Goodmorning Brescia (115) – Elena Bonometti, donna dal multiforme ingegno

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Una delle principali e più genuine caratteristiche della “brescianità” è, da sempre, rappresentata da quel mix di alacrità, abnegazione e imprenditorialità che ha consentito, consente e per molto tempo ancora consentirà alla città, di mantenersi ai primi posti dell’italica eccellenza in molte tipologie di attività, tecniche e umanistiche, scientifiche e artistiche.

In quest’ottica e in questo spirito va intesa l’intervista all’attivissima ed eclettica Elena Bonometti, insegnante, amministratrice, politica e scrittrice / drammaturga.

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Elena Bonometti, bresciana doc di Costalunga/San Rocchino che gioca a tutto campo: scuola, impegno politico, teatro, volontariato e drammaturgia. Dove lo trova il tempo necessario per riuscire a fare tutto e bene?

Ho una natura piuttosto dinamica e sono ricca di interessi e passioni: date le premesse riesco a far tutto: anzi, no. Qualche volte le riunioni e gli impegni si accavallano….non è da me, però, saltare un giro!

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Cominciamo dall’insegnamento. Tra scarsità di risorse pubbliche messe a disposizione per la scuola e aggressioni ai docenti, non si può dire che sia esattamente il momento migliore per svolgere il Suo mestiere. Con che spirito e con quale strategia si reca ogni giorno a fare il Suo lavoro?

Penso che una cattedra, un prof e una scolaresca ben motivata possano fare miracoli: non credo alla tecnologia a scuola. Sono della vecchia scuola socratica! Anche se, devo dire, è più comodo stare seduta che passeggiare! Lo spirito è quello della ex studente che a scuola si è divertita e ha avuto la fortuna di avere una maestra bravissima alle elementari e docenti validi dalle medie all’Università. Soprattutto ho respirato in casa estremo rispetto verso l’Educazione e la Scuola (infatti, poi, la mia laurea è stata in Pedagogia). Rispetto che non vedo più, dato il relativismo e il distruttivismo imperanti. Proff picchiati? Al sessanta per cento è colpa dei genitori, barbari membri di una società ignorante di valori, al trentacinque per cento è colpa del dirigente scolastico che non ha saputo dirigere adeguatamente una scuola e, ultimo, il cinque per cento colpa del docente che non ha saputo costruire un rapporto civile. Il ragazzo che disturba in classe ha, evidentemente, gravi problematiche in sé che vanno affrontate altrove ma è, tuttavia, tenuto a controllarsi: così come si controllano i docenti! Negli ultimi anni è venuto meno l’autocontrollo dei più giovani, il saper condurre le proprie emozioni. I ragazzi di oggi non tollerano la benché minima frustrazione! Non sono preparati ad affrontare la vita. La scuola non può supplire completamente la famiglia che resta, comunque, la prima agenzia educativa. Gestire le proprie emozioni è importante per tutti e diventa fondamentale per un teatrante….e torniamo al Teatro, che è scuola di Vita.

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Ancora un momento, c’è ancora un punto da toccare: la politica. Dopo essere stata eletta tra i consiglieri comunali nelle recenti elezioni amministrative di Brescia, Lei ha compiuto un gesto piuttosto insolito nel quadro della politica italiana, una delle cui regole più consolidate è che, una volta che si è conquistata una poltrona, è necessario rimanerci seduta sopra il più a lungo possibile: ha rinunciato alla carica (ossia alla cadrega, come dicono a Milano) mandando in Consiglio la prima dei non eletti. Perché?

Mi è stato chiesto di candidarmi in Comune e, credendo di avere compatibilità col CTB (come avvenne nel 2011 quando ero consigliere di maggioranza con delega alla Musica) mi sono presentata e sono stata eletta. In seguito ho scoperto che, a causa del nuovo statuto del CTB, ero diventata incompatibile! Per non tradire l’elettorato ho preparato le dimissioni alla Regione per il CTB ma non sono riuscita a inviarle a Milano perché ero sotto il torchio con gli orali della maturità. Mai ritardo fu così fulgido segno del destino! Nuove esigenze di carattere familiare (cascate come una tegola in testa) mi avrebbero impedito di lavorare in commissione e col gruppo consiliare nei pomeriggi (al mattino insegno Psicologia in una scuola superiore)…pertanto ho presentato a malincuore le dimissioni al Comune. Mi scuso col mio elettorato. Se questo fattaccio familiare si fosse verificato tre mesi prima non mi sarei neppure candidata. Tuttavia, la sera, sono ancora donna di politica, membro del Direttivo Cittadino del mio movimento e lavorerò per i miei colleghi in Consiglio. La passione politica in me è forte, intendendo la politica come arte di amministrare e governare, da partecipare con spirito di servizio.

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Ed eccoci al Teatro (la “T” maiuscola non è stata messa a caso). Lo scorso anno è stata riconfermata dalla Regione come membro del consiglio di amministrazione del C.T.B. Centro Teatrale Bresciano, uno dei più intraprendenti, dinamici e prestigiosi Enti di categoria. Le chiedo quale sia la Sua interpretazione del ruolo e quali fini, a Suo avviso, debba perseguire un Teatro che voglia mettere insieme, in Cartellone, qualità degli spettacoli, valori culturali, individuazione e lancio di nuovi talenti e gradimento del pubblico. Sempre che ciò sia possibile, naturalmente.

