Goodmorning Brescia (97) – C’è il sorriso di un Angelo, nel Parco di Rivoltella

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Ancora una volta, ma le volte son poche, affido la conduzione di questa rubrica a Patrizio Pacioni.

Leggendo l’articolo capirete perché.

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Oggi pomeriggio c’erano quattro generazioni, al parco giochi di via Albinoni, a Rivoltella del Garda.

Anziani, adulti, ragazzi e bambini.

Per la scopertura di una targa, nella ricorrenza di un giorno molto triste di trentasei anni fa: il ritrovamento del corpo della piccola Marzia Savio, rapita e brutalmente uccisa nel 1982.

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C’era il Sindaco di Desenzano, Guido Malinverno, che ricorda come quel piccolo parco fosse già intitolato alla bambina, ma che formalizzarlo, con una cerimonia ufficiale, assume un significato che va molto oltre la burocrazia.

Sì, è vero, e che questa riunione di popolo va molto al di là, lo dicono gli sguardi delle tante persone presenti, l’emozione che si respira nell’aria, il cordoglio ancora vivo negli occhi dei parenti più stretti e degli amici.

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È il segno di un amore e di un dolore profondi, che non si sono mi sopiti. Del ricordo accorato di tutta una comunità, che non vuole che la memoria s’interrompa e si confonda nell’oblio.

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«Tra me e Marzia passava solo una quarantina giorni» dice la cugina Giuliana Savio. Lo stesso cognome, la stessa età.

«Tante volte mi sono chiesta come sarebbe cresciuta lei, come si sarebbe sviluppata la sua esistenza, cosa avrebbe saputo fare e dare, quante cose avrebbe visto, se si sarebbe innamorata, sposata, se avrebbe avuto dei figlise le fosse stato permesso di vivere»

Le chiedo come fosse il carattere della cugina.

«Oh, Marzia era allegra, curiosa del mondo» mi risponde con un mesto sorriso, al ricordo.

«Vivace, assai più di me, che invece ero una bambina tranquilla».

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Viene scoperta la targa, sulla quale sono incise le belle parole scritte da Mirco Maltauro, destinata a restare lì, a lungo.

Come il ricordo di Marzia Savio nei cuori dei suoi cari e dei suoi concittadini.

E non solo nei loro.

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Goodmorning Brescia (96) – Tutti insieme, appassionatamente (sul palcoscenico)

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«San Benedetto, la rondine sotto al tetto» recita un antico proverbio popolare, descrivendo l’arrivo della primavera. Per quanto riguarda Sarezzo e il Teatro San Faustino, però, considerato che ormai la rappresentazione del lavoro svolto nell’ambito scolastico dal Gruppo Teatrale Gianluca Grossi è un appuntamento immancabile, all’arrivo della buona stagione, il detto potrebbe cambiare, per esempio con un «Non è realmente primavera / se non viene del debutto la sera».

Si parte, in pieno clima di meta-teatro, da un matrimonio e da una compagnia di attori e musici “poveri guitti di montagna”, come si definiscono essi stessi, chiamati a rallegrare con la rappresentazione di una pièce la festa degli sposi.

Si narrano le avventure venture di Martino, un giovane sprovveduto, un “bamboccione” come si direbbe ai giorni nostri, che, impegnato nel servizio militare, spende troppo ed è costretto a chiedere continue sovvenzioni a suo padre.

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Per ottenerle ricorre anche alla menzogna inventando una inesistente carriera nell’esercito. Incappando in un occasionale quanto fantastico incontro magico-religioso, chiede e ottiene due doni prodigiosi e grotteschi al tempo stesso: un sacco incantato e un randello, per così dire, a “percussione automatica”.

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Poi, come in tutte le fiabe, c’è la figlia del re che si invaghisce di lui, ma esagera un po’, al punto di perdere la ragione ed essere rapita all’inferno. Il prode (o incosciente, fate voi) soldato Martino, grazie ai suoi attrezzi magici riesce persino a sconfiggere l’esercito dei diavoli e liberare la Principessa posseduta.

