Quando l’amore non si vede… ma si fa sentire.

È andata in scena ieri sera al Teatro Sociale lo spettacolo «L’amore non lo vede nessuno», una coproduzione Centro Teatrale Bresciano, Compagnia Molière, Teatro Quirino, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale. Drammaturgia tratta dall’omonimo romanzo (edito da Rizzoli) di Giovanni Grasso, regia di Piero Maccarinelli, con Stefania Rocca, Giovanni Crippa e Franca Penone.

Il debutto nazionale è avvenuto con successo nello scorso luglio al Festival di Spoleto 2025.

Il libro:

Di certo si sa soltanto che una giovane donna (Federica) è deceduta a causa di un incidente stradale. E che la sorella Silvia, assai poco convinta della fortuità della tragedia, ha deciso di approfondire personalmente la ricerca della verità. Individua un uomo che piange in disparte, nel corso del funerale. Poi lo incontra al cimitero che, quasi di soppiatto, deposita fiori sulla tomba della defunta.

Silvia, donna sveglia e decisa, non esita ad affrontarlo, chiedendogli di volerle rivelare ciò che sa sulla vita (e sulla morte) di Federica.

L’enigmatico quanto affascinante sconosciuto, accetta di rivelare quanto a sua conoscenza, proponendole di incontrarsi in un in un anonimo bar di provincia ogni martedì pomeriggio, concedendo al colloquio sessanta minuti esatti. Pone, però, una condizione non negoziabile: a fronte dell’impegno da parte sua di raccontare la sua storia con Federica con dovizia di particolari, Silvia da parte sua deve impegnarsi a non fare in nessun ricerche finalizzate alla scoperta della sua identità.

Comincia così, e così va avanti, tra ritrosie e sospetti reciproci. . Chi è davvero quell’uomo così colto e raffinato? Ci si può fidare di lui? Alla verità si arriverà, alla fine, dopo avere percorso un sentiero tortuoso quanto doloroso per entrambi, costellato di rivelazioni sconvolgenti, di colpi di scena, di rimpianti e di rimorsi.

E poi? Che succederà… dopo?

Lo spettacolo:

.

Un giallo? Un gioco? Una commedia dell’assurdo? Un trattato teorico su passione (soprattutto insana) peccato, rimorso e redenzione?

Immagino che, prima di allestire questa pièce, Piero Maccarinelli se lo sia chiesto molte volte, dopo di che…

Dopo di che deve avere deciso che di questo testo, come di altri che si accetta di ridurre drammaturgicamente e portare in scena, bisogna fare quel che si fa con la carne di un maiale: non si butta niente, ma proprio niente.

Dopo di che deve essersi messo all’opera con il suo inconfondibile stile di regia, snello e corrente, e con i principi che gli sono propri, compresa la durata standard dei suoi spettacoli (sempre intorno ai 90 minuti) assecondando la curva di attenzione da parte degli spettatori, con i suoi alti e bassi, i cui si possono agevolmente misurare praticamente minuto per minuto. Senza contare (giusto o sbagliato che sia) che se uno lavora per il teatro, è la fonte che deve adattarsi e dimensionarsi in fase con la drammaturgia, non il contrario.

Pur rispettandone i contenuti, s’intende.

Così, per «L’amore non lo vede nessuno», Maccarinelli sceglie di giocare con l’ambientazione fisica e cronologica. E lo fa bene, com’è solito fare.

Intanto la scenografia, costituita da due quadri (il bar e un ufficio o qualcosa del genere, dove Silvia commenta ciò che le sta accadendo con la pratica amica Eugenia) che si alternano in modo costante scandendo come un orologio simbolico tutta la durata della pièce.

L’espediente è di ottima resa nella prima parte dello spettacolo; poi, con il progredire della narrazione, forse diventa, per il pubblico, alquanto ripetitivo e, dunque, fin troppo prevedibile.

Il secondo asso giocato dal regista è la stimolante ambiguità della collocazione temporale della vicenda.

Sia il bar, (con l’insegna luminosa propria di temi ormai lontani, così come quella che pubblicizza il totocalcio) che l’arredamento dell’ufficio dove Silvia e Eugenia consumano le proprie chiacchiere, richiamano decisamente al periodo degli anni 60/70. Però i personaggi usano il cellulare, digitano sulla tastiera del pc, si impegnano in ricerche informatiche di attualissima presenza.

Anche la recitazione degli attori, impeccabile, è ispirata a quella degli sceneggiati della RAI di una volta, stacchi musicali cacofonici per i momenti più drammatici compresi.

Una criticità, probabilmente legata peraltro alla citata inclinazione del regista all’assoluto rispetto del testo, è la sovrabbondante presenza di ragionamenti filosofici che, ovviamente, finiscono per allentare la tensione e la fluidità di una storia che pure, nella propria essenza narrativa, possiede gli stimoli propri della narrazione gialla.

 

 

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è GuittoCirc.png       GuittoMatto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *