Goodmorning Brescia (150) – Sanità creativa e ricreativa? A Brescia è possibile.

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Ormai non è più un segreto che, tra tutte le fonti di informazione su notizie, tradizioni curiosità e aneddoti vari riguardanti Brescia e Provincia, una delle più preziose e faconde è costituita dagli articoli che l’amico Costanzo Gatta va pubblicando da tempo immemore (beh, non esageriamo, limitiamoci a dire da qualche anno a questa parte)  sull’inserto cittadino del Corriere della Sera.

Questa volta, però, il sagace giornalista si è superato e mi ha messo, devo ammetterlo, in grossa difficoltà. Stavo ancora smanettando sulla tastiera del mio Mac per riportare il “pezzo” firmato ieri che riguardava una intelligente offerta artistica mirante ad alleviare per quanto possibile le sofferenze dei ricoverati nei nosocomi cittadini che (splat!) stamattina me ne sono trovato sotto gli occhi un altro che, pur differendo significativamente dal precedente, rimaneva nel campo, appunto di quella sanità bresciana che nel titolo (provocatoriamente) ho definito”creativa & ricreativa” ma che avrei fatto molto meglio a chiamare “efficiente &  (per giunta) fantasiosa q.b.” .

Basta. Finito il tempo delle ciarle, veniamo alle due notizie di buona-sanità bresciana che Costanzo Gatta ha ritenuto di mettere in evidenza in questa inattesa due giorni.

 

La prima riguarda l’organizzazione, da parte di un’associazione di volontari («I donatori di musica») di una serie di concerti che per quattro venerdì, a partire da oggi, 10 maggio) si terranno presso l’atrio del reparto di oncologia medica degli Spedali Civili.

Ad alternarsi nelle esibizioni saranno valenti pianisti che effettueranno le proprie esibizioni musicali in modo del tutto gratuito.

Insomma, un modo davvero intelligente di allentare per qualche prezioso momento le preoccupazioni e le sofferenze di pazienti alle prese con una laboriosa lotta contro il male che li affligge.

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La seconda, invece, si riferisce a qualcosa di più scientifico e più attinente alla pratica medica di prevenzione e cura.

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Una nuova (e innovativa) apparecchiatura, chiamata TAC più spect, capace di individuare molto più velocemente di precedenti strumenti diagnostici di vecchia generazione la presenza di processi degenerativi di natura tumorale in atto sui polmoni.

Sarebbero oltre cinquanta, secondo quanto dichiara il dr. Diego Benetti, le vite in un certo salvate dalla diagnosi precoce della grave malattia.

Un’ulteriore arma a disposizione della sanità bresciana che conferma il già conquistato e riconosciuto primato di assoluta eccellenza.

 

 

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Goodmorning Brescia (148) – Ragazzi, è un uovo di Pasqua, non un pallone da rugby!

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Ovviamente si tratta di una provocazione: al momento i nostri giovanbi sanno distinguere con una certa facilità, tra l’oggetto di cuoio (una volta) o di gomma (ora) e quello di golosa cioccolata, ma se le cose vanno avanti così…

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A proposito di provocazioni: in questo il sagace Costanzo Gatta non è secondo a nessuno. Oggi, sul Corriere della Sera in edicola, il bersaglio della sua appuntita e tagliente ironia è costituito dall’affievolirsi e dal declinare delle più antiche e suggestive tradizioni pasquali di Brescia e dintorni.
Che fine ha fatto «la grande processione che, guidata dal vescovo, la domenica delle palme, dalla chiesa di San Pietro in Castello , scendeva verso il Duomo, e sembrava di vedere una selva di rami d’ulivo in movimento»?
Ancora ci sono fedeli a visitare i sepolcri, ma molti meno di quanti, con devozione, gremivano le chiese il giovedì santo, allorché anche gli uffici pubblici venivano chiusi per favorire la devota pratica di preghiera.
Chiese e cose di chiesa a parte, sono ormai quasi del tutto desuete e dimenticate altri usi domestici, dalle uova fresche di giornata (segnate con una crocetta per distinguerle dalle altre più vecchie) che costituivano l’ingaggio premiante per i ragazzi che si arrampicavano sui gelsi per raccoglierne la foglia, o su su, in cima al campanile, per fasciare le campane. Le altre uova, colorate a tinte vivaci, per creare un’atmosfera festosa, l’usanza di bagnare gli occhi dei più giovani con una pezza bagnata «per conservare la vista pura» e tante altre, in un clima in precario equilibrio tra il sacro religioso eil profano superstizioso del popolo più umile.

