Goodmorning Brescia (64) – Una Croce rossa come il sangue, rossa come l’amore

Il 24 giugno 1859, 2° guerra di indipendenza italiana, una delle battaglie più sanguinose del 1800 si consumò sulle colline a sud del Lago di Garda, a San Martino e Solferino. Trecentomila soldati di tre eserciti (Francese, Sardo-Piemontese e Austriaco) si scontrano lasciando sul terreno circa centomila fra morti, feriti e dispersi. Castiglione delle Stiviere è il paese più vicino, 6 chilometri da Solferino, dove esisteva già un ospedale e la possibilità di accedere all’acqua, elemento fondamentale nel soccorso improvvisato ai novemila feriti che, nei primi 3 giorni, vennero appunto trasportati a Castiglione.

Lì si trovava un giovane svizzero, Jean Henry Dunant, venuto ad incontrare per i suoi affari Napoleone III. Egli si trovò coinvolto nel terribile macello, aggravato dall’ “inesistenza” della sanità militare, e descrisse il tutto mirabilmente nel suo testo fondamentale: «Un Souvenir de Solferino», tradotto in più di 20 lingue. Dall’orribile spettacolo nacque in H.Dunant l’idea di creare una squadra di infermieri volontari preparati la cui opera potesse dare un apporto fondamentale alla sanità militare: la Croce Rossa. Dal Convegno di Ginevra del 1863 (26-29 ottobre) nacquero le società nazionali di Croce Rossa, la quinta a formarsi fu quella italiana.Nella 1° Conferenza diplomatica di Ginevra che terminò con la firma della Prima Convenzione di Ginevra (8-22 agosto 1864) fu sancita la neutralità delle strutture e del personale sanitario. 

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Ma veniamo a quanto si è detto oggi pomeriggio nel corso della conferenza stampa di presentazione dello spettacolo «Dunant – gli ultimi anni del fondatore della Croce Rossa»

Dell’introduzione, come ormai da tradizione, si fa carico il presidente Gian Mario Bandera.

«Il CTB sostiene e presenta questo spettacolo sia per il consolidato rapporto di collaborazione con la Croce Rossa di Brescia, sia per la validità intrinseca di un testo che  ha ricevuto importanti riconoscimenti , sia, soprattutto, per la finalità dell’evento: tutti i proventi saranno infatti devoluti alla Croce Rossa Italiana di Brescia» esordisce il Direttore.

«Sono sempre stato convinto che recuperare le origini sia essenziale per migliorare l’avvenire: anche per questo ho creduto in questo lavoro»

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Elena Bonometti (membro del consiglio di amministrazione del Centro Teatrale Bresciano) spiega un importante obiettivo di questa operazione sia da individuarsi nella volontà da una parte di far emergere l’importanza il valore morale e la storia dolorosa della Croce Rossa, dall’altra di ricordare l’uomo Dunant che, per una serie di circostanze sfavorevoli era passato ingiustamente in ombra.

«Si tratta di una drammaturgia bresciano DOC», aggiunge.

»Autore del testo, regista e due attori su tre sono infatti nati e  vissuti in città e dintorni; bresciana fu la nascita della Croce Rossa in una situazione tragica che, in concomitanza con le grandi battaglie del Risorgimento combattute in zona, vedeva metà della popolazione ferita e bisognosa di ogni tipo di cure mediche. Da quella occasione in poi, sempre e comunque, Brescia ha risposto con grande generosità ogni volta che ne è stata richiesta dalle circostanze, aggiunge. Per concludere subito dopo:

«Ciò che ci auguriamo, dunque, è che i bresciani riempiano il teatro in ogni ordine di posti, sia per la destinazione dei proventi che per la qualità dello spettacolo offerto al Teatro Sociale»

Il primo pensiero del drammaturgo e regista Ettore Oldi è un sentito ringraziamento sia al Comitato bresciano della Croce Rossa  che ha creduto nel progetto facendo in modo che una prima  versione ridotta della durata di circa venti minuti fosse rappresentata nel corso della cena di gala dello scorso anno, sia al Centro teatrale Bresciano per l’occasione che gli viene data di rappresentare la sua opera in 1 contesto di tale prestigio.

