Da Strindberg a Bergman, da «Oväder» a «Scene da un matrimonio» il viaggio svedese è interiore

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(foto a destra di Umberto Favretto)

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Non si tratta solo della partita a scacchi. Il “fil rouge” che collega August Strindberg, artista a tutto tondo, scrittore, poeta, pittore, drammaturgo e filosofo, con Ingmar Bergman, Maestro della cinematografia mondiale del ventesimo secolo, è molto più consistente.

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Strindberg, artefice di capolavori di teatro “simbolico e psichico”, utilizza nei suoi lavori immagini di grande impatto simbolico, per rafforzare il concetto di solitudine delle anime elette, di coloro cioè, che dotati di intelletto superiore, restano inevitabilmente incompresi da una massa di inferiore livello mentale. Da ciò si genera un conflitto che Strindberg battezza hjärnornas kamp  (ovvero “lotta di cervelli”), nel quale l’elemento femminile risulta sempre prevalente rispetto a quello maschile e la massa prevale sempre  sull’individuo, arrivando alla fine a commettere il själamord (“omicidio psichico”) consistente nel furto della credibilità sociale attraverso l’azione corrosiva del dubbio.

Anche i personaggi creati da Ingmar Bergman sono individui che non si confondono (o vorrebbero non confondersi) nella massa indifferenziata. Nelle pellicole del grande cineasta di Uppsala, essi recitano e raccontano il proprio stato di solitudine eccentrica, di voci che preferiscono dialogare con se stessi, con il proprio io, con la propria psiche, con le proprie convinzioni ideologiche e religiose. alla continua ricerca di un’autentica identità.

Un uomo che deve aiutarsi da solo, perché, come dice Bergman stesso, «Viviamo talmente lontano da Dio che forse Egli non sente la nostra voce, quando imploriamo il Suo aiuto»

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L’opera:

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Il dramma fu scritto da August Strindberg nel 1907 e venne rappresentato per 23 repliche (peraltro non assistite da successo) all’ Intima Teatern.

La pièce, collocata temporalmente nel mese di agosto, narra la vicenda degli abitanti di un unico palazzo: protagonista è  “il Signore”, un funzionario in pensione, che riceve la visita di suo fratello, un procuratore, al ritorno dalla villeggiatura. Incuriosito dalla strana atmosfera che avverte nell’ambiente, oltre a informarsi sullo stato del fratello, a cinque anni di distanza dal divorzio, inizia a indagare su chi siano i coinquilini del primo piano: sono Gerda, l’ex moglie del “Signore” con la bimba avuta nel corso del matrimonio, e il suo nuovo consorte, uomo torbido che, all’interno dell’appartamento, ha messo in piedi una bisca.

Nel corso di un colloquio, il “Procuratore” convince Gerda a riprendere il colloquio con il “Signore”, alla quale la donna chiede aiuto per aiutarla a divorziare da Fisher (di cui comincia a temere l’indole violenta) senza che questi le porti via la figlia. Cosa che, invece, si verifica allorché Fisher fugge con la figlia del pasticcere (altro inquilino del palazzo). Gerda e il Procuratore partono alla ricerca del fuggitivo, mentre il “Signore” resta in casa con la cameriera Louise, meditando sul senso della propria esistenza.

C’è un lieto fine, ma c’è anche, soprattutto, una nuova consapevolezza da parte del “Signore” che, rivedendo la ex moglie realizza di avere (forse)  ripreso in mano il filo della propria esistenza. Sta arrivando ormai l’autunno e (forse) abbandonerà quella casa-eremo-prigione.

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L’Autore:

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     August Strindberg modernissimo tra i moderni

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Nato a Stoccolma il 22 gennaio 1849 dallo  spedizioniere marittimo, Carl Oscar e dalla ex cameriera, Ulrika Eleonora Norling (alla quale va riferito il titolo dell’autobiografia pubblicata nel 1886 (appunto «Il figlio della serva») in cui Strindberg descrive un’infanzia difficile e disagiata. In realtà, anche se un sistema di rapporti di tipo patriarcale, un eccessivo rigore religioso e l’arrivo di una matrigna in seguito alla precoce morte per tubercolosi della madre, finirono per cerare un’atmosfera pesante che influì sulla formazione del giovane August, la famiglia era di estrazione e profilo borghese, tanto da disporre dei mezzi necessari per l’iscrizione alla Università di Uppsala. Qui Strindberg frequentò i corsi di medicina e di estetica che, però, abbandonò nel 1869 per dedicarsi all’attività di drammaturgo, sua autentica passione e vocazione. L’anno successivo un atto unico di sua composizione esordiv al Teatro Reale di Stoccolma.

La produzione di Strinberg, sia per quanto riguarda la drammaturgia che la narrativa, sempore alla ricerca di nuove forme di espressione e senza condizionamenti di tipo estetico, morale e sociale, rappresenta un’autentica novità, superando il realismo ottocentesco senza però lasciarsi condizionare dall’imperante pessimismo romantico e neo-barocco. 

Lo scrittore americano Eugene O’Neill, nel 1924, definisce August Strindberg «Precursore della modernità nel nostro odierno teatro e il più moderno fra i moderni».

