte. Così come l’amore, l’odio, la speranza, la disperazione… e la minaccia di ciò che è alieno, in cui, amava dire Ronconi,  «si può identificare senza tema di sbagliare, il personaggio di Medea»..

     

  

 (foto di scena scattate da Umberto Favretto ph) 

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Su uno schermo è proiettata l’immagine di un cuore che palpita, nudo e sanguinante, sotto i ferri del chirurgo.

Sull’altro, un paesaggio spoglio, quasi desertico.

E il canto straziato e straziante di una donna che erompe dal mare Mediterraneo, non importa da quale sponda, cristiana o musulmana, tanto il sale nell’acqua ha lo stesso dosaggio.

È così che comincia a Medea di Ronconi e di Branciaroli, un’autentica celebrazione liturgica, officiata sulle assi del palcoscenico che, fin dall’inizio, preannuncia sacrifici umani., autentici o mistici, solo questo è da scoprire. sia gli uni che gli altri, in realtà, al tirare delle somme.

E di Medea, all’inizio, si ode solo la voce fuori-scena: lamentosa, malmostosa, sgradevole quanto può esserlo il lamento di qualcuno che non siamo noi.

Poi comincia il gioco sottile e complesso al tempo stesso delle tante contaminazioni che intarsiano la narrazione.

Euripide è sempre presente in scena, certo, eccome, ma sembra tirarsi in disparte, a volte,  di fronte agli aspirapolvere manovrati dalle donne del coro, a un lettino da ginecologo con tanto di paradosso di uomo incinto, alle rivisitazioni di melodie che occhieggiano, neppure troppo discretamente, a Battisti e ai Procol Harum, alle divise dei soldati del Re agghindati come picciotti di Cosa Nostra.

L’antica Grecia allarga i suoi confini fino a sovrapporli a quelli dell’Europa, dell’intero Occidente, con il Potere che cala dall’alto scendendo con maestoso impaccio i gradini di una scala che fa bella mostra di sé al lato del palcoscenico: ingloba nella rabbia ferina di Medea il fermento degli sradicati, per forza o per scelta, dal territorio, dalle tradizioni, dalla propria religione, fate voi.

E finalmente eccolo, Branciaroli, maestro del gesto, della voce (anzi, delle voci) e della presenza scenica, capace di assommare alla propria arte le parti più significative della funambolica recitazione che fu patrimonio di Carmelo Bene.

Incombe sul pubblico, lo strega, ispira tutti gli altri attori senza mai prevaricare, indirizza tempi, ritmi e atmosfere anche quando non è in scena.

Nella sontuosa sceneggiatura di Ronconi tutto è fedele al testo classico, tutto lo tradisce. A cominciare dal coro, che prima blandisce la sete di vendetta della barbara tradita, la esalta, poi, ma solo quando ormai è troppo tardi, spaventato, cerca timidamente di moderarla.

L’umiliazione, il rancore, soprattutto la rabbia cieca e animale che “chi sta sopra” cerca invano di tenere sotto controllo.

«Ti sarebbe bastato adattarti senza recalcitrare alle decisioni  che qualcun altro ha preso per te» ricorda alla moglie, che ha ferito mortalmente, Giasone, l’eroe-cialtrone, con il meschino buonsenso dei vigliacchi.

Sul finire, non casualmente si abbassano le luci sul palcoscenico, così come, rapidamente, si va spegnendo il lume della ragione: Medea teme e soffre lei per prima l’atrocità di ciò che sta per compiere, ma dice a se stessa, come capita a ciascuno, almeno una volta nella vita, che «la passione sa essere più forte della ragione».

La prima parte della strage è compiuta, ancora più atroce nella narrazione a cose fatte che ne fa il precettore, sconvolto da tanto sangue e tanta violenza.

Quanto alla seconda, ancora più atroce, l’uccisione dei propri figli s’intravede dietro uno schermo, con richiami non troppo nascosti a quelli della finestra dell’hitchcockiano “Psycho” dietro cui si celava la doppia personalità del folle Norma Bates. Nel dramma lacerante di Medea si riassume e si sublime quello di quelle mamme assassine di cui sono disseminate le contemporanee cronache di nera.

Si conclude, dopo la chiusura del sipario, con una ripetuta e convintissima chiamata in scena degli attori a suon di applausi.