Come membro del cda mi devo occupare del solo Bilancio e della amministrazione in genere. Non posso cambiare le regole imposte al mio ruolo. Se fossi Direttore Artistico, credo avrei molto coraggio: marionette (fantastiche quelle dei Colla!), musical, tragedie a profusione, testi comici: l’uomo piange e ride, parla ma anche canta e balla! E una spolverata di teatro civile: ricordo, come uno degli spettacoli più meritevoli di essere visto, il Pantani di alcuni anni fa. Teatro di denuncia e in più ben fatto! Ho scoperto la tragedia di un uomo che, dato il mio profondo disinteresse per lo sport, non conoscevo. Il colmo è che a teatro non sono venuti né gli appassionati di prosa né di ciclismo. Non essere curiosi è un male!!!! Non ho preclusioni…Il pubblico va guidato ed educato, pertanto mirerei alla qualità dei testi (c’è un repertorio meraviglioso!) e alla qualità degli interpreti. Sicuramente non seguirei mode culturali, in primis quella del Pensiero Unico. Il teatro contemporaneo non mi soddisfa molto, a parte Lisma, il duo Pacioni-Bonometti (ah ah ah!) e qualcosa di Massini.

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Già, il Teatro. Una cosa è amministrarlo, un’altra, ben diversa, è farlo, o meglio, scriverlo. Alla prima occasione, con la pièce «Come nel gioco dell’oca», scritta a quattro mani con Patrizio Pacioni, ha centrato lo scorso anno uno straordinario obiettivo, aggiudicandosi il primo poso nel premio bandito dalla prestigiosa rivista “Sipario” e intestato al drammaturgo Carlo Terron. Di cosa tratta il testo? Quale ne è lo messaggio? C’è speranza di vederlo rappresentato a breve sui palcoscenici d’Italia?

Mentre un romanzo lo puoi delibare sul manoscritto (se non te lo pubblicano!) un testo teatrale necessariamente deve vedere la luce dei riflettori: abbiamo cercato di offrirlo a un attore-regista che, durante la scrittura, emergeva con la sua fisionomia e col suo carattere dalle pagine. Stiamo a vedere cosa risponde e incrociamo le dita. Basta che risponda, però!!! Ovviamente non l’ho offerto al CTB, anche se la Legge italiana, per un’opera sola, lo consente. Il contenuto parla della Vita e della Morte, delle opportunità perdute e di quelle che si afferrano a volte ma con incoscienza. Ma è un testo da scoprire passo-passo, riassumerlo è fortemente riduttivo. Il colpo di scena (che c’è!) va scoperto e vissuto! Invito i curiosi ad andare sul portale di Sipario e leggerlo.

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Eccola, Elena Bonometti drammaturga: a sinistra quella scattata con la divina Carla Fracci, durante la cerimonia di premiazione del Concorso indetto da Sipario, tenutasi al Teatro Manzoni di Milano, e intitolato a Carlo Terron, a destra ritratta con Patrizio Pacioni, autore, insieme a lei,  del dramma «Come nel gioco dell’Oca».

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L’avventura creativa si è conclusa qui o nel futuro più o meno immediato ritiene di tornare a cimentarsi nel campo della scrittura teatrale?

Ho iniziato un anno fa una pièce teatrale, quasi un monologo, ma poi la caduta della retina sinistra mi ha inibito il lavoro. Col mio coautore, l’ottimo  Pacioni, abbiamo in cantiere un testo per cui ci stiamo spendendo in ricerche in un lungo e in largo (senza trovare risposte!): tratterà di una contessa abitante in Costalunga e scomparsa nella II guerra mondiale.

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Spazio per rispondere a una domanda che non Le ho fatto ma alla quale Le piacerebbe rispondere.

La domanda è: cosa tieni sul comodino? Mi piace entrare nel mondo intrapsichico attraverso i segni oggettivi. E rispondo: una abat-jour fiorentina, un cordless, un I-phone, un immancabile bicchiere di acqua, una catasta di libri!!! Uno lo sto leggendo, gli altri li leggerò dopo…Ho il vezzo di finirli fino all’ultima parola. Un libro fra gli altri è la raccolta dei poemi di Ghiannis Ritsos: ogni due o tre libri me ne leggo uno. Che meraviglia!!! Adoro il mondo greco. Le parole diventano musica…..E sul mobiletto tengo anche confezioni di integratori come magnesio e betacarotene: sano realismo, desiderio di efficienza e di riparami da ustioni solari in quanto ho la pelle bianchissima. Credo che un comodino, a saperlo leggere, racconti molto di una persona!

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BIOGRAFIA DI ELENA BONOMETTI

Nata a Brescia il 19-11-1959 e residente in Città

Professione: insegnante abilitata in Filosofia e Scienze Umane, attualmente in ruolo come docente di Psicologia Applicata, in passato è stata insegnante di Scuola dell’Infanzia (dal 1987 al 2008).

Titoli di studio: maturità tecnica, diploma magistrale, Laurea in Pedagogia secondo il vecchio ordinamento (Università Statale di Verona, 1999), Master in Organizzazione e Legislazione del Teatro Musicale (Conservatorio di Brescia2013).

Incarichi vari:

Vice Presidente della II Circoscrizione del Comune di Brescia dal 1994 al 1998 e consigliere di minoranza fino al 2008

consigliere comunale di minoranza a Caino, capogruppo, dal 1999 al 2004;

consigliere comunale di maggioranza a Brescia (dal 2008 al 2013) con Delega ai Rapporti con Enti, Associazioni, Istituzioni, Fondazioni Musicali,

Vice Presidente del Conservatorio di Musica “Luca Marenzio” di Brescia per due mandati consecutivi dal 2005 al 2011;

Membro del cda del Centro Teatrale Bresciano in rappresentanza del socio fondatore Regione Lombardia dal 2011 al 2016 e rinnovata dal 2016.

