Al Sociale con tanti ballerini sul palcoscenico e un solo grande cuore

Un’altra serata da “tutto esaurito” questa sera al Teatro Sociale.

Una serata particolare, però. Sia perché il C.T.B. per l’ennesima volta punta sul sociale, fornendo un ulteriore appoggio alla causa del recupero dei reclusi attraverso la pratica della recitazione e della danza, sia perché la bravissima Giulia Gussago (che abbiamo intervistato qualche giorno fa proprio in vista di questo evento), per mettere in piedi lo spettacolo di danza presentato stasera, si è avvalsa, oltre che del performer Giannalberto De Filippis, degli allievi della sua Compagnia Lyria e di un certo numero di detenuti della Casa di Reclusione di Verziano.

Dello spirito di questo progetto abbiamo già ampiamente riferito nel suddetto articolo al quale vi rimandiamo nel caso non l’aveste ancora letto (https://cardona.patriziopacioni.com/il-teatro-apre-i-lucchetti-e-allarga-le-sbarre/); oggi, dopo averlo visto, ci si occupa più da vicino dello spettacolo.

Bene, vi dico subito che l’abilità di Giulia Gussago nel predisporre coreografie di grande effetto scenico ed emotivo ma di non altissimo quoziente di difficoltà, come si addice a una rappresentazione del genere, è davvero mostruosa.

Per più di un’ora, seguendo il fil rouge dei sonetti shakespeariani, si sono alternati momenti di riflessione, di autentica poesia, di pittoresca denuncia e di un grandissimo coinvolgimento emotivo che, dopo avere permeato gli interpreti sul palco, si è trasmesso con pari efficacia agli spettatori. 

Si comincia con il sottofondo dell’ “Imagine” di John Lennon sapientemente adattata alla bisogna e una danza languida ed elastica. Aumenta poi gradualmente il ritmo con la musica hispanico-latino-americano, fino a trasformare una scena che più corale non si può in un autentico happening che mescola in parti armoniche, nei movimenti dei ballerini, gioia, rabbia, speranza di riscatto, voglia famelica di vita e liberazione dionisiaca dei sensi.

È nella forza rivoluzionaria e catartica dell’Arte, che si cerca e si può trovare la salvezza comune. Nella condivisione, nella collaborazione, nell’aiuto reciproco.

È un grido rivolto al pubblico e in platea e al mondo, un anelito di libertà che nessuna sbarra, nessun catenaccio può tenere chiusa in una cella.

 Giulia Gussago e Giannalberto De Filipipis salutano il pubblico a fine spettacolo.

Si conclude con un tripudio di colori, con tanti applausi con lacrime di pura emozione che rigano il volto di questo o di quel detenuto, uomini e donne per una volta a contatto, impegnati a costruire qualcosa d’importante insieme senza la divisione di genere inevitabilmente imposta dal sistema di pena.

E in chi esce dal sociale, rimane una sensazione positiva, un ricordo confuso dal tanto, dal troppo che si è visto e che si è infiltrato nell’anima e nel cuore.

Parole che restano caparbie a fluttuare tra i pensieri, più o meno così…

 Ho reso l’idea?

Per chi era con me al Sociale, poco, fa, probabilmente sì.

Per gli altri: andate a vedere uno spettacolo di Giulia Gussago … e capirete.

 

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  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Vernissage (1) – Gi Morandini, il camuno guerriero… del bello

 

Ho superato quasi tutti gli esami della facoltà di medicina, ma proprio quando sono arrivato quasi in fondo, ho capito che non era roba per me e non mi sono laureato. Ho fatto cento lavori, impegnandomi fino in fondo in ciascuno di essi, ma c’era sempre qualcosa che mancava”

Noi montanari camuni, i cittadini possiamo metterli  tra due fette di polenta calda, e mangiarceli senza nessuna difficoltà, se vogliamo: perché chi vive in altura si  abitua sin da fanciullo a un franco ma duro confronto con la natura, e matura prima e meglio”

Autodidatta colto, onnivoro dal punto di vista culturale, sempre curioso di tutto. Goloso di notizie, aggiornamenti e novità.

