Miracolo in via Milano (l’improvvisazione non s’improvvisa)

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Sette giornalisti che arrivano in via Milano da soli o in coppia come cospiratori, in una atmosfera da vecchio film sulla guerra fredda rafforzata anche dall’aspetto del furgone che ci aspetta in via Nullo: un trabiccolo mal ridotto che ha conosciuto tempi migliori.

Le indicazioni, prima di salire a bordo sono scarne ed essenziali, tipo:

1) si consiglia vivamente ai signori cronisti di fare la pipì prima di partire non saranno ammesse soste intermedie;

2) attenti, quando salite , a non sbattere la testa sul montante.

Premesso questo, «Medea in via Milano», versione bresciana di un format drammaturgico “da strada” che ha interessato già numerose località italiane, congiungendo l’impegno artistico con quello della denucia dello sfruttamento sessuale, della tratta degli esseri umani e dell’accoglienza, è a mio avviso un’idea originalissima e ben realizzata.

«Con venti repliche, sette spettatori per volta, si arriva a centoquaranta: non sono decisamente pochi per uno spettacolo di questa originalità e qualità?» ho chiesto al Direttore Gian Mario Bandera, dopo avere assistito all’anteprima che vi racconterò più avanti.

«In effetti sarebbe stato bello poterlo offrire al pubblico bresciano per un mese, ma in questa occasione non è stato possibile. Chissà, magari ci riuscirà di farlo tornare in città» mi ha risposto, aggiungendo di esserne stato favorevolmente impressionato lui per primo

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DA QUESTO PUNTO IN POI SI SCONSIGLIA LA LETTURA A CHI PREVEDE DI ANDARE AD ASSISTERE A QUESTO SPETTACOLO: IN PRESENZA DI PERFORMANCES DEL GENERE, INFATTI, RITENGO PERSONALMENTE PREFERIBILE CHE CI SI LASCI PRENDERE DALLA SORPRESA DELL’INASPETTATO E DALLA SCOPERTA PROGRESSIVA DELL’INCOGNITO.

SE SIETE D’ACCORDO CON ME, NATURALMENTE, STATE TRANQUILLI: QUESTO POST POTRETE SEMPRE LEGGERLO “DOPO”. ALTRIMENTI… ANDATE PURE AVANTI NELLA LETTURA.

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Un attimo prima di partire, sale a bordo lei: una giovane rumena sulla trentina, estroversa e un po’ schizzata, che, fin da subito si impegna a interagire con i passeggeri del furgone, con la spontaneità e la naturalezza di chi quella vita immaginaria l’abbia vissuta (e la stia vivendo) davvero. Così racconta di una fanciullezza difficile, nella problematica e durissima Romania di Ceausescu, di un padre testardo e volitivo inviso al regime costretto, dal professore che è, a inventarsi contadino.

È brava Elena Cotugno, (coautrice del testo -ideato e diretto da Gianpiero Borgia– insieme al drammaturgo “di casa” del CTB, Fabrizio Sinisi) anzi bravissima, sia nella totale immedesimazione nel personaggio, che per un po’ continua baloccarsi in una finta euforia utilizzata come fumogeno per nascondere le irrimediabili fratture che gli hanno spezzato irreparabilmente l’anima, sia nella capacità di coinvolgere il suo pubblico (cioè non giornalista)  attraverso ripetute quanto accorte provocazioni. È brava Elena Cotugno, anzi bravissima, nel veicolare il il parto doloroso delle proprie ossessioni, che come scarafaggi escono fuori dai punti oscuri del passato fuoriesce dai suoi occhi una memoria come una bottiglia di, no, anzi come una bottiglia di lacrime. È brava, Elena Cotugno, a far sorridere e a far commuovere, a mostrarsi al tempo stesso dura e fragile come prezioso cristallo.

La confidenza della violenza subita viene espulsa come una deiezione velenosa, poi si spoglia con la mente e con il corpo, realizzando il paradigma eterno della prostituta che non vuole rendersi conto di ciò che è diventata o che è stata fatta diventare. “Non ho più paura di niente” esclama e ripete, a se stessa più e prima ancora che ai suoi interlocutori,  fingendo di sapere tutto della vita e del mondo, mentre, della vita vera, non sa proprio niente.

L’arrivo di un figlio, anzi di due gemelli, imprevisto e vigliacco, ma accolto con amore con speranza nonostante tutto. L’accettazione, per amore di qualunque sacrificio, anche quello di continuare a lavorare a gravidanza avanzata e di ritornare sulla strada subito dopo il parto. Perché la vita continua, deve continuare come se come prima, e bisogna “contare tutto”, oggetti, situazioni, persone, per non impazzire.

E, siccome l’inferno per certe persone non ha mai fine la scoperta dell’ennesimo tradimento, ben presto seguita dall’abbandono, nonostante la sopportazione e l’acquiescenza, un silenzio sofferto.:

Sai cosa vuol dire sapere tutto e non dire niente?”

E finalmente, se finalmente si può dire in certi casi, il divampare della follia, la possessione da parte di quella Medea che si nasconde e attende in ogni donna, quando il dolore e il disonore diventano troppo ingombranti e urticanti per essere sopportati.

Scende, dal furgone e dalla nostra vita, e dal mondo di superficie, dalla gente “normale”, per tornare nell’inconscio collettivo, nel disordinato andirivieni delle vie cittadine e rintanarsi nella nostra cattiva coscienza.