Premi

Finalista il 29 ottobre 2017 al concorso teatrale “Angelo Musco” nella sezione Teatro inedito con la pièce “Come nel gioco dell’oca” scritta con Patrizio Pacioni;

Vincitrice con la stessa pièce del Premio Autori italiani 2017, sezione Più Personaggi, indetto dalla rivista Sipario, nel novembre 2017

Pubblicazioni:

Decine di articoli per la rivista dell’ADASM “Noi Genitori”;

“Antologia della poesia nelle lingue e nei dialetti lombardi dal Medio Evo ai primi del ‘900”, edizioni Scheiwiller;

“Come nel gioco dell’oca” di Elena Bonometti e Patrizio Pacioni sul portale di Sipario.

 

 

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Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (105) – Spettacoli di qualità oltre le mura

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Si è conclusa poche ore fa, presso la sede del Centro Teatrale Bresciano di Piazza Loggia,  la conferenza stampa per la presentazione del Festival Estivo del C.T.B., denominato  «Un salto nel Nullo».

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«È il terzo appuntamento estivo del CTB» ricorda Elena Bonometti , componente del Consiglio di Amministrazione del CTB.

«In nome del concetto di città intesa come unicum,  che non sarebbe tale senza le sue periferie, dal centro di Brescia, sede delle precedenti rassegne, ci si  trasferisce nella zona di via Milano,  precisamente in via Francesco Nullo, dove si è allestito uno spazio scenico ad hoc.  Una sere di eventi che, a partire dall’inaugurazione del 26 giugno, riguarderanno diverse modalità espressive e narrative, in particolare prosa classica e contemporanea, musica, per finire con la composita performance di Moni Ovadia» 

Un’occasione unica che, vista la differenza che si riscontra tra la composizione e l’estrazione del pubblico “invernale” e di quello “estivo”, sottolinea la consigliera,  «potrà risultare utile ad avvicinare nuovi spettatori al Teatro».

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Gian Mario Bandera ricorda che anche questo ricco Festival estivo s’inserisce nel progetto 《Oltre la strada》d cui già si è parlato su queste stesse pagine. Si è predisposto il servizio di un Bus navetta mette in risalto, con legittima soddisfazione, come lo spettacolo di Moni Ovadia, destinato a essere rappresentato in molte altre piazze, sia di produzione del Centro Teatrale Bresciano (la quattordicesima e ultima della stagione)

La capienza dell’impianto allestito varia tra i 200 e i 250 posti, per ogni sera di spettacolo, in collaborazione con Brescia Mobilitàè previsto un servizio gratuito navetta per raggiungere lo spazio del festival, con partenze alle ore 20.45 da Largo Torrelunga e alle ore 21.00 da Piazzale Cesare Battisti; al termine degli spettacoli, la navetta sarà disponibile per la corsa di ritorno.  Nelle sere di programmazione, inoltre, grazie a un’iniziativa realizzata in collaborazione con la Cooperativa la Rete, a partire dalle 19.30 il Bistrò Popolare allestirà presso l’area del festival uno stand per aperitivi e cene fruibile prima dello spettacolo.

Giovani artisti bresciani s’impegneranno ad abbellire, con i loro lavori, le mura perimetrali della vicina e dismessa fabbrica Caffaro.

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Domenico Bizzarro fa presente come e quanto la Cooperativa La Rete si trovi a proprio agio con manifestazioni del genere. L’idea, da sempre sostenuta e perseguita, è quella di rendere le periferie poli attrattivi non solo per lo spazio temporale limitato a un evento,  ma anche al di fuori e oltre, attraverso la creazione di spazi recettivi adeguati e accoglienti.

«Una fucina giusta / per chi la fa e chi la gusta» conclude, con una battuta arguta che, correttamente intesa, può risultare molto più efficace e significativo di un semplice slogan..

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QUESTO IL PROGRAMMA COMPLETO DELLA MANIFESTAZIONE 

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martedì 26 giugno, compagnia “I sacchi di sabbia” e Massimiliano Civica con lo spettacolo «Dialoghi degli dei», per la regia di Massimiliano Civica e con Gabriele Carli, Giulia Gallo, Giovanni Guerrieri, Enzo Iliano, Giulia Solano.

giovedì 28 giugno  «Stories», concerto della raffinata cantautrice Patrizia Laquidara, che sarà sul palco insieme a Daniele Santimone (chitarra e cavaquinho) ed Enrico Terragnoli (chitarra e basso).

sabato 30 giugno, concerto con il cantautore Alessandro Sipolo che proporrà il suo progetto Canzoni per la strada, insieme a Omar Ghazouli (chitarra elettrica), Alberto Venturini (batteria), Emanuele Agosti (basso), Luigi Rizzo (fisarmonica), Paolo Malacarne (tromba).

lunedì 2 luglio spettacolo teatrale Passione, di e con Laura Curino, Roberto Tarasco (che cura anche la regia) e Gabriele Vacis.

mercoledì 4 luglio, Elisabetta Pozzi nel ruolo di regista e interprete del monologo Cassandra, una produzione Fondazione Teatro Due di Parma, con il contributo di Massimo Fini.

venerdì 6, sabato 7 e domenica 8 luglio la produzione CTB  Dio ride (Nish koshe) che avrà per protagonista tutto il carisma di un artista come Moni Ovadia, con la musica dal 0 vivo della Moni Ovadia Stage Orchestra composta da Maurizio Dehò (violino), Luca Garlaschelli (contrabbasso), Albert Florian Mihai (fisarmonica), Paolo Rocca (clarinetto) e Marian Serban (cymbalon). Uno spettacolo in cui sei vagabondi, cinque musicanti e un narratore di nome Simkha Rabinovich

Tutti gli spettacoli iniziano alle ore 21.30.

Il festival si svolge all’aperto. In caso di pioggia l’organizzazione si riserva di comunicare le modalità di recupero degli eventi in programma.