«La vita di Henry Dunant è stata complessa, travagliata, e piena di contraddizioni, di luci e di ombre, dunque la preparazione di questo spettacolo si è rivelata estremamente lunga e difficoltosa. Ho deciso di collocare la narrazione in una dimensione più intima e familiare piuttosto che concentrando l’attenzione sui grandi e drammatici momenti di lotta patriottica e di conflitto bellico, dando spazio, in modo divertente teatrale a un certo tipo di interazione con il pubblico».

«Dunant era un bell’uomo che piaceva alle donne ma che, soprattutto, credeva nelle donne e per le donne aveva un grandissimo rispetto» sottolinea Carolina David, in rappresentanza della Croce Rossa.

«La sua visione era in netto vantaggio sui tempi: vedeva lontano, oltre la Croce Rossa stessa: l’uguaglianza tra i popoli e le razze, la parità dei sessi, l’Onu, la Fao. All’opera sua e dei suoi colleghi e collaboratori si devono in larghissima parte i correttivi introdotti dalla convenzione di Ginevra».

La collega Marta Nocivelli, ringrazia il direttore Bandera per aver capito e accolto subito lo spirito di questo progetto.

«Dalle sanguinose battaglie Risorgimento des che proprio nel Bresciano è nato e si è sviluppato un nuovo e grande spirito umanitario pervaso di valori cristiani, si, ma caratterizzato anche da una filosofia e una metodologia laica»

Prende la parola per ultima l’attrice Miriam Russo, protagonista della pièce insieme a Matteo Bertuetti e Antonio Panice.

«Sono l’unica non-bresciana del gruppo, ma lo spirito che anima i nativi della marca trevigiana, quale io sono, non è molto dissimile da quello di qui» precisa subito.

«Lo spettacolo al quale sono felice e onorata di partecipare in qualità di attrice, è contraddistinto da equilibrati ma molto percepibili cambi di registro, dall’istituzionale al privato, dal drammatico all’ironico, al sentimentale, mettendo in evidenza la straordinaria visionarietà del personaggio e le possibili alternative che avrebbe potuto offrire la Storia»

Da parte mia, non posso che riprendere e rilanciare un messaggio coinciso quanto chiaro: ancora una volta Brescia è chiamata a dare prova delle propria sensibilità nei confronti della solidarietà e di quella squisita quanto preziosa curiosità nei confronti dello spettacolo di qualità e della cultura che, da sempre, contraddistingue i suoi figli. Dunque…

5 DICEMBRE 2017 – ORE 20,45: BRESCIANI, TUTTI AL TEATRO SOCIALE !

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   Bonera.2

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Splendido percorso di cultura, da un Convivio… all’altro

Oltre 1.100 partecipanti, oltre 1.300 elaborati ricevuti da leggere e valutare.

In questi due (grossi) numeri si potrebbe sintetizzare il lusinghiero successo consuntivato dal concorso letterario 2017 bandito dall’Accademia Internazionale Il Convivio.

Solo che sarebbe un resoconto arido, per quanto estremamente positivo, se non si tenesse conto dell’elevata  qualità media dei partecipanti (e dei loro elaborati di poesia, prosa e teatro), provenienti da ogni parte d’Italia e anche da paesi esteri più o meno remoti.

Domenica scorsa a Giardini di Naxos, nell’ampia ed elegante sala convegni dell’Hotel Caesar, completamente gremita di pubblico, si è tenuta una cerimonia di premiazione all’altezza della manifestazione.

