Che meraviglia , quando il Teatro… è “Aperto”!

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Dell’iniziativa di Elisabetta Pozzi e del Centro teatrale bresciano «Teatro aperto» si è già parlato in questo blog, nell’articolo apparso in questo blog lo scorso 9 novembre, di cui riportiamo il link.

(https://cardona.patriziopacioni.com/profumo-di-novita-al-san-carlino-con-teatro-aperto/)

A causa di una serie di impegni non ero però riuscito ad andare al San Carlino per vedere di cosa esattamente si trattasse.

L’ho fatto ieri pomeriggio, assistendo, con grandissima gratificazione, alla lettura scenica di «Terra Santa» di Mohamed Kacimi  scrittore e algerino nato da una famiglia di teologi, allievo prima di una scuola coranica, poi di una scuola francese.  Ed è proprio utilizzando la lingua francese, che Kacimi ha scelto di comporre le proprie opere.

Notizie più dettagliate su di lui potrete reperirle attingendo alla “santa” wikipedia, a questo link: https://fr.wikipedia.org/wiki/Mohamed_Kacimi.

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Mohamed Kacimi e il libro «Terra Santa» pubblicato da Elliott Edizioni nel 2008  (13 € – ISBN 9788861920347)

 

 

LA TRAMA

L’azione si svolge in una città assediata, che potrebbe ricordare una situazione mediorientale (in particolare la guerra israelo-palestinese) ma che, volutamente, l’autore priva di ogni preciso riferimento geografico.

Nel dramma si narra di una famiglia il cui palazzo è al centro di drammatiche operazioni belliche, all’interno della quale si sviluppano complessi meccanismi psicologici.

Un’isola di normalità all’interno della macelleria della guerra, che però non salverà i suoi abitanti, autentici naufraghi di esistenze “normali” ormai polverizzate da tragici e irreversibili eventi.

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LA VALUTAZIONE DEL TESTO.

Suggestivo, coinvolgente e serrato.

Molteplici i temi trattati dall’Autore, qui di seguito provo a riassumere quelli che più hanno  suscitato il mio interesse e le mie riflessioni.

La  fuga da una realtà disumana e violenta, come quella di un devastante conflitto, può coincidere con un tenace rifugio nelle sensazioni enei ricordi personali e nel privato familiare.  Si tratta, però, di un rimedio che, come un farmaco, si può rivelare medicamento se assunto nelle giuste dosi o droga se somministrato oltre una certa misura. Una dipendenza come quella alcoolica, simboleggiata dal desideri smodato di Arak e, più volte, manifesta il capo famiglia.

Se l’approccio alla religione, è acritico e intransigente, inevitabilmente, prima o poi,  si scivola nella perdita di ogni altro aggancio alla morale e all’etica. È il caso di Amin (il figlio) che, nel furore integralista, gode di avere ucciso un soldato, arriva persino a stuprare l’indifesa vicina Imen.

Altrettanto pericoloso, però, può rivelarsi ammantarsi di  cinismo, interrompendo ogni empatia con l’ambiente circostante. È il caso del padre Yad e di sua moglie Alia, le cui acide battute («Trent’anni d’amore, non sono più amore, sono pubblica amministrazione» «Un dio che si mette a proibire l’alcool non è un buon dio, è un rompiscatole» (lui) «Ho visto troppi morti per avere pietà; la cosa più importante è saper fare bene il caffè»  (lei) facciano più male a chi le pronuncia che a chi le ascolta.

I deboli sono destinati a soccombere. È il caso di Imen, vittima predestinata della violenza del mondo ma anche, soprattutto, delle proprie insicurezze. Una che ha chiamato il gatto Gesù, e non è un caso, perché l’animale è l’unico che non si approfitta di lei, perché può essere rassicurante avere sempre a disposizione un piccolo idolo peloso, una comoda coperta di Linus vivente, in mancanza dell’Onnipotente.

I servi del Potere sono pedine senza valore, intercambiabili, sacrificabili, e, non appena cominciano davvero a pensare, sono destinati a perire. È il caso del soldato Ian, forte solo della confortante schematicità delle procedure e dei regolamenti in cui l’ha incasellato lesercito, sorpreso da un’improvvisa, appena disegnata  consapevolezza di sé, una distrazione sufficiente a condurlo all’annientamento.

Uniche note pleonastiche, a mio avviso, due lunghi soliloqui (prima di Yad, poi di Imen). Scritti in bella calligrafia, sì, pieni di simbolismi, di evocazioni e di immagini, certamente, ma che risultano peraltro dissonanti dalla scarna narrazione di lucido e razionalissimo straniamento che caratterizza e scandisce una costruzione drammatica per il resto avvincente ed eccellente. Ammiccano allo spettatore, seducenti, ma inevitabilmente lo distolgono al fluire degli eventi, rallentando il ritmo serrato che, di «Terra santa», costituisce il pregio maggiore.

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LA LETTURA SCENICA

Di assoluta eccellenza l’interpretazione di attori che hanno dimostrato di avere interiorizzato e decodificato al meglio le caratteristiche dei personaggi che sono stati chiamati a interpretare: bravissimi Paolo Bessegato, Beatrice Faedi, Monica Ceccardi, Massimiliano Mastroeni, Andrea Tonin, con Silvia Quarantini impegnata a legare e a sottolineare con essenziali, direi spartani, ma efficacissimi effetti sonori la lettura collettiva.

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L’ESPERIMENTO

Quella che si viene a creare è un’atmosfera del tutto nuova e differente anche per uno come me che frequenta da anni teatri di ogni dove. Ci si trova lì, nell’antica chiesa-auditorum-teatro, a essere trascinati in qualcosa che non è dramma, ma ci somiglia molto. A farsi catturare e trascinare ella narrazione come uno straccio impigliato in un ingranaggio industriale. A chiedersi, alla fine dei conti, non senza una certa perplessità: «Cosa manca a tutto ciò, per essere compiutamente teatro?»

