Elena Bucci: un premio bene assegnato

Pochi giorni fa, esattamente il 14 gennaio, negli studi Rai di Piazza Verdi si è realizzata (tra le altre) l’assegnazione di uno dei più prestigiosi riconoscimenti del Teatro nazionale.

Si parla del Premio Ubu 2016 (curato dall’Associazione Ubu per Franco Quadri, con il patrocinio e contributo del Comune di Milano e in collaborazione con Ateatro e Il tamburo di Kattrin) che, nella categoria “migliore attrice” è stato appannaggio di un’attrice nota e assai cara al pubblico bresciano:  la ravennate di Russi Elena Bucci.

All’origine di questa importante affermazione sono, tra gli altri, due spettacoli di produzione CTB, vale a dire  “La locandiera” e “La Canzone di Giasone e Medea” (recensita tra l’altro proprio sulle pagine di questo blog nel corso della scorsa stagione). Alle due pièce si aggiungono poi “Macbeth Duo” e “Bimba. Inseguendo Laura Betti”.

Il Premio, che vanta l’originale caratteristica di essere assegnato in base a una votazione referendaria attraverso una giuria composta da ca.  sessanta membri selezionati tra i migliori critici e qualificati appassionati di teatro, prende in esame una vasta gamma di eventi e ruoli: recitazione, regia, scenografia, drammaturgia, migliore pièce dell’anno e altri riconoscimenti trasversali.

«Dedico questo importante riconoscimento grata a chi mi ha concesso di trovarmi in tanto straordinaria compagnia», a chi non c’è più ma resta nella maestria…» ha dichiarato, commossa, Elena Bucci.

«…a chi mi ha accompagnato e sostenuto fino a qui con qualità e dedizione, a chi lavora con coraggio e passione nella luce e in ombra e a chi ancora non c’è, ma porterà con sé il teatro del futuro»

  

Elena Bucci, regista, attrice, autrice, ha fatto parte del nucleo storico del Teatro di Leo di Leo de Berardinis partecipando a tutti gli spettacoli e realizzando come autrice, per il Teatro Laboratorio San Leonardo, Dedicato e Canti per elefanti. Per il Riccardo III vince il Premio Ubu come migliore attrice.

Ha fondato con Marco Sgrosso la compagnia Le Belle Bandiere con sede a Bologna e a Russi di Romagna, dove creano spettacoli e rassegne, un Laboratorio di teatro permanente e progetti per la comunicazione tra le arti, la diffusione del teatro, la formazione e il recupero di spazi abbandonati attraverso azioni teatrali.

Elena Bucci cura regia, scene e costumi di spettacoli nei quali è spesso in scena – come Macbeth di Shakespeare, Hedda Gabler di Ibsen, La locandiera di Goldoni, Antigone di Sofocle, Svenimenti da A. Cechov, La canzone di Giasone e Medea – tutti prodotti con il CTB Centro Teatrale Bresciano nel corso di una intensa collaborazione.

È autrice di drammaturgie originali e regie, collabora con Radio3 per la realizzazione di sue scritture e di progetti speciali, per il teatro musicale cura regie per Ravenna Festival. È stata la prima interprete italiana di Medea di Benda, direzione di Manlio Benzi Ha lavorato in cinema Si occupa di formazione presso scuole e accademie e cura progetti speciali di trasmissione dell’arte teatrale.

È autrice di diversi scritti pubblicati su volumi e riviste.

   GuittoMatto

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Stavolta Godot arriva davvero, ma non trova nessuno

Il teatro che rappresenta e recita il teatro non è una novità, ma sempre (o quasi sempre) ne scaturisce una sfida intrigante.

Il miglior risultato, in simili casi, scaturisce quando sono gli attori stessi a immedesimarsi e a divertirsi in questo gioco di specchi da palcoscenico. Cosa che, a mio avviso, è accaduto ieri sera, allorché al Teatro Santa Chiara di Brescia, è andata in scena Sapiens, pièce liberamente tratta e adattata dal testo Frammenti di un mosaico spezzato di Edy Lanza, in cui si narra appunto delle prove di uno spettacolo che i commedianti decidono di portare avanti da soli in attesa dell’arrivo della regista.

Situazione ideale per permettere alla natura autentica, alle reali pulsioni che ciascuno di essi si porta dentro, di fuoriuscire, interagendo in modo conflittuale con quelle degli altri.

Desideri, frustrazioni, aspirazioni vere o presunte, soprattutto contraddizioni e ripiegamenti egocentrici quanto egoisti che solo per un attimo vengono messi in  discussione dall’inatteso arrivo in teatro di una donna che, con il suo bambino, incarna in sé ogni tipo di coercizione, di discriminazione e di abuso.

Ma è solo un attimo, appunto, dopo di che lo spettacolo che i giovani attori vogliono mettere in scena, sì, ma con un’adesione al testo soltanto epidermica, incapaci come sono di introiettarne l’autentico messaggio sociale, torna a distrarli, a inebriarli del niente di vite vissute (consumate) con la superficialità di una chat globale, di un reality o di un talk show: insapore, inodore, dunque indolore.

