Chi ha detto che non ci sono più i Gentiluomini di una volta?

      La storia

Scritta tra il 1592 e il 1594 è una delle prime opere scritte da Shakespeare, una pièce tragicomica, effervescente e suggestivamente discontinua. Vicenda complessa che vede come protagonisti i due giovani amici Valentino e Proteo. Il primo, partito da Verona per stabilirsi a Milano, incontra la bella e ricca dama Silvia di cui, ricambiato, s’innamora. Proteo, andando a trovare l’amico, nonostante abbia lasciato a Verona la fidanzata Giulia, si innamora anch’egli di Silvia. Giulia, messa in allarme dal suo intuito femminile, si presenta a Milano mascherandosi da uomo. In un concitato quanto intricato epilogo, Valentino e Proteo (che tenta di rapire Silvia) si affrontano nella foresta. Valentino libera la donna ma,  in nome dell’amicizia, rinuncia a lei in favore dell’altro. Proteo, però, in nome dello stesso sentimento, a sua volta rinuncia a Silvia e torna da Giulia. Un lieto fine, o forse no.

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    L’opera

Il sipario si apre su una scenografia essenziale, ma di grande suggestione: una costruzione modulare dai colori desertici, mimetici, lunari, virati in un gialloverde coloniale.

Si comincia con una separazione che non è soltanto l’ìinizio di una frattura tra due amici, inevitabile epilogo di certi forti sodalizi giovanili, soprattutto maschili, ma anche l’inizio dell’ennesima battaglia dell’eterno conflitto tra sentimenti e valori spesso contrastanti, come quelli dell’amicizia e dell’amore.

Quell’amore che, nella visione shakespeariana rappresenta il più potente motore di vita.

Quell’amore che non è esattamente ciò che il drammaturgo intende raccontare, ma quel che il pubblico del suo tempo vuole vedere e vivere dalle proprie poltrone: sentimento tragico e romantico, dominatore di cuori e di coscienze, inesorabile aggressore dell’anima che colpisce più duramente proprio chi meno sembra credere nella sua potenza.

Quell’amore, che però, probabilmente, il Grande Bardo guardava con altri occhi, molto più freddi e razionali. Un paravento, o piuttosto un comodo pretesto, utile a mascherare, dietro al più esasperato romanticismo, pulsioni carnali e istinti di possesso e di dominio. Un veleno dolceamaro che morde il ventre prima e più ancora di intossicare il cuore. Fonte di corruzione, in casi estremi,  e di efferati comportamenti: è il caso del gesto ignobile di Proteo, che arriva a donare come pegno d’amore alla nuova passione, Silvia, proprio l’anello ricevuto in regalo allo stesso titolo dalla fidanzata Giulia. 

Si respira una consistente e popolare carnalità in questa pièce, studiatamente sguaiata, in certi casi, al non nascosto scopo di catturare attenzione e applausi suscitando ilarità negli spettatori di ogni ceto sociale e popolare che si accalcavano nei polverosi teatri del sedicesimo secolo londinese. Un compromesso utile e necessario, mirato a trasmettere e dfare passare messaggi di ben più ampio respiro.

Perché il giovane e ancora acerbo drammaturgo William Shakespeare si mostra e si dimostra ne «I due gentiluomini di Verona» già in tutto il suo talento di narratore dall’immensa capacità di scrittura teatrale. Quasi un mostro, in riferimento all’età anagrafica, visto che, nelle pieghe della narrazione, lo si scopre già dotato, a dispetto della tenera età,  di tutta la saggezza del mondo.

Poi, però,  (per fortuna), arriveranno la maturità e la vecchiaia a fare, a Lui e a noi, un contraddittorio quanto inestimabile dono; quello della straordinaria, visionaria, fresca e giovanissima follia che ne fa il Genio insuperato e forse insuperabile della drammaturgia mondiale.

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   Lo spettacolo  (PH Serena Pea)

Ciò che colpisce di più in questa rappresentazione è la straordinaria omogeneità di recitazione che Giorgio Sangati (responsabile anche di questa versione italiana della commedia) riesce a ottenere  dal suo cast, composto di attori di elevato livello professionale. Un compito che il regista non si accontenta di svolgere in modo pulito e ordinato, impegnandosi in azzeccate e del tutto originali trovate sceniche e narrative.