 

Biglietti e abbonamenti

– Carnet 6 spettacoli € 50

– Carnet 3 spettacoli € 30

– Ingresso singolo spettacolo € 12, under 25 € 9

 

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Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (102) – Quell’esclusivo Caffè

Si è tenuta nel primo pomeriggio, presso la sede del C.T.B. di Piazza della Loggia,  la rituale conferenza stampa in occasione della rappresentazione di “Café des Anges“.
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«Sono qui soprattutto per ringraziare chi sta lavorando perché il Teatro diventi sempre più strumento di “rigenerazone umana”,  dialogando con la cultura e il sociale, prprio come sta dimostrando di saper fare Somebody  Teatro, produttore dello spettacolo. che ha saputo fare dialogare la cultura e il teatro» chiarisce subito il vice sindaco Laura Castelletti.
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Gian Mario Bandera, Direttore del CTB, conferma come il rapporto tra l’Ente e Somebody Teatro rappresenti  uno dei tasselli più importanti del complesso di rapporti tra il Centro Teatrale Bresciano e la città: un rapporto bidirezionale  che ha permesso l’avvicinamento a una serie di attività culturali che in passato non erano mai state così vicine.
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La cooperativa La Rete si muove tradizionalmente e con assoluta coerenza nell’ambito di un’azione di contrasto  verso diversi tipi di disagio》 fa notare Domenico Bizzarro, amministratore delegato dell’omonima cooperativa, prima di passare la parola a Beatrice Faedi, che entra subito nel vivo dell’iniziativa e dell’evento.
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«Abbiamo lavorato con 46 non attori non professionisti di diversa estrazione,  alcuni dei quali soggetti “fragili”, che si esibiranno pronti a essere giudicati dal pubblico come “attori veri”. Consistente parte della preparazione è stata svolta nello stabile di via Gussago» racconta la coordinatrice artistica del progetto Somebody – Teatro delle diversità.
«La poesia guida di quest’anno  è 《L’angelo》 di Rainer-Maria Rilk (che riportiamo qui di seguito – ndr): 
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Con un cenno della fronte respinge
lungi da sé ogni vincolo, ogni limite
perché per il suo cuore passa alto e immenso il ciclo
degli eventi che ricorrono eterni.
Nei fondi cieli scorge una folla di figure
che lo chiamano: riconosci, vieni -.
Ciò che ti pesa, perché lo sostengano,
non affidarlo alle sue mani lievi.
Verrebbero nella notte a provarti nella lotta,
trascorrendo la casa come furie,
afferrandoti come per crearti
e strapparti alla forma che ti chiude.
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Si parla sostanzialmente di due fazioni a confronto: da una parte un umanità disastrata che si lascia prendere dalla vacuità della parola non collegata a concetti e ideali, al puntio di non accorgersi dell’incombente presenza degli Angeli; dall’altra  gli Angeli stessi, che non riescono neppure a servire il caffè, a causa della loro invisibilità. Come oggetto-guida dello spettacolo abbiamo scelto la panchina, dove ognuno si può accomodare in qualsiasi momento. per rilassarsi e vedere passare gli altri davanti a sé».

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Dopo avere rivelato la inconfondibile presenza nello spettacoli di riferimenti goldoniani, concentrati in una serie di frammenti di spettacolo, misti a leggibilissimi riferimenti a “Il cielo sopra Berlino”  (1987 – Der Himmel über Berlin) di Wim Wender, Beatrice Faedi avvisa che mancano solo pochissimi posti a consuntivare un “tutto esaurito” che, al tempoi stesso, emoziona, spaventa e motiva.
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CAFÉ DES ANGES

domenica 27 maggio 2017 al Teatro Sociale
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Categorie: Giorni d'oggi.

Nell’ultima di «Teatro Aperto» trionfa l’invincibile gelo dell’anima

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Nei venti anni trascorsi tra il 1998 (allorché Bryony  Lavery  scrisse “Frozen” ) e oggi, sono cambiate moltissime cose, ma il dramma conserva una grandissima attualità.

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Una voce narrante (Silvia Quarantini) e tre personaggi: Ralph (Fulvio Pepe), Nancy (Elisabetta Pozzi) e Agnetha (Lucilla Giagnoni) per narrare una storia intensa e tragica.

Nancy è una normalissima donna inglese, fin troppo attaccata al suo hobby, in giardinaggio. Uno di quegli esseri umani, e ce ne sono moltissimi, che non sapendo (o non potendo) apprezzare la placida gioia di un tranquillo tran tran, si complicano e si inacidiscono l’esistenza con dissidi piccoli, ma dolorosamente urticanti, nell’ambito della propria famiglia o delle proprie amicizie: nel caso di Nancy bisticci e contrasti riguardano le due figlie e la madre.

Agnetha, invece è una psichiatra newyorkese, ma originaria dell’Islanda, con la fobia del volo. Vive negli Stati Uniti, esercitando la propria professione con coscienziosa competenza e successo professionale e, almeno in apparenza, nulla la lega alla casalinga inglese.

A far convergere le due rette che, altrimenti continuerebbero a procedere in parallelo, è lui, Ralph, il mostro della casa accanto. Un uomo frustrato, sopravvissuto a un’infanzia di abusi e violenza somministrata da un padre padrone, al prezzo di un’instabilità mentale che lo ha trasformato in un gelido serial killer.

Molteplici i temi individuabili nella narrazione.

L’orrore che si nasconde nelle pieghe della banale e ripetitiva normalità della vita quotidiana. La natura sostanzialmente rassicurante delle piccole paranoie quotidiane che fanno da scudo all’incombere di un destino fatale. Il devastante impatto della violenza, sia sulle vittime che su coloro che a esse sopravvivono. L’inutilità terapeutica della vendetta. L’orribile vuoto che causa il male e che dal male è lasciata su carnefici e vittime. L’impossibile elaborazione del lutto di fronte alle devastanti tragedie che colpiscono un congiunto, soprattutto quando si tratta di un figlio: non serve la rabbia, non serve la rimozione, non serve lo scorrere del tempo, non serve neanche il perdono. Perché senza capire non se ne viene fuori ,ma capire, in certi casi, è impossibile.