Così si perde l’occasione di conferire valore alle esistenze, così si smarrisce per sempre il senso del reale, dell’equo e del giusto.

Cosicché, quando arriva Godot (la regista), che questa volta arriva davvero, altro non può trovare che macerie umane, vuoti esistenziali, la carcassa ormai fredda di uno spettacolo che non andrà mai in scena.

Dell’energia e dell’entusiasmo con cui si spendono gli attori del CUT La Stanza abbiamo già detto.

Scarna ma efficacissima la scenografia “povera”.

Attenta la regia.

Quanto al testo, la prima parte dello spettacolo risulta a mio avviso alquanto didascalica, farcita di dialoghi e monologhi che non possono non richiamare allo spettatore più attento atmosfere di un’avanguardia che, essendo databile per toni e temi agli anni settanta, ora si palesa piuttosto retrò.

L’apparizione inattesa della ragazza extracomunitaria minacciata dal suo uomo, unitamente allo scimmiottare dei vizi da over-connessione e di certe trasmissioni tv mirate alla sistematica narcosi del pensiero, costituiscono il colpo d’ala necessario e sufficiente a risvegliare l’attenzione degli spettatori e a rialzare il grado di godibilità di uno spettacolo che, al tirare delle somme, riscuote dal numeroso pubblico un’adeguata dose di consenso e di applausi.

Un’ultima considerazione “a margine”: tra il pubblico, numerosissimi, giovani attori e attrici, appassionati di teatro e addetti ai lavori, che hanno creato una singolare e stimolante atmosfera anche al di qua del palcoscenico. A dimostrazione che a Brescia esiste un humus fecondo alla nascita e alla crescita di un movimento di prosa degno del massimo rispetto, che l’azione del CTB sollecita e favorisce in modo evidente.

Forza,  “ragazzi”: continuiamo così.

 

Spettacolo teatrale tratto da

“Frammenti di un mosaico spezzato” di Edy Lanza

rielaborazione e regia Antonio PaLazzo
consulenza artistica Ippolita Faedo, Elena Serra e M. Candida Toaldo 
interpreti Edona Cekerku, NicoLa Conti, Monica Minoni, Luca Muschio,Renato Olivari Tinti, Marco Passarello, Maria Angela Sagona e Chiara Pizzatti
luci Sergio Martinelli 
costumi Federico Ghidelli 
progetto audio Giuseppe Salemi
collaborazione tecnica Fausto Loda, Luca Lussignoli e Chiara Pizzatti
direzione artistica Maria Candida Toaldo

 

   GuittoMatto

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Un (Piccolo) grande Enigma e tante domande

Enigma è il titolo, e di autentico enigma, in effetti, si tratta.

In questo spettacolo ci sono moltissimi interrogativi.

Quelli che si scambiano, e pongono a se stessi, Ingrid e Jacob, sconosciuti  (sembra)  messi in contatto dal caso o dal destino in una gelida e uggiosa sera berlinese.

E quegli altri, che, man mano che la narrazione procede, si trovano a gestire gli spettatori seduti in platea e galleria.

In un’atmosfera sapientemente retrò, evocata dall’essenziale scenografia di Pierluigi Piantanida e scolpita con suggestioni caravaggesche dalle luci di  Marco Messeri, si muove, confusa e smarrita a punto giusto,danzando in un grottesco slow mentale una coppia di naufraghi del passato, di sfiniti relitti della Storia.

È stata la caduta del muri di Berlino, che ha seppellito, o forse -al contrario- dissotterrato le coscienze di Ingrid e Jacob, ma potrebbe essere stato qualsiasi altro accidente della Storia: la rivoluzione di ottobre, la caduta delle Torri Gemelle, la guerra del Kippur, lo sbarco in Normandia. Qualsiasi avvenimento, insomma, capace di costituire un cambiamento nella Storia, un giro di pagina che, puntualmente lascia piaghe nella carne e nella mente degli esseri umani che ne restano coinvolti e travolti.

Tanti interrogativi, si è detto.

Alcuni destinati a restare senza risposta alcuna: “È sicuro che il passato possa restare chiuso sotto chiave?

Altri, che, addirittura, ingenerano nei personaggi convinzioni del tutto soggettive e, quindi, fallaci. Abituata alla tetra burocrazia della dittatura proletaria insediata a Berlino Est,  Ingrid, scorgendo un enorme manifesto rosso della Coca Cola attaccato sul muro di un palazzo, si turba e si domanda se il vulnus più grave, per chi era abituato a vivere in un regime che tutto uniformava, sia essere trasportato in un nuovo mondo dove nulla è uguale, nulla è omologato.

Dove sia un mondo del genere, se non oltre i confini galattici, non è dato saperlo: non certo nell’attuale Occidente, nella versione.2 del capitalismo globale in cui le strade, le musiche, i modi di vestire, mangiare e bere stanno diventando gli stessi da Tumbuctù a Stoccolma, da Madrid a Sidney.