Già. Cosa manca?

La scenografia? No, perché lo scenografo più bravo e capace di coinvolgere e creare suggestioni, è quello che lavora nella mente dello spettatore.

I costumi? No, perché la stessa considerazione appena fatta male anche per il più abile costumi.

I movimenti? No, non mancano neanche questi: tutti i presenti al San Carlino li distinguevano, chiaramente, nella volta trattenuta a stento da parte del degli attori-lettori che si mette si pagano con grande efficacia nelle situazioni e nei personaggi creati da Kacimi.

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Applausi a scena aperta (sempre che ci fosse stata, una scena), ancora più preziosi visto che quello che gremiva il San Carlino ieri pomeriggio era un pubblico qualificato formato per la grandissima maggioranza da intenditori o da appassionati amanti del teatro.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Da Strindberg a Bergman, da «Oväder» a «Scene da un matrimonio» il viaggio svedese è interiore

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(foto a destra di Umberto Favretto)

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Non si tratta solo della partita a scacchi. Il “fil rouge” che collega August Strindberg, artista a tutto tondo, scrittore, poeta, pittore, drammaturgo e filosofo, con Ingmar Bergman, Maestro della cinematografia mondiale del ventesimo secolo, è molto più consistente.

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Strindberg, artefice di capolavori di teatro “simbolico e psichico”, utilizza nei suoi lavori immagini di grande impatto simbolico, per rafforzare il concetto di solitudine delle anime elette, di coloro cioè, che dotati di intelletto superiore, restano inevitabilmente incompresi da una massa di inferiore livello mentale. Da ciò si genera un conflitto che Strindberg battezza hjärnornas kamp  (ovvero “lotta di cervelli”), nel quale l’elemento femminile risulta sempre prevalente rispetto a quello maschile e la massa prevale sempre  sull’individuo, arrivando alla fine a commettere il själamord (“omicidio psichico”) consistente nel furto della credibilità sociale attraverso l’azione corrosiva del dubbio.

Anche i personaggi creati da Ingmar Bergman sono individui che non si confondono (o vorrebbero non confondersi) nella massa indifferenziata. Nelle pellicole del grande cineasta di Uppsala, essi recitano e raccontano il proprio stato di solitudine eccentrica, di voci che preferiscono dialogare con se stessi, con il proprio io, con la propria psiche, con le proprie convinzioni ideologiche e religiose. alla continua ricerca di un’autentica identità.

Un uomo che deve aiutarsi da solo, perché, come dice Bergman stesso, «Viviamo talmente lontano da Dio che forse Egli non sente la nostra voce, quando imploriamo il Suo aiuto»

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L’opera:

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Il dramma fu scritto da August Strindberg nel 1907 e venne rappresentato per 23 repliche (peraltro non assistite da successo) all’ Intima Teatern.

La pièce, collocata temporalmente nel mese di agosto, narra la vicenda degli abitanti di un unico palazzo: protagonista è  “il Signore”, un funzionario in pensione, che riceve la visita di suo fratello, un procuratore, al ritorno dalla villeggiatura. Incuriosito dalla strana atmosfera che avverte nell’ambiente, oltre a informarsi sullo stato del fratello, a cinque anni di distanza dal divorzio, inizia a indagare su chi siano i coinquilini del primo piano: sono Gerda, l’ex moglie del “Signore” con la bimba avuta nel corso del matrimonio, e il suo nuovo consorte, uomo torbido che, all’interno dell’appartamento, ha messo in piedi una bisca.

Nel corso di un colloquio, il “Procuratore” convince Gerda a riprendere il colloquio con il “Signore”, alla quale la donna chiede aiuto per aiutarla a divorziare da Fisher (di cui comincia a temere l’indole violenta) senza che questi le porti via la figlia. Cosa che, invece, si verifica allorché Fisher fugge con la figlia del pasticcere (altro inquilino del palazzo). Gerda e il Procuratore partono alla ricerca del fuggitivo, mentre il “Signore” resta in casa con la cameriera Louise, meditando sul senso della propria esistenza.

C’è un lieto fine, ma c’è anche, soprattutto, una nuova consapevolezza da parte del “Signore” che, rivedendo la ex moglie realizza di avere (forse)  ripreso in mano il filo della propria esistenza. Sta arrivando ormai l’autunno e (forse) abbandonerà quella casa-eremo-prigione.

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L’Autore:

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     August Strindberg modernissimo tra i moderni

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Nato a Stoccolma il 22 gennaio 1849 dallo  spedizioniere marittimo, Carl Oscar e dalla ex cameriera, Ulrika Eleonora Norling (alla quale va riferito il titolo dell’autobiografia pubblicata nel 1886 (appunto «Il figlio della serva») in cui Strindberg descrive un’infanzia difficile e disagiata. In realtà, anche se un sistema di rapporti di tipo patriarcale, un eccessivo rigore religioso e l’arrivo di una matrigna in seguito alla precoce morte per tubercolosi della madre, finirono per cerare un’atmosfera pesante che influì sulla formazione del giovane August, la famiglia era di estrazione e profilo borghese, tanto da disporre dei mezzi necessari per l’iscrizione alla Università di Uppsala. Qui Strindberg frequentò i corsi di medicina e di estetica che, però, abbandonò nel 1869 per dedicarsi all’attività di drammaturgo, sua autentica passione e vocazione. L’anno successivo un atto unico di sua composizione esordiv al Teatro Reale di Stoccolma.

La produzione di Strinberg, sia per quanto riguarda la drammaturgia che la narrativa, sempore alla ricerca di nuove forme di espressione e senza condizionamenti di tipo estetico, morale e sociale, rappresenta un’autentica novità, superando il realismo ottocentesco senza però lasciarsi condizionare dall’imperante pessimismo romantico e neo-barocco. 

