Brescia, città del Teatro (15) – I Clowndestini e l’eterno incontro-scontro

.

In principio erano così…

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Clow1.jpg
 
 
 
La prima “versione” del gruppo comico bresciano Clowndestini, ripresi qualche anno fa al  Caffè Letterario Primo Piano, insieme a Patrizio Pacioni

.

Ora, invece, sono così: 

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Clow5.jpg

Maria Angela Sagona e Marco Passarello, gli attuali Clowndestini,

applauditi al termine dello spettacolo di ieri sera al Teatro Colonna.

.

Si potrebbe tranquillamente affermare che l’inizio ideale dello spettacolo «C’eravamo tanto sbagliati» andato in scena sabato scorso al Teatro Colonna, è la frase «In principio Dio creò il cielo e la terra» cui seguono, qualche riga più avanti altre significative e conosciutissime parole come «Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo».

Bene (anzi, male!) Maria Angela e Marco nei 75 minuti di spettacolo ce la mettono tutta per dimostrare che chiunque può sbagliare, e se si dice “chiunque” vuol dire anche “Chiunque” con la “c” maiuscola.

Insomma, l’idea del Creatore di perpetuare la specie umana mediante il connubio uomo-donna non fu esattamente delle migliori, così come quella di rendere più appetibile, tra tanti, con il fascino arcano del proibito, un albero di mele tra tanti (io per esempio preferisco pesche e ciliegie).

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Clow4.jpg

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Clow2.jpg

.

Partendo da Adamo ed Eva, passando rapidamente e con grande agilità per un pensoso Dante e una disinibitissima Beatrice, per le nostalgie da casa chiusa di un picciotto-icona, per arrivare infine agli scogli e ai pericoli che nasconde la navigazione in rete soprattutto nei rapporti tra sessi diversi, i due Clowndestini divertono e si divertono, esprimendo al meglio le proprie qualità interpretative: Marco con la costruzione del perfetto stereotipo del trentenne italico da terzo millennio, vagamente sfigato e moderatamente retrò in memoria delle “feste” in casa e delle gite fuori porta, Maria Angela vestendo con straordinaria disinvoltura i panni di una donna a metà tra la tradizione di genere e la proiezione verso il futuro, sempre in bilico tra sogni e pregiudizi.

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Clow3.jpg

.

Teatro gremito in ogni ordine di posti, pubblico (in media piuttosto giovane) partecipe e generoso nell’applauso finale. 

Ennesima dimnostrazione che nella nostra città il movimento teatrale è fecondo di iniziative ed eventi capaci diversificati, capaci di interessare diversi strati cittadini e di interagire nel più efficaci dei modi con ciascuno di loro.

 

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è GuittoCirc.png   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Brescia, città del Teatro (14) – A San Polino l’Antigone che non ti aspetti

.

​​Il Piccolo Teatro Libero di Sanpolino, spazio gestito dall’Associazione culturale Llum, è giunto alla sua quarta stagione con importanti novità. Da questa edizione l’associazione collaborerà con Spazio Aità e con la compagnia teatrale Scimmie Nude di Milano. Oltre alla messa in scena di numerosi spettacoli tradizionali e innovativi, ma tutti di garantita qualità, quest’anno offrirà un ampio ventaglio di laboratori dedicati al teatro (per adulti, per bambini e per ragazzi), alla voce, alla dizione e alla danza.

Ieri sera è andato in scena il dramma  «A – jazz d’altomare», liberamente ispirato all’  «Antigone» di Sofocle.

.

Il dramma:

La prima rappresentazione dell’Antigone di Sofocle (che, con l’Edipo re e l’Edipo a Colono, fa parte del Ciclo tebano) andò in scena nel 442 a.C. ad Atene, durante la celebrazione delle Grandi Dionisie,  una grande manifestazione d3edicata al dio, nel corso della quale  si teneva solennemente anche un concorso riservato alle tragedie. Il drammaturgo fa di Antigone, nata dal rapporto incestuosio di Edipo con sua madre Giocasta, della discendenza di Cadmo, fondatore di Tebe, un personaggio emancipato che, in nome della morale, si oppone a leggi arcaiche fondate su una rigida concezione dell’onore.

.