Perché, come dice la razionalissima Agnetha, «Tra il peccato e la colpa c’è  lo stesso rapporto che c’è tra sintomo e malattia”,

Forte il testo (che, del resto, si è già aggiudicato numerosi quanto significativi riconoscimenti nei più importanti concorsi britannici di drammaturgia) in continuo crescendo di pathos, fino alla nemesi finale.

Bravissimi gli attori.

Intrigante, per gli spettatori che gremivano il San Carlino, la possibilità di vedere interagire due stelle di priuma grandezza come Elisabetta Pozzi e Lucilla Giagnoni.

Ancora vincente e convincente la sperimentazione di questa prima stagione bresciana di letture sceniche raccolte sotto il titolo di “Teatro Aperto”.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

«Solaris» in palcoscenico resta a metà tra fantascienza e psicoanalisi

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Il romanzo:

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Tit. originale: Solaris

Autore: Stanisław Lem

Edizione: Sellerio Editore (anno 2013)

Traduttore: Vera Verdiani

Pagine: 316

ISBN-10: 8838929106

ISBN-13: 9788838929106

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La trama:

Un astronauta, in arrivo dalla lontanissima Terra, arriva alla stazione spaziale che gira intorno al pianeta Solaris, dotato di un vastissimo oceano, conosciuto come “il grande pianeta vivente”: secondo le leggi della fisica, infatti, si sarebbe dovuto distruggere, ma qualcosa, che sembra legata a una reazione cosciente, ha evitato la catastrofe. L’accoglienza è inquietante: dei pochi occupanti della stazione spaziale uno è morto recentemente, ma coloro che sono rimasti preferiscono parlarne il meno possibile. Angoscia latente, sinistre presenze, oggetti che prendono vita.

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I film:

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  1972

Regia Andrej Arsen’evič Tarkovskij
Interpreti e personaggi
·         Donatas Banionis

·         Natal’ja Bondarčuk·  

          Jüri Järvet

·        Anatolij Solonicyn 

·         Sos Sarkisjan

·         Vladislav Dvoržeckij

·         Nikolaj Grin’ko

·         Ol’ga Barnet

·         Tamara Ogorodnikova

·         Georgij Tejch

·         Julian Semёnov

·         Ol’ga Kizilova

   2002

Regia Steven Soderbergh
Interpreti e personaggi

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Lo spettacolo:

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DRAMMATURGIA DI FABRIZIO SINISI
DA STANISLAW LEM E ANDREJ TARKOVSKIJ
E CON IL CONTRIBUTO DELL’ATELIER D’ÉCRITURE
DIRETTO DA LAURA TIRANDAZ ALL’UNIVERSITÉ D’AVIGNON
REGIA DI PAOLO BIGNAMINI
SCENE E AIUTO REGIA FRANCESCA BARATTINI
DISEGNO LUCI FABRIZIO VISCONTI
CON DEBORA ZUIN, GIOVANNI FRANZONI, ANTONIO ROSTI
PRODUZIONE CTB CENTRO TEATRALE BRESCIANO
IN COLLABORAZIONE CON SCENAPERTA ALTOMILANESE TEATRI

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La lettura drammaturgica  operata da Fabrizio Sinisi, mirata a esaltare i temi dei limiti della ragione terrestre e della interpretazione da parte dell’uomo non solo delle logiche che animano esseri alieni (intesi come unità viventi diverse da sé), ma anche dei propri processi mentali, nulla ha a che fare con le due trasposizioni cinematografiche del romanzo. Nelle due pellicole, infatti, erano state messe più in risalto tematiche di carattere fantascientifico (come il mistero dell’Oceano Vivente) o sentimentali (il rapporto tra Chris Kelvin e sua moglie Rheya  morta suicida (ovvero il suo clone).

Operazione ambiziosa ma non perfettamente riuscita: la claustrofobica staticità della stazione orbitale, unita ai dialoghi che appaiono eccessivamente dotti e cerebrali, ingabbiano la regia di Paolo Bignamini appesantendo il ritmo dello spettacolo e rendendo difficoltoso, da parte dei tre pur bravi interpreti Debora Zuin, Giovanni Franzoni e Antonio Rosti, una recitazione più naturale e precludendo l’effettivo coinvolgimento del pubblico.

Essenziale la scenografia, basata sulla incombenza di un sole rosso appeso nel nero dell’universo e su piattaforme che rendono piuttosto bene l’ambientazione tecnologica. Non di immediata comprensione l’inserimento in una colonna sonora per il resto adeguato, di brani come «Et moi dans mon coin» di Charles Aznavour e «Singing In The Rain» di Gene Kelly.