Di lui Franz Kafka dice: «Non leggo Strindberg per leggerlo, ma per posare la testa sul suo petto».

André Gide lo annoverava fra i «Personaggi eminenti dell’umanità».

Per Ingmar Bergman, invece,  è  il «Compagno costante del suo impegno cinematografico».

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Lo spettacolo:

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Il cast di «Temoporale» al gran completo  (foto di Umberto Favretto)

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La scelta della regia è quella della fedeltà.

Non solo al testo, ma anche allo spirito dell’opera e alle intenzioni dell’Autore.

Al momento di entrare in sala, gli spettatori trovano già la platea invasa da una leggera nebbia. Poi il brontolio dei tuoni, messaggeri dell’incombente temporale, che si rivelerà un Godot in negativo: fa avvertire la sua minacciosa presenza, minaccia di scoppiare, per tutta la durata della rappresentazione,  ma le nubi nere che oscurano il cielo restano sterili.

Le scenografie giocano con luci e ombre, colore e chiaroscuri. Rumori come il suono delle campane e lo squillo del telefono si alternano con sonate di pianoforte e canzoni cantate e smozzicate, ma l’atmosfera della narrazione resta: precisamente quella senza tempo del primo ‘900,  tra le contraddizioni del diciannovesimo secolo, divisa tra i sogni di progresso e benessere della Belle Époque e i deliri di onnipotenza imperiale, tra le miserie del secolo dell’industrializzazione e le tensioni che porteranno agli immani conflitti prossimi venturi.

In tutto ciò la recitazione degli attori, di tutti gli attori, è semplicemente perfetta.

In prima posizione, per quanto ovvio, interpretato alla grande da un ispirato Vittorio Franceschi, il “Signore”. Uno che ciò che c’era da sperimentare e vivere nella propria esistenza, lo ha già vissuto e sperimentato. Stremato dalla fatica di mettersi continuamente in gioco, ormai rassegnato alla progressiva decadenza fisica e mentale, spaventato dall’avvicinarsi inevitabile e inesorabile della fine, aggrappato, come tanti anziani, alla rassicurante presenza di una ancor giovane donna, la cameriera Louise (ai giorni d’oggi sarebbe una perfetta badante) che si occupa di lui senza  creare complicazioni relazionali.

«I sentimenti e le simpatie, non ci appartengono più» è il ferreo mantra del Signore,  auto-recluso nella Casa del Silenzio.

«E lentamente ci stacchiamo dalla vita come un dente dalla gengiva».

Di grandissimo impatto la trovata scenografica del fondale che, nell’epilogo,  scorre via, dissolvendo la casa e mostrando un lussureggiante giardino prossimo al sonno invernale.

Nella mia (e non solo mia) interpretazione, decisamente opposta a quella che a suo tempo ne diede il grande Strehler, a nulla serve, per cambiare l’inerzia della narrazione, il contraccolpo di dignità e coraggio che il Signore esprime nella sua ultima battuta. E il lampione della ragione illumina sì, qualcosa d’importante, ma si tratta appunto dell’accettazione (razionale e necessaria) dell’esito che ogni vita deve avere. 

Perché finalmente piove, sì, ma quella che scende dal cielo grigio è la pioggia lenta e triste che bagna i cipressi, i crisantemi e le lapidi dell’universale cimitero.

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(vds. in argomento anche post del 26 gennaio 2017:  https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-73-temporale-in-arrivo-al-teatro-santa-chiara/)

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  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Pranzando in Manifattura… si mastica Teatro alla milanese

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Ho incontrato a Milano uno dei personaggi più attivi (come suol dirsi “a 360 gradi”) del Teatro italiano. Conversando piacevolmente nel corso del pranzo, circostanza che, come tutti sanno, facilita l’eloquio e le confidenze. 

Di quanto detto dal mio illustre anfitrione, appropriandomi per una volta della rubrica condotta dall’amico GuittoMatto, riporto qui sotto un rilassato ma non banale resoconto.

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«Quello tra Milano e il Teatro è un rapporto complesso. Uno di quegli amori travagliati ma intensissimi, capace di distinguersi da tutti gli altri. Un approccio organico,  multi-task, assai diverso, per esempio, da quello, pur possente, che con il Teatro  ha Roma Capitale»  dice Gaetano Callegaro, mentre ci si appresta a ordinare il primo.

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Con noi ci sono anche Guenda Goria (sua compagna di scena in Sinceramente bugiardi, insieme a Maria Teresa Ruta e Francesco Errico – in scena al Teatro Leonardo di Milano fino al 28 gennaio), Salvatore Buccafusca, mio compagno di scrittura di  Sua Eccellenza è servita e l’attore Antonio Conte, convinto e convincente “Vescovo sposato” nella stessa commedia.

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«Manifatture Teatrali Milanesi (abbreviato convenzionalmente in MTM) è un progetto artistico la cui attività è gestita dalla Fondazione Palazzo Litta per le Arti Onlus che, a sua volta, nel 2015 rilevò tutta l’attività di spettacolo e di formazione della Cooperativa Quelli di Grock, arrivando così a formare una delle più importanti realtà del sistema teatrale, non solo di Milano».

