Goodmorning Brescia (17) – Un sorriso allunga (e migliora) la vita

La cosa era nell’aria da qualche giorno ma, nonostante le pressioni ricevute, Giusy Orofino, siciliana di Brescia, educatrice di Progetto Salute Onlus presso la Residenza Sanitaria Assistita Sorelle Girelli di Marone, è restata ostinatamente “muta”: se aveva preparato ai suoi amati “nonnini” una sorpresa (e che sorpresa!), tale doveva restare fino all’ultimo momento.

Cosicché oggi pomeriggio, gli ospiti si sono ritrovati tutti nel giardino, un angolo verde con (magnifica) vista su uno dei più suggestivo scorci del Lago d’Iseo in attesa…

Già.

In attesa di cosa? O meglio, di chi?

Il “mistero” è stato svelato alle 17 in punto, allorché, brillante e spigliato come hanno potuto ammirarlo in tv gli aficionados di  trasmissioni comiche come Zelig Lab e Colorado Lab, gli internauti attraverso Youtube e tanti Bresciani in città e provincia, Vincenzo Regis (accompagnato dal manager Andrea Silvestri) è comparso davanti alla insolita platea e si è impegnato in una travolgente sequenza di gag che ha riscosso applausi e franche risate in quantità.

Come sei riuscita a ottenere l’intervento di un personaggio così qualificato e, soprattutto, tanto amato dal pubblico

 

Beh, con un po’ di sfacciataggine, per dire il vero. Quando mi è venuta l’idea non ci ho pensato su un minuto di più: mi sono messa al pc e ho inviato a Vincenzo un messaggio in cui gli chiedevo il favore di venirci a trovare a Marone spiegando quanto poteva essere importante regalare dei sorrisi ai miei ospiti. Il resto lo ha fatto tutto lui, confessandomi di avere una particolare sensibilità nei confronti dei problemi degli anziani e accettando immediatamente l’invito.

Ciò che più mi ha stupito è stata la partecipazione dei presenti, il loro interesse, il loro divertimento.

 

Il deterioramento cognitivo degli anziani non si può fermare ma si può contenere e rallentare significativamente attraverso infiniti stimoli e ridere è una sana medicina.

Qualcosa da dire a Vincenzo Regis?

Oltre a ringraziarlo? Gli dico che ha contribuito con quel qualcosa in più, quella particolare empatia che solo un grande artista naturale qual è Lui riesce a esprimere.

Un grande successo e una grande soddisfazione per Te.

Prima ancora una gioia. Una spinta a impegnarmi sempre più, magari portando qui alla Residenza Sanitaria Assistita Sorelle Girelli di Marone qualche altro… pezzo da novanta.

Quanto al vostro cronista, gli sia consentito di dire ancora una cosa su Regis: nessuno riesce a divertire il prossimo di uno che si diverte a farlo. E questo è proprio il suo caso.

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Goodmorning Brescia (15) – Il Rivellino rivelato

Ne aveva scritto sul Corriere della Sera meno di un mese fa, all’indomani del fortuito (e fortunato) ritrovamento della base del rivellino di piazza della Repubblica a opera degli operai della A2A e, venerdì prossimo; venerdì pomeriggio il giornalista Costanzo Gatta ne parlerà presso la sede della in uFondazione Civiltà Bresciana,  insieme a Nicoletta Carioni, l’attore Daniele Squassina e l’architetto Giusi Villari n dotto talk show artistico-cultural-storico sulla nuova collocazione dei reperti.

Insomma, grazie al teleriscaldamento (con buona pace di chi ne contesta l’utilità e la compatibilità ambientale), proprio davanti al palazzo dei sindacati, è saltato fuori  un bel pezzo delle cosiddette mura venete e, in particolare dell’antica Porta di San Nazaro.

Sì, ma che cosa è, un “rivellino”?

Nulla a che vedere (naturalmente) con l’omonimo calciatore carioca Roberto Rivellino (vincitore tra l’altro di 3 coppe del mondo nel 1970, 1974 e 1978 e inserito dal maestro Pelè nella lista dei migliori giocatori sudamericani di sempre.

