Goodmorning Brescia (87) – Renato Borsoni, factotum teatrale dell’Eccellenza

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Nato nel 1926 a Santa Maria Nuova, nelle Marche, arrivò a Brescia diciassettenne, al seguito del padre professore, nominato preside. Uno di quegli uomini della serie “Larger than life”, che non accettano confini alla propria attività creativa.

Attore, regista, autore, scenografo, giornalista ed editore, ha fatto del teatro il suo impegno più grande. Ma anche la pittura e la grafica, la pubblicità, l’editoria e il giornalismo.

A Brescia ha vissuto per più di settant’anni, arricchendo la città con la propria presenza e attività e costituendone, fino all’ultimo respiro, uno dei più importanti punti di riferimento culturale.

Renato Borsoni, insieme a Mina Mezzadri, fondò nel 1961 la Compagnia della Loggetta. Dal 1975 al 1988 ricoprì, con grande e costante apertura all’innovazione e alla sperimentazione (e con indomito coraggio), la carica di Direttore artistico del CTB – Centro Teatrale Bresciano.

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Per ricordarlo, a un anno di distanza dalla sua scomparsa, si è tenuto ieri mattina al Teatro Sancarlino di Brescia (via Giacomo Matteotti, 6) il convegno intitolato “Renato Borsoni. Uomo di teatro”  che ha dato voce ad alcuni di coloro che ebbero occasione di affiancarlo nel corso del lungo percorso bresciano.

Soprattutto un tributo alla sua straordinaria capacità di scoprire e valorizzare nuovi talenti della scena – uno su tutti, Massimo Castri

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A introdurre l’evento, con la consueta competenza e affabilità, unite a una spiccata capacità di gestione dei tempi,  il giornalista e Presidente dell’AAB Massimo Tedeschi.

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Il vice sindaco Laura Castelletti rivendica i risultati ottenuti dall’attuale giunta sia in tema di offerta di spettacoli che di crescita culturale.

«La nostra attività rappresenta, non solo idealmente la prosecuzione dell’incisiva azione di borsoni che contribuì alla unione tra Comune e Provincia, portando alla nascita del CTB di, in seguito alla creazione della fondazione teatro Grande. Le doti principali di Renato Borsoni, a mio avviso, furono la perseveranza e la capacità di guardare più lontano degli altri».

 

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«Purtroppo non ho mai avuto occasione di incontrare di persona Renato Borsoni, una delle persone più coraggiose brillanti del teatro italiano» esordisce Camilla Malesani Vivarini.

«Lui e Mina Mezzadri riuscirono a creare dal nulla un’offerta totale che io amo definire “di lotta e di governo”: intendendo per “governo” un’offerta per Teatrale di grande spessore, e per “lotta” una gestione della stessa mai tranquilla, magmatica, persino rivoluzionaria. A volte anche molto contestata, devo dire. Esattamente ciò che continua a fare ogni anno il CTB, insomma».

Conclude l’intervento illustrando alcune delle prossime iniziative del CTB, come la digitalizzazione dei lavori dell’Ente e il riallestimento di opere allestite con successo attraverso produzione propria, non omettendo un appello agli imprenditori “di buona volontà” affinché, insieme agli attuali finanziatori pubblici, riprendano, come efficacemente fatto in passato, a sostenere con il loro contributo l’opera del Centro Teatrale Bresciano.

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«Renato sapeva sempre stupire e coinvolgere» racconta Gigi Cristoforetti oggi Direttore di Aterballetto-Fondazione Nazionale della Danza, già addetto stampa del CTB e curatore del volume Le stagioni del teatro sulla storia della Loggetta e del CTB.

«Di lui ho sempre apprezzato moltissimo l’essere sempre all’avanguardia. È stato l’uomo di progresso, non di conciliazione un pendolo in continua azione tra tradizione e rottura, anche dura. Nel primo periodo della loggetta contribuì prima a preparare e poi a diffondere il messaggio del 68 con l’obbedienza non è +1 virtù si guadagnò quattro denunce che, lungi dal dissuaderlo costituirono per lui, invece un’esperienza galvanizzante»

 

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Per cominciare il suo intervento, invece, Tino Bino (Presidente del CTB dalla sua fondazione sino al 1988) sceglie una parabola zen. Poi passa ai ricordi.