La trama:

L’opera racconta la storia di Antigone, che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte (che invece aveva permesso l’inumazione dell’altro fratello  Eteocle). Una volta scoperta la donna viene condannata dal re a vivere il resto dei suoi giorni imprigionata in una grotta. Quando Creonte, convinto dalle profezie dell’indovino Teresia, decide di tornare sui propri passi e di liberarla, è però troppo tardi: Antigone si è suicidata per impiccagione. La sua morte violenta porta altre morti: quella di Emone (figlio di Creonte e promesso di Antigone) e di Euridice (moglie di Creonte) lasciando il Re a meditare sulla propria stoltezza..

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è A-Jazzdaltomare-3-1-1024x682.jpg Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è A-Jazzdaltomare-31-682x1024.jpg Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è A-Jazzdaltomare-36-1024x682.jpg Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è A-Jazzdaltomare-33-1024x682.jpg

.

Lo spettacolo:

«A – jazz d’altomare» è una rivisitazione dell’Antigone di Sofocle in chiave contemporanea che vede in scena Alice Salogni, Elena Guitti e Paolo Ambrosi con la regìa di Fabio Maccarinelli. 

Operazione coraggiosa e spregiudicata, alla quale mi sono approcciato non senza un pizzico (forse più di un pizzico) di diffidenza, amante come sono del grande teatro classico, con la convinzione che ogni operazione di  elaborazione e “modernizzazione”  debba essere affrontata con il massimo rispetto del testo e grandissima attenzione.

Nel caso di «A – jazz d’altomare», però, mi sono dovuto  felicemente ricredere: l’opera combinata della regia di Fabio Maccarinelli e della recitazione di Alice Salogni, Elena Guitti e Paolo Ambrosi, parrticolarmente ispirati e calati nelle parti esasperate e rabbiose dei personaggi cui danno vita e spessore.

Una recitazione di nervi, la loro, una recitazione carnale ed esasperata, volutamentre nevrotica e violenta, che si svolge in un ambiente scenografico rovesciato come un guanto, con il pubblico sistemato dove normalmente è posizionato il palcoscenico e gli attori che si muovono e recitano all’interno di un circolo di spettatori, suggerendo tempi e atmosfere di un combattimento da strada. Low cost ma geniali e di eccezionale efficacia e suggestione le scenografie ispirate al cordame delle antiche navi e corredate di sorprendenti accorgimenti.

Battuta dopo battuta, scena dopo scena, si chiarisce l’intento ideologico del progetto di Fabio Maccarinelli: quello di sintetizzare in Antigone quella pietas civile che sempre più si va invece perdendo e dimenticando, nei confronti dei deboli, degli oppressi, dei morti per fame, per guerra, per annegamento nel corso di disperate migrazioni,  per strage.

Alla fine si  spoglia della sua veste rosso sangue, Antigone, e diviene essa stessa perseguitata, migrante. vittima del sistema, gridando uno per uno, insieme agli spettatori (a quel punto totalemente coinvolti emotivamente),  i nomi di morti sconosciuti e misconosciuti.

Non so perché ma sempre più alle fattezze del suo volto e della sua fisicità si sovrappongono quelle di una donna, una capitana coraggiosa e combattiva dei nostri tempi che di nome fa Carola.

Realizzo poi, tornando a casa nella notte di pioggia, che la tragedia greca non è solo mito, non è solo leggenda… è paradigma.

 

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Antig01-725x1024.png

.

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è GuittoCirc.png      GuittoMatto

 

Categorie: Teatro & Arte varia.

Brescia città del Teatro (12) – Moltisanti… in paradiso

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Moltisanti3.jpg

 

In questa scena mossa e frenetica, Andrea Moltisanti è quello a sinistra. Di origine siciliana, l’eclettico attore che ho l’occasione e il piacere di presentarez attraverso questa intervista, coltiva la sua passione per il teatro facendo la spola tra Brescia e Milano, tra il tragico e il brillante, tra il teatro classico e quello contemporaneo.

L’incontro, avvenuto presso il Piccolo Teatro Libero di San Polino, coincide con l’avvio di una nuova e sfidante avventura da palcoscenico che vede coinvolto anche qualcuno che i frequentatori di questo blog conoscono già molto bene.

.

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è GuittoCirc.png 

Una laurea in lettere e una solida esperienza di docente nella Vita 1, tanto studio, tanta applicazione e tanta passione per il teatro nella Vita 2. Qualcuno disse «Il teatro è specchio della vita. Quindi rappresentazione verosimile, ma bugiarda e ingannatrice, perché tutto quello che nel reale è a destra nell’immagine riflessa appare a sinistra, e viceversa». Ci puoi parlare del tuo innamoramento per la recitazione e di come hai saputo conciliare queste metà asimmetriche e diseguali di te?

