Nell’ultima di «Teatro Aperto» trionfa l’invincibile gelo dell’anima

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Nei venti anni trascorsi tra il 1998 (allorché Bryony  Lavery  scrisse “Frozen” ) e oggi, sono cambiate moltissime cose, ma il dramma conserva una grandissima attualità.

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Una voce narrante (Silvia Quarantini) e tre personaggi: Ralph (Fulvio Pepe), Nancy (Elisabetta Pozzi) e Agnetha (Lucilla Giagnoni) per narrare una storia intensa e tragica.

Nancy è una normalissima donna inglese, fin troppo attaccata al suo hobby, in giardinaggio. Uno di quegli esseri umani, e ce ne sono moltissimi, che non sapendo (o non potendo) apprezzare la placida gioia di un tranquillo tran tran, si complicano e si inacidiscono l’esistenza con dissidi piccoli, ma dolorosamente urticanti, nell’ambito della propria famiglia o delle proprie amicizie: nel caso di Nancy bisticci e contrasti riguardano le due figlie e la madre.

Agnetha, invece è una psichiatra newyorkese, ma originaria dell’Islanda, con la fobia del volo. Vive negli Stati Uniti, esercitando la propria professione con coscienziosa competenza e successo professionale e, almeno in apparenza, nulla la lega alla casalinga inglese.

A far convergere le due rette che, altrimenti continuerebbero a procedere in parallelo, è lui, Ralph, il mostro della casa accanto. Un uomo frustrato, sopravvissuto a un’infanzia di abusi e violenza somministrata da un padre padrone, al prezzo di un’instabilità mentale che lo ha trasformato in un gelido serial killer.

Molteplici i temi individuabili nella narrazione.

L’orrore che si nasconde nelle pieghe della banale e ripetitiva normalità della vita quotidiana. La natura sostanzialmente rassicurante delle piccole paranoie quotidiane che fanno da scudo all’incombere di un destino fatale. Il devastante impatto della violenza, sia sulle vittime che su coloro che a esse sopravvivono. L’inutilità terapeutica della vendetta. L’orribile vuoto che causa il male e che dal male è lasciata su carnefici e vittime. L’impossibile elaborazione del lutto di fronte alle devastanti tragedie che colpiscono un congiunto, soprattutto quando si tratta di un figlio: non serve la rabbia, non serve la rimozione, non serve lo scorrere del tempo, non serve neanche il perdono. Perché senza capire non se ne viene fuori ,ma capire, in certi casi, è impossibile.

Perché, come dice la razionalissima Agnetha, «Tra il peccato e la colpa c’è  lo stesso rapporto che c’è tra sintomo e malattia”,

Forte il testo (che, del resto, si è già aggiudicato numerosi quanto significativi riconoscimenti nei più importanti concorsi britannici di drammaturgia) in continuo crescendo di pathos, fino alla nemesi finale.

Bravissimi gli attori.

Intrigante, per gli spettatori che gremivano il San Carlino, la possibilità di vedere interagire due stelle di priuma grandezza come Elisabetta Pozzi e Lucilla Giagnoni.

Ancora vincente e convincente la sperimentazione di questa prima stagione bresciana di letture sceniche raccolte sotto il titolo di “Teatro Aperto”.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

«Solaris» in palcoscenico resta a metà tra fantascienza e psicoanalisi

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Il romanzo:

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Tit. originale: Solaris

Autore: Stanisław Lem

Edizione: Sellerio Editore (anno 2013)

Traduttore: Vera Verdiani

Pagine: 316

ISBN-10: 8838929106

ISBN-13: 9788838929106

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La trama:

Un astronauta, in arrivo dalla lontanissima Terra, arriva alla stazione spaziale che gira intorno al pianeta Solaris, dotato di un vastissimo oceano, conosciuto come “il grande pianeta vivente”: secondo le leggi della fisica, infatti, si sarebbe dovuto distruggere, ma qualcosa, che sembra legata a una reazione cosciente, ha evitato la catastrofe. L’accoglienza è inquietante: dei pochi occupanti della stazione spaziale uno è morto recentemente, ma coloro che sono rimasti preferiscono parlarne il meno possibile. Angoscia latente, sinistre presenze, oggetti che prendono vita.

