Quella famosa Napoli… che non ti aspetti

 «Napoli magica – Vispi morituri, morti viventi e morti di fame» è il titolo volutamente didascalico e paradossale della pièce che il professor Giulio Forbitti (per la ventesima volta, un vero record) ha scritto per il consueto spettacolo messo in scena (sotto la responsabilità della professoressa Elena Bonometti, affiancata nel lavoro di direzione di palcoscenico dalla collega Maria D’Abrosca) dagli alllievi ed ex-allievi dell’Istituto Primo Levi di Sarezzo, insieme ai ragazzi diversamente abili della cooperativa «L’Aquilone», per la regia di Guido Uberti

La trama:

Nella commedia, andata in scena venerdì e sabato sera sul palcoscenico del teatro San Faustino di Sarezzo, si narra del viaggio a Napoli,  in visita all’anziana nonna che, pur ancora lucida e autosufficiente, sente incombere l’arrivo della morte, di una famiglia ormai radicata al nord. Troveranno, oltre alla riscoperta di una donna in cui all’arguzia partenopea si miscela armonicamente una singolare sapientia vitae, un mondo sconosciuto, intessuto di arte, di storia, di leggende, superstizioni e autentiche magie.

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Lo spettacolo

Si comincia con il sipario tirato e, davanti, la professoressa Elena Bonometti e il drammaturgo Giulio Forbitti che introducono lo spettacolo al cospetto di una platea gremita di spettatori e (si vedrà poi) ben disposta all’applauso.

Poi si comincia e, subito, si capisce qunto siano giovani gli attori.

Qualcuno più giovane di quanto si sarebbe potuto immaginare.

L’argomento, però, è piuttosto complesso: sotto un leggerissimo ma gustoso velo di comicità tutta “acqua & sapone”, infatti, si palesa il tema dei temi: il rapporto dell’essere umano con una fine scritta sin dal momento della nascita, mannaia sterminatrice o preziosa cornice che, limitando il bel quadro della Vita, ne esalta vieppiù il valore.

La pièce è divertente e scorrevole, intarsiata anche di gradevoli momenti musicali e completata dalla accattivante coreografia finale.  Un brio complessivo che permette di sorvolare su alcuni passaggi (particolarmente quelli tesi a valorizzare i tesori artistici e i suggestivi misteri partenopei, in logica dipendenza delle finalità educative del progetto) che possono risultare alquanto didattici.

 

 

Bene la regia, attenta e capace di tenere in scena, senza confusione, un numero così alto di attori. 

Essenziale (anche e soprattutto per motivi di budget) ma efficace la scenografia.

Convinti gli applausi finali.

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  GuittoMatto

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Goodmorning Brescia (37) – L’altro teatro di Sarezzo

goodmorning BresciaA Brescia c’è (per fortuna) la grande prosa, la lirica e i grandi concerti, del Teatro Sociale e del Teatro Grande.

A Brescia, però (per fortuna), non c’è soltanto questo.

A Brescia e dintorni c’è un movimento teatrale diffuso, una voglia di creare e mettere in scena che, affiancato all’offerta di primo livello (e che livello!) di spettacoli di grande caratuta artistica e culturale, consente a iniziative meno strutturate, ma non per questo prive di pari dignità, di proporsi e di farsi alutare da un ampio pubblico, altrimenti non raggiungibile.

panoramica interna del Teatro San Faustino di Sarezzo

Tutto questo per arrivare all’evento che si terrà venerdì e sabato sera a Sarezzo, di cui -qui sotto- pubblichiamo una completa informativa.

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«Napoli magica» (seguita dal suo ammiccante e invasivo sottotitolo) è un progetto nato e realizzato “con finalità didattiche ed educative” (e “ricreative” aggiungo io) dalla passione per il palcoscenico e dalla la voglia di creare, di raccontare e di fare, il tutto amalgamato dal piacere di stare e fare insieme, cui ci sentiamo di consigliare di assitere a chi può.

Che poi, mi auguro, si premurerà di farmi sapere con quale riscontro personale.

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   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (21) – Alla Croce Rossa…. ditelo con un fiore.

“Mani gentili e pietose porgeranno a ognuno di noi il simbolico fiore dei tre gloriosi colori” annunciava La Sentinella Bresciana del 30 dicembre 2011, occupandosi della prima iniziativa organizzata a livello nazionale dalla Croce Rossa Italiana nell’intento di raccogliere i fondi necessari alla sua meritoria attività.

Con un certo compiacimento, poi, i primi giorni di gennaio, si raccontava di   “signore e signorine facevan assalto gentile in piazze e sagrati e -su richiesta- nella case degli infermi, cui la resa era pronta” .

L’obolo minimo per ricevere il gadget, costituito uno spillone sormontato da una coccarda realizzata con un nastro tricolore da appuntare al bavero o al corsetto, sì da sembrare un fiore, era fissato in un centesimo (“ma la vendita fu molto più profittevole” riferiscono le cronache.