La mia è una mancanza cronica e incolmabile, una carenza legata a un’infanzia e a un’adolescenza piuttosto compressa. Un po’ come quelli che hanno subito le privazioni imposte dalla guerra e continuano ad avere fame anche quando dovrebbero essere satolli“.

Comincia con matita e tempera: disegnare i tratti esalta la sua creatività, il riempimento lo rasserena e lo tranquillizza.

Nudoprimigenio (acrilico su MD – cm 70×50)

          Gacneosemplice  (collage su MD – cm 70×100)

Tumialba (acrilico su carta da acquerello – cm 50×30)

 

Gi Morandini nasce a Bienno (Valle Camonica) nel 1951. Conseguita la maturità scientifica, intraprende gli studi universitari iscrivendosi alla facoltà di Medicina. Ha al suo attivo 63 mostre personali di cui una nelle sale del Museo di Stato di San Marino e tre a Villa Vogel a Firenze.

Nel 1976 inizia la sua ricerca sui temi legati alla figurazione con particolare attenzione al fatto segnico, denominando il tutto con il neologismo neosemplicità  (in riferimento alle tematiche  ecologiste dei filosofi anglosassoni  degli anni ’60). Comincia a esporre a partire dal 1981. Nel suo percorso attraversa la figurazione, l’astrazione, la poesia visiva fino ad  opere  di  netto  impianto  concettuale (installazioni fatte con oggetti appartenuti al suo vissuto inserendo così la vita di ogni giorno nell’arte). Dal 1990  opera  anche  nel  campo della tridimensionalità  (sculture  in  bronzo, installazioni plotter-painting su tela …). Nel 1989  una sua opera  è divenuta  un annullo filatelico delle poste  nazionali. La sua attività si svolge  da più di   un  decennio  anche nel campo  della grafica  ed ha  al suo attivo numerosi manifesti,  copertine  di  libri…  Dal 11  gennaio  2005 ha iniziato la serie di azioni d’arte dal titolo Burocrazianeosemplice in cui trasla gli stilemi del lavoro di  Ufficiale  di  Stato  Civile in un  Atto d’Arte  itinerante compiuto  negli Uffici di Stato Civile dei Comuni Italiani.

  Dal 2003 è art director  dell’Associazione   Culturale  per   l’Arte  Contemporanea “La Parada“.

L’Associazione Culturale “La Parada” (che ha all’attivo moltissime mostre personali di artisti nazionali) è stata fondata nel 2003 a Brescia – in via Milano, 64 – dall’artista Gi Morandini con alcuni collezionisti ed estimatori d’arte. Lo stabile che la ospita risale agli inizi dell’800 ed era la stazione di posta per le carrozze della linea Milano-Venezia. Al suo interno la ristrutturazione dell’ambiente ha tenuto conto di quello che doveva essere l’aspetto originario, sia nell’uso dei materiali che nel design dell’insieme. Le salette adibite ad esposizione hanno il pavimento in granito nero e le pareti bianche illuminate da luce soffusa, per permettere la migliore lettura possibile delle opere. Fino ad oggi l’Associazione ha accolto le mostre personali di Fabio Annunziata, Giorgio Chiesi, Guido Zanoletti, Shalom, Rodolfo Vitone, Eikoh Hosoe (nell’ambito della Biennale di Fotografia di Brescia), Adriano Grasso Caprioli, Wolfang Kossuth, Silvestro Lodi, Giovanni Dalle Donne (Gruppo G), Massimo Bucchi, Ario Marianni, Luciano Ghersi, Giovanni Blandino, Gerico, Egidio Duina e Max Bi. Apertura su appuntamento (+39 335 563 3509)

Per chiudere, una ghiotta indiscrezione dell’ultima ora: sarà proprio Gi Morandini a realizzare la copertina del nuovo libro di Patrizio Pacioni, In cauda venenum, d’imminente uscita.  Un incontro importante, visto che se da una parte segnerà il ritorno, dopo ben sei anni di “riposo”, del commissario Cardona, dall’altra, nelle intenzioni della Serena Edizioni (che ne curerà la stampa), vuole rappresentare, anche “fisicamente” un oggetto del tutto particolare e sorprendente. 

