Ex Libris (31) -Per Luceri delitti come ciliegie: uno tira l’altro

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C’è sempre, per tutti, quella che si dice “una prima volta”.

Bene, per me è arrivata la prima volta di recensire un “giallomondadori”, e devo dire che non poteva esserci occasione più propizia di questa, seguita alla lettura di «Le notti della luna rossa» di Enrico Luceri.

Il lavoro dello scrittore romano (da annoverare tra i massimi esponenti italiani della narrativa di genere), conferma ancora una volta la volontà e la capacità dello stesso di riaffermare e valorizzare i canoni tradizionali del giallo classico. Una trama intricata, che parte da un avvelenamento di una donna in un palazzo della borghesia napoletana, maldestramente mascherato da suicidio. L’indagine, condotta dal commissario Bonocore (tabagista pentito e illustratore mancato) e dai suoi collaboratori, prima tra tutti la problematica ispettore capo Angela Garzya, si presenta da subito assai intricata e problematica: chi più, chi meno, tutti gli inquilini dell’inquietante condominio, a partire dallo stesso marito della vittima (cantante melodico al tramonto di una non brillantissima carriera musicale) nascondono qualcosa.  Tra l’altro, a complicare ancora di più la questione, il fatto che il primo omicidio (e quelli che seguiranno, visto che, come spesso capita, la perla nera tende a trasformarsi in collana)  affonda le radici nei meandri di un oscuro passato.

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Scrive bene, Luceri, e questa non è certo una novità. Conosce tempi e ritmi, sa da dove parte e sa ancora meglio dove vuole arrivare e dove vuole che arrivi il lettore. Dialoghi serrati, attento studio di tutti i personaggi del giallo (compresi quelli cosiddetti  “minori”),  astuti e centellinati passaggi al lettore di notizie utili all’individuazione della sfuggente verità, intermezzi che, nell’ambito di un sapiente crescendo di suspense, alleggeriscono la tensione con accorti passaggi sul personale e sul privato dei protagonisti (ai quali vengono conferiti così rilievo e  profondità), siano essi inquirenti o indagati.

Insomma, duecento pagine da leggere tutte d’un fiato, senza distrarsi troppo, però. Chissà, magari potrebbe approfittare della vostra distrazione il vicino di pianerottolo che sta sempre lì a fissarvim quando salite insieme in acsnesore, oppure quello del piano superiore, con le sue strane abitudini, per non parlare del proprietario della mansarda che esce di casa solo di notte…

Già. Chissà cosa davvero passa per la mente di certi coinquilini?

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Titolo: Le notti della luna rossa
Autore: Enrico Luceri
Editore: Mondadori
Data di uscita: ottobre 2019
Collana: Il Giallo Mondadori (n° 3184)
Pagine: 204
Prezzo: 5,90 €
ISBN: 9 771120 508363 93184

 

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Enrico Luceri, romano, laureato in ingegneria, ha scritto romanzi, racconti, saggi, articoli, soggetti e scenegguiature cinematografiche- Fra le sue pubblicazioni, i romanzi: Il mio volto è uno specchio (Giallo Mondadori 2967), vincitore nel 2008 del Premio Tedeschi, Buio come una cantina chiusa (Giallo Mondadori 3082), Le colpe dei figli (Giallo Mondadori 3126) e L’ora più buia della notte (Giallo Mondadori 3162); i racconti Donne al buio nell’antologia Delitti in giallo (Giallo Mondadori extra  n. 23) e Il miglior perdono è la vendetta (I classici del giallo 1329) e diversi articoli pubblicati in appendice  alla collana I Clasici del giallo tra il 2009 e il 2011. Con Delos Crime (2016) ha pubblicato il romanzo breve Punto improprio, dal quale il drammaturgo Patrizio Pacioni ha tratto l’omonimo dramma (vincitore del prestigioso concorso Tragos intitolato alla memoria di Ernesto Calindri)   la cui messa in scena (per la regia di Fabio Maccarinelli e l’interpretazione di Andrea Moltisanti e Cecilia Botturi) è programmata nel corso della prossima primavera.

