Goodmorning Brescia (109) – I vividi colori bresciani di Giambattista Tiepolo

Che sia un appuntamento di storia dell’arte a riempire una sala, è circostanza piuttosto inconsueta e sempre ben gradita.

Nella circostanza si è trattato della conferenza «Giambattista Tiepolo a Brescia e nel Bresciano» tenuta dalla prof.ssa Fiorella Frisoni, docente dell’Università degli Studi di Milano, nell’ambito del ciclo d’incontri  «I pittori veneti in Lombardia» pensato e organizzato dalla Fondazione Civiltà Bresciana.

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«L’intento di questo ciclo di conferenze non è tanto di parlare del percorso generale degli artisti ma di mettere a fuoco i loro percorsi bresciani» spiega, prima di lasciare la parola alla relatrice che, come aggiunge subito dopo, «continua a coltivare gli amati artisti (e le artiste!) bolognesi del ‘700»

«Anche se l’influsso di Giambattista Tiepolo  non è stato tale da modificare significativamente il percorso artistico locale, di certo ne ha influenzato molti artisti» esordisce la professoressa Frisoni. Poi, grazie ai suoi commenti e alle sue spiegazioni, erudite ma al tempo stesso perfettamente comprensibili e assimilabili per tutto il pubblico presente, parte un viaggio fantastico tra i siti bresciani “toccati” dalla magistrale mano: dall’Ultima Cena del Duomo di Desenzano (per il quale si può ipotizzare anch e l”intervento del figlio Gian Domenico, magari in un secondo momento)  si passa ai teleri della Collegiata di Verolanuova, alla straordinaria Pala di Folzano, per finire all’ipotesi del coinvolgimento di Giambattista Tiepolo nel ciclo decorativo del presbiterio di San Faustino, a Brescia.

È un susseguirsi di quadri con accostamenti cromatici forti e arditi (non solo per i tempi)  e accorgimenti  scenografici (i dipinti ricordano l’allestimento di un palcoscenico
in cui i toni si affievoliscono sul fondale) secondo lo stile del Maestro. Pennellate corpose,  soluzioni estetiche innovative, grandissima attenzione per i particolari, soprattutto i più singolari.Un godimento per gli occhi e un arricchimento per la mente, grazie all’analisi approfondita mail tempo stesso fresca e leggera della conferenziere: per ogni dipinto c’è un dettaglio appetitoso, e/o un riferimento storico suggestivo, un collegamento sorprendente, un gustoso aneddoto.

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Poi, inevitabilmente, nonostante le intenzioni in premessa, si arriva a discettare dello stile di Giambattista: in certe occasioni, forse, anche vagamente retorico, ma così potente da provocare autentiche accensioni cromatiche che favoriscono  sorprendenti esplosioni luminose. La nettezza dei contorni, le innovative e ardite  “prospettive dal basso”  mosse dal vento, la continuazione degli spazi oltre la struttura architettonica.

Giovedì prossimo, nella stessa sede, per lo stesso ciclo, parlerà di Tiziano il già citato professor Luciano Anelli.

Consiglio, a chi potrà, di essere presente.

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I protagonisti dell’incontro:

Fiorella Frisoni, dal 2006 insegna Storia dell’arte moderna, corso avanzato,p er il corso di laurea magistrale in Storia e critica dell’arte. Pubblicazioni più significative negli ultimi 3 anni: ♦ Una Sirani ancora più “vera” , in Elisabetta Sirani, “pittrice eroina”, 1638-1665, catalogo della mostra ( Bologna, Museo Archeologico) a cura di J. Bentini e V. Fortunati, Editrice Compositori, Bologna, dicembre 2004, pp. 76-89 [ e schede critiche, pp. 175-179, 181-183, 185-189, 198, 209, 211, 212-216, 234, 238-240, 241, 253-256, 262-265]; ♦ Spigolature nella pinacoteca Tosio Martinengo: il Seicento emiliano e altro, in Da Romanino e Moretto a Ceruti. Tesori ritrovati nella Pinacoteca Tosio Martinengo, catalogo della mostra (Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo) a cura di E. Lucchesi Ragni e R. Stradiotti, Linea d’ombra Libri, Conegliano, febbraio 2006, pp. 35-51 [e schede critiche, pp. 114-127]; ♦ Girolamo Romanino, Pala di San Domenico, in L’ultimo Romanino. Ricerche sulle ultime opere del pittore bresciano, catalogo della mostra (Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo) a cura di F. Frangi e R. Stradiotti, gennaio 2007, pp. 66-68; ♦ Le pale d’altare e La decorazione pittorica della Parrocchiale di Sale Marasino nel quadro del UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MILANO FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA Settecento bresciano: gli affreschi di figura, in Storia ed Arte nella chiesa di San Zenone a Sale Marasino, a cura di F.Frisoni e A. Burlotti, FdP Editore, Marone (Brescia), novembre 2007, pp. 89-112; 135-159; ♦ Pietro Marone e Tommaso Bona: due pittori bresciano fra Moretto e Lattanzio Gambara e Pietro Marone e Tommaso Bona, le “Storie di san Pietro” nell’antica cattedrale, in Brescia nell’età della Maniera, catalogo della mostra (Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo) a cura di R. Stradiotti ed E. Lucchesi Ragni, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, novembre 2007, pp. 81-95, 194-199 [e schede critiche, pp. 200-214]; ♦ I dipinti della Fondazione Malossi di Ome. Nuove proposte attributive, in «Civiltà bresciana», a.XVII (2008), nn. 1-2, pp. 117-132.

