
L’incipit è quello, ma stavolta l’Odissea non c’entra nulla.
Ovvero, se proprio proprio vogliamo andare a cercare affinità tra Ulisse e Biagio Vinella, al quale appunto è dedicato questo numero della rubrica, è proprio, chiedo scusa per l’orribile vocabolo, nella multiformità che portò l’uno (l’eroe omerico reduce dal poliennale assedio di Troia) a superare le insidie di un viaggio che nessun altro al mondo avrebbe potuto portare felicemente a termine e l’altro (il creativo torinese approdato a Brescia, invece che a Itaca) a percorrere i più diversi e a volte impervi e tortuosi sentieri della creatività.
Dunque, se è vero che per conoscere meglio qualcuno, soprattutto un artista, perché questo è in estrema sintesi Vinella, piuttosto che parlare di lui è meglio lasciar parlare lui, qui di seguito troverete il report dell’articolata intervista che mi ha rilasciato in un bar cittadino.
Più che un intervista, per dire il vero, quattro chiacchiere tra amici.
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Carissimo Biagio, ci frequentiamo ormai da quasi un ventennio e, in questo non brevissimo arco di tempo, ho imparato a conoscere le tue performances creative che spaziano dalla creazione/ organizzazione/ conduzione di eventi, dalla pratica di una sorta di story-telling a modo tuo, dalla regia teatrale, per arrivare alla scrittura narrativa e drammaturgica e, infine (ma sarà davvero la fine?) alla pittura/grafica da te molto coltivata e praticata nel corso di questi ultimi anni. In casi di questo tipo le ipotesi sono due: o ci si trova in presenza di un genio multitasking alla Leonardo da Vinci, oppure di un eterno indeciso che ancora non ha scelto la strada migliore per esprimere la propria creatività o, in terza istanza…
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La terza ipotesi non la voglio neppure sentire. Ciò che posso dirti, però, è la mia verità. Cioè che ringrazio ogni giorno che passa la natura e il fato che mi hanno consentito e mi consentono di poter scegliere con quale modalità espressive esprimere e veicolare al meglio (credo, spero) le sensazioni e le emozioni che mi nascono dentro generate dal continuo e sempre curioso mio processo di analisi/autoanalisi. L’aspetto più positivo della faccenda è che, tanto per fare un esempio, se una mattina mi sveglio afflitto dalla famigerata “sindrome della pagina bianca” che non mi consente di portare avanti la novella che sono in quel momento impegnato a scrivere, posso sempre prendere colori e pennelli (ma anche forbici e cartoncino, o i più disparati oggetti di uso comune che ritrovo in casa da assemblare secondo l’ispirazione del momento, e dedicarmi alla creazione di un’opera visuale. Un quadro, una scultura, un’installazione di qualsiasi tipo e materiale.
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Certo che, detta così, sembra la cosa più facile del mondo.
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Ma lo è realmente! (ride) Il problema è che, almeno nel mio caso, flessibilità è un termine diviso da un sottilissimo confine da un altro termine che, invece, è volubilità. Mi prende a noia la “serie degli omini” (che pure mi ha dato moltissime soddisfazioni)? Poco male, comincio con quella “dei grattacieli” e quando avverto che anche questa non mi stimola più, magari riprendo quella poesia lasciata incompiuta tre settimane fa, oppure comincio a imbastire la sceneggiatura di quella storia che tengo dentro da tanto e che talvolta cerca pure di affacciarsi e prendere forma, ma solo per rimettere la testa all’interno, nel buio dell’incompiuto.
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Complimenti, belle parole. Parole alte, come direbbe qualcuno di quelli che hanno studiato. Ma che, per tramutarsi in fatti concreti, richiedono la presenza di una buona dose di indipendenza. Sia operativa che economica, intendo.
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Ecco! Evviva sempre l’indipendenza! La libertà di non avere mai o quasi mai impegni di assolvere, l’assenza di stringenti tempi di consegna, la facoltà di lavorare a ciò che mi suggerisce l’estro del momento e come pare a me, è un dono immenso quanto fondamentale. Oltre a ciò, con il tempo ho imparato anche a non avere mai fretta di finire le opere alle quali sto lavorando, di lasciarle lì in attesa di individuarne le carenze da integrare e i difetti da correggere; al caso, anche soltanto a lasciarle lì in disparte, per invecchiare come una bottiglia di buon vino, in attesa che arrivi l’occasione giusta per stapparla e per goderne in modo pieno il contenuto.
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Quando e come ti sei trovato a fare il grande passo? Mi riferisco a quello di passare dalla descrizione di un personaggio, di un posto, di una situazione, all’interpretazione della realtà o dell’ideale attraverso una rappresentazione grafica.