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I film:

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  1972

Regia Andrej Arsen’evič Tarkovskij
Interpreti e personaggi
·         Donatas Banionis

·         Natal’ja Bondarčuk·  

          Jüri Järvet

·        Anatolij Solonicyn 

·         Sos Sarkisjan

·         Vladislav Dvoržeckij

·         Nikolaj Grin’ko

·         Ol’ga Barnet

·         Tamara Ogorodnikova

·         Georgij Tejch

·         Julian Semёnov

·         Ol’ga Kizilova

   2002

Regia Steven Soderbergh
Interpreti e personaggi

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Lo spettacolo:

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DRAMMATURGIA DI FABRIZIO SINISI
DA STANISLAW LEM E ANDREJ TARKOVSKIJ
E CON IL CONTRIBUTO DELL’ATELIER D’ÉCRITURE
DIRETTO DA LAURA TIRANDAZ ALL’UNIVERSITÉ D’AVIGNON
REGIA DI PAOLO BIGNAMINI
SCENE E AIUTO REGIA FRANCESCA BARATTINI
DISEGNO LUCI FABRIZIO VISCONTI
CON DEBORA ZUIN, GIOVANNI FRANZONI, ANTONIO ROSTI
PRODUZIONE CTB CENTRO TEATRALE BRESCIANO
IN COLLABORAZIONE CON SCENAPERTA ALTOMILANESE TEATRI

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La lettura drammaturgica  operata da Fabrizio Sinisi, mirata a esaltare i temi dei limiti della ragione terrestre e della interpretazione da parte dell’uomo non solo delle logiche che animano esseri alieni (intesi come unità viventi diverse da sé), ma anche dei propri processi mentali, nulla ha a che fare con le due trasposizioni cinematografiche del romanzo. Nelle due pellicole, infatti, erano state messe più in risalto tematiche di carattere fantascientifico (come il mistero dell’Oceano Vivente) o sentimentali (il rapporto tra Chris Kelvin e sua moglie Rheya  morta suicida (ovvero il suo clone).

Operazione ambiziosa ma non perfettamente riuscita: la claustrofobica staticità della stazione orbitale, unita ai dialoghi che appaiono eccessivamente dotti e cerebrali, ingabbiano la regia di Paolo Bignamini appesantendo il ritmo dello spettacolo e rendendo difficoltoso, da parte dei tre pur bravi interpreti Debora Zuin, Giovanni Franzoni e Antonio Rosti, una recitazione più naturale e precludendo l’effettivo coinvolgimento del pubblico.

Essenziale la scenografia, basata sulla incombenza di un sole rosso appeso nel nero dell’universo e su piattaforme che rendono piuttosto bene l’ambientazione tecnologica. Non di immediata comprensione l’inserimento in una colonna sonora per il resto adeguato, di brani come «Et moi dans mon coin» di Charles Aznavour e «Singing In The Rain» di Gene Kelly.

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  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

«I Miserabili» e il fascino discreto della tradizione

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Su questo spettacolo è già comparso sul blog un articolo in data 4 maggio: 

https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-99-miserabili-in-scena-con-tutti-gli-onori/

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      Il romanzo

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«I miserabili» è il titolo di un romanzo storico, opera monumentale, pubblicato nel 1862 dallo scrittore, poeta e politico francese Victor Hugo. La trama (che copre gli anni che vanno dal 1815 al 1833) è complessa, ma sempre avvincente, attenta alle vicissitudini storiche che caratterizzarono il primo Ottocento francese e intessuta di profonde riflessioni etico-morali sulle vite dei protagonisti. Possiamo davvero immaginare di aprire questo gigantesco libro,  e di poter camminare, pagina dopo pagina: i drammi sociali, le tensioni della Parigi post-Restaurazione, i peccati e la redenzione dei disgraziati usciti miseramente (appunto) dalle guerre napoleoniche, sono davanti a noi come erano davanti a chi visse in quei giorni. Il romanzo «I miserabili» è composto da cinque tomi, per completare i quali Hugo impiegò circa ven’anni (la prima bozza conosciuta è del 1843) lavorandoci duramente durante gli anni dell’esilio. Nel romanzo  si dipana una profonda riflessione sulle condizioni degli ultimi (ovvero dei miserabili) nella Parigi di quei tempi. «I miserabili» ebbe un successo immediato, fu presto tradotto e pubblicato in tutta Europa e ancora ai giorni nostri viene ristampato e rielaborato in film, spettacoli teatrali e musical.

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La trama:

La prima parte si intitola “Fantine”. Jean Valjean, un ex-forzato che ha scontato diciannove anni di carcere per aver rubato un pezzo di pane,  è stanco, affamato, ma tutti lo scacciano. Solo il buon vescovo Bienvenue lo accoglie ed egli lo ricambia derubandolo dell’argenteria, ma, quando Jean Valjean viene riacciuffato, il vescovo dice ai gendarmi di avergliela regalata. L’incontro cambia totalmente l’animo di Jean Valjean: abbruttito perché maltrattato dalla società, d’ora innanzi dedicherà la propria vita agli altri. Si nasconde sotto falso nome e diventa ricco. Incontra Fantine, povera ragazza madre sfruttata da una coppia di furfanti, i Thenardier, che ospitano a caro prezzo la sua bambina trattandola come una schiava. Fantine diventa una prostituta, si ammala e muore. Jean Valjean promette che si occuperà della sua Cosette, ma viene riconosciuto dal poliziotto Javert e finisce in galera per salvare un poveraccio condannato al suo posto.