No, il rivellino (o revellino) di cui si parla in questo articolo è un tipo di fortificazione indipendente generalmente posto a protezione di una porta di una fortificazione maggiore. La grande diffusione della struttura, soprattutto nell’ambito della fortificazione alla moderna, ha diffuso la parola in tutta Europa (in inglese e francesce Ravelin, in spagnolo Revellín, in portoghese Revelim) ma ne ha contemporaneamente sfumato il significato cosicché spesso sono etichettate come rivellini strutture di tutti i generi. La probabile origine va ricercata in una formazione del tipo iterativo RE + VALLARE cioè fortificare di nuovo, da cui un latino tardo REVALLO; dall’analogia con “ripa”, “riva” (che darebbe la forma intermedia RIVALLO) avrebbe, per metafonia A>E portato alla forma RIVELLO. Trattandosi di opere in genere di ridotte dimensioni si sarebbe poi affermato il diminutivo “rivellino”.

(da Wikipedia, l’enciclopedia libera).

Scrive Gatta nel suo articolo:

Si può approssimativamente calcolare che il diametro fosse attorno ai 70 metri. Il tracciato semicircolare doveva abbracciare l’attuale piazzale della Repubblica. Poi dove oggi iniziano via Fratelli Ugoni e via Vittorio Emanuele al rivellino si allacciavano le mura. Lungo via Vittorio Emanuele esistevano poi torrette di guardia con i romantici nomi di Stelle, Sole e Luna.”

Già quasi novanta anni or sono, in occasione della posa delle fondamenta del Palazzo dei Sindacati, erano emerse alcune vestigia murarie, prontamente (ma invano) segnalate dagli operai alla direzione dei lavori cui premeva, soprattutto, poter inaugurare il nuovo fabbricato in tempo utile per festeggiare l’ottavo anniversario della Marcia su Roma.

Quelli venuti alla luce sono dunque i resti del rivellino della porta San Nazaro, saltato in aria nel 1769 per un drammatico scoppio delle polveri. Accadde alle 4 del mattino durante un temporale. Tutta colpa di un fulmine piombato su uno dei 2800 barili che contenevano 234.822 libbre di polvere.” ricorda ancora Costanzo Gatta.

La città pianse oltre 500 morti: 270 i rinvenuti, altrettanti rimasti per sempre sotto le macerie, 276 infine i feriti. Al di fuori delle Chiusure si contarono 6 morti.I resti trovati verranno valorizzati. Il come è ancora da studiare e secondo le direttive della Sovrintendenza.”

 

 
La Fondazione, senza scopo di lucro e per l’esclusivo perseguimento di finalità di solidarietà sociale, ha come fini la ricerca, la documentazione e lo studio della storia, della vita, della tradizione e del patrimonio culturale lombardi, con particolare riferimento a quelli bresciani e, come tale, favorisce, promuove ed attua ogni attività ed ogni iniziativa che abbia attinenza con le proprie finalità istituzionali.

In particolare la Fondazione (presieduta da Monsignor Antonio Fappani):

– incrementa (anche con il contributo di altre Istituzioni, Associazioni, Enti pubblici e/o privati e di singole persone) la raccolta di documenti, di studi e di materiale librario afferenti le proprie finalità;
– promuove e cura ricerche specifiche di materiale documentario e ne pubblica i risultati; sviluppa iniziative per la conoscenza e la valorizzazione dei   beni culturali e per la creazione di progetti museali; organizza convegni di studio e/o seminari sugli argomenti afferenti le proprie finalità istituzionali;
– istituisce e promuove premi di studio e borse di ricerca per studiosi e ricercatori che intendano approfondire le tematiche che costituiscono le finalità sociali della Fondazione;
– garantisce la funzionalità degli archivi e delle biblioteche specializzate propri e favorisce la fruibilità di quelli di proprietà degli Enti a tal fine convenzionati con la Fondazione;
– promuove attività di formazione e di aggiornamento degli operatori di tutti i Servizi culturali attivi o attivabili a livello sia locale, sia regionale;
– cura la pubblicazione di riviste e di monografie al fine di rendere noti i risultati delle ricerche e degli studi promossi, cura altresì la stampa degli atti dei convegni e dei seminari organizzati.
– promuove corsi e seminari di storia;
– promuove convegni di studio sui problemi e sui personaggi bresciani;
– promuove ricerche e indagini su particolari momenti della storia bresciana, anche per offrire stimoli ed incentivi di studio per i giovani ricercatori;
– presenta opere attinenti la vita e le storie bresciane;
– progetta e realizza mostre, anche itineranti, su tutti gli aspetti della vita, della storia e della cultura bresciane;
– ospita anche esposizioni già allestite, purché siano consone ai suoi scopi;
– progetta e dirige l’allestimento di esposizioni e di mostre per conto di Comuni, Enti e privati.

