Chi ha detto che non ci sono più i Gentiluomini di una volta?

      La storia

Scritta tra il 1592 e il 1594 è una delle prime opere scritte da Shakespeare, una pièce tragicomica, effervescente e suggestivamente discontinua. Vicenda complessa che vede come protagonisti i due giovani amici Valentino e Proteo. Il primo, partito da Verona per stabilirsi a Milano, incontra la bella e ricca dama Silvia di cui, ricambiato, s’innamora. Proteo, andando a trovare l’amico, nonostante abbia lasciato a Verona la fidanzata Giulia, si innamora anch’egli di Silvia. Giulia, messa in allarme dal suo intuito femminile, si presenta a Milano mascherandosi da uomo. In un concitato quanto intricato epilogo, Valentino e Proteo (che tenta di rapire Silvia) si affrontano nella foresta. Valentino libera la donna ma,  in nome dell’amicizia, rinuncia a lei in favore dell’altro. Proteo, però, in nome dello stesso sentimento, a sua volta rinuncia a Silvia e torna da Giulia. Un lieto fine, o forse no.

.

    L’opera

Il sipario si apre su una scenografia essenziale, ma di grande suggestione: una costruzione modulare dai colori desertici, mimetici, lunari, virati in un gialloverde coloniale.

Si comincia con una separazione che non è soltanto l’ìinizio di una frattura tra due amici, inevitabile epilogo di certi forti sodalizi giovanili, soprattutto maschili, ma anche l’inizio dell’ennesima battaglia dell’eterno conflitto tra sentimenti e valori spesso contrastanti, come quelli dell’amicizia e dell’amore.

Quell’amore che, nella visione shakespeariana rappresenta il più potente motore di vita.

Quell’amore che non è esattamente ciò che il drammaturgo intende raccontare, ma quel che il pubblico del suo tempo vuole vedere e vivere dalle proprie poltrone: sentimento tragico e romantico, dominatore di cuori e di coscienze, inesorabile aggressore dell’anima che colpisce più duramente proprio chi meno sembra credere nella sua potenza.

Quell’amore, che però, probabilmente, il Grande Bardo guardava con altri occhi, molto più freddi e razionali. Un paravento, o piuttosto un comodo pretesto, utile a mascherare, dietro al più esasperato romanticismo, pulsioni carnali e istinti di possesso e di dominio. Un veleno dolceamaro che morde il ventre prima e più ancora di intossicare il cuore. Fonte di corruzione, in casi estremi,  e di efferati comportamenti: è il caso del gesto ignobile di Proteo, che arriva a donare come pegno d’amore alla nuova passione, Silvia, proprio l’anello ricevuto in regalo allo stesso titolo dalla fidanzata Giulia. 

Si respira una consistente e popolare carnalità in questa pièce, studiatamente sguaiata, in certi casi, al non nascosto scopo di catturare attenzione e applausi suscitando ilarità negli spettatori di ogni ceto sociale e popolare che si accalcavano nei polverosi teatri del sedicesimo secolo londinese. Un compromesso utile e necessario, mirato a trasmettere e dfare passare messaggi di ben più ampio respiro.

Perché il giovane e ancora acerbo drammaturgo William Shakespeare si mostra e si dimostra ne «I due gentiluomini di Verona» già in tutto il suo talento di narratore dall’immensa capacità di scrittura teatrale. Quasi un mostro, in riferimento all’età anagrafica, visto che, nelle pieghe della narrazione, lo si scopre già dotato, a dispetto della tenera età,  di tutta la saggezza del mondo.

Poi, però,  (per fortuna), arriveranno la maturità e la vecchiaia a fare, a Lui e a noi, un contraddittorio quanto inestimabile dono; quello della straordinaria, visionaria, fresca e giovanissima follia che ne fa il Genio insuperato e forse insuperabile della drammaturgia mondiale.

.

   Lo spettacolo  (PH Serena Pea)

Ciò che colpisce di più in questa rappresentazione è la straordinaria omogeneità di recitazione che Giorgio Sangati (responsabile anche di questa versione italiana della commedia) riesce a ottenere  dal suo cast, composto di attori di elevato livello professionale. Un compito che il regista non si accontenta di svolgere in modo pulito e ordinato, impegnandosi in azzeccate e del tutto originali trovate sceniche e narrative.