«La cosa più bella che mi è accaduto nei quattordici anni in cui sono stato presidente del CTB» dice, «è stato quando dopo i canoni sessanta giorni di prove Renato Bolzoni mi diceva: “Puoi venire. Siamo pronti”. Renato era uno che non temeva le polemiche e gli scandali, ma poi toccava a me ricomporre, nella mia veste di Presidente».

Esplicita poi chiaramente quale sia la sua posizione in proposito.

«Il solo potere di un politico che si occupa di cultura è quello di garantire la libertà di cultura. Raggiungere l’eccellenza passa per lo sfidare la città, o meglio, costringerla confrontarsi con il mondo e Renato questo fece creando un’eccellenza teatrale».

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L’intervento di Monica Conti, invece, è mirato più sulla analisi dei rapporti personali intercorsi con Renato Borsoni, sulle tappe della sua amicizia (intrecciata a un percorso artistico congiuntamente realizzato con Mina Mezzadri e Massimo Castri.

«Conobbi Renato Borsoni nel 1984, appena uscita dalla scuola del piccolo di Milano. Per me Renato è stato rimarrà sempre un grande direttore artistico un capo di straordinaria efficienza mi ha fatto subito entrare a pieno titolo, insegnandomi la forza creativa della bellezza».

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Nanni Garella, attore e regista, racconterà com’era “Lavorare con Renato”, nel segno di un sodalizio artistico e umano che ha portato alla realizzazione di alcuni memorabili spettacoli come Elettra, Ricorda con Rabbia, I masnadieri, Agamennone, prodotti dal CTB tra il 1982 e il 1988. Inventore di teatro, anzi di teatri pubblici dal basso, cioè direttamente dalla società, con influenza non solo su Brescia ma in tutta Italia. Consigli non invasivi ma sempre creativi Vedeva lontano. Fu difensore strenuo dell’autonomia dell’artista.
Renato ha immediatamente compreso la mia triplice identità (irrisolta) di autore, regista e attore. Ha accettato e valorizzato la mia libertà di scegliere, di pensare, d’inventare nuovi linguaggi. È stato autentico i
nventore di teatro, anzi di teatri pubblici: dal basso, però, cioè direttamente dalla società, con influenza non solo su Brescia ma in tutta Italia. Prodigo di consigli non invasivi ma sempre creativi. Uno che vedeva lontano, strenuo difensore dell’autonomia dell’artista. 

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Ad arricchire l’interessantissima mattinata, le letture di Luca Borsoni (foto di sinistra -nipote di tanto nonno) e di Paolo Bessegato (foto di destra), che ha reso in modo limpido e suggestivo  alcune pagine tratte dall’autobiografia di Renato Borsoni Fiezze scomposte, edito da LaQuadra.

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Goodmorning Brescia (85) – FIDAPA: sorelle d’Italia… e del mondo

 

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La serata comincia con un bell’inno nazionale  cantato in piedi e in coro.
Insomma, tutti a intonare 《Fratelli d’Italia》sulle note dell’inno di Mameli, solo, però, che Loro, sono sorelle… e che sorelle!

Cento tra uomini e donne riuniti in una cena di gala.

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Più donne che uomini, per la verità, con i maschi che, per una volta, si sentono (graditissimi) imbucati a una meravigliosa festa di grazia, di forza, di pace e di solidarietà, oltre che di orgogliosa rivendicazione di identità di genere.
Perché la FIDAPA (affiliata italiana della B.P.W.) questo è: un’associazione di donne internazionale e sovranazionale che si batte per l’affermazione e la difesa dei più fondamentali e irrinunciabili diritti femminili, sotto ogni latitudine e ogni longitudine.

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Nella festa bresciana organizzata dalla sezione Vittoria Alata della FIDAPA BPW Italy (Federazione Italiana Donne Arti Professioni e Affari ), che si è tenuta presso l’accogliente ed elegante Corte Piovanelli, allietata dalla musica e dalla voce volitiva di Marialaura Vanini si è tenuta la suggestiva Cerimonia delle Candele (nel corso della quale tutte le socie presenti accendono candele di colore diverso per ricordare le  consociate degli altri Paesi in cui l’Associazione è presente) e la ancora più importante presentazione delle nuove socie che rappresentano il futuro dell’associazione.