Di certo a me, e ad altri, alla fine dello spettacolo, solo una certezza, tra tanti dubbi, è rimasta nei pensieri: se non si è capace di liberarsi dentro di sé, con le proprie energie mentali e con il proprio cuore, l’unica, illusoria via di uscita sarà spiare la vita degli altri e, quando non ci sarà più nessuno da indagare in segreto, cominciare a spiare se stessi.

Di scenografia e luci si è già (positivamente) riferito in apertura. Oltremodo incisiva la recitazione, capace di rendere alla perfezione le straniate personalità dei personaggi, giusti i tempi della regia. Convinti gli applausi finali dell’esperto pubblico bresciano che, ancora una volta, ha gremito il Teatro Sociale.

di Stefano Massini
regia Silvano Piccardi
scene Pierluigi Piantanida
luci Marco Messeri
musiche originali Mario Arcari
con Ottavia Piccolo e Silvano Piccardi
produzione Arca Azzurra Teatro e Ottavia Piccolo

dal 29 novembre al 1 dicembre 2016 presso il Teatro Sociale di Brescia

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   GuittoMatto

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POST (anzi PRE) SCRIPTUM

Nel pomeriggio di oggi, presso il Foyer del Teatro Sociale, Ottavia Piccolo e Silvano Piccardi sono stati intervistati da Daniele Pellizzari. A fine conferenza Ottavia Piccolo ha accettato di rispondere a quattro brevi domande poste da Patrizio Pacioni. Le troverete nell’articolo che sarà pubblicato subito dopo di questo per “Goodmorning Brescia”.

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Lucilla è furiosa, ma non mente

Tra Lucilla Giagnoni e la tecnologia, benché questo spettacolo proprio sullo schema di un videogioco sia strutturato (con tanto di motivetto musicale di sottofondo alla Super Mario Bros), ci dev’essere qualcosa di pregresso.

La possibilità che l’illuminazione dello schermo di uno smartphone violi il sacro buio della platea, o addirittura che parta un’irriverente suoneria, sembrano infatti preoccupare l’attrice  fiorentina ancora e assai più di quanto non accada per i suoi colleghi.

Questa volta, però, questa piccola peculiare e simpaticissima fobia (se vogliamo chiamarla così) si risolve in un abile stratagemma funzionale all’introduzione del tema conduttore di Furiosa Mente: i livelli progressivi di difficoltà nei vari stati del gioco e, soprattutto, la necessità delle regole, l’indicazione netta su ciò che sia lecito e ciò che invece risulti vietato.

Togliete di tasca i cellulari. Adesso illuminate gli schermi e ruotateli. Scattate foto al palcoscenico e, se volete, fatevi anche qualche selfie” è l’invito che gli spettatori colgono di buon grado.

Subito dopo, però, spegneteli: chi non può resistere per i novanta minuti dello spettacolo con il suo Samsung, o il suo HiPhone acceso tanto vale che se ne torni a casa” è la rigida disposizione che impartisce subito dopo.

Perché, appunto, nella vita il “Guerriero” (sia esso maschio o femmina) deve percorrere il proprio cammino, se vuole mantenere qualche ragionevole speranza di arrivare felicemente fino al traguardo, osservando inevitabilmente le regole imposte dalla Vita e dall’Etica.

Una percorso virtuoso percorrendo il quale, dalla crudele guerra di Troia e dall’ancor più spierata ira di Achille su-su fino alla pace francescana del cantico delle Creature, che chiude la pièce come un inno alla speranza, si fa tappa e si prende ristoro nelle canoniche Virtù: la temperanza, la giustizia, la forza, la fede…

Il tutto con abbondanti riferimenti letterari, dall’Iliade all’Orlando Furioso, dalla  sofoclea Antigone al picaresco Don Chisciotte, che Lucilla interpreta con la consueta maestria.

Spettacolo articolato e complesso, allestito con grande fantasia e professionalità, ma non per tutti: che Lucilla Giagnoni sia un’artista di capacità rappresentative eccelse e con straordinaria presenza scenica, che sia un’autrice teatrale dotata di vastissimi orizzonti culturali, un’idealista del positivo e del giusto, è conoscenza nota.

Sembra però, almeno in questo caso, che la volontà didattica, favorita dalla struttura del monologo, prenda il sopravvento sullo spettacolo, probabilmente oltre le intenzioni della stessa Giagnoni, inducendola, tra l’altro, a un forse troppo evidente compiacimento delle proprie abilità attoriali.

Opera comunque non banale, assistita tra l’altro da una scenografia suggestiva e spettacolare, che sfrutta al pieno le enormi potenzialità dell’elettronica anche in ambito teatrale. Da parte mia, lo confesso, resto molto curioso di vedere, magari nel prossimo impegno, l’artista impegnata nella scrittura, o solo nell’interpretazione, di una pièce di

respiro narrativo più ampio e di rappresentazione più corale.

La mia è destinata a rimanere solo una speranza?