Lieto fine, dunque? Sì e no. Anzi, prima no, poi si.

La morte lo ghermisce a sorpresa, ma sembra che per lui, rifiutato da Paradiso e Purgatorio, ci sia posto solo all’Inferno. All’ultimo momento, però, ci si ricorda di due atti di bontà (che riportano all’agiografia dell’omonimo San Martino, con la cessione del proprio mantello a un mendicante infreddolito narrata all’inizio della rappresentazione) e, adesso si, il consolatorio finale.

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Narrazione al tempo stesso ingenua e complessa, secondo il tradizionale stile dell’autore, Giulio Forbitti (regia di Guido Uberti) con la necessaria presenza, trattandosi di un saggio didattico, di un gran numero di personaggi e interpreti.

«Lo spettacolo prende le mosse dagli antichi e leggendari racconti che i cantastorie raccontavano e rappresentavano nelle piazze, nei cortili e nelle stalle dei paesi di un tempo lontano, in cui l’affabulazione sapeva ancora affascinare, divertire, coinvolgere e a volte commuovere» dichiara il professor Forbitti .

«Il Soldato Martino è insieme un eroe e un antieroe: è per certi versi un ingenuo, uno scapestrato e un fallito, ma sa anche essere prode, generoso e coraggioso».

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                A fine spettacolo la referente del progetto, professoressa Elena Bonometti, saluta  il pubblico insieme agli attori

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I ragazzi (e meno ragazzi) del gruppo teatrale Gianluca Grossi, studenti ed ex studenti dell’istituto Primo Levi di Sarezzo, tra i quali alcuni diversamente abili, interpretano lo spettacolo muovendosi e agendo sul palcoscenico con grande impegno e totale partecipazione e meritando, alla fine, i convinti applausi del folto pubblico presente.

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Sbuffi di Ponentino (5) – Alcolici a scuola? Sì, ma solo per fare Teatro

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La location è quella, linda, accogliente e  ancora odorosa di pittura fresca della FUIS (Federazione Unitaria Italiana Scrittori – la organizzazione maggiormente rappresentativa degli scrittori italiani di tutte le forme ed espressioni – al numero 33 di Lungotevere dei Mellini) in una delle zone più eleganti e suggestive di Roma.

L’occasione è quella della presentazione pubblica delle opere finaliste del prestigioso concorso «Va in scena lo scrittore», che si avvia ormai alla conclusione con ben tre opere di Patrizio Pacioni selezionate per il round decisivo.

La sorpresa è che gran parte del pubblico che occupa tutti i posti disponibili della funzionale sala-eventi che ospita l’evento è composta di persone molto, ma molto giovani.

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Sono i ragazzi della II G dell’Istituto Comprensivo Garibaldi di Fondi, che, guidati per la parte relativa alla scrittura creativa, storica, letteraria e artistica dalla professoressa Debora Marrocco, coadiuvata dai professori Italo Vela, Franco de Benedictis, Giovanna Pagnani, Sabina Testa, Francesco Terelle, Ida Conte, Giovanna Bellina e Giuseppina Prota per la descrizione della caratteristiche organolettiche del vino, lo studio in lingua e del territorio, il coordinamento della parte grafica, i lavori di gruppo, i balli dell’Antica Roma e le musiche e la messa in scena, hanno creato la pièce «Nunc est bibendum».

Con piacevole leggerezza, ma con dovizia di particolari “tecnici”, e sorprendente proprietà di linguaggio i ragazzi parlano di “Uva Serpe” (pregiato vitigno caratteristico Greco del comprensorio Fondi-Itri-Sperlonga, utilizzato per la produzione del famoso vino Cecubo); con giovanile incoscienza “osano” scherzare con la maestosità della severa Romanità e con la sobria dignità delle matrone; trasformano il Consiglio Imperiale (completo della presenza dei “consiglieri-colti”  Marziale, Plinio e Orazio) in un’assemblea dei soci di una cooperativa vinicola (“Siamo uomini tutti dotati di uno spiccato “senso del business” dice uno dei letterati-enologi) che si esaurisce in uno “scaciato” brindisi da trattoria di campagna.