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  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

«I Miserabili» e il fascino discreto della tradizione

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Su questo spettacolo è già comparso sul blog un articolo in data 4 maggio: 

https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-99-miserabili-in-scena-con-tutti-gli-onori/

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      Il romanzo

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«I miserabili» è il titolo di un romanzo storico, opera monumentale, pubblicato nel 1862 dallo scrittore, poeta e politico francese Victor Hugo. La trama (che copre gli anni che vanno dal 1815 al 1833) è complessa, ma sempre avvincente, attenta alle vicissitudini storiche che caratterizzarono il primo Ottocento francese e intessuta di profonde riflessioni etico-morali sulle vite dei protagonisti. Possiamo davvero immaginare di aprire questo gigantesco libro,  e di poter camminare, pagina dopo pagina: i drammi sociali, le tensioni della Parigi post-Restaurazione, i peccati e la redenzione dei disgraziati usciti miseramente (appunto) dalle guerre napoleoniche, sono davanti a noi come erano davanti a chi visse in quei giorni. Il romanzo «I miserabili» è composto da cinque tomi, per completare i quali Hugo impiegò circa ven’anni (la prima bozza conosciuta è del 1843) lavorandoci duramente durante gli anni dell’esilio. Nel romanzo  si dipana una profonda riflessione sulle condizioni degli ultimi (ovvero dei miserabili) nella Parigi di quei tempi. «I miserabili» ebbe un successo immediato, fu presto tradotto e pubblicato in tutta Europa e ancora ai giorni nostri viene ristampato e rielaborato in film, spettacoli teatrali e musical.

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La trama:

La prima parte si intitola “Fantine”. Jean Valjean, un ex-forzato che ha scontato diciannove anni di carcere per aver rubato un pezzo di pane,  è stanco, affamato, ma tutti lo scacciano. Solo il buon vescovo Bienvenue lo accoglie ed egli lo ricambia derubandolo dell’argenteria, ma, quando Jean Valjean viene riacciuffato, il vescovo dice ai gendarmi di avergliela regalata. L’incontro cambia totalmente l’animo di Jean Valjean: abbruttito perché maltrattato dalla società, d’ora innanzi dedicherà la propria vita agli altri. Si nasconde sotto falso nome e diventa ricco. Incontra Fantine, povera ragazza madre sfruttata da una coppia di furfanti, i Thenardier, che ospitano a caro prezzo la sua bambina trattandola come una schiava. Fantine diventa una prostituta, si ammala e muore. Jean Valjean promette che si occuperà della sua Cosette, ma viene riconosciuto dal poliziotto Javert e finisce in galera per salvare un poveraccio condannato al suo posto.

La seconda parte del libro si intitola “Cosette”, Fa ingresso nella narrazione  la losca famiglia Thenardier . Jean Valjean salva un detenuto,  poi   finge di annegare perché tutti lo credano morto.  Finalmente  è in grado di dedicarsi alla ricerca di Cosette, la figlia di Fantine.  Quando la trova, la libera dallo sfruttamento dei Thenardier e la porta via con sé . Viene riconosciuto dal solito Javert ed entra   nel convento del Petit Picpus, dove vi rimarrà con la bambina fino alla morte del vecchio. 

La terza parte si intitola “Marius”. Marius e suo nonno litigano perché il ragazzo ha scoperto che suo padre era un coraggioso soldato e non lo aveva abbandonato, come suo nonno gli aveva fatto credere. Marius se ne va di casa, rifiuta il denaro del nonno ed incontra “gli amici dell’ABC”, un gruppo di studenti fannulloni, che parlano sempre di ragazze e di politica, con cui fa amicizia. Intanto, il ragazzo cerca il signor Thenardier perché crede che durante la guerra abbia salvato il padre e vuole aiutarlo. Intanto i peggiori criminali di Parigi riuniti nel gruppo “Patron-Minnette”, organizzano un agguato contro Jean Valjean

La  quarta parte  s’intitola “L’idillio di Rue Plumet e l’epopea di Rue Saint-Denis“. Cominciano gli incontri segreti tra Marius e hanno inizio i moti rivoluzionari del 1832. Jean Valjean ha paura di essere scoperto e soprattutto di essere separato da Cosette , perciò decide di partire. Intanto gli amici dell’ABC costruiscono una barricata davanti alla locanda “Corinto”, oltre a loro ci sono Gavroche ed Eponine, figli dei Thenardier, Javert e Marius. Il piccolo Gavroche deve consegnare una lettera di Marius a Cosette, ma a prenderla è Jean Valjean che, dopo averla letta, va alla barricata.

La quinta e ultima parte s’intitola “Jean Valjean” e inizia con le vicende della rivolta. Gavroche muore per recuperare dei proiettili, Jean Valjean invece di uccidere Javert lo fa scappare, Eponine muore per salvare Marius. Alla fine la barricata è presa e tutti i componenti vengono uccisi, tranne Marius. Jean Valjean lo recupera privo di coscienza e lo porta a casa del nonno, passando per le fogne. All’uscita incontra Javert e si lascia arrestare, ma il poliziotto lo lascia libero e poi si suicida. Marius si riprende e, dopo poco, sposa Cosette. Jean Valjean racconta a Marius di essere un ricercato e chiede di poter andare a trovare Cosette ogni tanto, ma sentendosi rifiutato da Marius si lascia morire. Marius scopre la verità sull’uomo e corre da lui con Cosette, appena in tempo per chiedergli perdono prima che egli muoia.