La seconda parte del libro si intitola “Cosette”, Fa ingresso nella narrazione  la losca famiglia Thenardier . Jean Valjean salva un detenuto,  poi   finge di annegare perché tutti lo credano morto.  Finalmente  è in grado di dedicarsi alla ricerca di Cosette, la figlia di Fantine.  Quando la trova, la libera dallo sfruttamento dei Thenardier e la porta via con sé . Viene riconosciuto dal solito Javert ed entra   nel convento del Petit Picpus, dove vi rimarrà con la bambina fino alla morte del vecchio. 

La terza parte si intitola “Marius”. Marius e suo nonno litigano perché il ragazzo ha scoperto che suo padre era un coraggioso soldato e non lo aveva abbandonato, come suo nonno gli aveva fatto credere. Marius se ne va di casa, rifiuta il denaro del nonno ed incontra “gli amici dell’ABC”, un gruppo di studenti fannulloni, che parlano sempre di ragazze e di politica, con cui fa amicizia. Intanto, il ragazzo cerca il signor Thenardier perché crede che durante la guerra abbia salvato il padre e vuole aiutarlo. Intanto i peggiori criminali di Parigi riuniti nel gruppo “Patron-Minnette”, organizzano un agguato contro Jean Valjean

La  quarta parte  s’intitola “L’idillio di Rue Plumet e l’epopea di Rue Saint-Denis“. Cominciano gli incontri segreti tra Marius e hanno inizio i moti rivoluzionari del 1832. Jean Valjean ha paura di essere scoperto e soprattutto di essere separato da Cosette , perciò decide di partire. Intanto gli amici dell’ABC costruiscono una barricata davanti alla locanda “Corinto”, oltre a loro ci sono Gavroche ed Eponine, figli dei Thenardier, Javert e Marius. Il piccolo Gavroche deve consegnare una lettera di Marius a Cosette, ma a prenderla è Jean Valjean che, dopo averla letta, va alla barricata.

La quinta e ultima parte s’intitola “Jean Valjean” e inizia con le vicende della rivolta. Gavroche muore per recuperare dei proiettili, Jean Valjean invece di uccidere Javert lo fa scappare, Eponine muore per salvare Marius. Alla fine la barricata è presa e tutti i componenti vengono uccisi, tranne Marius. Jean Valjean lo recupera privo di coscienza e lo porta a casa del nonno, passando per le fogne. All’uscita incontra Javert e si lascia arrestare, ma il poliziotto lo lascia libero e poi si suicida. Marius si riprende e, dopo poco, sposa Cosette. Jean Valjean racconta a Marius di essere un ricercato e chiede di poter andare a trovare Cosette ogni tanto, ma sentendosi rifiutato da Marius si lascia morire. Marius scopre la verità sull’uomo e corre da lui con Cosette, appena in tempo per chiedergli perdono prima che egli muoia.

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     L’Autore

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Victor Hugo nasce a Besançon nel 1802.  Fin dall’adolescenza dimostra una grande passione per la scrittura e una feconda creatività. Nel 1822 pubblica «Odes et ballades» e si sposa con Adèle Foucher. I primi anni di matrimonio, segnati dalle difficoltà economiche, stimolano l’attività letteraria del giovane Victor, che si concretizza nella pubblicazione di «Han d’islande», «Le dernier jour d’un condanné» e «Les orientales», la prima raccolta di poesie, pervasa di romanticismo, con impronta romantica. Nel 1831 la pubblicazione di «Notre Dame de Paris», cui segue il grande successo in teatro di «Cromwell», rappresentazione nella quale, attraverso un’accorta commistione tra elementi seri e grotteschi, si propone e si utilizza un uso più libero del verso nonché la creazione di opere ispirate ai più drammatici avvenimenti della  Storia. In «Hernani», altro dramma di grande successo, Victor Hugo unisce a un linguaggio scenico elementare, un’accesa eloquenza verbale. A questo punto lo scrittore-drammaturgo è pronto per diventare l’alfiere, in Francia, del movimento romantico in Francia. Come spesso accade, però, Il successo fu anche finanziario,ma attraversò una serie di lutti familiari che turbarono la sua esistenza:il più atroce fu l’annegamento della figlia Léopoldine, avvenuta nel 1843. Fondamentalmente repubblicano,dopo il colpo di stato con il quale Napoleone III si proclamava imperatore, fu costretto all’esilio. E proprio in esilio scrisse quello che molti considerano il suo capolavoro, il romanzo «I Miserabili», storia del riscatto morale di un evaso,accolto immediatamente da un enorme successo. Il suo pensiero. Hugo ha incarnato gli ideali più avanzati della borghesia democratica; il suo pensiero-una religione senza chiese,un culto dell’umanità e del progresso-rifletteva liricamente l’ottimismo del secolo,bilanciandolo coi temi del mistero cosmico e dell’irrazionalismo individuale. Si spegne a Parigi nel 1885.