Lo scrittore americano Eugene O’Neill, nel 1924, definisce August Strindberg «Precursore della modernità nel nostro odierno teatro e il più moderno fra i moderni».

Di lui Franz Kafka dice: «Non leggo Strindberg per leggerlo, ma per posare la testa sul suo petto».

André Gide lo annoverava fra i «Personaggi eminenti dell’umanità».

Per Ingmar Bergman, invece,  è  il «Compagno costante del suo impegno cinematografico».

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Lo spettacolo:

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Il cast di «Temoporale» al gran completo  (foto di Umberto Favretto)

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La scelta della regia è quella della fedeltà.

Non solo al testo, ma anche allo spirito dell’opera e alle intenzioni dell’Autore.

Al momento di entrare in sala, gli spettatori trovano già la platea invasa da una leggera nebbia. Poi il brontolio dei tuoni, messaggeri dell’incombente temporale, che si rivelerà un Godot in negativo: fa avvertire la sua minacciosa presenza, minaccia di scoppiare, per tutta la durata della rappresentazione,  ma le nubi nere che oscurano il cielo restano sterili.

Le scenografie giocano con luci e ombre, colore e chiaroscuri. Rumori come il suono delle campane e lo squillo del telefono si alternano con sonate di pianoforte e canzoni cantate e smozzicate, ma l’atmosfera della narrazione resta: precisamente quella senza tempo del primo ‘900,  tra le contraddizioni del diciannovesimo secolo, divisa tra i sogni di progresso e benessere della Belle Époque e i deliri di onnipotenza imperiale, tra le miserie del secolo dell’industrializzazione e le tensioni che porteranno agli immani conflitti prossimi venturi.

In tutto ciò la recitazione degli attori, di tutti gli attori, è semplicemente perfetta.

In prima posizione, per quanto ovvio, interpretato alla grande da un ispirato Vittorio Franceschi, il “Signore”. Uno che ciò che c’era da sperimentare e vivere nella propria esistenza, lo ha già vissuto e sperimentato. Stremato dalla fatica di mettersi continuamente in gioco, ormai rassegnato alla progressiva decadenza fisica e mentale, spaventato dall’avvicinarsi inevitabile e inesorabile della fine, aggrappato, come tanti anziani, alla rassicurante presenza di una ancor giovane donna, la cameriera Louise (ai giorni d’oggi sarebbe una perfetta badante) che si occupa di lui senza  creare complicazioni relazionali.

«I sentimenti e le simpatie, non ci appartengono più» è il ferreo mantra del Signore,  auto-recluso nella Casa del Silenzio.

«E lentamente ci stacchiamo dalla vita come un dente dalla gengiva».

Di grandissimo impatto la trovata scenografica del fondale che, nell’epilogo,  scorre via, dissolvendo la casa e mostrando un lussureggiante giardino prossimo al sonno invernale.

Nella mia (e non solo mia) interpretazione, decisamente opposta a quella che a suo tempo ne diede il grande Strehler, a nulla serve, per cambiare l’inerzia della narrazione, il contraccolpo di dignità e coraggio che il Signore esprime nella sua ultima battuta. E il lampione della ragione illumina sì, qualcosa d’importante, ma si tratta appunto dell’accettazione (razionale e necessaria) dell’esito che ogni vita deve avere. 

Perché finalmente piove, sì, ma quella che scende dal cielo grigio è la pioggia lenta e triste che bagna i cipressi, i crisantemi e le lapidi dell’universale cimitero.

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(vds. in argomento anche post del 26 gennaio 2017:  https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-73-temporale-in-arrivo-al-teatro-santa-chiara/)

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  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (74) – Carla Boroni e un manuale che è anche antologia

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Scuola e Letteratura,  apparentemente un connubio naturale quanto inevitabile e indissolubile.
Ma le cose stanno proprio e davvero così?

Oggi alla libreria Università Cattolica del sacro Cuore, proprio di questo si è parlato, prendendo spunto dalla recente “uscita” firmata Carla Boroni per le stampe di SEFER Edizioni.

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«Il libro è nato da una grande e lunga storia d’amore sia con l’una che con l’altra» esordisce Carla Boroni, al cospetto di un pubblico talmente numeroso che le sedie non bastano per tutti. Poi lascia la parola al professor Francesco De Nicola (professore di Letteratura Italiana Contemporanea presso l’Università di Genova) insieme al quale -annuncia- varerà una nuova collana didattica. sempre per le stampe di SEFER Edizioni.

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«Al momento dell’Unità italiana, in presenza delle consistenti difformità che si registravano (anche per la scuola) tra il nord (governato nello specifico dalla legge di riforma varata dal ministro della pubblica istruzione del Regno di Piemonte e Sardegna Gabrio Casati,  e il sud del neo-costituito regno, si decise di affidare l’ardua impresa di un riequilibrio a varare una legge attraverso la quale provare a riequilibrare le situazioni» spiega De Nicola, partendo esattamente dall’inizio, allorché, con l’unione, cominciò effettivamente la storia del rapporto tra scuola e letteratura italiana.

L’incarico di una impresa a dir poco ardua e ingrata, visto che a quel tempo, a quanto si dice, la competenza specifica avesse ancora qualche importanza nel nominare un ministro, fu chiamato un certo Francesco De Sanctis.  Uno studioso, ma prima ancora un giovane che, scendendo dalle montagne dell’Irpinia, aveva avuto modo di capire cosa volesse dire diventare prima studente e poi professore. Nell’autobiografia   《La giovinezza 》dettata dall’autore negli ultimi due anni di vita alla nipote Agnese, possono individuarsi suggerimenti pedagogici validissimi ancora oggi: metodo, disciplina e sacrificio.

Per rendere più digeribile l’obbligo scolastico  imposto dai “piemontesi”, inasprito dalla legge Coppino del 1877 che  elevava da due a tre gli anni di obbligo scolastico per fanciulli e fanciulle, imponendo alla fine del biennio un anno di corso serale o festivo, introducendo sanzioni per le famiglie che disattendevano all’obbligo, fu invece messo in azione Edmondo De Amicis, che rispose da par suo con il celeberrimo «Cuore».