Luciano Anelli, originario di Brescia, si è dedicato per anni all’insegnamento delle discipline umanistiche in varie scuole, prima di assumere la Presidenza dell’Istituto d’Arte di Brescia. Ha infine assunto l’incarico di insegnamento di Teoria del Restauro e di Storia delle Tecniche Artistiche presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Ha pubblicato circa settecento articoli in giornali e riviste specializzate, prevalentemente di carattere storico-artistico, ma anche interventi di costume, curiosità e viaggi. Ha pubblicato inoltre una trentina di libri che raccolgono in monografie soggetti e pittori che prevalentemente vanno dal Tardo Cinquecento all’Ottocento.

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   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (107) – Paola Barbato, scrittrice bresciana una e trina

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Paola Barbato torna alla libreria Serra Tarantola di Brescia con un nuovo romanzo intitolato 《Io so chi sei》, e ritrova i numerosi lettori che la seguono in città e dintorni.
Ovunque vada, per presentazioni, fiere ed eventi vari, non manco di manifestare la mia brescianità》 premette, con malcelato orgoglio di appartenenza, prima ancora che Gian Paolo Joao Laffranchi cominci a intervistarla. E, per non lasciare il minimo dubbio, si avvolge nello stendardo biancazzurro, completo dell’effigie della Leonessa, che un fan le ha appena consegnato.
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Poi si comincia, con un affiatamento tra intervistatore e intervistata che rende il dibattito tra Paola e Gian Paolo al tempo stesso fluido e serrato.
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Non c è niente di solito nei romanzi di Paola.  Leggere questo romanzo è  come salire su un autobus e non poter scendere finché non si arriva al capolinea
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L’idea risale al 2013 ma ho aspettato di pubblicare Non ti faccio niente e ho cominciato a scrivere Zoo prima di dedicarmi con convinzione alla stesura di questa storia, nata da una costola di un libro ancora non terminato. In Zoo i personaggi sono chiusi in una gabbia, all’interno della quale accadono cose orribili,  ma fuori chi c’è ad aspettare, a trepidare per parenti, amici o conoscenti misteriosamemte scomparsi? Insomma, più che di un sequel, si tratta di una storia laterale
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Poi, a quanto ne so, ci sarà anche una terza fase, collegata ma indipendente, nel senso che sarà il seguito di entrambe le storie 》
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Confermo, con l’aggiunta che farò ogni sforzo perché anche la terza parte di questa trilogia… anzi no, la chiamerei piuttosto  “poli-bilogia”, possa costituire una lettura autonoma, da affrontare e apprezzare cioè anche qualora non si fossero letti gli episodi precedenti
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Obbiettivo ambizioso e sfidante, ma insolito nella pratica letteraria e difficilmente raggiungibile
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Sarà anche insolito e non agevole, ma certamente non costituisce una novità assoluta: qualcosa del genere tentò già di fare King con l’operazione DesperationI vendicatori (peraltro non tra le  opere più riuscite dello scrittore del Maine, a mio avviso)
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Oltre alla stordita Lena e al bieco Caparzo (i principali personaggi del libro, dei quali ci occuperemo più avanti) c’è anche un terzo personaggio inanimato: il cellulare
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《Il cellulare, a pensarci bene, è diventato qualcosa di diverso e di più di uno strumento di comunicazione, la cui mancanza, anche temporanea, può conferire (e conferisce) ansia a ciascuno di noi. Il rapporto con questo oggetto può diventare inquietante da un momento all’altro, aprendo percorsi impensabili le cui conseguenze risultano imprevedibili. Pensiamo di poterlo controllare,  ma basta che il nostro numero entri in possesso della persona sbagliata e… 》
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Parliamo di Lena, personaggio scomodo, tendenzialmente mediocre, fatalista, restio adassumere qualsiasi tipo di responsabilità, anche nei propri confronti e sostanzialmente incapace di prendere qualsiasi tipo di decisione importante, ma capace di diventare protagonista di un romanzo corposo come questo
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A volte è  più interessante un forte personaggio grigio (come Lena, una che guarda scorrere la vita e che si compiace di restare a sguazzare  nella propria mediocrità) o negativo, di un opaco personaggio positivo. Poi può sempre capitare, come appunto nel caso di Lena, che l’inferno si scateni proprio quando arriva al salvataggio l’Eroe 
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L’eroe? Non ti riferirai mica a Caparzo!
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Caparzo è uno di quelli ai quali non piace l’Umanità,  un poliziotto che si muove come un animale, quieto all’apparenza e feroce all’occorrenza, cattivo ma accattivante e, sostamzialmente, un animale. Anzi, una belva
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Torniamo a Lena e a quella sua voce interiore che finisce per renderla, per il lettore, un soggetto degno di attenzione e d’interesse
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Quello di dare spazio e voce alla “voce interiore” fa parte di un modulo narrativo che utilizzo abitualmenteo, evidenziato anche graficamente con l’uso del corsivo. In questo caso molto utile a raccontare di una personalità oltre modo problematica
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Ci sono tanti personaggi collaterali scolpiti con grande cura. Li hai pensati e sagomati  prima di cominciare la stesura dell’opera, ovvio nella fase di definizione del plot, oppure…》
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Oppure.  Ferma restando la preconoscenza della trama, i personaggi decidono da soli il proprio destino nel corso della narrazione
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C’è anche un cane…》
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Un personaggio cardine, sì. Un animale che,  nonostante la tarda età e un occhio leso, sa vedere e discernere meglio di tanti esseri umani
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È la più ambiziosa delle tue fatiche letterarie?》
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Decisamente sì , anche per la difficoltà intervenuta a un certo punto, di distinguere tra loro le due storie  (Zoo e di Io so chi sei – n.d.r.) che, nella mia rappresentazione mentale, si miscelano e si fondono in un unico grande affresco
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Cosa c’è nel futuro di Paola Barbato Autrice? Ancora thriller? Ancora paura?
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Anche questo sicuramente e inevitabilmente. Ma c’è qualche idea molto prossima alla fantascienza che mi gira per la mente...》
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  Paola si racconta