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     L’Autore

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Victor Hugo nasce a Besançon nel 1802.  Fin dall’adolescenza dimostra una grande passione per la scrittura e una feconda creatività. Nel 1822 pubblica «Odes et ballades» e si sposa con Adèle Foucher. I primi anni di matrimonio, segnati dalle difficoltà economiche, stimolano l’attività letteraria del giovane Victor, che si concretizza nella pubblicazione di «Han d’islande», «Le dernier jour d’un condanné» e «Les orientales», la prima raccolta di poesie, pervasa di romanticismo, con impronta romantica. Nel 1831 la pubblicazione di «Notre Dame de Paris», cui segue il grande successo in teatro di «Cromwell», rappresentazione nella quale, attraverso un’accorta commistione tra elementi seri e grotteschi, si propone e si utilizza un uso più libero del verso nonché la creazione di opere ispirate ai più drammatici avvenimenti della  Storia. In «Hernani», altro dramma di grande successo, Victor Hugo unisce a un linguaggio scenico elementare, un’accesa eloquenza verbale. A questo punto lo scrittore-drammaturgo è pronto per diventare l’alfiere, in Francia, del movimento romantico in Francia. Come spesso accade, però, Il successo fu anche finanziario,ma attraversò una serie di lutti familiari che turbarono la sua esistenza:il più atroce fu l’annegamento della figlia Léopoldine, avvenuta nel 1843. Fondamentalmente repubblicano,dopo il colpo di stato con il quale Napoleone III si proclamava imperatore, fu costretto all’esilio. E proprio in esilio scrisse quello che molti considerano il suo capolavoro, il romanzo «I Miserabili», storia del riscatto morale di un evaso,accolto immediatamente da un enorme successo. Il suo pensiero. Hugo ha incarnato gli ideali più avanzati della borghesia democratica; il suo pensiero-una religione senza chiese,un culto dell’umanità e del progresso-rifletteva liricamente l’ottimismo del secolo,bilanciandolo coi temi del mistero cosmico e dell’irrazionalismo individuale. Si spegne a Parigi nel 1885.

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   Lo spettacolo

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La prima scena vede Jean Valjean e il vescovo Bienvenue ai lati opposti del palcoscenico, separati da uno spazio nero.  È la prima e forte indicazione della lettura che drammaturgia e regia hanno deciso di fare del capolavoro di Victor Hugo: da una parte il Bene, a destra il Male (anche se per il personaggio Jean Valjean il discorso è molto più complesso), rigidamente divisi e in perenne lotta tra di loro, sia all’esterno che all’interno degli individui.

Lettura tradizionale, assolutamente fedele allo spirito e alla forma del romanzo, con i “pro” (molti) di una scelta ortodossa e qualche inevitabile “contro”, se proprio se ne voglia cercare uno, riguardo alla evidente mancanza di volontà di avventurarsi nella ricerca di una qualche originalità.

Scenografia mobile, smart, ricca di costumi coerenti con l’epoca di ambientazione e accuratamente confezionati e con pochi arredi: attraverso un sapiente utilizzo delle luci (ormai una felice costante per Cesare Agoni) e il continuo spostamento di pannelli, mostra, a ogni scena, una diversa e suggestiva cartolina ottocentesca.

Recitazione di alto livello, ampiamente prevedibile per Franco Branciaroli (scultoreo e indimenticabile Jean Valjeanattorno alla cui maestosa figura si muovono gli altri attori, ben scelti e ben calati nella parte: a partire dall’interpretazione dei piccoli Cosetta/Gavroche, al corrotto Thenardier,  alla giovane e romantica coppia d’innamorati Cosetta-Marius, per finire ai personaggi minori che, con la forza narrativa di Victor Hugo, “minori” non sono affatto.

Discorso più articolato per Javert che, partito in sordina, acquista spessore con il progredire del dramma, finendo con una di quelle “morti” che fa onore ai personaggi negativi dotati di maggiore dignità e a chi, come in questo caso, bene li sa interpretare: «Che fine ha fatto il Bene? Che fine ha fatto il Male?» è il disperato e disperante interrogativo dello sbirro che segna la vittoria morale del suo avversario, un delinquente che, con il proprio altruismo e la propra generosità, riesce infine a rovesciare il tavolo da gioco, spiazzando tutti.

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                                                                                                                                    (ph Simone Di Luca)

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Della regia (impeccabile ed efficacissima nei tempi e nei ritmi) e della scelta di attenersi strettamente al testo, abbiamo già detto, così come di scenografie e luci. Musiche essenziali e calzanti. Pubblico deliziato e visibilmente soddisfatto di uno spettacolo di quelli ai quali raramente è dato di assistere in un momento storico (teatrale e non solo) forse troppo orientato al risparmio e al minimalismo a ogni costo.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Rosmersholm: l’amara doppia confessione di Ibsen

   L’autore:

Henrik  Ibsen (Skien 20 marzo 1828 – Oslo 23 maggio 1906) nacque da famiglia agiata ma, a seguito del fallimento del padre (quando lui aveva sedici anni), fu costretto ad abbandonare gli studi e a trovarsi un lavoro. Divenne così prima giornalista , poi scrittore. Nominato direttore di importanti teatri nazionali, curò anche, fino al 1858, la regia di alcuni spettacoli. Da quell’anno in poi pubblicò i primi drammi, inizialmente non troppo fortunati, cui seguirono le opere più importanti. Dal 1863 al 1891 visse in Italia e in Germania. Nel 1900, colpito dalla paralisi, tornò in patria, dove morì. È considerato il padre della drammaturgia moderna, per aver portato nel teatro la dimensione più intima della borghesia contemporanea, mettendone a nudo le contraddizioni e il profondo maschilismo.

Tra le sue opere più significative ricordiamo Peer Gynt (1867), Casa di bambola(1879), Spettri (1881), L’anitra selvatica (1884), La donna del mare (1888) e Hedda Gabler (1890), che scardinarono i canoni del teatro tradizionale, suscitando aspre polemiche e accesi dibattiti tra i contemporanei.

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    L’opera:

 

Dramma in quattro atti scritto nel 1886. Il pastore protestante Johannes Rosmer, educato a un severo ideale religioso, dopo la morte della moglie Beata, che si è gettata nella gora di un mulino, ha gettato la tonaca alle ortiche. Si innamora, riamato, dell’amica di famiglia Rebecca West, che gli confesserà, più tardi, di aver provocato la follia e il suicidio della moglie. Nonostante l’orrore che prova per la situazione, diventato ormai insicuro di ogni ideale, Johannes non riesce però a sottrarsi da una profonda attrazione per la donna. I due amanti entrano in un vortice di passione insana che li porterà, al termine di una drammatica involuzione psicologica, a cercare e trovare la morte nella stessa gora in cui è annegata Beata.