 

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È una pièce allegra, che informa facendo sorridere, e non è cosa da poco.

Così gli spettatori, tra tante altre notizie acquisite, conoscono i contenuti dell’editto proibizionista  e discriminatorio nei confronti delle donne chiamato «Senatus Consultus de Baccanalibus» che vietava le feste in onore di Bacco in quanto foriere di immoralità e sregolatezze.

Così viene ricordata la “guerra commerciale” tra i vini italici e quelli greci, tanto simile, per molti aspetti, a quella tra i vignaioli italiani e quelli francesi che è tuttora in corso. Senza esclusione di colpi.

Insomma, il divieto per le donne di bere vino dev’essere abolito, e le donne romane s’impegnano per questo, disposte, per spuntarla, anche ad arrivare a al Divo Augusto attraverso sua moglie Livia. In una lotta di rivendicazione da parte di un femminismo moderato ma molto tenace, se così si può dire.

Chi vince alla fine? Naturalmente le donne, c’è da dubitarne?, armate di quella fantasia  ragionata trasgressività che fa impazzire e mette nel sacco ogni uomo che cammini su questa terra, fin dai primordi dell’umanità.

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Auguri di cuore ai giovani ricercatori-commediografi-attori, talmente bravi da meritare di essere nominati uno per uno: Samuele Angeloni, Jurgen Baha, Matteo Giuseppe Caprarelli, Alessia Conti, Alessia Di Mario, Alessia Di Trocchio, Giada Esteso, Asia Fasolo, Eleonora Fasolo, Selenia Iacovacci, Walter Mariani, Annarita Marrocco, Marco Marrocco, Iole Ostacolato, Ida Palazzo, Valentina Piccione, Anastasia Riccardi, Ilenia Salemme, Alessia Stasi, Giorgia Velli, Sara Zannella.

Buon lavoro agli/alle insegnanti che con tanto impegno, e felici risultati, si sono impegnati in questa impresa.

«E un’altra simile è già in cantiere», confida Debora Marrocco.

In bocca al lupo, naturalmente, a «Nunc est bibendum», la bella pièce della  II G dell’ I.C.  Garibaldi di Fondi.

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   Vestale

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Goodmorning Brescia (95) – Tra Arte e Letteratura, le meraviglie di Vicolo delle Stelle

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Dell’opera di Giuseppe Raspanti «Il treno di Ignazio» si era già occupato su questo blog, nella rubrica Ex Libris, l’amico conosciuto come Il Lettore.

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Per la recensione vi rimando dunque a questo articolo:

Ex libris (16) – Il «pick and roll» di Raspanti

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Dopo un saluto al numeroso pubblico accorso in Vicolo delle Stelle, Massimo Tedeschi (da un anno Presidente Associazione Artisti Bresciani. Ospite dell’evento)  tratteggia con sintetiche pennellate (non trovo termine migliore, considerata la location)  alcuni aspetti del libro presentato.

«L’Autore, come il protagonista Ignazio, si rivela condottiero di eserciti di ricordi, capace di evocare immagini attraverso le parole» è l’esordio.

«Restano impressi nella mia mente e nella mia immaginazione il simbolico, ineluttabile ripetersi  della torrida cont’rora estiva, accesa dallo scirocco, quelle “minacce travestite da consigli”, una filosofia vita intessuta di rancori e cose da aggiustare».

E, tra tutto il resto, i bambini che venivano portati a veder passare i treni in attesa di salire sul treno che avrebbe cambiato le loro vite, la persistente presenza invasiva dei morti nelle case e nelle esistenze dei vivi.

«In qualche modo L’Autore, che molto si è impegnato nel mettere così mirabilmente le parole giuste, faticherà a staccarsi dal libro e dal suo alter ego Ignazio» dice il giornalista ed editore Tino Bino.