Sono nata a Milano il 18 giugno 1971 da mamma pubblicitaria e papà idrobiologo. Ma a Milano sono rimasta solo un anno e gran parte della mia vita l’ho trascorsa a Desenzano del Garda, per cui mi definisco “fieramente bresciana”. Per quanto ricordi ho sempre scritto e disegnato molto, i miei primissimi fumetti, di cui raramente faccio parola, han visto la luce intorno agli 11 anni. La comunicazione scritta per me è sempre stata fondamentale …

I LIBRI DI PAOLA (e altro)

    Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Ex Libris (22) – Oh quante belle Dame, madama Carlà!

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Di Carla Boroni ho recensito altri libri (ricordo per esempio il bel saggio  «Appunti per il mio ‘900», questo il link della recensione postata a fine 2016: https://cardona.patriziopacioni.com/ex-libris-8-eh-cara-carla-si-fa-presto-a-dire-900/). Di lei ho sempre apprezzato quel cocktail di difficilissima preparazione costituito da erudizione, facilità di scrittura e capacità di sintesi e descrizione dei maggiori personaggi, fenomeni e movimenti culturali.

In  «Donne di cuori, donne di picche»  il lavoro, ancora una volta, riesce alla perfezione. Pochi ma significativi esempi di come il rapporto con il genere femminile possa influire, nel bene o nel male (cuori e picche, appunto) sulla nascita, sullo sviluppo e -a volte- anche sul declino di una carriera artistica. Ma vediamo da più vicino di cosa si tratta.

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C’è la donna passionale e indipendente, che si concede all’Artista, sì. ma non proprio tutta e non proprio fino in fondo. Scivolosa, sfuggente e, proprio per questo, ancora più attraente e affascinante.

C’è la donna mamma (non solo come figura, ma anche nell’accezione letterale del termine, visto che continua a partorire figli uno dopo l’altro nonostante ogni nuova gravidanza la sfianchi più della precedente), che si consuma come una candela per l’Amato.

C’è la genitrice algida e arcigna, che nega ogni tenerezza al figlio smarrito e complessato che ne reclama l’affetto.

C’è la donna creata sulla carta, ispirata forse all’Autore da un’altra donna, in carne e ossa, ma che prende vita propria e con l<’autore intesse una lunga (letteraria) storia d’amore.

C’è la sorella, amata, inseparabile, invadente, che preclude ogni spazio a ogni altra donna si avvicini o sembri avvicinarsi al Poeta.

C’è la Femme Fatale, l’attrice, la Divina, che incrocia la propria strada con l’Homme Fatal, l’avventuriero, il visionario, l’insaziabile, dando luogo a un passionale e sregolato scintillio di lame.

C’è la moglie perfetta. La roccia cui tenersi quando la vita frana, il salvagente con il quale galleggiare quando sale la marea.

C’è La donna in carriera (letteraria) matura e navigata che seduce il giovane Scrittore, irretendolo in una serie di fughe, di ritorni di fiamma, di gelosia impotente e indispettita. Chje altro non fa che riaccendere ogni tizzone rimasto sotto la cenere

C’è la donna della vita, l’altra metà di sé, che amerà il compagno e da lui sarà amata fino alla morte: prima la propria, poi quella di lui.

