Goodmorning Brescia (4) – La Leonessa e il Bardo, che coppia!

Da qualche settimana a questa parte, in attesa dell’ormai imminente debutto del Macbeth targato Branciaroli, a Brescia si respira Shakespeare.

 Pochi minuti fa al Foyer del Teatro Sociale, nell’ambito della rassegna Shakespeare imago mundi – Incontri Shakespeariani si è conclusa l’affollata conferenza Suggestioni shakespeariane nella iconografia romantica e simbolista tenuta in modo dotto e appassionante (e badate bene, questi sono due aggettivi che molto raramente vanno bene insieme) dal prof. Valerio Terraroli, titolare della cattedra di storia della critica d’arte presso l’Università di Pavia.

Si parte dal letterato e pittore svizzero d’ispirazione romantica Johann Heinrich Füssli (Zurigo 7 febbraio 1741, Putney Hill 16 aprile 1825) che arriva a Londra, dopo un formativo grand tour e quasi subito (a partire dal 1786) affascinato dalle opere del Grande Bardo, insieme ad altri artisti, si dedicò alla “Shakespeare Gallery”, un ciclo di dipinti ispirati dalle opere del grande drammaturgo, che vennero esposti in una mostra nel 1789.

Fondi neutri, costumi ridotti al minimo indispensabile, focus sui personaggi rivestiti di luce con suggestioni caravaggesche. Opere ispirate e suggestive nelle quali si possono già ritrovare in nuce le tavole dantesche di Gustave Doré.

  

Che sia giusto o no Lady Macbeth e le Streghe hanno influito sull’immaginario di registi attori anche al di là delle parole dei testi originari. Così è stato per Sogno di una notte di mezza estate, rispetto al quale si è passati dall’essenzialità delle tragedie al minuzioso dettaglio dell’affubalazione, della magia, seppure vista attraverso l’inquietante lente di Bosh e di un certo tipo di classicismo.

Dopo Johann Heinrich Füssli, prosegue il professor Terraroli, soprattutto con personaggi come Cleopatra e Desdemona, è l‘erotismo a imporsi, influenzando tutta la filmografia shakespeariana, fin dai primi vagiti del muto.

   

Questa è Ofelia di John Everett Millais. Le cronache raccontano che il pittore fece posare Elizabeth Siddal per mesi all’interno di una vasca piena d’acqua fredda per riuscire a catturare quell’immagine dolorosa ma bellissima dell’amata di Amleto morta suicida nel fiume. La stessa Elizabeth rischiò di morire a causa di una polmonite contratta per le lunghe immersioni invernali nell’acqua gelida della vasca. E sempre Elizabeth ebbe un destino simile a quello di Ofelia visto che anche lei morì suicida dopo aver ingerito una dose letale di laudano. Per il quadro di Ofelia pare che Millais abbia prima dipinto tutto lo sfondo e il fiume e solo alla fine abbia inserito il corpo esanime di Ofelia, circondata dai fiori e  dalla bellezza della natura.

E non poteva mancare, prima del lungo e convintissimo applauso finale, un riferimento al languido romanticismo di Giulietta e Romeo, la cui morte -paradossalmente- rappresenta proprio il fattore capace di rendere eterno l’amore.

  Bonera.2

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Goodmorning Brescia (3) – con la F.I.D.A.P.A. la salute è “femminile plurale”

     

《Non c’è leadership femminile senza salute》 è il tema trattato  in questa Giornata con la Vittoria Alata, vale a dire l’incontro organizzato dalla sezione bresciana della F.I.D.A.P.A. BPW ITALY nel complesso costituito dall’antica chiesa e del convento di San Cristo. Una location quanto mai suggestiva, che merita la spesa di qualche immagine e di qualche parola per i non-bresciani e per quei (spero pochissimi) bresciani che ancora non abbiano avuto la fortuna di visitarla.

 

La chiesa fu costruita nella seconda meta del ‘400 grazie alla determinazione dei “laici bianchi” (così erano chiamati i Frati Gesuati, devoti di Gesù e dediti particolarmente all’assistenza ospedaliera)   e del consistente contributo delle  nobili famiglie Martinengo e Colleoni, prendendo il posto della preesistente chiesa dedicata a San Bartolomeo. Insomma, un autentico gioiello architettonico, impreziosito da affreschi e dipinti di incomparabile bellezza.