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   Lo spettacolo

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La prima scena vede Jean Valjean e il vescovo Bienvenue ai lati opposti del palcoscenico, separati da uno spazio nero.  È la prima e forte indicazione della lettura che drammaturgia e regia hanno deciso di fare del capolavoro di Victor Hugo: da una parte il Bene, a destra il Male (anche se per il personaggio Jean Valjean il discorso è molto più complesso), rigidamente divisi e in perenne lotta tra di loro, sia all’esterno che all’interno degli individui.

Lettura tradizionale, assolutamente fedele allo spirito e alla forma del romanzo, con i “pro” (molti) di una scelta ortodossa e qualche inevitabile “contro”, se proprio se ne voglia cercare uno, riguardo alla evidente mancanza di volontà di avventurarsi nella ricerca di una qualche originalità.

Scenografia mobile, smart, ricca di costumi coerenti con l’epoca di ambientazione e accuratamente confezionati e con pochi arredi: attraverso un sapiente utilizzo delle luci (ormai una felice costante per Cesare Agoni) e il continuo spostamento di pannelli, mostra, a ogni scena, una diversa e suggestiva cartolina ottocentesca.

Recitazione di alto livello, ampiamente prevedibile per Franco Branciaroli (scultoreo e indimenticabile Jean Valjeanattorno alla cui maestosa figura si muovono gli altri attori, ben scelti e ben calati nella parte: a partire dall’interpretazione dei piccoli Cosetta/Gavroche, al corrotto Thenardier,  alla giovane e romantica coppia d’innamorati Cosetta-Marius, per finire ai personaggi minori che, con la forza narrativa di Victor Hugo, “minori” non sono affatto.

Discorso più articolato per Javert che, partito in sordina, acquista spessore con il progredire del dramma, finendo con una di quelle “morti” che fa onore ai personaggi negativi dotati di maggiore dignità e a chi, come in questo caso, bene li sa interpretare: «Che fine ha fatto il Bene? Che fine ha fatto il Male?» è il disperato e disperante interrogativo dello sbirro che segna la vittoria morale del suo avversario, un delinquente che, con il proprio altruismo e la propra generosità, riesce infine a rovesciare il tavolo da gioco, spiazzando tutti.

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                                                                                                                                    (ph Simone Di Luca)

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Della regia (impeccabile ed efficacissima nei tempi e nei ritmi) e della scelta di attenersi strettamente al testo, abbiamo già detto, così come di scenografie e luci. Musiche essenziali e calzanti. Pubblico deliziato e visibilmente soddisfatto di uno spettacolo di quelli ai quali raramente è dato di assistere in un momento storico (teatrale e non solo) forse troppo orientato al risparmio e al minimalismo a ogni costo.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Rosmersholm: l’amara doppia confessione di Ibsen

   L’autore:

Henrik  Ibsen (Skien 20 marzo 1828 – Oslo 23 maggio 1906) nacque da famiglia agiata ma, a seguito del fallimento del padre (quando lui aveva sedici anni), fu costretto ad abbandonare gli studi e a trovarsi un lavoro. Divenne così prima giornalista , poi scrittore. Nominato direttore di importanti teatri nazionali, curò anche, fino al 1858, la regia di alcuni spettacoli. Da quell’anno in poi pubblicò i primi drammi, inizialmente non troppo fortunati, cui seguirono le opere più importanti. Dal 1863 al 1891 visse in Italia e in Germania. Nel 1900, colpito dalla paralisi, tornò in patria, dove morì. È considerato il padre della drammaturgia moderna, per aver portato nel teatro la dimensione più intima della borghesia contemporanea, mettendone a nudo le contraddizioni e il profondo maschilismo.

Tra le sue opere più significative ricordiamo Peer Gynt (1867), Casa di bambola(1879), Spettri (1881), L’anitra selvatica (1884), La donna del mare (1888) e Hedda Gabler (1890), che scardinarono i canoni del teatro tradizionale, suscitando aspre polemiche e accesi dibattiti tra i contemporanei.