Insomma, conoscendo la fantasia, l’entusiasmo e la vis creativa dei due artisti, chissà cos’altro ne verrà fuori.

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 Mastro Tempera

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (14) – Lasciate che i giovani (attori) vengano a me

 

Al Caffè Letterario Primo Piano teatro giovane che più giovane non si può.

Biagio Vinella presenta Tutta colpa del ping!, spettacolo preparato in sette mesi con i più giovani allievi della sua scuola di recitazione (tutti in età da seconda media).

Il teatro dei ragazzi  dev’essere fatto dai ragazzi”  è l’idea guida.

Il mio corso è stato frequentato da circa trenta allievi; insegnare recitazione a questi attori in erba costituisce per me occasione di un grande accrescimento personale e professionale che, mi auguro, ripeterò in modo ancora più strutturato, anche il prossimo anno

Il testo scritto dallo stesso conduttore di  “… e quindi?“,  il talk show dal vivo 100% bresciano che tanto interesse ha suscitato in città e tanto successo ha riscosso con i primi quattro appuntamenti, è una snella pièce di tema (apparentemente) fantascientifico: in essa si narra del primo lancio di un astronauta bresciano da una  scalcagnata base aerospaziale della provincia in cui tecnici fannulloni e dediti a chattare con lo smartphone e chiacchierare (rigorosamente in dialetto) delle più ordinarie banalità, anziché impegnarsi nel lavoro, perdono ben presto il controllo della situazione. Non manca neanche la scienziata che, invece dell’ingegnere spaziale, ambisce a trovare un impiego da cassiera in un Mc Donald.

L’astronave sembra destinata a perdersi nel buio siderale, ma l’astronauta, invece di preoccuparsi del proprio destino, non trova di meglio che lamentarsi del vitto, chiedendo che l’avveniristico ma insipido cibo dispensato da un sofisticato apparato per essere succhiato da una super-tecnologica cannuccia, venga sostituito da un bel piatto di casoncelli.

Di fronte alla drammatica emergenza venutasi a creare nello spazio, non mancano naturalmente i riflessi dei media, rappresentati da un cinico giornalista che (non curandosi della possibile tragedia che sta per avvenire nello spazio) si preoccupa solo dell’audience.

I tempi sono snelli, i giovanissimi interpreti perfettamente a proprio agio nelle parti, la scenografia  “minimal” ma non priva di “effetti speciali”, ingenui ma suggestivi.

Il finale, naturalmente, è lieto, ma non banale.

Il messaggio dell’opera piuttosto trasparente: gli adulti, nella maggior parte dei casi, vengono visti come inconcludenti cialtroni (e forse è proprio così che le giovani generazioni li considerano, vista la pessima  “eredità” ricevuta dalle precedenti generazioni) .

Agli spettatori più attenti, invece, viene da chiedersi se è proprio così che, fatte le dovute proporzioni,   i governanti dell’Italia e del Mondo gestiscono i pesanti problemi in cui da troppo tempo si sta dibattendo l’intera Umanità.

E… la macchina che fa ping? Oh, è un po’ come il sarchiapone, un tormentone comico utile, in questo caso, a simboleggiare una certa comunicativa pseudo-tecnica che, una volta che se ne vengono smontate le posticce sovrastrutture, si rivela assolutamente inutile e pretestuosa.

 Tanti applausi alla fine, sia per gli attori che per l’istruttore/drammaturgo/ regista Biagio Vinella.

E Brescia, sempre più, è la città del teatro, per tutti i gusti e per tutte le età.

 

 Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Per aprire i lucchetti e allargare le sbarre… ci vuole la danza.

Come ben sapete, su questo blog di “cultura in carcere”si è parlato tanto e spesso.

Ciò è avvenuto sia a seguito dell’avvio della collaborazione tra Patrizio Pacioni e la Compagnia Stabile Assai, sia dell’intensa attività effettuata in tale ambito dallo scrittore romano, sfociata oltre che i diverse conferenze sul tema, a numerosi incontri “letterari” tenuti all’interno della Casa Circondariale di Busto Arsizio.

A ciò si aggiunge la realizzazione del film “Il Lettore” scritto con Fabiana Cinque per la regia di  Martina Girlanda e  recitazione del Gruppo Angelo, appunto della Casa Circondariale di Busto (fruibile in Rete a questo link:  (https://www.youtube.com/watch?v=JbKHLpbXSBk).