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Montisanti2.png

La mia passione per la recitazione nacque per caso, quando da studente lavoravo come maschera nei teatri cittadini. Una volta che gli spettatori si erano accomodati e lo spettacolo era iniziato la cosa più naturale per me e per i miei colleghi era guardare lo spettacolo, una volta, due volte e (perché no?) anche tutte le sere. Inevitabile dunque innamorarsi di quel linguaggio così particolare e suggestivo che solo sulle assi del palcoscenico è possibile immaginare. Da lì i primi corsi di recitazione, la collaborazione con varie compagnie bresciane e infine la scuola di teatro Quelli di Grock a Milano. Tu dici che il teatro riporta un’immagine ingannevole della realtà, ma io non ne sono convinto fino in fondo. Il teatro è un concentrato di vita, e spesso mi sono sentito più autentico interpretando qualcuno dei miei personaggi che nella vita “vera”. Ma la questione è complessa e non si può esaurire in questa occasione.. Ti posso però dire che, citando Eco, anche se lui si riferiva alla lettura, chi ama e pratica il teatro vive mille vite, la propria e quella dei suoi personaggi. Ed è questo ciò che mi affascina. Ti dico anche un’altra cosa: per la mia formazione, basata fondamentalmente su percorsi umanistici e letterari, il teatro è un modo interessante per unire questo aspetto intellettuale con altri aspetti più pratici e, passami il termine, “artigianali”. Montare una pedana di legno per una scenografia, gestire un problema legato ai diritti d’autore, effettuare un bonifico estero per pagare un autore o farsi pubblicità per uno spettacolo sono tutte cose che impari sul campo e che rendono il teatro un’attività quanto mai varia e interessante.

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è GuittoCirc.png

Sul palcoscenico incontri ravvicinati con Shakespeare e Neil Simon, prima di cimentarti con un autore contemporaneo degli antipodi o giù di lì, con la sottile e intrigante pièce dell’australiano Timothy Daly «L’uomo in soffitta». Va bene che l’eclettismo è una delle principali doti che devono fare parte del bagaglio di un attore, ma… Insomma, dopo aver consumato queste esperienze, senti che ti “calza” meglio la drammaturgia classica o quella moderna?

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Montisanti2.png

Drammaturgia classica senza dubbio, anche perché il classico non smette mai di essere attuale.

 .

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è GuittoCirc.png

La messa in scena de «L’uomo in soffitta» (alla quale mi sento di augurare di cuore, nel prosieguo del suo cammino, la fortuna che merita un lavoro ben fatto) coincide con l’inizio della tua collaborazione con la Compagnia del Barone. Ti chiedo intanto cosa ha ispirato il nome del gruppo, in un’Italia che più repubblicana di così non si può. Con l’occasione, parlaci della natura, della filosofia e della rotta di questa iniziativa teatrale.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Montisanti2.png

Il nome della Compagnia del Barone nasce per gioco dal soprannome che nella mia cerchia di amici molti usano per riferirsi a me. Perché Barone? Per le mie origini sicule e per il fatto che adoro il rito e l’abitudine. Da qui il vezzo di fare l’eco alle compagnie elisabettiane “The Lord Chamberlain’s men” e “King’s men“. Questa l’origine del nome. La filosofia che è alla base del gruppo è il progetto autonomo. Dopo anni di produzioni con compagnie di altri ho avuto voglia di creare un’impresa mia. Siamo partiti in quattro nel 2015 e siamo in quattro anche adesso, anche se la formazione non è quella originale. L’idea, dicevo, è quella di gestire in modo autonomo tutti gli aspetti della produzione, dall’affitto della sala prove ai contatti col service, dalla scelta del testo alle modalità di vendita e pubblicità. Tanti oneri insomma e, si spera, tanti onori!

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Moltisanti2.jpg Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Moltisanti4.png

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è GuittoCirc.png

Per ogni attore c’è un’opera che si augura, più di altre, di avere occasione di interpretare almeno una volta nella vita. Soprattutto c’è un personaggio nei cui  panni si sogna di andare  in scena. È così anche per te? Dai, dicci qual è!