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Uno spettacolo sorprendente, un originalissimo modo di fare teatro, un efficace strumento di informazione e comunicazione, un evento artistico che si trasforma, per noi fortunati giornalisti, e per coloro che avranno modo di vivere questa esperienza, in qualcosa di profondo e indimenticabile.

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«Abbiamo provato a leggere e a raccontare oltre la superficie la storia di migliaia di esseri umani, partiti dal proprio paese con un sogno che all’arrivo qui in Italia si è rivelato un incubo.Nel grande mare del tema delle migrazioni, abbiamo messo a fuoco il fenomeno che riguarda quelle donne straniere, sconosciute eppure in qualche modo familiari con elementi dell’arredo urbano cui siamo abituati, che popolano le nostre strade. Donne partite alla ricerca di una vita migliore e invece ritrovatesi nel racket della schiavitù della prostituzione» ha spiegato qualche tempo fa Gianpiero Borgia. E non si può dire certo che non ci sia riuscito.

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Elena Cotugno nasce a Ruvo di Puglia (Bari) nel 1984.  Nel 2008 si diploma presso ITACA (International Theatre Academy of Adriatic) in Tecniche e metodologie delle arti drammatiche. Nel 2007 studia presso la LAMDA (London Academy of Music and Dramatic Arts) e a Berlino con il regista e pedagogo Jurij Alschitz. Debutta a Parigi con il regista e pedagogo Anatolij Vasiliev con lo spettacolo “Soirèe Cechov”. Sempre con Anatolji Vassiliev nel 2011 e nel 2012 segue il Master in “Pedagogia della Scena” presso il CTR di Venezia in collaborazione con La Scuola Civica Paolo Grassi di Milano.
Oltre ad importanti esperienze lavorative all’ estero, a Parigi con Anatolij Vasiliev e a Strasburgo con Agnès Adam, ha lavorato come attrice presso importanti teatri nazionali. Dal 2007 al 2009 partecipa a tre edizioni dell’ “International Edinburgh Fringe Festival” con la regia di Gianpiero Borgia con il quale gestisce la compagnia “Teatro dei Borgia” nata nel 2002.

Esperienze teatrali:
2015 – La Locandiera di Goldoni / di Fabrizio Sinisi / regia di Gianpiero Borgia / Teatro dei Borgia.
2014 – L’Indecenza / di Elvira Seminara/ regia di Gianpiero Borgia / Teatro Stabile di Catania.
2014 – Gl’Innamorati di Goldoni / di Fabrizio Sinisi / regia di Gianpiero Borgia / Teatro dei Borgia.
2013 – Volevo essere Amy Winehouse / Elena Cotugno e Michela Diviccaro / regia Gianpiero Borgia / Teatro dei Borgia.
2012 – Oreste di Euripide / di Mariano Dammacco / regia di Nicola Vero / Compagnia delle Formiche
2011 – Valodia le grand et Valodia le petit / di Anton Cechov / regia di Agnès Adam / La Friche Laiterie, Strasburgo con Collectif Spactacle-Labortoire.
2010 – Soirèe Cechov- Le Moine Noir e Valodia le grand et Valodia le petit / di Antòn Cechov/ regia Anatoli Vasiliev/ Theatre de l’Atalante, Parigi / con Collectif Spectacle-Laboratoire.
2009 – Troilo e Cressida / di Williams Shakespeare / regia Gianpiero Borgia / Compagnia delle Formiche, Teatro Pubblico Pugliese.
2009 – “In Serching of Miss Landmine” (spettacolo in lingua inglese)/di Elena Cotugno, Claudia Lerro, Carmen Centrone/ regia Gianpiero Borgia/ Edimburgo Fringe Festival/ Compagnia delle Formiche.
2008 – Yerma (spettacolo in lingua inglese) / di Federico Garcia Lorca / regia Gianpiero Borgia/ Edimburgo Fringe Festival / Compagnia delle Formiche.

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GuittoMatto

 

 

THEATRE

2007 ESCAPING HAMLET Gianpiero Borgia

2007 I DIALOGHI PLATONICI – IPPIA MINORE Christian Di Domenico

2008 yerma di federico garçia lorca Gianpiero Borgia

2009 TROILO E CRESSIDA DI WILLIAM SHAKESPEARE Gianpiero Borgia

2010 IL MONACO NERO DI ANTON CECHOV Anatolij Vasiliev

2011 VALODIA LE GRAND ET VALODIA LE PETIT DI ANTON CECHOV Agnes Adam

2011 MOLTO RUMORE PER NULLA DI WILLIAM SHAKESPEARE  Nicola Vero

 

 

La dinamica è quella del viaggio. Ogni viaggio è una crescita. Come evolve la consapevolezza dello spettatore al termine del tour?
Lo spettatore è insieme ad altri passeggeri, la vicinanza crea relazioni e interazione. È un vero e proprio viaggio che si fa riflessione sul viaggio stesso. Ci si trova esposti, con tutti i sensi coinvolti. Ogni replica è determinata da chi c’è a bordo, molte sono poi le variabili: dal tempo al traffico.

Ma il furgone è permeabile o impermeabile? L’interazione avviene anche con le ragazze della strada?
Per rispetto, quando attraversiamo le zone calde cerchiamo un modo per non essere invadenti. A Bari o Genova è impossibile non passare attraverso le ragazze che “lavorano”, lo facciamo con discrezione, non ci fermiamo mai. Io continuo a raccontare perché l’attenzione non sia solo sulla strada. Poi, facciamo comunque una tappa, scendiamo sui marciapiedi per essere al posto delle ragazze, essere fisicamente lì.