«Nel libro viene fuori la storia della Scuola Italiana fino ai decreti delegati,   fino ai nostri giorni.  Grazie all’incontro tra letteratura e scuola cominciano a scrivere le donne (che pure resteranno purtroppo, ancora in netta minoranza tra gli autori, fino agli anni ottanta)»

Tra queste ricorda  Ida Baccini con 《Il romanzo di una maestra» , prima edizione nel 1901.

«Il libro di Carla Boroni si può leggere sia come saggio che come antologia»  conclude il professore. 

 Tra gli autori entrati nella  storia della nostra letteratura, ci sono stati moltissimi insegnanti, come Caproni, Sciascia, Venturi, Fucini,  Pasolini, Coppini, il Mastronardi de 《Il maestro di Vigevano》…

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Io ho sempre insegnato con la pancia》 fa presente Carla Boroni, prima della lettura di Candida Toaldo dall’autobiografico 《Ricordi di scuola》  di  Giovanni Mosca, il più celebre e personale tra i suoi romanzi che racconta la dolcezza di un maestro un po’ speciale, dall’animo mite, nella Roma degli anni ’30.

Chiude l ‘Editore Alessandro Bruciamonti:  «Chi fa il mio mestiere si deve confrontare attivamente con il mondo e con i tempi. Fare cultura è sempre meno considerato e sempre più eroico».

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Goodmorning Brescia (73) – Temporale in arrivo… al Teatro Santa Chiara

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«Temporale» è la quarta produzione del Centro Teatrale Bresciano nella stagione, la prima del 2018» è l’esordio di Gian Mario Bandera.

«Si tratta di un vero e proprio ritorno alle origini, con riferimento allo spirito che animò la Compagnia della Loggetta: Strindberg è un autore di non semplice lettura e trasposizione teatrale, ma di grandissima profondità, che porta avanti un lavoro profondo e spesso spietato di introspezione, alla ricerca del buono e del cattivo, del dolce e del meschino».

«Prosegue il trend positivo sia in termini numerici di spettatori che di consensi della critica che sta riscontrando il C.T.B.» sottolinea il consigliere Patrizia Vastapane.

«Ricordo il valore della regista Monica Conti, dotata di un poderoso curriculum professionale e artistico: tra i numerosi riconoscimenti che le sono stati attribuiti, ricordo le affermazioni nel Premio Istrio e nel Premio Fidapa per la drammaturgia», aggiunge subito dopo.

«Noi attori, nel corso della carriera, mettiamo insieme un bagaglio di esperienze sia di vita che tecnico espressive, come accade a ogni buon onesto artigiano» esordisce Vittorio Franceschi (il Signore, nel dramma).

«Spesso, però, il processo di approfondimento, per vari motivi, resta a metà: capita che si tiri a campare, accontentandosi di raggiungere risultati di “media portata”. Con Monica e con Strindberg, invece, la faccenda è stata del tutto diversa: ho vissuto una situazione in cui mi si richiedeva di non fermarmi a una onesta prestazione attoriale, ma di far vibrare, insieme agli altri attori, anche corde che, di solito, restano silenti. In scena bisogna faticare, bisogna sudore, per ottenere risultati eccellenti, impegnarsi allo spasimo non solo a livello di memoria e di interpretazione dei personaggi ma anche di intima immedesimazione».

E c’è ancora un pensiero, forse ancora più importante dei precedenti, prima di passare la parola alla regista.

«Mi piace pensare che uno spettatore non esca dal teatro uguale a come è entrato. Ed è esattamente questo ciò che noi tutti ci impegneremo a fare a partire da martedì prossimo al Santa Chiara con Temporale»

«Torno a Brescia a distanza di 14 anni da una “ospitalità”. E torno con Strindberg, che non ha una consolidata tradizione in Italia, anche se non mi sento di ignorare autentici gioielli teatrali come la messa in scena de Il Padre con la regia proprio di Mina Mezzadri» dice Monica Conti.  

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   August Strindberg

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«Il drammaturgo svedese è un vero e proprio “investigatore” del cuore dell’anima e della mente, che, con le sue indagini, cerca di creare nei propri lavori quella realtà onirico-allucinatoria che gli è propria. Ho lavorato sul testo, leggendo attentamente diverse traduzioni dallo svedese (lingua che, purtroppo, non conosco) e riandando all’unico “incontro” tra August Strindberg e Giorgio Strehler, che mise in scena proprio Temporale  nel 1980 al Piccolo di Milano. Pur senza tradire mai il testo,  ho lavorato sulla costruzione di due archetipi femminili  ben strutturati e destrutturando, nella terza parte, la ripresa della narrazione in un momento esasperatamente onirico. Ho lavorato persino sulla struttura “fisica” di un teatro notoriamente di complessa struttura, attraverso i boccascena».

La conclusione è lapidaria, ma estremamente indicativa dei metodi di lavoro della regista:

«In testi come questo l’impegno degli interpreti deve essere totalizzante. L’attore non può limitarsi a indossare una maschera, ma deve sforzarsi di trarre nuova linfa dalle proprie più intime risorse interiori».

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Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (72) – Lonato: la Rocca o il Cubo?

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Come già accaduto in passato, affido volentieri questo numero di «Goodmorning Brescia» a Patrizio Pacioni, molto interessato al tema in argomento. Buona lettura!