Ebbe così inizio la Fiera Nazionale del Fiore, vale a dire l’evento al quale, oltre un secolo più tardi, hanno inteso richiamarsi, andando oltre la classica cena di beneficienza “mordi e fuggi”, Marta Nocivelli, Elena Bonometti e le altre organizzatrici hanno ideato e realizzato Dîner de Fleurs, la serata di gala che si è tenuta venerdì 30 settembre nell’elegante location del Museo Mille Miglia.

  

Nel nome con il quale abbiamo deciso di battezzare questo importante appuntamento di solidarietà, oltre al richiamo ai tempi eroici della nostra Associazione spiega Elena Bonometti  c’è inclusa anche la possibilità che si è data ai “cavalieri” presenti di omaggiare con un fiore le loro dame, aggiungendo nel contempo un ulteriore contributo 

   

  Tra l’elegante aperitivo, allietato dalle note discrete e morbide del pianoforte, e la gustosa cena, servita su tavole apparecchiate con eleganti tovaglie rosse, gli intervenuti hanno potuto assistere a una pièce, scritta e curata da Ettore Oldi e interpretata dai giovani quanto talentuosi attori bresciani Antonio Panice e Matteo Bertuetti: tema trattato, e  non poteva essere altrimenti, importanti momenti della vita di Henry Dunant (fondatore della Croce Rossa) dallo shock subito al cospetto della terribile strage della battaglia di Solferino e San Martino, da cui gli derivò l’idea di dar vita a quella che destinata a diventare l’associazione umanitaria più grande del mondo e della storia, all’attribuzione, sia pur tardiva, del primo premio Nobel per la Pace. 

Da sottolineare lo straordinario riscontro. anche in termini di partecipazione numerica, che l’evento, concluso con il saluto di commiato del Presidente della Croce Rossa bresciana, Lucio Mastromatteo, è riuscito a riscontrare nonostante la sfidante concomitanza della “prima” operistica al Teatro Grande e di altri attraenti eventi cittadini.

Su questo, però, a breve avremo ancora modo di tornare.

   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (19) – E ora Daniela canterà in Paradiso

  Si è spenta alla Poliambulanza di Brescia il soprano Daniela Dessì, a seguito di “una malattia breve, terribile e incomprensibile“, come la definisce il tenore Fabio Armiliato, compagno della cantante da più di quindici anni.

L’artista, che risiedeva nel bresciano, ed è stata considerata una delle più grandi interpreti contemporanee delle eroine verdiane e pucciniane, ha collaborato con i più grandi teatri del mondo, come la Scala di Milano, il Metropolitan di New York,  e la Deutsche Oper di Berlino.

Dopo il debutto avvenuto a Genova con La serva padrona di Pergolesi, nel corso della sua intensa carriera Daniela Dessì (diplomata in canto e pianoforte al Conservatorio Arrigo Boito  di Parma, e specializzata poi in canto da camera presso l’Accademia Chigiana di Siena) ha messo insieme un ragguardevole repertorio composto di oltre settanta titoli. Tra i tanti, grandi direttori d’orchestra che hanno incrociato la sua carriera, mi limito a citare nomi come Riccardo Muti, Carlos Kleiber, Claudio Abbado,  James Levine, Lorin Maazel, e Zubin Mehta, cui si aggiungono registi del calibro di Zeffirelli, Ronconi, Scola e Strehler.

Ho intervistato in proposito Elena Bonometti, membro del CDA del Centro Teatrale Bresciano TRIC, ex vicepresidente (duplice mandato su nomina ministeriale) del Conservatorio di musica “Luca Marenzio”, docente di ruolo di psicologia presso IISS “Primo Levi” di Sarezzo, nonché appassionata d’opera sin dalla più tenera età.

 

 

Daniela Dessì e Brescia

È nata a Genova da genitori sardi, ma è cresciuta a Brescia seguendo il padre custode di fabbrica. Raccontano che, quando arrivava il momento della pausa pranzo o della fine turno, lei, che era ancora una bambina, andava in competizione con la sirena che scandiva i tempi di lavoro.

 

Quando l’ hai conosciuta?

Frequentava da studentessa il conservatorio allora intitolato a Venturi, nella classe assegnata a Carla Castellani. Essendosi già diffusa in città la notizia della sua bravura e dell’estrema duttilità della sua voce, cominciarono a chiamarla sempre più frequentemente perché partecipasse come solista ai vari cori amatoriali di Brescia. Fu così che finì a cantare anche nel coro di padre Salvetti che è stato anche il mio.

  

Vuoi dire che hai avuto occasione di cantare con lei?