Appuntamento venerdì pomeriggio a partire dalle 17 presso la sede di Fondazione Civiltà Bresciana in Vicolo San Giuseppe 5.

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Goodmorning Brescia (14) – Lasciate che i giovani (attori) vengano a me

 

Al Caffè Letterario Primo Piano teatro giovane che più giovane non si può.

Biagio Vinella presenta Tutta colpa del ping!, spettacolo preparato in sette mesi con i più giovani allievi della sua scuola di recitazione (tutti in età da seconda media).

Il teatro dei ragazzi  dev’essere fatto dai ragazzi”  è l’idea guida.

Il mio corso è stato frequentato da circa trenta allievi; insegnare recitazione a questi attori in erba costituisce per me occasione di un grande accrescimento personale e professionale che, mi auguro, ripeterò in modo ancora più strutturato, anche il prossimo anno

Il testo scritto dallo stesso conduttore di  “… e quindi?“,  il talk show dal vivo 100% bresciano che tanto interesse ha suscitato in città e tanto successo ha riscosso con i primi quattro appuntamenti, è una snella pièce di tema (apparentemente) fantascientifico: in essa si narra del primo lancio di un astronauta bresciano da una  scalcagnata base aerospaziale della provincia in cui tecnici fannulloni e dediti a chattare con lo smartphone e chiacchierare (rigorosamente in dialetto) delle più ordinarie banalità, anziché impegnarsi nel lavoro, perdono ben presto il controllo della situazione. Non manca neanche la scienziata che, invece dell’ingegnere spaziale, ambisce a trovare un impiego da cassiera in un Mc Donald.

L’astronave sembra destinata a perdersi nel buio siderale, ma l’astronauta, invece di preoccuparsi del proprio destino, non trova di meglio che lamentarsi del vitto, chiedendo che l’avveniristico ma insipido cibo dispensato da un sofisticato apparato per essere succhiato da una super-tecnologica cannuccia, venga sostituito da un bel piatto di casoncelli.

Di fronte alla drammatica emergenza venutasi a creare nello spazio, non mancano naturalmente i riflessi dei media, rappresentati da un cinico giornalista che (non curandosi della possibile tragedia che sta per avvenire nello spazio) si preoccupa solo dell’audience.

I tempi sono snelli, i giovanissimi interpreti perfettamente a proprio agio nelle parti, la scenografia  “minimal” ma non priva di “effetti speciali”, ingenui ma suggestivi.

Il finale, naturalmente, è lieto, ma non banale.

Il messaggio dell’opera piuttosto trasparente: gli adulti, nella maggior parte dei casi, vengono visti come inconcludenti cialtroni (e forse è proprio così che le giovani generazioni li considerano, vista la pessima  “eredità” ricevuta dalle precedenti generazioni) .

Agli spettatori più attenti, invece, viene da chiedersi se è proprio così che, fatte le dovute proporzioni,   i governanti dell’Italia e del Mondo gestiscono i pesanti problemi in cui da troppo tempo si sta dibattendo l’intera Umanità.

E… la macchina che fa ping? Oh, è un po’ come il sarchiapone, un tormentone comico utile, in questo caso, a simboleggiare una certa comunicativa pseudo-tecnica che, una volta che se ne vengono smontate le posticce sovrastrutture, si rivela assolutamente inutile e pretestuosa.

 Tanti applausi alla fine, sia per gli attori che per l’istruttore/drammaturgo/ regista Biagio Vinella.

E Brescia, sempre più, è la città del teatro, per tutti i gusti e per tutte le età.

