Da San Giovanni di Polaveno il teatro giovane batte un (bel) colpo

   

Lo spettacolo è il racconto evocativo di un femminicidio ispirato al giovanissimo drammaturgo e ai suoi compagni di avventura dall’uccisione da parte del marito, a Niardo (Valcamonica), della professoressa Gloria Trematerra, insegnante presso il liceo di Breno. Una storia che ha segnato duramente la realtà locale e che ha spinto tre giovani a esprimere il problema con il linguaggio del teatro; poca narrazione, molta evocazione: uno spettacolo di Teatro Civile teso a indagare in profondità la concreta realtà delle violenze domestiche sulle donne.

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La prima volta che ho assistito a “… però Ti amo” è stato, all’incirca, in questo stesso periodo del 2015.

Ne scrissi in termini estremamente positivi ma, a seguito del proditorio attacco di hacker che poco tempo dopo devastò e distrusse circa quindici anni del sito di Pacioni e oltre cinque di questo stesso blog, il post andò perduto, insieme a centinaia di altri.

Così, visto che domenica 16 ottobre è andata in scena una nuova replica nella sala teatrale dell’ex scuola materna di S. Giovanni di Polaveno, in un evento pensato e organizzato da Giusy Orofino, con la partecipazione di Patrizio Pacioni, dell’assistente sociale Chiara Ricci e della psicologa Federica Nana, non mi sono lasciato sfuggire l’occasione per andarlo a rivedere e colmare un altro buco rimasto nel web.

   

Cominciamo con il dire che a distanza di un anno, come ha spiegato prima dell’inizio della rappresentazione la direttrice artistica di Altatiater, Tiziana Salvini, la rappresentazione del dramma di Alecs Manea ha subito un’evoluzione senz’altro positiva.

Più matura (com’è normale che sia, vista la giovanissima età degli attori) l’interpretazione di Alecs Manea e Donatella D’Apollo.

  

  

Più completa e suggestiva la struttura drammatica, con l’introduzione della proiezione di un suggestivo filmato e l’intervento del magico piano di Elena Quaglia.

Alla rappresentazione è seguito un vivace dibattito, completato da molteplici interventi da parte del pubblico che gremiva la sala al limite della capienza, nel corso del quale, con l’attenta conduzione di Giusy Orofino, lo scrittore romano ha effettuato una veloce ma stimolante disamina della presenza femminile nella storia del teatro e le due “esperte” hanno dispensato spiegazioni e consigli in merito alla natura, gli effetti e la gestione della violenza perpetrata contro le donne.

 

Il saluto finale, salutato da convintissimi applausi, è stata la lettura da parte dell’attore Massimo Pedrotti di un suggestivo brano scritto da William Shakespeare.

 

   GuittoMatto

 

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Uno scenario da brividi… di pura emozione

Prosegue la ricerca di segnalazioni di spettacoli di buon livello qualitativo e in qualche modo  “non convenzionali”  in grado di meglio far intendere e valorizzare una realtà teatrale nazionale generosamente diffusa su tutto il territorio: l’intento è quello di dimostrare che l’arte di recitare (e il piacere di assistere a buona prosa) non vivono e prosperano solo all’interno dei grandi teatri “ufficiali”.

In questo contesto s’inquadra questa intervista all’attrice emiliana Luisa Vitali su una singolare e originalissima iniziativa che, proprio in questi giorni, sta portando avanti a Bologna insieme ai compagni e amici dell’Associazione Rimachèride .

 

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Rivitalizzare un cimitero, un ossimoro, potenziato per di più da un gioco di parole legato al tuo cognome. Sto parlando, naturalmente di scegliere come location per la pièce Ypnòs alcuni locali all’interno del Cimitero Monumentale di Bologna. Si può fare? E perché?

 

Sì che si può fare, perché la Certosa, prima di essere un cimitero è un museo a cielo aperto. Entrare lì è come entrare nella Storia. C’è l’evolversi del linguaggio attraverso gli epitaffi, del costume attraverso le immagini. E poi lo spettacolo ci è stato richiesto espressamente per l’inaugurazione della ristrutturazione dalla Sala del Pantheon danneggiata dal terremoto del 2012 che, per quanto si riferisce a Bologna si accanì soprattutto su alcuni edifici storici. Tra l’altro la parte monumentale della Certosa viene aperta da metà maggi a metà settembre proprio per accogliere eventi culturali e artistici, oltre a visite guidate.

Racconta in sintesi la trama e lo scopo di questa opera.

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La storia (scritta e diretta da Emiliano Bulgaria, regista e drammaturgo) narra di una ragazza di campagna di fine ‘800 (interpretata da Teresa Fava) che arriva prima a Modena e poi a Bologna con il desiderio di diventare cantante. Invece di esaudire i propri desideri, però, viene sedotta, percossa e sottoposta a violenza da un ricco signore bolognese che poi l’abbandona, in gravi condizioni e con il corpo crudelmente tumefatto, all’interno del cimitero. Questa situazione darà modo e occasione  a un famoso ipnotista e mesmerizzatore (impersonato da Emiliano Bulgaria) di agire sulla giovane per percorrere a ritroso la vicenda, nel tentativo di ricavare una completa ricostruzione degli avvenimenti.