C’è l’amore virtuale, una volta per mezzo di un continuo rimpallo di epistole, invece che attraverso una tastiera e una chat. Sempre a un passo dal diventare carnale, ma mai (o quasi mai) trasformato in tale.

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Adesso associate alle figure femminili di cui sopra i seguenti rapporti:

Antonietta Fagnani Arese e Ugo Foscolo

Enrichetta Blondel e Alessandro Manzoni

Adelaide Antici e Giacomo Leopardi

La Pisana e Ippolito Nievo

Maria e Giovanni Pascoli

Eleonora Duse e Gabriele D’Annunzio

Lina Woefler e Umberto Saba

Sibilla Aleramo e Vincenzo Cardarelli

Jeanne Dupoix e Giuseppe Ungaretti

Lucia Rodocanachi ed Eugenio Montale

Dieci grandissimi scrittori, dieci figure femminili, donne di cuori e donne di picche, appunto, capaci di esaltare la creatività di poeti e narratori, con le buone o con le cattive, ma anche di stroncare le loro carriere letterarie se non anche di dannare le loro anime.

Carla Boroni si muove attenta e leggera tra loro, con la grazia di una danzatrice, con armonia e incisività di analisi,  donna capace di capire altre donne, studiosa abile a individuare e isolare con precisione chirurgica i brani più significativi composti da ogni artista citato, e di proporli al momento giusto.

Una preparatissima guida che prende per mano il lettore, immergendolo, letteralmente, nell’epoca di riferimento e nello spirito dei tempi, favorendo una visione immaginifica ma estremamente reale dell’ambiente e dei personaggi narrati.

Non la conoscenza in assoluto, ovviamente, ma il modo più garbato e incisivo, favorito dall’estrema scorrevolezza del tratto, per suscitare in chi legge quella curiosità che sola può portare ad approfondire, oltre alla biografia di alcuni dei maggiori protagonisti dell’800 e del ‘900 letterario, anche le loro opere e le motivazioni personali e le  linee guida dell’anima che ne  ispirarono la creazione.

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Titolo:  Donne di cuore, donne di picche

Autore:  Carla Boroni

Anno: 

Casa editrice: SEFER

Pagine:  154

Prezzo:  14  €

ISBN:  978-88-99144-22-7

 

 

   Il Lettore

Categorie: Scrittura.

Goodmorning Brescia (104) – Via Vantini e i vantaggi del vintage

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39 Vantini Oldstyle  è un ampio showroom, strutturato su due piani, con esposizione di oggetti di antiquariato, modernariato e mobili d’epoca che, come dice il nome, è situato al numero 39 di via Rodolfo Vantini, a pochi passi da viale Italia.

L’esito dell’idea meravigliosa di un gruppo di professionisti esperti del settore che ha portato, due anni fa, all’apertura del negozio.

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«Oltre a tutti i singolari e raffinati oggetti che vedi esposti, nel nostro showroom c’è un angolo dedicato agli orologi d’epoca (con la presenza di un tecnico specializzato nella preparazione ogni domenica e lunedì) e uno spazio riservato, al piano superiore, ha uno studio di progettazione di arredi di interni, operativo tutta la settimana» mi dice Mario Gaburri, facendomi da guida tra centinaia di oggetti che non posso fare a meno di immaginare collocati nelle mie case.

«Ma 39 Vantini Oldstyle non è solo questo. Per scelta aziendale ospitiamo con regolarità e continuità  ogni tipo di eventi e manifestazioni culturali: presentazione di libri, esposizione di foto e quadri, piccoli spettacoli teatrali e appuntamenti gastronomici e di degustazione vini,  nell’intento di permettere ai nostri visitatori di familiarizzare con la merce esposta, la cui qualità curiamo meticolosamente e rigorosamente, in situazioni inusuali e rilassanti» aggiunge, con l’espressione soddisfatta e il tono di voce di chi è gratificato dal proprio lavoro.

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«I nostri orologi antichi, generalmente ante 1970, sono cercati e in tutto il mondo, attraverso i nostri siti» interviene compiaciuto Paolo Pezzotti.

«Non era raro che mi contattino anche solo per avere consulenze tecniche e commerciali, e io non mi tiro mai indietro» .

E, intanto, mi mostra alcuni dei pezzi più pregiati.

Il colloquio si chiude con un ulteriore intervento di Mario Gaburri.

«Il prossimo 27 settembre partirà alla terza edizione della gara per moto d’epoca “Brescia-Napoli” riservato a motociclette con oltre 50 anni di età» ci tiene ad annunciare.

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«Una gara a squadre nell’ambito di un viaggio nel tempo oltre che nello spazio, nella quale risulterà valorizzata la bellezza estetica delle moto, risultando decisivo per l’aggiudicazione dell’esito di un contest fotografico on the road».

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Inutile dire che, a suo tempo, Goodmorning Brescia si occuperà anche di questo.