 

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Goodmorning Brescia (12) – Sraffa: la giovane forza della legalità

Poche settimane fa l’aula magna dell’Istituto d’Istruzione Superiore Piero Sraffa di Brescia oltre cento studenti avevano rappato I m’ai ciapà, una poesia di Marietto, ex detenuto che aveva coadiuvato Patrizio Pacioni nel primo dei due appuntamenti, dedicati alla legalità che la professoressa Annabruna Gigliotti , in pieno accordo e totale sintonia con la dirigente scolastica Maria Piovesan ha organizzato quest’anno per i suoi studenti e per quelli di alcuni dei suoi colleghi.

  

Un evento straordinario per partecipazione (sia dal punto di vista numerico che da quello del coinvolgimento dei ragazzi che gremivano la grande aula magna in ogni ordine di posti. Alla premiazione del concorso di scrittura basato su fantasiosi incipit predisposti dallo scrittore romano (al quinto anno di collaborazione con la scuola bresciana) si è aggiunta la proiezione degli haiku composti e proposti in suggestivi videoclip dagli stessi studenti.

  

Straordinario, in questa occasione più che mai, il rilievo della parte musicale, strutturata e condotta dalla professoressa di educazione musicale Elisabetta Marcolini e dalle sue più ispirate e preparate studentesse.

  

Alla fine dopo che, con la consueta vivacità, Patrizio Pacioni ha passato in rassegna caratteristiche e peculiarità di un concetto e di una pratica di legalità la cui interpretazione non si limiti alla chiusura in rigidi schemi storici, geografici e culturali, la premiazione delle squadre vincenti, occasione di un festoso commiato.

 

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Goodmorning Brescia (11) -Bresciani, ve li do io i monumenti!

Si può passeggiare per Brescia e dintorni rimanendo comodamente seduti nel Foyer del Teatro Sociale? Si può, se a tenerci per mano e a condurci in questa fantastica e virtuale promenade è una guida che si chiama Michela Valotti, docente di Educazione al Patrimonio Artistico e Teatro di Animazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore

  

È il secondo e ultimo appuntamenti di 《Sguardi su Brescia》 breve ciclo d’incontri ideato, realizzato e condotto da Elena Bonometti, già (favorevolissimamente) conosciuta dai visitatori di questo blog. Il titolo: 《Passeggiata bresciana tra le pietre della memoria, tra vero e simbolo》 .

La “visita guidata” è orientata su opere bresciane (o di artisti bresciani) collocate in un arco temporale che va dall’inizio ‘800 al primo ventennio del ‘900.

L’intenzione è di fare parlare i meravigliosi monumenti bresciani, affinché possano rivelarsi nella propria essenza e collocazione storica, consentendo a chi li ascolta di puntare uno sguardo consapevole su queste “emergenze culturali” (da emergere, naturalmente) che hanno donato alla città qualcosa di davvero importante.

Si parte dal Cimitero Vantiniano, autentico e prezioso scrigno di tesori scultorici, oltre che assorto luogi di memorie, al pari, tanto per fare un esempio, del più celebrato Monumentale di Milano.

  

Più precisamente si parla di Giovanni Battista Lombardi, iniziando dal monumento funerario dedicato al conte Annibale Maggi,  commissionato dalla Congrega della Carità Apostolica di Brescia: suggestiva scultura marmorea in cui colpisce l’accostamento tra l’umiltà dell’accattone e del bambino che mendicano e la coppia di personaggi abbienti, ulteriormente differenziata, al suo interno, dal contrasto con la sobria eleganza dell’uomo e la decadenza che comincia a trasparire nella figura femminile.

Si passa per la Pietà di Ermenegildo Luppi, (1923). Si tratta di un gruppo bronzeo che raffigura Cristo deposto tra le pie donne, realizzato grazie alla donazione di 150.000 lire (all’epoca cifra di un certo rilievo) effettuata per espressa disposizione testamentaria da Luigi Premoli.