E, ve lo posso assicurare, sarà un futuro roseo.

 

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PS

Tra le tante presenze eccellenti, segnalo: Cettina Olivieri (vice Presidente Nazionale), Grazia Mura (Presidente del Distretto Nord Ovest), Rosaria Avisani  (Presidente della Sezione di Brescia), Lella Riccia (Resp.le della Commissione Nazionale Teaming Up), Leda Mantovani (Past President del Distretto Nord Ovest), Adriana Valgoglio (Past President della Sezione di Brescia).

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Goodmorning Brescia (84) – Gialle mimose e panchine rosse

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«L’8 marzo, a Brescia, dura più di un mese» , sono le prime parole con le quali  Roberta Morelli, assessore alla scuola e alle pari opportunità del Comune di Brescia, presenta il fitto e interessante elenco di appuntamenti che si protrarranno fino al 9 aprile, mettendo in risalto l’inaugurazione di molte “Panchine Rosse” che saranno installate nei parchi di città e del circondario. Poi introduce l’evento del giorno, che si tiene nella suggestiva e funzionale Sala Alberi del Mo.Ca. (al numero 78 di via Moretto). 

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Si tratta della lettura scenica de «Il sole sul labirinto» scritto da Roberto Bianchi in ricordo di Hina Saleem per l’interpretazione di Emanuela De Munari.

Prima che cominci la performance l’autore ricorda che lo spirito della sua opera è sì quello di ricordare, attraverso la drammatica vicenda della ragazza pakistana, uccisa a Sarezzo dal padre Mohammed nell’agosto del 2006, i funesti esiti di un certo fondamentalismo religioso, ma anche di mettere in luce come, sotto l’aspetto della considerazione e del trattamento della donna, anche nel mondo occidentale, anche oggi, ci siano non poche zone opache.

La narrazione, scandita dalle stagioni dell’anno, racconta dell’incontro di un italiano, marito e padre apparentemente integerrimo, che, andando a prendere il figlio a scuola, incontra Hina che si trova fuori della scuola per attendere l’uscita del suo fratellino. Nel padre e nel figlio scattano, al cospetto di quella ragazza dai capelli scuri e dalla pelle olivastra, dal bel viso cui il velo islamico conferisce intrigo e mistero, due diverse curiosità: quella del bambino, innocente e trasparente, e quella dell’adulto, più opaca, più contraddittoria, più maliziosa.

Un’attrazione anche fisica da parte dell’uomo, che parte dall’unica parte del viso chiaramente esposta: l’ammaliante profondità degli occhi neri di Hina. Una creatura così diversa, così clamorosamente distante dalla bellezza sofisticata della moglie, la cui dimensione segreta accende la fantasia e le fantasie. Nella voglia di lui di conquistare, di possedere, sostanzialmente di corrompere, si riconosce quel sapore inebriante di proibito che caratterizza i pensieri e le azioni dello scellerato Egidio con la monaca di Monza.

Il finale, però, nella finzione diverge completamente da quanto accaduto in realtà: Hina trova riscatto e libertà, eludendo il tentativo dei suoi parenti di costringerla a un matrimonio combinato, fissato per lei fin dall’infanzia. Una fuga che non è una sconfitta ma una vincente rivendicazione d’identità, che si concreta nell’ hijab colorato che Hina fa arrivare per posta al suo mancato seduttore: per lui un’occasione mancata, che si è fermato all’apparenza e che una volta allontanatasi fisicamente la ragazza, non  trova di meglio che rinnegare (a se stesso prima ancora che alla moglie gelosa) quello che si rivela alla fine solo un effimero slancio vitale. Una grande conquista per lei.

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Gli spettatori, alla fine, applaudono l’intelligenza del testo di Roberto Bianchi e la convinta e convincente lettura-interpretazione di Emanuela De Munari.

Rimane solo il rimpianto che la fantasia  di un autore non possa tornare indietro nel tempo per scongiurare un atto di violenza inumana e la tragica morte che ne derivò.

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P.S.

Ricordiamo il romanzo «Il guaito delle giovani volpi» scritto da Patrizio Pacioni e pubblicato da Edizioni Melino Nerella nel 2013, che proprio alla tragica morte di Hina Saleem è ispirato. 