 Bonera.2

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L’articolo a firma di Costanzo Gatta, apparso sul Corriere della Sera dello scorso 10 gennaio, richiamava con forza l’attenzione su quanto in corso alla Rocca di Lonato: la prossima apertura in loco (non priva di impatto ambientale) di un modernissimo ristorante, mirata al rilancio turistico del sito e al conseguente ritorno finanziario, ritenuto necessario per la manutenzione e la conduzione del castello. Questo il link dell’edizione on line per chi volesse leggere l’intero pezzo:

http://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/18_gennaio_10/cubo-discordia-rocca-lonato-italia-nostra-attacca-2caf0704-f5ee-11e7-9b06-fe054c3be5b2.shtml

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Non essendoci stati significativi seguiti, ho deciso di interpellare in merito la professoressa Giusi Villari, presidente della sezione Lombardia dell’”Istituto Italiano dei Castelli”, considerata uno dei massimi esponenti del settore.

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La Rocca di Lonato

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Cominciamo con inquadrare sia dal punto geografico che storico l’oggetto di questa intervista: «La Rocca di Lonato è una costruzione fortificata, edificata a partire dal X secolo, sita nei pressi di Lonato del Garda (BS). A motivo della sua pozione strategica. è sempre  stata considerata di grande valenza militare. Tenuta prima dai conti di Montichiari, passò agli Scaligeri, ai Visconti e  ai Gonzaga, per finire poi sotto il controllo della Repubblica Veneta. Nei suoi pressi ingaggiarono battaglia, nel 1797, gli eserciti francese e austriaco. Attuale proprietaria è l’omonima Fondazione, che (nel primo dopoguerra) l’acquisì dal senatore Ugo Da Como»  Mi aspetto da Te,  riconosciuta tra i massimi esperti del settore, qualche notizia in merito non di routine, diciamo in non più di dieci righe. Si può fare?

Possiamo provarci!

Mi occupo di castelli, e di quelli bresciani in particolare, da quasi quarant’anni. Per la Rocca di Lonato ho una particolare predilezione, sia per la bellezza del luogo, sia per la complessità e unicità di un sistema di difesa caratterizzato da tre tipi diversi di fortificazioni: una fortezza sul colle, un castello ricetto e una cerchia muraria esterna più ampia che cinge l’intero centro storico. Se la Rocca aveva il compito di controllare militarmente e difendere un sito di importanza strategica fondamentale lungo la via che, rasentando a sud il lago di Garda, univa Venezia a Milano, il castello ricetto, simile in tipologia a quelli della vicina Valtenesi (Moniga, Soiano, Padenghe, etc.), offriva riparo agli abitanti del circondario e ai loro beni. Nel corso delle mie ricerche archivistiche in ambito lombardo veneto ho avuto l’opportunità di scoprire e pubblicare mappe e documenti inediti su Lonato e sicuramente altre importanti informazioni potranno essere ricavate in futuro se si investirà, come sarebbe doveroso, nella ricerca sia archivistica che archeologica. Ti allego una mappa veneziana settecentesca e una ricostruzione grafica contemporanea per capire meglio la situazione.

 

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Ma veniamo alla vexata quaestio: alla Rocca di Lonato,  una decina di giorni fa, previa autorizzazione della Sovrintendenza alle Belle Arti (che si è impegnata a seguirà da vicino lo svolgimento dei lavori)  si è iniziato a mettere concretamente mano alla realizzazione del “cubo della discordia”, una struttura in vetro e acciaio che insisterà su oltre 500 mq di prato, destinata a ospitare un ristorante.  ristorante ovvero il tanto discusso ristorante in vetro ed acciaio che occuperà 536 mq di prato. Da lampante contrasto tra l’onusta costruzione carica di suggestioni artistiche e storiche e il moderno parallelepipedo, è sorta una disputa intessuta di intemperanze e carte bollate, in pratica un’aspra partita a tre: da una parte la Fondazione Ugo da Como, che degli introiti degli affitti per la gestione del ristorante, nonché da quelli rivenienti da un presumibile aumento delle visite in presenza di un’attrazione anche “gastronomica”, parrebbe avere una forte necessità, dall’altra l’intransigente difesa del territorio e delle tradizioni portata avanti da Italia Nostra, al centro (scomodo arbitro), la Sovraintendenza.  Che ne dice una “conoscitrice di castelli” del Tuo calibro?

Ti rispondo da coordinatrice della delegazione di Brescia e da nuova presidente della Sezione Lombardia dell’Istituto Italiano dei Castelli onlus che si occupa dello studio e della tutela dei castelli dal 1964 (questo sono i nostri siti di riferimento http://www.istitutoitalianocastelli.it/; http://www.istitutocastelli-lombardia.org/). Nella nostra sede milanese anche noi abbiamo discusso del progetto di Lonato  e abbiamo inoltrato agli enti preposti, per il momento senza risposta, una lettera nella quale manifestiamo il nostro dissenso per un intervento che rischia di snaturare le caratteristiche di un sito storico importantissimo. E’ impensabile che si costruisca un padiglione di vetro e acciaio con caratteristiche formali e tecniche inadeguate al contesto e in una zona storicamente adibita a piazza d’armi in cui sono documentati ambienti sotterranei. Faccio presente che nelle fortificazioni vanno tutelate anche le aree storicamente libere da costruzioni perché questi spazi erano fondamentali per la vita militare.  La Rocca di Lonato ha fatto parte dal XV secolo del sistema di difesa della terraferma veneziana ed è stata una importante fortezza di stato collegabile storicamente e strategicamente alle opere di difesa veneziane recentemente dichiarate patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. La tipologia e le caratteristiche formali e funzionali del fortilizio, bene monumentale dal 1912, vanno tutelate e valorizzate nella loro totalità. Apprezziamo l’attività culturale svolta dalla Fondazione Ugo da Como e ci auguriamo che la stessa possa trovare fonti di finanziamento adeguate. Auspichiamo tuttavia che la Fondazione stessa, il Comune di Lonato del Garda e la Soprintendenza che ha approvato il progetto del “cubo di vetro” individuino una soluzione più rispettosa della qualità e dell’importanza della Rocca e del sistema fortificato di Lonato del Garda.