Cosa ritorna uguale in tutte le repliche di questo spettacolo?
Ogni città ha le strade del sesso a pagamento e tutti le conoscono. In ogni città le zone sono divise per etnie. E a ogni replica il pubblico si ferma alla fine dello spettacolo per discutere con me su ciò a cui ha assistito.

Come costruite lo spettacolo adattandolo alle diverse città?
In ogni città contattiamo sempre associazioni e cooperative di riferimento, perché ci aiutino a tracciare un itinerario e a portare avanti la ricerca che stiamo facendo sul tema.

 

Elena Cotugno, Medea per strada

È pur sempre teatro, come salva la verità?
Mi dico sempre che ciò che sto facendo lo sto facendo con uno scopo ben preciso, quello che racconto posso raccontarlo soltanto perché grazie alle associazioni ho avuto contatti diretti e quindi ho un’esperienza diretta di ciò che racconto, e questo mi dà forza.

E la bellezza? Come salvarla dal degrado?
La bellezza è in tutto, dipende con che occhi vogliamo guardare al problema. Tutti conoscono Medea e conoscono il finale. Quando però io scendo dal furgone e incontro il pubblico “da Elena” mi capita che qualcuno mi voglia abbracciare. Li ho portati a vedere con Euripide una realtà terribile e invece di inveirmi contro gli spettatori desiderano riappacificarsi con ciò che si è visto. Io voglio sempre salvare le persone. Si vuole sempre trovare una bellezza, anche nelle cose terribili, nel degrado, c’è sempre un tentativo di riappacificazione con sé stessi.

E per evitare il moralismo?
Partire dal presupposto che sto raccontando Medea. Viene tutto filtrato dal mito, e questo filtro permette di non cadere nel moralismo. Noi stiamo facendo teatro. Io ho una parrucca, però l’obiettivo è la realtà. Il nostro intento è raccontare l’uomo, non fare teatro civile.

 

 

 

Categorie: Teatro & Arte varia.

Se la cintura esplosiva non fa il botto.

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È appena calato il sipario sulla “prima” di «Guerra santa», dramma scritto da Fabrizio Sinisi per la regia di Gabriele Russo, con Andrea Di Casa e Federica Rosellini.

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La trama:
È davvero un venerdì di passione, allorché una giovane donna, dopo un’assenza protrattasi sette anni, spesi a combattere nei ranghi di un gruppo estremista-fondamentalista, fa ritorno “a casa”.
Alla Casa di Dio, per la precisione, visto che la combattente si questo caso, presenta proprio nella parrocchia frequentata a lungo a suo tempo.
Una visita nel corso della quale tra la donna e un sacerdote cattolico, suo punto di riferimento nella “vita precedente”, si instaura un confronto nel corso del quale fatti drammatici vengono raccontati e motivazioni  interiori messe a nudo, mentre si allunga l’ombra di un clamoroso attentato di imminente realizzazione.

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Lo spettacolo:

L’idea messa in scena di mettere insieme e di incrociare i sei monologhi di cui è composta l’opera, in teoriapuò risultare piuttosto originale. Dal dire al fare, però, come recita la sapienza popolare, spesso c’è di mezzo il mare. Soprattutto se ci si dimentica (o volutamente s’ignora) che il teatro viene meglio quando, oltre a dire qualcosa di profondo, sul palcoscenico succede anche qualcosa di movimentato e d’interessante. Soprattutto se si sottovaluta il problema di un monologo al cospetto di un altro attore, in attesa di cominciare il suo: evidente l’imbarazzo di interpretare per interminabili minuti la parte della comparsa muta, il cui più urgente problema è rappresentato da quali espressioni scegliere per fare fronte alle elucubrazioni dell’altro e… dove tenere le mani. Soprattutto se il testo (pur di elegante scrittura, o forse proprio a causa di una fin troppo ricercata cura dello stile) sembra a volte perdere il contatto con il linguaggio reale “della gente”.
Non a caso, e su questo argomento la chiudo qui, dopo quindici minuti di sfogo della figliola non-prodiga (una Federica Rosellini tutta nervi) le prime parole pronunciate nello spettacolo dal sacerdote (Andre Di Casa) sono «Quanto tempo!». Una battuta che, agli spettatori più attenti appare una di quelle coincidenze per così dire “rivelatrici”.

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Per il resto, gli argomenti toccati nella pièce sono importanti e numerosi. Talmente numerosi che non c’è materialmente il tempo di approfondirli tutti, ma solo di tratteggiarli con frasi a effetto, nel creare le quali, bisogna riconoscerlo, Sinisi (che della parola è un profondo conoscitore e un abile giocoliere) non incontra alcun problema.
Libero arbitrio: «Chi resta (in caso di abbandono) non ha scelta»;
Necessità di affrontare la vita con determinazione e slancio: «Non possiamo sempre rifugiarci nel non dire e nel non fare»
Attivismo morale e spirito missionario: «Il vero peccato consiste nel non fare il bene»
Sofferenza come strumento di crescita spirituale interiore: «Se non si conosce l’amore è perché non si è sperimentata la disperazione»
Valori assoluti a confronto: «L’Amore ci libera e ci eleva, la Verità ci rende cattivi e miserabili»
Per finire con un rovesciamento biblico (evocato proprio dal sacerdote) a coronamento  e contrappunto di una specie di vivisezione del cristianesimo usata dalla terrorista come una clava: «Le colpe dei figli ricadono sui padri»

Insomma, si tratta di un’occasione persa o, perlomeno, non colta in tutta la sua potenzialità, con un testo dotto ma statico che anche il regista, palesemente, trova difficoltà a rendere per quanto possibile commestibile (in questo non aiutato dalla non meravigliosa acustica del Santa Chiara) anche per la parte meno acculturata del pubblico.
Da parte mia, sono disposto a scommettere qualsiasi cifra che la prossima prova sarà senz’altro migliore: di talento  ce n’è tanto, di anni di luminosa carriera ancora da percorrere, anche.