 

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Goodmorning Brescia (83) – I Sonetti rivisti e corretti di Fabrizio Sinisi e Valter Malosti

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Come di consuetudine è Gian Mario Bandera a porgere il saluto ai giornalisti partecipanti alla conferenza.

«Questo spettacolo fa parte del percorso Palestra del Teatro, cominciato nella scorsa stagione, al quale riserviamo, anche in luce prospettica, un’attenzione sempre maggiore. Un punto di vista diverso e nuovo non solo per ciò che concerne la materia registico-drammaturgica, ma anche in tema di contaminazioni di narrazione teatrale». 

Il Consigliere Luigi Mahony introducendo le dichiarazioni degli artisti, non si lascia sfuggire l’occasione per informare i giornalisti presenti, con grande soddisfazione, che nella corrente stagione, con le ultime sottoscrizioni, si è arrivato a un consuntivo di 6.circa 200 abbonamenti.

«È il massimo storico raggiunto nella vita quarantennale del CTB, che supera di ottocento unità il precedente record (5.400 abbonamenti negli anni di mezzo del decennio 1990/2000)».

Valter Malosti, regista di Shakespeare/Sonetti, attore, da gennaio Direttore del TPE (Teatro Piemonte Europa) ringrazia il CTB per avere ancora una volta recepito e fatta propria l’idea di carattere innovativo che è stata sottoposta alla sua attenzione.

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«Nel teatro italiano si continua a parlare da tempo e molto di lavorare in palcoscenico con contaminazioni tra varie modalità di espressione artistica. Nonostante ciò, fino a ora, il tema non è stato ancora approfondito con concretezza e in modo organico e operativo. Un atteggiamento ostativo, soprattutto in Italia, di cui non riesco a capire le autentiche origini e le motivazioni. Negli ultimi anni, addirittura, si è registrata una regressione» è la prima riflessione.

«Ora, anche in funzione della nuova posizione direttiva che sono stato chiamato ad assumere, posso riconoscere che i numeri (dicasi gli incassi) sono molto importanti, per non dire essenziali nella gestione di un Ente teatrale . Non per questo, però, pur dovendosi conoscere e valutare con attenzione ogni rischio da ciò derivante, non si può rinunciare aprioristicamente alla possibilità di creare e realizzare spettacoli anche in modi alternativi, purché di altissima qualità artistica ed espressiva».

Malosti passa poi a desrivere più in dettaglio quanto si è fatto per Shakespeare/Sonetti.

«Mettendo da parte la contaminazione, in questa operazione c’è un altro aspetto importante: il lavoro che abbiamo deciso di effettuare sul testo, andando alla ricerca di un filo conduttore nel marasma originario dei versi, ottenendolo attraverso lo stravolgimento meditato dell’ordine dei sonetti e del recupero, attraverso una nuova traduzione teatrale sostanzialmente diversa dalle tradizionali poetiche, che andasse a recuperare la durezza del linguaggio del tempo e certe espressività più carnali e popolari, a volte francamente scurrili. Il tutto unendo alle parole, nel  miglior modo possibile. le arti visive e a la musica (a volte sfacciatamente ucronica. Nella prospettiva storico letteraria, se i libretti shakespeariani di «Venere e Adone» e de «Lo stupro di Lucrezia» si rivelarono, per i tempi, due autentici bestseller, le copie dei «Sonetti», stampate in numero decisamente inferiore, tanto da fare pensare a un “libro privato”, presto scomparvero dalla circolazione»

Malosti conclude il suo articolato intervento ricordando che se molti insistono sull’autobiografismo del Canzoniere, utile a meglio comprendere la personalità del drammaturgo, la cosa davvero importante è che è rimasto alal storia della letteratura e del teatro un testo di grandissimo valore. 

È poi la volta di Fabrizio Sinisi (recentemente nominato “drammaturgo interno” del Centro Teatrale Bresciano per le prossime tre stagioni).