Qualcosa sull’Associazione Culturale Rimachèride, che non sia compreso però nella presentazione che si riporta a pie’ di pagina.

  1. L’amore per il teatro di parola (anche se non disdegniamo per principio l’utilizzo d’inserti multimediali). 2) L’assidua pratica della formazione. 3) Il lavoro di gruppo nell’ideazione dei lavori che si vanno a rappresentare, pur nell’assolito rispetto dei ruoli scenici per così dire  “istituzionali” 

Luisa Vitali e il Teatro. Un appagante matrimonio? Una lunga e travagliata relazione? Una focosa passione?

Forse tutte e tre. Da bambina (parlo della più tenera età) avevo due sogni: fare teatro e studiare matematica. In matematica mi sono laureata e ho insegnato per alcuni anni, fino a quando cioè ho realizzato una certa incompatibilità con la scuola. A quel punto la passione per il teatro non ha avuto più argini finche, grazie a una collaborazione dell’azienda di speakeraggio Immagina con la Zanichelli, le due strade in qualche modo si sono ricongiunte. E poi, chi lo dice che la matematica è pura razionalità?

Che altro, oltre a Ypnòs? E dopo, Ypnòs

Per quanto riguarda il gruppo un nuovo progetto (nato su proposta di Cristina Nughes) sulle opere e sulla vita di Lydia Cacho, una giornalista messicana che combatte fieramente per i diritti civili in particolare di donne e bambini e contro i poteri forti.

Per quanto riguarda me la ripresa della collaborazione con laboratori di teatro e di speakeraggio radiofonico, audio-libri per educational e radiodrammi. Sempre con lo sguardo rivolto al palcoscenico naturalmente.

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LuisaVitaliParz  

Luisa Vitali, attrice bolognese, laureata in Matematica e diplomata alla Scuola di Teatro Colli di Bologna e all’Accademia per attori professionisti della Compagnia Teatro Dei Dispersi – Accademia 96, sotto la direzione artistica di Gianfranco Rimondi e la direzione didattica di Marina Pitta.
Si è perfezionata con Vadim Mikheenko, Tanino De Rosa, Shawna Farrel, Rosella Fioretti, Mauro Bigonzetti, Salvo Nicotra, Giacomo Martini, Giuseppe Liotta, Marinella Manicardi, e altri. Ha frequentato stage per l’attore radiofonico presso gli Studi RAI di Bologna e di speakeraggio presso il Baule dei Suoni. Ha studiato diverse tecniche recitative: Stanislavskij, Brecht, Yves Lebreton, M. Čhecov. Ha portato in scena autori quali: Brecht, Wesker, Beckett, Feiffer, Miller, Pinter, Triana, Fassbinder, Badiou, Rimondi, Peter Weiss, Bulgaria, ecc.
Tra gli ultimi lavori “Femmine d’onore” cinque monologhi sulle donne di mafia di e per la regia di Gianfranco Rimondi, “Ospiti” drammaturgia e regia di Luca Ghelfi ispirato a “Goodbye Kiss/Guests” di Harwood, “Le eredità di Vittoria Giunti” rielaborazione drammaturgica e regia di Daniela Marcolungo del libro omonimo di Gaetano Alessi, “Malvasia” drammaturgia e regia di Emiliano Bulgaria, “Il giglio e il fango” recital omaggio a Garcìa Lorca, “Ypnòs” drammaturgia e regia di Emiliano Bulgaria. Svolge attività di speaker per spot, audiolibri e radiodrammi (Canto di Natale di Charles Dickens). Tiene corsi e laboratori di teatro sociale, dizione, public speaking, lettura espressiva, movimento scenico, improvvisazione e tecniche teatrali, speakeraggio radiofonico e doppiaggio. Collabora attivamente con Radio Città Fujiko e l’Accademia di Arte drammatica Wedekind, oltre che con varie compagnie teatrali ed associazioni nazionali. Pur essendo prevalentemente attiva nel teatro, ha lavorato e lavora anche nel campo cinematografico, ultima presenza in “L’ispettore Coliandro – il Ritorno”, girata nel 2015. Attualmente svolge anche l’attività di speaker per audiolibri educational di Mondadori e Zanichelli presso IMMAGINA s.r.l.

L’Associazione Culturale Rimachèride nasce fra le province di  Bologna e  Vicenza come compagnia teatrale  caratterizzata dalla ricerca della mescolanza di arti e generi. I suoi componenti, di radici artistiche eterogenee, spaziano fra teatro ragazzi, teatro di prosa, musicals, concerti di musica classica e contemporanea, alla ricerca di un modo universale di affrontare la contemporaneità e la tradizione culturale italiana e non. Improntata sulla ricerca di linguaggi vocali e sonori, la compagnia mescola parola e voci in un continuum di proposte artistiche adatte ad un pubblico eterogeneo per età e culture.  << Se sei vivo vuol dire che conosci, e fino a quando conosci rimani vivo. Devi rappresentare ed evolvere ad ogni informazione che ricevi. Se ti deformi conosci, quando conosci vuol dire che sei vivo, se non sei più capace di conoscere e deformarti muori.>>

 

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   GuittoMatto

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Pino Pesce: da sempre e per sempre teatro

 

Da qualche tempo a questa parte sembra che, in qualche modo, la Sicilia continui a chiamarmi a sé, sia per motivi personali che professionali, legati questi ultimi a quella parte della mia attività creativa / artistica orientata al teatro.