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Nel coinciso ma significativo discorso di benvenuto del Presidente Angelo Manitta che, oltre a rallegrarsi per l’ottimo esito dell’iniziativa e preannunciare le prossime manifestazioni che saranno varate da Il Convivio, ha illustrato la positiva esperienza varata dalla stessa Accademia nel settore dell’editoria di qualità; sarà proprio la Casa Editrice Il Convivio, tra l’altro, a curare (vedi sotto) la pubblicazione del testo teatrale «Come nel gioco dell’Oca», firmato da Patrizio Pacioni ed Elena Bonometti.  Dopo di che ha avuto inizio il lungo ma mai ripetitivo e banale alternarsi dei vincitori delle varie categorie in cui era suddiviso il Concorso.

Nel concorso per testi teatrali intitolato al grande autore e attore siciliano Angelo Musco, segnalo  la premiazione di Patrizio Pacioni, vincitore assoluto nella sezione  Teatro Edito con «Diciannove + Uno» e premiato con segnalazione, insieme alla coautrice Elena Bonometti, nel Teatro Inedito, con «Come nel gioco dell’Oca». Particolarmente toccante il momento della consegna della targa, allorché è stato chiamato al palco Concetto Orofino, fratello di uno dei marinai dispersi e mai più ritrovati in occasione della scomparsa nel 1962, nel Mediterraneo meridionale, della motonave Hedia.

Alla conclusione dell’incongtro, un prelibato pranzo, animato da rilassate e cordialissime conversazioni, ha costituito la migliore occasione di contatto e scambio idee tra organizzatori, premiati e “semplici” amanti della scrittura convenuti al Caesar Palace.

Poi, fuori, ad attendere tutti, per la gioia degli occhi e del cuore, il placido e azzurrissimo mare di Sicilia sovrastato dalla massiccia presenza di un Etna ancora imbiancato.

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Inutile dire che già dal lunedì mattina, Angelo Manitta, l’infaticabile Enza Conti e tutti gli altri stanno già lavorando… per preparare il prossimo Convivio.

 

SI RINGRAZIA ALFREDO SPADAFORA PER LE FOTO GENTILMENTE CONCESSE

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     Valerio Vairo

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Goodmorning Brescia (61) – Eccellenza bresciana nella regione del Teatro

«27 spettacoli43 recite20 comuni coinvolti»

Magari non sarà una delle battute più brillanti e incisive da recitare su un palcoscenico, ma, grazie a questi numeri, la stagione teatrale bresciana potrà godere di un cartellone ancora più ampio di quello per così dire “tradizionale & principale”.

È precisamente di questo che si è parlato stamattina nel corso della conferenza stampa tenuta presso la sede del Centro Teatrale Bresciano di piazza Loggia: la stagione 2017-2018 programmata nell’ambito del circuito di spettacoli dal vivo Impronte Teatrali Pressione Bassa.

«Si tratta di un circuito di Teatro teso a diffondere lo spettacolo e la pratica teatrale, nel modo più capillare possibile, in sedi che, solitamente, rimangono escluse dal grande giro. In tutto ciò si cerca di privilegiare, per quanto possibile, la realizzazione e messa in scena di titoli meno facili» spiega Graziella Gattulli dirigente della Regione Lombardia per Giovani, Arti performative e multidisciplinari, Fund raising e Patrocini.

«Dei quattordici circuiti regionali, ben cinque sono collegati a Brescia  e provincia. La differenza tra queste iniziative ed altre analoghe finanziate dallo Stato in modo centralizzato, è che la scelta degli spettacoli viene parzialmente condivisa mediante l’analisi e la selezione di proposte avanzate dai singoli Comuni interessati, secondo le specifiche esigenze dettate dalle caratteristiche peculiari del territorio»

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(Comuni coinvolti in Impronte teatrali – Pressione bassa)

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«Un’iniziativa regionale, dunque ma non strettamente limitata ai confini lombardi» prosegue, senza bisogno di sollecitazioni, Graziella Gattulli.