Dall’accattivante prestazione della guest star a quattro zampe (il cane Charlie, molto ben calato nel ruolo), all’introduzione di certi “modernismi” stimolanti ma mai invadenti sia nel linguaggio che nei movimenti, alla originalissima idea del mantenimento in scena nel corso dell’intervallo di uno stoico Ivan Aloisio (Valentino) capace di rimanere immobile come una statua, in piedi al centro del palcoscenico per tutta la durata dell’intervallo, la discontinuità narrativa di questa pièce viene trasformata in un susseguirsi di stimoli capaci di far digerire in modo del tutto indolore al pubblico la lunga durata della commedia.

Tutti perfettamente all’altezza gli attori, a partire dal già citato AloisioFausto Cabra (Proteo) la cui breve intervista concluderà questa recensione.

Delle scene di Alberto Nonnato si è già detto, splendidi i costumi di Gianluca Sbicca, perfette (e questa non è una novità) le luci di Cesare Agoni.

Applausi meritati, prolungati e convinti per una partenza “ufficiale” della stagione 2017/2018 che meglio di così non poteva andare.

.

Versione italiana e regia di Giorgio Sangati

Scene di Alberto Nonnato 

Luci di Cesare Agoni

Costumi di Gianluca Sbicca

Con: Fausto Cabra, Ivan Alovisio, Camilla Semino Favro, Antonietta Bello, Luciano Roman, Gabriele Falsetta, Paolo Giangrasso, Ivan Olivieri, Giovanni Battista Storti, Chiara Stoppa, Alessandro Mor, Diego Facciotti.

e con la partecipazione straordinaria di Charlie

 

Produzione del CTB Centro Teatrale Bresciano  con Teatro Stabile del Veneto-Teatro Nazionale.

.

.

    Che ne dice Proteo (ovvero Fausto Cabra  *)

«Ci tengo a rendere giustizia a un testo che, secondo me va inserito a pieno titolo tra i grandi capolavori di Shakespeare, e che collocherei tra i più avanguardistici scritti dal Grande Bardo. Un vero e proprio inizio di una rivoluzione destinata a cambiare non solo la storia del Teatro.

Quando ho cominciato a lavorarci l’impressione (e l’emozione) è stata quella di scoprire qualcosa di assolutamente nuovo, come se fosse saltato fuori un inedito shakespeariano.

Tutti noi del cast ci siamo sentiti e ci sentiamo responsabili della messa in scena un testo totalmente dimenticato. E di cercare di fargli giustizia. Personalmente lo considero un autentico capolavoro di libertà drammaturgica che solo oggi forse può essere conmpreso e pienamente apprezzato, anche negli aspetti più misterici.»

 

 

(*)

Con l’importante “bagaglio” di una preparazione attoriale di prim’ordine sulle spalle, Fausto Cabra nel 2005 riceve il Premio Salvo Randone  come Miglior Giovane Attore Neodiplomato italiano. Lavora in diversi spettacoli prodotti dal Piccolo Teatro con la regia di L. Ronconi, ma anche R. Carsen, E. D’Amato, E. Bronzino, G. Sangati e C. Simonelli. Per il Teatro Stabile di Torino ha partecipato a varie produzioni, incontrando diversi registi: K. Arutyunyan W. Le Moli V. Arditti E. Malka e Claudio Longhi, con il quale collaborerà x molti anni anche in altri enti stabili, tra cui l’ERT e il Teatro di Roma. Dal 2006 collabora costantemente con Ricci/Forte in “Troia’s Discount”, “100% Furioso”, “Macadamia Nut Brittle”, come attore o assistente regia. Nel 2007 si aggiudica il Premio Ernesto Calindri  come Miglior Attore Emergente. Con Y. Ferrini recita in “Onora il padre e la madre” regia F.Olivetti. Nel 2010 comincia la collaborazione con il Globe Theatre di Roma, prendendo parte a “Molto Rumore Per Nulla” con la regia L. Scaramella ed a “Romeo Giulietta” regia Gigi Proietti nel ruolo di Mercuzio. Tra 2011 e 2012 inizia la collaborazione con Israel Horovitz e la sua compagnia italiana. Collabora con giovani compagnie emergenti, Piano In Bilico e Gli Incauti. Continua a tenere viva la collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano partecipando ad una serie di Lab. con il Maître F. Jaibi. Nell’estate 2012 incontra grazie alla Biennale Teatro il Maestro D. Donnellan, con cui lavorerà per 2 estati consecutive. Torna a collaborare con Luca Ronconi nelle estati 2012/13. Dal 2012 collabora con il CTB (CentroTeatraleBresciano) in 3 spettacoli con la regia di E. Bucci e M. Sgrosso, e poi con la regia di D. Salvo. Incontra nel 2014 G. Bisordi in “La Vita Agra” e “Actarus”.
Al cinema ricopre il ruolo principale in “L’estate d’Inverno” e “In guerra” di D. Sibaldi. È tra i protagonisti di “Lehman Trilogy”,  regia L. Ronconi.

