Da Eschilo e O’Neill un lutto lungo e spettacolare

Una tragedia classica, di quelle che dal mito attingono pulsioni ancestrali e archetipi di carattere psicoanalitico, in particolare di scuola Freudiana, di straordinaria attualità.

Anzi, ben tre tragedie, visto che il modello originale è costituito appunto dalla trilogia teatrale di Eschilo, la «Orestea» , che a partire dall’uccisione di Agamennone da parte della moglie Clitennestra, proseguendo con la vendetta di Oreste che uccide la madre e il suo amante Egisto, per concludersi con il processo al matricida presso l’Areopago di Atene, narra la maledizione della stirpe degli Atridi e simboleggia, tra mille altre cose, il delicato passaggio dalla vendetta privata alla giustizia pubblica, con la conseguente nascita della polis.

Il grande drammaturgo statunitense Eugene O’Neill la riprese a modo suo negli anni trenta (debutto 1931) riambientandola all’epoca della guerra di Secessione senza alterarne la sostanza e il senso; in Italia arrivò dieci anni dopo (nonostante il rigetto da parte della dittatura di ogni suggestione artistica di oltreoceano e nonostante, soprattutto, si fosse in piena guerra) interpretata da Diana Torrieri, Salvo Randone nell’ambito di una compagnia composta di alcuni tra i migliori attori del tempo.

Nonostante la complessità e, conseguentemente, la durata della rappresentazione dell’opera sul palcoscenico (in origine 13 atti), fu ripresa da altre compagnie, prima tra tutte quella diretta da Luca Ronconi nel 1997, nella quale risalta il nome della stessa Elisabetta Pozzi protagonista della recita del Teatro Sociale di cui vi sto per parlare (allora nella parte di Lavinia Mannon) al fianco di Mariangela Melato.

Per completezza d’informazione è da segnalare anche il film per la TV realizzato nel 1972 con Lidia Alfonsi e Alida Valli.

«Ritorno», «L’agguato» e «L’incubo» sono i titoli delle tre parti di cui è composto lo spettacolo diretto da Davide Livermore, sulla base della traduzione e dell’adattamento di Margherita Rubino.

Accanto a un’ispirata Elisabetta Pozzi (nella parte questa volta di Christine -Clitennestra) sono in scena Paolo Pierobon, Elisabetta Pozzi, Linda Gennari, Marco Foschi, Aldo Ottobrino, Carolina Rapillo, Davide Niccolini. La regia è di Davide Livermore (che cura anche la scenografia) con l’assistenza Mercedes Martini, i costumi sono di Gianluca Falaschi, le musiche di Daniele D’Angelo, le luci di Aldo Mantovani. Una produzione Centro Teatrale Bresciano e Teatro Nazionale di Genova.

Cominciamo, stavolta, dalla singolare scenografia, allestita attraverso il posizionamento di pochi, essenziali arredi vintage all’interno di una struttura di pannelli che suggeriscono, al tempo stesso, i labirintici percorsi delle passioni umane e la profondità delle passioni che, nel bene e soprattutto nel male, più incidono nell’anima degli esseri umani. Sul fondo una superficie specchiante che, riflettendo quanto accade alla vista di tutti, impedisce ogni interpretazione a ciò che si nasconde al di là di essa.

La regia, pur rispettando alla lettera lo spirito della drammaturgia di Eugene O’Neill (a sua volta pienamente coerente con l’antica scrittura di Eschilo, la interpreta in modo originale. Lo spettatore più agé si trova così a ritornare con la mente a una certa atmosfera in bianco e nero, propria sia della parte di eccezionale valore formativo che l’allora unica TV di Stato somministrava ai propri utenti con la riproposizione sul piccolo schermo di importanti testi teatrali, sia l’infanzia del giallo filmato italiano, per intenderci quello del tenente Sheridan di Ubaldo Lai, cresciuta con scarsissimi mezzi e l’utilizzo di improvvisi primi piani e dissonanze mirate a sottolineare i momenti di maggiore tensione narrativa, come l’esecuzione di un delitto o la scoperta del colpevole dello stesso.

La presenza narrata ma non rappresentata, tuttavia ancora incombente della guerra di Secessione di O’Neill, così come di quella di Troia di Eschilo, ben si legano sia all’atmosfera di attesa di ciò che sarebbe avvenuto nella seconda guerra mondiale e, ai nostri giorni, al pericolo imminente che le mille tensioni internazionali finiscano per deflagrare in un nuovo e terribile olocausto globale.

E gli attori?

Gli attori eseguono con diligenza e con grande partecipazione personale ciò che suggeriscono il testo rivisitato e la regia, e lo fanno molto bene, tutti.

Tra tutti, però, non posso esimermi dal rilevarlo, risplende fulgida la grande interpretazione di una Elisabetta Pozzi che appare perfettamente calata nei panni che indossa, equilibrata nel doppio riferimento della tragedia classicissima e del grande teatro del secolo scorso, letti, come solo sanno fare lei e poche altre, in chiave squisitamente contemporanea.

Resta da dire del pubblico che, a dispetto di chi afferma, senza ammettere replica, che l’attenzione degli spettatori scende immancabilmente e bruscamente allo scoccare dei novanta minuti di rappresentazione o giù di lì, dimostra di “digerire” con grande e costante partecipazione le quasi quattro ore di rappresentazione, e manifesta il proprio apprezzamento con convintissimi consensi e applausi.

E questo, credetemi, non è cosa facile e, se permettete, riempie di intima soddisfazione chi scrive.

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In scena al Teatro Sociale di Brescia dal 27 gennaio all’1 febbraio 2026 tutti i giorni alle ore 20.30, la domenica alle ore 15.30

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