«In questo insieme apparentemente disordinato di endecasillabi, una storia c’è (quella di un amore), anzi ce ne sono più di una, ove si considerino la presenza e il ruolo della monolitica dark lady (prostituta? nobildonna? fantasma letterario?) che trasforma la narrazione in quella di un complesso triangolo, una specie di Trinità Interiore, cui si aggiunge, a complicare ancora di più la trama, l’ulteriore incombere del Poeta Rivale. Nella mia interpretazione la dark lady diventa uno specchio opaco del narratore»

Conclude sottolineando come i Sonetti, pur potendo sembrare a primo impatto, un Canzoniere sentimentale, in realtà servono a Shakespeare per creare, attraverso l’esercizio poetico,  un vero e proprio “ambiente di prova” dell’amore. Che non risulterà vincente, alla fine, perché il primato anfrà, sempre e comunque alla forza della parola attraverso i versi.

L’ultimo intervento è riservato alla coreografa Michela Lucenti

«Non è la prima volta che lavoro con Valter, di cui apprezzo molto la nettezza delle idee e di ciò che chiede a chi lavora con lui. Nasco come danzatrice e lavoro sulla recitazione da molto tempo, così come fa abitualmente la mia compagnia. Ciò che abbiamo cercato di fare in questo lavoro è di accendere i corpi come se ci fosse un vibrante confronto tra i versi e la carne. La costruzione della parte fisica, della parte di contatto,  è stata inserita senza che la parte recitata venga meno, in una sovraesposizione di corpi che contribuisca a suggestionare ancora di più lo spettatore. E come piace a Valter (e molto anche a me) ci si è preparati al debutto innestando nel corso delle prove, continuamente, variazioni non previste dal copione».

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Goodmorning Brescia (81) – Se «L’ultima volta» continua a uccidere

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Il primo a salire sul palcoscenico del Piccolo Teatro Libero è l’autore della pièce, Biagio Vinella, che ha anche curato la regia insieme a Milena Bosetti.

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«Noi del Collettivo Teatrale Zazie facciamo “teatro utile”. Il che, in due parole, vuol dire parlare di argomenti importanti, come violenza contro le donne, razzismo e bullismo, attraverso i nostri spettacoli, non solo davanti a platee “amiche” (cosa che può risultare gratificante per il consenso ricevuto, ma sostanzialmente inutile), ma ovunque».

Si ricordi che, prima di questo lavoro, il Collettivo Teatrale Zazie ha al suo attivo, nell’ambito di un progetto sostenuto dal dirigente scolastico Giulia Coppini, dall’Assessore Roberta Morelli e dalla psicologa Franca Pagni, altre tre rappresentazioni: «Punti di vista», «Le mie parole» e «Caramelle da uno sconosciuto», tutti incentrati su tematiche sociali ed etiche e tutti programmati o in programma presso numerose scuole.

Poi comincia «L’ultima volta», che si avvale di suggestive scenografie elettroniche computerizzate.

«Ho bisogno di chiederti scusa guardandoti negli occhi»  è una delle prime frasi pronunciate da una delle giovanissime attrici (Livia Baroni, Giorgia Tonelli, Mariam Ghidoni, Camilla Fragomeno) che si alternano nella memoria dolente di un unico personaggio: una ragazza vittima della violenza di genere, che ricorda, momento per momento, vicende e parole che l’hanno portata a una morte prematura e acerba.

Ragazze che s’impegnano a fondo sul palcoscenico, investendo nella recitazione ognuna qualcosa di sé, prelevata dal profondo dell’anima. Con le voci giuste, quelle di giovani donne che cominciano ad affacciarsi alla dimensione degli adulti e a conoscere un mondo che non è facile amare.

«Vediamoci per l’ultima volta» e l’ultima volta sarà, perché è così che spesso finiscono certe storie di amore malato: con l’ennesimo inganno, l’ennesima trappola, infine mortale.

Come tutte le storie d’amore, però, l’inizio può essere romantico, esaltante, un sentimento d’infinita misura perché infantile, infantile proprio perché smodato, smisurato, irragionevole  e cieco.

Poi arrivano i primi tentativi di controllo, le manipolazioni, il processo di svalutazione di sé e di colpevolizzazione che mirano a isolare la parte più debole dal contesto sociale, prima dagli amici, poi anche dalla famiglia. Un “protocollo” inconsapevolmente subdolo e spietato, frutto non dell’astuzia del singolo ma retaggio di generazioni e generazioni di brutale supremazia maschile.

Le prime percosse, seguite, immancabilmente da scuse più false dei trenta denari di Giuda.

Le minacce, il malessere di chi subisce, e si abitua a subire, violenze fisiche e psicologiche di ogni tipo.