«Si arriva alla fine dei suoi racconti realizzando che in quel che si è letto, oltre che ciò che si è capito, c’è molto ancora da capire» aggiunge, passando in rassegna alcuni tra i più grandi narratori moderni anglosassoni,  come Salinger e la Rowling. 

«In questo libro, si riconosce una singolare scoperta e la valorizzazione della fragilità che, paradossalmente diventa un valore forte» è l’arguta conclusione.

«Io non vorrei mai congedare ciò che sto scrivendo, e non lo lascerei andare, se non ci fosse un editore impaziente di strapparmelo» conferma Raspanti.

«E questo libro in particolare è inquieto, liquido, simile a quella torrida e afosa contr’ora che ha citato all’inizio Tedeschi. Un intervallo di tempo in cui altro non si può fare se non un nulla… pieno di straordinari contenuti».

A scandire l’evento le letture scelte, di cui si fa carico la voce profonda e ben modulata di Bruno Noris.

Qui, però, finisce solo la prima metà di questo articolo.

Perché resta ancora da riferire della splendida “personale”  del Maestro Carlo Pescatore, i cui straordinari quadri erano esposti sulle pareti della sala.

 

Nato a Brescia nel 1932, insegna Tecnica dell’incisione calcografica all’Accademia di Belle Arti di Santa Giulia. La sua pittura è caratterizzata da cicli all’interno dei quali viene sviluppato il tema della ricerca figurativa, non disgiunta da ricerche formali collegati a movimenti artistici e alle esperienze della modernità e della contemporaneità.

Nell’opuscolo di presentazione della mostra intitolata “Furtivi sguardi su dipinte tele”, arricchito da un  racconto scritto dallo stesso artista e tratto dalla raccolta “È tutta colpa di Modì” (Serra Tarantola 2014), Massimo Tedeschi scrive:

«… Pescatori è, tra le molte cose, una delle memorie più lucide del Novecento artistico bresciano: un figlio d’arte, visto che il papà Mario è stato –nella propria epoca-  il più grande restauratore di affreschi nella Provincia»

Insomma un riuscitissimo connubio tra pittura e letteratura, in un ambiente elegante quanto accogliente. Spero che a Brescia, come altrove, se ne ripetano tanti così.

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    Bonera.2

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Goodmorning Brescia (94) – Coma sa fare girare la terra Teresa, nessuno al mondo!

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La stagione di prosa promossa dal Comune di Lumezzane al Teatro Odeon viene conclusa dal ritorno di Teresa Mannino (che si era già esibita lì nel gennaio 2015) con lo spettacolo «Sento la terra girare» .

L’attrice palermitana, giunta a oltre 150 spettacoli in palcoscenico e beniamina del pubblico televisivo con le sue gag e le sue caratterizzazioni, in perenne altalena tra la Sicilia e Milano (città di  adozione) ha fatto registrare un sostanziale  “tutto esaurito” già dal primo giorno di prevendita.

«Sento la terra girare» scritto con Giovanna Donini e prodotto da Bananas, vede l’attrice, insuperabile improvvisatrice nell’intermezzo iniziale con il pubblico, che “scalda” la platea immediatamente e al giusto punto di cottura, è una lunga e articolata conversazione con il pubblico, intorno alla grave situazione di un mondo e di una generazione chiaramente (se non irreversibilmente) “deteriorati dall’uso”.

Uscita da un vecchio armadio (unico quanto efficace elemento di scenografia), ovvero, in modo più colloquiale “caduta dal pero”, la sempre vispa Teresa se la prende con tutto, o quasi: da certa farlocca ecologia salutista, agli studi scientifici e genetici dispendiosi, velleitari e sostanzialmente inutili; dal chiacchiericcio dei social, soporifero per le generazioni mature ed estremamente dannoso per quelle più giovani, allo sconsiderato uso del telefono cellulare, dagli sprechi alimentari, assurdi e ingiustificabili in un mondo che, per la gran parte vive in ristrettezze anche gravi, con gli animali domestici ipernutriti e intere specie che scompaiono e, soprattutto, interi popoli che soffrono la fame. Per finire all’inquinamento da plastica e da altro, che rischia di rendere inabitabile l’habitat di tutti, anche a causa di pratiche commercial-consumistiche incomprensibili che vedono ingenti risorse di ricchezza dissipate all’inseguimento della moda del giorno e/o nell’acquisto compulsivo  di regali e gadgets vari di assoluta inutilità.