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Per fortuna, in questo terzo millennio cinico e distratto, restano le uova sode col sapido e gustoso salame bresciano, tagliato a fette grosse.

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E per favore, non calciate quel coso che qualcuno ha riposto sul ripiano della credenza: non è mica un pallone da rugby!

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Goodmorning Brescia (141) – A San Faustino, quando meno te l’aspetti…

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Secondo chi lo conoscepersonalmente e chi ne ha solo sentito parlare, Costanzo Gatta è persona dotata da Madre Natura (oltre che di una forte personalità e di una bulimica curiosità sulle cose del mondo), di una statura nella media e di una vista assolutamente normale. Quando, però, si aggira per le vie della città, il giornalista si trasforma in una specie di gigante Argo dai cento occhi, al quale non sfugge niente e nessuno.

Figuriamoci, poi, se il suo percorso si dipana tra le bancarelle della Fiera di San Faustino.

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Quel che ne viene fuori, come minimo, è un articolone di due pagine piene come quello uscito sul Corriere della Sera all’indomani della tradizionale festa dei Santi Patroni.

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Tra le leccornie (tutte rigorosamente anti-dieta) dei tanti stand gastronomici, tra le antiche statue duplicate alla meglio e scaltri  mercanti che gongolano per i recenti successi delle calcistiche “Rondinelle”, offrendo magliette e gadget biancazzurri a prezzo di realizzo, tra banchi stracolmi di capi di abbigliamento e biancheria per tutti i gusti e mirabolanti offerte di prodotti tecnologici e/o fantasiosi, Gatta si aggira per le vie del centro insieme migliaia e migliaia di persone che rendono difficile persino camminare e pericoloso stare fermi.

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Tutto vede e tutto annota sul taccuino da cronista: dal set  di affilatissimi coltelli messo in vendita a solo 10 € all’Ombrello Arturo che si chiude (comodamente al contrario) per finire al mitico panno al carbonio Tornado, capace di pulire senza essere strizzato e asciugato e (ma questa forse è solo una leggenda metropolitana!) neppure strofinato sullo sporco!

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Meraviglie per tutti, da portare a casa e mostrare con orgoglio ai familiari stupefatti, ma la vera sorpresa, da bravissimo giornalista-scrittore- drammaturgo quale Gatta è, rimane per tutto il “pezzo” riservata, nascosta e insidiosa come una mina anti-uomo, proprio nell’ultima riga: forse per la prima volta nella Fiera di San Faustino (udite! udite! udite!), in una certa bancarella, c’è stata anche occasione di acquistare un buon libro.
Che sia proprio questo… l’ennesimo miracolo di San Faustino e del suo compagno Giovita?

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Bonera.2

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Goodmorning Brescia (119) – C’è un Paese dei Campanelli anche in provincia d Brescia

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Quelli di adesso li chiamano “musical” e spesso, come si dice in gergo, fanno a lungo cassetta.  Da Jesus Christ Superstar a Hair, da Cabaret a Moulin Rouge, da Singing in the rain a Dirty Dancing, da Notre Dame a Giulietta e Romeo, a West Side Story a Grease, a I Miserabili, a Chicago (e chissà quanti importanti e belli ne ho lasciati indietro) è stato, nel corso dei decenni, un susseguirsi di successi a Brodway, nei teatri del mondo e al cinema.

In realtà, a ben vedere, di altro non si tratta che dell’evoluzione di un prodotto che in Italia e nella Mitteleuropa della Belle Époque andava alla grande già oltre un secolo orsono.

Tecnicamente parlando, l’operetta è uno spettacolo che ricalca la struttura del melodramma con arie, recitativi, duetti. La storia dell’operetta ha radici lontane: da un lato la ballad-opera di lingua inglese, dall’altro il Singspiel tedesco e il vaudeville francese. 

Fatta questa doverosa (ma probabilmente per molti noiosa) premessa, non resta che passare  a ciò che ha ispirato questo mio post.

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Eccolo qui, di nuovo un articolo firmato da Costanzo Gatta, che (con tutta la simpatia del mondo e con rispetto parlando) è più curioso di una scimmia e ha più occhi (soprattutto -ma non solo- per tutti i personaggi, gli avvenimenti, le spigolature che girano intorno e all’interno del mondo dell’Arte, della Cultura e della Storia) del mitico Argo Panoptes, anche nella sua versione pavonica.