«Vediamoci per l’ultima volta» , sì, e nell’anima degli spettatori, come una lama, scende il gelo.

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   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (80) – A Brescia doppio femminile, con Gigì!

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Come di consueto è il Direttore del C.T.B. Centro Teatrale Bresciano, Gian Mario Bandera a introdurre la conferenza stampa, confermando anche per quest’anno, con piacere e soddisfazione,  l’ospitalità per questo appuntamento ormai ventennale che va in scena sempre in prossimità della festa della donna (quest’anno il 12 marzo)

«Moltissime donne, sia di Brescia, che delle Valli, che della Bassa, aspettano con trepidazione questa occasione di svago» ricorda Antonella Gallazzi (Spi CGIL Brescia).

«Un evento ricorrente, che curiamo con attenzione e impegno, ma che costituisce solo una parte di un più complesso calendario di attività che si susseguono per tutto l’anno» specifica subito dopo.
«Ci battiamo per i diritti anche economici delle donne, di previdenza,  di volontariato, di indigenza, di solitudine, disagio ed emarginazione, negoziando attivamente con i comuni e gli altri enti locali sulla base delle esigenze del territorio».

Passa poi la parola a Maria Luisa Battagliola (Fnp CISL Brescia) che illustra più nel dettaglio le finalità dello spettacolo.

«Sarà  un  momento ludico di cui (sommando gli spettatori delle due rappresentazioni) porteremo a teatro 1300 donne di cui molte, nella pomeridiana, provenienti da un totale di una quindicina di case si riposo e centri diurni. È per questo che la scelta è caduta su un’operetta le cui arie, probabilmente, a suo tempo cantavano i nostri cari anziani»

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Da parte di Maria Luisa Battagliola, Antonella Gallazzi e Angela Bolognesi (Uilp UIL Brescia), infine, viene colta l’occasione di mettere in evidenza come quello delle case di riposo, in un contesto di domanda sempre crescente per le note cause di progressivo invecchiamento demografico, sia un problema da affrontare con la massima decisione.

Il pagamento della retta, infatti, può avere sulle famiglie coinvolte un impatto a volte devastante. Per questo ci si sta muovendo in due direzioni. La prima è quella di fare pressione sulle amministrazioni, in particolare quella regionale, perché con il loro contributo il costo delle rette rimanga per quanto possibile contenuto. La seconda è un’azione di promozione e sostegno  di quegli interventi domiciliari che, in molti casi, almeno finché ve n’è la possibilità, contribuiscono a ritardare il sempre doloroso distacco tra gli anziani e le loro famiglie.

Ingressi su invito.

All’iniziativa è legata una sottoscrizione i cui proventi saranno destinati a progetti benefici principalmente legati a iniziative sociali in paesi del terzo mondo.

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musical di Alan Jay Lerner su musiche di Frederick Loewe

nuova produzione in esclusiva nazionale su licenza TAMS WITMARK – New York

 

allestimento scenico                               coreografie                                 direzione musicale

Jaro Ješe                                                  Cristina Calisi                                    Maria Galantino

adattamento e regia

CORRADO ABBATI   (di seguito le sue note di regia) :

Dagli stessi autori di My Fair Lady, premiato con 9 premi Oscar, ripreso trionfalmente a Broadway, arriva ora nei teatri italiani: Gigì (innamorarsi a Parigi), il musical di Lerner e Loewe, tratto dal famoso racconto di Colette.

A sessant’anni dalla nascita di questo musical (1958) ho pensato di riportarlo in Italia (a Broadway il suo revival è un grande successo!) e per la prima volta nella sua versione originale valorizzando (finalmente!) lo spartito di Gigì: una partitura raffinata, gradevole, allegra e orecchiabile e mai banale: Loewe con poche pennellate musicali ci riporta con straordinaria arguzia alle atmosfere parigine di primo 900. Altro punto di forza di questo Musical è il lusso dell’ambientazione e lo sfarzo dei costumi che sicuramente non mancherà in questa edizione in una rielaborazione immaginifica e con quel tocco di classe che sottolinea da tempo le nostre produzioni. Ma il lavoro non si è fermato ad una elegante messa in scena, bensì a valorizzare quelli che sono i veri punti di forza di questo Musical: la già citata musica, lo sviluppo e l’evoluzione dei personaggi e le tante spettacolari scene di massa. Questa Gigì vorrei dunque che fosse, anche per voi, come bere una coppa di champagne, come respirare l’aria effervescente, spensierata, piena d’allegria in una Parigi da innamorati.