Le foto inserite a corredo di questo articolo sono di Umberto Favretto.


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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Il Jekyll di Sinisi è un doppio misto. Gotico.

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Al di là e prima di ogni altra considerazione su «Jekyll», appena andato in scena al Teatro Sociale, salutato da un lungo e convinto applauso finale, una cosa dev’essere chiara per tutti: impossibile aspettarsi che Fabrizio Sinisi , giovane e talentuoso drammaturgo di casa, si limiti ad “adattare” un testo, fosse anche un capolavoro della letteratura mondiale di tutti i tempi come «Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde», una delle più affascinanti e inquietanti storie scritte da Robert Louis Stevenson, già portata più volte in palcoscenico e sullo schermo (celeberrimi i film del 1931 -regia di Rouben Mamoulian con Fredric March e 1941- regia di Victor Fleming con il magico duo Spencer Tracy & Ingrid Bergman).

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Il libro:


Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (Strange Case of Dr Jekyll and Mr Hyde, 1886) è un raccontoo gotico dello scrittore scozzese Robert Louis Stevenson. Un notaio londinese, Gabriel John Utterson, investiga i singolari episodi tra il suo vecchio amico, il dottor Jekyll, e il malvagio Mister Hyde. L’impatto della storia è stato universale, facendo entrare la definizione Jekyll e Hydenel linguaggio comune a significare una persona con due distinte personalità, una buona e l’altra malvagia; o la natura normalmente buona ma talvolta totalmente imprevedibile di un individuo; in senso psicologico, è diventata la metafora dell’ambivalenza del comportamento umano, e anche del dilemma di una mente scissa tra l’Io e le sue pulsioni irrazionali (da Wikipedia)

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La trama in dettaglio:


L’avvocato Utterson viene a conoscenza di uno sgradevole episodio che ha per protagonista Edward Hyde, un sinistro quanto brutale individuo che, a quanto pare, gode della protezione del suo integerrimo amico medico Henry Jekyll. Non riuscendo a comprendere cosa possano avere in comune due persone così diverse tra loro, pensando che Jekyll possa essere sotto ricatto, Utterson decide di indagare personalmente. Nel corso delle sue ricerche, viene a sapere che Jekill sta lavorando su alcune sue strane teorie scientifiche. Quando poi Utterson gli esterna le sue preoccupazioni, il medico gli risponde tranquillamente che può disfarsi dell’altro come e quando vuole. Le cose, però, non vanno come previsto: viene commesso un delitto, di cui Hyde è dichiarato colpevole e Jekyll si incupisce e si chiude in se stesso sempre più. Hyde sembra scomparso, ma l’umore del medico si fa sempre più cupo, finché, nel suo studio, viene trovato un cadavere con le sembianze di Hyde e i vestiti di Jekyll. In una lettera è chiarito il mistero: a causa di un siero di sua composizione, in grado di cambiare il suo aspetto fisico e la sua mentalità, Jekill si è sdoppiato separando il bene e il male presenti nel suo animo, ma la parte “cattiva”, gradualmente stava prendendo il sopravvento.
A quel punto allo sventurato medico non è rimasto che il suicidio.

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Lo spettacolo:

Come si è detto in apertura, sulla locandina è scritto “liberamente ispirato all’opera di” e mai parole furono più appropriate: Fabrizio Sinisi smonta e rimonta a modo suo l’opera, sia in senso narrativo che cronologico, rendendola qualcosa di collegato all’originale ma, nello stesso tempo, di completamente diverso da esso. Il linguaggio è quello che ormai abbiamo imparato a conoscere dell’Autore barlettano: colto, cerebrale, frutto di un lungo e attentissimo lavoro di scelta di termini, parafrasi, perifrasi e circonluzioni, di misura certosina di parole e periodi, propenso a cedere qualcosa all’immediatezza della comunicazione a vantaggio di un’assoluta perfezione della costruzione letteraria e narrativa.

L’atmosfera, grazie anche all’eccezionale lavoro del geniale scenografo Alessandro Chiti (lo stesso di «Macelleria messicana» e «Il vecchio e il mare», tanto per intenderci) immerge lo spettatore in un oscuro ambiente gotico che ammicca senza possibilità di equivoco agli allucinati deliri propri di Edgar Allan Poe, con tanto di cimitero e antica navata di una chiesa.

Il tema è quello del “doppio”: dall’inganno degli specchi, che sembrano dire la verità ma, in realtà, riflettono un’immagine simmetrica all’originale, alla querelle «Non è giusto che le opere d’arte più belle siano copie di altre opere d’arte» all’amara considerazione sulla difficoltà di «distinguere tra un braccio che ti salva e un braccio che ti offende» per finire con gli attori che volteggiano a ritmo di musica conducendo tra le braccia finte ballerine.

La ferita, che lacera narrazione, protagonista e comprimari, è una totale assenza di speranza, ribadita e certificata, con accenti di amaro sarcasmo, da una grottesca confessione e da un arrabbiato discorso delle beatitudini declinato a rovescio. Proprio come in uno specchio oscuro, appunto.