 

 

 

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Categorie: Scrittura.

Brescia, città del Teatro (14) – A San Polino l’Antigone che non ti aspetti

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​​Il Piccolo Teatro Libero di Sanpolino, spazio gestito dall’Associazione culturale Llum, è giunto alla sua quarta stagione con importanti novità. Da questa edizione l’associazione collaborerà con Spazio Aità e con la compagnia teatrale Scimmie Nude di Milano. Oltre alla messa in scena di numerosi spettacoli tradizionali e innovativi, ma tutti di garantita qualità, quest’anno offrirà un ampio ventaglio di laboratori dedicati al teatro (per adulti, per bambini e per ragazzi), alla voce, alla dizione e alla danza.

Ieri sera è andato in scena il dramma  «A – jazz d’altomare», liberamente ispirato all’  «Antigone» di Sofocle.

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Il dramma:

La prima rappresentazione dell’Antigone di Sofocle (che, con l’Edipo re e l’Edipo a Colono, fa parte del Ciclo tebano) andò in scena nel 442 a.C. ad Atene, durante la celebrazione delle Grandi Dionisie,  una grande manifestazione d3edicata al dio, nel corso della quale  si teneva solennemente anche un concorso riservato alle tragedie. Il drammaturgo fa di Antigone, nata dal rapporto incestuosio di Edipo con sua madre Giocasta, della discendenza di Cadmo, fondatore di Tebe, un personaggio emancipato che, in nome della morale, si oppone a leggi arcaiche fondate su una rigida concezione dell’onore.

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La trama:

L’opera racconta la storia di Antigone, che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte (che invece aveva permesso l’inumazione dell’altro fratello  Eteocle). Una volta scoperta la donna viene condannata dal re a vivere il resto dei suoi giorni imprigionata in una grotta. Quando Creonte, convinto dalle profezie dell’indovino Teresia, decide di tornare sui propri passi e di liberarla, è però troppo tardi: Antigone si è suicidata per impiccagione. La sua morte violenta porta altre morti: quella di Emone (figlio di Creonte e promesso di Antigone) e di Euridice (moglie di Creonte) lasciando il Re a meditare sulla propria stoltezza..

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Lo spettacolo:

«A – jazz d’altomare» è una rivisitazione dell’Antigone di Sofocle in chiave contemporanea che vede in scena Alice Salogni, Elena Guitti e Paolo Ambrosi con la regìa di Fabio Maccarinelli. 

Operazione coraggiosa e spregiudicata, alla quale mi sono approcciato non senza un pizzico (forse più di un pizzico) di diffidenza, amante come sono del grande teatro classico, con la convinzione che ogni operazione di  elaborazione e “modernizzazione”  debba essere affrontata con il massimo rispetto del testo e grandissima attenzione.

Nel caso di «A – jazz d’altomare», però, mi sono dovuto  felicemente ricredere: l’opera combinata della regia di Fabio Maccarinelli e della recitazione di Alice Salogni, Elena Guitti e Paolo Ambrosi, parrticolarmente ispirati e calati nelle parti esasperate e rabbiose dei personaggi cui danno vita e spessore.

Una recitazione di nervi, la loro, una recitazione carnale ed esasperata, volutamentre nevrotica e violenta, che si svolge in un ambiente scenografico rovesciato come un guanto, con il pubblico sistemato dove normalmente è posizionato il palcoscenico e gli attori che si muovono e recitano all’interno di un circolo di spettatori, suggerendo tempi e atmosfere di un combattimento da strada. Low cost ma geniali e di eccezionale efficacia e suggestione le scenografie ispirate al cordame delle antiche navi e corredate di sorprendenti accorgimenti.