«Ferma restando la presenza in ogni circuito di almeno due compagnie lombarde, il resto rimane aperto a contributi provenienti da altre regioni»

Quello di cui si parla è il terzo anno del primo triennio, e la mia interlocutrice si dimostra piuttosto compiaciuta per i risultati raggiunti.

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 Elena Bonometti e Graziella Gattulli al termine della conferenza stampa

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«In questo triennio il numero dei comuni del bresciano interessati da Impronte Teatrali è passato da 7 a 17, quello delle recite da 47 a 105, suddivise tra rappresentazioni effettuate da compagnie di livello nazionale ed emergenti, per ogni genere di spettacolo teatrale, dai classici agli spettacoli per ragazzi, alla commemorazione delle giornate del Ricordo e della Memoria, alla danza, alla musica, a lavori che vedono l’inclusione di artisti disabili» interviene Elena Bonometti, consigliera del C.T.B., rafforzando il concetto.

L’estemporanea intervista volge al termine, ma c’è ancora un aspetto tecnico che a Graziella Gattulli preme particolarmente sottolineare:

«Il carattere “rotatorio” del finanziamento regionale, articolato in contributi a fondo perduto e prestiti agevolati, sta consentendo la riqualificazione degli impianti teatrali e cinematografici (fortunatamente numerosissimi) della Lombardia, attraverso lavori di restauro, ristrutturazione e messa a norma dei locali. Rivendico inoltre a questa Amministrazione il merito e il vanto di aver proceduto, prima tra tutte le regioni, alla completa digitalizzazione delle sale».

E in tutto questo, aggiungo io, il territorio bresciano fa la parte del leone.

Anzi, della Leonessa.

 

 

 

  Bonera.2

 

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Quella famosa Napoli… che non ti aspetti

 «Napoli magica – Vispi morituri, morti viventi e morti di fame» è il titolo volutamente didascalico e paradossale della pièce che il professor Giulio Forbitti (per la ventesima volta, un vero record) ha scritto per il consueto spettacolo messo in scena (sotto la responsabilità della professoressa Elena Bonometti, affiancata nel lavoro di direzione di palcoscenico dalla collega Maria D’Abrosca) dagli alllievi ed ex-allievi dell’Istituto Primo Levi di Sarezzo, insieme ai ragazzi diversamente abili della cooperativa «L’Aquilone», per la regia di Guido Uberti

La trama:

Nella commedia, andata in scena venerdì e sabato sera sul palcoscenico del teatro San Faustino di Sarezzo, si narra del viaggio a Napoli,  in visita all’anziana nonna che, pur ancora lucida e autosufficiente, sente incombere l’arrivo della morte, di una famiglia ormai radicata al nord. Troveranno, oltre alla riscoperta di una donna in cui all’arguzia partenopea si miscela armonicamente una singolare sapientia vitae, un mondo sconosciuto, intessuto di arte, di storia, di leggende, superstizioni e autentiche magie.

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Lo spettacolo

Si comincia con il sipario tirato e, davanti, la professoressa Elena Bonometti e il drammaturgo Giulio Forbitti che introducono lo spettacolo al cospetto di una platea gremita di spettatori e (si vedrà poi) ben disposta all’applauso.

Poi si comincia e, subito, si capisce qunto siano giovani gli attori.

Qualcuno più giovane di quanto si sarebbe potuto immaginare.

L’argomento, però, è piuttosto complesso: sotto un leggerissimo ma gustoso velo di comicità tutta “acqua & sapone”, infatti, si palesa il tema dei temi: il rapporto dell’essere umano con una fine scritta sin dal momento della nascita, mannaia sterminatrice o preziosa cornice che, limitando il bel quadro della Vita, ne esalta vieppiù il valore.