Della sontuosa scenografia abbiamo già detto. Luci, effetti, accompagnamento musicale e costumi impeccabili. Bravissimi gli attori, tutti, con un’ovvia menzione per l’ispirato Luca Micheletti, cupo e rabbioso quanto basta, esuberante nella recitazione come e più di sempre e in piena forma fisica, come dimostrato da una sorprendente corsa nella corsia centrale della platea, degno dello sprint di un centometrista di professione.

Insomma, una grande, doppia conferma: sia delle capacità narrative di Fabrizio Sinisi, sia della crescita che consacra Luca Micheletti come uno dei migliori attori italiani del momento.
E, il sospetto che, per entrambi, il meglio debba ancora venire.

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JEKYLL
di Fabrizio Sinisi
liberamente ispirato all’opera omonima di Robert Louis Stevenson
regia Daniele Salvo
scene Alessandro Chiti
costumi Daniele Gelsi
luci Cesare Agoni
musiche originali Marco Podda
maschere e oggetti scenici Bruna Calvaresi
con Luca MichelettiCarlo ValliGianluigi FogacciAlfonso VenerosoSelene GandiniSimone CiampiElio D’Alessandro
produzione Centro Teatrale Bresciano
video promo Nicola Lucini – Arkfilmmaker

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

«Solaris» in palcoscenico resta a metà tra fantascienza e psicoanalisi

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Il romanzo:

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Tit. originale: Solaris

Autore: Stanisław Lem

Edizione: Sellerio Editore (anno 2013)

Traduttore: Vera Verdiani

Pagine: 316

ISBN-10: 8838929106

ISBN-13: 9788838929106

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La trama:

Un astronauta, in arrivo dalla lontanissima Terra, arriva alla stazione spaziale che gira intorno al pianeta Solaris, dotato di un vastissimo oceano, conosciuto come “il grande pianeta vivente”: secondo le leggi della fisica, infatti, si sarebbe dovuto distruggere, ma qualcosa, che sembra legata a una reazione cosciente, ha evitato la catastrofe. L’accoglienza è inquietante: dei pochi occupanti della stazione spaziale uno è morto recentemente, ma coloro che sono rimasti preferiscono parlarne il meno possibile. Angoscia latente, sinistre presenze, oggetti che prendono vita.

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I film:

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  1972

Regia Andrej Arsen’evič Tarkovskij
Interpreti e personaggi
·         Donatas Banionis

·         Natal’ja Bondarčuk·  

          Jüri Järvet

·        Anatolij Solonicyn 

·         Sos Sarkisjan

·         Vladislav Dvoržeckij

·         Nikolaj Grin’ko

·         Ol’ga Barnet

·         Tamara Ogorodnikova

·         Georgij Tejch

·         Julian Semёnov

·         Ol’ga Kizilova

   2002

Regia Steven Soderbergh
Interpreti e personaggi

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Lo spettacolo:

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DRAMMATURGIA DI FABRIZIO SINISI
DA STANISLAW LEM E ANDREJ TARKOVSKIJ
E CON IL CONTRIBUTO DELL’ATELIER D’ÉCRITURE
DIRETTO DA LAURA TIRANDAZ ALL’UNIVERSITÉ D’AVIGNON
REGIA DI PAOLO BIGNAMINI
SCENE E AIUTO REGIA FRANCESCA BARATTINI
DISEGNO LUCI FABRIZIO VISCONTI
CON DEBORA ZUIN, GIOVANNI FRANZONI, ANTONIO ROSTI
PRODUZIONE CTB CENTRO TEATRALE BRESCIANO
IN COLLABORAZIONE CON SCENAPERTA ALTOMILANESE TEATRI

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La lettura drammaturgica  operata da Fabrizio Sinisi, mirata a esaltare i temi dei limiti della ragione terrestre e della interpretazione da parte dell’uomo non solo delle logiche che animano esseri alieni (intesi come unità viventi diverse da sé), ma anche dei propri processi mentali, nulla ha a che fare con le due trasposizioni cinematografiche del romanzo. Nelle due pellicole, infatti, erano state messe più in risalto tematiche di carattere fantascientifico (come il mistero dell’Oceano Vivente) o sentimentali (il rapporto tra Chris Kelvin e sua moglie Rheya  morta suicida (ovvero il suo clone).

Operazione ambiziosa ma non perfettamente riuscita: la claustrofobica staticità della stazione orbitale, unita ai dialoghi che appaiono eccessivamente dotti e cerebrali, ingabbiano la regia di Paolo Bignamini appesantendo il ritmo dello spettacolo e rendendo difficoltoso, da parte dei tre pur bravi interpreti Debora Zuin, Giovanni Franzoni e Antonio Rosti, una recitazione più naturale e precludendo l’effettivo coinvolgimento del pubblico.

Essenziale la scenografia, basata sulla incombenza di un sole rosso appeso nel nero dell’universo e su piattaforme che rendono piuttosto bene l’ambientazione tecnologica. Non di immediata comprensione l’inserimento in una colonna sonora per il resto adeguato, di brani come «Et moi dans mon coin» di Charles Aznavour e «Singing In The Rain» di Gene Kelly.

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  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

La «Pietà» di Sinisi è scultura di parole

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Per la rassegna «Teatro Aperto», serie di letture sceniche organizzata dal Centro Teatrale Bresciano, ieri sera, al Teatro Sancarlino, Elisabetta Pozzi ha letto il testo di Fabrizio Sinisi «Pietà».