E con una nota che, per sdrammatizzare un po’ (e credete, non è così facile nella recensione della madre di tutte le tragedie e nella tragedia di molte madri):

IN QUESTO SPETTACOLO NON SONO STATI MALTRATTATI BAMBINI

Chi assisterà a questa sorprendente e stimolante rappresentazione…. capirà.

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   Il Mattatore 

«Mi raccomando, il pubblico deve ricordarsi sempre, per tutto il corso dello spettacolo, che Medea è un uomo» affermò Branciaroli nel ’97, alla vigilia della rappresentazione romana della tragedia di Euripide (Teatro Quirino).

«Che ci sono io, coi bicipiti un po’ da camionista, dentro la parte. Voglio dire che quelli che stanno in sala non devono farsi fregare dalle convenzioni, come invece succede al coro di Euripide, che qui non può accorgersene e che, naturalmente, crede di avere a che fare con il personaggio vero, la donna tragica di Euripide»

«Io non interpreto una donna, sono nei panni di un uomo che recita una parte femminile, è molto diverso. Medea è un mito: rappresenta la ferocia della forza distruttrice» fa presente oggi.

«Lei è un essere smisurato, che usa un potere sinistro, usando la femminilità come maschera, per commettere una serie mostruosa di delitti: non è un caso che la prima a cadere sia una donna, la regina, la nuova sposa di Giasone»

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MEDEA di Euripide  (traduzione Umberto Albini) regia di Luca Ronconi ripresa da Daniele Salvo scene Francesco Calcagnini riprese da Antonella Conte Costumi di Jacques Reynaud ripresi da Gianluca Sbicca luci di Sergio Rossi riprese da Cesare Agoni con: Antonio Zanoletti, Alfonso Veneroso, Tommaso Cardarelli, Livio Remuzzi, Elena Polic Greco, Elisabetta Scarano, Serena Mattace Raso, Arianna di Stefano, Francesca Maria, Odette Piscitelli e Alessandra Salamida, Raffaele Bisegna e Matteo Bisegna produzione CTB Centro Teatrale Bresciano – Teatro de Gli Incamminati – Piccolo Teatro di Milano Teatro d’Europa

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dal 9 al 21 maggio al Teatro Sociale di Brescia.

 

 

  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

È arrivato un bastimento carico di T… come Teatro!

Lo conoscete il giochino, no?

Bisogna trovare le parole che si riferiscono a una certa categoria (città, cose, animali) e che cominciano con la stessa lettera, vince chi ne mette insieme di  più.

Ci abbiamo giocato tutti, da bambini.

Oggi, con la conferenza di presentazione della nuova stagione targata CTB, è uscita la T, una gigantesca-ricca- golosissima T di Teatro, appunto. 

Di quello buono, colto ma al tempo stesso giovane e al passo dei tempi, come ormai ci ha abituato il CTB, pilotato dalla premiata ditta Carla Boroni – Gian Mario Bandera.

Di quello coraggioso, ancora più di sempre.

 

 

Ed ecco qui cosa c’era nel cappello a cilindro pieno di magie che stamattina, nel corso della tradizionale quanto attesa conferenza stampa, è stato svuotato di fronte a un foltissimo pubblico.

NUMERI

Abbonati stagione 2015 / 2016:  5467

Presenze del pubblico: oltre 85.000

Produzioni CTB 2016/2017: 13 (tra novità, riprese in sede e tournée per l’Italia);

Spettacoli ospiti: 25 (tra Teatro Sociale, Teatro Santa Chiara e Teatro Grande)

Istituti coinvolti nel progetto scuola: quasi 200 (di ogni ordine e grado, disseminati in tutta la provincia)

Spettacoli di ospitalità per la Stagione di Prosa: 8

Spettacoli fuori abbonamento: 3

LE PRODUZIONI CTB

Il secondo figlio di Dio (Cristicchi)

Furiosa Mente (Lucilla Giagnoni)

Il vecchio e il mare (Daniele Salvo ed Hemingway)

Giuliano – Storia di un assassinio involontario (Alessandro Quattro e Alessandro Mor e Gustave Flaubert)

Le relazioni pericolose (Elena Bucci e Marco Sgrosso)

Medea (Branciaroli: parla la foto e ciò che è scritto sotto)

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Il vuoto lasciato nel Teatro italiano dalla scomparsa di Luca Ronconi è immenso.

L’omaggio che gli rende Franco Branciaroli, riportando in scena Medea doveroso e suggestivo.