Il tutto senza allontanarsi mai troppo dalle tematiche che più le sono proprie: il rapporto maschio-femmina e i contrasti tra la mentalità del nord e quella del sud.

Si finisce con un appello al cambiamento rivolto a “donne che camminano tutto il giorno sul tacco dodici e sognano le valleverde” e una poesia in cui l’unica via di salvezza è da ricercarsi nella gentilezza e nell’allegria.  

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Brava, bravissima la Mannino attrice-mattatrice-intrattenitrice.

Non altrettanto entusiasmante, a giudizio di chi scrive, il testo, spesso brillante e di comicità travolgente, ma eccessivamente didascalico, nel quale perle di genuina saggezza popolare si mescolano, a volte, con qualcosa di già detto, sfiorando l’insidioso confine del luogo comune.

Il popolo di Lumezzane, che è il solo e decisivo giudice-arbitro dell’incontro, però si diverte molto, con risate spesso a scena aperta e un lungo e convinto applauso alla discesa del sipario.

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Goodmorning Brescia (93) – Danzare in città? Si può!

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Patrizia Biosa inizia da giovanissima la sua formazione in vari stili di danza, dalla jazz al tip tap al caraibico, concentrandosi in un lunghissimo percorso nelle danze orientali, sviluppandone l’aspetto più profondo ed energetico ; nel contempo approfondisce l’espressione teatrale, il teatro danza, il rapporto tra movimento, psiche e spiritualità, elaborandone uno stile personale che trasmette con spettacoli di sua produzione e  corsi a tutte le fasce di età.

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L’ho intervistata per conoscere qualcosa di più della sua attività e della situazione della danza per i bresciani, sia in qualità di spettatori che di protagonisti attivi.

 

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Danza e musica, ma non solo. Anche letture, letteratura, nel Tuo porti nei confronti del pubblico. Cosa possono fare le parole per la musica (e viceversa), secondo Te?

Amo il teatro, le parole possono essere musica da interpretare col movimento danzante… e la musica vibrare come parole .

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I bresciani sono gente solida, che guarda al concreto. In che rapporto è la Città con una disciplina, come la Danza, che, per sua natura, implica più spiritualità e grazia che razionalità?

Le iniziative sulla danza in città sono sempre più numerose rispetto a una volta, spero che questo incuriosisca sempre di più il pubblico bresciano.

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Ami la danza in quanto tale, ma , a quanto sembra, guardi molto… a Oriente. Curiosità per temi esotici, scoperta di una cultura “altra”, ricerca di una spiritualità diversa… o cosa?

Insegno danza orientale a Brescia e in nord Italia dal 2000 e sono sempre stata affascinata da questa disciplina, portando avanti in parallelo l’approfondimento del teatro danza e danza emozionale

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Insegni danza a bambini e anziani e, per tutte le età, danza emozionale. Quali sono le diversità di approccio (da parte tua) e ricezione (da parte loro) dei singoli cluster?

In questi anni sto sempre più rendendomi conto che l’energia della danza è già   insita nei bambini, e negli anziani è presente un movimento danzante che attende di essere risvegliato…

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Cosa rappresenta realmente la danza, nella vita quotidiana di Patrizia e nel segreto della sua anima?

Domanda troppo impegnativa… 🙂 Sono anche counsellor  e per me la danza è inscindibile dalle emozioni…

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Progetti in corso e … futuro prossimo venturo.

Da una parte due spettacoli che ho creato nei quali credo molto: La Sacralità di Gaia,   letture, video e danza emozionale sulla magnificenza di MadreTerra e l’urgenza di salvarla (spettacolo scelto per l apertura del Festival della.Carta della terra di Fondazione Cogeme nel settembre 2017)

E Inno all’Amore su brani di K. Gibran e N. Ickmet, inserito nella rassegna teatrale 2018 del Piccolo Teatro Libero di S.Polino.