In questa tendenza va inquadrato il mio incontro con il professor Pino Pesce, giornalista, drammaturgo e regista teatrale, dal quale è sortita questa piccola ma significativa intervista.

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Pino Pesce. Professore di Lettere, giornalista, studioso e critico teatrale e, da ultimo, regista. Come riesci a stare dietro a un simile cumulo di interessi e attività?

Mi sorregge l’Amore verso la cultura che non è arido sapere bensì ricerca, desiderio di superarsi momento per momento; scavo nelle cose senza restare in superficie, il quale, anche quando conosci tutto lo scibile, non ti permetterebbe di essere persona se non vai dentro le cose; il mio Maestro (Gino Raya) mi fece capire la differenza fra cultura in estensione, che è la pura erudizione, e cultura in profondità che è proprio l’andare alle radici delle cose: per smuoverle, sconvolgerle e interpretarle fuggendo il dogma.

 

Il tuo primo cimento “dietro le quinte” è stata una singolare rivisitazione di un classico pirandelliano  L’uomo dal fiore in bocca. Ne vuoi parlare?

  

Avevo tanto scritto di Teatro in termini di recensioni; avevo anche scritto, diversi anni fa, una Sacra rappresentazione, portata in scena da bravi artisti e registi. Negli ultimi 2 anni, come ben dici, ho voluto cimentarmi come regista ne L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello rielaborandone il testo con innesti dello stesso scrittore siciliano che ben vi si attagliano, come la chiusa di Uno, nessuno e centomila e la novella Di sera, un geranio, dove (in quest’ultima) il fiore è un papavero per dare senso al sonno e al sogno che mi ha portato, sulla scia della mia educazione filosofico-religiosa, a superare il pessimismo pirandelliano facendo rivivere il protagonista, il quale chiude il dramma aprendo, pur se in una sospensione di ultimo giudizio e nel Mistero, alla speranza: «…Non dovrei più essere nella sostanza dell’esservi… Ma che invece vi sono, come vedete… Come?… Non è dato saperlo né a voi né a me né a nessun altro. Burattini, burattini del nulla. Del Nulla? Non c’è un segreto filo che porta alla Verità Assoluta?!!»

(foto di Pietro Nicosia)

Il lavoro portato in scena, con qualche cambio di percorso, ha avuto un risonante successo sia per l’inedita messa in scena (videoproiezioni e danza aerea) – la quale ne dilata il tempo della rappresentazione (circa 50 minuti; il tempo classico era di 20 minuti circa) – che per le suggestive musiche di Elisabetta Russo, le immagini-video di Enza Mastroeni, Dalila Romeo e Vincenzo Santonocito e la performance degli attori: Mario Opinato (L’uomo dal fiore in bocca), Tony Pasqua (L’avventore), Luisa Ippodrino (Allegoria della Vita e del Tempo), Rossana Scinà (Allegoria del Trapasso). D’aggiungere, come chicca, la suggestiva voce fuori campo del mio amico Pino Caruso che racconta il momento del trapasso. Tutto il resto è spettacolo da vedere perché le parole non hanno occhi.

 

Senza scendere nel privato, sono venuto a sapere della tua recente quanto assidua e appassionata frequenza, con una donna di grande personalità e spessore. Sto parlando, naturalmente, della licatese Rosa Balistreri.

 

 Sì, adesso mi sto rivolgento alla Grande Licatese con una riduzione-rielaborazione teatrale nata dal testo di Giuseppe Cantavenere: Rosa Balistreri/ Una grande cantante folk racconta la sua vita.

Da anni con l’Autore, percorrendo tanta Sicilia, fra Istituzioni comunali, Associazioni e Università, abbiamo – qualche volta assieme al regista Nello Correale  – raccontato di Rosa.

Del libro di Cantavenere, dai più grandi nomi dello spettacolo ai più piccoli, ne è stato fatto un vero e proprio saccheggio senza spesso riconoscere i meriti dell’Autore.

Quindi il mio testo teatrale: Rosa Balistreri/ A memoria di una Voce. In scena ci saranno Giusy Schilirò (dalla voce potente e seducente), Luigi Di Pino (rinomato cantastorie), Francesca Busacca, Tony Pasqua, Opim (attore e musicista), Jessica Seminara (violinista), ballerini del Centro Danza “Azzurra” di Belpasso, diretto da un eccellente coreografo: Alfio Barbagallo, i disegni di Alfredo Caccamo e le immagini-video di Enza La Giusa.

Parliamo ora della tua avventura al timone del periodico l’Alba sulle cui pagine elettroniche, tra l’altro, è apparso un bellissimo articolo su Diciannove + Uno, dramma ispirato alla tragedia della motonave “Hedia”, scomparsa nel Mediterraneo, nel 1962, insieme a tutto il suo equipaggio.