Questa volta, l’attenzione del giornalista del Corriere della Sera, si è puntata, appunto, sull’operetta e, in particolare sul brescianissimo Gruppo Musicale Caronte (il cui nome invero richiama più una Commedia, e per di più Divina) di Elena Trovato che questa forma di spettacolo coltiva e cerca di diffondere con tutte le proprie energie.

Domani sera, per esempio, saranno in scena a Villa Badia di Leno con  l’immortale «La vedova allegra».

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Compito non agevole, quello del Gruppo Caronte, visto che, per natura, l’operetta è tipologia di evento che richiede cast numerosi e scenari sontuosi che poco vanno d’accordo con le ristrettezze economiche che, ai nostri giorni colpiscono e costringono, ahimé!, anche impresari e teatri. Come Gatta racconta, ancora una volta, la passione e l’italica astuzia, ancora una volta (leggete il suo articolo per leggere come e perché) alla fine l’hanno spuntata, con una soluzione di grande inventiva e praticità che consente la messa in scena di eventi per così dire light.

Di mio aggiungo che, effettivamente, Brescia potrebbe fare molto di più in proposito: che di dovere, per esempio, potrebbe prendere magari in considerazione, allorché saranno pienamente operativi nuovi spazi teatrali (come quello doppio, di ambizioso progetto, del Teatro Ideal di via Milano)  di riservare in modo continuativo una serie di appuntamenti proprio al “teatro musicale” di vecchia e nuova generazione.

Lanciato il sasso… non nascondo la mano.

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A proposito dell’articolo di questo post:   «Il Paese dei Campanelli»  è un’operetta in tre atti scritta da Carlo Lombardo con la musica di Lombardo e Virgilio Ranzato, composta nel 1923 e andata in scena con successo il 23 novembre di quello stesso anno al Teatro Lirico di Milano, diretta dal compositore con Lina Di Sambon, Dina Evarist, Piero Zacchetti, Riccardo Massucci e Carlo Rizzo.

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Goodmorning Brescia (116) – Il panorama dietro Monna Lisa? Un puzzle!

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Ci sono argomemnti in cui ognuno, a torto o a ragione, si ritiene in diritto di dire la sua.

Uno tra questi, senza ombra di dubbio, è l’identificazione del paesaggio che Leonardo Da Vinci dipinse alle spalle di Monna Lisa

Le campagne toscane, le colline del Piacentino, Bobbio, il Resegone, oppure uno scorcio del Lago di Garda? Il Resegone o la Corba Trentapassi? Le Prealpi, la Valle Camonica o il Montefeltro? E giù, teorie, argomentazioni, polemiche e reazioni piccate da primadonna: ogni esperto, è sicuro che sia la sua, la risposta giusta, e bolla quelle espresse dagli arti come cialtronerie, o giù di lì.

E allora?

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E allora Costanzo Gatta, ovviamente, non poteva lasciarsi scappare un’occasione come questa e, infatti, ecco che, nel Corriere della Sera uscito in edicola stamane, ha colto, come si suol dire, la palla al balzo. Elenca con puntiglio le vatie ipotesi che, espresse negli ultimo mesi, sono andate ad aggiungersi a quelle formulate in precedenza.

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Non senza avere aperto l’articolo, con uno dei suoi caratteristici ammiccamenti. accennando all’artistica malizia con la quale Leonardo decise di ammantare non solo l’enigmatica Gioconda, ma anche il contesto nel quale le fece elargire l’immortale sorriso.

Sempre che di sorriso si trattasse, perché neanche questo è certo.

Non posso però, né tantomeno voglio, concludere questo post senza esprimere anche la mia teoria: lo sfondo potrebbe essere un puzzle, e la vera ambientazione, c’è da scommeterci, è nascosta proprio dietro il bel volto dell’inconsapevole modella. 

Ah, dimenticavo una cosa.

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Sembra che anche Monna Lisa, a  quanto mi dicono, cominciando ad averne abbastanza di tutte queste polemiche, stia cercando di sottrarsi a questo dilemma di difficilissima risoluzione attraverso l’utilizzo di una certa erba medicamentosa,  naturale sì, ma che non sembra sia da annoverrasi tra quelle coltivate nelle campagne frequentate a suo tempo da messer Leonardo.  Almeno non legalmente.

Quasi quasi le telefono e lo chiedo direttamente a lei.

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Il numero di telefono? Ah, quello lo chiederò a Costanzo Gatta: sono sicuro che ce l’ha memorizzato in rubrica.