 Purtroppo no, io entrai più tardi. In realtà il nostro primo incontro è avvenuto all’inizio degli anni 2000, quando ero vicepresidente del conservatorio Marenzio (ex Venturi) diretto da Perotti: la chiamammo per un master di canto.

 

E lei accettò?

  Immediatamente, e fu subito un boom di iscrizioni che rese necessaria una severa selezione che Daniela s’incaricò di fare di persona. Io partecipai alle lezioni come uditrice, e fu una bellissima esperienza, di cui conservo ancora la pergamena dell’attestato. Per tre giorni lavorò da mattina a sera in concentrazione assoluta, elargendo ai suoi allievi consigli e ammaestramenti sia di interpretazione artistica che di natura pratica, primo tra tutti il corretto utilizzo del diaframma.

 

Ti viene in mente qualche episodio particolare di quella esperienza?

  Ricordo che a un certo punto salì sul palco per redarguire un bellissimo ragazzo che cantava da tenore:

“Cosa sono queste gambe divaricate?” lo redarguì, con grande energia.

Una indicazione in cui ravvisai un fermo invito a mettere da parte, nella pratica della lirica, ogni atteggiamento esibizionista e gigione, privilegiando invece la cura di un’interpretazione doverosamente filtrata da buon gusto e senso della misura. Oltre che essere meticolosa nella preparazione e perfetta nell’esecuzione, nonché dotata di una grandissima voce da madre natura, Daniela Dessì era capace di mettere tutto questo al servizio della interpretazione dei personaggi che era chiamata a rivestire. Aveva inoltre una capacità didattica incredibile, capace di migliorare i suoi allievi in pochissimo tempo. Inutile dire che il saggio finale che ebbi l’onore di presentare, si risolse in uno straordinario successo.

In cosa ti ha arricchito la sua frequentazione?

  Mi ha insegnato quanto siano importanti la concentrazione e il costume mentale di tendere sempre e comunque al miglioramento. Accettando al tempo stesso, però, i propri limiti e cercando di trasformare in virtù anche i difetti. Sotto il profilo didattico, inoltre, ho acquisito e introiettato (anche) attraverso lei, due concetti basilari. Il primo è la necessità di instillare nei giovani la necessità di un approccio umile da parte dell’artista nei confronti della pagina dell’autore. Il secondo di esortare i ragazzi a non essere gigioni e a non desiderare per sé l’impossibile. “Ti viene stirato il re bemolle? Allora scegli d’interpretare opere che abbiano solo un do” diceva Daniela. E come potrei non essere d’accordo?

 

Una grande donna, allora.

 Una donna meravigliosa: all’esterno poteva apparire come una grande diva, ma alla base c’era una serissima e indefessa lavoratrice. Già soprano strapagato, chiese al conservatorio, come compenso, una cifra irrisoria, sia per riconoscenza che per amore dell’insegnamento che vedeva come una meta da raggiungere una volta che fosse scesa dal palcoscenico, alla fine di una luminosa carriera artistica consumata sotto al luce dei riflettori; un traguardo che, purtroppo, una morte precoce non le ha dato la possibilità di raggiungere.

Che cosa le diresti, se potessi ancora parlare con Lei?

 Solo “Grazie di tutto, Daniela, maestra di Arte e di Vita”

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E qui Elena si ferma, vinta dalla commozione.

 

   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (11) -Bresciani, ve li do io i monumenti!

Si può passeggiare per Brescia e dintorni rimanendo comodamente seduti nel Foyer del Teatro Sociale? Si può, se a tenerci per mano e a condurci in questa fantastica e virtuale promenade è una guida che si chiama Michela Valotti, docente di Educazione al Patrimonio Artistico e Teatro di Animazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore

  

È il secondo e ultimo appuntamenti di 《Sguardi su Brescia》 breve ciclo d’incontri ideato, realizzato e condotto da Elena Bonometti, già (favorevolissimamente) conosciuta dai visitatori di questo blog. Il titolo: 《Passeggiata bresciana tra le pietre della memoria, tra vero e simbolo》 .

La “visita guidata” è orientata su opere bresciane (o di artisti bresciani) collocate in un arco temporale che va dall’inizio ‘800 al primo ventennio del ‘900.

L’intenzione è di fare parlare i meravigliosi monumenti bresciani, affinché possano rivelarsi nella propria essenza e collocazione storica, consentendo a chi li ascolta di puntare uno sguardo consapevole su queste “emergenze culturali” (da emergere, naturalmente) che hanno donato alla città qualcosa di davvero importante.

Si parte dal Cimitero Vantiniano, autentico e prezioso scrigno di tesori scultorici, oltre che assorto luogi di memorie, al pari, tanto per fare un esempio, del più celebrato Monumentale di Milano.