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Montisanti2.png

Il personaggio che prima o poi spero di interpretare?Mercuzio, assolutamente!

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è GuittoCirc.png

E veniamo al futuro, in particolare al dramma che Patrizio Pacioni ha tratto dal bel romanzo di Entico Luceri (uno dei giallisti italiani più ispirati e apprezzati di questo primo scorcio di millennio) «Punto improprio», che andrà in scena con te e Cecilia Botturi come protagonisti, per la regia di Fabio Maccarinelli. La domanda è: cosa è stato, nel testo, a spingerti a imbarcarti in questa avventura? Qual è stato l’approccio con il personaggio al quale ti appresti a dare voce e spessore?

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Montisanti2.png

Parlando di «Punto Improprio» (e scrivo queste parole alla vigilia della premiazione di Patrizio Pacioni primo classificato proprio con questa opera nel prestigioso concorso Tragos dedicato alla memoria di Ernesto Calindri…in bocca al lupo a lui per domani!) ti dico subito che il testo mi ha convinto alla prima lettura. Il giallo è il mio genere preferito e non è facile -in questo settore- trovare un testo che si adatti al palcoscenico. La proposta che mi è stata fatta, dunque, era un po’ quello che cercavo. I colpi di scena poi sono molto suggestivi e mi fanno pensare ad altre opere che ho letto e che che ho amato: “Sleuth” di Antony Shaffer (da cui il celebre film “Gli insospettabili” con Caine e Olivier) e “Variazioni enigmatiche” di Smith. È decisamente il mio genere e sono sicuro che il genio di Fabio lo renderà davvero emozionante. Il personaggio che interpreterò mi infastidisce abbastanza da farmi capire che parla molto di me, sarà quindi un interessante viaggio alla scoperta dei nostri lati oscuri. Insomma, non vedo l’ora di iniziare!

.

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è GuittoCirc.png   GuittoMatto

 

Categorie: Teatro & Arte varia.

Brescia, città del Teatro (10) – Perché la vita… è un manicomio.

.

Il teatro Agorà di Ospitaletto, con la sua originale platea a gradoni, registra il tutto esaurito in occasione del “saggio” annuale del corso di teatro messo in scena dagli allievi sotto la direzione e la supervisione dell’insegnante, la brava Katiuscia Armanni. Ed è proprio lei regista e coreografa dello spettacolo drammatico (intitolato «La casa dei matti») che, prima che cominci lo spettacolo, si fa carico del saluto di benvenuto e dell’introduzione della serata, i cui proventi sono destinati a finanziare la Casa del Sole di Rovato. Pubblico composito, nel quale si nota, e come potrebbe essere il contrario, quella straordinaria attrice che risponde al nome di Erika Blanc.

.

.

E mentre pronuncia le prime parole che si verifica un di quei piccoli “incidente” che potrebbero mettere in difficoltà un attore meno esperto e meno empatico, non certo lei: le luci che illuminano il palcoscenico non vogliono saperne proprio di accendersi. Katiuscia, da consumata intrattenitrice, coglie invece immediatamente lo spunto per entrare in immediata sintonia con la platea, prima sdrammatizzando l’inconveniente con  accattivante ironia, per poi cambiare fluidamente registro, passando all’introduzione pensosa e malinconica di una pièce drammatica che affonda le proprie origini nell’anima e nella carne della brava autrice-regista e che la Armanni rivela di avere dedicato alla figura di un padre sfortunato quanto amato e, attraverso lui, agli esclusi, ai diversi e a tutti i più fragili. Poi il sipario si apre su una scenografia essenziale, composta da un letto da ospedale e da un gruppo di ricoverati di un struttura psichiatrica ante- legge Basaglia.

.

.

Gli internati vivono in un mondo rovesciato dove anche il riso è disperazione, anzi, spesso è più disperazione del pianto, e “Nulla è così feroce come la situa solitudine del manicomio” .

Il testo è composto da un accorto assemblaggio di parole e poesie tratte dagli scritti e dalle interviste di Ada Merini, che ne costituiscono il prezioso collante, smaterializzandosi in un amalgama di sofferenza e di domande che non possono, né probabilmente potranno mai, ricevere risposta.

.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Kati08.jpg

.