Quanto ai Gesuati, l’ordine nacque a metà del XIV secolo come fraternità di laici ispirata alla spiritualità di San Girolamo. Si trasformò poi in ordine mendicante (Frati Gesuati di san Girolamo) e, successivamente, in congregazione clericale nel 1606 (chierici apostolici di san Girolamo). Vennero soppressi nel 1668 (al termine di una storia non poco travagliata, comprensiva di un’accusa di eresia dalla quale vennero fuori assolti) da Papa Clemente IX .

“Salute e benessere al femminile?” chiederà qualcuno.

“Perché, anche la salute ha un genere?”
Certamente sì. Sia dal punto di vista “ideologico” (vale a dire l’approccio teorico-pratico di genere alle problematiche a detto tema attinenti) che da quello del soggetto da tutelare, le cui peculiarità sono per molti versi distinte e diverse da quelle maschili.

I saluti alle socie, alle autorità e agli atri intervenuti sono a carico della Presidente del distretto nord-ovest Leda Mantovani e della Presidente nazionale della F.I.D.A.P.A. Pia Petrucci.

Introdotto dalla Vicepresidente della FIDAPA Vittoria Alata, Rosaria Avisani il professor Sergio Pecorelli (Magnifico Rettore dell’Università di Brescia) apre il dibattito con un intervento energico e appassionato, che spazia dalle nuove tecniche di diagnostica attraverso il genoma, valide sia per l’uomo che per la donna, e dalla individuazione di quali siano gli accorgimenti per condurre una vita più sana, a problematiche più specifiche della salute femminile.

Mariuccia Rossini (Presidente di Korian Italia) è la manager del buon senso. Poche regole 《non scritte ma puntualmente e  rigorosamente applicate》 miranti a ottenere il meglio dalle risorse umane creando un ambiente accogliente e funzionale al progetto di mantenere unite tutte le parti  cui si suddivide la vita. Orari flessibili, lavoro da casa, rispetto degli orari.

Una innata timidezza non impedisce a Milena Marchini (imprenditrice, fondatrice di Antica Cucina Bio) di sottolineare l’importanza di una sana alimentazione legata all’agricoltura biologica…. e di un approccio empatico al cibo.

Impostato alla praticità e alla sostanza il contributo di Donatella Visconti (Presidente di Banca Impresa Lazio SpA) che compie un’attenta disamina sul reale “stato di avanzamento” del lungo e faticoso -ma ineluttabile- cammino che sta portando all’effettiva parità di prospettive di carriera e di affermazione professionale tra lavoratrici e lavoratori (o viceversa, fate voi).

Vera Parisio (Professore Ordinario di Diritto Amministrativo presso l’Università di Brescia) cita  una corrispondenza di Natalia Ginzburg e sembra la più pertinente chiusura del convegno: 《La debolezza e la forza della donna è quella di essere sempre sull’orlo di un pozzo. Quando ci cade dentro (e può succedere), precipitando nel buio, quasi sempre riesce a venirne fuori, migliore e più ricca di prima 》.

Alla fine, dopo le numerose domande poste dalle tante donne presenti, a ulteriore testimonianza dell’interesse suscitato dall’evento, così com’era successo per il “benvenuto”, il caldo ringraziamento alle relatrici e il cordiale saluto al pubblico della Presidente della Sezione F.I.D.A.P.A. di Brescia Adriana Valgoglio Gambato, cui è seguita la chiusura dei lavori ancora da parte della Presidente nazionale Pia Petrucci.

E, per tutti, la netta sensazione di tornare a casa più ricchi di quando si è arrivati. Il che, per un evento come questo, non è risultato da poco.

 

 

    Bonera.2

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I “Non-morti” e… i “Non-vivi” di August Strindberg

Il mare unisce e divide, libera e imprigiona.