  

Più precisamente si parla di Giovanni Battista Lombardi, iniziando dal monumento funerario dedicato al conte Annibale Maggi,  commissionato dalla Congrega della Carità Apostolica di Brescia: suggestiva scultura marmorea in cui colpisce l’accostamento tra l’umiltà dell’accattone e del bambino che mendicano e la coppia di personaggi abbienti, ulteriormente differenziata, al suo interno, dal contrasto con la sobria eleganza dell’uomo e la decadenza che comincia a trasparire nella figura femminile.

Si passa per la Pietà di Ermenegildo Luppi, (1923). Si tratta di un gruppo bronzeo che raffigura Cristo deposto tra le pie donne, realizzato grazie alla donazione di 150.000 lire (all’epoca cifra di un certo rilievo) effettuata per espressa disposizione testamentaria da Luigi Premoli.

La scultura, che deriva la propria essenza dalla tradizione michelangiolesca, s’inserisce nel solco del passaggio tra realismo e topos universale e totalmente simbolico della tendenza espressionista introdotta in Italia, proprio in quel periodo, dallo scultore meneghino Adolfo Wildt. Tale matrice si evince, anche per il più disattento degli sguardi, dall’evidente deformazione impressa nei corpi da parte dell’artista (si vedano gli arti del Cristo) e il sottolineatissimo pathos espressivo delle figure femminili curve su di lui.

La tappa in pieno centro con Piazza Loggia sotto la neve di Angelo Inganni, consente di contemplare, opera d’arte in opere d’arte, il Monumento alle Dieci Giornate di GB Lonbardi (1864), uno dei primi e più suggestivi esempi del Culto degli Eroi, esplicitato da est a ovest della città dal monumento ad Arnaldo da Brescia (porta della città in direzione Venezia) e da quello a Garibaldi (direzione Milano) opera di Eugenio Maccagnani.

 

Non sono solo condottieri, o politici, i destinatari degli statuari omaggi: la professoressa Valotti lo dimostra mostrando due monumento tardo ottocenteschi: il primo dedicato al pittore Alessandro Bonvicini detto Moretto l’altro a Niccolò Tartaglia (matematico), opere entrambe di Domenico Ghidoni, commissionate dall’Ateneo per celebrare con pari dignità (oggi si direbbe par condicio) sia le arti che le scienze.

Scoppia e divampa la Grande Guerra, lacerando paesi e coscienze. non è più tempo di eroi, ma di ideali, tradotti in simboli.

Mentre la Nazione si prepara allo scontro irredentistico, Leonardo Bistolfi lancia la sua sfida di italianità su un lago di Garda, che ancora bagna terre dominate dalla straniero che non è ancora italiano. Cosi nasce il monumento a Giuseppe Zanardelli a Toscolano Maderno (1911/1913) a pochi passi da Salò, dove un altro capitolo di storia avrebbe avuto tragicamente fine, una trentina di anni dopo.

Insomma, a partire dal Milite Ignoto (nuovo potentissimo Mito a metà tra sentimento e propaganda) da re, generali e politici si passa al monumento  a un anonimo caduto. L’esasperato monumentismo iniziato con la prima guerra mondiale, finisce con la seconda, come se la bomba atomica tutto riuscisse a distruggere e riplasmare.

Democrazia o demagogia?

Lo dirà la Storia. Forse.

 Bonera.2

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Goodmorning Brescia (9) – Lo sguardo indiscreto di Elena

Carla Boroni introduce la serata e la mini-serie di conferenze Sguardi su Brescia (curata da Elena Bonometti per il C.T.B.) che si tengono nella tradizionale sede del Foyer del Teatro Sociale.

A parlare del tema 《Il gioco del mondo e il sapere dell’uomo preistorico》 è Gaudenzio Ragazzi esperto di iconografia preistorica e formatore.

Prima di cedere la parola al relatore, Elena Bonometti ricorda come questo genere di iniziative ispirate al territorio, la cui organizzazione da parte dei TRIC è fortemente caldeggiata dal Ministero, riprenda nella sostanza la bella tradizione di quegli incontri sulla brescianità che costituiscono una radicata tradizione che il CTB, da sempre promuove e difende con assoluta convinzione.

Il gioco si fa per divertimento, senza scopi utilitaristici, è un momento della vita che favorisce fantasia e libera espressione di sé, necessita da parte di chi lo pratica del ricorso a molteplici e variegate “abilità”, favorisce il miglioramento motorio e psichico e (ultimo ma non ultimo) accompagna il delicato percorso della crescita da “solitario”, a “parallelo” per diventare alla fine ludico coadiuvante dello spirito “associativo” e “cooperativo“》 ricorda ai presenti, con la consueta chiarezza.

 《Al gioco appartengono e sono propri contenuti artistici e affettivi. Può essere utile ad analisti e psicologi per effettuare indagini e verifiche cognitive e terapeutiche di sicura efficacia》.

《Campana》 o 《Mondo》 o uno qualsiasi dei mille nomi che assume in Italia e nel mondo, è da questo gioco che parte Gaudenzio Ragazzi.