La conversazione è piacevole, come può essere soltanto quella tra persone animate da identiche passioni. A rendere ancora più suggestivo l’incontro, la… location: non un ristorante, ma la parte del Teatro Litta attrezzata a ristoro, un luogo gradevole e privilegiato in cui, più che gli aromi della cucina, si annusa e si respira prosa.

  

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A proposito: il Teatro Litta, per chi ancora non lo sapesse, è inglobato al piano terra di Palazzo Litta, complesso edificato tra il 1642 e il 1648 da Francesco Maria Richini per conto del conte Bartolomeo Arese, presidente del Senato di Milano e rappresentante di una delle più influenti famiglie della Milano spagnola. Il teatro è frutto della ristrutturazione di un Oratorio Gentilizio, attribuito allo stesso Richini, consacrato intorno al 1670. Il palazzo è tornato di proprietà dello Stato ventidue anni fa.

«La singolarità della nostra attività» sottolinea non senza una certa (legittima) soddisfazione Gaetano Callegaro, «è da individuarsi principalmente, nel pieno e costante rispetto di livelli qualitativi di assoluta eccellenza degli spettacoli selezionati, nelle modalità di offerta al pubblico milanese».

Inevitabile, a questo punto, chiedere in che consista, in un mondo artistico sempre più indirizzato alla standardizzazione dei cataloghi, tale novità.

«MTM è come una casa editrice, in un certo senso: all’internondella nostra stagione, infatti, sono inserite vere e proprie “collane”: così come, in campo librario, c’è la serie gialla, la narrativa per bambini, la saggistica e magari il rosa, tanto per fare qualche banale esempio, da noi ci sono rappresentazioni comiche, teatro d’avanguardia, drammi, musical, individuabili attraverso percorsi ben delineati».

Chiedo se soltanto questo è il segreto di tanto successo (si è arrivati, nella scorsa stagione a ca. 65.000 presenze che, per dirla tutta, non sono poche neanche per Milano.

«Certo che no» è la prontissima risposta.

«Un altro fattore di successo deriva dalla strategia di richiamo e di fidelizzazione degli spettatori fondata anche su una strategia dei prezzi: abbonamenti che consentono di scegliere otto spettacoli a prezzo contenutissimo tra tutti quelli offerti dai teatri che fanno capo a questa iniziativa»

Prima (e dopo) che Gaetano Callegaro ci facesse da guida all’interno del Teatro e dell’annesso piccolo gioiello chiamato Cavallerizza, di molte altre cose si è discusso: piacevolissime quisquilie come la natura dell’attore, l’immedesimazione nei personaggi, ricordi attinenti alla storia del grande Teatro italiano, e così via.

Di questo, però, vi scriverò (forse) in un’altra occasione.

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  Note:

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MTM svolge il suo programma di spettacoli e iniziative culturali in 3 sale teatrali milanesi:
Il Teatro Leonardo 
in Piazza Leonardo da Vinci; il Teatro Litta e la Sala la Cavallerizza in corso Magenta 24unico esempio cittadino –insieme al Piccolo Teatro– di multisala teatrale con una dislocazione in differenti distretti urbani della città.

E, riprendendo alla lettera quanto riportato sul sito ufficiale:

MTM rappresenta una novità storica nel panorama del sistema teatrale milanese perché guarda al futuro. Alle diverse esigenze e gusti del pubblico. Alla pluralità dei linguaggi, delle culture e delle poetiche dei singoli artisti.

Per questo, se pensate a MTM, pensate a qualcosa di diverso.

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Gaetano Callegaro è attore, autore e regista teatrale.

Ha recitato in numerosissimi spettacoli tra i quali:  Lucifero/ Intrigo e amore/ Saro e la rosa/ Il Giardino dei Ciliegi/ Il Gioco dell’amore e del caso/La locandiera/ Rocco e i suoi fratelli/ Il bacio della donna ragno/ Amleto/Villa Rosmer/ Casa di Bambola/Rotweiss Kabarett/ L’aquila bambina reloaded/ Mi ami? do you love me?/ Dormono Dormono sulla collina/ Il Venditore Di Sigari/ Zio Vania/ Napoli 18 carati/ Cruel+Tender (Tenero+Crudele)/ Il Censore (edizioni 2012-2013);

Dal 1976 è stato socio Fondatore della Coop.Teatro degli Eguali – Teatro Litta di Milano, di cui  è dal 1998 Direttore Artistico e Presidente.  

Dal 2012 è Presidente della Fondazione Palazzo Litta per le Arti Onlus, fino al gennaio di quest’anno (2018), allorché ha passato il testimone a Gaia Calimani.

Categorie: Teatro & Arte varia.

Giulio Cesare il Provocatore

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La sfida è ardita. Mettere in scena un dramma di Shakespeare restando fedele al testo ma, al tempo  stesso, affrontando sceneggiatura e scenografie con assoluta libertà d’interpretazione…

… beh, è (e sempre resterà) un’assunzione di rischio pari a quella di una equilibrista che passi da un grattacielo a un altro camminando sul filo d’acciaio, senza che sotto sia stata stesa un’adeguata rete di protezione.