Nel frattempo, questi i riferimenti della Rete accedere a cataloghi / proposte di mobili antichi, complementi di arredo, orologi, moto, quadri, sculture e quant’altro:

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http://www.39vantini.it/

http://www.vecchioebello.it/

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  Bonera.2

 

Categorie: Senza categoria.

Goodmorning Brescia (103) – La danza… della Leonessa

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«Basti dire che a Brescia gli adepti di Tersicore, musa protettrice della poesia corale e della danza, sono più dei praticanti di football»  fa notare,  nell’articolo apparso sul Corriere della Sera di ieri, sornione come e più di sempre, Costanzo Gatta.

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Insomma. la Leonessa si rivela assai più “ballerina” di quanto si potesse sospettare.

Absit iniuria verbis, naturalmente: l’aggettivazione sia intesa in senso letterale, cioè senza alcun riferimento alla ormai incombente e incertissima consultazione elettorale che stabilirà a chi, nei prossimi anni, saranno attribuiti onori e oneri dell’amministrazione della Città.

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Con passo leggero e ritmo da provetto danseur, dunque, Costanzo Gatta volteggia per le scuole di danza disseminate in tutta la città: da Carpenballet di Maurizia Camplani a Danza Laboratorio di Antonella Massussi, da Laura De Buono ad Areazione di Stefania Talia , dal Centro Danza di Orietta Davoli a Cristiana Facchini, dalla Forza e Costanza di Nadia Bussien allo Studio 76 di Alessandra Angiolani e Michela Busi, è tutto un germogliare di arabesque, brisé, cabriole, degagé (e si potrebbe andare avanti, seguendo l’ordine alfabetico, almeno fino alla “t” di tendu) .

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Nell’intelaiatura del “pezzo”, come spesso gli accade di fare, l’articolista inserisce alcuni fili d’oro abilmente nascosti per il momentoi: l’accenno a tre giovani eccellenze bresciane che in futuro, certamente, faranno parlare di sé:

«Non a caso una ragazza di dieci anni sta sostenendo esami di ammissione alla Scala, un sedicenne è entrato fra i cadetti del Bolshoi e un terzo ha danzato con Bejart»  ammicca, lasciando abilmente la questione in sospeso.

Praticamente un trailer, anzi tre trailer: scommettiamo che di queste tre giovabi eccellenze bresciane, lo scaltro Costanzo  tornerà a parlarci a breve?

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   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Nell’ultima di «Teatro Aperto» trionfa l’invincibile gelo dell’anima

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Nei venti anni trascorsi tra il 1998 (allorché Bryony  Lavery  scrisse “Frozen” ) e oggi, sono cambiate moltissime cose, ma il dramma conserva una grandissima attualità.

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Una voce narrante (Silvia Quarantini) e tre personaggi: Ralph (Fulvio Pepe), Nancy (Elisabetta Pozzi) e Agnetha (Lucilla Giagnoni) per narrare una storia intensa e tragica.

Nancy è una normalissima donna inglese, fin troppo attaccata al suo hobby, in giardinaggio. Uno di quegli esseri umani, e ce ne sono moltissimi, che non sapendo (o non potendo) apprezzare la placida gioia di un tranquillo tran tran, si complicano e si inacidiscono l’esistenza con dissidi piccoli, ma dolorosamente urticanti, nell’ambito della propria famiglia o delle proprie amicizie: nel caso di Nancy bisticci e contrasti riguardano le due figlie e la madre.

Agnetha, invece è una psichiatra newyorkese, ma originaria dell’Islanda, con la fobia del volo. Vive negli Stati Uniti, esercitando la propria professione con coscienziosa competenza e successo professionale e, almeno in apparenza, nulla la lega alla casalinga inglese.

A far convergere le due rette che, altrimenti continuerebbero a procedere in parallelo, è lui, Ralph, il mostro della casa accanto. Un uomo frustrato, sopravvissuto a un’infanzia di abusi e violenza somministrata da un padre padrone, al prezzo di un’instabilità mentale che lo ha trasformato in un gelido serial killer.

Molteplici i temi individuabili nella narrazione.

L’orrore che si nasconde nelle pieghe della banale e ripetitiva normalità della vita quotidiana. La natura sostanzialmente rassicurante delle piccole paranoie quotidiane che fanno da scudo all’incombere di un destino fatale. Il devastante impatto della violenza, sia sulle vittime che su coloro che a esse sopravvivono. L’inutilità terapeutica della vendetta. L’orribile vuoto che causa il male e che dal male è lasciata su carnefici e vittime. L’impossibile elaborazione del lutto di fronte alle devastanti tragedie che colpiscono un congiunto, soprattutto quando si tratta di un figlio: non serve la rabbia, non serve la rimozione, non serve lo scorrere del tempo, non serve neanche il perdono. Perché senza capire non se ne viene fuori ,ma capire, in certi casi, è impossibile.