Ed è proprio il respiro del mare che fa da sottofondo alla pièce scritta da Strindberg e marcata dall’inconfondibile stile di regia di Luca Ronconi.  Scena sontuosa, livida e lugubre quanto basta sia nelle tappezzerie che negli arredi, soffusa di riflessi cinerei, sovrastata in alto da due finestre che si aprono di tanto in tanto sul buio profondo delle onde notturne, sulle note di una festa da cui, come dalla festa della vita, i due coniugi sono da sempre e per sempre esclusi.  Soffia forte il vento, fuori e dentro la torre in cui abitano e sono prigionieri i protagonisti di questo singolare spettacolo: spira talmente forte da spostare i mobili, da togliere ogni punto di riferimento nella scena e nelle due vite che stanno franando, mentre un vecchio telegrafo, unico contatto con il resto del mondo che ancora resista, fa da metronomo allo scorrere implacabile del tempo.

Il padre di un mio amico, incorreggibile quanto corrosivo buontempone, alla vigilia delle sue nozze d’argento era solito dire:

<Se mi fossi macchiato di un efferato omicidio, a quest’ora, probabilmente, sarei già fuori dal carcere. Invece ho scelto di sposarmi, ed eccomi qui> spiegava ironicamente ai figli.

<Ma tu, contro chi ti sei sposato?> continuava poi, rivolgendosi alla rassegnata moglie.

Ecco, l’identica domanda, probabilmente avrebbero dovuto porsi i protagonisti di questa cupa rappresentazione di scene da (un) matrimonio (ahimé), per niente affatto inconsuete. Situazioni che si ripetono con inquietante ripetitività nel panorama sconsolante di un cosiddetto “istituto familiare” che, logorato nei più fondamentali ingranaggi dalla polvere dei secoli, andrebbe profondamente ripensato, revisionato e rilanciato (ove possibile) in un modello di nuova generazione.

La storia di <Danza macabra> è questa: Edgar (ufficiale cinico e scoglionato) e Alice (ex attrice priva di talento, malmostosa e dolente)  sono, loro malgrado, marito e moglie. Si mal sopportano e  si detestano, da venticinque lunghissimi anni. Di più: si odiano, si desiderano reciprocamente morti e/o rovinati. È il rancore dei piccoli gesti, dei banali disaccordi suggeriti da una lunga quanto forzata convivenza, dell’intolleranza verso i difetti, le sciatterie, le inutili ridondanze e le meschinità che in ogni anima, fosse anche la più nobile,  inevitabilmente fanno il nido. E che nelle fattezze, nelle movenze, nelle mutazioni causate dal progredire dell’età negli anni, clamorosamente trovano amplificazione. Al punto che, l’incombere di una morte più desiderata come liberatrice che temuta come disintegratrice, tutto sembra coprire in un funereo sudario.

È danza macabra, sì, eccome se lo è, tra Edgar e Alice. E lo diventa ancora di più quando nel ballo (che da un nero “pas à deux, inopinatamente, si trasforma in un ancora più cupo e mortifero”pas à trois”)  viene coinvolto lo spaesato cugino Kurt, macchiato dell’indelebile colpa di avere favorito l’incontro della coppia. Catalizzatore, amplificatore, venefico energizzante, il nuovo arrivato sembra rianimare il peggio  di una coppia già abbondantemente inquinata, ravvivare il perverso rapporto prigioniero-carnefice che, con equa reciprocità, avvince l’uno all’altra Edgar e Alice. Privati di ogni energia dalla vecchiaia incombente sia  nel corpo che nell’anima, i due succhiano energia dal terzo (in)comodo, trasformandosi nelle ombre inquietante dei vampiri suscitati e raccontati dalla grande letteratura gotica.

Gli interpreti sono Adriana Asti e e Giorgio Ferrara (e ci auguriamo che il loro menage familiare -visto che fanno coppia anche nella vita- sia ben diverso da quello dei personaggi di cui vestono i panni) felicemente esagerati sia nel modo di porre le battute che -soprattutto- nell’espressività facciale e nelle movenze. Ottima anche la prova di Giovanni Crippa che impersona con efficacia il cugino Kurt, compassato, fin troppo educato, premuroso, pedissequa replica dell’uomo qualunque, che mi ha ricordato (badate bene, questa è solo un’impressione strettamente personale) certe performance pubbliche del ministro Alfano.