La pièce è divertente e scorrevole, intarsiata anche di gradevoli momenti musicali e completata dalla accattivante coreografia finale.  Un brio complessivo che permette di sorvolare su alcuni passaggi (particolarmente quelli tesi a valorizzare i tesori artistici e i suggestivi misteri partenopei, in logica dipendenza delle finalità educative del progetto) che possono risultare alquanto didattici.

 

 

Bene la regia, attenta e capace di tenere in scena, senza confusione, un numero così alto di attori. 

Essenziale (anche e soprattutto per motivi di budget) ma efficace la scenografia.

Convinti gli applausi finali.

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  GuittoMatto

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Goodmorning Brescia (37) – L’altro teatro di Sarezzo

goodmorning BresciaA Brescia c’è (per fortuna) la grande prosa, la lirica e i grandi concerti, del Teatro Sociale e del Teatro Grande.

A Brescia, però (per fortuna), non c’è soltanto questo.

A Brescia e dintorni c’è un movimento teatrale diffuso, una voglia di creare e mettere in scena che, affiancato all’offerta di primo livello (e che livello!) di spettacoli di grande caratuta artistica e culturale, consente a iniziative meno strutturate, ma non per questo prive di pari dignità, di proporsi e di farsi alutare da un ampio pubblico, altrimenti non raggiungibile.

panoramica interna del Teatro San Faustino di Sarezzo

Tutto questo per arrivare all’evento che si terrà venerdì e sabato sera a Sarezzo, di cui -qui sotto- pubblichiamo una completa informativa.

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«Napoli magica» (seguita dal suo ammiccante e invasivo sottotitolo) è un progetto nato e realizzato “con finalità didattiche ed educative” (e “ricreative” aggiungo io) dalla passione per il palcoscenico e dalla la voglia di creare, di raccontare e di fare, il tutto amalgamato dal piacere di stare e fare insieme, cui ci sentiamo di consigliare di assitere a chi può.

Che poi, mi auguro, si premurerà di farmi sapere con quale riscontro personale.

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   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (21) – Alla Croce Rossa…. ditelo con un fiore.

“Mani gentili e pietose porgeranno a ognuno di noi il simbolico fiore dei tre gloriosi colori” annunciava La Sentinella Bresciana del 30 dicembre 2011, occupandosi della prima iniziativa organizzata a livello nazionale dalla Croce Rossa Italiana nell’intento di raccogliere i fondi necessari alla sua meritoria attività.

Con un certo compiacimento, poi, i primi giorni di gennaio, si raccontava di   “signore e signorine facevan assalto gentile in piazze e sagrati e -su richiesta- nella case degli infermi, cui la resa era pronta” .

L’obolo minimo per ricevere il gadget, costituito uno spillone sormontato da una coccarda realizzata con un nastro tricolore da appuntare al bavero o al corsetto, sì da sembrare un fiore, era fissato in un centesimo (“ma la vendita fu molto più profittevole” riferiscono le cronache.

Ebbe così inizio la Fiera Nazionale del Fiore, vale a dire l’evento al quale, oltre un secolo più tardi, hanno inteso richiamarsi, andando oltre la classica cena di beneficienza “mordi e fuggi”, Marta Nocivelli, Elena Bonometti e le altre organizzatrici hanno ideato e realizzato Dîner de Fleurs, la serata di gala che si è tenuta venerdì 30 settembre nell’elegante location del Museo Mille Miglia.

  

Nel nome con il quale abbiamo deciso di battezzare questo importante appuntamento di solidarietà, oltre al richiamo ai tempi eroici della nostra Associazione spiega Elena Bonometti  c’è inclusa anche la possibilità che si è data ai “cavalieri” presenti di omaggiare con un fiore le loro dame, aggiungendo nel contempo un ulteriore contributo 

   

  Tra l’elegante aperitivo, allietato dalle note discrete e morbide del pianoforte, e la gustosa cena, servita su tavole apparecchiate con eleganti tovaglie rosse, gli intervenuti hanno potuto assistere a una pièce, scritta e curata da Ettore Oldi e interpretata dai giovani quanto talentuosi attori bresciani Antonio Panice e Matteo Bertuetti: tema trattato, e  non poteva essere altrimenti, importanti momenti della vita di Henry Dunant (fondatore della Croce Rossa) dallo shock subito al cospetto della terribile strage della battaglia di Solferino e San Martino, da cui gli derivò l’idea di dar vita a quella che destinata a diventare l’associazione umanitaria più grande del mondo e della storia, all’attribuzione, sia pur tardiva, del primo premio Nobel per la Pace. 