Davvero rimarchevole e degna di menzione la sapienza e la fantasia dimostrate dalla Armanni nella gestione di luci, suoni e coreografie, che gli interpreti della scuola dei “Teatranti” assecondano con una prontezza e un’efficacia straordinaria in rapporto alla giovane pratica del teatro di ciascuno di loro. È lo un alternarsi di momenti scenici altamente evocativi e simbolici, resi più onirici dalla schermatura di un velo che isola quanto accade in palcoscenico in immagini e in movimenti confinati nel mondo alieno e remoto dell’instabilità psichica. Fino a culminare in un quadro finale di grandissima suggestione che vede gli attori riuniti in una figura collettiva che ricorda molto da vicino una tela romantica ottocentesca.

Perché, a ben vedere, “La vera follia è credere di essere sani“.

.

.

.

.

.

.

.

Meritati i convinti, prolungati e ripetuti applausi che scrosciano al chiudersi del sipario.

.

.

«La città dei matti» – regia di Katiuscia Armanni, aiuto regia Elide Torri, con Francesca Barone, Stefania Bonassi, Gabriella Cito, Federico Bignotti, Eleonora Borghetti, Silvia Andreoli, Samuele Danesi.

.

GuittoMatto

.

.

Categorie: Teatro & Arte varia.

Brescia, città del Teatro (9) – Ricordando Marzia con affetto, nostalgia e lacrime di bellezza

.

.

Una profonda emozione condivisa, una struggente malinconia su ciò che poteva essere di una vita in fiore e non c’è stato, una tensione crescente che si scioglie solo al momento del chiudersi del sipario, in un grande, sonoro e ripetuto applauso finale.

Comincio dalla fine, per raccontare quanto accaduto ieri sera al Teatro Sant’Afra di Brescia, dov’è andato in scena, in prima nazionale, il dramma «Marzia e il salumiere – Storia di un fiore reciso», scritto da Patrizio Pacioni. Regia di Mario Mirelli, con l’assistenza di Pina Vivolo, interpretazione di Massimo Pedrotti e Chiara Pizzatti, scenografie di Ugo Romano, gestione suoni/luci di Stefano Caldera, per la produzione dell’Associazione Le Ombre di Platone ETF.

Un evento premiato, prima ancora di cominciare, da un interesse particolare di stampa e radio e dalla presenza di ben oltre 150 spettatori. Una pièce dal ritmo serrato, accuratamente confezionata, che, senza cadute di tensione, s’indirizza a un finale sorprendente ed estremamente coinvolgente.

.

.

Insomma, un cocktail davvero ben riuscito, il cui valore, la cui riuscita al debutto e il cui auspicabile successo futuro dipendono dal felice mescolarsi di pochi ma significativi elementi:
Il nitore e l’incisività della scrittura drammaturgica di Patrizio Pacioni, che ha affrontato un tema delicatissimo come quello del rapimento e dell’uccisione della piccola Marzia Savio stando bene attento a rispettarne la memoria e, nel frattempo, a non cadere nello stereotipo;
L’abilità registica di Mario Mirelli, capace di cimentarsi con l’opera in modo creativo e del tutto originale, senza però mai troppo discostarsi dal testo e, soprattutto, senza mai tradire lo spirito e i fini dell’opera;
La squisita e straordinaria sensibilità, tra trasognata tenerezza e implacabile sete di giustizia, con la quale Chiara Pizzatti si è calata sia nella interpretazione della dolce, ingenua e indifesa fanciullezza di Marzia Savio, che nella costruzione ipotetica di come sarebbe potuta divenire la personalità di quel magnifico fiore troppo premautramente reciso;
La passione, la passione e la passione (proprio così, passione al cubo, si potrebbe dire) spesa da un maiuscolo Massimo Pedrotti, che si è consegnato senza esitazioni, senza risparmio e senza pregiudizi a un personaggio complesso e oscuro come quello dell’assassino, scolpendolo con slanci, allucinazioni, rimpianti e rancori in modo assolutamente suggestivo e coinvolgente.

Adesso, però, sentite direttamente dalla stessa voce degli artefici dell’indimenticabile serata, raccolta a caldo nell’immediato dopo-spettacolo. Sappiate che, per riuscirci, ho dovuto farmi largo tra il folto stuolo degli spettatori che hanno scelto di congratularsi direttamente con loro con autore, regista e attori.

.