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Un ristorante modernissimo (dentro come fuori, si suppone), sarà inaugurato a breve, ancora agli albori del III millennio. Ma… cosa mangiava, negli anni di loro competenza, Bernabò, Isabella d’Este e il feldmaresciallo Peter Vitus von Quosdanovich?

Caro Patrizio, mi sfidi su un argomento “alla Bastianich” che esce dalle mie specifiche competenze, ma in verità qualche anno fa durante le conferenze milanesi dell’IIC (per inciso quest’anno a cominciare dal 6 febbraio ci occupiamo di Fortificazioni e UNESCO) ci siamo occupati della vita nei castelli ed anche della cucina legata alle fortificazioni. Certamente Isabella d’Este durante il suo viaggio di ricognizione dei territori del basso lago strappati nel 1509 a Venezia, oltre ad ammirare il paesaggio avrà pensato ai cibi e ai vini che aveva assaporato: “Dopo disnare son stata a vedere la rocha […] mai vidi loco di più bello aspetto di quella et presi grandissimo spasso et recreatione a farmi nominare le terre infinite che se vedono” (lettera 17 marzo 1514).  Ci piacerebbe che la visuale decantata da questa grande donna del Rinascimento non fosse deturpata da più o meno nuovi ecomostri.

Riguardo al severo feldmaresciallo austriaco dubito abbia dedicato particolare attenzione ai piaceri della tavola, ma penso abbia verificato con asburgica attenzione che i suoi soldati  fossero adeguatamente nutriti e approvvigionati di viveri.

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In Italia, se le informazioni in mio possesso non sono errate, esistono circa 25.000 tra castelli, rocche et similia. Un patrimonio inestimabile di cultura, di Arte e di memoria storica, ma anche altro. Un numero enorme persino da inventariare, il cui mantenimento richiede uno sforzo complessivo sia in termini di impegno economico che di allocazione e impiego di risorse umane in possesso di adeguate competenze, da far tremare i polsi. D’altra parte la situazione generale del nostro Paese (e non solo) reclama altre urgenze, non meno importanti. Cosa fare, allora? Tentare di “difenderli” tutti o entrare nella scomoda e dolorosa (ma forse anche necessaria, restando così le cose) ottica di stilare una graduatoria tesa a salvaguardare solo quelle strutture che si verranno a trovare, dopo il censimento e la valutazione, nella parte alta della classifica?

Discorso difficilissimo da fare in questa sede, e sicuramente non risolvibile in poche battute. Necessita una politica culturale in grado di operare scelte di pianificazione in un settore che tutti concordano potrebbe essere “il nostro petrolio”, ma che nessuno sembra avere la capacità e la competenza di gestire. Fondamentale, come per tutte le tipologie architettoniche, è pianificare la manutenzione degli edifici per evitare in seguito costosi interventi di emergenza. Altrettanto importante è coordinare e creare sinergie fra gli enti che tutelano e valorizzano il nostro patrimonio culturale. Il ruolo di associazioni specializzate come l’IIC potrebbe essere molto importante, e purtroppo lo è raramente,  perché abbiamo censito e studiato le fortificazioni italiane e perché, con sezioni regionali e delegazioni provinciali, siamo capillarmente distribuiti nel territorio nazionale.

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Un’ultima domanda che intende riallacciare, in qualche modo, le due “articolazioni” (per così dire) della Tua attività culturale: da una parte studiosa, dall’altra educatrice. Quali sono, a Tuo modo di vedere, l’attuale misura e i modi in cui i due momenti sono già connessi e quali le eventuali avvertenze per l’uso e gli eventuali vantaggi derivanti da una ancor più salda correlazione?

Caro Patrizio hai proprio colto il nocciolo della questione. Senza una adeguata sensibilizzazione in tutti i settori dell’istruzione, dall’asilo alla università, è impossibile che gli studenti e l’opinione pubblica si relazionino in modo corretto e consapevole con il patrimonio artistico culturale dei territori nei quali vivono.  La storia dell’arte, dell’architettura, dell’urbanistica e del restauro dovrebbero essere discipline portanti nei nostri percorsi scolastici, solo così potremmo evitare scelte errate come quella di cui stiamo trattando.

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Goodmorning Brescia (70) – Oltre la strada c’è un teatro… Ideal

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Amministrazione comunale e C.T.B. continuano a filare di pieno accordo (dopotutto le rispettive “case” si affacciano sulla stessa piazza), e i risultati (positivi al di là di ogni pur ottimistica previsione) sono sotto gli occhi di tutti.

Il Teatro e i suoi appassionati seguaci ne traggono continui benefici in termini di offerta di spettacoli ed eventi, sempre in crescendo nell’ambito di una qualità media sempre elevata.

La città guadagna “vita e respiro”, giovandosi di un potente contributo alla riqualifica di alcune zone, per così dire, rimaste più indietro.

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E mentre fervono i preparativi per cominciare la costruzione di un nuovo, spettacolare teatro sull’area dell’ex Ideal Standard (immagine sopra), ecco il resoconto della conferenza stampa che si è tenuta poco fa nella sede del Centro Teatrale Bresciano in piazza Loggia che, del “cappello” di questo articolo, rappresenta una lampante conferma.

Apre la conferenza stampa il vice sindaco nonché assessore alla cultura creatività e innovazione Laura Castelletti.

«Rigenerazione e riqualificazione sono le due parole che meglio esprimono uno dei progetti più significativi della nostra amministrazione, ai quali sono state dedicate si stanno tuttora dedicando molte energie. Mi piace considerare il progetto “Oltre la strada” come una tappa di avvicinamento all’apertura del nuovo Teatro Ideal, di cui uno degli aspetti qualificanti è da individuarsi senz’altro nell’uso della cultura come mezzo di inclusione sociale, non solo per porta a Milano e zone attigue ma per tutto il territorio cittadino».

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Gian Mario Bandera aggiunge che il progetto “Oltre la strada” si inserisce nelle iniziative che, a partire dal giugno scorso e fino al luglio prossimo, il Centro Teatrale Bresciana cercherà di coordinare al meglio.