 

.

  (PH Serena Pea)

 … e tanti saluti da Charlie, naturalmente !

.

 

   GuittoMatto

 

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (49) – Classici da ripensare e da riproporre

Dunque si cambia.

E che cambiamento!

Da austera conferenza stampa tenuta nel Foyer, la presentazione della Stagione di Prosa 2017/2018 del C.T.B. si fa strappare il biglietto e passa all’interno del Teatro Sociale, trasformandosi in spettacolare happening.

Serata davvero particolare al  Teatro Sociale di Brescia: veduta dall’alto della platea con i primi spettatori-invitati che comiciano ad accomodarsi ai propri posti già mezzora prima dell’inizio.

Che si tratti di una festa lo si capisce sin dal primo istante, quando una briosissima Anna Meacci introduce la serata riuscendo ad attrarre a sé l’attenzione del pubblico che affolla il teatro in ogni ordine di posti: bendisposto, divertito, sì, ma anche molto ma molto curioso di conoscere le novità che caratterizzeranno la prossima stagione.

«I numeri possono essere aridi e noiosi, ma sapere che il trend di crescita del Teatro bresciano continuano a essere costantemente in crescita è qualcosa che ci riempie di soddisfazione e ci sprona a proseguire su questa strada» è il saluto della Presidente Camilla Baresani Varini, che con altri numeri va avanti.

«Trentacinque titoli, nella entrante stagione, con undici nuove prosduzioni marcate Centro Teatrale Bresciano, costante incremento di spettatori (con una base di oltre 110.000 sbigliettamenti nel 2016/2017) e abbonati, di cui il 40% proveniente da fuori della cerchia cittadina»

Poi la parola passa al tabellone, che è quanto mai vario e intrigante: la parte del leone, pure in presenza di significative opere “del presente”, va a quella che è definita un’operazione di recupero, rivisitazione e riproposizione di grandi classici.

Del dettaglio dei titoli in programma leggerete con comodo sui quotidiani di domani, in questa sede, in cui ci preme darvi una primizia di quanto accaduto al Sociale, ci basta segnalare quelli che, epidermicamente, hanno richiamato la nostra attenzione: 

I miserabili (ATTENZIONE con Franco Branciaroli nella parte di Jean Valjean), Il malato immaginarioGiulio CesarePinocchioLa classe operaia va in paradisoI MalavogliaStasera si recita a soggetto, Accabadora, Delitto e castigo, Marilyn, la rarità shakespeariana I due gentiluomini di Verona… e qui siamo costretti a fermarci, perché (tra l’uno e l’altro) finiremmo per scrivere tutto l’elenco o quasi.

La “cerimonia” viene impreziosita da gustose primizie recitate da alcuni degli attori che calcheranno il palcoscenico a partire dal prossimo autunno, tra  i quali, oltre al già nominato Branciaroli, si affacciano volti noti e amati in città come Fausto Cabra, Elena Bucci, Marco Sgrosso, Luca Micheletti, Lucilla Giagnoni, Elisabetta Pozzi e Francesco Colella, Valter Malosti, Monica Ceccardi e Silvia Quarantini

Si succedono anche rappresentanti delle Istituzioni “azioniste” (Regione, Provincia e Comune) e delle grandi aziende “sostenitrici” A2A e ASM, vengono più volte e giustamente sottolineate le azioni del C.T.B. tese a unire ancora di più il Teatro ai cittadini e viceversa e, soprattutto, a diffondere l’amore per la prosa tra giovani e giovanissimi, con moltissimi appuntamenti ed eventi pensati ad hoc e l’offerta di consizioni agevolate per la fruzione dei teatri cittadini da parte degli alunni delle scuole bresciane.