Tutto finisce con un abbraccio che vorrebbe essere consolatorio ma che, in realtà, aggiunge solo un’orrenda, incondizionata e definitiva resa dei due coniugi,  irreversibilmente logorati dall’azione devastante del tempo e della noia. È l’ultima stretta tra due boa constrictor che per tanti anni si sono soffocati l’un l’altro e che si avviano a morire senza mai essere stati realmente vivi.

Lavoro difficile da leggere e da introiettare, ma i convinti applausi del pubblico ne certificano il “missione compiuta”.

Ancora domani, in pomeridiana alle ore 15,30, al Teatro Sociale.

Teatro Sociale di Brescia
dal 6 al 10 aprile 2016
DANZA MACABRA

di August Strindberg
traduzionee adattamento Roberto Alonge
regia di Luca Ronconi
scenografia Marco Rossi
costumi Maurizio Galante
luci A. J. Weissbard
suono Hubert Westkemper
con Adriana Asti, Giorgio Ferrara, Giovanni Crippa
produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana · Spoleto57 Festival dei 2Mondi
in collaborazione con Mittelfest 2014

 

  GuittoMatto

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Giasone e Medea: al Santa Chiara una canzone che suona bene

La Medea del greco Euripide e del latino Lucio Anneo Seneca (ancora oggi tra le tragedie più rappresentate) prendono le mosse dall’ultima parte del lungo e complesso ciclo del “Vello d’oro”. 

Giasone decide di convolare a nozze con Glauce, figlia di Creonte, a dispetto della volontà di Medea.

Istantaneamente tutto l’amore e tutta la devozione che Medea ha sino a questo punto nutrito per Giasone si trasformano, come spesso accade in questi casi, in cieco e furibondo rancore, foriero di smania di vendetta.

Creonte, intuendo il fatale pericolo che potrebbe derivare da questa tesissima situazione, impone alla donna l’immediato esilio. Medea però riesce a ottenere la dilazione di un giorno: giusto il tempo sufficiente a dare pieno sfogo al proprio odio. Un dono alla rivale, un velo magicamente avvelenato capace di provocare un rogo fatale che avvolge e consuma sia la giovane sposa Glauce (Creusa per i latini) che il padre accorso a salvarla.

La sete di vendetta di Medea, però, non è ancora placata. Dopo un ultimo, straziante abbraccio, uccide i figli uno a uno, per fuggire poi in cielo, volando sul cocchio del Sole.

La storia è sostanzialmente sempre quella, ma in Euripide il tema al centro della tragedia è l’instabile rapporto tra uomo e donna, il contrasto tra amore e arrivismo. In Seneca, invece, il buio richiamo della magia e la corruzione che l’odiosa operare sull’animo umano.

All’inizio sono solo ombre. 

Sembianze scure che scorrono sul palcoscenico, come le ombre platoniane della  filosofica allegoria del “mito della caverna”.

<La freccia del dolore si conficca nel petto di Medea come una fiamma> sono le parole che anticipano un accordo rock, una delle numerose trovate a sorpresa che s’inseriscono per armonico contrasto nell’impianto sostanzialmente classico di questa pièce.

C’è il coro, naturalmente. Le donne di Corinto, però, si muovono a scatti come marionette i cui fili sono costituito dal buon senso comune e dalla forza di auto-diffusione di un certo tipo di notizie di cronaca.

E non può mancare la nutrice-narratrice, più simile a una navigata e scaltra massaia partenopea che alle sagge donne, seconde se non prime genitrici, della tradizione ellenico-latina. Sempre Meridione e Mediterraneo è, dirà qualcuno, e non mi sento di esprimere dissenso.

<Giasone era tutto, e si è rivelato il peggiore degli uomini> pronunciano, piegate dal rancore, le labbra ormai inaridite di Medea, sorpresa e smarrita dall’atroce scoperta, ed è l’estrema maledizione, il solenne giuramento di vendetta.

È una straniera, Medea. Un’estranea, una barbara, una strega, come agli occhi maschili spesso si rivelano le proprie donne quando, avendo scoperto la disistima, il tradimento, l’abbandono del proprio amante, prendono conoscenza di quanto avrebbero dovuto rivendicare molto tempo prima.

<Per le donne tutto funziona finché funziona il letto> è la debole contestazione di Giasone, segretamente misogino, ignavo che si limita a fare il suo, ragioniere dei sentimenti convinto che basti la pelosa accondiscendenza di un sostegno materiale per nascondere le proprie mancanze affettive sotto un grigio tappeto.