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   Bonera.2

 
Categorie: Giorni d'oggi.

Dalla carta al palcoscenico, Pirrotta racconta una guerra che non finisce mai

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Il libro:

Il libro «Teatro» è una raccolta di cinque atti unici («All’ombra della collina», «Malaluna», «La ballata delle ballate», «La grazia dell’angelo» e «Sacre-Stie»), che ha per argomento centrale la mafia ma nel quale emergono altre tematiche relative alla realtà e alla tradizione siciliana. Un’ennesima ma non banale di una lingua e di una cultura visceralmente mediterranea, ma collegabile logicamente ed emotivamente ad altre culture anche lontane. Un fenomeno di straordinaria ubiquità espressiva e artistica che vede l’Autore-Attore avventurarsi in un ardito viaggio spazio temporale restando con i piedi bene piantati nella terra, nella sabbia e nel mare di Trinacria. 

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Titolo: Teatro
Autore: Vincenzo Pirrotta
Editore: Editoria & Spettacolo
Anno: 2011
Pagg: 220
Prezzo 15,00 
EAN: 9788897276159

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Lo spettacolo:

Secondo la nuova tendenza le due coreute che affiancano Vincenzo Pirrotta in questo atto unico di grande intensità attendono il pubblico che si va ad accomodare in platea già in scena, arrampicate sulla semplice ma suggestiva scenografia immersa nel buio, mentre il battito amplificato di un cuore scandisce l’attesa. Quando le luci si accendono, illuminando il palcoscenico, ecco che il nero diventa bianco abbagliante, ecco che si manifestano alcune sedie per un popolo che non sarà mai comodo, una scala che sale verso l’alto per un popolo che dovrà sempre lottare per non  inabissarsi ancora di più. 

Anche i tre attori indossano vesti bianche, più judogi che tute, o pigiami, con Pirrotta che, come spesso gli accade, lascia scoperto il torace, per sottolineare ancora di più, qualora ce ne fosse ancora necessità, la carnale fisicità che è solito sfoggiare in tutte le sue recite.

E c’è una strana commistione tra cadenze dialettali sicule, sonorità da scacciapensieri, nenie orientali da tempio scintoista o da samurai, in questa singolarissima pièce. Una storia di morte e di morti, di uccisori e di uccisi, di vittime, divise tra innocenti e consapevoli, e brutali, irridenti monaci dello sterminio. Scorrono a nastro, a incastro, in sovrapposizione, crudeli eliminazioni, scorrono fiumi di sangue che si incrociano e si contaminano, confondendo lo spettatore, con assoluta volontà di farlo, travolgendolo in una corrente di dolore, di raccapriccio, che, inevitabilmente, si trasformano in indignazione.

Perché «Manca sempre il tempo di resettare l’Universo dopo avere vuotato i cassetti», perché i numeri delle date di sangue si succedono come una macabra litania, una speciale cabala del Male, mentre Pirrone si batte il petto, come una vittima dolente, un assassino pentito o un carnefice orgoglioso del massacro che sta portando avanti, chissà.

Si passa, penosamente, senza cesure, senza tregua, dai picciotti massacrati per un piccolo sgarro ai grandi, al giornalista troppo curioso, al magistrato macellato all’uscita della messa, al poliziotto inviso alla Cupola preso a fucilate da un killer che ride mentre spara, al ragazzino sciolto nell’acido per l’unica colpa di essere il figlio di un infame. 

Certo, chi conosce meglio fasti e nefasti della terribile guerra di mafia che insanguinò la Sicilia forse è in grado di apprezzare meglio le sfumature, ma ciò che interessa l’autore e regista, cioè creare una sinfonia funebre che porti ciascuno a esecrare una simile, bestiale violenza, viene colto in pieno.

Più che uno “Spoon River” alla siciliana, come pure molti critici, superficialmente, lo hanno battezzato, la pièce ricorda un susseguirsi di fogli staccati da un calendario, grondante di sangue, che solo un mare di lacrime salate, forse, può riuscire a lavare.