Da sottolineare lo straordinario riscontro. anche in termini di partecipazione numerica, che l’evento, concluso con il saluto di commiato del Presidente della Croce Rossa bresciana, Lucio Mastromatteo, è riuscito a riscontrare nonostante la sfidante concomitanza della “prima” operistica al Teatro Grande e di altri attraenti eventi cittadini.

Su questo, però, a breve avremo ancora modo di tornare.

   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (19) – E ora Daniela canterà in Paradiso

  Si è spenta alla Poliambulanza di Brescia il soprano Daniela Dessì, a seguito di “una malattia breve, terribile e incomprensibile“, come la definisce il tenore Fabio Armiliato, compagno della cantante da più di quindici anni.

L’artista, che risiedeva nel bresciano, ed è stata considerata una delle più grandi interpreti contemporanee delle eroine verdiane e pucciniane, ha collaborato con i più grandi teatri del mondo, come la Scala di Milano, il Metropolitan di New York,  e la Deutsche Oper di Berlino.

Dopo il debutto avvenuto a Genova con La serva padrona di Pergolesi, nel corso della sua intensa carriera Daniela Dessì (diplomata in canto e pianoforte al Conservatorio Arrigo Boito  di Parma, e specializzata poi in canto da camera presso l’Accademia Chigiana di Siena) ha messo insieme un ragguardevole repertorio composto di oltre settanta titoli. Tra i tanti, grandi direttori d’orchestra che hanno incrociato la sua carriera, mi limito a citare nomi come Riccardo Muti, Carlos Kleiber, Claudio Abbado,  James Levine, Lorin Maazel, e Zubin Mehta, cui si aggiungono registi del calibro di Zeffirelli, Ronconi, Scola e Strehler.

Ho intervistato in proposito Elena Bonometti, membro del CDA del Centro Teatrale Bresciano TRIC, ex vicepresidente (duplice mandato su nomina ministeriale) del Conservatorio di musica “Luca Marenzio”, docente di ruolo di psicologia presso IISS “Primo Levi” di Sarezzo, nonché appassionata d’opera sin dalla più tenera età.

 

 

Daniela Dessì e Brescia

È nata a Genova da genitori sardi, ma è cresciuta a Brescia seguendo il padre custode di fabbrica. Raccontano che, quando arrivava il momento della pausa pranzo o della fine turno, lei, che era ancora una bambina, andava in competizione con la sirena che scandiva i tempi di lavoro.

 

Quando l’ hai conosciuta?

Frequentava da studentessa il conservatorio allora intitolato a Venturi, nella classe assegnata a Carla Castellani. Essendosi già diffusa in città la notizia della sua bravura e dell’estrema duttilità della sua voce, cominciarono a chiamarla sempre più frequentemente perché partecipasse come solista ai vari cori amatoriali di Brescia. Fu così che finì a cantare anche nel coro di padre Salvetti che è stato anche il mio.

  

Vuoi dire che hai avuto occasione di cantare con lei?

 Purtroppo no, io entrai più tardi. In realtà il nostro primo incontro è avvenuto all’inizio degli anni 2000, quando ero vicepresidente del conservatorio Marenzio (ex Venturi) diretto da Perotti: la chiamammo per un master di canto.

 

E lei accettò?