C’è un tempo per nascere e un tempo per morire; c’è un tempo per distruggere e un tempo per costruire. Ci sono tempi di crisi, momenti grigi della storia. E il nostro tempo? Forse è uno dei più straordinari che all’umano siano dati di vivere. Cadute le grandi ideologie di riferimento, stiamo vivendo uno degli eventi più incredibili che siano mai accaduti sulla Terra, uno dei grandi sogni dell’umanità, da sempre: la mondializzazione. Che sia questo il tempo di un passaggio evolutivo? La nostra Mente potrà espandersi? Intanto c’è il tempo della nostra vita, che non dobbiamo mancare. C’è il tempo per capire, prendere coscienza e scegliere, anche se scegliere vuol dire combattere una battaglia. La battaglia è la condizione dinamica della nostra esistenza. E il primo e vero campo di battaglia è sempre la nostra Mente: per muoverci con sapienza dobbiamo avere la vigilanza, la forza e la compassione dei “guerrieri”.

   GuittoMatto

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In memoria di un eroe visionario, nell’inconfondibile stile di Cristicchi

 

Finalmente ci siamo. Parte una nuova stagione del C.T.B.  che si prospetta intensa e interessante quante altre mai. E parte  così, con Simone Cristicchi.

Un povero Cristo che canta e porta… il carretto.

Uno spettacolo che riempie gli occhi, le orecchie e il cuore.

Una pièce che ha nella linearità narrativa e nella semplicità espressiva i più forti dei suoi punti forti.

Un monologo a più voci, grazie alla straordinaria versatilità espressiva e vocale di Cristicchi, che si fa bambino, si fa donna, si fa saccente sacerdote e dimesso papa, si fa popolo sgomento, si fa notabile altezzoso, uno nessuno e centomila, riuscendo a imporsi come mattatore del palcoscenico senza perdere una seppur infinitesimale frazione di quella ingenuità che lo rende davvero unico e che induce ad amarlo senza riserve e ad ammirarlo un così grande numero di persone.

   

Simone Cristicchi. Nell’immagine di destra in scena, in quella di destra, dopo lo spettacolo, con Patrizio Pacioni e Giusy Orofino

Due ore di spettacolo in cui scenografie di semplicità francescana, grazie all’inventiva, riescono a rievocare gli anfratti scoscesi dell’Amiata, le lussuose stanze del vaticano, le strade dei paesi maremmani.

Un coro discreto ma impeccabile che si fa popolo, sporco e brutto, ma non certo cattivo, anche nell’aspetto esteriore

Il coro che ha accompagnato Simone Cristicchi nei momenti musicali dello spettacolo, meritatamente applaudito a fine spettacolo

Meritatissimi gli applausi finali, convinti e ripetuti.

In chi scrive questo articolo sorge il sospetto che Cristicchi, al Teatro Sociale di Brescia, abbia trovato una casa sempre pronta ad accoglierlo con affetto ed entusiasmo.

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  Il personaggio (David Lazzaretti) e la sua vicenda

Nato ad Arcidosso nel 1834, dopo avere imparato a leggere, scrivere e far di conto dal vecchio parroco del paese,  abbandonò ben presto gli studi per aiutare il padre nel difficile mestiere di conduttore di carri (barrocci) utilizzati per il trasporto di legna, di carbone e di terra d’ocra alla stazione di Monte Amiata.

Trascorsi i primi trent’anni di vita nell’irrequietezza e indulgendo in varie tipologie di eccessi, nel 1968 cominciò ad avere visioni tali da causare autentiche crisi mistiche.

Essendosi ben presto convinto di essere stato chiamato ad adempiere una missione divina, si dedicò a una serie di ritiri, digiuni e altre pratiche ascetiche, impegnandosi a edificare un santuario in Arcidosso e un eremo sul monte Labro, rilievo meridionale del Monte Amiata.

Riscuote subito un grande consenso popolare, soprattutto tra i contadini, guadagnandosi l’appellativo di Santo Davide, e  sulle prime raccoglie anche l’appoggio del clero e dei vescovi della zona. Presto la sua fama si estende ad altre zone, prime tra tutte alla maremma e alla parte del Lazio compresa tra Sabina e Reatino.

Avvia interessanti esperienze collettive di ispirazione evangelica come il Campo di Cristo e la Comunità delle Famiglie Cristiane, caratterizzate dalla messa in comune dei beni e dal lavoro collettivo: matrice ideologica e sociale precorritrice, partendo dai valori sociali del cristianesimo,  di esperienze più consapevolmente di sinistra e, specificatamente, marxiste.

Inevitabilmente, alla luce di quanto sopra, i rapporti con la Chiesa romana, ben presto, cominciano a deteriorarsi: il disappunto delle gerarchie ecclesiastiche a fronte dell’aspra condanna delle ricchezze e delle spese del clero, si unisce alle paure di una borghesia che si sente minacciata dall’avvento di nuove ideologie di stampo collettivistico che si manifestano negli scioperi operai patrocinati dai primi sindacati.

David Lazzaretti viene ucciso ad Arcidosso il 18 agosto1878 (come previsto in una sua profezia) allorché una variopinta processione, da lui condotta, si trova la strada sbarrata dalle forze dell’ordine.