Un’avventura iniziata nel maggio del 2005, dopo aver diretto un altro periodico. Ho dato a l’Alba un’impronta decisamente culturale e di lindore deontologico che non ha mai ceduto a tentazioni di compromessi. Su di essa è apparsa, come dici, una recensione sul dramma Diciannove più Uno sul giallo della “Hedia”, a firma di Roberto Fatuzzo che, in particolare ha fatto parlare a Misterbianco, trovandovisi, fra i marinai scomparsi (18 italiani ed un gallese), un misterbianchese della famiglia Orofino.  In merito, tu dovresti saperne più di me, essendo lo scrittore e il regista di questa triste e buia vicenda.

Molte attività, molti interessi, come si è scritto all’inizio di questo articolo-intervista, il più delle volte permeati di profonda “sicilianità”. Vuoi raccontarci del rapporto che ti lega alla tua terra, alla tua gente e alle tue radici culturali?

Ho un forte legame con la mia Terra che è fortemente viscerale, ma devo confessarti che tante volte ho desiderato scappare da essa per il modo qualunquista e superficiale di gestire la cosa pubblica e di interpretare il quotidiano, spesso avventato, clientelare e leccaculesco.  Ho sempre agito, con i miei strumenti culturali (coi miei discenti sono stato più che un docente un educatore), per rovesciare e cambiare tutto. Tante le gratificazioni teoriche, poche quelle concrete.

Cosa prevede il futuro prossimo di Pino Pesce e -soprattutto- cosa si aspetta Pino Pesce dal futuro prossimo della sua attività di informatore e di uomo di teatro?

Di essere capito, mi aspetto; ma non penso questo sia facile. Potrei magari essere capito ma non certamente seguito o sostenuto; sono sempre stato per le verità scomode, accolte solo in teoria ma mai nella pratica; ti faccio un esempio banale: il mio periodico è stato sempre apprezzato ed applaudito, ma alla fine amministratori, politici, anche quelli di affinità ideologica e vertici di Teatri stabili, hanno preferito sostenere giornali sgrammaticati e senza qualità culturale e codesto la dice lunga! Risultato? l’Alba ormai è al tramonto! Una sottrazione quindi alla Cultura e alla Società.

Anche se tante volte piegato, non mi sono però mai arreso; continuerò, infatti, a combattere sperando, specie con il teatro, di vedere qualche buon risultato.

Purtroppo così vanno le cose, ma non solo in Sicilia!

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Patrizio Pacioni per           

https://cardona.patriziopacioni.com/

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STABILmente pazzi… per il Teatro

Scusa si so’ nato pazzo

Uno spettacolo “modulare”, che cambia struttura ogni volta che va in scena, ruotando attori (quelli della Compagnia Stabile Assai che, nata nell’ormai remoto 1982 è il più antico gruppo di teatro carcerario) e monologhi ispirati a brani di autori quali Edward Bunker, Jean Genet, Jack London e James Ellroy. Nato dalla scrittura congiunta di Cosimo Rega, Patrizia Spagnoli, Sandra Vitolo e Antonio Turco (che ne è anche il regista) Scusa si so’ nato pazzo è un viaggio di esplorazione nella difficile situazione psicologica di uomini tenuti in bilico, dalla deprivazione della libertà, sull’orlo di un baratro depressivo se non anche, talvolta, psicopatologico.

Sono storie dure, quelle che si succedono in scena.

Storie di oppressione e di violenza irragionevole, spesso esercitata anche dai compagni di detenzione; di punizioni eccessive e disumane, più utili a indurire e corrompere le anime che a riscattarle. Senza dimenticare, però, di ricordare, qua e là, che non tutte le sbarre sono all’interno dei carceri: esistono anche le gabbie in cui la vita, purtroppo, costringe persone (solo apparentemente) libere: quelle costituite da esistenze incanalate irreversibilmente e negate a ogni possibile miglioramento.

Gli attori danno il meglio, unendo alla interpretazione il dono di qualcosa di sé, delle proprie esperienze, dei propri errori e degli sbandamenti, ma anche della voglia di rinascere.

Il tutto intarsiato, come d’abitudine per la Compagnia Stabile Assai, nella colonna sonora incisiva e accattivante al tempo stesso per l’esecuzione della band composta da una sempre  ispirata Barbara Santoni (voce) supportata al meglio dai fratelli Turco (Antonio chitarra, Roberto basso e Lucio percussioni) e dagli altri bravi musicisti (primo tra tutti Paolo Petrilli alla fisarmonica) che si alternano con loro.

 

   GuittoMatto

NB

sarà nostra cura diffondere, non appena perverrà in ns. possesso, l’elenco degli spettacoli in programma nelle prossime settimane

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Al Sociale con tanti ballerini sul palcoscenico e un solo grande cuore

Un’altra serata da “tutto esaurito” questa sera al Teatro Sociale.

Una serata particolare, però. Sia perché il C.T.B. per l’ennesima volta punta sul sociale, fornendo un ulteriore appoggio alla causa del recupero dei reclusi attraverso la pratica della recitazione e della danza, sia perché la bravissima Giulia Gussago (che abbiamo intervistato qualche giorno fa proprio in vista di questo evento), per mettere in piedi lo spettacolo di danza presentato stasera, si è avvalsa, oltre che del performer Giannalberto De Filippis, degli allievi della sua Compagnia Lyria e di un certo numero di detenuti della Casa di Reclusione di Verziano.