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  Bonera.2

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Goodmorning Brescia (114) – La memoria ostinata di 20 interminabili anni

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La dittatura del ventennio. Era fascista. Deprecato ventennio. 

Comunque si inquadrino, comunque si definiscano, sono pur sempre venti lunghi anni di storia italiana che hanno lasciato tracce non solo nelle vicende della prima metà del ‘900, ma anche nell’urbanistica e nell’architettonica delle nostre città, Brescia compresa e prima tra tante altre.

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Così, sul Corriere della Sera di oggi, Costanzo Gatta, instancabile detective di quello che lo storico britannico Eric Hobsbawm, nell’omonimo saggio, chiamò il secolo breve”   percorre le vie della Città e del suo hinterland alla ricerca di simboli di un passato neanche troppo lontano,

Sulle facciate di palazzi pubblici e sulle coperture dei tombini, ma anche affrescati sui muri di palazzi e cascine, slogan bellici e bellicosi (ma anche sgrammaticati, in certe occasioni), fasci littori, decorazioni di “M” che fanno chiaramente richiamo al cognome del Duce, rimangono a testimoniare, con tenacia degna forse di miglior causa, il più oscuro periodo attraversato e vissuto dalla nostra Repubblica (quando era ancora Regno).

La magia della penna di Gatta, ancora una volta, triesce a trasformare quella che, scritta da altri, si esaurirebbe in una fredda e monotona elencazione di luoghi e frasi, in un autentico tuffo nel passato, da cui riaffiorano atmosfere, illusioni perdute, inspiegabili nostalgie di sogni mai divenuti realtà, speranze tradite, immagini, rumori e odori che furono una volta e ora non sono più.

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E intanto il rude Bigio scolpito nel 1932 da Arturo Dazzi, nascosto nell’ombra del suo forzato rifugio, se la ride sornione e continua ad attendere che venga il suo momento, se mai verrà.

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Goodmorning Brescia (111) – La geometria archeologica del Professor Gatta

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Pur non essendo un matematico, Costanzo Gatta la geometria la conosce benissimo. Così, com’è giusto che sia, comincia l’articolo sul “caso” della Rocca di Lonato, pubblicato sull’edizione bresciana del  Corriere della Sera di oggi, precisando opportunamente che la struttura oggetto di un’ormai recidiva querelle non è un cubo, ma bensì un parallelepipedo.

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Fatta questa importante premessa, si impegna poi in una puntuale, approfondita e per quanto possibile obiettiva disamina della situazione in atto.

In sostanza:

  • da una parte, grazie ad alcuni “astuti accorgimenti tecnici” (quali il gioco degli specchi che riflettono le antiche mura e i merli del maniero, la trasparenza assicurata dai vetri che compongono le pareti del cubo -pardon, parallelepipedo-, che sarà salvaguardata tenendo vuota di arredi la struttura tranne che, ovviamente al momento dei servizi di catering) l’impatto ambientale sarà ridotto ai minimi termini;
  • dall’altra, sul piatto della bilancia pesa il rischio che questa ardita soluzione possa costituire un pericoloso precedente per altri siti storico/artistici, magari attraverso iniziative non così attente al rispetto dell’ambiente.

Insomma, al momento la geometria è salva, la matematica un po’ meno, visto che Sergio Onger, presidente della Fondazione Ugo da Como interrogato da Gatta in merito al costo finale dell’operazione (fieramente osteggiata –ricordo- dall’Istituto Italiano dei Castelli e da Italia Nostra – vds. precedente post https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-72-lonato-la-rocca-o-il-cubo/), così risponde:  «L’opera è costata non poco. Un milione e 300.000 €, spero qualcosa di meno».

Lecito chiedersi se la speranza, in termini algebrici ed economici, possa essere assimilata a un postulato?

Nel frattempo, almeno a me, invece, la Rocca interessa vederla così.

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Goodmorning Brescia (106) – «Quarant’anni dopo», doppiando Dumas

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Ritrovarsi a fare lo stesso spettacolo di danza insieme dopo quarant‘anni?

Si può, sempre che si risponda ai nomi e cognomi di persone della qualità di Costanzo Gatta Orietta Trazzi. Il primo, giornalista di grande spessore, attualmente “firma” del Corriere della Sera, con il trascorrere del tempo sembra accumulare esperienza e nuovi stimoli, più che anni.

La seconda, invece, è la grazia e l’armonia in persona, passata dal ruolo di giovanissima ballerina a quello più maturo ma non meno importante di insegnante di ballo (eccellenza bresciana nel ruolo) e fantasiosa coreografa.