Resta ancor oggi un mistero la circostanza che a esplodere il colpo mortale non fosse stato uno dei militari legittimamente presenti in servizio di ordine pubblico ma un tale Antonio Pellegrini, bersagliere in licenza, presente casualmente sul posto.

Il suo uccisore fu poi a sua volta assassinato a coltellate in un vicolo di Livorno.

 

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  Simone Cristicchi, “quell’uom dal multiforme ingegno”

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   Musica

Primo grande successo come cantante nel 2005 con Vorrei cantare come Biagio Antonacci .

Nel 2007, per primo, con Ti regalerò una rosa  (meditazione sulla follia ispirata al suicidio di un malato di mente agli albori del ventesimo secolo affiancò alla vittoria assoluta del Festival di Sanremo anche il premio della critica.

Nel 2011 ha interpretato la sigla dell’edizione italiana del cartone animato Il piccolo principe (Rai2). Ancora nel 2011 ha ottenuto il Premio Amnesty Italia con il brano Genova brucia.

 

     Scrittura

Ne 2011 ha pubblicato due libri: Dialoghi incivili, scritto con Massimo Bocchia, e un’edizione speciale di Santa Fiora Social Club, testo e dvd sulla sua avventura con il Coro dei Minatori di Santa Fiora.

Nel 2012 ha pubblicato Mio nonno è morto in guerra, da cui poi ha tratto uno spettacolo teatrale.

 

    Teatro

Nel 2013 Magazzino 18, musical civile da lui scritto insieme a Jan Bernas (autore del libro Ci chiamavano fascisti, eravamo italiani, Mursia), che racconta il dramma (per anni passato sotto silenzio) degli italiani istriani cacciati dalle loro terre e massacrati nelle foibe.

Del 2016 Il secondo figlio di Dio, di cui si parla, appunto, in questo articolo.

 
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Autore: Simone Cristicchi, Manfredi Rutelli e Matteo Pelliti
Regia: Antonio Calenda
Cast: Simone Cristicchi
La storia rivisitata di David Lazzaretti,  da barrocciaio a mistico-visionario che, proclamandosi secondo figlio di Dio, reincarnazione di Gesù Cristo, nella seconda metà dell’800 cercò di costituire sull’Amiata una comunità animata da spirito egualitario, andando incontro a un tragico destino.
IN REPLICA AL TEATRO SOCIALE DI BRESCIA FINO AL 30 OTTOBRE

 

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   Guitto Matto

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Da San Giovanni di Polaveno il teatro giovane batte un (bel) colpo

   

Lo spettacolo è il racconto evocativo di un femminicidio ispirato al giovanissimo drammaturgo e ai suoi compagni di avventura dall’uccisione da parte del marito, a Niardo (Valcamonica), della professoressa Gloria Trematerra, insegnante presso il liceo di Breno. Una storia che ha segnato duramente la realtà locale e che ha spinto tre giovani a esprimere il problema con il linguaggio del teatro; poca narrazione, molta evocazione: uno spettacolo di Teatro Civile teso a indagare in profondità la concreta realtà delle violenze domestiche sulle donne.

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La prima volta che ho assistito a “… però Ti amo” è stato, all’incirca, in questo stesso periodo del 2015.

Ne scrissi in termini estremamente positivi ma, a seguito del proditorio attacco di hacker che poco tempo dopo devastò e distrusse circa quindici anni del sito di Pacioni e oltre cinque di questo stesso blog, il post andò perduto, insieme a centinaia di altri.

Così, visto che domenica 16 ottobre è andata in scena una nuova replica nella sala teatrale dell’ex scuola materna di S. Giovanni di Polaveno, in un evento pensato e organizzato da Giusy Orofino, con la partecipazione di Patrizio Pacioni, dell’assistente sociale Chiara Ricci e della psicologa Federica Nana, non mi sono lasciato sfuggire l’occasione per andarlo a rivedere e colmare un altro buco rimasto nel web.

   

Cominciamo con il dire che a distanza di un anno, come ha spiegato prima dell’inizio della rappresentazione la direttrice artistica di Altatiater, Tiziana Salvini, la rappresentazione del dramma di Alecs Manea ha subito un’evoluzione senz’altro positiva.

Più matura (com’è normale che sia, vista la giovanissima età degli attori) l’interpretazione di Alecs Manea e Donatella D’Apollo.

  

  

Più completa e suggestiva la struttura drammatica, con l’introduzione della proiezione di un suggestivo filmato e l’intervento del magico piano di Elena Quaglia.

Alla rappresentazione è seguito un vivace dibattito, completato da molteplici interventi da parte del pubblico che gremiva la sala al limite della capienza, nel corso del quale, con l’attenta conduzione di Giusy Orofino, lo scrittore romano ha effettuato una veloce ma stimolante disamina della presenza femminile nella storia del teatro e le due “esperte” hanno dispensato spiegazioni e consigli in merito alla natura, gli effetti e la gestione della violenza perpetrata contro le donne.

 

Il saluto finale, salutato da convintissimi applausi, è stata la lettura da parte dell’attore Massimo Pedrotti di un suggestivo brano scritto da William Shakespeare.