Per Roberta Moneta e Valeria Battaini (fondatrici con Francesca Mainetti di “Teatro 19”) quello che è in corso «è un lavoro di cucitura che, uscendo dal teatro, tende a collegare il centro e la periferia, le diverse fasce di età e i diversi settori sociali attraverso la pratica del teatro fuori dal teatro». Dopo di che si passa a meglio specificare.  «E siccome via Milano è fatta di isole ideali, la nostra idea è quella di de-isolare  il territorio di pertinenza, costruendo ponti».

Ricordano poi che, dal giugno 2017, si sono succeduti spettacoli nella zona di via Milano (ma non solo visto che tre spettacoli della rassegna sono stati rappresentati in piazza Mercato). Altri spettacoli hanno circolato a bordo di un autobus da piazza Mercato alla Mandolossa, con l’architetto Botticini impegnato a raccontare la città.

«Sia nel corso della parte estiva (concluse il 1 ottobre) che di quella invernale (meno appariscente ma di sostanza, con i laboratori sia dentro che fuori le scuole-la conclusione in aprile sarà nel parco) si è raccolto materiale video e testimonianze in un lavoro di ascolto e di memoria tra passato, presente e futuro, che, trattandosi di teatro Fuori-Luogo, noi di Teatro 19 consideriamo tradizionalmente familiare»

È poi il turno di Maria Rauzi, responsabile di Teatro Telaio .

«Dopo quarant’anni di attività, finalmente Teatro Telaio avrà una sede per svolgere la sua attività istituzionale, ossia uno spazio da dedicare interamente al teatro per ragazzi: praticamente la realizzazione di un sogno» premette, per raggiungere poi che «via Milano per noi è una location ideale, sia per l’elevata presenza di giovani e giovanissimi, sia come verifica della possibilità di trasformare una zona periferica in un centro di richiamo culturale. In questa ottica da tempo abbiamo in corso incontri con scuole di diverse punti della città, spostando intanto, in attesa della fruibilità del nuovo teatro, la programmazione dei nostri spettacoli al Teatro Colonna; con positivi riscontri, visto che ci siamo trovati costretti a moltiplicare le repliche sia per le famiglie che per le scuole»

Conclude l’incontro ancora Gian Mario Bandera, ricordando che, in questo ambito, il CTB si è mosso, essenzialmente in tre modi:

a) Creando il portale “Teatro a Brescia”, aperto sia agli utenti professionali che al pubblico appassionato di prove, con informazioni sia sulla programmazione degli spettacoli che rapporto domanda /offerta in città e provincia, con l’inserimento all’interno anche di Extra-ordinario

b) Ordinando la propria attività con le realtà culturali presenti in zona, con l’ambizione di raggiungere nuove fasce di pubblico e facendo informazione sulla prossima  apertura del nteatro “nuova idea” (che conterrà due sale) prevista tra circa tre anni.

c) Partecipando al festival multidisciplinare con la realizzazione di una produzione ad hoc con Moni Ovadia che aprirà il festival stesso.

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Goodmorning Brescia (69) – I simpatici Ortolani di via Solferino coltivano… un’idea!

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Si chiama L’Orto  Tamandi Takagi, ma non è né un covo di 20 anni ne un ristorante giapponese.

Per la verità, se qualcosa di nipponico, è da cercare nel personaggio di un certo libro («Carne» di Ruth L. Ozeki -n.d.r.) cui si è in qualche modo ispirata Enrica Del Barba, uno dei soci che (abbandonando l’impiego) nel dicembre del 2016 hanno dato il via a un’avventura imprenditoriale che per tanti anni, per lei e l’amico (ingegnere) Stefano Tamandi era stato prima un sogno e poi un progetto.

Nel frattempo a completare il terzetto che si occupa, unendo gli sforzi e dividendo in modo funzionale le competenze di ciascuno dei soci, era arrivato Fabio Ronga da sempre appassionato e ispirato artista dei fornelli.

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 da sin: Fabio Ronga, Enrica Del Barba e Stefano Tamandi

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L’Orto è un ampio locale situato al numero 46 di di via Solferino a poche centinaia di metri dalla stazione di Brescia.

Un bar, certo, sempre fornito, oltre che delle tradizionali brioche, di sfiziosi biscotti e dolcetti pronti ad accompagnare te, caffè, cappuccino e cioccolate calde.

Un ristorante, perché no, nel quale affluiscono, all’ora di pranzo, avvocati e magistrati provenienti dal vicinissimo tribunale, per una pausa pranzo rilassante, gustosa e, soprattutto, sana: una cucina “domestica quotidiana”, con ingredienti possibilmente biologici e un’attenzione particolare a tutte le preferenze/ attitudini/ necessità / intolleranze alimentari.

Un ritrovo, allorché la luce del giorno si spegne e, tornati a casa i cultori dei codici, scende in campo un popolo del tutto diverso, quello dei “mondani”, vale a dire uomini e donne in cerca di relax per i quali vengono approntati gustosi aperitivi personalizzati con piccole proposte gastronomiche di creazione della casa.

Un’accogliente location: il locale si presta su prenotazione a cene, feste, ricorrenze varie. Non solo, ma, nella parte più interna è presente un ampio spazio utilizzabile per riunioni e coworking. Nelle intenzioni dei proprietari, inoltre, è prevista l’utilizzo degli spazi anche per ospitare manifestazioni culturali, tipo conferenze, presentazioni di libri, piccole mostre ed esibizioni musicali (in questo caso già sperimentate almeno una volta a settimana. “Ovviamente” ci spiegano i conduttori “ciò avverrà in base a un’approfondita valutazione della compatibilità con gli spazi a disposizione e, soprattutto, della qualità delle esibizioni proposte”.

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L’Orto funziona anche a domicilio, garantendo, all’occorrenza, un personalizzato e professionale servizio di catering.