Perché, come dice la razionalissima Agnetha, «Tra il peccato e la colpa c’è  lo stesso rapporto che c’è tra sintomo e malattia”,

Forte il testo (che, del resto, si è già aggiudicato numerosi quanto significativi riconoscimenti nei più importanti concorsi britannici di drammaturgia) in continuo crescendo di pathos, fino alla nemesi finale.

Bravissimi gli attori.

Intrigante, per gli spettatori che gremivano il San Carlino, la possibilità di vedere interagire due stelle di priuma grandezza come Elisabetta Pozzi e Lucilla Giagnoni.

Ancora vincente e convincente la sperimentazione di questa prima stagione bresciana di letture sceniche raccolte sotto il titolo di “Teatro Aperto”.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

«Solaris» in palcoscenico resta a metà tra fantascienza e psicoanalisi

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Il romanzo:

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Tit. originale: Solaris

Autore: Stanisław Lem

Edizione: Sellerio Editore (anno 2013)

Traduttore: Vera Verdiani

Pagine: 316

ISBN-10: 8838929106

ISBN-13: 9788838929106

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La trama:

Un astronauta, in arrivo dalla lontanissima Terra, arriva alla stazione spaziale che gira intorno al pianeta Solaris, dotato di un vastissimo oceano, conosciuto come “il grande pianeta vivente”: secondo le leggi della fisica, infatti, si sarebbe dovuto distruggere, ma qualcosa, che sembra legata a una reazione cosciente, ha evitato la catastrofe. L’accoglienza è inquietante: dei pochi occupanti della stazione spaziale uno è morto recentemente, ma coloro che sono rimasti preferiscono parlarne il meno possibile. Angoscia latente, sinistre presenze, oggetti che prendono vita.

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I film:

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  1972

Regia Andrej Arsen’evič Tarkovskij
Interpreti e personaggi
·         Donatas Banionis

·         Natal’ja Bondarčuk·  

          Jüri Järvet

·        Anatolij Solonicyn 

·         Sos Sarkisjan

·         Vladislav Dvoržeckij

·         Nikolaj Grin’ko

·         Ol’ga Barnet

·         Tamara Ogorodnikova

·         Georgij Tejch

·         Julian Semёnov

·         Ol’ga Kizilova

   2002

Regia Steven Soderbergh
Interpreti e personaggi

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Lo spettacolo:

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DRAMMATURGIA DI FABRIZIO SINISI
DA STANISLAW LEM E ANDREJ TARKOVSKIJ
E CON IL CONTRIBUTO DELL’ATELIER D’ÉCRITURE
DIRETTO DA LAURA TIRANDAZ ALL’UNIVERSITÉ D’AVIGNON
REGIA DI PAOLO BIGNAMINI
SCENE E AIUTO REGIA FRANCESCA BARATTINI
DISEGNO LUCI FABRIZIO VISCONTI
CON DEBORA ZUIN, GIOVANNI FRANZONI, ANTONIO ROSTI
PRODUZIONE CTB CENTRO TEATRALE BRESCIANO
IN COLLABORAZIONE CON SCENAPERTA ALTOMILANESE TEATRI

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La lettura drammaturgica  operata da Fabrizio Sinisi, mirata a esaltare i temi dei limiti della ragione terrestre e della interpretazione da parte dell’uomo non solo delle logiche che animano esseri alieni (intesi come unità viventi diverse da sé), ma anche dei propri processi mentali, nulla ha a che fare con le due trasposizioni cinematografiche del romanzo. Nelle due pellicole, infatti, erano state messe più in risalto tematiche di carattere fantascientifico (come il mistero dell’Oceano Vivente) o sentimentali (il rapporto tra Chris Kelvin e sua moglie Rheya  morta suicida (ovvero il suo clone).

Operazione ambiziosa ma non perfettamente riuscita: la claustrofobica staticità della stazione orbitale, unita ai dialoghi che appaiono eccessivamente dotti e cerebrali, ingabbiano la regia di Paolo Bignamini appesantendo il ritmo dello spettacolo e rendendo difficoltoso, da parte dei tre pur bravi interpreti Debora Zuin, Giovanni Franzoni e Antonio Rosti, una recitazione più naturale e precludendo l’effettivo coinvolgimento del pubblico.

Essenziale la scenografia, basata sulla incombenza di un sole rosso appeso nel nero dell’universo e su piattaforme che rendono piuttosto bene l’ambientazione tecnologica. Non di immediata comprensione l’inserimento in una colonna sonora per il resto adeguato, di brani come «Et moi dans mon coin» di Charles Aznavour e «Singing In The Rain» di Gene Kelly.