 

   GuittoMatto

 

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Uno scenario da brividi… di pura emozione

Prosegue la ricerca di segnalazioni di spettacoli di buon livello qualitativo e in qualche modo  “non convenzionali”  in grado di meglio far intendere e valorizzare una realtà teatrale nazionale generosamente diffusa su tutto il territorio: l’intento è quello di dimostrare che l’arte di recitare (e il piacere di assistere a buona prosa) non vivono e prosperano solo all’interno dei grandi teatri “ufficiali”.

In questo contesto s’inquadra questa intervista all’attrice emiliana Luisa Vitali su una singolare e originalissima iniziativa che, proprio in questi giorni, sta portando avanti a Bologna insieme ai compagni e amici dell’Associazione Rimachèride .

 

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Rivitalizzare un cimitero, un ossimoro, potenziato per di più da un gioco di parole legato al tuo cognome. Sto parlando, naturalmente di scegliere come location per la pièce Ypnòs alcuni locali all’interno del Cimitero Monumentale di Bologna. Si può fare? E perché?

 

Sì che si può fare, perché la Certosa, prima di essere un cimitero è un museo a cielo aperto. Entrare lì è come entrare nella Storia. C’è l’evolversi del linguaggio attraverso gli epitaffi, del costume attraverso le immagini. E poi lo spettacolo ci è stato richiesto espressamente per l’inaugurazione della ristrutturazione dalla Sala del Pantheon danneggiata dal terremoto del 2012 che, per quanto si riferisce a Bologna si accanì soprattutto su alcuni edifici storici. Tra l’altro la parte monumentale della Certosa viene aperta da metà maggi a metà settembre proprio per accogliere eventi culturali e artistici, oltre a visite guidate.

Racconta in sintesi la trama e lo scopo di questa opera.

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La storia (scritta e diretta da Emiliano Bulgaria, regista e drammaturgo) narra di una ragazza di campagna di fine ‘800 (interpretata da Teresa Fava) che arriva prima a Modena e poi a Bologna con il desiderio di diventare cantante. Invece di esaudire i propri desideri, però, viene sedotta, percossa e sottoposta a violenza da un ricco signore bolognese che poi l’abbandona, in gravi condizioni e con il corpo crudelmente tumefatto, all’interno del cimitero. Questa situazione darà modo e occasione  a un famoso ipnotista e mesmerizzatore (impersonato da Emiliano Bulgaria) di agire sulla giovane per percorrere a ritroso la vicenda, nel tentativo di ricavare una completa ricostruzione degli avvenimenti.

Qualcosa sull’Associazione Culturale Rimachèride, che non sia compreso però nella presentazione che si riporta a pie’ di pagina.

  1. L’amore per il teatro di parola (anche se non disdegniamo per principio l’utilizzo d’inserti multimediali). 2) L’assidua pratica della formazione. 3) Il lavoro di gruppo nell’ideazione dei lavori che si vanno a rappresentare, pur nell’assolito rispetto dei ruoli scenici per così dire  “istituzionali” 

Luisa Vitali e il Teatro. Un appagante matrimonio? Una lunga e travagliata relazione? Una focosa passione?

Forse tutte e tre. Da bambina (parlo della più tenera età) avevo due sogni: fare teatro e studiare matematica. In matematica mi sono laureata e ho insegnato per alcuni anni, fino a quando cioè ho realizzato una certa incompatibilità con la scuola. A quel punto la passione per il teatro non ha avuto più argini finche, grazie a una collaborazione dell’azienda di speakeraggio Immagina con la Zanichelli, le due strade in qualche modo si sono ricongiunte. E poi, chi lo dice che la matematica è pura razionalità?

Che altro, oltre a Ypnòs? E dopo, Ypnòs

Per quanto riguarda il gruppo un nuovo progetto (nato su proposta di Cristina Nughes) sulle opere e sulla vita di Lydia Cacho, una giornalista messicana che combatte fieramente per i diritti civili in particolare di donne e bambini e contro i poteri forti.

Per quanto riguarda me la ripresa della collaborazione con laboratori di teatro e di speakeraggio radiofonico, audio-libri per educational e radiodrammi. Sempre con lo sguardo rivolto al palcoscenico naturalmente.