 

   Lo spettacolo:

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«Percorrete tutto il corridoio laterale e, una volta arrivati alla fine, salite le scale» indica la “mascher>”.

xSeguo le istruzioni e, alla fine del percorso, mi ritrovo… in palcoscenico.

È lì che sono le poltrone per gli spettatori, disposti a quadrato intorno a due catafalchi completi di candele poggiati su uno strato di terra, sui quali giacciono i cadaveri di un uomo e di una donna.

Odore di cera fusa, semioscurità suoni cupi in sottofondo, è strano e styraniante trovarsi non ai piedi della scena, ma SULLA scena, NELLA scena. L’attesa che inizi la recitazione diventa già spettacolo, vera partecipazione emotiva amplificata dalla compartecipazione fisica e mentale degli altri spettatori a questa specie di rito pagano, mentre l’odore di cera, gradualmente, lascia posto a quello di muffa, di sotterraneo, di terra bagnata che, attraverso le narici, entra sempre più nell’anima.

Il rumore di una carrozza, una voce spettrale: così gotico, così romantico, così nord-europeo, così calvinista, così Edgar Alla Poe, così decadente… 

Anche gli attori, lo sono, attraverso la gestualità esasperata, le intonazioni, le variazioni di registro, il muovere dei corpi. Si alzano e tornano a stendersi sul catafalco, aniome inquiete, non più vivi e non ancora morti, si torturano, mentre il gorgoglio della gora assassina chiama suadente,  in un gioco peverso di rimproveri e di rimorsi. Né più né meno, viene da pensare, di tante coppie in crisi in famiglie che vogliono apparire normalissime ma normali non lo sono affatto; chi è davvero la vittima, chi il carnefice? Ed ecco che, a dire la sua, fa capolino anche un po’ di Ingmar Bergman.

I lampadari oscillano sinistramente, sospinti da un vento pigro che preannuncia sventura e maledizione, la galleria del teatro, laggiù in alto , improvvisamente diventa porzione di palcoscenico distaccata, in un intrigante gioco di specchi. Gli equivoci, primo tra tutti quello tra amicizia e amore, il più destabilizzante, il più irreversibile e imperdonabile, la condanna alla dannazione, ineluttabile.

«Non esiste possibilità di vittoria per una impresa che ha le proprie radici nella colpa» dice Johannes Rosmer.

Ed ecco, inevitabile, l’ombra di Shakespeare che marca la violenza devastante e riparatrice al tempo stesso del destino.

E ancora, prima del tragico ma già preannunciato e dall’inizio incombente finale, ancora il gioco delle parti, lo scambio dei ruoli, gli attori che si siedono tra gli spettaori, cercando conforto con lo sguardo, confondendo tutto e tutti nel difficile gioco del “chi è chi?”

Non fa torto alla riduzione, ormai datata (1980), del grande Massimo Castri, questa nuova edizxione di «Rosmersholm – Il gioco della confessione»: puntuale e dinamica la regia, bravissimi gli attori Luca Micheletti e Federica Fracassi, di grande suggestione la scenografia e intrigante la soluzione scelta per il pubblico.

Meritati gli applausi e i ripetuti richiami in scena.

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  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

100 scalini in palcoscenico, tra la rivoluzione francese e il primo volo

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«Si tratta senz’altro di uno spettacolo, ma allo stesso tempo di un esperimento di drammaturgia originale che verrà modificato e nutrito proprio dall’incontro con il pubblico, un evento che verrà presentato nella sua natura più duttile, proprio per cogliere le più sottili sfumature della relazione tra la nostra anacronistica seppur contemporanea arte e la sensibilità e i modi di percezione del tempo presente» dichiarano concordi Elena Bucci e Marco Sgrosso

«Il margine di rischio è alto, ma proprio in questo si misura la natura speciale di questo progetto. E il tema ci aiuta».

 

  

(Ph Umberto Favretto)

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«Ottocento» (coproduzione CTB e Belle Bandiere) è un soffio di vento, un’ampia ala ideale che vola, planando per poi riprendere quota, e di nuovo scendere in picchiata, sulle sconfinate pianure ucraine e russe, sulle guglie gotiche dell’impero austroungarico e della Prussia, sulla splendida Parigi di Notre-Dame e della Tour Eiffel, sui monumenti classici della penisola italiana, sugli ussari a cavallo e sulle schiere inquadrate delle fanterie, sui campi di grano, sui vigneti, su monti, fiumi e laghi.

Con un grande balzo varca l’oceano e, dall’alto, fissa le oscure profondità dell’anima e dell’occulto di Edgar Allan Poe e dei suoi nerissimi corvi.

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Questo è ciò che rimane n all’uscita del Teatro Santa Chiara, insieme a frammenti delle pagine e dei pensieri di Emily Dickinson,  George Sand, Mary Shelley,  Margherita Gauthier, Anna Karenina, Čhecov, Thomas Buddenbrook, Thomas Mann, Guy De Maupassant,  Edgar Allan Poe, delle Sorelle Brontë.

Uno spettacolo di larghi orizzonti, splendidamente recitato da Elena Bucci e Marco Sgrosso, che resta a metà tra un arazzo e un patchwork, volutamente incompiuto, innesco più che esplosivo, utile a fare detonare, “dopo”, la curiosità degli spettatori, al suono di «Wuthering heights»  gorgheggiata da Kate Bush e del più austero coro che intona l’Internazionale.

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Perché che «L’ Ottocento è l’uomo uscito dalla voragine della Storia», potete starne certi, è un concetto che, dopo avere assistito a uno spettacolo come questo, non si dimenticherà più.

 

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   GuittoMatto

 

Categorie: Teatro & Arte varia.