Dello spirito di questo progetto abbiamo già ampiamente riferito nel suddetto articolo al quale vi rimandiamo nel caso non l’aveste ancora letto (https://cardona.patriziopacioni.com/il-teatro-apre-i-lucchetti-e-allarga-le-sbarre/); oggi, dopo averlo visto, ci si occupa più da vicino dello spettacolo.

Bene, vi dico subito che l’abilità di Giulia Gussago nel predisporre coreografie di grande effetto scenico ed emotivo ma di non altissimo quoziente di difficoltà, come si addice a una rappresentazione del genere, è davvero mostruosa.

Per più di un’ora, seguendo il fil rouge dei sonetti shakespeariani, si sono alternati momenti di riflessione, di autentica poesia, di pittoresca denuncia e di un grandissimo coinvolgimento emotivo che, dopo avere permeato gli interpreti sul palco, si è trasmesso con pari efficacia agli spettatori. 

Si comincia con il sottofondo dell’ “Imagine” di John Lennon sapientemente adattata alla bisogna e una danza languida ed elastica. Aumenta poi gradualmente il ritmo con la musica hispanico-latino-americano, fino a trasformare una scena che più corale non si può in un autentico happening che mescola in parti armoniche, nei movimenti dei ballerini, gioia, rabbia, speranza di riscatto, voglia famelica di vita e liberazione dionisiaca dei sensi.

È nella forza rivoluzionaria e catartica dell’Arte, che si cerca e si può trovare la salvezza comune. Nella condivisione, nella collaborazione, nell’aiuto reciproco.

È un grido rivolto al pubblico e in platea e al mondo, un anelito di libertà che nessuna sbarra, nessun catenaccio può tenere chiusa in una cella.

 Giulia Gussago e Giannalberto De Filipipis salutano il pubblico a fine spettacolo.

Si conclude con un tripudio di colori, con tanti applausi con lacrime di pura emozione che rigano il volto di questo o di quel detenuto, uomini e donne per una volta a contatto, impegnati a costruire qualcosa d’importante insieme senza la divisione di genere inevitabilmente imposta dal sistema di pena.

E in chi esce dal sociale, rimane una sensazione positiva, un ricordo confuso dal tanto, dal troppo che si è visto e che si è infiltrato nell’anima e nel cuore.

Parole che restano caparbie a fluttuare tra i pensieri, più o meno così…

 Ho reso l’idea?

Per chi era con me al Sociale, poco, fa, probabilmente sì.

Per gli altri: andate a vedere uno spettacolo di Giulia Gussago … e capirete.

 

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  GuittoMatto

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Vernissage (1) – Gi Morandini, il camuno guerriero… del bello

 

Ho superato quasi tutti gli esami della facoltà di medicina, ma proprio quando sono arrivato quasi in fondo, ho capito che non era roba per me e non mi sono laureato. Ho fatto cento lavori, impegnandomi fino in fondo in ciascuno di essi, ma c’era sempre qualcosa che mancava”

Noi montanari camuni, i cittadini possiamo metterli  tra due fette di polenta calda, e mangiarceli senza nessuna difficoltà, se vogliamo: perché chi vive in altura si  abitua sin da fanciullo a un franco ma duro confronto con la natura, e matura prima e meglio”

Autodidatta colto, onnivoro dal punto di vista culturale, sempre curioso di tutto. Goloso di notizie, aggiornamenti e novità.

La mia è una mancanza cronica e incolmabile, una carenza legata a un’infanzia e a un’adolescenza piuttosto compressa. Un po’ come quelli che hanno subito le privazioni imposte dalla guerra e continuano ad avere fame anche quando dovrebbero essere satolli“.

Comincia con matita e tempera: disegnare i tratti esalta la sua creatività, il riempimento lo rasserena e lo tranquillizza.

Nudoprimigenio (acrilico su MD – cm 70×50)

          Gacneosemplice  (collage su MD – cm 70×100)

Tumialba (acrilico su carta da acquerello – cm 50×30)

 

Gi Morandini nasce a Bienno (Valle Camonica) nel 1951. Conseguita la maturità scientifica, intraprende gli studi universitari iscrivendosi alla facoltà di Medicina. Ha al suo attivo 63 mostre personali di cui una nelle sale del Museo di Stato di San Marino e tre a Villa Vogel a Firenze.