Ad Àlex Rigola, del resto, il coraggio non è mai mancato. Nella trasposizione di «Giulio Cesare» in scena in questi giorni al Teatro Sociale, la provocazione è palese. Sullo schermo cinematografico piazzato al centro del palcoscenico incombente per tutto il primo atto, l’esordio è un filmato che pone agli spettatori un interrogativo che ogni essere umano, in ogni epoca, in ogni angolo del mondo, probabilmente si è posto, si pone e si porrà almeno una volta nella vita: è lecito uccidere in nome di un ideale, qualunque esso sia? In realtà la risposta affermativa è implicita: esiste una sola motivazione idonea a giustificare, a volte richiedere moralmente un omicidio, ed è quella della difesa della propria esistenza, sia in senso individuale che riferito a una collettività.

L’avvio è laborioso, un accostamento difficile da apprezzare immediatamente un po’ come certe contaminazioni della nouvelle cuisine. L’eloquio classico del dialogare shakespeariano, infatti, incontra non poche difficoltà a miscelarsi con le immagini psichedeliche e la musica hard rock che fa da sottofondo. Cambia anche (e mutamenti simili s’incontrano e si affrontano più volte nel corso della rappresentazione) il quesito proposto alla platea: Cesare viene ucciso perché si vuole fare Re? Chissà. Qualunque sia la sua volontà, infatti, è il suo stesso successo, è il suo stesso carisma a incoronar in presenza di competitori chiaramente non alla sua altezza. Questione è quanto mai attuale in un momento politico in cui chi dimostra una spiccata personalità, in Italia più che in altri paesi, diventa un odioso aspirante tiranno.

Insomma, l’impressione è di parole consapevolmente decontestualizzate; un esperimento destabilizzante di chirurgia creativa comprensivo di momento splatter alla morte di Cesare, in cui una mano viene allacciata al posto di un piede e il piede, magari, innestato sul naso, in un’operazione dall’esito incerto tra la nascita di una nuova fantasiosa e originale interpretazione o di un Frankenstein Teatrale.

Proprio nel momento di maggiore smarrimento da parte dello spettatore, però, ecco che il dramma improvvisamente spicca il volo: sono le meravigliose orazioni di Bruto e Marco Antonio la solida base da cui prende slancio e respiro il dramma. “Io ho ucciso il mio migliore amico per il bene di Roma” dice il primo punto “E Bruto è un uomo d’onore, è un uomo della Repubblica” risponde sornione il secondo, mentre tanti, nel teatro si chiedono se un Michele Riondino  in gran spolvero (Marco Antonio, appunto), si riferisca alla prima o alla seconda della nostra ancor giovane, ma già molto travagliata, Italia del dopoguerra.

Il secondo atto, breve e intenso, procede sull’abbrivio del finale corale del primo, concluso con numerosi attori che recitano in platea: la decisiva battaglia di Filippi è un affresco rock, una danza frenetica di morte, un falò di speranze e di ideali infranti, i cui protagonisti, in qualche modo, fino alla fine, più che nemici appaiono come componenti dello stesso macabro coro.

E, alla fine, coerente simbolo e sigillo di quanto agito sul palcoscenico, dietro al muro smantellato dagli orrori della guerra, giace il  paradossale corpo di un gigantesco emoticon morto.

Dalla scenografia ipertecnologica alle musiche covate, dalle danze frenetiche al superamento dei ruoli di genere, opera complessa, che non lascia indifferenti, capace di suscitare negli spettatori reazioni del tutto contrastanti, se non di segno totalmente opposto.

Recitazione di buon livello ma con qualche dislivello. Da vedere, da meditare e da discutere. Il pubblico, intanto, applaude.

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GIULIO CESARE

di William Shakespeare

traduzione Sergio Perosa

adattamento e regia di Àlex Rigola

Interpreti e personaggi

Michele Riondino                                 Marco Antonio

e con

Maria Grazia Mandruzzato               Giulio Cesare

Stefano Scandaletti                               Bruto

Margherita Mannino                            Cassio

Leda Kreider                                          Porzia

Francesco Wolf                                       Casca

Eleonora Panizzo                                 Decio

Eleonora Bolla                                      Metello

Riccardo Gamba                                    Lepido

Laia Santanach                                      Cinna

Beatrice Fedi                                        Ottaviano

Davide Sportelli                                  Servitore

   GuittoMatto

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La Napoli (s)velata di Ozpetek

  

 

La Napoli di Ferzan Ozpetek è liquida, collosa, appiccicosa e dolce come marmellata che, con lo scorrere della pellicola ti si spalma prima sugli occhi e poi dentro. Costellata di numeri magici, di simboli, di feticci.

E i napoletani? Sono colti, edonisti, superstiziosi, scaltri, sensuali, morbosi, curiosi, intriganti, fantasiosi, furbi, visionari. Sentimentali e  algidi, rigidi custodi della tradizione, ma spesso anche arditi esploratori dell’incognito e innovatori. Prepotenti e arroganti, ma anche  spaventati dalla casa che da soli, e con l’intervento dei tanti invasori che si sono avvicendatri nel corso dei secoli, si sono costruiti intorno.