La scultura, che deriva la propria essenza dalla tradizione michelangiolesca, s’inserisce nel solco del passaggio tra realismo e topos universale e totalmente simbolico della tendenza espressionista introdotta in Italia, proprio in quel periodo, dallo scultore meneghino Adolfo Wildt. Tale matrice si evince, anche per il più disattento degli sguardi, dall’evidente deformazione impressa nei corpi da parte dell’artista (si vedano gli arti del Cristo) e il sottolineatissimo pathos espressivo delle figure femminili curve su di lui.

La tappa in pieno centro con Piazza Loggia sotto la neve di Angelo Inganni, consente di contemplare, opera d’arte in opere d’arte, il Monumento alle Dieci Giornate di GB Lonbardi (1864), uno dei primi e più suggestivi esempi del Culto degli Eroi, esplicitato da est a ovest della città dal monumento ad Arnaldo da Brescia (porta della città in direzione Venezia) e da quello a Garibaldi (direzione Milano) opera di Eugenio Maccagnani.

 

Non sono solo condottieri, o politici, i destinatari degli statuari omaggi: la professoressa Valotti lo dimostra mostrando due monumento tardo ottocenteschi: il primo dedicato al pittore Alessandro Bonvicini detto Moretto l’altro a Niccolò Tartaglia (matematico), opere entrambe di Domenico Ghidoni, commissionate dall’Ateneo per celebrare con pari dignità (oggi si direbbe par condicio) sia le arti che le scienze.

Scoppia e divampa la Grande Guerra, lacerando paesi e coscienze. non è più tempo di eroi, ma di ideali, tradotti in simboli.

Mentre la Nazione si prepara allo scontro irredentistico, Leonardo Bistolfi lancia la sua sfida di italianità su un lago di Garda, che ancora bagna terre dominate dalla straniero che non è ancora italiano. Cosi nasce il monumento a Giuseppe Zanardelli a Toscolano Maderno (1911/1913) a pochi passi da Salò, dove un altro capitolo di storia avrebbe avuto tragicamente fine, una trentina di anni dopo.

Insomma, a partire dal Milite Ignoto (nuovo potentissimo Mito a metà tra sentimento e propaganda) da re, generali e politici si passa al monumento  a un anonimo caduto. L’esasperato monumentismo iniziato con la prima guerra mondiale, finisce con la seconda, come se la bomba atomica tutto riuscisse a distruggere e riplasmare.

Democrazia o demagogia?

Lo dirà la Storia. Forse.

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Goodmorning Brescia (10) – Shakespeare riscritto da Riccardo Bacchelli

L’argomento trattato nel nuovo appuntamento delle 《Conversazioni intorno al Teatro》 pensate e organizzate dal C.T.B. è 《Bacchelli e Shakespeare: di un Amleto commediante》.


Rita Piccitto introduce la serata e l’ospite Giuseppe Langella parlando di Riccardo Bacchelli e della sua collaborazione con la rivista letteraria La Ronda. Romanziere, ma anche drammaturgo che si è cimentato nientemeno che in una riscrittura dell’ Amleto.

  

Secondo Umberto Eco 《La riscrittura è un modo di ripulire il carburatore e le candele del motore della cultura》 

Dunque si parte dall’Amleto di Shakespeare che, a ben vedere, è una rivisitazione del mito di  Oreste. Alla figura di Amleto si ispirano opere  di tutti i tempi e di tutti luoghi:  Pirandello in 《Il fu Mattia Pascal》, ma anche Leopardi e Nietzsche.

L’Amleto di Bacchelli è un audace rifacimento in cinque atti della tragedia shakespeariana (definita una delle più importanti “porte di accesso” della modernità – ), pubblicato a puntate in altrettanti numeri della Ronda nel 1919. Prima pièce teatrale (modalità di espressione artistico-narrativa che ben si attaglia alla sensibilità dell’uomo) di un decennio creativo che arriva fino a 《Il diavolo a Ponte Lungo》.
Un rovesciamento che, con il filtro dell’ironia, in ottica palesemente anti-romantica, trasforma la tragedia in un’opera comica attraversata dal riso. La morte viene interpretata come via di uscita dalla finzione della vita. Un destino, ineluttabile come solo il destino può essere, di fronte al quale opporsi non ha senso. Chi si illude, velleitariamente, di ribellarsi all’ineluttabile, inevitabilmente diviene oggetto di derisione.