Nel 1976 inizia la sua ricerca sui temi legati alla figurazione con particolare attenzione al fatto segnico, denominando il tutto con il neologismo neosemplicità  (in riferimento alle tematiche  ecologiste dei filosofi anglosassoni  degli anni ’60). Comincia a esporre a partire dal 1981. Nel suo percorso attraversa la figurazione, l’astrazione, la poesia visiva fino ad  opere  di  netto  impianto  concettuale (installazioni fatte con oggetti appartenuti al suo vissuto inserendo così la vita di ogni giorno nell’arte). Dal 1990  opera  anche  nel  campo della tridimensionalità  (sculture  in  bronzo, installazioni plotter-painting su tela …). Nel 1989  una sua opera  è divenuta  un annullo filatelico delle poste  nazionali. La sua attività si svolge  da più di   un  decennio  anche nel campo  della grafica  ed ha  al suo attivo numerosi manifesti,  copertine  di  libri…  Dal 11  gennaio  2005 ha iniziato la serie di azioni d’arte dal titolo Burocrazianeosemplice in cui trasla gli stilemi del lavoro di  Ufficiale  di  Stato  Civile in un  Atto d’Arte  itinerante compiuto  negli Uffici di Stato Civile dei Comuni Italiani.

  Dal 2003 è art director  dell’Associazione   Culturale  per   l’Arte  Contemporanea “La Parada“.

L’Associazione Culturale “La Parada” (che ha all’attivo moltissime mostre personali di artisti nazionali) è stata fondata nel 2003 a Brescia – in via Milano, 64 – dall’artista Gi Morandini con alcuni collezionisti ed estimatori d’arte. Lo stabile che la ospita risale agli inizi dell’800 ed era la stazione di posta per le carrozze della linea Milano-Venezia. Al suo interno la ristrutturazione dell’ambiente ha tenuto conto di quello che doveva essere l’aspetto originario, sia nell’uso dei materiali che nel design dell’insieme. Le salette adibite ad esposizione hanno il pavimento in granito nero e le pareti bianche illuminate da luce soffusa, per permettere la migliore lettura possibile delle opere. Fino ad oggi l’Associazione ha accolto le mostre personali di Fabio Annunziata, Giorgio Chiesi, Guido Zanoletti, Shalom, Rodolfo Vitone, Eikoh Hosoe (nell’ambito della Biennale di Fotografia di Brescia), Adriano Grasso Caprioli, Wolfang Kossuth, Silvestro Lodi, Giovanni Dalle Donne (Gruppo G), Massimo Bucchi, Ario Marianni, Luciano Ghersi, Giovanni Blandino, Gerico, Egidio Duina e Max Bi. Apertura su appuntamento (+39 335 563 3509)

Per chiudere, una ghiotta indiscrezione dell’ultima ora: sarà proprio Gi Morandini a realizzare la copertina del nuovo libro di Patrizio Pacioni, In cauda venenum, d’imminente uscita.  Un incontro importante, visto che se da una parte segnerà il ritorno, dopo ben sei anni di “riposo”, del commissario Cardona, dall’altra, nelle intenzioni della Serena Edizioni (che ne curerà la stampa), vuole rappresentare, anche “fisicamente” un oggetto del tutto particolare e sorprendente. 

Insomma, conoscendo la fantasia, l’entusiasmo e la vis creativa dei due artisti, chissà cos’altro ne verrà fuori.

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 Mastro Tempera

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Frankenstein e Stefano Comini? Due mostri in uno.

Non è facile preparare e rappresentare un bel musical.

Ci vuole un buon testo, prima di ogni altra cosa, avete visto quella pubblicità in cui si dice che il primo ingrediente per mettere  in tavola una gustosa pastasciutta è proprio la pasta, no?

E fin qui con Frankestein das Musical, ci siamo in pieno.

Peccato che, in questo caso, le difficoltà vere vengano dopo.

Intanto bisogna mettere insieme qualcosa come una quindicina e più di artisti che sappiano recitare, ballare e cantare.

Poi ci sono le coreografie, le scene, i costumi, robe che in un musical come questo, appunto, devono fare la loro porca figura.

Bene.

   

Ho il piacere di annunciarvi, in nome della mia brescianità (acquisita, va bene, non stiamo a spaccare in quattro il capello) che i ragazzi di DreaMusical  di Nave (http://www.dreamusical.it/hanno portato a termine con pieno successo la missione: ieri sera, nella elegante e accogliente location del Teatro Comunale di Belluno, davanti a un foltissimo pubblico, ho avuto modo di assistere a uno spettacolo davvero divertente e di ottima qualità artistica.

Partendo dall’impeccabile (ma anche fantasiosa) regia di Luca Savani, dall’ottima costruzione delle scenografie (Simona Pasquali) e dalla perfetta congruità dei costumi (Diego Mondaini), la recitazione (ma anche il canto e il ballo) di tutti gli interpreti si è dipanata per tutto lo spettacolo (anche se interrotta spesso dai convinti applausi degli spettatori, tra cui il sottoscritto che si è trovato più volte a battere il tempo con le mani insieme agli altri) disinvolta e senza sbavature.

Emergono punte di autentica eccellenza tra le quali, inutile dirlo (altrimenti avrei scelto un altro titolo per questa recensione) mi preme segnalare la prestazione di Stefano Comini, giovane e versatile attore di cui sto seguendo da vicino la crescita fin da quando ebbi modo di notarlo tra i Teatranti di Katiuscia Armanni, perfettamente calato nei panni dell’ingenuo e stralunato, ma anche geniale dottor Frankenstein (attenzione si pronuncia Franchenstin!).