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La trama:

È la storia di un incontro fatale e delle sue drammatiche conseguenze. Da un incontro occasionale con uno sconosciuto, neanche troppo coinvolgente, una giovane donna milanese guadagna un figlio e un abbandono. I primi anni trascorrono in un’apparente mancanza di problematiche derivanti dalla mancanza della figura paterna e in un’atmosfera di ingannevole tranquillità.

Con il dodicesimo compleanno del figlio Teodoro, un’improvvisa quanto inattesa esplosione di rabbia (probabile simbolo della devastante irruzione della tempesta ormonale adolescenziale) sconvolge gli schemi, dando inizio a un periodo conflituale caratterizzato dai tipici problemi dell’età: il profilo e la condotta a scuola, la frequentazione di cattive amicizie, la ricerca problematica di un’identità adulta.

E proprio quando sembra che, infine, l’abnegazione di uno spirito materno totalizzante, possa risolvere ogni problema, ecco che il caso, il destino, il fato, sconvolgono per sempre ogni certezza.

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L’Autore:

Scelgo le poche e significative parole con cui Elisabetta Pozzi: ha introdotto la serata, prima di cominciare il monologo:

«Riconosco in Fabrizio Sinisi, neo “Drammaturg” domestico scelto dal Centro Teatrale Bresciano per il prossimo triennio, innanzitutto il Poeta. Resistendo alla moda imperante di trasporre in palcoscenico come nella letteratura il linguaggio comune, Fabrizio, riconoscendo e facendo propria la misterica ritualità del Teatro, scrive con accenti lirici, riuscendo a condensare e a mettere in scena  le sue nobili frequentazioni letterarie».

Ricordo che, pochi giorni fa, è andato in scena al teatro Santa Chiara «Shakespeare/Sonetti», versione italiana e adattamento teatrale di Valter Malosti e dello stesso Fabrizio Sinisi.

Per il resto, le parole di Elisabetta Pozzi sono talmente incisive che non reputo necessario aggiungere altro.

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Il testo e lo spettacolo:

  

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«Chi è cieco dalla nascita non sa cosa gli manca, eppure avverte nostalgia» è l’ammiccante premessa.

«A 24 anni l’unica preoccupazione di una donna è che se piove, le si rovina la piega dei capelli»è la giustificazione per un comportamento immaturo e per una scelta fatale.

Poi irrompe il futuro sotto le vesti di un bel giovane impegnato al confessionale, a chiedere poco convinto perdono per peccati commessi contro la purezza. Da un amplesso frettoloso e insoddisfacente, prende le mosse e germoglia la drammatica “final destination” di una vita. Anzi di due. Anzi di tre.

Tra le cose che più colpiscono, nella stilisticamente impeccabile scrittura drammaturgica di Fabrizio Sinisi, c’è un particolare che potrebbe sembrare secondario, ma non lo è affatto: il ripetuto quanto felice accostamento tra una descrizione minuziosa dei piccoli gesti e i pensieri più intimi, quelli del livello più interiore dell’anima, più prossimi alle pulsioni più istintive e profonde.

«Pietà» è un monologo dolente, in cui echeggia una Milano che non c’è più, un mondo retrò, a metà tra le canzoni di Tenco, i cantautori bretoni e l’amara e urticante ironia di Gaber, introiettati a posteriori dal giovane drammaturgo, in un’atmosfera sospesa di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato.

«Pietà» è una autocritica al maschile, che parte dal concetto che «Una donna cerca qualcuno da, un uomo cerca qualcuna per».

«Pietà» è la dichiarazione disperata di chi ha realizzato che «Nulla è più tremendo di una vita in cui nulla succede. Dunque, qualsiasi errore, anche il peggiore, è preferibile rispetto al nulla».

«Pietà», recitato da una empatica, emozionante meravigliosa e immensa Elisabetta Pozzi, alla fine lasci un solo, grande dubbio: a chi è rivolta l’affranta e straniata narrazione? Al fato? All’uomo che, probabilmente, ancora non sa, e forse non saprà mai, come sarebbe potuta cambiare la storia della vita?

Di certo non al pubblico, che l’Autore condanna, con raffinata crudeltà, ad assistere, in un letto di spine e raffinatissime parole, in qualità di testimone mesto e impotente.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Da Stratford a Brescia, un intrigante cocktail di versi e note

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(vds. altro articolo sullo stesso argomento in data 12 marzo 2018:  https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-sonetti_sinisi_malosti/)

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L’Autore:

William Shakespeare (Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1564– Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1616),  soprannominato il “Bardo” o il “Cigno dell’Avon”. Della sua (anche numericamente) produzione, ci sono pervenuti  37 testi teatrali, 154 sonetti e una serie di poemi.

È universalmente considerato il più importante scrittore in lingua inglese e generalmente ritenuto il più eminente drammaturgo della cultura occidentale. 

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L’opera:

Per una volta Shakespeare arrivò secondo. Anzi, addirittura  “fuori dal podio”, per rimanere in ambito sportivo. La “moda del sonetto”, infatti, nell’Inghilterra elisabettiana aveva imperversato nell’ultimo decennio del 16° secolo,  con le opere di  Philip Sidney (Astrophel and Stella, 1591), Samuel Daniel (Delia, 1592), Thomas Lodge (Phillis, 1593) ed Edmund Spenser  (Amoretti, 1595).

 La raccolta shakespeariana, scritta probabilmente tra 1593 e il 1599 ma pubblicata diversi anni dopo (1609, per le stampe dell’editore  Thomas Thorpe) si adegua (aggiungendo Lover’s Complaint)  al modello  scelto da Daniel e Lodge, che avevano fatto seguire alla raccolta di sonetti brevi un componimento più complesso.