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La spinta definitiva venne un giorno che scoprii che un quadro che avevo in casa, al quale tenevo moltissimo, in realtà altro non era che, seppure di buonissima fattura, una fotocopia a colori. La delusione provata fu talmente tanta da farmi decidere che da quel momento in poi, i quadri, i poster e gli oggetti di design li avrei creato per conto mio.
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Mi fai tornare in mente qualcosa che ho sperimentato io stesso, per quanto riguarda la scrittura. Essendo l’ultimo di quattro fratelli, più piccolo di oltre otto anni rispetto al più giovane di loro, non c’era in casa nessuno con il quale potessi giocare. Dovetti rendermi conto dunque mio malgrado il modo migliore di creare e far vivere al mio esercito d soldatini storie appassionanti e fantastiche era… di raccontarmele da solo! Se ci pensi, c’è una morale, dietro tutto ciò: vale a dire che, generalmente, i figli unici sono più creativi di quelli che crescono insieme ai proprio fratelli. Dunque? Che successe poi?
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Successe che, piano piano, perfezionai le modalità espressive- figurative passando dall’utilizzo dei cartoni ritagliati a quello delle bombolette di vernice, perfezionando e approfondendo le mie ricerche in questo settore. E ciò, si badi bene, vale anche per la scrittura. Insomma, la mia cifra creativa si è sempre più indirizzata al civile e al sociale, individuando nell’arte in ogni sua forma un eccezionale veicolo per trasmettere in modo suggestivo e incisivo i messaggi che mi urge dentro comunicare. In ogni mia opera, di qualsiasi tipo, ce n’è sempre almeno uno, e, alla ricerca del bello, si sovrappone e spesso si sostituisce quella della creazione di pensieri, che si tratta di quadri, di poesie, di sceneggiature… Se qualcosa alla fine arriva, vuole dire che mi sono avvicinato a centrare il mio obbiettivo; se oltre ad arrivare, rimane e mette radici, allora vuole dire che ci sono riuscito in pieno.
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Messaggi d’impegno civile e sociale… come per esempio?
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In questo mondo ridotto come lo ha ridotto il genere umano, non c’è che da scegliere la tematica che si vuole affrontare. A me personalmente stanno particolarmente a cuore la lotta contro lo sfruttamento e i temi ambientalisti di cui negli ultimi tempi mi sto occupando piuttosto alacremente mettendo in scena lo spettacolo animalista Inside.
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Da quel che conosco di te, so che sei uno di quelli che amano “spiegare” le proprie opere. Non pensi che in questo modo, però, di corre il rischio di vuotare di significato quel processo di spossessamento delle proprie opere che, più di ogni altra cosa, ne rende liberi i fruitori?
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La verità? Assolutamente no! Anzi, mi darebbe molto fastidio venire a sapere che io ho creato un’opera per lanciare un certo tipo di messaggio e il mio pubblico, o anche solo parte di esso, la interpreta come cazzo gli pare.
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Ci avviamo ormai alla fine di questa conversazione, ma mi restano ancora un paio di domande da fare. So che chi occupa e si diletta di arti visive, inevitabilmente si trova ad avvicinarsi a questo o a quel “movimento”. Per quanto riguarda te, in questo momento?
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Domanda secca, che merita una risposta altrettanto decisa: il brutalismo. Qui a Brescia, tra l’altro, c’è una struttura adibita a parcheggio, un autosilo, che, a mio modo di vedere, rappresenta davvero il massimo della razionale essenzialità che caratterizza questo movimento, di cui si parla, tra l’altro, anche in un film in circolazione con grande successo nelle sale cinematografiche.
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Una curiosità insana: quanto può costare acquistare un tuo lavoro?
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Il prezzo varia a seconda delle possibilità economiche del compratore. Ti sembra abbastanza brutalista come risposta?
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In effetti mi ricorda la parabola evangelica della povera vedova che, mentre i ricconi versano nel tesoro del tempio manciate di denaro e gioielli, dona la sua unica monetina e, così facendo, a detta di Gesù, fa qualcosa di molto più grande. Giuro, è l’ultima: qual è la cosa più importante, dal punto di vista artistico, naturalmente, di che sta accadendo nella tua vita?
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La presenza di due mie tele 150×150 alla Gare82, una dele più prestigiose gallerie cittadine. Sono i primi due lavori di una serie che vuole raccontare le fasi della vita: dall’ affacciarsi in gioventù al mare dei sogni alla scoperta della dura realtà. Ti metti i guantoni e sali sul ring per darle o prenderle (in fondo è la stessa cosa).
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