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  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

«I Miserabili» e il fascino discreto della tradizione

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Su questo spettacolo è già comparso sul blog un articolo in data 4 maggio: 

https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-99-miserabili-in-scena-con-tutti-gli-onori/

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      Il romanzo

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«I miserabili» è il titolo di un romanzo storico, opera monumentale, pubblicato nel 1862 dallo scrittore, poeta e politico francese Victor Hugo. La trama (che copre gli anni che vanno dal 1815 al 1833) è complessa, ma sempre avvincente, attenta alle vicissitudini storiche che caratterizzarono il primo Ottocento francese e intessuta di profonde riflessioni etico-morali sulle vite dei protagonisti. Possiamo davvero immaginare di aprire questo gigantesco libro,  e di poter camminare, pagina dopo pagina: i drammi sociali, le tensioni della Parigi post-Restaurazione, i peccati e la redenzione dei disgraziati usciti miseramente (appunto) dalle guerre napoleoniche, sono davanti a noi come erano davanti a chi visse in quei giorni. Il romanzo «I miserabili» è composto da cinque tomi, per completare i quali Hugo impiegò circa ven’anni (la prima bozza conosciuta è del 1843) lavorandoci duramente durante gli anni dell’esilio. Nel romanzo  si dipana una profonda riflessione sulle condizioni degli ultimi (ovvero dei miserabili) nella Parigi di quei tempi. «I miserabili» ebbe un successo immediato, fu presto tradotto e pubblicato in tutta Europa e ancora ai giorni nostri viene ristampato e rielaborato in film, spettacoli teatrali e musical.

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La trama:

La prima parte si intitola “Fantine”. Jean Valjean, un ex-forzato che ha scontato diciannove anni di carcere per aver rubato un pezzo di pane,  è stanco, affamato, ma tutti lo scacciano. Solo il buon vescovo Bienvenue lo accoglie ed egli lo ricambia derubandolo dell’argenteria, ma, quando Jean Valjean viene riacciuffato, il vescovo dice ai gendarmi di avergliela regalata. L’incontro cambia totalmente l’animo di Jean Valjean: abbruttito perché maltrattato dalla società, d’ora innanzi dedicherà la propria vita agli altri. Si nasconde sotto falso nome e diventa ricco. Incontra Fantine, povera ragazza madre sfruttata da una coppia di furfanti, i Thenardier, che ospitano a caro prezzo la sua bambina trattandola come una schiava. Fantine diventa una prostituta, si ammala e muore. Jean Valjean promette che si occuperà della sua Cosette, ma viene riconosciuto dal poliziotto Javert e finisce in galera per salvare un poveraccio condannato al suo posto.

La seconda parte del libro si intitola “Cosette”, Fa ingresso nella narrazione  la losca famiglia Thenardier . Jean Valjean salva un detenuto,  poi   finge di annegare perché tutti lo credano morto.  Finalmente  è in grado di dedicarsi alla ricerca di Cosette, la figlia di Fantine.  Quando la trova, la libera dallo sfruttamento dei Thenardier e la porta via con sé . Viene riconosciuto dal solito Javert ed entra   nel convento del Petit Picpus, dove vi rimarrà con la bambina fino alla morte del vecchio. 

La terza parte si intitola “Marius”. Marius e suo nonno litigano perché il ragazzo ha scoperto che suo padre era un coraggioso soldato e non lo aveva abbandonato, come suo nonno gli aveva fatto credere. Marius se ne va di casa, rifiuta il denaro del nonno ed incontra “gli amici dell’ABC”, un gruppo di studenti fannulloni, che parlano sempre di ragazze e di politica, con cui fa amicizia. Intanto, il ragazzo cerca il signor Thenardier perché crede che durante la guerra abbia salvato il padre e vuole aiutarlo. Intanto i peggiori criminali di Parigi riuniti nel gruppo “Patron-Minnette”, organizzano un agguato contro Jean Valjean

La  quarta parte  s’intitola “L’idillio di Rue Plumet e l’epopea di Rue Saint-Denis“. Cominciano gli incontri segreti tra Marius e hanno inizio i moti rivoluzionari del 1832. Jean Valjean ha paura di essere scoperto e soprattutto di essere separato da Cosette , perciò decide di partire. Intanto gli amici dell’ABC costruiscono una barricata davanti alla locanda “Corinto”, oltre a loro ci sono Gavroche ed Eponine, figli dei Thenardier, Javert e Marius. Il piccolo Gavroche deve consegnare una lettera di Marius a Cosette, ma a prenderla è Jean Valjean che, dopo averla letta, va alla barricata.

La quinta e ultima parte s’intitola “Jean Valjean” e inizia con le vicende della rivolta. Gavroche muore per recuperare dei proiettili, Jean Valjean invece di uccidere Javert lo fa scappare, Eponine muore per salvare Marius. Alla fine la barricata è presa e tutti i componenti vengono uccisi, tranne Marius. Jean Valjean lo recupera privo di coscienza e lo porta a casa del nonno, passando per le fogne. All’uscita incontra Javert e si lascia arrestare, ma il poliziotto lo lascia libero e poi si suicida. Marius si riprende e, dopo poco, sposa Cosette. Jean Valjean racconta a Marius di essere un ricercato e chiede di poter andare a trovare Cosette ogni tanto, ma sentendosi rifiutato da Marius si lascia morire. Marius scopre la verità sull’uomo e corre da lui con Cosette, appena in tempo per chiedergli perdono prima che egli muoia.