Dall’accattivante prestazione della guest star a quattro zampe (il cane Charlie, molto ben calato nel ruolo), all’introduzione di certi “modernismi” stimolanti ma mai invadenti sia nel linguaggio che nei movimenti, alla originalissima idea del mantenimento in scena nel corso dell’intervallo di uno stoico Ivan Aloisio (Valentino) capace di rimanere immobile come una statua, in piedi al centro del palcoscenico per tutta la durata dell’intervallo, la discontinuità narrativa di questa pièce viene trasformata in un susseguirsi di stimoli capaci di far digerire in modo del tutto indolore al pubblico la lunga durata della commedia.

Tutti perfettamente all’altezza gli attori, a partire dal già citato AloisioFausto Cabra (Proteo) la cui breve intervista concluderà questa recensione.

Delle scene di Alberto Nonnato si è già detto, splendidi i costumi di Gianluca Sbicca, perfette (e questa non è una novità) le luci di Cesare Agoni.

Applausi meritati, prolungati e convinti per una partenza “ufficiale” della stagione 2017/2018 che meglio di così non poteva andare.

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Versione italiana e regia di Giorgio Sangati

Scene di Alberto Nonnato 

Luci di Cesare Agoni

Costumi di Gianluca Sbicca

Con: Fausto Cabra, Ivan Alovisio, Camilla Semino Favro, Antonietta Bello, Luciano Roman, Gabriele Falsetta, Paolo Giangrasso, Ivan Olivieri, Giovanni Battista Storti, Chiara Stoppa, Alessandro Mor, Diego Facciotti.

e con la partecipazione straordinaria di Charlie

 

Produzione del CTB Centro Teatrale Bresciano  con Teatro Stabile del Veneto-Teatro Nazionale.

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    Che ne dice Proteo (ovvero Fausto Cabra  *)

«Ci tengo a rendere giustizia a un testo che, secondo me va inserito a pieno titolo tra i grandi capolavori di Shakespeare, e che collocherei tra i più avanguardistici scritti dal Grande Bardo. Un vero e proprio inizio di una rivoluzione destinata a cambiare non solo la storia del Teatro.

Quando ho cominciato a lavorarci l’impressione (e l’emozione) è stata quella di scoprire qualcosa di assolutamente nuovo, come se fosse saltato fuori un inedito shakespeariano.

Tutti noi del cast ci siamo sentiti e ci sentiamo responsabili della messa in scena un testo totalmente dimenticato. E di cercare di fargli giustizia. Personalmente lo considero un autentico capolavoro di libertà drammaturgica che solo oggi forse può essere conmpreso e pienamente apprezzato, anche negli aspetti più misterici.»

 

 

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Con l’importante “bagaglio” di una preparazione attoriale di prim’ordine sulle spalle, Fausto Cabra nel 2005 riceve il Premio Salvo Randone  come Miglior Giovane Attore Neodiplomato italiano. Lavora in diversi spettacoli prodotti dal Piccolo Teatro con la regia di L. Ronconi, ma anche R. Carsen, E. D’Amato, E. Bronzino, G. Sangati e C. Simonelli. Per il Teatro Stabile di Torino ha partecipato a varie produzioni, incontrando diversi registi: K. Arutyunyan W. Le Moli V. Arditti E. Malka e Claudio Longhi, con il quale collaborerà x molti anni anche in altri enti stabili, tra cui l’ERT e il Teatro di Roma. Dal 2006 collabora costantemente con Ricci/Forte in “Troia’s Discount”, “100% Furioso”, “Macadamia Nut Brittle”, come attore o assistente regia. Nel 2007 si aggiudica il Premio Ernesto Calindri  come Miglior Attore Emergente. Con Y. Ferrini recita in “Onora il padre e la madre” regia F.Olivetti. Nel 2010 comincia la collaborazione con il Globe Theatre di Roma, prendendo parte a “Molto Rumore Per Nulla” con la regia L. Scaramella ed a “Romeo Giulietta” regia Gigi Proietti nel ruolo di Mercuzio. Tra 2011 e 2012 inizia la collaborazione con Israel Horovitz e la sua compagnia italiana. Collabora con giovani compagnie emergenti, Piano In Bilico e Gli Incauti. Continua a tenere viva la collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano partecipando ad una serie di Lab. con il Maître F. Jaibi. Nell’estate 2012 incontra grazie alla Biennale Teatro il Maestro D. Donnellan, con cui lavorerà per 2 estati consecutive. Torna a collaborare con Luca Ronconi nelle estati 2012/13. Dal 2012 collabora con il CTB (CentroTeatraleBresciano) in 3 spettacoli con la regia di E. Bucci e M. Sgrosso, e poi con la regia di D. Salvo. Incontra nel 2014 G. Bisordi in “La Vita Agra” e “Actarus”.
Al cinema ricopre il ruolo principale in “L’estate d’Inverno” e “In guerra” di D. Sibaldi. È tra i protagonisti di “Lehman Trilogy”,  regia L. Ronconi.