La scelta più nobile è quella di uscire dalla vita, con eleganza e leggerezza, come se fosse il finale di una bella commedia sulla quale, prima o poi, il sipario deve pur calare. Un atteggiamento quasi zen che a me ricorda quell’aristocratico che, al tempo della rivoluzione francese, leggeva un libro aspettando di essere ghigliottinato e che, al momento in fu chiamato al patibolo, chiuse il volume non dimenticando di sistemare il segnalibro lì dove era arrivato.

Che la morte arrivi, come amava dire e scrivere Nietsche, ma solo dopo avere danzato in catene.

E, prima di salutare il pubblico, a sorpresa, la lettura da parte dello stesso Langella di una fresca e delicata poesia tratta dalla sua silloge 《La bottega dei cammei》: dedicata a trentanove donne, dalla A di Angela alla zeta di Zobeide.

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Goodmorning Brescia (9) – Lo sguardo indiscreto di Elena

Carla Boroni introduce la serata e la mini-serie di conferenze Sguardi su Brescia (curata da Elena Bonometti per il C.T.B.) che si tengono nella tradizionale sede del Foyer del Teatro Sociale.

A parlare del tema 《Il gioco del mondo e il sapere dell’uomo preistorico》 è Gaudenzio Ragazzi esperto di iconografia preistorica e formatore.

Prima di cedere la parola al relatore, Elena Bonometti ricorda come questo genere di iniziative ispirate al territorio, la cui organizzazione da parte dei TRIC è fortemente caldeggiata dal Ministero, riprenda nella sostanza la bella tradizione di quegli incontri sulla brescianità che costituiscono una radicata tradizione che il CTB, da sempre promuove e difende con assoluta convinzione.

Il gioco si fa per divertimento, senza scopi utilitaristici, è un momento della vita che favorisce fantasia e libera espressione di sé, necessita da parte di chi lo pratica del ricorso a molteplici e variegate “abilità”, favorisce il miglioramento motorio e psichico e (ultimo ma non ultimo) accompagna il delicato percorso della crescita da “solitario”, a “parallelo” per diventare alla fine ludico coadiuvante dello spirito “associativo” e “cooperativo“》 ricorda ai presenti, con la consueta chiarezza.

 《Al gioco appartengono e sono propri contenuti artistici e affettivi. Può essere utile ad analisti e psicologi per effettuare indagini e verifiche cognitive e terapeutiche di sicura efficacia》.

《Campana》 o 《Mondo》 o uno qualsiasi dei mille nomi che assume in Italia e nel mondo, è da questo gioco che parte Gaudenzio Ragazzi.

《La mia occupazione non è quella  di cercare terre e cose nuove, ma di guardare con occhi nuovi》, premette, per poi passare a un’articolata quanto vivace disamina dei più o meno visibili aspetti collaterali di ciò che potrebbe sembrare un semplice quanto ingenuo passatempo per giovanissimi.

   

È nella divisione degli spazi il segreto e la rivelazione: dalla stele in pietra al disegno del gessetto sull’asfalto, quello che si diletta nel 《Gioco del Mondo》 è un uomo ancora bambino che (segnando la Terra e venendo in contatto con tale gesto con la misteriosa e maestosa essenza del globo)  diventa l’uomo maturo di millenni dopo.

Le regole del gioco riportano, attingendo a conoscenze e sensazioni ancestrali , agli interrogativi e alle più profonde aspirazioni di conoscenza dell’essere umano. Una volta entrati in questa ottica, cerchi, rettangoli, curve e angoli assumono significati arcani e trascendenti.

Insomma, che siano chiese cristiane, moschee o templi indù, che si tratti di una scacchiera o di una tavola da gioco maya, in certi segni, in certe forme, in certi gesti, c’è un percorso comune che parte dall’anima stessa del pianeta che abitiamo e ci raggiunge dagli spazi profondi, un anelito di assoluto da soddisfare attraverso lo studio delle immutabili leggi che regolano i fenomeni naturali.