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LuisaVitaliParz  

Luisa Vitali, attrice bolognese, laureata in Matematica e diplomata alla Scuola di Teatro Colli di Bologna e all’Accademia per attori professionisti della Compagnia Teatro Dei Dispersi – Accademia 96, sotto la direzione artistica di Gianfranco Rimondi e la direzione didattica di Marina Pitta.
Si è perfezionata con Vadim Mikheenko, Tanino De Rosa, Shawna Farrel, Rosella Fioretti, Mauro Bigonzetti, Salvo Nicotra, Giacomo Martini, Giuseppe Liotta, Marinella Manicardi, e altri. Ha frequentato stage per l’attore radiofonico presso gli Studi RAI di Bologna e di speakeraggio presso il Baule dei Suoni. Ha studiato diverse tecniche recitative: Stanislavskij, Brecht, Yves Lebreton, M. Čhecov. Ha portato in scena autori quali: Brecht, Wesker, Beckett, Feiffer, Miller, Pinter, Triana, Fassbinder, Badiou, Rimondi, Peter Weiss, Bulgaria, ecc.
Tra gli ultimi lavori “Femmine d’onore” cinque monologhi sulle donne di mafia di e per la regia di Gianfranco Rimondi, “Ospiti” drammaturgia e regia di Luca Ghelfi ispirato a “Goodbye Kiss/Guests” di Harwood, “Le eredità di Vittoria Giunti” rielaborazione drammaturgica e regia di Daniela Marcolungo del libro omonimo di Gaetano Alessi, “Malvasia” drammaturgia e regia di Emiliano Bulgaria, “Il giglio e il fango” recital omaggio a Garcìa Lorca, “Ypnòs” drammaturgia e regia di Emiliano Bulgaria. Svolge attività di speaker per spot, audiolibri e radiodrammi (Canto di Natale di Charles Dickens). Tiene corsi e laboratori di teatro sociale, dizione, public speaking, lettura espressiva, movimento scenico, improvvisazione e tecniche teatrali, speakeraggio radiofonico e doppiaggio. Collabora attivamente con Radio Città Fujiko e l’Accademia di Arte drammatica Wedekind, oltre che con varie compagnie teatrali ed associazioni nazionali. Pur essendo prevalentemente attiva nel teatro, ha lavorato e lavora anche nel campo cinematografico, ultima presenza in “L’ispettore Coliandro – il Ritorno”, girata nel 2015. Attualmente svolge anche l’attività di speaker per audiolibri educational di Mondadori e Zanichelli presso IMMAGINA s.r.l.

L’Associazione Culturale Rimachèride nasce fra le province di  Bologna e  Vicenza come compagnia teatrale  caratterizzata dalla ricerca della mescolanza di arti e generi. I suoi componenti, di radici artistiche eterogenee, spaziano fra teatro ragazzi, teatro di prosa, musicals, concerti di musica classica e contemporanea, alla ricerca di un modo universale di affrontare la contemporaneità e la tradizione culturale italiana e non. Improntata sulla ricerca di linguaggi vocali e sonori, la compagnia mescola parola e voci in un continuum di proposte artistiche adatte ad un pubblico eterogeneo per età e culture.  << Se sei vivo vuol dire che conosci, e fino a quando conosci rimani vivo. Devi rappresentare ed evolvere ad ogni informazione che ricevi. Se ti deformi conosci, quando conosci vuol dire che sei vivo, se non sei più capace di conoscere e deformarti muori.>>

 

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   GuittoMatto

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Pino Pesce: da sempre e per sempre teatro

 

Da qualche tempo a questa parte sembra che, in qualche modo, la Sicilia continui a chiamarmi a sé, sia per motivi personali che professionali, legati questi ultimi a quella parte della mia attività creativa / artistica orientata al teatro.

In questa tendenza va inquadrato il mio incontro con il professor Pino Pesce, giornalista, drammaturgo e regista teatrale, dal quale è sortita questa piccola ma significativa intervista.

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Pino Pesce. Professore di Lettere, giornalista, studioso e critico teatrale e, da ultimo, regista. Come riesci a stare dietro a un simile cumulo di interessi e attività?

Mi sorregge l’Amore verso la cultura che non è arido sapere bensì ricerca, desiderio di superarsi momento per momento; scavo nelle cose senza restare in superficie, il quale, anche quando conosci tutto lo scibile, non ti permetterebbe di essere persona se non vai dentro le cose; il mio Maestro (Gino Raya) mi fece capire la differenza fra cultura in estensione, che è la pura erudizione, e cultura in profondità che è proprio l’andare alle radici delle cose: per smuoverle, sconvolgerle e interpretarle fuggendo il dogma.

 

Il tuo primo cimento “dietro le quinte” è stata una singolare rivisitazione di un classico pirandelliano  L’uomo dal fiore in bocca. Ne vuoi parlare?

  

Avevo tanto scritto di Teatro in termini di recensioni; avevo anche scritto, diversi anni fa, una Sacra rappresentazione, portata in scena da bravi artisti e registi. Negli ultimi 2 anni, come ben dici, ho voluto cimentarmi come regista ne L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello rielaborandone il testo con innesti dello stesso scrittore siciliano che ben vi si attagliano, come la chiusa di Uno, nessuno e centomila e la novella Di sera, un geranio, dove (in quest’ultima) il fiore è un papavero per dare senso al sonno e al sogno che mi ha portato, sulla scia della mia educazione filosofico-religiosa, a superare il pessimismo pirandelliano facendo rivivere il protagonista, il quale chiude il dramma aprendo, pur se in una sospensione di ultimo giudizio e nel Mistero, alla speranza: «…Non dovrei più essere nella sostanza dell’esservi… Ma che invece vi sono, come vedete… Come?… Non è dato saperlo né a voi né a me né a nessun altro. Burattini, burattini del nulla. Del Nulla? Non c’è un segreto filo che porta alla Verità Assoluta?!!»