Con queste premesse, inutile dire che apprendere la prossima rappresentazione al Teatro Sociale di Brescia di La causa e il caso non poteva non attirare il nostro interesse. 

Da qui l’intervista con Giulia Gussago che ne è stata la creatrice, l’anima e la realizzatrice.

Giulia, come ti sei decisa a portare anche in carcere la tua esperienza di danza?

A muovermi, a partire dal 2011, fu la forte (e sempre presente in me) curiosità della vita e della sperimentazione personale. Perché per me è questo, l’Arte: un modo diverso di conoscere il mondo. Mi ricordo che, partecipando a un convegno attinente all’ambiente carcerario, mi chiesi cosa potesse significare, per un essere umano, essere costretto a vivere in stato di reclusione

Hai incontrato difficoltà a cominciare e svolgere il tuo lavoro nel carcere di Verziano?

Per niente: per la Direttrice, Francesca Paola Lucrezi, i recupero dei detenuti attraverso l’Arte è sempre stata una certezza

Quindi stiamo parlando di danza-terapia…

No. Stiamo parlando solo ed esclusivamente di Danza, e basta. L’Arte, qualsiasi tipo di Arte, è di per sé terapeutica a tutti i livelli, quindi non ha bisogno di suffissi da ospedale

Qual è la filosofia che anima questa parte della tua attività?

L’annullamento delle barriere tra chi è dentro e chi è fuori. La danza ha in é le caratteristiche necessarie per offrire tutto quanto è necessario al processo creativo. Si tratta di un percorso di avvicinamento attraverso un’esperienza accessibile a tutti: non c’è nessuna distinzione tra ciò che possono fare i reclusi e  chi è in libertà. Un atteggiamento del tutto analogo a quello che ho utilizzato anche con i disabili

Che riscontro ha ricevuto la tua proposta da parte dei detenuti?

Si è trattato di un’adesione spontanea ed entusiasta: purt trattandosi, per la stragrande maggioranza di uomini e donne che non hanno avuto esperienze precedenti, mi è capitato di scoprire alcuni autentici talenti

Inevitabilmente, come universalmente noto, all’interno dei carceri tendono a replicarsi le stesse strutture gerarchiche proprie di ambienti malavitosi esterni. Mi chiedo se anche nel gruppo o nei gruppi che s’impegnano in attività artistiche…

Per quanto riguarda la mia esperienza, non ne ho trovato la benché minima traccia tra “i miei”: credo che a ciò abbia contribuito, oltre al generale amore di quell’armonia tipica della danza cui mal si attagliano rapporti di prevaricazione-sottomissione, l’introduzione di persone esterne all’ambito carcerario

Ecco, sulla base di quest’ultima frase, veniamo alla composizione del gruppo di questo spettacolo.

Io e Giannalberto De Filippis danziamo in scena con 35 danzatori non professionisti, di cui 27 “esterni” e 8 tra detenuti e detenute. Sì, uomini e donne insieme, perché una volta entrati nello spirito di questo progetto artistico, ogni barriera viene meno. Il gruppo iniziale (da novembre a oggi) era composto di 50 con una prevalenza numerica tra i detenuti, in linea con la composizione della popolazione di Verziano, di non-italiani

Qual è il futuro che ti auspichi, riguardo a questo aspetto della tua molteplice

Il futuro non so. Il mio sogno è quello di portare questo spettacolo, ed eventuali altri che verranno, fuori dalle mura del carcere in modo stabile, effettuando una vera e propria tournée

Parlami dei tuoi rapporti con il C.T.B., grazie al quale lo spettacolo, venerdì prossimo, sarà al Teatro Sociale.

Quanto a questo ho trovato una disponibilità incredibile e immediata: l’attuale dirigenza del C.T.B. (non solo in questa occasione) dimostra una grande (e nuova) attenzione al territorio. È rarissimo che un teatro stabile si presti a sostenere un progetto del genere. Il nostro primo contatto con l’Ente Teatrale Bresciano è stato Andrea Cora che ci ha presentato a Bandera. Con il Direttore Artistico, ricevendo l’appoggio incondizionato del Presidente Carla Boroni, sono state esaminate e risolte le criticità tecniche e operative

Ultima domanda (anche se  avrei da fartene moltissime altre). Si sono verificati, nell’ambito di un percorso di questo tipo e di così forte suggestione emotiva, episodi particolari che puoi raccontarci?