《La mia occupazione non è quella  di cercare terre e cose nuove, ma di guardare con occhi nuovi》, premette, per poi passare a un’articolata quanto vivace disamina dei più o meno visibili aspetti collaterali di ciò che potrebbe sembrare un semplice quanto ingenuo passatempo per giovanissimi.

   

È nella divisione degli spazi il segreto e la rivelazione: dalla stele in pietra al disegno del gessetto sull’asfalto, quello che si diletta nel 《Gioco del Mondo》 è un uomo ancora bambino che (segnando la Terra e venendo in contatto con tale gesto con la misteriosa e maestosa essenza del globo)  diventa l’uomo maturo di millenni dopo.

Le regole del gioco riportano, attingendo a conoscenze e sensazioni ancestrali , agli interrogativi e alle più profonde aspirazioni di conoscenza dell’essere umano. Una volta entrati in questa ottica, cerchi, rettangoli, curve e angoli assumono significati arcani e trascendenti.

Insomma, che siano chiese cristiane, moschee o templi indù, che si tratti di una scacchiera o di una tavola da gioco maya, in certi segni, in certe forme, in certi gesti, c’è un percorso comune che parte dall’anima stessa del pianeta che abitiamo e ci raggiunge dagli spazi profondi, un anelito di assoluto da soddisfare attraverso lo studio delle immutabili leggi che regolano i fenomeni naturali.

Un gioco dalle regole rigide e inappellabili, cui ci si applica con quella serietà di cui, ammettiamolo, solo il candore di un bimbo, frutto ancora incontaminato della natura, unico approccio per l’avvicinamento a Dio.

Persino il sassolino tirato all’indietro, quel piccolo frammento di natura che parte da una “casa” e a essa ritorna,assurge al ruolo di simbolo  di un’anima trasmigrante ma mai errante.

Ci si ricorda del territorio, certo. Della “brescianità” di cui si diceva prima. Parlano della cripta di San Glisente (Esine), le cui colonne e le cui aperture appaiono magicamente (o misticamente) perfettamente allineate e orientate con precisione persino inquietante alla luce del solstizio e dell’equinozio.

 Bonera.2

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Goodmorning Brescia (8) – Il Seme… del Teatro

  

Giulio Forbitti è l’autore-drammaturgo della nuova opera teatrale portata in scena (per l’attenta regia di Guido Uberti) dai ragazzi dell’ Istituto Primo Levi di Sarezzo. Diciannove anni, diciannove pièce, diciannove volte scritte da lui.

In questo ormai lungo arco di tempo ho visto moltissimi ragazzi partecipare alle rappresentazioni, con la soddisfazione di constatare che molti di loro hanno continuato a recitare anche terminati gli studi” racconta Forbitti .

Uno di loro, Marco Poli, non ha mai perso occasione di entrare nel cast degli spettacoli che si sono succeduti nel corso degli anni, con immutata passione, senza mancarne neppure uno.

Nel corso della serata del 13 maggio (replicata il 14) alunni ed ex alunni, ai quali si sono uniti a che alcuni bambini della scuola materna Pio X e di giovani della Cooperativa l’Aquilone, si sono perfettamente integrati in una recitazione corale di ampio respiro.

Sono loro i veri trascinatori dello spettacolo” dichiara Forbitti, elogiando il contributo degli ex-alunni.

Responsabile del Laboratorio è la prof.ssa Elena Bonometti (nella foto con il microfono) componente del consiglio di amministrazione del C.T.B. e da sempre impegnata per la promozione dei giovani studenti nell’attività teatrale, sapientemente coadiuvata dalla prof.ssa Maria Dabrosca

Il Preside prof. Mauro Zoli, è fortemente impegnato nell’organizzazione di questa iniziativa, il cui primo scopo (attuale più che mai) è quello  di mettere insieme giovani e disabili con il preciso scopo di promuovere l’amicizia e l’integrazione più assoluta.

Alla “prima”, oltre al Preside Mauro Zoli, è presente il Sindaco di Sarezzo, anche lui ex alunno del Primo Levi “

Purtroppo, quando io ero studente, nella scuola non c’era ancora promozione dell’attività teatrale” confida, senza nascondere un velato rimpianto.

Grazie al lavoro e all’impegno degli organizzatori di queste recite si promuove la capacità per i giovani di confrontarsi con i propri limiti e di ricevere attraverso il teatro input positivi che potranno favorire il prosieguo del cammino di vita“.

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La trama, complessa e articolata, prende le mosse dalla sofferenza.

Tocca argomenti molto forti come lo stupro, l’omicidio, la coltre intessuta di silenzi e inganni sotto la quale (come spesso accade) si cerca di occultare una verità scomoda.