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    L’opera:

 

Dramma in quattro atti scritto nel 1886. Il pastore protestante Johannes Rosmer, educato a un severo ideale religioso, dopo la morte della moglie Beata, che si è gettata nella gora di un mulino, ha gettato la tonaca alle ortiche. Si innamora, riamato, dell’amica di famiglia Rebecca West, che gli confesserà, più tardi, di aver provocato la follia e il suicidio della moglie. Nonostante l’orrore che prova per la situazione, diventato ormai insicuro di ogni ideale, Johannes non riesce però a sottrarsi da una profonda attrazione per la donna. I due amanti entrano in un vortice di passione insana che li porterà, al termine di una drammatica involuzione psicologica, a cercare e trovare la morte nella stessa gora in cui è annegata Beata.

 

   Lo spettacolo:

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«Percorrete tutto il corridoio laterale e, una volta arrivati alla fine, salite le scale» indica la “mascher>”.

xSeguo le istruzioni e, alla fine del percorso, mi ritrovo… in palcoscenico.

È lì che sono le poltrone per gli spettatori, disposti a quadrato intorno a due catafalchi completi di candele poggiati su uno strato di terra, sui quali giacciono i cadaveri di un uomo e di una donna.

Odore di cera fusa, semioscurità suoni cupi in sottofondo, è strano e styraniante trovarsi non ai piedi della scena, ma SULLA scena, NELLA scena. L’attesa che inizi la recitazione diventa già spettacolo, vera partecipazione emotiva amplificata dalla compartecipazione fisica e mentale degli altri spettatori a questa specie di rito pagano, mentre l’odore di cera, gradualmente, lascia posto a quello di muffa, di sotterraneo, di terra bagnata che, attraverso le narici, entra sempre più nell’anima.

Il rumore di una carrozza, una voce spettrale: così gotico, così romantico, così nord-europeo, così calvinista, così Edgar Alla Poe, così decadente… 

Anche gli attori, lo sono, attraverso la gestualità esasperata, le intonazioni, le variazioni di registro, il muovere dei corpi. Si alzano e tornano a stendersi sul catafalco, aniome inquiete, non più vivi e non ancora morti, si torturano, mentre il gorgoglio della gora assassina chiama suadente,  in un gioco peverso di rimproveri e di rimorsi. Né più né meno, viene da pensare, di tante coppie in crisi in famiglie che vogliono apparire normalissime ma normali non lo sono affatto; chi è davvero la vittima, chi il carnefice? Ed ecco che, a dire la sua, fa capolino anche un po’ di Ingmar Bergman.

I lampadari oscillano sinistramente, sospinti da un vento pigro che preannuncia sventura e maledizione, la galleria del teatro, laggiù in alto , improvvisamente diventa porzione di palcoscenico distaccata, in un intrigante gioco di specchi. Gli equivoci, primo tra tutti quello tra amicizia e amore, il più destabilizzante, il più irreversibile e imperdonabile, la condanna alla dannazione, ineluttabile.

«Non esiste possibilità di vittoria per una impresa che ha le proprie radici nella colpa» dice Johannes Rosmer.

Ed ecco, inevitabile, l’ombra di Shakespeare che marca la violenza devastante e riparatrice al tempo stesso del destino.

E ancora, prima del tragico ma già preannunciato e dall’inizio incombente finale, ancora il gioco delle parti, lo scambio dei ruoli, gli attori che si siedono tra gli spettaori, cercando conforto con lo sguardo, confondendo tutto e tutti nel difficile gioco del “chi è chi?”

Non fa torto alla riduzione, ormai datata (1980), del grande Massimo Castri, questa nuova edizxione di «Rosmersholm – Il gioco della confessione»: puntuale e dinamica la regia, bravissimi gli attori Luca Micheletti e Federica Fracassi, di grande suggestione la scenografia e intrigante la soluzione scelta per il pubblico.

Meritati gli applausi e i ripetuti richiami in scena.

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  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (100) – Il buongiorno ai bresciani… raddoppia !

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Proprio così, amici miei.

Da qualche giorno questa rubrica, che ho l’onore e l’onere di condurre ormai da diversi anni, vive ogni giorno anche su Facebook.

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Un “gruppo chiuso” che, in pochissimo tempo, è già arrivato a 850 componenti (e presto si raggiungerà il fatidico 1000,  ne sono convinto!): ogni mattina le previsioni del tempo e poi tante segmnalzioni, diffuse dalla direzione o dai componenti del Gruppo, di eventi, raduni, appuntamenti localizzati nel territorio di Brescia e provincia.

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Chiamatela appendice, chiamatela spinoff, chiamatela come vi pare, ma se siete bresciani, o semplicemente amate la Leonessa, la sua storia e il suo spirito, chiedete di iscrivervi anche voi.

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Goodmorning Brescia, seguiteci sempre più numerosi all’interno di questo blog e raggiungeteci anche su FB: perché questo sia sempre più un vero e proprio giornale della positività, della cultura, della solidarietà, dell’artevche, ogni giorno, scriveremo e leggeremo insieme.

 

   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (98) – Con Dream Dance le vie del ballo… sono infinite!