Ricordo che, il giorno successivo alla morte di Pannella, un detenuto che sta scontando una lunga pena, ha chiesto con la voce rotta dall’emozione  un minuto di silenzio e un applauso per l’impegno civile di Pannella che è stato vicino ai carcerati  più di altri. Un altro detenuto, riferendosi alla serietà con cui conduco le prove, mi ha regalato un mazzo di fiori di carta dicendomi: “Mi sgridi perché mi vuoi bene come me ne volevano mia madre e mio padre”. Beh, cos’altro avrei potuto fare se non commuovermi fino alle lacrime

     La causa e il caso

Lo spettacolo è l’esito finale dei laboratori creativi annuali svolti nell’ambito del Progetto Verziano_incontra da novembre 2015 a giugno 2016 presso diverse sedi cittadine, la Casa di Reclusione di Verziano, il Teatro Sociale e SpazioLyria.

I laboratori e le attività di creazione sono condotti da Giulia Gussago, direttore artistico del progetto, con l’intervento del danzatore Giannalberto De Filippis. Al percorso partecipano cinquantaquattro persone, liberi cittadini e detenuti delle sezioni maschile e femminile della Casa di Reclusione, tutti non professionisti, offrendo il proprio contributo al processo creativo.

Lo spettacolo La causa ed il caso è liberamente ispirato ai Sonetti di William Shakespeare i quali rappresentano, per ogni partecipante, un prezioso spunto per riflettere e rielaborare la propria esperienza. Le intense parole di Shakespeare e quelle scritte dai performer si intrecciano e si confondono per dare vita ad un’imprevedibile rilettura dell’opera del grande maestro, oltre che suggerire temi e percorsi per la creazione del materiale coreografico.

LA CAUSA ED IL CASO

Ideazione e coreografia Giulia Gussago
Direzione musicale Alessandro Siani e Giovanni Ferrazzi
Performance sonora Giacomo Brambilla
Luci Sergio Martinelli
Performer Giannalberto De Filippis e Giulia Gussago
con Margherita Andeni, Barbara Bonetta, Monica Bottali, Stefania Caldognetto, Francesco Cancarini, Raffaella De Masi, Valentina Fanelli, Silvia Francesconi, Valentina Inchingolo, Alice Luterotti, Lucia Mazzacani, Federica Morandi, Laura Omodei, Elena Otelli, Chiara Pedrini, Mariantonia Piotti, Rossana Ranzetti, Marco Rossetti, Susi Ricchini, Anna Riviera, Erica Serlini, Elena Silvestri, Aurora Sorsoli, Giovanna Vezzola, Michela Volpe, Sandra Zanelli, Arturo Zucchi
e gli ospiti della Casa di Reclusione di Verziano
Amrinder, Dario, Maria, Mercedes, Mohammad, Said, Kuljit e Zio Said
Hanno inoltre partecipato al laboratorio
Ahmed, Asia, Cristian, Dario, Eleonora, Erion, Fernanda, Fiorenza, Jawad, Jisset, Lacine, Laura, Miriam, Paola, Roberto, Silvia, Valeria, Valeria Cristina e Viviana
 
Fotografo di scena Daniele Gussago
Trucco e acconciature a cura di CFP Zanardelli
Si ringraziano per la preziosa collaborazione Chiara Luini, Sabrina Schivardi, Stefania Talia
Un particolare ringraziamento al Direttore della Casa di Reclusione Verziano Brescia Francesca Paola Lucrezi e a tutto il personale dell’Istituto
 

  è coreografa, danzatrice della Compagnia Lyria.