A partire dal ‘700, parecchi studiosi più o meno autorevoli avanzarono dubbi sulla reale paternità di Sonetti, dimostratisi poi scarsamente attendibili visti i numerosissimi riscontri individuati poi con il linguaggio dell’ultimo Shakespeare.

I Sonnets sono poesie d’amore dedicate dal numero 1 al numero 126 a un giovane amico di Shakespeare (si pensa il Conte di Southampton Henry Wriothesly o William Herbert) e dal 127 al 154 a una Dark Lady dai capelli o dalla carnagione scuri. Il sonetto più famoso della raccolta è senz’altro il sonetto 18,si apre con il poeta che paragona il giovane amico (il Fair Youth) a una giornata estiva, sostenendo che mentre l’estate è breve, mutevole e non sempre perfetta, il protagonista incarna l’estate stessa, eterna, e quindi la bellezza. E mentre l’estate lascerà posto all’autunno, il suo amore vivrà in eterno. Assai diversa è la Dark Lady che emerge nella seconda parte della raccolta, l’incarnazione di un amore spesso crudele e infedele, una fascinosa figura del male, descritta come my female evil  (“la diavolessa”,  “la donna malvagia” – sonetto 144)

In “A Lover’s Complaint” o “Lamento dell’amante” (lasciando maliziosamente indeterminato il sesso) si narra di una sfortunata giovinetta, prima sedotta (attraverso  un’abile strategia di corteggiamento) da un cinico rubacuori, poi crudelmente abbandonata.

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Lo spettacolo:

All’inizio chi conduce il gioco è un tecno-pagliaccio che si atteggia, si muove, parla (e declama sonetti) come il conduttore di una hit parade televisiva, in una atmosfera circense, con tanto di risate e applausi registrati.

«Ho due amori, che si chiamano conforto e dannazione»

Il primo è un giovane maschio biondo e dalle fattezze delicate, l’altra è una femmina, nera e aggressiva.

La “dark lady” si scatena in una danza dissociata, che è l’antica malattia di un mondo fascinoso quanto ingannatore, è un condensato tossico di menzogne sottintese e spudoratamente ostentate a se stessi, è frenetica dissolutezza, tarantolata, estenuante, allucinata. I tradimenti sono nascosti sotto abiti troppo succinti, più forte della discrezione è la volontà di svelarli come carne nuda e ammiccante, mordicchiando il peccato come una dolce e letale mela avvelenata.

Poi c’è l’altra faccia dell’amore, tutto al maschile, che si esplicita in un confronto erotico nel quale la preda non vede l’ora di essere catturata e sottomessa, ma chi sottomette con il corpo, molte volte, in realtà, finisce per essere sottomesso nell’anima. Una danza sessuale più che sensuale, la rappresentazione esplicita di un amplesso rabbioso e sempre in appagante se tenuto distinto da un’empatia sentimentale, perché «Credendomi vincente ho perso tutto», come scrive il poeta.

Tutto finisce con l’amara considerazione che «L’amore è una medicina che non guarisce ma aggrava la piaga» e con lo struggente testamento del drammaturgo: «Se leggerai i miei versi dimentica chi li ha scritti».

Il tutto in una intensissima ora di spettacolo, un contenitore in cui il testo e la regia versano di tutto: dal romanticismo melodico di Modugno alla tecno-music, dalla figura arcaica del Bardo, che incombe dal fondale del palcoscenico  a una scenografia “di frontiera” postmoderna.

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Nell’insieme ben recitato, innovativo, stimolante, provocatorio, ma al tempo stesso, proprio per questa sua coplessità, di difficile assimilazione da parte di un pubblico che, comunque, ha applaudito a lungo al calar del sipario. A titolo di esempio cito il commento di uno dei numerosi studenti che, grazie alla politica di promozione nei confronti dei giovani, attuata dal CTB, assistevano allo spettacolo, colto all’uscita, sul marciapiede antistante il Santa Chiara: «Con tanto nudo sul palcoscenico, finisce che si concentra l’attenzione del pubblico sul sesso, ma lo fa smarrisce sul senso dello spettacolo».

Un gioco di parole goliardico e sfacciato che, forse, la parte più ironica del giovane Shakespeare avrebbe potuto e saputo apprezzare.

 

versione italiana e adattamento teatrale di FABRIZIO SINISI e VALTER MALOSTI

coreografie MICHELA LUCENTI

scene e costumi DOMENICO FRANCHI

luci CESARE AGONI

suono EDOARDO CHIAF

con

VALTER MALOSTI

MICHELA LUCENTI

MAURIZIO CAMILLI

MARCELLO SPINETTA

e con ELENA SERRA

assistente alla regia ELENA SERRA

direttore tecnico CESARE AGONI

macchinista NICOLA PIGHETTI, FILIPPO MARAI

capo elettricista e fonico EDOARDO CHIAF

scene realizzate nel LABORATORIO DEL CTB CENTRO TEATRALE BRESCIANO

responsabile della costruzione OSCAR VALTER VETTORE

scenografa realizzatrice MICHELA ANDREIS

costumi realizzati da BOTTEGA DEL CENCIO

sarto FEDERICO GHIDELLI

acconciature e trucco BRUNA CALVARESI

amministratrice di compagnia GAIA RICCI

FINO AL 25 MARZO AL TEATRO SANTA CHIARA MINA MEZZADRI DI BRESCIA

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (83) – I Sonetti rivisti e corretti di Fabrizio Sinisi e Valter Malosti

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Come di consuetudine è Gian Mario Bandera a porgere il saluto ai giornalisti partecipanti alla conferenza.