 

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  (PH Serena Pea)

 … e tanti saluti da Charlie, naturalmente !

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   GuittoMatto

 

Categorie: Teatro & Arte varia.

Giovani attori per un antico testo

Stamattina, nel foyer del CTB, serrata conferenza stampa in occasione del vero debutto della stagione teatrale 2017-2018 con «I due gentiluomini di Verona», dopo il gustoso antipasto servito al Santa Chiara con «Curamistrega».

La notizia più curiosa è che nella recita di «I due gentiluomini di Verona» c’è un attore che è un autentico cane. Per di più, invece di nascondersi per sfuggire al pubblico ludibrio, stamattina ha avuto la bestiale impudenza di presenziare alla rituale conferenza stampa tenuta al CTB, seduto in primissima fila.

Anzi, più che seduto, sarebbe meglio dire accucciato.

Eccolo qui, ripreso accanto a Patrizio, e il mistero è svelato.

Il mistero sì, ma resta la curiosità anche di vedere la qualità della sua recitazione, che ci terremo fino a martedì sera..

Veniamo alla conferenza stampa, introdotta dai saluti del padrone di casa  Gian Mario Bandera, che sottolinea le ragioni e la finalità di questo spettacolo diretto e recitato, per la gran parte del cast, da giovani talenti. Dopo di che sottolinea come la co-produzione dello spettacolo con il Teatro Stabile del Veneto sia nel solco di una sempre più decisa ricerca di sinergie con i più prestigiosi teatri nazionali.

Prima che la parola passi al regista,  il professor Luigi Mahony riferisce, giustamente compiaciuto, che, essendo stato già raggiunto il numero di abbonamenti registrato nella precedente stagione (a sua volta record) la ragionevole previsione è quella di consuntivare, a bocce ferme, un ulteriore incremento del 10%.

L’intervento di Giorgio Sangati prende le mosse dalla soddisfazione di aver potuto dirigere un cast di grande livello, che si è lasciato totalmente coinvolgere nel progetto.

(PH_Umberto Favretto)

 

«Questa rappresentazione è un autentico punto di svolta nel pensare il Teatro, trattandosi non di uno Shakespeare minore, ma di uno Shakespeare da indagare, attraverso quest’opera che, con ogni probabilità, è la prima scritta e messa in scena dopo l’arrivo a Londra» afferma convinto, prima di passare a un’analisi per così dire più “tecnica” della commedia.

«Si tratta di un’analisi del rapporto tra uomo e lealtà, intesa come atteggiamento con il prossimo, certamente, ma anche e soprattutto con se stessi. Posso aggiungere che è nella discontinuità (di ambientazione, di ritmo, di tensione emotiva, che va individuata l’assoluta eccezionalità dell’opera. Una discontinuità che riflette, a ben pensarci, proprio ciò che accade nelle vite degli uomini, assai raramente ordinate da una regia lineare. Si tratta di una commedia, sì, che contiene in sé, però, una potente drammaticità, miscelando, come solo Shakespeare sa fare, l’ “alto” con il “basso” dell’anima umana »

Non può mancare, prima del congedo, qualche parola su Charlie, l’attore quadrupede:

«La sua presenza intende ricordare continuamente, sia agli attori che al pubblico, che l’uomo altro non è che un animale reso civile dalle convenzioni»

Una breve divagazione (mia) sulle c.d. opere prime dei grandi artisti: vedo la produzione di uno scrittore o di un drammaturgo come un palazzo del quale, le prime realizzazioni creative, costituiscono le pietre angolari sulle queli si eroge poi, anno dopo anno, lavoro dopo lavoro, grandi palazzi di meravigliosa bellezza. Se questo concetto passa, ne deriva però che, per ammirare le rifiniture, i fregi, i marmi e gli stucchi che compongono la costruzione finale, non si possa prescindere dal riconoscere agli esordi il giusto valore.