(foto di Pietro Nicosia)

Il lavoro portato in scena, con qualche cambio di percorso, ha avuto un risonante successo sia per l’inedita messa in scena (videoproiezioni e danza aerea) – la quale ne dilata il tempo della rappresentazione (circa 50 minuti; il tempo classico era di 20 minuti circa) – che per le suggestive musiche di Elisabetta Russo, le immagini-video di Enza Mastroeni, Dalila Romeo e Vincenzo Santonocito e la performance degli attori: Mario Opinato (L’uomo dal fiore in bocca), Tony Pasqua (L’avventore), Luisa Ippodrino (Allegoria della Vita e del Tempo), Rossana Scinà (Allegoria del Trapasso). D’aggiungere, come chicca, la suggestiva voce fuori campo del mio amico Pino Caruso che racconta il momento del trapasso. Tutto il resto è spettacolo da vedere perché le parole non hanno occhi.

 

Senza scendere nel privato, sono venuto a sapere della tua recente quanto assidua e appassionata frequenza, con una donna di grande personalità e spessore. Sto parlando, naturalmente, della licatese Rosa Balistreri.

 

 Sì, adesso mi sto rivolgento alla Grande Licatese con una riduzione-rielaborazione teatrale nata dal testo di Giuseppe Cantavenere: Rosa Balistreri/ Una grande cantante folk racconta la sua vita.

Da anni con l’Autore, percorrendo tanta Sicilia, fra Istituzioni comunali, Associazioni e Università, abbiamo – qualche volta assieme al regista Nello Correale  – raccontato di Rosa.

Del libro di Cantavenere, dai più grandi nomi dello spettacolo ai più piccoli, ne è stato fatto un vero e proprio saccheggio senza spesso riconoscere i meriti dell’Autore.

Quindi il mio testo teatrale: Rosa Balistreri/ A memoria di una Voce. In scena ci saranno Giusy Schilirò (dalla voce potente e seducente), Luigi Di Pino (rinomato cantastorie), Francesca Busacca, Tony Pasqua, Opim (attore e musicista), Jessica Seminara (violinista), ballerini del Centro Danza “Azzurra” di Belpasso, diretto da un eccellente coreografo: Alfio Barbagallo, i disegni di Alfredo Caccamo e le immagini-video di Enza La Giusa.

Parliamo ora della tua avventura al timone del periodico l’Alba sulle cui pagine elettroniche, tra l’altro, è apparso un bellissimo articolo su Diciannove + Uno, dramma ispirato alla tragedia della motonave “Hedia”, scomparsa nel Mediterraneo, nel 1962, insieme a tutto il suo equipaggio.

Un’avventura iniziata nel maggio del 2005, dopo aver diretto un altro periodico. Ho dato a l’Alba un’impronta decisamente culturale e di lindore deontologico che non ha mai ceduto a tentazioni di compromessi. Su di essa è apparsa, come dici, una recensione sul dramma Diciannove più Uno sul giallo della “Hedia”, a firma di Roberto Fatuzzo che, in particolare ha fatto parlare a Misterbianco, trovandovisi, fra i marinai scomparsi (18 italiani ed un gallese), un misterbianchese della famiglia Orofino.  In merito, tu dovresti saperne più di me, essendo lo scrittore e il regista di questa triste e buia vicenda.

Molte attività, molti interessi, come si è scritto all’inizio di questo articolo-intervista, il più delle volte permeati di profonda “sicilianità”. Vuoi raccontarci del rapporto che ti lega alla tua terra, alla tua gente e alle tue radici culturali?

Ho un forte legame con la mia Terra che è fortemente viscerale, ma devo confessarti che tante volte ho desiderato scappare da essa per il modo qualunquista e superficiale di gestire la cosa pubblica e di interpretare il quotidiano, spesso avventato, clientelare e leccaculesco.  Ho sempre agito, con i miei strumenti culturali (coi miei discenti sono stato più che un docente un educatore), per rovesciare e cambiare tutto. Tante le gratificazioni teoriche, poche quelle concrete.

Cosa prevede il futuro prossimo di Pino Pesce e -soprattutto- cosa si aspetta Pino Pesce dal futuro prossimo della sua attività di informatore e di uomo di teatro?

Di essere capito, mi aspetto; ma non penso questo sia facile. Potrei magari essere capito ma non certamente seguito o sostenuto; sono sempre stato per le verità scomode, accolte solo in teoria ma mai nella pratica; ti faccio un esempio banale: il mio periodico è stato sempre apprezzato ed applaudito, ma alla fine amministratori, politici, anche quelli di affinità ideologica e vertici di Teatri stabili, hanno preferito sostenere giornali sgrammaticati e senza qualità culturale e codesto la dice lunga! Risultato? l’Alba ormai è al tramonto! Una sottrazione quindi alla Cultura e alla Società.

Anche se tante volte piegato, non mi sono però mai arreso; continuerò, infatti, a combattere sperando, specie con il teatro, di vedere qualche buon risultato.

Purtroppo così vanno le cose, ma non solo in Sicilia!

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Patrizio Pacioni per           

https://cardona.patriziopacioni.com/

Categorie: Teatro & Arte varia.