Per il resto, ancora mi restano nelle orecchie le voci pulite e piene di personalità sfoggiate da Veronica Lombardi, Annamaria Loda e Manuela Musiti. Divertenti e cotte al punto giusto le caratterizzazioni di Michele Senici, Fabrizio Reboldi e Simone Pasotti.

  

Considerato che l’incasso dello spettacolo è servito anche a finanziare le iniziative del Comitato Gocce di Sole Onlus, nello specifico qulle finalizzate ad aiutare i bambini con disabilità di Belluno), che altro dire se non:

Bravi DreaMusical, il vostro spettacolo merita davvero di essere visto sul maggior numero di palcoscenici italiani. In bocca al lupo e arrivederci alla prossima!”

 

  

E, per finire nel peggiore e più ignobile dei modi, ecco Patrizio Pacioni e Stefano Comini sorpresi a

scherzare nel dopo spettacolo. Ma si può, tra persone serie? A patto di ESSERE persone serie, naturalmente.

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  GuittoMatto

 

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Per aprire i lucchetti e allargare le sbarre… ci vuole la danza.

Come ben sapete, su questo blog di “cultura in carcere”si è parlato tanto e spesso.

Ciò è avvenuto sia a seguito dell’avvio della collaborazione tra Patrizio Pacioni e la Compagnia Stabile Assai, sia dell’intensa attività effettuata in tale ambito dallo scrittore romano, sfociata oltre che i diverse conferenze sul tema, a numerosi incontri “letterari” tenuti all’interno della Casa Circondariale di Busto Arsizio.

A ciò si aggiunge la realizzazione del film “Il Lettore” scritto con Fabiana Cinque per la regia di  Martina Girlanda e  recitazione del Gruppo Angelo, appunto della Casa Circondariale di Busto (fruibile in Rete a questo link:  (https://www.youtube.com/watch?v=JbKHLpbXSBk).

Con queste premesse, inutile dire che apprendere la prossima rappresentazione al Teatro Sociale di Brescia di La causa e il caso non poteva non attirare il nostro interesse. 

Da qui l’intervista con Giulia Gussago che ne è stata la creatrice, l’anima e la realizzatrice.

Giulia, come ti sei decisa a portare anche in carcere la tua esperienza di danza?

A muovermi, a partire dal 2011, fu la forte (e sempre presente in me) curiosità della vita e della sperimentazione personale. Perché per me è questo, l’Arte: un modo diverso di conoscere il mondo. Mi ricordo che, partecipando a un convegno attinente all’ambiente carcerario, mi chiesi cosa potesse significare, per un essere umano, essere costretto a vivere in stato di reclusione

Hai incontrato difficoltà a cominciare e svolgere il tuo lavoro nel carcere di Verziano?

Per niente: per la Direttrice, Francesca Paola Lucrezi, i recupero dei detenuti attraverso l’Arte è sempre stata una certezza

Quindi stiamo parlando di danza-terapia…

No. Stiamo parlando solo ed esclusivamente di Danza, e basta. L’Arte, qualsiasi tipo di Arte, è di per sé terapeutica a tutti i livelli, quindi non ha bisogno di suffissi da ospedale

Qual è la filosofia che anima questa parte della tua attività?

L’annullamento delle barriere tra chi è dentro e chi è fuori. La danza ha in é le caratteristiche necessarie per offrire tutto quanto è necessario al processo creativo. Si tratta di un percorso di avvicinamento attraverso un’esperienza accessibile a tutti: non c’è nessuna distinzione tra ciò che possono fare i reclusi e  chi è in libertà. Un atteggiamento del tutto analogo a quello che ho utilizzato anche con i disabili

Che riscontro ha ricevuto la tua proposta da parte dei detenuti?

Si è trattato di un’adesione spontanea ed entusiasta: purt trattandosi, per la stragrande maggioranza di uomini e donne che non hanno avuto esperienze precedenti, mi è capitato di scoprire alcuni autentici talenti

Inevitabilmente, come universalmente noto, all’interno dei carceri tendono a replicarsi le stesse strutture gerarchiche proprie di ambienti malavitosi esterni. Mi chiedo se anche nel gruppo o nei gruppi che s’impegnano in attività artistiche…

Per quanto riguarda la mia esperienza, non ne ho trovato la benché minima traccia tra “i miei”: credo che a ciò abbia contribuito, oltre al generale amore di quell’armonia tipica della danza cui mal si attagliano rapporti di prevaricazione-sottomissione, l’introduzione di persone esterne all’ambito carcerario

Ecco, sulla base di quest’ultima frase, veniamo alla composizione del gruppo di questo spettacolo.

Io e Giannalberto De Filippis danziamo in scena con 35 danzatori non professionisti, di cui 27 “esterni” e 8 tra detenuti e detenute. Sì, uomini e donne insieme, perché una volta entrati nello spirito di questo progetto artistico, ogni barriera viene meno. Il gruppo iniziale (da novembre a oggi) era composto di 50 con una prevalenza numerica tra i detenuti, in linea con la composizione della popolazione di Verziano, di non-italiani

Qual è il futuro che ti auspichi, riguardo a questo aspetto della tua molteplice

Il futuro non so. Il mio sogno è quello di portare questo spettacolo, ed eventuali altri che verranno, fuori dalle mura del carcere in modo stabile, effettuando una vera e propria tournée

Parlami dei tuoi rapporti con il C.T.B., grazie al quale lo spettacolo, venerdì prossimo, sarà al Teatro Sociale.