Ed è così. suggerisce Giorgio Sangati, che lo spettatore più attento troverà ancora maggior godimento dalla visione de I due gentiluomini di Verona, scoprendo nelle varie scene, in nuce, tematiche e atmosfere che saranno trattate dal Grande Bardo nel prosieguo del suo magistrale progetto creativo.

Dunque ecco l’appuntamento:

 

Di: William Shakespeare

Versione italiana e regia di Giorgio Sangati
Scene di Alberto Nonnato

Luci di Cesare Agoni

Costumi di Gianluca Sbicca
Con: Fausto Cabra, Ivan Alovisio, Camilla Semino Favro, Antonietta Bello, Luciano Roman, Gabriele Falsetta, Paolo Giangrasso, Ivan Olivieri, Giovanni Battista Storti, Chiara Stoppa, Alessandro Mor, Diego Facciotti.

e con la partecipazione straordinaria di Charlie

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   GuittoMatto

 

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Eccolo, il Macbeth di Branciaroli !

Dopo avere interpretato Re Lear, Romeo, Nerone, Otello, Gesù (!), Medea (!!), Galileo, Don Chisciotte e tanti altri eccezionali personaggi, quello con Macbeth è un appuntamento che Franco Branciaroli non poteva assolutamente mancare. Per dire la verità nei panni di Macbeth si era già calato, negli anni ’90, diretto da Giancarlo Sepe, ma vuoi mettere portarlo in scena con la propria regia?

LA STORIA VERA

Macbeth re di Scozia. – Conte di Moray e capo del partito celtico si oppose a re Duncan I e, dopo averlo ucciso, s’impossessò del trono (1040) e governò col favore popolare sino al 1054; arrivò fino a Roma, in pellegrinaggio. Il suo regno fu invaso da Siward di Northumbria (alleato di Edoardo il Confessore al quale M. aveva rifiutato omaggio) nel 1054. Sconfitto a Dunsinane, presso Perth, perse la Scozia Meridionale; continuò la lotta nel Nord, ma fu battuto e ucciso da Malcolm figlio di Duncan.

COME LA RACCONTA SHAKESPEARE

Macbeth e Banquo hanno combattuto con valore contro i ribelli del re di Scozia Duncan, tanto da meritare la sua gratitudine e generosità. Incontrano tre streghe che salutano Macbeth con il titolo nobiliare di Thane di Cawdor e gli preannunciano un futuro da re. Po­co dopo giunge la notizia dell’effettivo conferimento di quel titolo a Macbeth da parte del sovrano. Nell’animo dell’eroe si scatena l’ambizione.
Il re Duncan comuni­ca a Macbeth l’intenzione di alloggiare una notte nel suo castello di Inverness.
Lady Macbeth, informata dal ma­rito della profezia delle streghe, prepara il regicidio. Macbeth uccide Duncan, i cui figli fuggono, e poi, divenuto re, uccide anche Banquo, che le streghe aveva­no salutato come futuro padre di re.

Presto il sogno del regno si trasforma in incubo angoscioso e l’ombra di Banquo perseguita Macbeth.
Preda del rimorso inter­roga le streghe che gli annunciano che sarà vinto quan­do la foresta di Birnam avanzerà contro di lui.
Lady Macbeth impazzisce e s’uccide.
Malcom figlio di Dun­can e Macduff, signore di Fife, marciano contro Mac­beth. L’esercito si protegge con i rami della foresta di Birnam.
La fine di Macbeth è segnata, Malcom diven­ta re di Scozia.
Macbeth affronta la morte, giusta fine di “una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla“.