Potrebbe passare, ma non è tutto qui. Nell’ambiente suggestivo, allestito con la fantasia e la immaginazione dei conduttori, con risultati rimarchevoli, considerato che non c’è stato l’intervento da parte di studi specializzati di design, in una contaminazione di stili, di idee, tra modernariato e suggestioni neoromantiche e neoclassiche, c’è posto anche per altro: un concept-store in cui sono esposti originalissimi oggetti hand-made o risultato di attente e fantasiose operazioni di recupero.

Dimentico qualcosa? Non, non dimentico. Diciamo, piuttosto, che ho preferito lasciare qualcosa, anzi qualcuno, alla fine di questo post.

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No, perché nell’Orto c’è anche un’ortolana della quale si è già parlato su questa stessa rubrica. La riconoscete? Bravi, la ragazza al banco è proprio lei, Renata Botticini,  creatrice della Stationette,  verde furgoncino retrò che, per diversi anni, ha distribuito eccellente caffè, golosi dolcetti e allegra cordialità ai cittadini brescani.

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Giulio Cesare il Provocatore

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La sfida è ardita. Mettere in scena un dramma di Shakespeare restando fedele al testo ma, al tempo  stesso, affrontando sceneggiatura e scenografie con assoluta libertà d’interpretazione…

… beh, è (e sempre resterà) un’assunzione di rischio pari a quella di una equilibrista che passi da un grattacielo a un altro camminando sul filo d’acciaio, senza che sotto sia stata stesa un’adeguata rete di protezione.

Ad Àlex Rigola, del resto, il coraggio non è mai mancato. Nella trasposizione di «Giulio Cesare» in scena in questi giorni al Teatro Sociale, la provocazione è palese. Sullo schermo cinematografico piazzato al centro del palcoscenico incombente per tutto il primo atto, l’esordio è un filmato che pone agli spettatori un interrogativo che ogni essere umano, in ogni epoca, in ogni angolo del mondo, probabilmente si è posto, si pone e si porrà almeno una volta nella vita: è lecito uccidere in nome di un ideale, qualunque esso sia? In realtà la risposta affermativa è implicita: esiste una sola motivazione idonea a giustificare, a volte richiedere moralmente un omicidio, ed è quella della difesa della propria esistenza, sia in senso individuale che riferito a una collettività.

L’avvio è laborioso, un accostamento difficile da apprezzare immediatamente un po’ come certe contaminazioni della nouvelle cuisine. L’eloquio classico del dialogare shakespeariano, infatti, incontra non poche difficoltà a miscelarsi con le immagini psichedeliche e la musica hard rock che fa da sottofondo. Cambia anche (e mutamenti simili s’incontrano e si affrontano più volte nel corso della rappresentazione) il quesito proposto alla platea: Cesare viene ucciso perché si vuole fare Re? Chissà. Qualunque sia la sua volontà, infatti, è il suo stesso successo, è il suo stesso carisma a incoronar in presenza di competitori chiaramente non alla sua altezza. Questione è quanto mai attuale in un momento politico in cui chi dimostra una spiccata personalità, in Italia più che in altri paesi, diventa un odioso aspirante tiranno.

Insomma, l’impressione è di parole consapevolmente decontestualizzate; un esperimento destabilizzante di chirurgia creativa comprensivo di momento splatter alla morte di Cesare, in cui una mano viene allacciata al posto di un piede e il piede, magari, innestato sul naso, in un’operazione dall’esito incerto tra la nascita di una nuova fantasiosa e originale interpretazione o di un Frankenstein Teatrale.

Proprio nel momento di maggiore smarrimento da parte dello spettatore, però, ecco che il dramma improvvisamente spicca il volo: sono le meravigliose orazioni di Bruto e Marco Antonio la solida base da cui prende slancio e respiro il dramma. “Io ho ucciso il mio migliore amico per il bene di Roma” dice il primo punto “E Bruto è un uomo d’onore, è un uomo della Repubblica” risponde sornione il secondo, mentre tanti, nel teatro si chiedono se un Michele Riondino  in gran spolvero (Marco Antonio, appunto), si riferisca alla prima o alla seconda della nostra ancor giovane, ma già molto travagliata, Italia del dopoguerra.

Il secondo atto, breve e intenso, procede sull’abbrivio del finale corale del primo, concluso con numerosi attori che recitano in platea: la decisiva battaglia di Filippi è un affresco rock, una danza frenetica di morte, un falò di speranze e di ideali infranti, i cui protagonisti, in qualche modo, fino alla fine, più che nemici appaiono come componenti dello stesso macabro coro.

E, alla fine, coerente simbolo e sigillo di quanto agito sul palcoscenico, dietro al muro smantellato dagli orrori della guerra, giace il  paradossale corpo di un gigantesco emoticon morto.

Dalla scenografia ipertecnologica alle musiche covate, dalle danze frenetiche al superamento dei ruoli di genere, opera complessa, che non lascia indifferenti, capace di suscitare negli spettatori reazioni del tutto contrastanti, se non di segno totalmente opposto.

Recitazione di buon livello ma con qualche dislivello. Da vedere, da meditare e da discutere. Il pubblico, intanto, applaude.

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GIULIO CESARE

di William Shakespeare

traduzione Sergio Perosa

adattamento e regia di Àlex Rigola

Interpreti e personaggi

Michele Riondino                                 Marco Antonio

e con

Maria Grazia Mandruzzato               Giulio Cesare

Stefano Scandaletti                               Bruto

Margherita Mannino                            Cassio

Leda Kreider                                          Porzia

Francesco Wolf                                       Casca

Eleonora Panizzo                                 Decio

Eleonora Bolla                                      Metello

Riccardo Gamba                                    Lepido

Laia Santanach                                      Cinna

Beatrice Fedi                                        Ottaviano

Davide Sportelli                                  Servitore

   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.