Si conclude così, dopo il saluto di un emozionato Direttore Gian Mario Bandera («Benedetta l’emozione e chi sa ancora emozionarsi», dice il saggio) che coglie l’occasione per anticipare anche il prosimo arrivo dell’innovativo EvoLutioN City Show Brixiae Editio che animerà le strade del centro, questa autentica e perfettamente riuscita festa del Teatro, della Prosa, della Drammaturgia, in definitiva di tutta la Cultura bresciana:

tra applausi e consensi e, una volta fuori, nella tiepida, magnifica Brescia di questa notte quasi estiva, con il pensiero che le nuove aprture di sipario al Teatro Sociale e al Mina Mezzadri Santa Chiara sembrano ancora troppo lontane.

Per fortuna che, di mezzo, per ingannare in qualche modo l’attesa, ci saranno le vacanze…

 

  

(per una volta insieme Bonera.2 & GuittoMatto)

Categorie: Giorni d'oggi e Teatro & Arte varia.

Le relazioni… meravigliose del CTB

Voglio fare una confessione.

Dopo tanti anni trascorsi (con smodato piacere) a respirare polvere di palcoscenico, è ormai estremamente difficile che si crei in me un’aspettativa pari a quella che ha accompagnato l’avvicinarsi dell’esordio di «Le relazioni pericolose» ennesimo riadattamento del romanzo epistolare  (titolo originale «Les liaisons dangereuses») scritto da Pierre Ambroise François Choderlos del Laclos e pubblicato nel 1782.

Nel 1782, sì: appena sette anni prima che il deflagrare della Rivoluzione Francesce cominciasse a distruggere, con straordinaria violenza e rapidità inusitata per i mutamenti epocali, le basi di una vecchia era, per costruirne una del tutto nuova e diversa.

Per questo e per altro, che scoprirete proseguendo a leggere questo post, la recensione è di quelle “in forma solenne”, comprensiva cioè di notizie che vanno ben oltre il commento dello singolo spettacolo posto sotto osservazione.

    Il romanzo 

Trama

Narra le avventure di due libertini appartenenti alla nobiltà francese del diciottesimo secolo, ed è considerato uno dei capolavori della letteratura francese. Nell’insensata competizione a carattere seduttivo-sessuale che si instaura tra il giovane e irruento Danceny e il più esperto e amorale visconte di Valmont, una sola persona è capace di dominarne e condizonarne a sua volontà gli istinti: la Marchesa de Merteuil ricca vedova e cinica conoscitrice dell’animo umano e delle debolezze insite nei sentimenti, nonché abile manovratrice dei suoi amanti.

È un affresco post-barocco di una società  dissoluta e cinica, ma allo stesso tempo cieca rispetto al minaccioso mutare dei tempi. La cronaca sensuale di una corsa verso l’autodistruzione effettuata nel compiacimento di un Potere che si va dissolvendo e nel nome della ricerca dei più sfrenati piaceri assurta a valore pseudo morale.

    Il film 

Regia : Stephen Frears

Interpreti e personaggi:

È una di quelle pellicole belle, variopinte ed effimere…  come farfalle.

Uscì nelle sale cinematografiche nel 1988 (trentatre anni dopo il meno famoso e fortunato film di Roger Vadim del 1955) con la regia di uno come Stephen Frears, che ha firmato film come Rischiose Abitudini, Eroe per caso e The Queen). Grazie a un cast che definire stellare è probabilmente riduttivo, il successo fu clamoroso, al punto che il titolo si trasformò in breve tempo in una frase di uso corrente.

Vinta piuttosto agevolmente anche la competizione con Valmont di Miloš Forman (girato quasi contemporaneamente e uscito nelle sale nel 1989), anch’esso tratto dal medesimo romanzo, alla fine di una stagione di strepitoso successo lo slancio si esaurì, senza neppure essere in qualche modo rilanciato, negli anni immediatamente successivi, da una frequente programmazione televisiva. Fenomeno misterioso, ma non infrequente come potrebbe sembrare, nel mondo del cinema.

Ricordo, infine, che la trama del romanzo di Pierre Ambroise François Choderlos del Laclos è stata nuovamente ripreso nel 1999 con il film Cruel Intentions – Prima regola non innamorarsi diretto da Roger Kumble con Sarah Michelle Gellar e Ryan Phillippe.