Nella vita, però, come ricorda un personaggio della pièce, giovanissima madre adottiva “Il passato si veste, si traveste e poi si svela” e ciò che è dolore, falsità e sofferenza viene trasformato in carità e affetti sinceri.

   

Nella storia, ambientata nel medioevo, emerge la forza di una giovane donna capace di accettare la scomoda realtà di essere nata dopo (e per) il più basso e indegno degli oltraggi che un uomo  possa arrecare a una donna. Rassicura i suoi due fratelli, con i quali (inconsapevole della consanguineità) arriva a rischiare un incesto, con i sentimenti più sublimi di pietà e spiritualità, di amore e di generosità.

Si parla di fratellanza, di unione fra i tre ragazzi, di collaborazione che sfocia nella realizzazione di un ospedale di cui lei è la amministratrice… ma siamo nel medioevo.

 

Una donna al comando suscita non poche discussioni per quel periodo e un religioso mette in dubbio le capacità di una donna in quanto donna. Ma è più moderna di quanto si possa pensare: si parla di magia bianca, affidata in quel periodo solo a figure maschili, in cui troviamo, oggi, le radici della scienza moderna e della medicina.

Insomma, i colpi di scena sono numerosi e capaci di stupire il pubblico fino alla fine.

E come tutte le storie raccontate da Forbitti, anche questa ha un finale lieto e, al tempo stesso, utile a valere da insegnamento: una delle doti più desiderabili, in un essere umano, è quella di volere e sapere trasformare il male in bene.

 

 

Il seme del Re

Saggio didattico organizzato dall’ Istituto d’Istruzione Superiore Statale “Primo Levi” di Sarezzo.

Proposto dal  Gruppo Teatrale Gianluca Grossi.

Testo: Giulio Forbitti

Regia, scene, luci: Guido Uberti

Teatro San Faustino Sarezzo 13 e 14 maggio 2016

 

 

  Giusy Orofino (per Bonera.2)

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Hedia: solo la verità potrebbe riempire quei 20 sepolcri vuoti

Quando la sorte, o il destino, mette in comunicazione un narratore con chi ha vissuto in prima persona una storia tragica realmente avvenuta, o ne è stato personalmente e sentimentalmente coinvolto.

Ho riunito gli uni e gli altri intorno a un tavolo, ed è nata questa lunga intervista che ho il piacere di proporvi integralmente.

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Patrizio, tu sei uno di quegli scrittori che si possono definire “multitasking”: romanzi drammatici, fiabe, anche poesie, oltre naturalmente all’attività quotidiana di blogger. Ultimamente, però, sembra che la tua creatività si stia focalizzando principalmente su due direttive: il ritorno di Cardona per la narrativa e, nella drammaturgia, il cosiddetto “teatro d’inchiesta”.

C’è una grande, enorme differenza tra lo scrivere narrativa e teatro d’inchiesta.

Nel primo caso la fantasia è la fonte principale del plot e della costruzione dei personaggi, la realtà -invece- un supporto di esperienza e di conoscenze che serve essenzialmente ad arricchire e a rendere più verosimile e calzante la narrazione.

Nel secondo caso sono i fatti realmente accaduti a costituire anima e sostanza della narrazione, potrei dire i mattoni necessari alla costruzione della pièce, mentre la fantasia rappresenta la terra sottile idonea a colmare gli inevitabili interstizi, piccoli o grandi, lasciati da una conoscenza dei fatti spesso (inevitabilmente) non completa.

Quanto alla mia “creatività”, lasciando per una volta da parte il mio amato comissario, che tornerà presto in libreria con il doppio romanzo “In cauda venenum”, oggi vorrei restare nell’ambito del Teatro d’Inchiesta: un viaggio straordinariamente affascinante, quello che ho intrapreso, grazie alla collaborazione con la Compagnia Stabile Assai, il più “antico” (e glorioso, aggiungo io) gruppo di teatro carcerario e, soprattutto, con lo straordinario Antonio Turco che ne è il fondatore e l’anima e che cura con grande passione e professionalità (in questo caso in compagnia di Patrizia Spagnoli) la messa in scena di pièces rigorosamente inedite e originali.

Premesso (doverosamente) questo, se con “La verità nell’ombra” mi sono basato essenzialmente sui faldoni del processo per la strage di Portella della Ginestra tenuto a Viterbo agli inizi degli anni ’50, nel caso di “Diciannove + Uno” (ispirato alla scomparsa della nave Hedia e del suo equipaggio al largo delle coste tunisine nel marzo 1962), oltre alle cronache del tempo e ai numerosi articoli pubblicati in Rete sulla misteriosa vicenda, il contatto più efficace, più suggestivo, più emozionante con quanto effettivamente accaduto, è stato quello diretto con una persona eccezionale per mitezza e forza d’animo.