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     L’Autore

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Victor Hugo nasce a Besançon nel 1802.  Fin dall’adolescenza dimostra una grande passione per la scrittura e una feconda creatività. Nel 1822 pubblica «Odes et ballades» e si sposa con Adèle Foucher. I primi anni di matrimonio, segnati dalle difficoltà economiche, stimolano l’attività letteraria del giovane Victor, che si concretizza nella pubblicazione di «Han d’islande», «Le dernier jour d’un condanné» e «Les orientales», la prima raccolta di poesie, pervasa di romanticismo, con impronta romantica. Nel 1831 la pubblicazione di «Notre Dame de Paris», cui segue il grande successo in teatro di «Cromwell», rappresentazione nella quale, attraverso un’accorta commistione tra elementi seri e grotteschi, si propone e si utilizza un uso più libero del verso nonché la creazione di opere ispirate ai più drammatici avvenimenti della  Storia. In «Hernani», altro dramma di grande successo, Victor Hugo unisce a un linguaggio scenico elementare, un’accesa eloquenza verbale. A questo punto lo scrittore-drammaturgo è pronto per diventare l’alfiere, in Francia, del movimento romantico in Francia. Come spesso accade, però, Il successo fu anche finanziario,ma attraversò una serie di lutti familiari che turbarono la sua esistenza:il più atroce fu l’annegamento della figlia Léopoldine, avvenuta nel 1843. Fondamentalmente repubblicano,dopo il colpo di stato con il quale Napoleone III si proclamava imperatore, fu costretto all’esilio. E proprio in esilio scrisse quello che molti considerano il suo capolavoro, il romanzo «I Miserabili», storia del riscatto morale di un evaso,accolto immediatamente da un enorme successo. Il suo pensiero. Hugo ha incarnato gli ideali più avanzati della borghesia democratica; il suo pensiero-una religione senza chiese,un culto dell’umanità e del progresso-rifletteva liricamente l’ottimismo del secolo,bilanciandolo coi temi del mistero cosmico e dell’irrazionalismo individuale. Si spegne a Parigi nel 1885.

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   Lo spettacolo

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La prima scena vede Jean Valjean e il vescovo Bienvenue ai lati opposti del palcoscenico, separati da uno spazio nero.  È la prima e forte indicazione della lettura che drammaturgia e regia hanno deciso di fare del capolavoro di Victor Hugo: da una parte il Bene, a destra il Male (anche se per il personaggio Jean Valjean il discorso è molto più complesso), rigidamente divisi e in perenne lotta tra di loro, sia all’esterno che all’interno degli individui.

Lettura tradizionale, assolutamente fedele allo spirito e alla forma del romanzo, con i “pro” (molti) di una scelta ortodossa e qualche inevitabile “contro”, se proprio se ne voglia cercare uno, riguardo alla evidente mancanza di volontà di avventurarsi nella ricerca di una qualche originalità.

Scenografia mobile, smart, ricca di costumi coerenti con l’epoca di ambientazione e accuratamente confezionati e con pochi arredi: attraverso un sapiente utilizzo delle luci (ormai una felice costante per Cesare Agoni) e il continuo spostamento di pannelli, mostra, a ogni scena, una diversa e suggestiva cartolina ottocentesca.

Recitazione di alto livello, ampiamente prevedibile per Franco Branciaroli (scultoreo e indimenticabile Jean Valjeanattorno alla cui maestosa figura si muovono gli altri attori, ben scelti e ben calati nella parte: a partire dall’interpretazione dei piccoli Cosetta/Gavroche, al corrotto Thenardier,  alla giovane e romantica coppia d’innamorati Cosetta-Marius, per finire ai personaggi minori che, con la forza narrativa di Victor Hugo, “minori” non sono affatto.

Discorso più articolato per Javert che, partito in sordina, acquista spessore con il progredire del dramma, finendo con una di quelle “morti” che fa onore ai personaggi negativi dotati di maggiore dignità e a chi, come in questo caso, bene li sa interpretare: «Che fine ha fatto il Bene? Che fine ha fatto il Male?» è il disperato e disperante interrogativo dello sbirro che segna la vittoria morale del suo avversario, un delinquente che, con il proprio altruismo e la propra generosità, riesce infine a rovesciare il tavolo da gioco, spiazzando tutti.

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                                                                                                                                    (ph Simone Di Luca)

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Della regia (impeccabile ed efficacissima nei tempi e nei ritmi) e della scelta di attenersi strettamente al testo, abbiamo già detto, così come di scenografie e luci. Musiche essenziali e calzanti. Pubblico deliziato e visibilmente soddisfatto di uno spettacolo di quelli ai quali raramente è dato di assistere in un momento storico (teatrale e non solo) forse troppo orientato al risparmio e al minimalismo a ogni costo.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.