  Immediatamente, e fu subito un boom di iscrizioni che rese necessaria una severa selezione che Daniela s’incaricò di fare di persona. Io partecipai alle lezioni come uditrice, e fu una bellissima esperienza, di cui conservo ancora la pergamena dell’attestato. Per tre giorni lavorò da mattina a sera in concentrazione assoluta, elargendo ai suoi allievi consigli e ammaestramenti sia di interpretazione artistica che di natura pratica, primo tra tutti il corretto utilizzo del diaframma.

 

Ti viene in mente qualche episodio particolare di quella esperienza?

  Ricordo che a un certo punto salì sul palco per redarguire un bellissimo ragazzo che cantava da tenore:

“Cosa sono queste gambe divaricate?” lo redarguì, con grande energia.

Una indicazione in cui ravvisai un fermo invito a mettere da parte, nella pratica della lirica, ogni atteggiamento esibizionista e gigione, privilegiando invece la cura di un’interpretazione doverosamente filtrata da buon gusto e senso della misura. Oltre che essere meticolosa nella preparazione e perfetta nell’esecuzione, nonché dotata di una grandissima voce da madre natura, Daniela Dessì era capace di mettere tutto questo al servizio della interpretazione dei personaggi che era chiamata a rivestire. Aveva inoltre una capacità didattica incredibile, capace di migliorare i suoi allievi in pochissimo tempo. Inutile dire che il saggio finale che ebbi l’onore di presentare, si risolse in uno straordinario successo.

In cosa ti ha arricchito la sua frequentazione?

  Mi ha insegnato quanto siano importanti la concentrazione e il costume mentale di tendere sempre e comunque al miglioramento. Accettando al tempo stesso, però, i propri limiti e cercando di trasformare in virtù anche i difetti. Sotto il profilo didattico, inoltre, ho acquisito e introiettato (anche) attraverso lei, due concetti basilari. Il primo è la necessità di instillare nei giovani la necessità di un approccio umile da parte dell’artista nei confronti della pagina dell’autore. Il secondo di esortare i ragazzi a non essere gigioni e a non desiderare per sé l’impossibile. “Ti viene stirato il re bemolle? Allora scegli d’interpretare opere che abbiano solo un do” diceva Daniela. E come potrei non essere d’accordo?

 

Una grande donna, allora.

 Una donna meravigliosa: all’esterno poteva apparire come una grande diva, ma alla base c’era una serissima e indefessa lavoratrice. Già soprano strapagato, chiese al conservatorio, come compenso, una cifra irrisoria, sia per riconoscenza che per amore dell’insegnamento che vedeva come una meta da raggiungere una volta che fosse scesa dal palcoscenico, alla fine di una luminosa carriera artistica consumata sotto al luce dei riflettori; un traguardo che, purtroppo, una morte precoce non le ha dato la possibilità di raggiungere.

Che cosa le diresti, se potessi ancora parlare con Lei?

 Solo “Grazie di tutto, Daniela, maestra di Arte e di Vita”

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E qui Elena si ferma, vinta dalla commozione.

 

   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (11) -Bresciani, ve li do io i monumenti!

Si può passeggiare per Brescia e dintorni rimanendo comodamente seduti nel Foyer del Teatro Sociale? Si può, se a tenerci per mano e a condurci in questa fantastica e virtuale promenade è una guida che si chiama Michela Valotti, docente di Educazione al Patrimonio Artistico e Teatro di Animazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore

  

È il secondo e ultimo appuntamenti di 《Sguardi su Brescia》 breve ciclo d’incontri ideato, realizzato e condotto da Elena Bonometti, già (favorevolissimamente) conosciuta dai visitatori di questo blog. Il titolo: 《Passeggiata bresciana tra le pietre della memoria, tra vero e simbolo》 .

La “visita guidata” è orientata su opere bresciane (o di artisti bresciani) collocate in un arco temporale che va dall’inizio ‘800 al primo ventennio del ‘900.