Battuta dopo battuta, scena dopo scena, si chiarisce l’intento ideologico del progetto di Fabio Maccarinelli: quello di sintetizzare in Antigone quella pietas civile che sempre più si va invece perdendo e dimenticando, nei confronti dei deboli, degli oppressi, dei morti per fame, per guerra, per annegamento nel corso di disperate migrazioni,  per strage.

Alla fine si  spoglia della sua veste rosso sangue, Antigone, e diviene essa stessa perseguitata, migrante. vittima del sistema, gridando uno per uno, insieme agli spettatori (a quel punto totalemente coinvolti emotivamente),  i nomi di morti sconosciuti e misconosciuti.

Non so perché ma sempre più alle fattezze del suo volto e della sua fisicità si sovrappongono quelle di una donna, una capitana coraggiosa e combattiva dei nostri tempi che di nome fa Carola.

Realizzo poi, tornando a casa nella notte di pioggia, che la tragedia greca non è solo mito, non è solo leggenda… è paradigma.

 

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Brescia città del Teatro (12) – Moltisanti… in paradiso

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In questa scena mossa e frenetica, Andrea Moltisanti è quello a sinistra. Di origine siciliana, l’eclettico attore che ho l’occasione e il piacere di presentarez attraverso questa intervista, coltiva la sua passione per il teatro facendo la spola tra Brescia e Milano, tra il tragico e il brillante, tra il teatro classico e quello contemporaneo.

L’incontro, avvenuto presso il Piccolo Teatro Libero di San Polino, coincide con l’avvio di una nuova e sfidante avventura da palcoscenico che vede coinvolto anche qualcuno che i frequentatori di questo blog conoscono già molto bene.

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Una laurea in lettere e una solida esperienza di docente nella Vita 1, tanto studio, tanta applicazione e tanta passione per il teatro nella Vita 2. Qualcuno disse «Il teatro è specchio della vita. Quindi rappresentazione verosimile, ma bugiarda e ingannatrice, perché tutto quello che nel reale è a destra nell’immagine riflessa appare a sinistra, e viceversa». Ci puoi parlare del tuo innamoramento per la recitazione e di come hai saputo conciliare queste metà asimmetriche e diseguali di te?

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La mia passione per la recitazione nacque per caso, quando da studente lavoravo come maschera nei teatri cittadini. Una volta che gli spettatori si erano accomodati e lo spettacolo era iniziato la cosa più naturale per me e per i miei colleghi era guardare lo spettacolo, una volta, due volte e (perché no?) anche tutte le sere. Inevitabile dunque innamorarsi di quel linguaggio così particolare e suggestivo che solo sulle assi del palcoscenico è possibile immaginare. Da lì i primi corsi di recitazione, la collaborazione con varie compagnie bresciane e infine la scuola di teatro Quelli di Grock a Milano. Tu dici che il teatro riporta un’immagine ingannevole della realtà, ma io non ne sono convinto fino in fondo. Il teatro è un concentrato di vita, e spesso mi sono sentito più autentico interpretando qualcuno dei miei personaggi che nella vita “vera”. Ma la questione è complessa e non si può esaurire in questa occasione.. Ti posso però dire che, citando Eco, anche se lui si riferiva alla lettura, chi ama e pratica il teatro vive mille vite, la propria e quella dei suoi personaggi. Ed è questo ciò che mi affascina. Ti dico anche un’altra cosa: per la mia formazione, basata fondamentalmente su percorsi umanistici e letterari, il teatro è un modo interessante per unire questo aspetto intellettuale con altri aspetti più pratici e, passami il termine, “artigianali”. Montare una pedana di legno per una scenografia, gestire un problema legato ai diritti d’autore, effettuare un bonifico estero per pagare un autore o farsi pubblicità per uno spettacolo sono tutte cose che impari sul campo e che rendono il teatro un’attività quanto mai varia e interessante.