«La scrittura di questo dramma è stata una delle più faticose e sofferte della mia produzione, anche perché, attraverso la triste storia di Marzia, mi è sembrato di entrare in diretto contatto con la sofferenza e con l’essenza del male» fa presente l’autore dell’opera, Patrizio Pacioni.
«Ora che il progetto è divenuto realtà, però, sono molto contento del consenso manifestato dai tanti spettatori che sono venuti al Sant’Afra, tra i quali diversi “addetti ai lavori”» precisa subito dopo. «Siamo riusciti ad arrivare a questo attraversando non poche difficoltà e resistendo agli attacchi malevoli di certa stampa, sempre pronta a incrementare le vendite parlando alla pancia dei propri lettori, danneggiando tra l’altro proprio coloro di cui, in apparenza, vorrebbero ergersi a paladini» aggiunge, togliendosi fastidiosi sassolini dalle scarpe.
«La soddisfazione più grande, però, è stata quella di rispettare la promessa fatta al papà di Marzia, Dino, che poche settimane prima della morte, mi aveva chiesto di portare avanti fino in fondo questa operazione di memoria e di affettuosa rievocazione».

.

«Voglio considerare questo magnifico esordio solo come la prima tappa di un percorso che mi auguro lungo e proficuo» dichiara il regista Mario Mirelli. «La tragica vicenda della piccola Marzia può rappresentare una preziosa occasione per proseguire nel lavoro di scavo nell’animo umano, soprattutto per ciò che attiene l’aspetto espressivo» prosegue, sempre più orientato al futuro. «Se ci riusciremo (o meno) dipenderà in larga misura dalla disponibilità degli attori attraverso un atteggiamento di ricerca e abbandono».

.

«È stata una grande emozione portare in scena questo spettacolo» è l’esordio di Massimo Pedrotti. «Un impegno straordinario, di grande difficoltà ma capace di emozionarmi quanto mai mi è successo prima, un’emozione che ho avuto la fortuna di condividere con tanti amici, prima con quelli che, dandomi fiducia, hanno proposto e messo in cantiere questa avventura, poi con i tanti amici presenti alla “prima”».

,

«Preparare e mettere in scena un dramma di tale e tanta portata e intensità emotiva» confessa Chiara Pizzatti. «A volte, com’è giusto che sia, mi è capitato di sentire su di me, ancora più gravosa del solito, la responsabilità di dare vita e voce alla piccola Marzia. Non ho mai dubitato del progetto, per questo, anzi mi sono impegnata ancora di più e, alla fine, grazie anche ai consigli e al supporto dei miei “compagni di viaggio” ce l’ho fatta e la soddisfazione è stata davvero grande. Grazie a tutti coloro che hanno creduto in me e che mi hanno dato questa bellissima opportunità!»

.

I saluti finali

.

Caloroso commiato dal palcoscenico, con il commovente momento della consegna dei fiori idealmente destinati a Marzia, tramite la cugina Giuliana Savio, presente in sala.

.

Eccoli: i fiori già sono stati consegnati alla piccola Marzia.

.

Per chi non fosse stato presente al Teatro Sant’Afra, repliche di «Marzia e il salumiere – Storia di un fiore reciso» andranno in scena il 28 settembre a Marone e nel mese di novembre ancora a Brescia. Dopo di che sono previste numerose repliche nella provincia, prima di trasferirsi nel Lazio e in Toscana.
«Poi… si vedrà!» conclude Pacioni e se ne va.
A lavorare a un nuovo dramma, certamente.

.

.

GuittoMatto

.

.

.

.

Le foto di scena inserite a corredo del servizio, (tranne l’ultima, gentilmente fornita da Giusy Orofino) sono state scattate dal fotografo Filippo Palmesi di “Frame Factory“.

Categorie: Teatro & Arte varia.

Brescia, Città del Teatro (1) – Mario Mirelli, in bilico tra recitazione e regia

.

.

Del movimento teatrale bresciano il prestigioso CTB è la punta dell’iceberg, ma sotto la superficie c’è anche molto altro.

Da qualche anno a questa parte (e si tratta di un trend in continuo crescendo) nella città della Leonessa sia la fruizione da parte del pubblico che la pratica attoriale si vanno diffondendo con grande vivacità e consolidando nel tessuto culturale e sociale.

Per analizzare più da vicino e più in concreto questo singolare fenomeno, parte con questo post una serie di interviste a chi nel Teatro, a diverso titolo, si muove e opera.