Si forma alla scuola professionale di danza di Milano, al London Contemporary Dance School di Londra e a Parigi, con insegnanti quali Carolyn Carlson, Mathilde Monnier, Jean- Francois Duroure e Isabelle Duboulouse. Dal 1990 svolge un’intensa attivitò didattica presso studi di danza, tra cui “Studio Arabesque” e “Studio 76” di Brescia, “Invito alla danza” di Barletta, “obiettivo Danza” di Piove di Sacco (PD), “Arabesque Dance Center” di Rimini, e scuole pubbliche e private di diverso ordine e grado.

 

 Valerio Vairo

Categorie: Teatro & Arte varia.

Ex Libris (2) – Enrico Morovich, Carla Boroni e la magia del racconto

Ad Apollonio Rodio, che sosteneva che l’unica legittima espressione letterari era quella espressa dai grandi poemi omerici e dalla ponderosa “produzione” epica in genere,  il poeta alessandrino Callimaco, alacre libraio nella mitica biblioteca di Alessandria e fantasioso poeta presso la corte di Tolomeo II, rispose con la sintetica quanto immortale frase “Μέγα βιβλίον, μέγα κακόν“.

Ovverosia, con una traduzione per così dire elastica: “Libro di tante pagine, grande malanno“.

In tempi più recenti un non sparuto gruppo di docenti di scrittura creativa da laboratorio & catena di montaggio è arrivata ad affermare con sussiego che “è molto più difficile scrivere un racconto breve che il più complesso e articolato dei romanzi”.

Vabbè.

Fatta la tara a un passato troppo remoto e a uno troppo recente, personalmente mi sento molto vicino a quanto espresso in proposito dalla scrittrice americana Flannery O’Connor, secondo la quale il racconto ha due facce, come una moneta: da una parte l’indispensabile semplicità della forma, dall’altra la difficoltà di colpire in poche frasi l’immaginario e il sentimento di chi legge.

E proprio questa seconda “faccia” rappresenta la sfida più difficile e, quindi, più affascinante di questo particolare genere letterario che è riuscito a raggiungere una completa maturità e indipendenza solo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo: nel modo più veloce e sintetico che gli sarà possibile, l’Autore dovrà piantare come frecce i fatti raccontati e i loro protagonisti nell’ immaginario, nel sentimento e nella memoria del lettore.

  

Dopo questo (probabilmente troppo) lungo preambolo, veniamo all’oggetto dell’articolo: il libro edito nei giorni scorsi dalla Compagnia della Stampa Massetti Rodella Editori, autentica benemerita nella diffusione delle eccellenze letterarie nazionali e bresciane in particolare.

Nel prezioso volume (curato dall’infaticabile Carla Boroni) sono raccolti centoquarantadue racconti scritti da Enrico Morovich per il Giornale di Brescia nell’arco di poco meno di un trentennio (dal 1949 al 1978), cui se ne aggiungono altri tre pubblicati nel 1948, di cui uno su La Voce dei Lavoratori e gli altri due su Brescia Lunedì.

Un volume prezioso, oltre che per la complessa e certosina opera di recupero letterario ora completamente portata a termine dalla Boroni (che già analoga operazione aveva promosso in passato con la duplice uscita di Parole legate al dito – 2009/2010), per la qualità dei racconti di Morovich che ancora oggi, a tanti anni di distanza con tanti schemi completamente saltati, con tante consuetudini e (soprattutto) tante certezze letteralmente divorate da un sempre più turbinoso accavallarsi degli anni, conservano pressoché intatto del momento in cui vennero dati alle stampe.

Tornando al preambolo, si può effettivamente dire che Enrico Morovich, nella sua pratica del racconto breve, abbia saputo davvero vincerla, la famosa “sfida”:  accadimenti di vita comune, banalità e miserie quotidiane, sotto la penna (e la lente) dello scrittore si trasformano in episodi di straordinaria suggestione e spettacolarità; gente comune, signorine ingenue, grigi impiegati, signore saccenti e pettegole,  nevrotici della casa accanto e ossessive casalinghe, squallidi praticoni della politica, quasi per magia si scolpiscono come monumenti nella fantasia dei fortunati lettori, lasciando un vuoto pressoché incolmabili al momento di un commiato che appare sempre troppo veloce.

Libro da leggere.

Medicina dello spirito da assumere con regolarità in dosi q.b. fino all’esaurimento completo… del flacone.