Poi è il momento dello sterminio, con Medea che indulge a lungo, combattuta, devastata, nella preparazione dell’uccisione degli adorati figli che si rivela travagliata come un parto al contrario, più dolorosa dello stesso atto omicida.

Tanti applausi alla fine, con gli attori più volte richiamati in scena, per un antico dramma che, guarda un po’, calza alla perfezione con la lucida follia di tanti fatti di cronaca nera che ora, nel terzo millennio, come allora, nell’antica Grecia, fanno sì orrore, ma fanno anche spettacolo.

E resta, mentre si torna a casa, la sensazione dolce-amara che c’è da tremare, e da stringersi l’un l’altro, quando viene il momento dei genitori che ammazzano i propri figli.

 

  cc

  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (2) – Mariapaola, Renata, il caffè e la Stationette

Si scrive foodtruck, si pronuncia (più o meno) futtràc e si legge furgoncino delle dolcezze.

Sto parlando della Stationette, l’  “idea meravigliosa di street-food” di Renata e Mariapaola (per amordiddio tutto attaccato) che i bresciani possono incontrare praticamente ovunque, su viali, piazze, parcheggi, spazi antistanti scuole e centri commerciali, purché (per regolamento municipale) al di fuori del ring.

Nella foto, scattata la settimana scorsa  un momento della giornata della Stationette che appunto staziona (scusate il gioco di parole) nei giorni feriali, mattina e pomeriggio, davanti al meganegozio di abbigliamento Carnevali, in via Cefalonia. Un punto di ritrovo tranquillo e sfizioso per la pausa di mezza mattina o il caffè del dopopranzo degli impiegati, dei funzionari, dei negozianti, dei professionisti che lavorano nel Crystal Palace e dintorni, e dei semplici passanti che si ritrovano a passare per Brescia 2.

  

Eccole, le due ragazze (a sinistra Renata, a destra Mariapaola) sempre cordiali e sorridenti, maghette di biscotti (ciookie -anche light, oinkie –cioccolato e bacon, crankie, minuscoli frittellopancake e quant’altro).

<Con la nostra Stationette portiamo la colazione di casa in giro er la città, su quattro ruote> dicono praticamente all’unisono.

<Il tutto preparato con un innovativo concept ma nel solco della più genuina delle tradizioni, utilizzando esclusivamente ingredienti genuini e di prima qualità>.

E, per concludere, altre due notizie:

La prima è che, presso la Stationette, è possibile sperimentare la pratica tipicamente partenopea, in questo caso rivisitata alla bresciana, del “caffè pagato“: volete offrire un caffè a una ragazza/ragazzo che vi ha colpito in un incontro casuale ma che ancora non conoscete? A un amico/a che sapete passare di lì in orari in cui siete impegnati?Pagate un caffè e aggiungetevi alla lista che fa bella vista al banco del furgone. Oppure, semplicemente, il “caffè pagato” può rappresentare un pensiero gentile per un bisognoso, lasciando che sia il fato a stabilirne l’identità…

La seconda che dei servizi a domicilio della Stationette (feste, eventi e quant’altro) potete servirvi anche a chiamata. Basta telefonare al numero +393929741166 (sicuri che chiunque vi risponderà avrà una voce simpatica e un faccino grazioso) o spedire una email all’inconfondibile e stuzzicante indirizzo gnam@lastationette.it 

Ho dimenticato qualcosa? Ah, sì!

Due personaggine come Renata e Mariapaola meritano per lo spirito imprenditoriale dimostrato e per l’empatia con cui riescono ad accogliere la clientela che piova o faccia bel tempo, l’incoraggiamento di chi ancora crede che, alla faccia della crisi, si possa finalmente risalire.

  Forza ragazze! 