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Lei (la presidentessa) si chiama Daniela Toselli.

Al ballo ci arrivò dall’interno, scoprendo la propria passione mentre lavorava da semplice dipendente, alla fine dello scorso millennio, nella discoteca Florida di Ghedi. Applicandosi nello studio e nella pratica con tanto impegno da conseguire, proprio nel 2000, l’attestato di “maestra”.

Lui (il vice presidente) si chiama Ermanno Scalvini, ed è un operatore reiki (metodo di cura alternativo simile alla pranoterapia curando in particolare la metodologia della respirazione).

So che è difficile crederlo, ma il percorso di avvicinamento al ballo di Ermanno è partito niente meno che dalle arti marziali, dalle tecniche di combattimento, dalla pratica dell’arrampicata e del paracadutismo.

«Un po’ perché ero arrivato a un’età alla quale, vista la necessità di controllo dell’integrità fisica necessaria per le mie passioni, il succedersi delle visite mediche aveva assunto ritmi stressanti, ma soprattutto per un’altra ragione:  mi una volta  che  mi capitò di assistere a una lezione di tango argentino, prima con stupoore, poi con grande interesse, ravvisai nella danza movimenti e posture molto simili a quelli delle arti marziali»  spiega.

«D’altronde, per dirla proprio tutta, il tango argentino non nacque come ballo tra uomo e donna, ma come gioco di abilità tutto maschile da esercitare anche con l’uso di coltelli»

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Gli altri sono Diego Martinez (segretario) e Monica Miglioli (consulente psicologa)

«Con Diego, colombiano di Calì, abbiamo cominciato a fare conoscere in Italia  (dove non era particolarmente coltivato) il folclore sudamericano, in particolare la salsa caleňa, la cui caratteristica peculiare è la velocità dei passi (dei colombiani che la praticano si dice che “hanno il fuoco nei piedi”). A Brescia aveva preso piede la salsa cubana, e non è stato facile introdurre un ballo sotto certi aspetti abbastanza simile ma che necessità di maggiore fisicità» spiega Daniela Toselli.

«Dalla nostra collaborazione è nato il gruppo di folclore Co.de.co» aggiunge, con malcelato orgoglio.

Diego Martinez  è ambasciatore in Italia della cultura colombiana e rappresentante di aerorumba (aerobica con musica latina), nonché responsabile italiano della salsa colombiana.

La dottoressa Monica Miglioli (consulente) unisce in sé la doppia figura di appassionata e brava ballerina e di psicologa: inutile dire quanto la sua presenza possa risultare preziosa, soprattutto in termini di motivazione, all’interno della nostra associazione.

Già l’Associazione.

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È di Dream Dance che si parla. Associazione con sede in Borgosatollo nata nel 2012 proprio per iniziativa di Daniela Toselli ed Ermanno Scalvini.

«Non ci interessa l’aspetto competitivo, ma la componente ludica, soprattutto. Ciò non toglie naturalmente che, in presenza di eccellenze, non si sia in grado di individuarle e prepararle al meglio, visto che abbiamo il diploma di istruttore federale» precisa la presidentessa.

Con Dream Dance balli popolari della Colombia (come il Baile de Salon o Carnival de Barranquilla)  e di tutta l’America Latina, oltre a tutte le tipologie di liscio e danza europea.

«A differenza di altre scuole, forniamo noi. Gratuitamente, agli allievi sia i costumi che le scenografie necessarie per saggi ed esibizioni» rivendica con orgoglio Daniela Toselli.

«Il nostro bacino di utenza coincide con Brescia e dintorni. Abbiamo allievi fidelizzati, che vengono da noi da anni. Il calendario comincia dopo l’estate, allorché si parte con il latino-americano. Il tango è un classico che non ha stagione, mentre per quanto riguarda il folclore i nostri allievi arrivano… quando hanno modo di vederlo e  di apprezzarne le peculiarità» interviene Ermanno Scalvini.

«La settimana è scandita da lezioni serali: due ore a settimana per il folclore sudamericano. Un’ora per le altre discipline. Si tengono tutti i lunedì a Colombaro, martedì e giovedì al castello di Castiglione delle Stiviere, il mercoledì a Borgo Satollo. Fino ad arrivare, a giugno, al saggio di fine stagione» finisce di illustrare Daniela.

Poi, come in un perfetto paso doble, raccontano anche cosa c’è che non va, o che potrebbe andare meglio:

«C’è troppa concorrenza da parte di istruttori o presunti tali non adeguatamente formati e preparati, che deprime e squalifica l’offerta di mercato: si parla di maestri improvvisati, scuole che sorgono dal nulla. Vorremmo una maggiore trasparenza nei rapporti con gli Enti. Qualche anno fa fummo esclusi da un importante bando nonostante avessimo presentato un’offerta più completa e competitiva a vantaggio di un altro partecipante, e ancora non abbiamo capito perché.  Da allora non abbiamo più partecipato, cominciando a indirizzare le nostre proposte anche al di fuori  dei confini regionali, se non addirittura all’estero».