Ozpetek osserva tutto con lo sguardo attento di un indagatore e, al tempo stesso, con l’occhio lubrico di un guardone, si compiace di inquadrare con la sua cinepresa corpi bellie  flessuoso e la deformità della pinguedine, dei difetti fisici della devastazione operata dalla vecchiaia. Si sofferma, con maestria, sul degrado dei vicoli e sull’incomparabile fulgore dei tanti tesori d’arte incastonati nel cuore della città, si pasce, e nutre lo spettatore, di miseria e nobiltà.

Una cartolina illustrata, più che una lastra medica, nel non nascosto tentativo di dimostrare a se stesso e a chi va a vedere il film, come, talvolta, sia la prima impressiuone, quella più superficiale a innestare l’istinto che permette di comprendere il tutto.

La vicenda, in sé, l’intrigo che camuffa da giallo quel che, in sostanza, è il racconto di una seduta di psicanalisi è oltremodo complessa e, per essere compresa fino in fondo, necessita, da parte degli spettatori, di un’attenzione costante. Ancora una volta sono i piccoli dettagli che, come le tessere in un mosaico, costruiscono e rendono identificabile l’immagine complessiva.

Tutto è centrato sulla fragilità dell’anatomopatologa Adriana (una languida e grintosa Giovanna Mezzogiorno). Vittima di un improvviso quanto violento colpo di fulmine nei confronti di Andrea (aitante, tenebroso ma anche alquanto legnoso ) reso effimero da un drammatico avvenimento, la donna viene coinvolta, suo malgrado, in un drammatico susseguirsi  di colpi di scena, in un oscuro intrigo intessuto di innominabili segreti, che metterà a dura prova la sua stessa stabilità mentale.

Splendida la fotografia, giusti i tempi narrativi, scanditi da riprese ben calibrate e  montata con grande suggestione. Degni di plauso i protagonisti secondari, capaci di delineare con nettezza i vari personaggi e di rendere corale la narrazione.

Ampio rilievo Ozpetek conferisce alle scene erotiche, di particolare intensità e incisività ma, a mio giudizio, forse troppo compiaciute e comunque, sovraddimensionate rispetto alle effettive esigenze narrative della pellicola.

Nel complesso, decisamente interessante e da inserire nella lista dei film da vedere.

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Giancarlo Fares: quell’uom dal multiforme ingegno

 

 

 

Settima e ultima intervista dedicata al cast di «Sua Eccellenza è servita», prodotta dalle Ombre di Platone  su testo di Patrizio Pacioni e Salvatore Buccafusca  (che ne è anche interprete insieme ad Antonio Conte, Francesco Sala, Mimma Lovoi, Guenda Goria e Carlo Blanchi). Ultima ma non ultima, come suol dirsi, anzi, tutt’altro, visto che è venuto il momento di conoscere più da vicino il regista, Giancarlo Fares.

 

 

 

 

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Giancarlo Fares, attore, regista, in una parola uomo di teatro al 100%. Ci sei nato… o ci sei diventato?

Ci sono diventato. Ho studiato e studio ancora per essere un bravo artigiano.

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Attore drammatico, comico, surreale, perfino ballerino. Se Tu dovessi scritturare uno come Te, per quale tipo di spettacolo valuteresti il suo ingaggio?

Mi piace tanto il gioco e l’ironia. Credo di essere adatto a ruoli tragicomici. Sono quelli che mi piacciono di più e che forse mi riguardano.

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Meglio un rimorso che un rimpianto, dice più di qualcuno. Racconta, della Tua vita professionale un episodio che ti riporti al primo e un altro al secondo. E aggiungici, per favore, anche un terzo episodio: un successo di cui vai particolarmente orgoglioso.

I rimorsi sono legati principalmente agli errori. Ho sbagliato tanto in passato e quindi di episodi ce ne sarebbero, ma preferisco non entrare nello specifico. I rimpianti sono la peggiore cosa della vita, sono i principali generatori di infelicità ed è per questo che cerco di non averne. Bisogna essere felici. La ricerca della felicità è il compito principale di ognuno di noi. Quando è il momento bisogna scegliere e avere coraggio. Altrimenti il tempo passa e nessuno può restituirtelo. Il successo di cui vado fiero è LE BAL. Erano 10 anni che provavo a realizzarlo. Ed ora spero che duri a lungo. 

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Tra le tante figure importanti (attori, registi, direttori di teatro, impresari) che hai incontrato nel corso della tua carriera, ce n’è una alla quale, per qualsiasi motivo, ti senti particolarmente legato? 

Sono legatissimo ai miei tre maestri: Aldo Rendine, il mio primo maestro dell’Accademia Scharoff, Eugenio Barba, uomo e teatrante straordinario di cui sono fieramente amico e Anatolij Vassiliev il quale mi ha insegnato molto sia del teatro che della vita.

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Con Te, che sei il regista di «Sua Eccellenza è servita» (splendidamente accolta dal pubblico del Teatro Boni di Acquapendente, domenica scorsa, in occasione della prima), voglio ora tentare un nuovo esperimento. Ho attinto dalle Tue suggestive “note di regia” estrapolando alcune frasi che… trasformerò in domande necessariamente decontestualizzate. Cominciamo dalla prima: «Sappiamo quello che siamo ma non sappiamo quello che potremmo essere». Vero. Ma c’è chi non sa, né mai saprà, chi è realmente.