Cominciamo da Mario Mirelli, napoletano di nascita, a Brescia da trentacinque anni, impegnato nel duplice ruolo di insegnante e di attore e regista, lampante esempio di come, nella stessa persona, possano unirsi e felicemente convivere la fantasia solare del meridione e la razionale, concreta e meticolosa applicazione che, dicono, sia tra le attitudini più rimarchevoli dei nativi del bresciano.

.

.

Mario Mirelli e il Teatro, in una lunga e appassionata “relazione complicata”, come alcuni sono soliti scrivere su Facebook. Più attore o più regista?

La dimensione attoriale è senza dubbio quella che mi è congeniale.  Mi sono avvicinato al teatro perché sentivo che dominare lo spazio scenico, diventare altro da me stesso per un’ora o due, era una magia che non potevo vivere in altro modo. Le esperienze registiche sono un di più che faccio con passione e dedizione ma che non cerco ad ogni costo.

.

Nella tua storia artistica ti sei sovente ritrovato a rielaborare e rappresentare in teatro testi di autori per così dire “individualisti”, come Giorgio Gaber. Cosa ha dettato questa scelta?

Non credo che Gaber fosse un individualista, nel senso di chi mette in secondo piano la collettività rispetto all’individuo. In fondo era lui che diceva  “la libertà è partecipazione”, no? Piuttosto Gaber era convinto, come lo sono io, che c’è bisogno di rifondare la nostra società con un “umanesimo nuovo”  che riparta dall’individuo come persona. Per rispondere alla tua domanda, posso dirti che il fatto che il teatro non sia il mio lavoro principale mi regala un vantaggio: posso raccontare nei miei spettacoli ciò che mi va senza dover a tutti i costi seguire, per così dire, le richieste del mercato. Qualche anno fa, ad esempio, avevo appena finito di lavorare a spettacoli molto intensi ed impegnativi  e sentivo l’esigenza di dedicarmi a qualcosa di più leggero e divertente. Decisi di mettere in scena, adattandolo per il teatro, un testo di Maurizio De Giovanni: “Juve – Napoli 1-3“. Sentire il pubblico bresciano applaudire ad una sconfitta della Juve fu un’esperienza impagabile!

.

E, ancora parlando di testi, qual è il tuo approccio alla drammaturgia da portare in scena?

La mia formazione teatrale risente molto del teatro antropologico, di conseguenza prima del testo per me c’è sempre l’attore, il suo modo di essere e di sentire, la sua esperienza nella vita e sul palcoscenico. Con il testo ho un rapporto di odio amore. Cerco di comprendere le motivazioni e il modo di vedere dell’autore, poi dilato gli aspetti che mi interessano di più, sorvolo su altri…insomma metto molto di me stesso nel lavoro, ma senza snaturare il testo. In fase di costruzione della messa in scena, do anche molta attenzione agli attori, al loro modo di sentire personaggi e situazioni.

.

Qual è, in assoluto, il testo che, fino a questo momento, ti ha dato più soddisfazione portare in teatro, e perché?

Sicuramente l’adattamento di un bellissimo racconto di Erri De Luca: “Montedidio“. Quando lessi quel libro, una decina di anni fa, fu un colpo di fulmine: non avevo ancora letto l’ultima pagina che già avevo deciso di portarlo in scena. Eppure l’impresa non era priva di difficoltà, dovevo raccontare una storia dal punto di vista di un tredicenne e restare credibile. Una scommessa che credo d’aver vinto, almeno a giudicare dalle reazioni del pubblico.Perché “Montedidio“?  Perchè nella storia di quel ciabattino, che custodisce nella gobba un paio d’ali che gli serviranno per compiere il suo ultimo viaggio verso la Terra Promessa,  c’è tutto: mia madre, mio padre, la mia infanzia, i miei ricordi, Napoli, la vita, il sangue, il sesso, la morte, l’emancipazione…un racconto straordinario che ho interpretato con tutto me stesso.

.

.

Alla luce dell’impegno che stai affrontando in questo momento, qual è la tua opinione sull’utilità e le prospettive del cosiddetto “Teatro d’Inchiesta”?