Entrambi con l’attrice Elena Bettinetti (nella Sacralita di Gaia i testi sono scelti da lei).

Mentre per la danza orientale ho creato l’evento Cafè Oriental una domenica al mese al Caffè Letterario Primo Piano per dare la possibilità a tutte le danzatrici di esibirsi in un contesto “protetto”

Per quanto riguarda il futuro, invece, chissà… work in progress!

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Goodmorning Brescia (92) – In nome della tradizione, intonati… come campane.

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Avete presente quel parente, vicino o lontano, che critica sempre tutto e tutti? Ce n’è sempre almeno uno in ogni famiglia, che sia uno zio, una cugina, un nipote, poco conta. Sì, quello che, se per caso ti azzardi a canticchiare un motivetto, immancabilmente, se n’esce con un 《Ma stai zitto! Non lo senti che sei stonato come una campana》.

Beh, io ce l’ho. Anzi, ce l’ho avuto. Peccato che non appartenga più a questo mondo, oltre che per il profondo affetto che a lui mi legava, perché, dopo avere assistito questo pomeriggio alla conferenza organizzata dalla FCB nel Salone Mario Piazza dell’antico palazzo di Vicolo San Giuseppe, avrei potuto rispondergli, accompagnando le parole con un beffardo marameo:

No, che non mi taccio, perché le campane non sono mica stonate!

E adesso vi spiego perché.

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Apre gli interventi Luca Fiocchi, Presidente della Federazione Campanari Bergamaschi.
Dopo un periodo di elettrificazione esasperata, tale da depauperare gravemente il patrimonio campanario nazionale, da circa venti anni si è registrato un ritorno d’interesse per le campane suonate a corda. Ciò ha portato, come prima conseguenza, l’invecchiamento anagrafico e la diminuzione numerica dei campanari, una categoria di artisti, artigiani e quant’altro, che non s’improvvisa da un momento all’altro》.

Per provvedere al necessario rinnovamento generazionale, spiega Fiocchi, si è lavorato per gruppi, cercando di valorizzare una pratica che si avvale di un antichissimo strumento capace di viaggiare nel tempo e nello spazio, e che consente ai propri adepti di avere una visione del mondo diversa e più lungimirante, dall’alto dei campanili.

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Ciò che ci siamo premurati di fare, prima di ogni altra cosa, è stato di porre l’accento sul fatto che anche i giovani possono appassionarsi a questa disciplina. E debbo dire che la cosa ha funzionato, visto che molti sono stati i giovani (e anche i giovanissimi) che hanno risposto all’appello di spontanea volontà, con grande entusiasmo, e che sono tuttora tra i circa duecento nostri attuali associati》.

Interviene poi Massimo Ziliani (costruttore restauratore e suonatore di campane), che parla delle campanine contenute nella cosiddetta “cassetta del campanaro”.

Si tratta di strumenti nati per effettuare le esercitazioni, che hanno acquisito, con il trascorrere del tempo, maggiore dignità e importanza, fino a divenire protagonisti di autentici concerti》 spiega.

Fino agli anni sessanta, per motivi essenzialmente di economia, le campanine sono state realizzate soprattutto in vetro. Dopo di che, per altrettanto valide ragioni di praticità e resistenza, si è cominciato a realizzarli (sempre con un procedimento artigiano/casalingo in metalli come l’acciaio e l’ottone. C’è un repertoro di circa mille brani musicali, tramandati oralmente di generazione in generazione, che solo recentemente si è cominciato a riportare su spartito

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Alla fine dice la sua anche il piccolo Davide Zanella (studente di prima media)  che  descrive con grande fervore e con rimarchevole proprietà di linguaggio,  la propria esperienza di apprendista campanaro, 
Ho scoperto e approfondito le meccaniche di gruppo proprio attraverso le campanine》 confessa candidamente.