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Questa frase è del grande Shakespeare. Non sapere di sé è un pericolo assoluto. Bisogna imparare a conoscersi. E a riconoscere negli altri noi stessi. Bisogna vivere di amore e in empatia con ciò che ci circonda. Altrimenti la vita è una solitudine assoluta mascherata da qualcos’altro.

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E veniamo alla seconda: «Il sottile confine tra attore e personaggio viene valicato con l’intento di ricordarci che dietro ogni maschera c’è sempre un uomo che la indossa», scrivi. Ma se ogni essere umano porta una maschera, e l’attore indossa una maschera ogni sera per impersonare un essere umano diverso, cosa resterà della vera identità di un attore?

L’attore quando interpreta parla di sé. Sempre. Scova interpretando tutte le infinite possibilità della sua anima. La vita talvolta è limitata ad alcune circostanze. Il teatro offre possibilità esplorative che talvolta non abbiamo. Il tutto nel gioco, la meravigliosa forma espressiva dei bambini, che quando giocano sono assolutamente veri. L’identità è l’individuo. Che presta all’attore tutto, ma che è altro dall’attore.

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Tra poco sarà il momento di chiedere i regali a Santa Klaus. Cosa vorrebbe trovare Giancarlo sotto l’albero?

Ci sono doni che attendo ancora, altri che forse sono già arrivati. Mi aspetto soltanto ciò che possa rendermi felice. Mi aspetto ciò che possa regalarmi un sorriso.

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E per finire: quale frase utilizzeresti per convincere il tuo migliore amico ad andare a teatro per vedere «Sua Eccellenza è servita

Vieni a teatro. Vieni a vedere questo spettacolo fatto con il cuore,  da persone che il cuore lo hanno grande grande. Vieni a fare festa con noi.

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Dunque, se a questo punto non vi sono venute la voglia e la curiosità di conoscere più da vicino l’artista e ciò che Egli sa fare uscire da un (buon) testo e dalla propria creatività/professionalità, andando a vedere al Teatro Cyrano una delle quattro repliche romane di  «Sua Eccellenza è servita», beh, allora vi meritate solo soporifere tele-serate da Grande Fratello Vip.

Ops l’ho detto. Anzi, l’ho scritto.

E, come si sa, se le parole volant, gli scripta manent.

Anche e soprattutto in teatro.

 

  GuittoMatto

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La forza dello spogliatoio… o del camerino

Sì, stamattina sono arrivato ad Acquapendente al seguito della compagnia teatrale Le Ombre di Platone.

Sì, per questo mi sento un po’ come un embedded, cioè uno di quesi giornalisti di guerra che seguiva le truppe sul campo di battaglia.

Sì, la prima ormai è prossima: lo spessore della distanza tra ciò che si aspetta da tempo, ciò che avverrà e ciò che (dopo che il sipario sarà calato sulla prima rappresentazione della commedia scritta da Patrizio Pacioni e Salvatore Buccafusca, diretta da Giancarlo Fares, per la recitazione di  Antonio Conte, Mimma Lovoi, Salvo Buccafusca, Guenda GoriaFrancesco Sala e Marco Blanchi) sarà soltanto passato, si è ormai ridotto a pochissime ore.

Sì, ho assistito, nell’antico Teatro Boni alla prova generale di   «Sua Eccellenza è servita». 

Sì, ho assistito al meticoloso lavoro svolto su ogni dettaglio della rappresentazione, luci, suoni, movimenti e quant’altro, di presenzioare all’ultimo briefing, protrattosi fino alla tardissima serata, in cui, da autentico trainer, Fares passava in rassegna ogni dettaglio della prova appena sostenuta dai suoi attori, e ho avuto anche il piacere di sedere in qualità di commensale alla cena post-prova.

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No, non posso rivelare nulla che non sia stato anticipato dalle cosiddette fonti ufficiali fino a cose fatte, domani sera.

Tutto ciò premesso, se questo aperitivo di post ha un senso, è quello di sottolineare la constatazione della serena e conentrata conclusione di un lungo e duro lavoro che ha portato una squadra, in questo caso un cast a presentarsi al debutto nazionale assoluto con  la piena consapevolezza di non essersi risparmiata.

E, soprattutto, dimostrando un notevole quanto invidiabile spirito di squadra.

 L’aiuto regista Viviana Simone impegnata in plancia di comando

Poi, certo: la partita vera comincerà oggi pomeriggio alle 17,30. Non sarò io a deciderne l’esito, a decretare se si tratterà di un lungo viaggio o di un’effimera passegiata di pochi passi. No, questa è una responsabilità che ricadrà per intero non sui critici come me, il cui verdetto vale ciò che vale, ossia poco più di zero, ma sull’unico Giudice a ciò facoltizzato: ogni appassionato di Teatro, ogni singolo spettatore che comprerà il biglietto per assistere allo spettacolo.

Questo, però, lo sapremo solo vivendo… e vedendo.