L’intenzione è di fare parlare i meravigliosi monumenti bresciani, affinché possano rivelarsi nella propria essenza e collocazione storica, consentendo a chi li ascolta di puntare uno sguardo consapevole su queste “emergenze culturali” (da emergere, naturalmente) che hanno donato alla città qualcosa di davvero importante.

Si parte dal Cimitero Vantiniano, autentico e prezioso scrigno di tesori scultorici, oltre che assorto luogi di memorie, al pari, tanto per fare un esempio, del più celebrato Monumentale di Milano.

  

Più precisamente si parla di Giovanni Battista Lombardi, iniziando dal monumento funerario dedicato al conte Annibale Maggi,  commissionato dalla Congrega della Carità Apostolica di Brescia: suggestiva scultura marmorea in cui colpisce l’accostamento tra l’umiltà dell’accattone e del bambino che mendicano e la coppia di personaggi abbienti, ulteriormente differenziata, al suo interno, dal contrasto con la sobria eleganza dell’uomo e la decadenza che comincia a trasparire nella figura femminile.

Si passa per la Pietà di Ermenegildo Luppi, (1923). Si tratta di un gruppo bronzeo che raffigura Cristo deposto tra le pie donne, realizzato grazie alla donazione di 150.000 lire (all’epoca cifra di un certo rilievo) effettuata per espressa disposizione testamentaria da Luigi Premoli.

La scultura, che deriva la propria essenza dalla tradizione michelangiolesca, s’inserisce nel solco del passaggio tra realismo e topos universale e totalmente simbolico della tendenza espressionista introdotta in Italia, proprio in quel periodo, dallo scultore meneghino Adolfo Wildt. Tale matrice si evince, anche per il più disattento degli sguardi, dall’evidente deformazione impressa nei corpi da parte dell’artista (si vedano gli arti del Cristo) e il sottolineatissimo pathos espressivo delle figure femminili curve su di lui.

La tappa in pieno centro con Piazza Loggia sotto la neve di Angelo Inganni, consente di contemplare, opera d’arte in opere d’arte, il Monumento alle Dieci Giornate di GB Lonbardi (1864), uno dei primi e più suggestivi esempi del Culto degli Eroi, esplicitato da est a ovest della città dal monumento ad Arnaldo da Brescia (porta della città in direzione Venezia) e da quello a Garibaldi (direzione Milano) opera di Eugenio Maccagnani.

 

Non sono solo condottieri, o politici, i destinatari degli statuari omaggi: la professoressa Valotti lo dimostra mostrando due monumento tardo ottocenteschi: il primo dedicato al pittore Alessandro Bonvicini detto Moretto l’altro a Niccolò Tartaglia (matematico), opere entrambe di Domenico Ghidoni, commissionate dall’Ateneo per celebrare con pari dignità (oggi si direbbe par condicio) sia le arti che le scienze.

Scoppia e divampa la Grande Guerra, lacerando paesi e coscienze. non è più tempo di eroi, ma di ideali, tradotti in simboli.

Mentre la Nazione si prepara allo scontro irredentistico, Leonardo Bistolfi lancia la sua sfida di italianità su un lago di Garda, che ancora bagna terre dominate dalla straniero che non è ancora italiano. Cosi nasce il monumento a Giuseppe Zanardelli a Toscolano Maderno (1911/1913) a pochi passi da Salò, dove un altro capitolo di storia avrebbe avuto tragicamente fine, una trentina di anni dopo.

Insomma, a partire dal Milite Ignoto (nuovo potentissimo Mito a metà tra sentimento e propaganda) da re, generali e politici si passa al monumento  a un anonimo caduto. L’esasperato monumentismo iniziato con la prima guerra mondiale, finisce con la seconda, come se la bomba atomica tutto riuscisse a distruggere e riplasmare.

Democrazia o demagogia?

Lo dirà la Storia. Forse.

 Bonera.2

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