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Sul palcoscenico incontri ravvicinati con Shakespeare e Neil Simon, prima di cimentarti con un autore contemporaneo degli antipodi o giù di lì, con la sottile e intrigante pièce dell’australiano Timothy Daly «L’uomo in soffitta». Va bene che l’eclettismo è una delle principali doti che devono fare parte del bagaglio di un attore, ma… Insomma, dopo aver consumato queste esperienze, senti che ti “calza” meglio la drammaturgia classica o quella moderna?

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Drammaturgia classica senza dubbio, anche perché il classico non smette mai di essere attuale.

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La messa in scena de «L’uomo in soffitta» (alla quale mi sento di augurare di cuore, nel prosieguo del suo cammino, la fortuna che merita un lavoro ben fatto) coincide con l’inizio della tua collaborazione con la Compagnia del Barone. Ti chiedo intanto cosa ha ispirato il nome del gruppo, in un’Italia che più repubblicana di così non si può. Con l’occasione, parlaci della natura, della filosofia e della rotta di questa iniziativa teatrale.

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Il nome della Compagnia del Barone nasce per gioco dal soprannome che nella mia cerchia di amici molti usano per riferirsi a me. Perché Barone? Per le mie origini sicule e per il fatto che adoro il rito e l’abitudine. Da qui il vezzo di fare l’eco alle compagnie elisabettiane “The Lord Chamberlain’s men” e “King’s men“. Questa l’origine del nome. La filosofia che è alla base del gruppo è il progetto autonomo. Dopo anni di produzioni con compagnie di altri ho avuto voglia di creare un’impresa mia. Siamo partiti in quattro nel 2015 e siamo in quattro anche adesso, anche se la formazione non è quella originale. L’idea, dicevo, è quella di gestire in modo autonomo tutti gli aspetti della produzione, dall’affitto della sala prove ai contatti col service, dalla scelta del testo alle modalità di vendita e pubblicità. Tanti oneri insomma e, si spera, tanti onori!

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Per ogni attore c’è un’opera che si augura, più di altre, di avere occasione di interpretare almeno una volta nella vita. Soprattutto c’è un personaggio nei cui  panni si sogna di andare  in scena. È così anche per te? Dai, dicci qual è!

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Il personaggio che prima o poi spero di interpretare?Mercuzio, assolutamente!

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E veniamo al futuro, in particolare al dramma che Patrizio Pacioni ha tratto dal bel romanzo di Entico Luceri (uno dei giallisti italiani più ispirati e apprezzati di questo primo scorcio di millennio) «Punto improprio», che andrà in scena con te e Cecilia Botturi come protagonisti, per la regia di Fabio Maccarinelli. La domanda è: cosa è stato, nel testo, a spingerti a imbarcarti in questa avventura? Qual è stato l’approccio con il personaggio al quale ti appresti a dare voce e spessore?

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Parlando di «Punto Improprio» (e scrivo queste parole alla vigilia della premiazione di Patrizio Pacioni primo classificato proprio con questa opera nel prestigioso concorso Tragos dedicato alla memoria di Ernesto Calindri…in bocca al lupo a lui per domani!) ti dico subito che il testo mi ha convinto alla prima lettura. Il giallo è il mio genere preferito e non è facile -in questo settore- trovare un testo che si adatti al palcoscenico. La proposta che mi è stata fatta, dunque, era un po’ quello che cercavo. I colpi di scena poi sono molto suggestivi e mi fanno pensare ad altre opere che ho letto e che che ho amato: “Sleuth” di Antony Shaffer (da cui il celebre film “Gli insospettabili” con Caine e Olivier) e “Variazioni enigmatiche” di Smith. È decisamente il mio genere e sono sicuro che il genio di Fabio lo renderà davvero emozionante. Il personaggio che interpreterò mi infastidisce abbastanza da farmi capire che parla molto di me, sarà quindi un interessante viaggio alla scoperta dei nostri lati oscuri. Insomma, non vedo l’ora di iniziare!

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