  Lo spettacolo 

Ci sono attori che sono sempre e comunque una garanzia per gli spettatori che si recano ad assistere ai loro spettacoli. Un po’ come il marchio DOCG impresso su una bottiglia di buon vino, tanto per intenderci. Elena Bucci (fresca vincitrice di importanti riconoscimenti quali il Premio Eleonora Duse e il Premio Ubu) e Marco Sgrosso (cofondatore della Compagnia Le Belle Bandiere) sono certamente da annoverare tra questi, e quelle che il C.T.B. intrattiene con loro (iniziate con Macbeth nel 2005 e proseguite nelle successive stagioni con i fortunati allestimenti Hedda Gabler, L’amante, La Locandiera, Antigone ovvero una strategia del rito, Juana de la Cruz o le insidie della fede, Ella, Mythos, Tartufo, Svenimenti e La canzone di Giasone e Medea) sono davvero…  «Relazioni meravigliose».

 

 

(qui sopra quattro meravigliose istantanee di scena scattate dal fotografo Marco Caselli Nirmal)

La “prima accoglienza” riservata agli spettatori che gremiscono il Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri per l’esordio de «Le relazioni pericolose» è una festa per gli occhi fatta di luci e colori: appena la sala piomba nel buio ecco che, come per incanto, ci si ritrova in un mondo alieno e antico al tempo stesso,  intriso delle tinte soffuse e morbide delle ciprie con cui, nel ‘700, si cospargevano abiti e parrucche.

È la gioia profana della corruzione morale, che trasuda dai primi scambi epistolari, diretta emanazione del delirio di onnipotenza di uno “stato” aristocratico che, per realizzarsi pienamente, ha bisogno di andare oltre ciò che consentono ceto, ricchezza e politica. E quando corrompere l’innocenza (della giovanissima Cecile de Volanges) si rivela troppo facile («il complotto è sproporzionato all’impresa» chiosa il visconte di Valmont»), viene il turno della più ghiotta delle prede: la stessa onestà (dell’incorruttibile Madame de Tourvel).

Sono bravi, anzi bravissimi, Elena Bucci – la perfida Marchesa Isabelle de Merteuile e Marco Sgrosso – l’inveterato seduttore Visconte di Valmont (responsabili anche della drammaturgia), felicemente affiancati da un poliedrico Gaetano Colella (tanti personaggi in uno), ma questo si sapeva già.

Particolarmente ispirati, questa sera, grazie anche al perfetto connubio scene/suono/luci/costumi, ma soprattutto…

… soprattutto riescono a colmare con grande agilità e senza alcun contraccolpo su pubblico, quel gap romanzo epistolario-palcoscenico  più largo di un’autostrada a otto corsie.

Riescono a rendere alla perfezione quel “vacuum vitae” che non è poi cambiato così tanto, dal ‘700 al terzo millennio.

Rendono, ingenerando un certo malessere in chi assiste allo spettacolo, quella tristezza di un iter operativo del Male ben delineato e  determinato, praticamente un protocollo, seguendo fedelmente (pur se ottusamente) il quale, prima o poi, si riesce a vincere ogni resistenza del Bene e di ciò che lo simboleggia e rappresenta.

A descrivere la farsa-tragedia di quell’arroganza becera quanto miope di una classe dirigente talmente impegnata a soddisfare le proprie brame, a ubriacarsi di ostentazione e sopraffazione del prossimo da non accorgersi che la fine sta arrivando.

Tutto sembra allegro, tutto sembra piacere, ma alla fine si rivela volgare e macabro come una qualsiasi  “cena elegante” da seconda repubblica.

Finisce in tragedia, com’è giusto che sia, con i protagonisti che si trovano costretti a fare i conti con la propria nullità, con il vuoto siderale di esistenze spese  senza ideali e senza scopo, nella più assoluta e cupa delle solitudini.

E la luce che scende davanti agli attori, inesorabile come la lama della ghigliottina, mentre parte la canzone gloriosa e letale della Marsigliese, è il prezzo di un’epoca che cambia, in modo violento e irreversibile.

 

 Al Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri di Brescia dal 19/4 al 14/5/2017 

Mi sia consentito concludere dando la parola alla colta quanto disinibita e cinica Marchesa de Merteuil:

«L’amore che vantiamo come la causa dei nostri piaceri, non ne è in realtà che il pretesto »

Una frase stupenda e rivoluzionaria, per essere stata scritta nel 1782, non è vero?