E se trovate una conclusione migliore, mandatemela con un messaggio.

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   Bonera.2

 

 

PS

Per chi volesse acquisire ulteriori, più approfondite informazioni, questo è il link:

http://www.campanaribergamaschi.net/

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Goodmorning Brescia (91) – Bucci, Sgrosso e «Ottocento»: un secolo in un’ora

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Se il ‘900 è stato definito il “Secolo Breve”, il precedente secolo, l’800 può a buona ragione definirsi il “Secolo Complesso”. denso come fu di movimenti ideologici e culturali, di impensabili progressi e invenzioni tecnologiche, di rivoluzioni ideali e politiche.

E tutto ciò, con «Ottocento», Elena Bucci e Marco Sgrosso, si ripromettono di narrarlo, in palcoscenico, in poco più di un’ora.

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«Elena e Marco sono legati a me e al CTB da legami di profonda e sperimentata amicizia» dichiara Gian Mario Bandera, aprendo gli interventi.

Ricorda poi come Ottocento sia il secondo appuntamento del ciclo “Palestra del Teatro”,  che segue i Sonetti di Shakespeare. Il terzo sarà costituito da una coproduzione con il Teatro Parenti, che vedrà protagonista Luca Micheletti.

Sottolinea poi carattere il carattere sperimentale che contraddistingue questa serie di spettacoli,  anche in tema di contaminazioni tra modalità espressive diverse.

«Tuffarsi in questo secolo importantissimo, sia sotto il profilo di progresso sociale, civile e scientifico  dell’umanità , sia per i nuovi sviluppi delle arti e della letteratura italiana e mondiale, è stata un’autentica impresa. Ci siamo trovati immersi in una quantità incredibile di testi da valutare, cercando di evitare di portare in scena una mera carrellata di spunti letterari e di creare un magma omogeneo in cui si cogliesse l’essenza del secolo» sottolinea Marco Sgrosso.

«Dalla scelta di autori eterogenei, vissuti e operativi nel corso di tutto il secolo, è nato lo spettacolo di tanti spettacoli possibili, un canto dedicato all’800: in certi casi abbiamo afferrato i singoli brani per sintesi, i altro abbiamo preferito cammei simili a istantanee di letteratura».

«Qui al CTB ci sentiamo di casa» dichiara Elena Bucci.

«Premesso questo, la frequentazione di una “Palestra” come questa può risultare al tempo stessa rischiosa e affascinante. L’ottica in cui abbiamo intrapreso questa stimolante sfida è quella, sperimentale di una nuova drammaturgia aperta che trova il proprio effettivo compimento non con la fine delle prove, ma trasformandosi, crescendo e perfezionandosi attraverso l’incontro con il pubblico, di replica in replica».

Fa poi presente che nell’immagine che campeggia nella locandina (come nelle altre scelte per promuovere lo spettacolo) si sono volute riproporre le sembianze del dagherrotipo, antico sistema di riproduzione dell’immagine che conserva alcune parti di ciò che trasmette nel tempo, cancellandone invece altre, con una casualità, ad avviso di Elena,  solo apparente e, quindi tutta da investigare e da comprendere.

«Una palestra per attori e registi, sì, ma anche per il pubblico» interviene a questo punto Marco Sgrosso.

«Gli spettatori saranno chiamati a un non agevolissimo  esercizio di comprensione e di interpretazione di frammenti letterari».

Conclude, con la consueta incisività, Elena Bucci:

«Uno dei  nostri intenti, forse il principale, è di risvegliare/stimolare l’attenzione e la curiosità  degli spettatori, sia sulle vicende, le tendenze e i personaggi che hanno percorso l’intero 19° secolo, sia su singole opere e singoli autori che, mi auguro, chi assiste al nostro spettacolo sarà spinto a ricercare e recuperare».

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(la foto di Elena Bucci e Marco Sgrosso è stata scattata da Aleksandra Pawloff)

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DAL 12 AL 22 APRILE 2018

TEATRO SANTA CHIARA MINA MEZZADRI

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  Bonera.2

 

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