Medea sarà Branciaroli. Branciaroli sarà Medea. Uno spettacolo irripetibile, un’interpretazione di una difficoltà inimmaginabile, una sfida che solo Branciaroli può affrontare e vincere. Qualcosa che a Brescia non poteva e non doveva mancare.

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OSPITALITÀ – STAGIONE DI PROSA e ALTRI PERCORSI

Sezione ricca e variegata, sulla quale avremo occasione di tornare in modo più analitico.

Per ora, gioiosamente alla rinfusa, titoli, autori, personaggi e attori: Pirandello, Michele Placido, Goethe, Alessandro Gassman, Don Chisciotte, Moni Ovadia, Il berretto a sonagli, Fabrizio Bentivoglio, Qualcuno volò sul nido del cuculo, Carlo Goldoni, Alessandro Baricco, Andrea Camilleri, Faust…

Questa sì che è una contaminazione (all’insegna del “titolo” della stagione, appunto) e trovare gli abbinamenti giusti è il piccolo e piacevole gioco che vi propongo e che potrete fare con il programma ufficiale alla mano.

Insomma, ce ne sarà davvero per tutti i gusti. Livello di qualità: altissimo.

SPETTACOLI FUORI ABBONAMENTO

Sogno di una notte di mezza estate (al Teatro Grande)

Il coraggio di dire di no. La storia di Giorgio Perlasca

E, dopo il grande successo dello scorso 31 dicembre con gli Oblivion, un nuovo Capodanno in Teatro, stavolta in compagnia della Banda Osiris. 

Ciao. Ci si vede a Teatro.

 

 

  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Eccolo, il Macbeth di Branciaroli !

Dopo avere interpretato Re Lear, Romeo, Nerone, Otello, Gesù (!), Medea (!!), Galileo, Don Chisciotte e tanti altri eccezionali personaggi, quello con Macbeth è un appuntamento che Franco Branciaroli non poteva assolutamente mancare. Per dire la verità nei panni di Macbeth si era già calato, negli anni ’90, diretto da Giancarlo Sepe, ma vuoi mettere portarlo in scena con la propria regia?

LA STORIA VERA

Macbeth re di Scozia. – Conte di Moray e capo del partito celtico si oppose a re Duncan I e, dopo averlo ucciso, s’impossessò del trono (1040) e governò col favore popolare sino al 1054; arrivò fino a Roma, in pellegrinaggio. Il suo regno fu invaso da Siward di Northumbria (alleato di Edoardo il Confessore al quale M. aveva rifiutato omaggio) nel 1054. Sconfitto a Dunsinane, presso Perth, perse la Scozia Meridionale; continuò la lotta nel Nord, ma fu battuto e ucciso da Malcolm figlio di Duncan.

COME LA RACCONTA SHAKESPEARE

Macbeth e Banquo hanno combattuto con valore contro i ribelli del re di Scozia Duncan, tanto da meritare la sua gratitudine e generosità. Incontrano tre streghe che salutano Macbeth con il titolo nobiliare di Thane di Cawdor e gli preannunciano un futuro da re. Po­co dopo giunge la notizia dell’effettivo conferimento di quel titolo a Macbeth da parte del sovrano. Nell’animo dell’eroe si scatena l’ambizione.
Il re Duncan comuni­ca a Macbeth l’intenzione di alloggiare una notte nel suo castello di Inverness.
Lady Macbeth, informata dal ma­rito della profezia delle streghe, prepara il regicidio. Macbeth uccide Duncan, i cui figli fuggono, e poi, divenuto re, uccide anche Banquo, che le streghe aveva­no salutato come futuro padre di re.

Presto il sogno del regno si trasforma in incubo angoscioso e l’ombra di Banquo perseguita Macbeth.
Preda del rimorso inter­roga le streghe che gli annunciano che sarà vinto quan­do la foresta di Birnam avanzerà contro di lui.
Lady Macbeth impazzisce e s’uccide.
Malcom figlio di Dun­can e Macduff, signore di Fife, marciano contro Mac­beth. L’esercito si protegge con i rami della foresta di Birnam.
La fine di Macbeth è segnata, Malcom diven­ta re di Scozia.
Macbeth affronta la morte, giusta fine di “una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla“.