       

  • Titolo: I racconti per il Giornale di Brescia
  • Autore: Enrico Morovich (curato da Carla Boroni)
  • Editore: La Compagnia della Stampa / Massetti Rodella
  • Genere: Poesia, miti e racconti
  • Edizione: 2015
  • Pagine 392 – copertina con alette lunghe plastificata opaca
  • Prezzo: 20.00 €
  • ISBN: 978-88-8486-664-6

 

  Il Lettore

Categorie: Scrittura.

Goodmorning Brescia (13) – … e quindi? Appuntamento in autunno

 

L’operazione è riuscita bene e il paziente NON è morto. Anzi, sembra che goda di ottima salute.

Questa è la prima considerazione che emerge con lampante evidenza dopo i primi appuntamenti di … e quindi?, l’evento pensato e realizzato dalla premiata ditta Biagio Vinella & Patrizio Pacioni in collaborazione con Daniele Bonato e i suoi compagni del Caffè Letterario Primo Piano.

Il quarto della serie, ultimo della prima stagione ha visto al centro del dibattito Brescia della Solidarietà.

E di solidarietà si è parlato, al cospetto di un folto pubblico attento e interessato, attraverso l’incontro-confronto con diverse iniziative operanti nel settore nel territorio della città e zone limitrofe, ma con un respiro e prospettive che vanno molto l di là dei confini della provincia.

Si è cominciato infatti con il commovente dialogo con l’Associazione Orage d’étoiles, nata per ricordare la scomparsa del giovane Cosma Casagrande attraversola pubblicazione di un libro che contiene il suo diario di viaggio (alla socialità e alla solidarietà cimpletamente dedicato) e, successivamente, con la messa in opera in un’accogliente malga, di uno spazio dedicato a iniziaative solidali e culturali.

A seguire la giovanissima Tania Lavro, con la fresca spontaneità che la contraddistingue, ha illustrato il progetto di aiuto ai bambini vittime della terribile guerra che, sotto il silenzio di maggior parte dei media, continua a devastare ampi territori ucraini.

  stata poi la volta di Emergency i cui scopi (assistenza medica in zone disagiate per popolazione bisognosa di ogni supporto sanitario) e le cui iniziative nel mondo sono universalmente noti. Attraverso una serrata intervista gli ospiti hanno potuto spiegare nel dettaglio quale sia la funzione delle sezioni locali, in particolare l’attività del gruppo cittadino.

Gli esponenti della onlus I fuori onda hanno condiviso con i conduttori e con gli spettatori una storia di grande amore e tenerezza, incentrata su una gestione e creativa del tempo libero di adolescenti con disabilità, esaltando il contributo dei giovani volontari che collaborano all’iniziativa. ad arricchire l’intervento, un suggestivo filmato.

Ultima, ma solo in ordine di tempo, è salita sul palco Marina Clara Borghetti, anima di Un pane per tutti, associazione che ha come scopo la lotta contro lo spreco alimentare attraverso l’educazione dei consumatori e, soprattutto, il recupero di quei residui alimentari che escono dal circolo della comercializzazione quando sono ancora utilizzabili. 

In grande forma il maestro Carmelo Buccafusca, al piano, e il performer della Compagnia Girovaga delle Impronte, Massimo Pedrotti, negli scomodi (per gli altri) panni del raffinato ma sempre urtiv Domandiere. Assente (giustificato) nell’occasione Andrew S. Marini che, con i suoi torrenziali e pungenti monologhi satirici, è diventato un autentico richiamo per i frequentatori del Primo Piano.

    

Riassunto delle puntate precedenti: dopo questa prima fase, … e quindi? va in vacanza e si appresta a tornare nel prossimo autunno, più completo e più strutturato alla luce dell’esperienza maturata.

E noi, naturalmente, saremo lì, al numero 10 di via Cesare Beccaria, l’ultimo giovedì del mese a partire dalle 21.

Cavoli, queste sì che sono certezze che aiutano a vivere meglio!