Sto parlando di Concetto Orofino, fratello del fuochista Giuseppe Orofino, uno degli scomparsi, con il quale sono stato messo in contatto dalla figlia Giusy, spinta dalla visione di “La verità nell’ombra” a raccontare la terribile tragedia in cui si trovò coinvolta, suo malgrado, la propria famiglia.

A Concetto Orofino, allora, chiedo per prima cosa con quali sentimenti si disponga ad assistere a un dramma nel quale, inevitabilmente, ci sarà occasione per lui e per i parenti degli altri componenti dell’equipaggio della sfortunata motonave Hedia, di rivivere quei momenti terribili.

Vivo in uno stato di trepidazione, combattuto tra la soddisfazione di vedere tornare alla ribalta un “caso” che, all’epoca, qualcuno cercò di insabbiare con ogni mezzo, e il timore che assistere allo spettacolo ravvivi ancora di più il dolore di un passato che non sono mai riuscito ad accettare. Da giovane, prima della tragedia, appena posavo la testa sul cuscino, la sera, mi addormentavo in un attimo. Dopo, mai più sono riuscito a prendere sonno facilmente e tutt’ora non passa giorno che io non pensi a quella assurda storia.

Al momento della scomparsa Giuseppe era molto giovane. Se dovesse sintetizzare in un’immagine ciò che, a tanti anni di distanza, le è più rimasto impresso nella memoria, quale sarebbe la Sua prima risposta?

Giuseppe era sempre con me. Qualsiasi gioco facessi, da bambino e poi da adolescente, lui non mancava mai. Il più delle volte mi faceva vincere, sia per affetto sia, ne sono sicuro, per aiutarmi a incrementare la mia autostima. Mi ha fatto da padre, da fratello, da amico, da compagno di giochi. Era davvero tutto, com’è provato dalle lettere che ci scambiavamo quando eravamo lontani e che mia figlia custodisce gelosamente. Su di lui io mi sono sempre appoggiato, anche una volta diventato adulto. Vedevo il mio futuro grazie a lui, avvalendomi dei suoi consigli sia negli affari di cuore che condividendo i progetti relativi al lavoro. Non è un dolore qualsiasi il mio. Ogni anno a Natale, guardando il grande presepe che ogni anno allestiamo in casa, cerco la stella cometa che sta sulla grotta, sulla cui punta, quando Dio vorrà, immagino e spero di poter tornare a incontrare mio fratello.

 

Dev’essere già un’esperienza terribile perdere un congiunto ancora giovane e in buona salute. Ancora di più perderlo, sano e in giovane età, per un incidente imprevisto e imprevedibile. Nel caso di Giuseppe, però, la situazione sembra, se possibile, ancora più atroce: i suoi familiari, insieme a quelli degli altri diciannove marinai, non hanno avuto neppure una tomba su cui piangerne la perdita

 

Quando la Hedia scomparve al largo di La Galite, mio fratello aveva ventinove anni e io ero imbarcato su un’altra nave. Quando tornai a casa vidi mia sorella vestita di nero e capii che era accaduto qualcosa di tragico. Poi, quando mi dissero cosa era accaduto, non volendomi rassegnare all’idea che Giuseppe fosse morto, le imposi di togliere il lutto.

Dunque non la convince la “verità ufficiale”, secondo cui Giuseppe sarebbe perito tra le onde, insieme agli altri marinai della Hedia?

Devo dire la verità? Decisamente no. Nonostante il tempo trascorso, nonostante l’atroce protrarsi di questa attesa, non credo che mio fratello sia morto in mare. L’idea che mi sono fatto è che potrebbe essere stato fatto prigioniero, chissà da chi e chissà perché, e successivamente ucciso. Il suo carattere indipendente, tutt’altro che remissivo, non lo portava certo ad accettare una prigionia senza motivo. Avessi avuto almeno una tomba su cui piangere: sarebbe stato un modo per accettare una così grave perdita.

Su una vicenda del genere, immancabilmente, si sono innestate numerose ipotesi per così dire “politiche”: oltre a chiedersi quale sia stata davvero la sorte della nave e degli scomparsi, ci si è interrogati (da parte di qualcuno forse con eccesso di “dietrologia” – imbastendo ipotesi a dir poco fantasiose) sulle motivazioni economico-politiche alla radice dei fatti. Dimenticandosi, forse, dei risvolti più umani.

Purtroppo ancora oggi non ci sono ancora prove ma, come lei stesso dice, solo ipotesi. Il risvolto umano più importante della vicenda, peraltro mai tenuto nella dovuta considerazione dal governo italiano, era sicuramente una convinta ricerca della verità, quantomeno nel rispetto del dolore dei familiari. Mio cognato, nei giorni successivi alla scomparsa della nave Hedia si recò alla capitaneria di porto di Catania chiedendo di inviare delle navi in soccorso. Si sentì dire non avrebbero mandato alcun soccorso perché si trattava di una nave battente bandiera straniera. Mio cognato ribatté che a bordo vi erano diciannove italiani (più un gallese) ma non ottenne alcun riscontro. Io non mi sento di aggiungere altro, fatto sta che, nonostante sia passato ormai più di mezzo secolo, nessuno sa realmente cosa sia realmente accaduto. Nessuno tra la gente comune, intendo.