 

    Bonera.2

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Goodmorning Brescia (1) – Al Primo Piano, tra serietà e facezie

PROPRIO COSÌ. DOPO PIÙ DI CENTO ARTICOLI PUBBLICATI PER <GOODMORNING BRESCIA>, SI RICOMINCIA DA ZERO. ANZI DA UNO: CIOÈ DAL PRIMO ARTICOLO DI UNA NUOVA SERIE IN CUI CERCHERÒ DI ESSERE ANCORA PIÙ PROSSIMO E ATTENTO A PERSONAGGI, FATTI, EVENTI, ECCELLENZE, PROBLEMI E PARTICOLARITÀ DELLA LEONESSA D’ITALIA. INSOMMA, INVECE DI FERMARE O SOLO RALLENTARE IL NOSTRO LAVORO (PARLO ANCHE A NOME DEGLI ALTRI ARTICOLISTI) LA DISTRUZIONE DEGLI ARCHIVI INFORMATICI DI QUESTO BLOG NON POTRÀ CHE MOLTIPLICARE IL NOSTRO ENTUSIASMO E IL NOSTRO IMPEGNO.

BONERA.2

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Affacciandosi dalle finestre del Caffè Letterario Primo Piano, al numero 10 della centralissima via Beccaria, si ha davvero l’impressione di affacciarsi su cuore stesso di Brescia.

Ebbene, con ogni probabilità è proprio attraverso  un’ “affacciata di finestra” che in  Biagio Vinella e  Patrizio Pacioni è scaturita l’idea della serie di talk-show in diretta incentrati sulla brescianità  <e quindi?> che Daniele Bonato, anima del Caffè Letterario, ha immediatamente fatto sua.

La formula è semplice, ma non banale: nei vari incontri (in calendario con puntualità svizzera per ogni ultimo giovedì del mese, “finché i bresciani non dimostreranno di averne abbastanza” ama scherzare Pacioni) si alternano momenti di dialogo di grande profondità e di notevole valenza informativa a intarsi di musica (curati al piano dal maestro Carmelo Buccafusca) e d’intrattenimento (affidati all’agent provocateur-entertainer Andrew S. Marini e a Massimo Pedrotti e agli altri attori della Compagnia delle Impronte). Un mix equilibrato, convincente e vincente che, a quanto dimostrato dai primi due eventi della serie, sta riscontrando un crescente interesse e gradimento da parte del pubblico bresciano.

Venendo all’evento di giovedì sera, davvero al numero 10 di via Beccaria si è data appuntamento l’essenza della femminilità bresciana: politica, cultura, spettacolo, didattica, imprenditorialità, attraverso le testimonianze dell’Assessore Roberta Morelli, della Presidente del CTB Carla Boroni, della Presidente della FIDAPA Adriana Valgoglio Gambato, della Dirigente Scolastica Giulia Coppini, ma anche di donne comuni, alle prese, ogni giorno, con una vita difficile e impegnativa.

Un confronto serio, articolato, di alto livello, condito con informazioni nuove e inconsueti punti di vista.

E musica, e ironia, perché no, perché divertirsi in pieno relax non ha mai fatto male a nessuno.

Anzi.

Serata perfetta, con appuntamento finale alla terza puntata di <… e quindi?> che vedrà in campo <Brescia dell’Altro Teatro>.

E, per chi non ha avuto l’accortezza o la fortuna di essere presente…. ecco un concentrato d’immagini “di per se stesse esplicative“!

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Da sinistra: Patrizio Pacioni e Biagio Vinella hanno ideato, curano e presentano gli eventi

della serie <…E QUINDI?>Giovedì 31 marzo è stata la volta di <BRESCIA DELLE DONNE>

 

A sinistra il Maestro Carmelo Buccafusca impegnato al piano, a destra Daniela Amoroso e

Mara Capuzzi, della Compagnia Girovaga delle Impronte, si esibiscono nello sketch iniziale.

 

A sinistra, con Pacioni, il  vivace e non convenzionale intervento del performer Andrew S. Marini

A destra una parziale panoramica del foltissimo pubblico che affollava il Caffè Letterario Primo Piano.

 

Ed ecco le vere protagonisti della magnifica serata: con Pacioni e Vinella si sono avvicendate Carla

Boroni, Roberta Morelli, Adriana Valgoglio Gambato, Giulia Coppini. Nel corso dell’evento, 

peraltro, non si è mancato di coinvolgere anche donne presenti in platea come MalikaMonsura, egiziane

  residenti a Brescia da diversi anni, chiamate a testimoniare, tra l’altro, anche sul tema dell’integrazione. 

    Bonera.2

 

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