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  GuittoMatto

 

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Fiati e parole divine: il Concerto perfetto

La conferenza è introdotta dagli interventi di Gian Mario Bandera e del consigliere Luigi Mahony, che ricordano come «Canto alla Città», spettacolo musical/dantesco, sia la quarta produzione del Centro Teatrale Bresciano compresa nel tabellone di quest’anno.

«Si tratta di un format ideato da Lucilla Giagnoni, realizzato in collaborazione con il conservatorio il cui contributo artistico ne ha permesso la realizzazione. Una sinergia che va avanti da tempo in modo più che soddisfacente e che promette di proseguire a lungo dice il direttore del C.T.B.».

«Canto alla Città nasce da una necessità sorta nel corso della mia esperienza di direttore artistico a Novara allorché si trattò di scongiurare la cementificazione nel cuore della città, che avrebbe portato l’avvio di una nuova multisala. Grazie a un forte movimento di opinione si riuscì di sostituire il progetto originale con l’avvio di una struttura alternativa tesa a creare uno spazio (Faraggiana) dedicato ad assegnare spazi alternativi al teatro, in coesistenza con l’istituzionale Teatro Coccia. La mia idea è quella di mettere diverse iniziative cittadini operanti nel settore della cultura e dell’arte, dalla prosa, la musica, la danza: insomma creare una rete di enti che fanno cultura. Qui a Brescia ho lavorato con i fiati a differenza della precedente esperienza, portata avanti -.invece- con gli archi, il che comporta un maggiore impegno sia a livello di omogeneizzazione tecnico-acustica, che… per la mia voce».

Lucilla Giagnoni passa poi a descrivere più in dettaglio lo spirito che anima questa iniziativa.

«L’invisibile è essenziale ai nostri occhi era scritto nel piccolo principe i poeti sono veggenti che vedono e cantano e Dante appunto è il prototipo è 1 dei prototipi del poeta veggente. Accanto alla città è dedicato al Purgatorio inteso come ideale montagna da scalare. La gioia immensa di raggiungere la vetta e guardare il panorama dall’alto è utile a ridimensionare la banalità della realtà in 1 ottica superiore di risonanza cosmica».

Saranno letti canti tratti sia dall’Inferno che dal Purgatorio che dal Paradiso ma tutti incentrati sulla montagna del Purgatorio.

A chiudere  la conferenza ci pensa Giovanni Sora, Direttore d’Orchestra del Conservatorio.

«Non è facile mettere insieme cinquantasette/cinquantotto fiati e percussioni: ci siamo riusciti, però, scegliendo ragazzi di diversi livelli di formazione. A luglio si è organizzato un campus in cui si è lavorato due settimane per cinque ore al giorno, con grande intensità; poi altri tre giorni interi sono stati dedicati alla preparazione dello spettacolo in conservatorio, insierme a Lucilla, e adesso… Siamo pronti».

 

GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Francesco Sala: non chiedere all’Oste…

Con Francesco Sala, altro attore dotato di grande versalità artistica e professionale e di solida esperienza, come racconta il ricco curriculum che troverete in fondo all’articolo, si completa il ciclo di interviste dedicate agli interpreti di «Sua Eccellenza è servita» scritta, come noto, da Patrizio Pacioni e Salvatore Buccafusca .

Con questi articoli ho cercato di mettere in risalto le caratteristiche e le molteplici qualità dei componenti di un cast  davvero degno della massima attenzione.

Completerà il tutto un ultimo dialogo con Giancarlo Fares, il regista di una commedia che, prima ancora di essere messa in scena, suscita già curiosità e aspettative.

 

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Osvaldo, il proprietario del ristorante in cui si svolge l’azione (e la cena) di «Sua Eccellenza è servita», che sei stato chiamato a far vivere in scena, appare in precario equilibrio tra cinico materialismo e antica saggezza contadina. In che modo ti sei avvicinato a un’ interpretazione così difficile da inquadrare?

Secondo il regista Giancarlo Fares ogni personaggio viene portato in scena accompagnato anche dal suo attore. A questo gioco di teatro nel teatro, il mio “doppio” non è soddisfatto della parte dell’oste, ambirebbe a ruoli drammatici più consoni al suo talento; quindi rimarca con livore e competizione i suoi passaggi obbligati al capocomico. 

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Dal tuo curriculum artistico, tra tantissimi altri, emergono i nomi di alcuni dei più importanti protagonisti della drammaturgia nazionale: autori, registi e attori. Ti viene in mente una circostanza, un fatto, un aneddoto particolare legato a qualcuno di loro?

Ultimamente, un attore che mi manca molto è Giulio Bosetti. Con lui, sotto la sua ala protettiva, al teatro Carcano di Milano, ridendo e scherzando ho passato tredici anni di duro apprendistato, tournée, prove e allestimenti. Il suo rigore manca e ricordo quell’insegnamento: “in scena prenditi i tuoi tempi. Non correre!”

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Restiamo ancora nel passato. Come, quando e perché è nato in te l’amore per il Teatro?