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Ieri mi sono trovato ad assistere a una delle ultime prove dello spettacolo «Le sei mogli di Enrico VIII», prodotto dal Freebody Club.

Ho avuto così l’occasione e la buona sorte di vedere al lavoro insieme Costanzo Gatta, autore del testo recitato, e Orietta Trazzi, una vita dedicata alla danza, prima come ballerina poi come coreografa e insegnante, praticamente il meglio che questa disciplina artistica può offrire la città di Brescia.

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«Lo spettacolo, scritto da me, fu messo in scena per la prima volta nell’ormai lontano 1978» mi dice Costanzo Gatta, «con la coreografia della grande Tina Belletti e la allora giovanissima Orietta Trazzi, chiamata ad interpretare niente meno che il ruolo della morte».

La musica è di Rick Wakeman, tastierista e compositore britannico  esponente del progressive rock degli anni ’70. Ha fatto parte del gruppo degli Yes.

«I brani di Wakeman sono quanto di più discontinuo si possa immaginare: si passa da ritmi popolari a percussioni rock, a brani ispirati a suggestioni celtiche, a echi di bolero e ad altro ancora: un’autentica sfida sia per la coreografa che per i ballerini, costretti a continue e repentine variazioni di ritmo» aggiunge Gatta,uno di quei pochi che non hanno mai paura di affrontare nuovi quanto ardui cimenti

Il cast è composto di sedici ballerine, tre ballerini e il “fine dicitore” Daniele Squassina nella parte del folle giullare che narra le drammatiche vicende di Enrico VIII e delle sue sfortunate consorti. Nella citata messa in scena del  1968 il ruolo fu interpretato da  Aldo Engheben, importante attore bresciano che fu tra i cofondatori della Loggetta, dalla quale deriva l’attuale CTB.

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Ma ecco che inizia la prova. La prima sorpresa è l’intensità con la quale Costanzo Gatta (in sostituzione dell’assente Squassina) si presta alla lettura del testo: declama forse senza la perfetta azione di un aTtore ma con la partecipazione emotiva e con quella “interpretazione autentica” che solo un aUtore  può conferire al proprio testo che ha ideato e scritto.

Le giovani danzatrici, preparatissime allieve di una scuola di eccellenza, si muovono seguendo le indicazioni di Orietta Trazzi, gentile e ferma quanto basta, a sua volta in continuo dialogo e confronto con Costanzo Gatta.

In una scenografia essenziale ma molto efficace, composta da pannelli mobili il cui chiudersi e dischiudersi suggerisce l’alternanza di vuoti e pieni, divisioni e di assenze, di sempre meno durevoli chiarori e sempre più tenebrose oscurità, che scandisce la follia e la violenza di Enrico VIII, con tratti scanditi e suggestivi si dipana una storia di violenza e di sangue, resa plastica dalle armonie della danza. Non è una danza di nozze, ma una danza di morte, per donne maledette dalla vita, una sequenza angosciosa e angosciante nel corso della quale, nel momento stesso in cui si festeggia, si comincia a rimpiangere.

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A nulla valgono, al severo cospetto del Re, la sottomissione di Caterina d’Aragona, ne la capacità seduttiva ma sterile di Anna Bolena. Non si salva, grazie alla propria poetica dolcezza, Jean Seymour, a nulla giova il languore di Anna di Clèves. Non servirà a fuggire, attraverso le sbarre della prigione in cui il crudele sovrano l’ha fatta rinchiudere, la flessuosità di Caterinhe Howard. Solo l’ultima moglie, la quieta, rassicurante Caterina Parr avrà il “privilegio” di sopravvivere alla furia distruttrice di un Enrico VIII arrivato, a sua volta, all’appuntamento con la morte.

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Uno spettacolo capace di coinvolgere ed emozionare, anche grazie agli splendidi costumi ideati dalla stessa Orietta Trezzi (che i ballerini, ovviamente, non indossavano nella prova, ma che ho avuto modo di vedere già pronti) che conferiranno allo spettacolo di domenica prossima, a Manerbio, ancora più magia..

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«Le sei mogli di Enrico VIII» andrà in scena domenica prossima 10 giugno (alle ore 20,30) al Teatro Politeama di Manerbio  insieme all’altro spettacolo del Freebody Club «Lo scorrere del tempo»

Freebody Club (via Gabriele D’Annunzio 12 – Orzinuovi)  è anche su  Facebook:

https://www.facebook.com/search/top/?q=freebody%20club

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