Un gioco dalle regole rigide e inappellabili, cui ci si applica con quella serietà di cui, ammettiamolo, solo il candore di un bimbo, frutto ancora incontaminato della natura, unico approccio per l’avvicinamento a Dio.

Persino il sassolino tirato all’indietro, quel piccolo frammento di natura che parte da una “casa” e a essa ritorna,assurge al ruolo di simbolo  di un’anima trasmigrante ma mai errante.

Ci si ricorda del territorio, certo. Della “brescianità” di cui si diceva prima. Parlano della cripta di San Glisente (Esine), le cui colonne e le cui aperture appaiono magicamente (o misticamente) perfettamente allineate e orientate con precisione persino inquietante alla luce del solstizio e dell’equinozio.

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Goodmorning Brescia (7) – Le luci e le ombre di Pier Paolo

Questa serie d’incontri vuole essere occasione e causa, come negli scorsi anni, della pacata rivisitazione di alcuni momenti significativi della stagione ormai giunta alle battute finali》 premette Carla Boroni, introducendo questo ennesimo pomeriggio di cultura nel Foyer del Teatro Sociale.

Però, siccome ci piace sempre sorprendere, cominceremo con un’eccezione, visto che oggi qui si parlerà di Pier Paolo Pasolini

Dopo di che, presentati velocemente i prossimi appuntamenti che sì, saranno effettivamente dedicati alle conversazioni intorno al teatro, lascia la parola a Magda Biglia che, a sua volta, presenta al pubblico che gremisce il foyer gli attori/lettori Alessandro Pazzi e Chiara Bazoli: sono entrambi membri del Gruppo Ossigeno Teatro (《Abbiamo l’obiettivo di promuovere azioni teatrali che possano essere motore di cambiamento individuale e collettivo》 – è la loro presentazione)  nato nel 2006 e impegnato particolarmente nella rivisitazione dei grandi autori classici di ogni tempo e di ogni Paese.

Poi sono solo letture, attraverso le quali esce, a tutto tondo, un uomo di genio stretto nel suo personaggio e in un mondo con l’orologio indietro di qualche decina di anni rispetto alla sua indole e alle sue esigenze: Pasolini e sua madre, Pasolini e lo sport, Pasolini e Dio. Brani scelti che permettono di indagare attraverso le sue stesse parole sulla vera essenza del vivere, sulla natura della morte, sulla sofferenza di certi difficilissimi rapporti da intrattenere con se stessi, quando si vorrebbe essere accettati dagli altri, ma non si riesce ad accettarsi per ciò che è.

Tutto questo è Pasolini. Ma è anche essere debole e imperfetto, travagliato da pulsioni che talvolta lo sovrastano e lo travolgono, orientandone abitudini di vita e frequentazioni, affascinanti e ammaliatrici come fuochi fatui nel buio della coscienza. 

Insomma, un personaggio grande ma contraddittorio, scrittore e poeta assolutamente trascinante quando si scava dentro l’anima, che perde forse efficacia e suggestione allorché,  salito sulla pedana, riveste i panni del censore-anti-conformismo-castigatore di costumi.

Tranne che in 《Io so》,  dove i due aspetti si incontrano e, in un certo senso, arrivano a sovrapporsi: più una speranza, più un’intuizione di un cuore ferito, che una certezza, (《Io so, ma non ho né prove né indizi》 è il suo grido impotente e disperato) suggestiva dunque come solo la visione o il sogno di un intellettuale ribelle sanno essere.

Premesso questo, per una volta consentitemi una nota personale più consona al ruolo di opinionista che non a quello di cronista che dovrei ricoprire (ed effettivamente di solito ricopro) in questa sede: ogni volta che incrocio i miei pensieri con la figura di PPP, ammetto di trovarmi in difficoltà, non riuscendo sempre e/o completamente a effettuare una netta distinzione tra l’artista (unico, eccelso, che sa elevare al cielo la mente e l’anima, quello che grida 《È impossibile dire quale urlo sia il mio, ma di certo durerà oltre ogni possibile fine》 ) e l’uomo di discutibile moralità,  che conosce l’arte e il piacere della corruzione. 

Ma questi, dirà qualcuno,  sono problemi miei.


  Bonera.2

 

 

 

 

 

 

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