 Da bambino facevo le imitazioni dei professori, degli amici, dei parenti. Processi imitativi che non ho mai smesso di praticare. Mi portavano a vedere il circo. Tornavo, mi chiudevo in bagno dei miei, mi impiastricciavo il viso di crema Nivea davanti allo specchio e rifacevo il mio spettacolo. 

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Oltre che attore sei anche regista, docente, autore di testi per la tv, giornalista… riesci a dedicare qualche ora anche al riposo?

Il grande e indimenticabile Eduardo sosteneva che l’attore non va mai in vacanza se ama quello che fa. Un conto è il lavoro un altro è il lavorìo. Stare a casa, progettare un nuovo spettacolo, scrivere, leggere, ascoltare della musica, stare in famiglia o a cena con gli amici. Il mio riposo è questo.

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Ogni nuova recita è una storia diversa. Ogni cast è un gruppo diverso, con dinamiche interne peculiari che ne rendono l’esito praticamente unico e irripetibile. Prima che il prossimo 3 dicembre, al Teatro Boni di Acquapendente, si alzi il sipario per la prima di «Sua Eccellenza è servita», te la senti di fare un bilancio del lavoro svolto con i tuoi colleghi (Antonio Conte, Mimma Lovoi, Salvo Buccafusca, Guenda Goria e Marco Blanchindr) ?

In questa occasione ho riscoperto il piacere della improvvisazione condivisa. Abbiamo un ottimo testo /canovaccio, i miei colleghi hanno molto mestiere : c’è una traccia, uno spunto, andiamo a costruire. Una jam session ogni volta. Ridiamo molto, e questo è un dettaglio per niente trascurabile, per la buona riuscita dell’impresa.

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E per concludere secondo tradizione: cosa c’è nel 2018 di Francesco Sala?

Metto in scena a marzo 2018 un mio testo : Lolite, al teatro Belli. Liberamente ispirato al caso di cronaca delle baby squillo dei Parioli, è un affresco sulla dissoluzione della famiglia di oggi, la mancata adolescenza di alcune ragazze che volendosi emancipare prestano il loro corpo a persone più grandi per soldi, regali, una ricarica di cellulari, un ingresso in discoteca.  Un mio attore in questa commedia amara, in un intrigante scambio di ruoli, sarà proprio l’amico Giancarlo Fares, oggi regista di «Sua eccellenza è servita». 

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  Francesco Sala

Si diploma come attore presso l’Inda (Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa) nel 96, prendendo parte alle rappresentazioni classiche nei teatri di Segesta, Tindari, Siracusa, Ostia Antica. Ha lavorato con: Egisto Marcucci, Giorgio Pressburger, Mario Missiroli, Lorenzo Salveti, Ugo Gregoretti, Mariuano Rigillo, Luca Barbareschi, Giancarlo Sammartano, Giorgio Abertazzi,  ha studiato inoltre con Ferruccio Soleri, Mimmo Cuticchio, Walter Pagliaro, Giovanna Marini, con l’Odin di Eugenio Barba e con il Living. Nel ’99 l’incontro con Giancarlo Sepe, dal quale apprenderà la metodologia legata alla musica, fondante nell’esperienza registica.
Sempre nel ’99 entra nella Compagnia del Teatro Carcano diretta da Giulio Bosetti, come attore e ci lavorerà per diverse stagioni anche come assistente.

Dal 2000 è collaboratore di Gigi Proietti al Teatro Brancaccio di Roma.

Nel 2002 la sua prima regia al Teatro dell’Orologio di Roma è uno spettacolo sul poeta Guido Gozzano.Seguiranno:”Dorothy Parker,il mio mondo è qui”sulla scrittrice americana(2003), “l’amante”di Harold Pinter con Gianpiero Bianchi, Sandra Collodel (2003), ”Come un Varietà” per il Festival di Todi (2004) e “Donne Velocità Pericolo”co- regista Viola Pornaro Teatro La Comunità, un lavoro sulla figura di Filippo Tommaso Marinetti (2005).
Ha partecipato come allievo-regista al Primo Corso di Perfezionamento per Registi diretto da Luca Ronconi presso il Centro Teatrale Santa Cristina di Gubbio.

È stato assistente inoltre di Lamberto Puggelli nell’opera lirica “La Bohème”di Giacomo Puccini, Tatro delle Muse di Ancona (2005). “la Signora Sandokan”di Osvaldo Guerrieri (Castello di Serravalle) “Il silenzio di Jaffier” iberamente ispirato alla “Venezia salva”di Simone Weil.
Assieme a Viola Pornaro firma nel 2006 “Luci dal Varietà” per circuito teatrale Piemonte e La Cometa off di Roma e per l’ETI – Teatro Torbellamonaca “Sandro Pertini—combattente per la libertà’”. Nel 2005 fondano insieme l’Associazione Teatrometis.

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E, arrivati a questo punto, in attesa di sentire anche la voce di Giancarlo Fares, non resta che andare a teatro per vedere «Sua Eccellenza è servita»: in questo ultimo scorcio di 2017 sarà al Boni di Acquapendente (domenica 3 dicembre) e al Cyrano di Roma (dal 7 al 10 dicembre).

Prenotate il vostro biglietto, non resterete delusi: ve lo garantisce GuittoMatto.

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  GuittoMatto

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