Programmi per il futuro?

«Il 23 maggio saremo a ballare a Boario Terme per l’apertura dei favolosi giardini esterni. Tutte le domenica siamo presenti, dalle 20 alle 21,  ad Angolo Terme. Alla Fiera del Cavallo di Verona, a novembre, ripeteremo l’esibizione tango- dressage che già tanto successo ha riscosso nella precedente occasione, proponendola magari anche con l’abbinamento folclore sudamericano-dressage: uno spettacolo singolare e affascinante, quello di unire le movenze dei ballerini e di cavalli meravigliosamente addestrati dai rispettivi cavalieri

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Ecco, di Dream Dance, a questo punto, aggiungendo che si occupano con professionalità dell’organizzazione di eventi e serate e di lezioni private, e che tengono corsi di lingua spagnola, postura e settore olistico reiki, si è detto tutto (o quasi).

Ora non resta che verificare di persona. Questi i recapiti:

Sede: Via Nino Bixio 42 – Borgosatollo (BS)

Mail: dream-dance1@hotmail.it;

Tel. Dany: +39 349 66 71 885

Tel Ermy: +39 338 28 62 113

E ricordate:

IL BALLO COMINCIA … DOVE LA PAROLA SI ARRESTA !

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   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (96) – Tutti insieme, appassionatamente (sul palcoscenico)

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«San Benedetto, la rondine sotto al tetto» recita un antico proverbio popolare, descrivendo l’arrivo della primavera. Per quanto riguarda Sarezzo e il Teatro San Faustino, però, considerato che ormai la rappresentazione del lavoro svolto nell’ambito scolastico dal Gruppo Teatrale Gianluca Grossi è un appuntamento immancabile, all’arrivo della buona stagione, il detto potrebbe cambiare, per esempio con un «Non è realmente primavera / se non viene del debutto la sera».

Si parte, in pieno clima di meta-teatro, da un matrimonio e da una compagnia di attori e musici “poveri guitti di montagna”, come si definiscono essi stessi, chiamati a rallegrare con la rappresentazione di una pièce la festa degli sposi.

Si narrano le avventure venture di Martino, un giovane sprovveduto, un “bamboccione” come si direbbe ai giorni nostri, che, impegnato nel servizio militare, spende troppo ed è costretto a chiedere continue sovvenzioni a suo padre.

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Per ottenerle ricorre anche alla menzogna inventando una inesistente carriera nell’esercito. Incappando in un occasionale quanto fantastico incontro magico-religioso, chiede e ottiene due doni prodigiosi e grotteschi al tempo stesso: un sacco incantato e un randello, per così dire, a “percussione automatica”.

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Poi, come in tutte le fiabe, c’è la figlia del re che si invaghisce di lui, ma esagera un po’, al punto di perdere la ragione ed essere rapita all’inferno. Il prode (o incosciente, fate voi) soldato Martino, grazie ai suoi attrezzi magici riesce persino a sconfiggere l’esercito dei diavoli e liberare la Principessa posseduta.

Lieto fine, dunque? Sì e no. Anzi, prima no, poi si.

La morte lo ghermisce a sorpresa, ma sembra che per lui, rifiutato da Paradiso e Purgatorio, ci sia posto solo all’Inferno. All’ultimo momento, però, ci si ricorda di due atti di bontà (che riportano all’agiografia dell’omonimo San Martino, con la cessione del proprio mantello a un mendicante infreddolito narrata all’inizio della rappresentazione) e, adesso si, il consolatorio finale.

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Narrazione al tempo stesso ingenua e complessa, secondo il tradizionale stile dell’autore, Giulio Forbitti (regia di Guido Uberti) con la necessaria presenza, trattandosi di un saggio didattico, di un gran numero di personaggi e interpreti.

«Lo spettacolo prende le mosse dagli antichi e leggendari racconti che i cantastorie raccontavano e rappresentavano nelle piazze, nei cortili e nelle stalle dei paesi di un tempo lontano, in cui l’affabulazione sapeva ancora affascinare, divertire, coinvolgere e a volte commuovere» dichiara il professor Forbitti .

«Il Soldato Martino è insieme un eroe e un antieroe: è per certi versi un ingenuo, uno scapestrato e un fallito, ma sa anche essere prode, generoso e coraggioso».