Ancora una questione per il drammaturgo: qual è il valore aggiunto di poter disporre, nella composizione di un dramma calato nella Storia, della possibilità di colloquiare con chi certi accadimenti li ha in qualche modo vissuti in prima persona?

Non mi sento di esprimere concetti universalmente validi, anche perché non ce ne sono. Ciò che mi sento di dire, però, è che l’incontro con Concetto mi ha portato valori che vanno ben al di là di una testimonianza. Il fratello di Giuseppe Orofino ha arricchito il mio lavoro trasmettendomi senza filtri le emozioni che provò al momento della perdita del congiunto e che prova tuttora. Mi ha introdotto al dolore per una perdita assurda e inaccettabile provato non solo da lui ma da un’intera famiglia. Mi ha trasmesso lo sconcerto per quel ciclo rassegnazione-speranza-disperazione in cui non può in nessun modo evitare di cadere chi si ritrova coinvolto in questo genere di disgrazie. Grazie a lui il mio dramma non solo si è dotato di un corpo ben strutturato ma, cosa ancora più importante, ha acquisito un’anima dolente quanto nobile. E di questo non potrò mai ringraziare abbastanza né lui né gli altri familiari dei marinai della Hedia con i quali sono entrato in contatto.

Mi sembra giusto, per concludere al meglio questa ricca intervista, porre una domanda anche a Giusy Orofino che, come accennato prima, è stata (diciamo così) l’elemento scatenante di questa nuova opera di Patrizio Pacioni. Giusy, può raccontare in che modo ha avuto origine tutto ciò?

La tragedia dell’Hedia avvenne prima ancora che io venissi al mondo. Ne venni a conoscenza attraverso il racconto che me ne fece mio padre, l’eco delle cui parole, insieme a un vuoto incolmabile, porterò sempre dentro: “Avrei preferito saperlo morto”. Quando mi capitò di assistere, presso il Teatro Sociale di Brescia, alla rappresentazione de “La verità nell’ombra” mi venne istintivamente da parlarne con l’amica Elena Bonometti, (componente del cda del C.T.B. – l’ente teatrale di Brescia) la quale, oltremodo colpita dalla vicenda, mi mise subito in contatto con Patrizio. Dissi al drammaturgo: “Scrivi la tua verità, racconta in teatro la storia di venti naviganti ma ricordati di raccontare l’angoscia di chi non ha avuto risposte e di chi si è sentito dire che non si può fare la guerra per diciannove italiani e un gallese”. Beh, tra quegli italiani c’era anche lo zio Pippo.

In sintesi, quale parte si riconosce, nella piccola-grande impresa di aver portato in scena <Diciannove + Uno>?

Ho aiutato Patrizio Pacioni a ricostruire la storia attraverso i giornali, le foto e le lettere: di quel naufragio. Il resto ce l’ha messo lui, e così è nato il dramma che esordirà al Teatro Golden di Roma il prossimo 11 maggio con repliche fissate giovedì 12 e venerdì 13.

Allora pongo anche a Lei lo stesso quesito che ho sottoposto poco fa a Suo padre: parliamo dei sentimenti e delle sensazioni che Le sono rimaste dentro alla fine di questo impegnativo lavoro.

Mi rattristo in modo indicibile, allorché mi capita di pensare a mia nonna, privata di un figlio scomparso nel nulla. La ricordo coraggiosa e piena di energia e non poteva essere diversamente: vedova a quarantuno anni con i figli da crescere. E l’ammiro, ancora oggi, da mamma a mia volta, per aver saputo seguire una “filosofia” di vita che, invece di farla indulgere in lamenti e pianti, l’ha indotta a rimboccarsi le maniche e andare avanti, nonostante tutto e tutti, sia pure rinchiusa nel nero di un lutto inconsolabile. Così sono orgogliosa di avere contribuito a tenere viva la memoria di mio zio e dei suoi sventurati compagni di viaggio, colpevoli solo di essersi impegnati con dignità e applicazione nel proprio lavoro e, probabilmente, di essersi trovati nel posto sbagliato nel momento sbagliato.

Parole accorate, appassionate, toccanti, dopo le quali, a mio avviso, non resta proprio nient’altro da aggiungere. O meglio, l’unica cosa da fare è attendere che sia il palcoscenico a parlare. In fondo non manca molto: il grande appuntamento è fissato tra tre settimane esatte, a Roma.

 

 

Valerio Vairo

https://cardona.patriziopacioni.com

 

 

 

 

 

 

 

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