  

 Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (12) – Sraffa: la giovane forza della legalità

Poche settimane fa l’aula magna dell’Istituto d’Istruzione Superiore Piero Sraffa di Brescia oltre cento studenti avevano rappato I m’ai ciapà, una poesia di Marietto, ex detenuto che aveva coadiuvato Patrizio Pacioni nel primo dei due appuntamenti, dedicati alla legalità che la professoressa Annabruna Gigliotti , in pieno accordo e totale sintonia con la dirigente scolastica Maria Piovesan ha organizzato quest’anno per i suoi studenti e per quelli di alcuni dei suoi colleghi.

  

Un evento straordinario per partecipazione (sia dal punto di vista numerico che da quello del coinvolgimento dei ragazzi che gremivano la grande aula magna in ogni ordine di posti. Alla premiazione del concorso di scrittura basato su fantasiosi incipit predisposti dallo scrittore romano (al quinto anno di collaborazione con la scuola bresciana) si è aggiunta la proiezione degli haiku composti e proposti in suggestivi videoclip dagli stessi studenti.

  

Straordinario, in questa occasione più che mai, il rilievo della parte musicale, strutturata e condotta dalla professoressa di educazione musicale Elisabetta Marcolini e dalle sue più ispirate e preparate studentesse.

  

Alla fine dopo che, con la consueta vivacità, Patrizio Pacioni ha passato in rassegna caratteristiche e peculiarità di un concetto e di una pratica di legalità la cui interpretazione non si limiti alla chiusura in rigidi schemi storici, geografici e culturali, la premiazione delle squadre vincenti, occasione di un festoso commiato.

 

 Bonera.2

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Goodmorning Brescia (10) – Shakespeare riscritto da Riccardo Bacchelli

L’argomento trattato nel nuovo appuntamento delle 《Conversazioni intorno al Teatro》 pensate e organizzate dal C.T.B. è 《Bacchelli e Shakespeare: di un Amleto commediante》.


Rita Piccitto introduce la serata e l’ospite Giuseppe Langella parlando di Riccardo Bacchelli e della sua collaborazione con la rivista letteraria La Ronda. Romanziere, ma anche drammaturgo che si è cimentato nientemeno che in una riscrittura dell’ Amleto.

  

Secondo Umberto Eco 《La riscrittura è un modo di ripulire il carburatore e le candele del motore della cultura》 

Dunque si parte dall’Amleto di Shakespeare che, a ben vedere, è una rivisitazione del mito di  Oreste. Alla figura di Amleto si ispirano opere  di tutti i tempi e di tutti luoghi:  Pirandello in 《Il fu Mattia Pascal》, ma anche Leopardi e Nietzsche.

L’Amleto di Bacchelli è un audace rifacimento in cinque atti della tragedia shakespeariana (definita una delle più importanti “porte di accesso” della modernità – ), pubblicato a puntate in altrettanti numeri della Ronda nel 1919. Prima pièce teatrale (modalità di espressione artistico-narrativa che ben si attaglia alla sensibilità dell’uomo) di un decennio creativo che arriva fino a 《Il diavolo a Ponte Lungo》.
Un rovesciamento che, con il filtro dell’ironia, in ottica palesemente anti-romantica, trasforma la tragedia in un’opera comica attraversata dal riso. La morte viene interpretata come via di uscita dalla finzione della vita. Un destino, ineluttabile come solo il destino può essere, di fronte al quale opporsi non ha senso. Chi si illude, velleitariamente, di ribellarsi all’ineluttabile, inevitabilmente diviene oggetto di derisione.

La scelta più nobile è quella di uscire dalla vita, con eleganza e leggerezza, come se fosse il finale di una bella commedia sulla quale, prima o poi, il sipario deve pur calare. Un atteggiamento quasi zen che a me ricorda quell’aristocratico che, al tempo della rivoluzione francese, leggeva un libro aspettando di essere ghigliottinato e che, al momento in fu chiamato al patibolo, chiuse il volume non dimenticando di sistemare il segnalibro lì dove era arrivato.

Che la morte arrivi, come amava dire e scrivere Nietsche, ma solo dopo avere danzato in catene.

E, prima di salutare il pubblico, a sorpresa, la lettura da parte dello stesso Langella di una fresca e delicata poesia tratta dalla sua silloge 《La bottega dei cammei》: dedicata a trentanove donne, dalla A di Angela alla zeta di Zobeide.

 Bonera.2

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