COME LO VEDE FRANCO BRANCIAROLI

Il Macbeth inizia da un mondo esterno in guerra, dove caratteristiche come efferatezza e sete di sangue, al pari del coraggio, sono ritenute virtù, in quanto preservano il mondo interno della corte, una società patriarcale civilizzata regolata da leggi divine. La violenza che si applica all’esterno non vale per l’interno, altrimenti tutto salta e tra il dentro e il fuori non c’è più differenza, tutto diventa guerra. Macbeth a un certo punto sceglie di portare la violenza all’interno e a questo si somma il fatto che anche la Lady, la sua parte femminile, si snatura e prende caratteristiche maschili: allora il caos è totale. Macbeth viene infatti “sedotto” all’ambizione dalle streghe, che storicamente rappresentano la minaccia al mondo patriarcale, e indotto all’assassinio da sua moglie, che viola il suo ruolo sociale di donna agendo come agirebbe un uomo. Al caos generato da donne che sono uomini (ovvero da una natura femminile perversa) solo un “non nato di donna” potrà porre fine. Ma il dramma è ancora più complesso e tremendo: Macbeth, uccidendo il re, simbolo del padre e del divino, uccide la sua stessa umanità ed entra in una dimensione di solitudine dove perde tutto, amore, ragione, sonno, scopo di vivere. In più, la sua vittoria è sterile perché non ha eredi, e questa sua rinuncia alla sua umanità servirà solo a passare il trono al figlio di un altro. Il Macbeth è la tragedia del male dell’uomo, della violazione delle leggi morali e naturali. Intorno all’inquietante parabola di seduzione dell’anima al male pulsa l’enigmatico cuore di questa tragedia

COME L’HO VISTO IO

La scena è sapientemente disadorna. Cortile di casa popolare, piazza d’armi da caserma, sfondo di scene che ricordano certa pittura fiamminga, in una suggestione suggerita anche dalla foggia dei costumi.

Il sipario è una ghigliottina, che scende e risale a sezionare la narrazione in un ritmo convulso.

Frammenti recitati in lingua originale (qualche dubbio sui sottotitoli che, inevitabilmente, contaminano l’atmosfera classica e  distolgono l’attenzione dello spettatore) rappresentano e significano al meglio la lingua magica delle  androgine streghe.

Una parabola, come la vita: una faticosa ascesa, frutto di scelleratezze e compromessi, seguita da una brusca, inarrestabile caduta.

Macbeth e la sua Lady legati da un rapporto intessuto di dominio e sottomissione che travalicano le rispettive posizioni sociali e politiche.

Lei astuta quanto algida burattinaia, lui docile marionetta che si lascia guidare quasi senza opporre resistenza. Lei inflessibile mistress, lui infoiato schiavo. Lei, alla fine, autoritaria badante che si fa carico dell’insania di lui, incapace di sottrarsi al giudizio dell’inquisitore più spietato: la propria coscienza.

Di elevato livello la recitazione corale.

Spietata e senz’anima quanto basta una convincente Valentina Violo.

Per quanto riguarda Branciaroli che dire, se non che è eccezionale come sempre? Il coniglio che emerge stavolta dal cappello a cilindro di questo autentico prestigiatore del palcoscenico, l’ultimo e indomito figlio della stirpe dei Mattatori, è chiaramente ispirato e affettuosamente dedicato alla voce e alla presenza scenica di Carmelo Bene, al quale, com’è noto, molto è affezionato il grande Franco.

Spettacolo di gran classe, forse non per tutti, ma autentica chicca nell’ambito di un calendario nazionale che, se da una parte vede una progressiva e confortante crescita della qualità medi dell’offerta al pubblico, dall’altra (per una serie complessa di ragioni) si trova costretta a livellare le eccellenze.

Gli applausi alla fine di questa “prima” attestano che il pubblico bresciano gradisce.

E, come si dice: finché c’è Branciaroli, c’è speranza. 

MACBETH
di William Shakespeare

regia Franco Branciaroli
scene Margherita Palli
costumi Gianluca Sbicca
luci Gigi Saccomandi

con Franco Branciaroli e Valentina Violo

e con(in ordine alfabetico)
Tommaso Cardarelli Enzo Curcurù, Stefano Moretti, Fulvio Pepe, Livio Remuzzi, Giovanni Battista Storti

produzione CTB Centro Teatrale Bresciano · Teatro de Gli Incamminati

 

dal 10 al 22 maggio 2016 Teatro Sociale

 

  GuittoMatto

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