Lo si capisce, perfettamente quando, nell’imminenza del calar del sipario.  le due straziate, aggraziate e composte corifere, perfette nella loro parte, stendono un triste bucato ad asciugare al sole.

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ALMANACCO SICILIANO

DI ROBERTO ALAJMO
REGIA DI VINCENZO PIRROTTA
MUSICHE MARCO BETTA E FRATELLI MANCUSO
SCENE CLAUDIO LA FATA
LUCI NINO ANNALORO
COSTUMI VINCENZO PIRROTTA
CON ELISA LUCARELLI, CINZIA MACCAGNANO, VINCENZO PIRROTTA
PRODUZIONE TEATRO BIONDO PALERMO

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (77) – Vicolo delle Stelle e l’Arte

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Mille pagine.
Ottocentoquarantacinque artisti severamente selezionati e raccontati in modo analitico.
Novantotto euro per averne una copia.

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Questi i crudi numeri del fascicolo 53 del Catalogo dell’Arte Moderna, edito per le stampe dell’Editoriale Giorgio Mondadori (Gruppo Cairo), presentato poche ore fa nella bella sede dell’ Associazione Artisti Bresciani, al numero 4 di vicolo delle Stelle.

 

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Numeri elencati con soddisfazione da Carlo Motta, direttore editoriale del Catalogo, che ha introdotto l’evento, che ricorda anche alcuni interessanti percorsi tematici inclusi nella pubblicazione, quali articoli sulle “Donne artiste” e sulla cosiddetta “Arte povera“.

«Non c’è una risposta univoca sulla individuazione e determinazione del concetto di bellezza, neanche partendo dal concetto di estetica. Sembra quasi, anzi, paradossalmente, che talvolta, l’Arte e l’Artista vogliano restare estranei a e stessi» è l’esordio del critico d’arte  e scrittore Andrea Barretta, che spiega così il titolo assegnato all’evento, vale a dire “L’arte e la bellezza: una storia anche editoriale”.

«Quello di bellezza, in realtà, è un concetto in continuo divenire, attraverso un difficile percorso fatto di abiure e demolizioni, per arrivare a una concezione soggettiva che si oggettivizza nello scorrere del tempo, nel variare delle tendenze letterarie e delle correnti di pensiero»

La conclusione è che, fatte queste premesse, il Catalogo deve rispecchiare, evolvendosi di anno in anno, questa ricercata “bellezza”. Soprattutto, in un momento di incertezza quale il presente, il Catalogo deve costituire un punto fermo di ordine e certezze, chiarendo, per esempio, che certe discipline (come il design e la scenografia, che pure costituiscono forme espressive degne di attenzione, rispetto e  ammirazione, ove gestite ai massimi livelli) non sempre e non necessariamente sono da considerare opere d’arte.

Con un breve e incisivo intervento teso a illustrare la parte operativa, commerciale, promozionale e distributiva della rivista chiude l’evento la sempre brillante Luana Baraccani.

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Nella sala erano esposte le opere dell’Artista di Grumello del Monte Enrico Schinetti (nell’ambito della mostra intitolata “Tra i giardini e l’altrove“)  che proprio nella sede della AAB – Associazione Artisti Bresciani, nell’ormai lontano 1970, tenne  la sua prima mostra.

«Le nuove opere di Enrico sembrano segnare una catartica meta del percorso: il mito pare trovare nell’artista una cosciente accettazione, una immanente affermazione, sia come simbolo dei valori che si era pietrificato nelle sculture emergenti dai giardini, che come emblema della inquietudine delle passioni e della ricerca del senso di vivere, con i personaggi che un tempo si aggiravano furtivi e digrignanti»  scrive Marco Ticozzi nell’elegante libretto di presentazione della mostra, dopo aver ripercorso i cicli artistici del pittore: negli anni 70 Monumenti seguiti da Test e Teatri non immaginari per poi arrivare, attraverso il ciclo Problemi di Ulisse, al Giardini Ateniesi.

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Un’ultima annotazione: tra il folto pubblico che gremiva la sala, si è notata la presenza dell’attore Sergio Isonni e (nella foto ai lati del pittore Enrico Schinetti) dell’artista Gi Morandini e di Patrizio Pacioni.

 

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