«Questo spettacolo fa parte del percorso Palestra del Teatro, cominciato nella scorsa stagione, al quale riserviamo, anche in luce prospettica, un’attenzione sempre maggiore. Un punto di vista diverso e nuovo non solo per ciò che concerne la materia registico-drammaturgica, ma anche in tema di contaminazioni di narrazione teatrale». 

Il Consigliere Luigi Mahony introducendo le dichiarazioni degli artisti, non si lascia sfuggire l’occasione per informare i giornalisti presenti, con grande soddisfazione, che nella corrente stagione, con le ultime sottoscrizioni, si è arrivato a un consuntivo di 6.circa 200 abbonamenti.

«È il massimo storico raggiunto nella vita quarantennale del CTB, che supera di ottocento unità il precedente record (5.400 abbonamenti negli anni di mezzo del decennio 1990/2000)».

Valter Malosti, regista di Shakespeare/Sonetti, attore, da gennaio Direttore del TPE (Teatro Piemonte Europa) ringrazia il CTB per avere ancora una volta recepito e fatta propria l’idea di carattere innovativo che è stata sottoposta alla sua attenzione.

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«Nel teatro italiano si continua a parlare da tempo e molto di lavorare in palcoscenico con contaminazioni tra varie modalità di espressione artistica. Nonostante ciò, fino a ora, il tema non è stato ancora approfondito con concretezza e in modo organico e operativo. Un atteggiamento ostativo, soprattutto in Italia, di cui non riesco a capire le autentiche origini e le motivazioni. Negli ultimi anni, addirittura, si è registrata una regressione» è la prima riflessione.

«Ora, anche in funzione della nuova posizione direttiva che sono stato chiamato ad assumere, posso riconoscere che i numeri (dicasi gli incassi) sono molto importanti, per non dire essenziali nella gestione di un Ente teatrale . Non per questo, però, pur dovendosi conoscere e valutare con attenzione ogni rischio da ciò derivante, non si può rinunciare aprioristicamente alla possibilità di creare e realizzare spettacoli anche in modi alternativi, purché di altissima qualità artistica ed espressiva».

Malosti passa poi a desrivere più in dettaglio quanto si è fatto per Shakespeare/Sonetti.

«Mettendo da parte la contaminazione, in questa operazione c’è un altro aspetto importante: il lavoro che abbiamo deciso di effettuare sul testo, andando alla ricerca di un filo conduttore nel marasma originario dei versi, ottenendolo attraverso lo stravolgimento meditato dell’ordine dei sonetti e del recupero, attraverso una nuova traduzione teatrale sostanzialmente diversa dalle tradizionali poetiche, che andasse a recuperare la durezza del linguaggio del tempo e certe espressività più carnali e popolari, a volte francamente scurrili. Il tutto unendo alle parole, nel  miglior modo possibile. le arti visive e a la musica (a volte sfacciatamente ucronica. Nella prospettiva storico letteraria, se i libretti shakespeariani di «Venere e Adone» e de «Lo stupro di Lucrezia» si rivelarono, per i tempi, due autentici bestseller, le copie dei «Sonetti», stampate in numero decisamente inferiore, tanto da fare pensare a un “libro privato”, presto scomparvero dalla circolazione»

Malosti conclude il suo articolato intervento ricordando che se molti insistono sull’autobiografismo del Canzoniere, utile a meglio comprendere la personalità del drammaturgo, la cosa davvero importante è che è rimasto alal storia della letteratura e del teatro un testo di grandissimo valore. 

È poi la volta di Fabrizio Sinisi (recentemente nominato “drammaturgo interno” del Centro Teatrale Bresciano per le prossime tre stagioni).

«In questo insieme apparentemente disordinato di endecasillabi, una storia c’è (quella di un amore), anzi ce ne sono più di una, ove si considerino la presenza e il ruolo della monolitica dark lady (prostituta? nobildonna? fantasma letterario?) che trasforma la narrazione in quella di un complesso triangolo, una specie di Trinità Interiore, cui si aggiunge, a complicare ancora di più la trama, l’ulteriore incombere del Poeta Rivale. Nella mia interpretazione la dark lady diventa uno specchio opaco del narratore»

Conclude sottolineando come i Sonetti, pur potendo sembrare a primo impatto, un Canzoniere sentimentale, in realtà servono a Shakespeare per creare, attraverso l’esercizio poetico,  un vero e proprio “ambiente di prova” dell’amore. Che non risulterà vincente, alla fine, perché il primato anfrà, sempre e comunque alla forza della parola attraverso i versi.

L’ultimo intervento è riservato alla coreografa Michela Lucenti

«Non è la prima volta che lavoro con Valter, di cui apprezzo molto la nettezza delle idee e di ciò che chiede a chi lavora con lui. Nasco come danzatrice e lavoro sulla recitazione da molto tempo, così come fa abitualmente la mia compagnia. Ciò che abbiamo cercato di fare in questo lavoro è di accendere i corpi come se ci fosse un vibrante confronto tra i versi e la carne. La costruzione della parte fisica, della parte di contatto,  è stata inserita senza che la parte recitata venga meno, in una sovraesposizione di corpi che contribuisca a suggestionare ancora di più lo spettatore. E come piace a Valter (e molto anche a me) ci si è preparati al debutto innestando nel corso delle prove, continuamente, variazioni non previste dal copione».

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  Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.