Quanto a questo ho trovato una disponibilità incredibile e immediata: l’attuale dirigenza del C.T.B. (non solo in questa occasione) dimostra una grande (e nuova) attenzione al territorio. È rarissimo che un teatro stabile si presti a sostenere un progetto del genere. Il nostro primo contatto con l’Ente Teatrale Bresciano è stato Andrea Cora che ci ha presentato a Bandera. Con il Direttore Artistico, ricevendo l’appoggio incondizionato del Presidente Carla Boroni, sono state esaminate e risolte le criticità tecniche e operative

Ultima domanda (anche se  avrei da fartene moltissime altre). Si sono verificati, nell’ambito di un percorso di questo tipo e di così forte suggestione emotiva, episodi particolari che puoi raccontarci?

Ricordo che, il giorno successivo alla morte di Pannella, un detenuto che sta scontando una lunga pena, ha chiesto con la voce rotta dall’emozione  un minuto di silenzio e un applauso per l’impegno civile di Pannella che è stato vicino ai carcerati  più di altri. Un altro detenuto, riferendosi alla serietà con cui conduco le prove, mi ha regalato un mazzo di fiori di carta dicendomi: “Mi sgridi perché mi vuoi bene come me ne volevano mia madre e mio padre”. Beh, cos’altro avrei potuto fare se non commuovermi fino alle lacrime

     La causa e il caso

Lo spettacolo è l’esito finale dei laboratori creativi annuali svolti nell’ambito del Progetto Verziano_incontra da novembre 2015 a giugno 2016 presso diverse sedi cittadine, la Casa di Reclusione di Verziano, il Teatro Sociale e SpazioLyria.

I laboratori e le attività di creazione sono condotti da Giulia Gussago, direttore artistico del progetto, con l’intervento del danzatore Giannalberto De Filippis. Al percorso partecipano cinquantaquattro persone, liberi cittadini e detenuti delle sezioni maschile e femminile della Casa di Reclusione, tutti non professionisti, offrendo il proprio contributo al processo creativo.

Lo spettacolo La causa ed il caso è liberamente ispirato ai Sonetti di William Shakespeare i quali rappresentano, per ogni partecipante, un prezioso spunto per riflettere e rielaborare la propria esperienza. Le intense parole di Shakespeare e quelle scritte dai performer si intrecciano e si confondono per dare vita ad un’imprevedibile rilettura dell’opera del grande maestro, oltre che suggerire temi e percorsi per la creazione del materiale coreografico.

LA CAUSA ED IL CASO

Ideazione e coreografia Giulia Gussago
Direzione musicale Alessandro Siani e Giovanni Ferrazzi
Performance sonora Giacomo Brambilla
Luci Sergio Martinelli
Performer Giannalberto De Filippis e Giulia Gussago
con Margherita Andeni, Barbara Bonetta, Monica Bottali, Stefania Caldognetto, Francesco Cancarini, Raffaella De Masi, Valentina Fanelli, Silvia Francesconi, Valentina Inchingolo, Alice Luterotti, Lucia Mazzacani, Federica Morandi, Laura Omodei, Elena Otelli, Chiara Pedrini, Mariantonia Piotti, Rossana Ranzetti, Marco Rossetti, Susi Ricchini, Anna Riviera, Erica Serlini, Elena Silvestri, Aurora Sorsoli, Giovanna Vezzola, Michela Volpe, Sandra Zanelli, Arturo Zucchi
e gli ospiti della Casa di Reclusione di Verziano
Amrinder, Dario, Maria, Mercedes, Mohammad, Said, Kuljit e Zio Said
Hanno inoltre partecipato al laboratorio
Ahmed, Asia, Cristian, Dario, Eleonora, Erion, Fernanda, Fiorenza, Jawad, Jisset, Lacine, Laura, Miriam, Paola, Roberto, Silvia, Valeria, Valeria Cristina e Viviana
 
Fotografo di scena Daniele Gussago
Trucco e acconciature a cura di CFP Zanardelli
Si ringraziano per la preziosa collaborazione Chiara Luini, Sabrina Schivardi, Stefania Talia
Un particolare ringraziamento al Direttore della Casa di Reclusione Verziano Brescia Francesca Paola Lucrezi e a tutto il personale dell’Istituto
 

  è coreografa, danzatrice della Compagnia Lyria.

Si forma alla scuola professionale di danza di Milano, al London Contemporary Dance School di Londra e a Parigi, con insegnanti quali Carolyn Carlson, Mathilde Monnier, Jean- Francois Duroure e Isabelle Duboulouse. Dal 1990 svolge un’intensa attivitò didattica presso studi di danza, tra cui “Studio Arabesque” e “Studio 76” di Brescia, “Invito alla danza” di Barletta, “obiettivo Danza” di Piove di Sacco (PD), “Arabesque Dance Center” di Rimini, e scuole pubbliche e private di diverso ordine e grado.

 

 Valerio Vairo

Categorie: Teatro & Arte varia.