 

 

   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Giasone e Medea: al Santa Chiara una canzone che suona bene

La Medea del greco Euripide e del latino Lucio Anneo Seneca (ancora oggi tra le tragedie più rappresentate) prendono le mosse dall’ultima parte del lungo e complesso ciclo del “Vello d’oro”. 

Giasone decide di convolare a nozze con Glauce, figlia di Creonte, a dispetto della volontà di Medea.

Istantaneamente tutto l’amore e tutta la devozione che Medea ha sino a questo punto nutrito per Giasone si trasformano, come spesso accade in questi casi, in cieco e furibondo rancore, foriero di smania di vendetta.

Creonte, intuendo il fatale pericolo che potrebbe derivare da questa tesissima situazione, impone alla donna l’immediato esilio. Medea però riesce a ottenere la dilazione di un giorno: giusto il tempo sufficiente a dare pieno sfogo al proprio odio. Un dono alla rivale, un velo magicamente avvelenato capace di provocare un rogo fatale che avvolge e consuma sia la giovane sposa Glauce (Creusa per i latini) che il padre accorso a salvarla.

La sete di vendetta di Medea, però, non è ancora placata. Dopo un ultimo, straziante abbraccio, uccide i figli uno a uno, per fuggire poi in cielo, volando sul cocchio del Sole.

La storia è sostanzialmente sempre quella, ma in Euripide il tema al centro della tragedia è l’instabile rapporto tra uomo e donna, il contrasto tra amore e arrivismo. In Seneca, invece, il buio richiamo della magia e la corruzione che l’odiosa operare sull’animo umano.

All’inizio sono solo ombre. 

Sembianze scure che scorrono sul palcoscenico, come le ombre platoniane della  filosofica allegoria del “mito della caverna”.

<La freccia del dolore si conficca nel petto di Medea come una fiamma> sono le parole che anticipano un accordo rock, una delle numerose trovate a sorpresa che s’inseriscono per armonico contrasto nell’impianto sostanzialmente classico di questa pièce.

C’è il coro, naturalmente. Le donne di Corinto, però, si muovono a scatti come marionette i cui fili sono costituito dal buon senso comune e dalla forza di auto-diffusione di un certo tipo di notizie di cronaca.

E non può mancare la nutrice-narratrice, più simile a una navigata e scaltra massaia partenopea che alle sagge donne, seconde se non prime genitrici, della tradizione ellenico-latina. Sempre Meridione e Mediterraneo è, dirà qualcuno, e non mi sento di esprimere dissenso.

<Giasone era tutto, e si è rivelato il peggiore degli uomini> pronunciano, piegate dal rancore, le labbra ormai inaridite di Medea, sorpresa e smarrita dall’atroce scoperta, ed è l’estrema maledizione, il solenne giuramento di vendetta.

È una straniera, Medea. Un’estranea, una barbara, una strega, come agli occhi maschili spesso si rivelano le proprie donne quando, avendo scoperto la disistima, il tradimento, l’abbandono del proprio amante, prendono conoscenza di quanto avrebbero dovuto rivendicare molto tempo prima.

<Per le donne tutto funziona finché funziona il letto> è la debole contestazione di Giasone, segretamente misogino, ignavo che si limita a fare il suo, ragioniere dei sentimenti convinto che basti la pelosa accondiscendenza di un sostegno materiale per nascondere le proprie mancanze affettive sotto un grigio tappeto.

Poi è il momento dello sterminio, con Medea che indulge a lungo, combattuta, devastata, nella preparazione dell’uccisione degli adorati figli che si rivela travagliata come un parto al contrario, più dolorosa dello stesso atto omicida.

Tanti applausi alla fine, con gli attori più volte richiamati in scena, per un antico dramma che, guarda un po’, calza alla perfezione con la lucida follia di tanti fatti di cronaca nera che ora, nel terzo millennio, come allora, nell’antica Grecia, fanno sì orrore, ma fanno anche spettacolo.

E resta, mentre si torna a casa, la sensazione dolce-amara che c’è da tremare, e da stringersi l’un l’altro, quando viene il momento dei genitori che ammazzano i propri figli.

 

  cc

  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.