Non credo che “Marzia e il Salumiere” (è questo l’impegno al quale accennavi) sia classificabile esattamente come Teatro d’Inchiesta. È vero che l’autore del testo, un certo Patrizio Pacioni (ride), ha compiuto un mirabile lavoro di documentazione sul fatto di cronaca a cui è ispirato il testo, l’omicidio della piccola Marzia Savio, nel 1982 a Rivoltella del Garda; tuttavia il risultato finale è piuttosto un dramma onirico che va a toccare alcuni interessanti archetipi della psicologia e della narrazione, come il  rapporto vittima-carnefice, il lato oscuro che c’è in ognuno di noi, l’idea di vendetta, di giustizia superiore,  ecc. A mio parere è molto meglio che le inchieste le facciano giornalisti e inquirenti. Il teatro, più che fornire risposte, deve spiazzare il pubblico, inquietarlo, stupirlo, metterlo in una posizione scomoda, suscitargli mille domande.

.

Se qualcuno dovesse chiederti “A cosa serve il Teatro?”, tu cosa risponderesti?

Non esiste una risposta univoca. Non penso che il teatro debba “servire” nel senso di “mettersi al servizio di”. Può fare anche quello. Mi piace, invece, pensare alla forma riflessiva di questo verbo: “servirsi”, nel senso di “accettare qualcosa che ti viene offerto”: “si serva pure” si usa dire in certe occasioni. Eduardo una volta disse:”teatro è una parola greca che significa ‘luogo per guardare’ ed è bello pensare che si possa anche intendere ‘guardare noi stessi’ “. Ecco, a me piace pensare che il teatro rappresenti un’ottima possibilità di guardarci dentro. E questo vale sia per l’attore che per il pubblico.

.

Mario Mirelli e il Teatro, da qui a un anno. E poi? C’è un sogno che vorresti vedere realizzato?

Sono tante le idee che mi frullano in testa. Ho già scritto un testo su De André e le sue canzoni, un altro sulle migrazioni di oggi e di ieri ed è quasi pronto un mio monologo ispirato alla “Storia straordinaria di Peter Schlemihl” di Chamisso. Inoltre sto cercando il modo di portare in scena le fiabe di Giambattista Basile, che adoro. Ma il mio vero sogno nel cassetto è rimettere in scena Montedidio in presenza del suo autore, Erri De Luca. Magari prima o poi ci riuscirò.

.

.

Nato a Napoli nel 1963 e trasferito a Brescia negli anni’ 80, Mario Mirelli si è formato soprattutto alla scuola teatrale del professor Gianluigi Vezoli che gli ha trasmesso  l’amore per un teatro impostato sulla ricerca espressiva.

Ha condotto diversi laboratori teatrali per adulti  (“Il nostro teatro”, “Il teatro dello stupore”, “Grammatica e fantasia del teatro”, “Scenario Rezzato”) basati, da un lato sull’improvvisazione e l’abbandono, dall’altro sullo sviluppo della concentrazione e dell’autocontrollo.

In qualità di conduttore di laboratori per bambini, ha lavorato con scolaresche di varie classi di scuola primaria di Brescia e provincia realizzando allestimenti di spettacoli originali, quali “Litigando s’impara” (2007) e adattamenti da testi classici e moderni come “La tempesta” di W. Shakespeare (2002), “Voglio imparare a volare, storie di bambini, gatti e gabbianelle” (2006), “I meravigliosi stranimali” (2006), “Isabella, tre caravelle e un cacciaballe” (2004).

Come attore ha collaborato con la Compagnia Primo Incontro di Brescia partecipando alla messa in scena di “La fortuna con l’effe maiuscola” (2003) e “A che servono questi quattrini” (2008) di A. Curcio; “Ditegli sempre di sì” (2005), “Natale in casa Cupiello “(2007) di Eduardo De Filippo; “Soldi da ridere” (2010) di Ray Cooney.

Ha curato la regia de “La notte della tosca” di Roberta Skerl (2015), “Il senatore Fox” di Luigi Lunari (2016), “Morso di Luna Nuova” di Erri De Luca (2017 – recensito su queste pagine). Spinto dalla passione per il teatro di narrazione e di evocazione, ha realizzato e messo in scena (curandone anche la regia e l’adattamento teatrale) i seguenti monologhi: “Il Grigio” (2008) di Gaber e Luporini; “Mi fa male il mondo” (2010) di Gaber e Luporini; “Montedidio” (2011 e 2017) di Erri De Luca; “Juve – Napoli” (2016) di Maurizio De Giovanni; “Storia di Ismael che ha attraversato il mare” (2015) di Francesco D’Adamo; “Storia meravigliosa di luci, corpi ed ombre” (2018) di sua composizione. 

.

.

   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.