COME LO VEDE FRANCO BRANCIAROLI

Il Macbeth inizia da un mondo esterno in guerra, dove caratteristiche come efferatezza e sete di sangue, al pari del coraggio, sono ritenute virtù, in quanto preservano il mondo interno della corte, una società patriarcale civilizzata regolata da leggi divine. La violenza che si applica all’esterno non vale per l’interno, altrimenti tutto salta e tra il dentro e il fuori non c’è più differenza, tutto diventa guerra. Macbeth a un certo punto sceglie di portare la violenza all’interno e a questo si somma il fatto che anche la Lady, la sua parte femminile, si snatura e prende caratteristiche maschili: allora il caos è totale. Macbeth viene infatti “sedotto” all’ambizione dalle streghe, che storicamente rappresentano la minaccia al mondo patriarcale, e indotto all’assassinio da sua moglie, che viola il suo ruolo sociale di donna agendo come agirebbe un uomo. Al caos generato da donne che sono uomini (ovvero da una natura femminile perversa) solo un “non nato di donna” potrà porre fine. Ma il dramma è ancora più complesso e tremendo: Macbeth, uccidendo il re, simbolo del padre e del divino, uccide la sua stessa umanità ed entra in una dimensione di solitudine dove perde tutto, amore, ragione, sonno, scopo di vivere. In più, la sua vittoria è sterile perché non ha eredi, e questa sua rinuncia alla sua umanità servirà solo a passare il trono al figlio di un altro. Il Macbeth è la tragedia del male dell’uomo, della violazione delle leggi morali e naturali. Intorno all’inquietante parabola di seduzione dell’anima al male pulsa l’enigmatico cuore di questa tragedia

COME L’HO VISTO IO

La scena è sapientemente disadorna. Cortile di casa popolare, piazza d’armi da caserma, sfondo di scene che ricordano certa pittura fiamminga, in una suggestione suggerita anche dalla foggia dei costumi.

Il sipario è una ghigliottina, che scende e risale a sezionare la narrazione in un ritmo convulso.

Frammenti recitati in lingua originale (qualche dubbio sui sottotitoli che, inevitabilmente, contaminano l’atmosfera classica e  distolgono l’attenzione dello spettatore) rappresentano e significano al meglio la lingua magica delle  androgine streghe.

Una parabola, come la vita: una faticosa ascesa, frutto di scelleratezze e compromessi, seguita da una brusca, inarrestabile caduta.

Macbeth e la sua Lady legati da un rapporto intessuto di dominio e sottomissione che travalicano le rispettive posizioni sociali e politiche.

Lei astuta quanto algida burattinaia, lui docile marionetta che si lascia guidare quasi senza opporre resistenza. Lei inflessibile mistress, lui infoiato schiavo. Lei, alla fine, autoritaria badante che si fa carico dell’insania di lui, incapace di sottrarsi al giudizio dell’inquisitore più spietato: la propria coscienza.

Di elevato livello la recitazione corale.

Spietata e senz’anima quanto basta una convincente Valentina Violo.

Per quanto riguarda Branciaroli che dire, se non che è eccezionale come sempre? Il coniglio che emerge stavolta dal cappello a cilindro di questo autentico prestigiatore del palcoscenico, l’ultimo e indomito figlio della stirpe dei Mattatori, è chiaramente ispirato e affettuosamente dedicato alla voce e alla presenza scenica di Carmelo Bene, al quale, com’è noto, molto è affezionato il grande Franco.

Spettacolo di gran classe, forse non per tutti, ma autentica chicca nell’ambito di un calendario nazionale che, se da una parte vede una progressiva e confortante crescita della qualità medi dell’offerta al pubblico, dall’altra (per una serie complessa di ragioni) si trova costretta a livellare le eccellenze.

Gli applausi alla fine di questa “prima” attestano che il pubblico bresciano gradisce.

E, come si dice: finché c’è Branciaroli, c’è speranza. 

MACBETH
di William Shakespeare

regia Franco Branciaroli
scene Margherita Palli
costumi Gianluca Sbicca
luci Gigi Saccomandi

con Franco Branciaroli e Valentina Violo

e con(in ordine alfabetico)
Tommaso Cardarelli Enzo Curcurù, Stefano Moretti, Fulvio Pepe, Livio Remuzzi, Giovanni Battista Storti

produzione CTB Centro Teatrale Bresciano · Teatro de Gli Incamminati

 

dal 10 al 22 maggio 2016 Teatro Sociale

 

  GuittoMatto

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