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                A fine spettacolo la referente del progetto, professoressa Elena Bonometti, saluta  il pubblico insieme agli attori

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I ragazzi (e meno ragazzi) del gruppo teatrale Gianluca Grossi, studenti ed ex studenti dell’istituto Primo Levi di Sarezzo, tra i quali alcuni diversamente abili, interpretano lo spettacolo muovendosi e agendo sul palcoscenico con grande impegno e totale partecipazione e meritando, alla fine, i convinti applausi del folto pubblico presente.

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Categorie: Giorni d'oggi.

Lucilla si fa bionda anche l’anima e racconta Marylin

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Il personaggio:

Marilyn Monroe è lo pseudonimo di Norma Jeane Mortenson Baker Monroe. L’attrice nacque il 1 giugno 1926 a Los Angeles e si sposò tre volte: dal 1942 al 1946 con il vicino di casa James Dougherty, dal 1955 al 1956 con il campione di baseball Joe Di Maggio, dal 1956 al 1961 con lo scrittore e drammaturgo Arthur Miller.

Deceduta il 5 agosto 1962 a Brentwood per intossicazione da barbiturici.

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Fimografia:

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Lo spettacolo:

Al Teatro Sociale di Brescia, Lucilla Giagnoni torna sul luogo (anzi sul monologo) del delitto, riprendendo, a distanza di quasi undici anni lo spettacolo andato in scena il 20 maggio  al Teatro Giuditta Pasta di Saronno.

«Non c’è stato bisogno di cambiare molto, da allora» ci dice la regista Michela Marelli

«Quasi nulla, direi. Mi viene in mente l’aggiunta dell’auto-riferimento al Mostro della Laguna Nera rivisitato da Benicio del Toro ne La forma dell’acqua…»  aggiunge.

Più che la storia di una donna e della sua misteriosa morte, alle cui ancora incerte cause si fa pure cenno attraverso una brevissima parentesi da crime-story, Marylin – attrice allo stato puro, attraverso una “fiaba tragica”, ricorda la nascita di una rivoluzionaria interpretazione della femminilità, di un mito onirico partito a livello personale e diventato collettivo e universale.

All’inizio dello spettacolo, Lucilla-Marylin esce lentamente dal buio, con il suo delirio di onnipotenza («Uscirò dall’ombra e scintillerò come se fossi fatta di luce»  dichiara l’attrice) e le sue molte e devastanti insicurezze (non ascolta Ella Fitzgerald per non paragonarsi con tanta grandezza, che la schiaccia) intessute di ansie e paura di sbagliare.

Poi ride, si danna, scherza e si compiange. E canta, due cavalli di battaglia di MM, prima I wanna be loved by you, poi Bye bye baby, con grande pulizia e suggestione, devo dire. È, ancora una volta, diversa da sé e sorprendente e discorsiva, in continuo dialogo diretto con il pubblico.  È ironica e autoironica, come quando, senza rete, paragona le sue “misure” a quelle di Marylin. «Al di là delle differenze fisiche e di età» -dice- «io e Marylin siamo entrambe fatte di pezzi rotti, come, a ben vedere, è fatto ogni attore».

Introietta ed elabora in profondità, Lucilla, e riversa nello spettacolo i sogni e le fobie della Monroe, le fantasie spesso scambiate per realtà. L’amara consapevolezza di Marylin di scoprirsi pin-up, letteralmente “appesa su”, come un manifesto appeso nel retro degli uffici, nella camere degli scapoli, sulle pareti dei barber-shop e nelle cabine dei camionisti.

Scorre via, intenso e piacevole, lo spettacolo, fino al convinto e prolungato applauso finale.

«C’è o ci potrà mai essere una nuova Marylin?» chiedo, dopo lo spettacolo.

«Assolutamente no» risponde convinta Lucilla.

«Marylin è unica e destinata a rimanere tale. È la reincarnazione di Edipo, il frutto di un’infanzia e di un’adolescenza intrisa di disperazione e irriquietezza, di cui lei prende consapevolezza, arrivando a un irreversibile squilibrio».

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«Com’è nata questa impresa?» domando ancora.

«Ti dico solo che ho impiegato cinque anni a convincere Lucilla a riprenderla» interviene Michela Marelli.

«Il sublime è difficile da portare in scena» ammette la Giagnoni.

«Entrare nell’anima di Marylin, per raccontarne la storia, mi ha permesso/costretto l’accesso a posti nascosti di me».

Ed è proprio questo, a ben vedere, il “dono”, meraviglioso ma a volte anche molto insidioso, di chi fa teatro e lo fa bene, come Lucilla Giagnoni

Gli interventi musicali sono di Paolo Pizzimenti.

Scene e luci, essenziali ma di grande suggestione, curate da Alessandro Bigatti e da Andrea e Massimo Violato.

Gli abiti di scena, insieme alla magistrale capacità d’immedesimazione dell’attrice, “monroizzano” in giusta misura narrazione e spettatori.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.